GPII 1990 Insegnamenti - Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Lo Spirito Divino e il Servo




1. Non sarebbe completa l'analisi degli accenni allo Spirito Santo, che si possono cogliere in vari libri dell'Antico Testamento, sia pure in termini non ancora ben precisi per ciò che riguarda la sua persona divina, se non dedicassimo qualche considerazione a un testo di Isaia (Deutero-Isaia), nel quale è affermato il rapporto tra lo spirito divino e il "Servo di Jahvè". Nella figura di questo Servo si riassumono le varie forme di azione - profetica, messianica, santificatrice - che abbiamo illustrato nelle catechesi precedenti.

Il rapporto è affermato nel versetto col quale ha inizio il primo dei quattro cosiddetti "canti del Servo del Signore", carichi di lirismo e vibranti di profezia. Esso dice: "Ecco il mio Servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui" (Is 42,1). Fin da principio, dunque, viene affermato che la missione del servo è opera dello spirito di Dio che è stato posto in lui. Come per i capi carismatici del popolo nei tempi antichi, i Giudici, e come per i primi re, Saul e Davide, l'elezione del Servo è accompagnata da un'effusione dello Spirito, sicché si può osservare un rapporto tra quanto viene detto del Servo del Signore e quanto aveva predetto Isaia del "germoglio" che doveva "spuntare dal tronco di Iesse", cioè dalla stirpe di Davide: "Su di lui si poserà lo spirito del Signore: spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore" (Is 11,2). Nel canto citato vi è una novità, che consiste nell'attribuire al personaggio annunciato la qualità di Servo. Essa non elimina la qualità di re tradizionalmente riconosciuta al Messia, ma senza dubbio svela un nuovo orientamento della speranza messianica, che avviene sotto l'influsso dello Spirito.


2. Subito dopo aver detto del Servo: "Ho posto il mio spirito su di lui", Dio dichiara: "Egli porterà il diritto ("giudizio") alle nazioni" (Is 42,1). E' un testo di grande importanza. Evidentemente il Servo è presentato come un profeta, eletto e predestinato da Dio, animato dal suo spirito, investito di una missione, che è di "proclamare il diritto con fermezza", senza perdersi d'animo malgrado le opposizioni. Tuttavia questa fermezza non sarà durezza. Anzi, sotto la spinta e la guida dello spirito, il Servo-profeta avrà un comportamento di mitezza ("Non griderà né alzerà il tono") e di indulgenza misericordiosa: "Non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta" (Is 42,1-3). Il profeta Geremia aveva ricevuto la missione di "sradicare e demolire, distruggere e abbattere" (Jr 1,10). Niente di simile nella missione del Servo del Signore, mite e umile di cuore.

Alla mitezza viene unito un atteggiamento di apertura universale. Il Servo del Signore annuncerà la giustizia a tutte le nazioni e diffonderà la sua dottrina fino alle "isole", cioè fino ai paesi più lontani. Infatti, nel secondo canto, il Servo interpella tutte le genti, dicendo: "Ascoltatemi, o isole; udite attentamente nazioni lontane" e Dio riafferma la dimensione universale della missione affidatagli: "è troppo poco che tu sia mio Servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Io ti rendero luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all'estremità della terra" (Is 49,1-6). Tale universalità va ben oltre quella del messaggio degli altri profeti.

Tanto più che nella figura del Servo vi è qualcosa di trascendente, che consente di identificarlo con la sua missione. Egli viene proclamato "alleanza del popolo" e "luce delle nazioni" nella propria persona. Dio gli dice: "Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni" (Is 49,6). Nessun semplice profeta avrebbe potuto presumere tanto.


3. La figura del Servo delineata nel poema di Isaia non è solo profetica, ma anche messianica. Se la sua missione è quella di "stabilire il diritto sulla terra" (Is 42,4), questo compito appartiene a un re. Il profeta annunzia la giustizia; il re deve stabilire questa giustizia. Secondo il Salmo 71 (vv. 1-2), nel quale la tradizione giudaica e cristiana ha visto ritratto il re messianico predetto dai profeti, questa è la funzione essenziale del re, che viene implorata da Dio: "Dio, da' al re il tuo giudizio, al figlio del re la tua giustizia; regga con giustizia il tuo popolo e i tuoi poveri con rettitudine". E lo stesso Isaia, nel suo oracolo sul re davidico sul quale "si poserà lo spirito del Signore", asseriva di lui: "giudicherà con giustizia i poveri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese" (Is 11,4).

