
GPII 1990 Insegnamenti - Alla parrocchia di San Giovanni Crisostomo - Monte Sacro (Roma)
Titolo: Ridestare le coscienze perché i cristiani vivano con coerenza
(Alla popolazione del quartiere:) Ringrazio per le belle parole che mi ha rivolto mons. parroco: sono state molte belle, molto accorate. Esse ci ispirano. Ringrazio anche il cardinale vicario: mi segue dappertutto, in tutte le parrocchie, o piuttosto mi precede.
Egli conosce tutto, conosce meglio di me ciò che riguarda le parrocchie romane: fa parte della sua missione. Ringrazio anche mons. Boccaccio, vescovo del settore, che è un uomo di spirito gioioso e ottimista, e spero che anche la vostra parrocchia partecipi di questo ottimismo del vostro vescovo di settore. Nella vostra comunità la Chiesa di Roma cerca di ringraziare e di lodare l'Eterno Pastore per questo grande vescovo e dottore della Chiesa che era san Giovanni Crisostomo, "bocca d'oro". Era patriarca Costantinopolitano e tra i grandi nella fede e nell'opera pastorale: erano grandi davanti alla Chiesa e grandi anche davanti agli imperatori di questo mondo. Grazie a Dio la Chiesa di Roma commemora la sua presenza nella Chiesa universale, perché ci vuole sempre questo respiro d'Oriente e d'Occidente che si incontrano. Poi ringrazio per il ricordo di Paolo VI che vi ha visitato più di vent'anni fa, quasi all'inizio del vostro cammino come parrocchia. E' venuto qui con il suo genio spirituale, come un vescovo di Roma, come un successore tra i tanti successori di Pietro, e sempre è presente in questa Cattedra, per dare a Roma, alla Chiesa universale, una continuità nella successione apostolica. Questo è il compito specifico di Roma, questo è il privilegio di Roma. Ma c'è anche una grande esigenza che si pone dinanzi a Roma: quella di avere questa successione apostolica, questo ministero petrino inscritto profondamente nella propria storia bimillenaria.
Con queste riflessioni vi saluto tutti, tutti i presenti qui davanti alla chiesa e tutti quelli che sono nel quartiere. Alcuni li vedo, ma saluto anche quelli che non vedo, quelli che stanno lontani: tutti sono ugualmente vicini perché la parrocchia esiste proprio per farci tutti vicini, vicini a Gesù e vicini tra di noi, per farci fratelli come ha fatto fratelli Gesù Cristo i dodici apostoli e poi, attraverso di loro, tanti altri di generazione in generazione.
Ecco, deve farci vicini, la parrocchia, deve renderci fratelli e ci deve aiutare ad andare da fratelli nel mondo, in questo mondo tanto diviso, tanto diversificato. Sempre dobbiamo cercare la fraternità, i contatti, la comprensione, perché finalmente questo mondo cammina con i suoi principi temporali, principi di questo mondo, ma insieme cammina alla luce di principi superiori che sono i principi della Provvidenza divina, di Dio Padre, del suo regno.
La parrocchia avvicina come fratelli tutti i suoi membri, tutti i fedeli, ma li avvicina nella prospettiva eterna, nella prospettiva del regno di Dio che è già in questo mondo, si trova in noi e tra noi, e sempre diventa più vicino, sempre costituisce l'oggetto della nostra preghiera, come ripetiamo nel "Pater Noster": "Adveniat regnum tuum". Sappiamo che questo regno è già fra noi, questo regno è soprattutto in Gesù Cristo e attraverso Gesù Cristo è fra noi. Ma si deve avvicinare attraverso la storia umana. Noi tutti dobbiamo contribuire a questo avvicinamento, alla realizzazione di questo regno di Dio: tutti e ciascuno di noi, dovunque. Io auguro alla vostra parrocchia, nel suo trentesimo anniversario, di contribuire a questo avvicinamento del regno di Dio nel vostro quartiere, nella vostra comunità e, attraverso questa comunità, nella Chiesa di Roma, nella Chiesa universale, in tutto il mondo. Voglio dare a tutti voi, insieme al cardinale vicario e a tutti i vescovi qui presenti, una benedizione per esprimere così quello che ci unisce davanti alla santissima Trinità.