Il Servo sul quale "Dio ha posto il suo spirito", secondo il canto, ha la missione che compete al re messianico: liberare il popolo. Egli stesso è stato stabilito "come alleanza del popolo e luce delle nazioni", per aprire gli occhi ai ciechi, far uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre. Questa missione, che è propria di un principe e re, nel caso del Messia è compiuta con la forza del Signore, come il Servo proclama nel suo secondo canto: "Dio è stato mia forza", e nel terzo: "Il Signore mi assiste, per questo non resto confuso" (Is 49,5 Is 50,7). Questa forza operatrice nella missione regale del Servo è lo spirito divino, che Isaia, in un oracolo messianico, mette in stretto rapporto con la "giustizia" da rendere ai miseri e agli oppressi: "Su di lui si poserà lo spirito del Signore... Giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese..." (Is 11,2-4).


4. Nel primo e nel secondo canto del Servo, Dio parla della "salvezza" e della "giustizia". Nel terzo e nel quarto canto, il concetto di "salvezza" è completato con aspetti nuovi, particolarmente significativi in ordine alla futura passione di Cristo. Prima di tutto si nota che la mitezza, che caratterizza la missione del Servo, si manifesta con la sua docilità a Dio e la sua pazienza di fronte ai persecutori: "Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio: non mi sono tirato indietro; ho presentato il dorso ai flagellatori" (Is 50,5-6). "Maltrattato, si lascio umiliare e non apri la sua bocca, era come un agnello condotto al macello" (Is 53,7). Bastano questi due testi per illuminarci sulla perfetta disponibilità nell'oblazione di sé, a cui lo Spirito divino doveva portare il Servo-Messia sulla via della mitezza. Quando Giovanni Battista indicava Gesù alla folla come "l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo" (Jn 1,29), forse faceva eco al quarto canto del Servo di Jahvè.


5. Ma in questo canto vi è ben di più. La missione del Servo vi appare in luce nuova: "Portare il peccato di molti e intercedere per i peccatori" (Is 53,12). La prospettiva già delineata da Isaia: "Giudicare con giustizia i poveri e prendere decisioni eque per gli oppressi del paese" (Is 11,4), viene qui trasformata in un'opera di "giustificazione" o santificazione mediante il sacrificio: "Il giusto mio Servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità" (Is 52,13).

Fino a tanto il Servo sarà portato dallo spirito in lui presente, che, come abbiamo visto, è spirito di "santità".

E ancora: il trionfo definitivo del Servo viene annunciato all'inizio del quarto canto: "Il mio servo avrà successo, sarà innalzato, onorato, esaltato grandemente", e poi alla fine: "Io gli daro in premio le moltitudini..." (Is 52,13 Is 53,12). Ma questo trionfo, che nella profezia come nella storia garantisce il compimento della speranza messianica, si verificherà su di una via sorprendente per chi sognava un avvento trionfale del re messianico: la via del dolore e, come sappiamo, della croce.


6. Da tutto il quarto canto vediamo infatti emergere la figura di un Servo che è "uomo dei dolori", immerso in un mare di sofferenza fisica e morale, in ragione di un misterioso disegno di Dio, che tende alla glorificazione dello stesso Servo. Il Servo del Signore "è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti" (Is 53,5). Questa è la via che era stato chiamato a percorrere l'eletto, sul quale si era posto lo Spirito del Signore.

Siamo al paradosso della croce, che appare così in contrasto con le attese di un messianismo trionfalistico, come pure con le pretese di una intelligenza avida di dimostrazioni razionali. San Paolo non esita a definirla: "Scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani". Ma, essendo opera di Dio, è necessario lo Spirito di Dio per capirne il valore. perciò l'apostolo proclama: "I segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato" (2Co 2,11-12).

(Omissis) La discriminazione razziale è inaccettabile, ovunque Oggi la comunità internazionale celebra la Giornata contro la discriminazione razziale, indetta dalle Nazioni Unite. Tale iniziativa ci invita a riflettere sul principio che la discriminazione razziale è inaccettabile, ovunque.

E' motivo di apprensione osservare come in vari Paesi del mondo si manifesti una recrudescenza di penosi, seppur isolati, episodi a sfondo razzista. Simili manifestazioni vanno respinte fermamente, nella profonda consapevolezza della comune filiazione divina di ogni persona e di ogni razza e, quindi, della nostra radicale fratellanza in Cristo.

Quest'anno la ricorrenza merita di essere sottolineata in special modo, perché dal Sud Africa sono venute recentemente notizie confortanti, che fanno ben sperare per il superamento delle ingiustizie e delle tensioni razziali, da troppo tempo causa di dolorosi conflitti e di gravi sofferenze in quel Paese. Auspico che la via del dialogo tra tutti i legittimi rappresentanti delle diverse parti in causa sia percorsa senza violenze fino in fondo, per garantire un futuro in cui ogni cittadino possa contribuire con uguale dignità alla realizzazione del bene comune. La celebrazione della Giornata contro la discriminazione razziale coincide, poi, felicemente con quella fissata per l'indipendenza della Namibia, un Paese che da lungo tempo attendeva di acquistare la propria completa autonomia: al suo popolo e ai suoi nuovi dirigenti vanno il mio saluto e il mio augurio di prosperità materiale e spirituale. Su tutti gli abitanti della Namibia invoco le più abbondanti benedizioni del Signore!

Data: 1990-03-21

Mercoledi 21 Marzo 1990

Ad un pellegrinaggio di ammalati - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Sofferenza non come fallimento ma prova di fede e atto d'amore

Cari fratelli e sorelle!


1. Con questo pellegrinaggio di fede e di preghiera, voi intendete ricordare il trentennio dalla morte del Fondatore dell'Opera Federativa Trasporto Ammalati a Lourdes (OFTAL), mons. Alessandro Rastelli, e insieme anche il trentennale di assistenza e di apostolato tra le persone che soffrono.

Ringrazio mons. Vittorio Piola, vescovo emerito di Biella, per le amabili parole che ha voluto ora rivolgermi, interpretando anche i sentimenti di tutti i presenti. Saluto i dirigenti della vostra Associazione, gli ammalati, i barellieri, le dame e i volontari. Desidero manifestarvi la viva riconoscenza della Chiesa, perché voi offrite le vostre preghiere e le vostre sofferenze, come pure la fatica e i disagi del viaggio, per chiedere la santificazione dei sacerdoti e delle persone consacrate e invocare numerose e sante vocazioni per la Chiesa. E' questo un grande ideale che, mentre nobilita e conforta la vostra vita quotidiana, attira la benevolenza di Dio verso la Chiesa e l'umanità.

Gesù stesso infatti lego strettamente alla preghiera il numero e la qualità dei sacerdoti e dei religiosi, necessari per la salvezza del mondo.

Sentendo compassione per le folle, che erano stanche e sfinite come pecore senza pastore, il divin Maestro disse: "La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe" (Mt 9,36-38).

A questo proposito desidero ricordare le parole dell'esortazione "Christifideles Laici" (CL 53): "Anche i malati sono mandati come operai nella vigna del Signore. Il peso, che affatica le membra del corpo e scuote la serenità dell'anima, lungi dal distoglierli dal lavorare nella vigna, li chiama a vivere la loro vocazione umana e cristiana e a partecipare alla crescita del regno di Dio in modalità nuove, anche più preziose". Vi siano di guida e di orientamento queste parole nella vostra preghiera, nell'offerta quotidiana delle vostre sofferenze.


2. L'incontro con voi, ammalati, e con voi, amici e volontari che li assistete, ci fa riflettere sul valore della sofferenza e sulla sua efficacia espiatrice e santificatrice. Gesù, il Verbo Incarnato, ha sofferto nel corpo e nell'anima e tale passione ha acquistato un valore universale per la redenzione dell'umanità.

Nel Cristo sofferente l'umanità trova il significato dei propri patimenti. L'uomo, pur compiendo ogni sforzo per combattere ed eliminare la sofferenza, deve convincersi che essa non è un fallimento, bensi una prova di fede e un atto di amore! François Coppée, un illustre letterato francese, che sulla via del dolore ritrovo il tesoro smarrito della fede, scriveva: "Saper soffrire! Saper amare! Ecco il prezioso segreto che ho scoperto nel Vangelo durante la mia infermità!" ("Saper soffrire", cap. XI). E nella dolorosa malattia che lo porto in cielo si fece mettere un Crocifisso alla parete e guardando l'immagine del Cristo sofferente trovo la forza di accettare con rassegnazione e serenità la dura prova permessa da Dio per la sua purificazione e per la nostra edificazione.