(Ai bambini:) Sono molto contento del discorso che ha fatto il vostro collega perché mi ha dato il benvenuto, ma per la verità mi ha anche un po' rimproverato. Mi ha rimproverato dicendomi: "Per tanti anni si è dovuto aspettare la tua venuta". E questo mi porta a fare un esame di coscienza perché compiendo le visite alle parrocchie di Roma mi vedo certo non molto avanti, ma piuttosto indietro, perché ci sono tante altre parrocchie ancora da visitare. Il vostro rimprovero è giusto: dobbiamo pensare con il cardinale vicario e con i vescovi ausiliari come pentirci, come correggerci per questo ritardo nelle visite alle parrocchie di Roma. Il vostro mons. parroco ha presentato tutti i bambini presenti, i ragazzi, le ragazze e i loro genitori, i loro catechisti, le suore, le altre insegnanti di religione, che aiutano i genitori a insegnare la fede ai loro bambini. Cosa posso rispondere a tutto questo? Soprattutto una cosa: i bambini non si possono non amare. In questo Gesù ci ha dato un esempio perfetto. Non si possono non amare i bambini. E noi dobbiamo amarli, tutti. Quando li vediamo ci portano una gioia, una consolazione, una speranza. Gesù vi ama certamente, in modo speciale. Siete privilegiati da lui, anche attraverso i suoi sacramenti, anzitutto il battesimo.
Del battesimo nessuno di voi si ricorda perché eravate troppo piccoli. Ma tutti capiscono bene quanto sia grande il momento della prima Comunione, anticipato dal momento della prima Confessione. E tutti i bambini si preparano per un periodo adeguato a questo momento. Quando poi diventano più grandi, si preparano alla Cresima. così Gesù ha privilegiato la vostra età anche attraverso i suoi sacramenti, vale a dire attraverso la sua grazia, perché ogni sacramento ci dà la grazia; e come lui stesso è vissuto e cresciuto non solo negli anni ma anche e soprattutto nella grazia di Dio e degli uomini, così anche voi dovete crescere.
Che ciascuno di voi possa crescere non solo negli anni ma anche nella grazia di Dio e degli uomini. Io vorrei aggiungere a questa osservazione un augurio per voi piccoli, un augurio che vi spetta per tutta la vita: il bene dell'amore divino, dei privilegi di Gesù che voi accumulate nei vostri primi anni della vostra vita consapevole, deve accompagnarvi attraverso tutta la vita. Dovete crescere, dovete diventare adulti, dovrete diventare anche voi insegnanti, maestri, genitori, professionisti, sacerdoti, forse qualcuno può diventare anche un Papa, non si sa; ma voi dovete crescere rimanendo sempre, come diceva Gesù, "bambini", Figli di Dio. così ci ha detto: agli apostoli, a noi tutti adulti, ha detto che dobbiamo essere come bambini, interiormente, nell'ordine della grazia di Dio. Anticipando in un certo senso i vostri anni futuri, io dico a voi: mantenete sempre questa innocenza, questa semplicità, questa grazia che adesso si accumula nei vostri cuori per il futuro, per tutta la vita e non perdete mai questo grande tesoro.
Ecco, questi sono gli auguri che ho voluto riservare alla parte più giovane della vostra parrocchia. E vi ringrazio per i doni che mi offrite.
(All'omelia:) "Io sono la luce del mondo: chi segue me avrà la luce della vita" (canto al Vangelo).
1. La Quaresima che stiamo vivendo, carissimi fratelli e sorelle, non è solo tempo favorevole per "fare penitenza", per riconoscere cioè i propri peccati e lasciarsi riconciliare con Dio: è anche un vero cammino di illuminazione e di riscoperta della fede. Attraverso la parola di Dio offerta con più abbondanza in questi giorni santi, lo Spirito Santo illumina come un fuoco l'esodo pasquale dei credenti affinché, vinte le tenebre del peccato, riscoprano in Cristo Gesù, "la luce vera che illumina ogni uomo" (Jn 1,9), aderiscano più consapevolmente a lui e lo seguano con rinnovato impegno sulla via che porta alla luce che non conosce tramonto.
La luce, infatti, è al centro del messaggio biblico dell'odierna liturgia. Il cieco guarito e illuminato da Gesù è immagine di tutti i battezzati, i quali sono stati strappati dalle tenebre e sono divenuti "figli della luce" passando dalla morte alla vita. Come il giovane Davide, essi sono consacrati re, profeti e sacerdoti dallo Spirito, per edificare la Chiesa e costruire il regno di Dio nella storia degli uomini.