3. Maria santissima, Corredentrice del genere umano accanto al suo Figlio, vi dia sempre coraggio e fiducia! E vi accompagni anche la mia benedizione, che ora di gran cuore vi imparto!

Data: 1990-03-24

Sabato 24 Marzo 1990

Ad un gruppo di vescovi del Brasile in visita "ad limina" - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La pastorale sociale è un diritto-dovere dei vescovi

Amati fratelli nell'episcopato


1. Siate i benvenuti a questo incontro fraterno, motivo per me di gioia. Nel ricevere voi, Vescovi della Chiesa nelle province ecclesiastiche dello Stato di Rio de Janeiro, costituenti il "Regional Lest-1" della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile, in visita "ad limina Apostolorum", ringrazio Dio, nostro Padre e fonte di ogni consolazione (cfr. 2Co 1,3). E un momento di intimità e di comunione nella fede e nella carità, che ci unisce come Pastori dell'unica Chiesa, santa, cattolica e apostolica.

In nome del Signore, presente in mezzo a noi, come Egli ha promesso (cfr. Mt 18,20), comincio col ringraziarvi per la visita, preparata con impegno, e perché condividete le vostre preoccupazioni e le vostre gioie, così come i progetti e le speranze che portate nel cuore. E voglio esprimere anche l'apprezzamento perché vi dedicate al "campo di Dio", come suoi "collaboratori", ognuno secondo la grazia ricevuta (cfr. 1Co 3,9-10). Vedo nel vostro impegno una concretizzazione della carità pastorale, con la quale vi consacrate al gregge di Cristo.

Ringrazio per il saluto e per le dichiarazioni di nobili sentimenti, che il Signor Cardinale, Don Eugenio de Araujo Sales, mi ha indirizzato a nome di tutti. E, nel salutarvi, il mio pensiero si rivolge, con affetto, alle Diocesi che voi rappresentate, salutando allo stesso tempo i vostri sacerdoti, i religiosi, le religiose e tutti i fedeli.


2. Durante i colloqui personali, ho potuto verificare non soltanto le intenzioni e i propositi che vi animano, ma anche la vitalità religiosa nelle vostre Chiese particolari; vitalità che cercate di consolidare nella verità, nella speranza e nella carità, consapevoli che queste sono il "principio visibile" della comunione, e le principali responsabili della promozione di una retta trasmissione della fede e del rispetto della disciplina comune a tutta la Chiesa (cfr. Const. LG 23), mettendo in pratica gli imperativi della nuova evangelizzazione.

Molteplici sono i problemi che avete presentato al Successore di Pietro e agli Organismi della Sede Apostolica, che lo aiutano nella guida della Chiesa universale e nel servizio di "confermare i fratelli". Anche voi, come la maggior parte dei Vescovi che vi hanno preceduto in questa visita, in cima alle urgenze presenti nella realtà odierna del diletto Brasile, avete indicato un insieme di circostanze, che colpiscono l'uomo concreto. Questo soffre, a causa dei rovesci della crisi economica, e a causa delle situazioni che pregiudicano la sua dignità umana e il suo diritto ad una vita che meglio corrisponda alla sua condizione di persona.


3. Nel messaggio all'Episcopato brasiliano, quattro anni fa, mi riferivo alle sfide di natura culturale, socio-politica e economica, che interpellavano e stimolavano particolarmente il vostro zelo pastorale, nel momento in cui allora viveva il vostro Paese. E le riassumevo nella grande "sfida del contrasto tra due Brasili: uno, altamente sviluppato, esuberante e lanciato verso il progresso e l'opulenza, l'altro, che si riflette in smisurate zone di povertà, di malattia, di analfabetismo e di emarginazione". E denunciavo anche i "meccanismi" che alimentavano questo contrasto. Da allora, il Brasile ha vissuto momenti di grandi speranze, ma ha conosciuto anche disillusioni. Ha palpitato con il consolidarsi della sua struttura politica democratica, ma si è visto anche accompagnato da una crisi economica tra le più gravi della sua storia, con aspetti profondamente negativi per la vita di tutto il popolo; soprattutto, perdita di fiducia per la frustrazione dei tentativi di risollevare tale situazione.

In linea di massima, rimane il quadro che tracciai allora; forse, più accentuato in alcune aree e attenuato in altre. Oggi, come allora, esso si presenta come una gigantesca sfida al vostro zelo e alla vostra sollecitudine pastorale.

In tale quadro era presente una sintetica anticipazione della problematica che recentemente è stata presentata, con una diversa prospettiva, nella seconda parte dell'Enciclica Sollicitudo rei socialis. Il "fossato" che divide la famiglia umana, divide la famiglia brasiliana. Anche essa ha bisogno dell'impegno di ogni Brasiliano nella costruzione di un futuro migliore nel quale tutti vivano e traggano benefici nella solidarietà di tutti, nel rispetto del bene comune. Questo deve porre al centro di tutto l'uomo, creato "a immagine e somiglianza di Dio".


4. Ci giungono echi - da voi confermati - che, nel panorama sociale del vostro paese, in realtà, alcune ombre persistono e addirittura aumentano. così, la violenza urbana sta assumendo proporzioni allarmanti. Non è inferiore l'aggravarsi della violenza in campagna e nelle strade. L'emarginazione inoltre segna dolorosamente vaste aree all'interno del paese. Nelle grandi città, le "favelas", i tuguri, i mendicanti e i minori abbandonati rappresentano una vergogna che colpisce terribilmente in mezzo all'opulenza di pochi. Diventa sempre più preoccupante la diffusione criminosa dei tossicomani, con la sequela di delitti e di morti che accompagnano il loro traffico clandestino. Ugualmente preoccupante si presenta l'ondata di attentati contro la proprietà e la sicurezza delle persone, provocando come reazione la rivalsa ad ogni costo e la paura generalizzata.

A ciò vanno ad aggiungersi altri affronti alla dignità delle persone ed al loro senso di giustizia; questi sono: le notizie di scandali finanziari, insieme all'insensibilità dei responsabili davanti all'immoralità diffusa dai mezzi di comunicazione sociale e dagli spettacoli pubblici.

Questi riferimenti alla realtà, così come ci vengono comunicati, non implicano il giudizio che tutto sia negativo in Brasile; né potrebbe essere altrimenti, perché la Provvidenza del Padre celeste vigila con amore su tutti gli uomini (cfr. Mt 6,25-32). Ma non dispensa dagli impegni umani, né dispensa da doveri di carattere etico, né ci dispensa dalla preoccupazione pastorale di fronte alla situazione di tanti nostri simili.


5. Questa situazione, cari Fratelli, ci colpisce tanto più in quanto contrasta con l'indole del diletto Popolo brasiliano, come si deduce dalla sua storia e dal comportamento generale delle persone nei momenti difficili, anche in questi ultimi tempi. I Brasiliani si sono mostrati contrari alle forme di radicalismo e di estremismo, inclini alla tolleranza e alla comprensione, pronti alla solidarietà umana e all'accoglienza delle persone in condizioni precarie.

Vi è in questo una ricchezza umana, di cui anche voi dovete approfittare e che dovete orientare, perché possano essere superati i momenti difficili di oggi; e perché la Chiesa continui nel compito semplice che, storicamente, ha cercato di svolgere, nella formazione della fisionomia umana, spirituale e morale della sua grande Nazione.

Sono felice di ripetervi, oggi, quello che già dicevo nel citato messaggio all'Episcopato brasiliano: "La Chiesa, guidata dai Vescovi del Brasile, dimostra di identificarsi con il popolo; e desidera continuare a rivolgersi soprattutto ai piccoli e agli abbandonati, ai quali dedica un amore che non è esclusivo o escludente, ma preferenziale". Questa profonda sensibilità e questa effettiva solidarietà con i poveri devono mostrarvi la strada della vostra azione pastorale in campo sociale; azione indispensabile perché sia garantita la pace, "la tranquillità dell'ordine", nel vostro immenso paese.


6. Rimangono validi gli orientamenti offerti durante il mio pellegrinaggio apostolico in Brasile, in particolare quando mi sono rivolto ai Vescovi dell'America Latina a Rio de Janeiro, ai costruttori della società pluralista a Salvador da Bahia, e all'Episcopato Brasiliano a Fortaleza. Ho sottolineato, allora, che la Chiesa, in quanto tale, non può intervenire nella sfera politica.