2. A questa meditazione religiosa ci introduce l'episodio della guarigione del cieco nato, che abbiamo appena ascoltato nel Vangelo. Nella prospettiva evangelica, e soprattutto in quella di Giovanni, testimone oculare delle opere di Cristo, i miracoli non sono soltanto "prodigi" che sfuggono alle leggi della natura. Sono anche - e prima di tutto - "segni" della salvezza messianica; un invito ad andare oltre la materialità dei gesti che Gesù compie, per scoprire in essi, con la luce della fede, il dono della liberazione e dell'alleanza che egli offre all'uomo. Sono gesti che la Chiesa fedelmente ripete nei sacramenti pasquali per attualizzare la memoria di quella liberazione e introdurre i credenti nella vita divina. così la comunità cristiana ha letto, fin dagli inizi, i miracoli di Cristo.
Questo tra l'altro spiega perché, nel cammino che prepara i catecumeni alla celebrazione dei sacramenti dell'iniziazione cristiana, la guarigione del cieco nato sia considerata una delle pagine evangeliche più importanti per svelare il significato e la portata del mistero battesimale. Tale catechesi si rivela attuale, anzi indispensabile, ancora oggi per coloro che, già "illuminati" da Cristo col battesimo, possono ricadere nelle tenebre del peccato e dell'ignoranza e hanno quindi sempre bisogno di essere inondati dalla luce del Risorto, per riscoprire la loro vocazione e missione di "figli della luce" e portare frutti di bontà, di giustizia e verità nel mondo in cui vivono.
3. Al centro della nostra contemplazione è, ancora una volta, Gesù: "Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo", egli afferma. Agli uomini immersi nel buio della paura e dello smarrimento, Gesù, con la parola e la vita, si rivela come luce che dà senso compiuto alla loro esistenza e al loro destino ultimo, lasciando tuttavia ad essi la decisione di aprirsi a questa luce o di rifiutarla. In questo senso egli compie un "giudizio", perché coloro che non vedono possano vedere e quelli che pretendono di vedere diventino ciechi. Il cieco guarito, immagine del battezzato, è tra coloro che hanno accolto la luce e sono stati salvati. Egli, risanato dal gesto di Cristo e lavatosi nelle acque della piscina di Siloe, vede ormai non solo con gli occhi del corpo ma anche con quelli dell'anima.
Tra la diffidenza e l'ostilità di coloro che lo circondano e lo interrogano increduli, egli compie un itinerario che lo conduce gradualmente a scoprire l'identità di colui che l'ha guarito, a confessare la sua fede in lui come profeta e Figlio di Dio e finalmente a prostrarsi davanti a lui per adorarlo.
Ma l'illuminazione del cieco non si arresta qui. Con la luce della fede egli scopre la sua "nuova" identità. Non è più un uomo immerso nella cecità e nel peccato; non è più un mendicante emarginato ed espulso dalla comunità di coloro che pretendono di essere giusti solo perché scrupolosi osservanti della legge.
Egli ormai è una "nuova creatura" - in grado di vedere in una nuova luce la sua vita e il mondo che lo circonda, proprio perché è entrato in comunione con Cristo ed è stato accolto nella comunità dei suoi discepoli.
4. Carissimi fratelli e sorelle, accogliete la "lezione di vita" che vi giunge da questa meravigliosa pagina del Vangelo! L'accolgano pure tutti i cristiani della Chiesa di Roma, chiamata a seguire un "cammino di illuminazione" con il Sinodo pastorale diocesano.
Assistiamo oggi ad un fenomeno sconcertante. Da una parte diventano più luminosi gli occhi della scienza; più distinti si rivelano gli obiettivi dell'agire umano nel campo della ricerca scientifica, dell'impegno economico e sociale; si aprono barriere mai violate dallo sguardo umano. Dall'altra parte, pero, l'uomo diventa sempre meno chiaro, sempre più indecifrabile a se stesso.
Sembra che la sua vita e il suo destino si chiudano su un orizzonte di tenebre, attraverso le quali nessuno spiraglio di luce riesce a filtrare.
Occorre tornare a proclamare il "lieto messaggio" della "grande luce" che si è levata "su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte". Occorre riproporre al mondo di oggi la luce di Cristo. Nasce da qui l'impegno di una "nuova evangelizzazione" rivolta anche ai cristiani, per ridestare in essi la fede sopita, affinché - come ci ha ricordato san Paolo - non partecipino più alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto le condannino apertamente e vivano nel mondo cercando ciò che è gradito al Signore.