Ma è fuori dubbio la legittimità e la necessità dell'intervento della Chiesa in ambito sociale, perché la Parola di Dio sia applicata alla vita degli uomini e della società, offrendo principi di riflessione, criteri di giudizio e orientamenti di azione; facendo attenzione ovviamente che il comportamento delle persone sia in sintonia e coerenza con le esigenze di un'etica umana e cristiana.

Nell'intervenire, la finalità della Chiesa è quella di interpretare queste complesse realtà che incidono nell'esistenza umana, alla luce della fede e della genuina tradizione ecclesiale, esaminandone la maggiore o minore conformità all'insegnamento del Vangelo, rispetto all'uomo e alla sua vocazione, terrena e al tempo stesso trascendente (cfr. SRS 8 SRS 41).

Così, allo stesso modo già dichiaravo a Fortaleza: diritto e dovere della Chiesa è la pratica di una pastorale sociale; non nella linea di un progetto puramente temporale, ma per la formazione delle coscienze, nei loro specifici mezzi, perché la società diventi più giusta. La stessa cosa devono fare i Vescovi... E' loro dovere preparare e proporre nella loro Diocesi il programma di tale pastorale sociale, all'interno dell'unità della Chiesa e nel rispetto dei poteri legittimi degli uomini pubblici.


7. La dottrina sociale della Chiesa "appartiene perciò, non al campo dell'ideologia, ma della teologia morale" (ibidem SRS 41). La Chiesa sa bene che nessuna realizzazione temporale si identifica in essa come Regno di Dio; ma che tutte le realizzazioni non fanno che riflettere e, in un certo senso, anticipare la gloria del Regno che attendiamo alla fine della storia, quando il Signore ritornerà (cfr. Ibidem SRS 48). Per la Chiesa universale, la società civile è il dominio nel quale si devono esercitare le virtù cristiane, nella cui forza trasformatrice essa crede.

Il Regno di Dio è destinato a tutti gli uomini; e ognuno ha diritto a esigenze etiche. La Chiesa, nella sua lettura dei problemi sociali, si pone in una linea che trascende i limiti della storia umana nella loro pura dimensione temporale. Essa non confonde mai il Regno di Dio con la costruzione della Città degli uomini. Né assorbe in sé questa città, come pretenderebbero gli schemi delle diverse forme di cristianità politica, né da questa si lascia assorbire, alla luce di altre sistematizzazioni, che pretendono di ridurre l'azione evangelica all'impegno socio politico.

Il cristiano, accolto nella vita misteriosa del Cristo risorto per mezzo della rigenerazione battesimale come il ramo della vite, vive nel mondo; ma non è del mondo (cfr. Jn 15,19), come spiegava la nota Lettera a Diogneto. Illuminato dalla luce della fede, egli manifesta la vita nello Spirito anche nell'azione sociale, con l'esercizio delle virtù, con le quali "redime il tempo" (cfr. Ep 5,17 Col 4,5).

Sarà perciò nei fondamenti della pratica delle virtù, della corrispondente fuga dal peccato e della "liberazione soteriologica" (Dich. Libertatis Conscientia, 37) che i Pastori, "distaccati" a beneficio degli uomini nelle loro relazioni con Dio, devono andare incontro alla fonte ispiratrice e alimentatrice del loro ruolo di Pastori e della realizzazione dei loro fedeli laici in campo sociale. Nell'impegno di superare le sfide del momento presente in Brasile, sono certo che voi saprete procedere in modo che i vostri sforzi di evangelizzazione non siano resi vani dal fatto di confondere il regno di Dio con un progetto puramente temporale e politico.


8. Il Concilio Vaticano II, in momenti diversi ha chiamato noi Vescovi "maestri ed educatori nella fede". Come guide spirituali del Popolo di Dio, dobbiamo perciò impegnarci instancabilmente nel compito di orientarlo ed educarlo, sempre alla luce della autentica dottrina sociale della Chiesa. Meritano uno speciale rilievo due aspetti di questo nostro impegno, intimamente legati tra loro, come ho sottolineato in altre occasioni.

Il primo è l'educazione alla giustizia, che forma gli uomini perché orientino la loro vita, nella totalità, in sintonia con i principi evangelici della morale personale e sociale; vita che si esprima in una testimonianza cristiana profondamente vissuta. E all'educazione alla giustizia è intimamente legata l'educazione alla libertà (cfr. Libertatis Conscientia, nn. 80,94).

Il secondo aspetto è quello di una educazione al lavoro, che mostri a tutti la dignità che è in esso alla luce del Vangelo, e la sua priorità nella vita economica e sociale; e ancora, il suo valore, come diritto e dovere della persona umana, come ho spiegato nella Enciclica Laborem Excercens, l'insegnamento della quale è stato poi condensato nella Libertatis conscientia (nn. 81-88).

L'educazione al lavoro dovrà essere, allo stesso tempo educazione alla solidarietà, che si presenta come la linea maestra della proposta della Chiesa, in modo che prevalga, tra gli uomini e nelle strutture sociali, l'ideale cristiano della fraternità. Soltanto la solidarietà fraterna è capace di portare al superamento delle diseguaglianze sociali all'interno di una stessa nazione o nelle relazioni internazionali. Il sostegno e l'anima della solidarietà, per un cristiano, si ritrovano nella carità, mai disgiunta dalla giustizia.


9. Miei amati fratelli: Che lo Spirito di verità vi doni perspicacia e chiarezza nella vostra attività apostolica, in comunione con tutta la Chiesa. E così che la società brasiliana di oggi, resa continuamente attiva, potrà riflettere sulla sostanza cristiana che in passato la Chiesa stessa, tra luci ed ombre, ha saputo innestare in ciò che di più intimo e autentico vi è nell'anima del Popolo brasiliano.

Il momento che il Brasile sta vivendo non mancherà di presentare rischi nel vostro lavoro pastorale. Non vi mancheranno momenti di dubbio. Ma, come San Paolo, dobbiamo trovare sostegno, sempre, nella grande certezza: Cristo risorto! In Lui tutto è possibile. Lui ci darà la forza (cfr. Ph 4,13).

D'altra parte, sono sicuro che trarrete stimolo e entusiasmo per portare avanti la nuova evangelizzazione anche in campo sociale, nell'identità profonda del vostro popolo: un popolo che crede nella Chiesa e che da essa attende coraggio e direttive per la sua vita cristiana, per superare le difficoltà personali e sociali.

Grazie al vostro orientamento sollecito e meditato, la speranza cristiana deve dare risposta alla necessità di speranza di tutti coloro che cercano sinceramente soluzioni ai problemi umani. Bisogna testimoniare che il messaggio del mistero dell'lncarnazione conserva tutto il suo vigore, che vuole tutti gli uomini figli di Dio e solidali verso la sorte dei loro fratelli. Dalle comunità animate dalla speranza si irradierà la luce per la società brasiliana: la luce del Redentore dell'uomo e Signore della storia: "Gesù Cristo, lo stesso ieri, oggi e sempre" (He 13,8).

I cristiani che sanno riporre la loro fiducia nella "Consolatrice degli afflitti", non saranno mai abbandonati. E i fedeli brasiliani, come ben sapete, hanno fiducia in Nostra Signora dell'Apparizione.

Per sua intercessione, imploro per le vostre persone, per le vostre Diocesi e per tutto il Brasile i favori divini, con la mia Benedizione Apostolica.

(Traduzione dallo spagnolo)

Data: 1990-03-24

Sabato 24 Marzo 1990

All'Angelus - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Il sacerdote è cooperatore di Dio

Carissimi fratelli e sorelle!


1. Oggi siamo invitati a rallegrarci, come un tempo Maria al momento dell'annunciazione. A lei per prima l'angelo rivolse l'invito: "Kàire", "Rallegrati" (Lc 1,28) e Maria poté sperimentare tutta la gioia che le veniva offerta perché seppe cooperare pienamente con Dio, compiendo fino in fondo la missione che le era stata affidata.

Ringraziando Maria di essere stata perfetta cooperatrice di Dio, le chiediamo di aiutare anche noi a seguire questa via. E poiché si avvicina la data del Sinodo sulla formazione sacerdotale, noi l'imploriamo affinché, grazie anche a tale evento ecclesiale, coloro che sono chiamati al sacerdozio siano formati all'impegnativo compito di cooperatori di Dio. Il sacerdote infatti è chiamato a vivere in modo particolarmente intenso questa cooperazione.