5. Ridestare la coscienza dei cristiani, perché vivano con coerenza gli impegni del loro battesimo, è compito precipuo della catechesi, sia di quella rivolta ai fanciulli, sia soprattutto di quella destinata ai giovani e agli adulti. Queste sono infatti le generazioni più esposte ai contraccolpi del secolarismo, dell'indifferenza e dell'ignoranza religiosa che caratterizzano la società attuale. Ma sono anche le generazioni che, di fronte al crollo delle ideologie e nel deserto della confusione e dello smarrimento, spesso cercano la verità e si pongono le domande cruciali intorno ai valori della solidarietà, della giustizia e della pace.
Di fronte a tali salutari inquietudini non possono bastare iniziative episodiche e frammentarie. Occorre predisporre un "cammino di illuminazione" organico e sistematico, che formi e guidi i battezzati a ravvivare la fede e a tradurla nella testimonianza della vita. Si tratta di educare a pensare come Cristo, a giudicare la vita come lui, a sperare e ad amare come lui, per giungere a vivere in comunione con lui e con i fratelli.
6. Questa azione educativa suppone la presenza attiva di cristiani formati e responsabili, che sappiano farsi compagni dei fratelli per illuminarli, guidarli e sostenerli come maestri ed educatori nella fede. Per questo la formazione di catechisti preparati diviene oggi istanza prioritaria della pastorale. Le numerose iniziative a ciò destinate - e di cui è ricca anche la diocesi di Roma - vanno perciò sostenute e incrementate.
7. Carissimi fedeli della parrocchia di san Giovanni Crisostomo, so che l'impegno per la formazione catechistica non manca in questa vostra comunità, che celebra quest'anno il 30° anniversario della sua fondazione. E' grazie a ciò che le nuove generazioni hanno potuto ricevere dalle precedenti l'annuncio del Vangelo. Spetta ora alla comunità tutta intera - giovani e meno giovani - impegnarsi a fondo perché l'ultima decade di questo millennio segni il rafforzamento delle convinzioni religiose nei singoli cristiani e il conseguente irraggiamento dei valori evangelici sulle stesse strutture sociali.
Saluto il cardinale vicario e il vescovo incaricato del settore, mons.
Salvatore Boccaccio. Saluto il parroco, mons. Severino Marchesini, che qui svolge il suo ministero fin dal primo costituirsi della parrocchia, trent'anni fa. Con lui saluto i sacerdoti che collaborano a tempo pieno nelle attività pastorali e quelli che, pur occupati altrove, spendono una parte del loro tempo e delle loro energie in servizi di carattere parrocchiale.
Un particolare pensiero di saluto e di apprezzamento va ai fedeli laici che si assumono in varie forme la responsabilità di qualche aspetto della vita parrocchiale - evangelizzazione, catechesi, liturgia, carità - recando un contributo prezioso di competenza e di dedizione. La comunità vive dell'apporto di tutti ed è grazie all'impegno di ciascuno che si attiva quella circolazione di idee e di amore che assicura la crescita dell'intero organismo e la piena efficienza del suo sistema di difese immunitarie di fronte alle "tossine" dell'ambiente. La mia presenza tra voi, carissimi fedeli di San Giovanni Crisostomo, vuol essere, come già la visita del mio predecessore Paolo VI, incitamento a questa presa di coscienza per un rinnovato impegno di operosa testimonianza cristiana.
8. "Svegliati, o tu che dormi, dèstati dai morti e Cristo ti illuminerà" (Ep 5,14). Carissimi fratelli e sorelle della parrocchia di San Giovanni Crisostomo, accogliete l'invito che san Paolo rivolge ancora oggi ai cristiani, affinché si scuotano dal torpore e dall'indifferenza e si lascino inondare dalla luce della verità, che è Cristo, incamminandosi con lui sulla via della salvezza.
Voi particolarmente, carissimi, decidetevi per lui, non abbiate timore di riconoscerlo come Signore e Salvatore e seguitelo fedelmente come discepoli! Diventerete così "luce" per i vostri fratelli: il Signore Gesù sarà vostro pastore e vi guiderà verso lo splendore che non tramonta. Amen! (Agli anziani:) Ecco, ci troviamo insieme noi tutti che abbiamo la stessa età, più o meno, a parte questi giovanissimi bambini. Essi dicono a tutti noi che dobbiamo diventare come bambini, davanti a Dio, come figli di Dio. Io auguro a tutti gli anziani di questa parrocchia di trascorrere bene la loro età, un'età di piena maturità spirituale, di sapienza, perché questo contraddistingue l'età matura.