2. San Paolo era consapevole di ciò quando scriveva: "Noi siamo i cooperatori di Dio (1Co 3,9). Egli sottolineava il dovere di fedeltà che ne derivava. Si considerava come amministratore dell'opera divina, un amministratore che doveva gestire quest'opera secondo le intenzioni di Dio con completa docilità, ma che s'impegnava anche personalmente in essa, unendo la sua azione all'azione divina.

Nella cooperazione egli utilizzava tutte le risorse e tutte le qualità di cui disponeva.

Cristo ha voluto, nella sua Chiesa, cooperatori con la responsabilità di pastori, collaboratori che impieghino tutte le loro forze nel servizio per il regno da lui fondato sulla terra. Non ha voluto fare di questi pastori dei semplici strumenti della sua sovranità; ha desiderato che essi gli offrissero un'autentica cooperazione, esercitando le loro facoltà d'intelligenza e di volontà, il loro impegno, tutte le loro capacità di lavoro, la loro creatività.

Con la grazia dell'ordinazione, il sacerdote è elevato all'altezza di questa cooperazione con Dio.


3. E' necessario, dunque, che il futuro sacerdote sia formato a tutte le più intime disposizioni richieste da tale cooperazione. Egli deve abituarsi a una docilità e a una fedeltà senza riserve alle ispirazioni divine; deve coltivare in se stesso il desiderio d'impegnare al servizio di Cristo tutto il suo essere. Più particolarmente, deve essere formato ad accettare i sacrifici e le rinunce che la cooperazione generosa ai progetti divini comporta.

L'atteggiamento di Maria nel momento dell'annunciazione ci ricorda l'importanza della cooperazione con Dio, giacché dal suo responsabile assenso dipese la venuta del Salvatore sulla terra. Anche l'avvenire della Chiesa nel mondo è legato, in gran parte, alla generosità della cooperazione sacerdotale.

Che la nostra preghiera a Maria ottenga, per la Chiesa, numerosi cooperatori di Dio! A tutti auguro una buona domenica.

Auspicato un dialogo sincero per la Lituania Nelle grotte della Basilica di san Pietro si trova la Cappella Lituana, un segno del plurisecolare legame della Chiesa e della Nazione con la Sede apostolica. Nel 1987 abbiamo ringraziato la SS.ma Trinità per i 600 anni del battesimo della Lituania, e tre anni prima abbiamo raccomandato questo Paese alla protezione di san Casimiro, patrono della Lituania, in occasione del 500° anniversario della sua morte, avvenuta nel 1484: ambedue gli anniversari (centenari) hanno radunato presso l'altare della Basilica di san Pietro i rappresentanti degli episcopati di tutta l'Europa.

Non mi è stato dato, allora, di partecipare a queste celebrazioni in terra lituana. Oggi la Lituania si trova al centro dell'interesse dell'Europa e del mondo. In nome di quel legame plurisecolare, preghiamo la divina Provvidenza affinché la questione lituana trovi una giusta e pacifica soluzione con un dialogo sincero e nel quadro dell'ordinamento internazionale. Che Dio dia luce e forza a tutti coloro dai quali dipende questa risoluzione.

Appello perché sia consentito di soccorrere la città di Asmara E' a tutti nota la drammatica situazione in cui versa da anni l'Eritrea, tormentata dalla guerra, dalla fame e dalle malattie. Già nel discorso che, il 13 gennaio scorso, rivolsi al Corpo Diplomatico accreditato presso questa Sede Apostolica, richiamavo l'attenzione della comunità internazionale sulle penose condizioni di quelle popolazioni, così vicine al cuore del Papa. Ora, di fronte all'aggravarsi della situazione, soprattutto nella città di Asmara, sento imperioso il dovere di lanciare un appello a tutti i responsabili della vita pubblica in quel territorio, affinché permettano l'invio dei soccorsi a quei nostri fratelli, già tanto provati da enormi sofferenze. Invito, poi, tutti i presenti a pregare Maria, Regina della pace, affinché presto abbiano termine le lotte fratricide che insanguinano quelle regioni e l'Eritrea possa ritrovare il cammino della riconciliazione e della concordia.

Data: 1990-03-25

Domenica 25 Marzo 1990


GPII 1990 Insegnamenti - Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)