Nella Sacra Scrittura l'anzianità è stata sempre considerata come un'età degna di grande stima; oggi questo forse è un po' diminuito nella valutazione degli ambienti moderni e non c'è tutta questa stima per l'età anziana. Invece dovrebbe esserci, perché certamente tutti i giovani devono la loro vita soprattutto ai più anziani, ai genitori; e i genitori ai loro genitori, cioè ai loro nonni.
Quest'intuizione l'hanno a volte i più piccoli che amano i nonni. Io auguro tutto il bene possibile ai vostri coetanei, ai miei coetanei, ai coetanei del vostro parroco, di questa bella parrocchia di San Giovanni Crisostomo e auguro anche a voi di fare apostolato, perché c'è l'apostolato proprio di ogni età e la vostra età ha un suo apostolato che proviene appunto dalla maturità, dalla sapienza, dalla maturità spirituale, dall'esperienza della vita, che vi consentono di poter indicare ai giovani come andare o come non andare, purché essi ascoltino.
Ecco questo è un apostolato. Ma c'è poi l'apostolato della preghiera: voi potete certamente occuparvi un po' di più con la preghiera, con Dio che si avvicina a noi nella nostra vita attraverso i nostri anni ed è sempre davanti alla nostra porta: non si sa mai quando viene, ma si avvicina e una volta arriverà.
Bisogna sempre essere pronti a incontrarlo, a incontrarlo come lui vuole essere incontrato dai suoi figli.
(Ai gruppi parrocchiali:) Nella conversazione dei giorni scorsi, il vostro parroco mi ha ripetuto quello che ha detto poco fa: la parrocchia potrebbe dare molto di più. La parrocchia non è un ente astratto, essa è una comunità cristiana, formata da persone concrete che hanno ricevuto i sacramenti del Battesimo, della Confermazione, dunque, cristiani che portano in loro il sigillo di Cristo, la presenza di Cristo. Allora se si chiede alla parrocchia di dare un po' più di sé, o anche molto di più, lo si chiede alle persone della comunità. Io ho davanti a me in questo momento le persone delle diverse comunità, delle associazioni, dei movimenti, dei gruppi parrocchiali, e ciascuno di questi gruppi ha una sua finalità specifica. Poi tutti convergono nel Consiglio pastorale dove le forze vive della parrocchia sono rappresentate per lavorare insieme con il pastore, con il parroco, per portare avanti l'evangelizzazione. Si tratta della Chiesa, dell'avvenire, di un'evangelizzazione continua. Ogni parrocchia, ogni comunità cristiana, ogni Chiesa nel mondo può progettare il suo futuro, può, pur essendo già evangelizzata, dire di sé: "Non sono evangelizzata a sufficienza". Perché essere evangelizzati vuol dire essere anche evangelizzanti, evangelizzatori. Anzi, noi diventiamo più evangelizzati essendo evangelizzatori, prendendo maggiori responsabilità nei confronti del Vangelo, diventando apostoli. Questa è la formula perenne del cristiano, una formula riscoperta di nuovo dal Concilio Vaticano II e definita in modo preciso nei suoi documenti, in particolare in quello sulla costituzione della Chiesa, e poi anche attraverso numerosi decreti tra i quali quello sull'apostolato dei laici. Di recente abbiamo avuto l'esortazione post-sinodale "Christifideles Laici", la quale ripropone lo stesso argomento, ripropone questo legame tra l'essere evangelizzati, perché battezzati, e diventare evangelizzatori, diventare coloro che prendono parte attiva nella diffusione del Vangelo, che vedono nel Vangelo il proprio programma di vita non solamente per ciascuno di loro, ma anche per gli altri che sono più lontani, indifferenti, che non sentono il gusto divino. Io penso che sia questa la parola chiave: portare al mondo il gusto di Dio. Il problema del cristianesimo del nostro tempo, ma non solo del nostro tempo, è stato sempre questo: avere il gusto di Dio, portarlo negli ambienti, nella società, o perdere questo gusto divino. Attraverso questo gusto divino il mondo diventa cristiano, evangelizzato, diventa il regno di Dio.
Oggi sembra che in larghi settori della nostra società questo gusto divino sia poco avvertito. Questo fatto va insieme con il fenomeno della secolarizzazione: l'uomo sembra quasi soddisfatto del secolo, del mondo. Alle persone, agli ambienti sociali sembra che quello che il mondo con il suo progresso scientifico-tecnico dà all'uomo sia tutto ciò a cui egli può aspirare. Invece il Vangelo capovolge questa soddisfazione mondana, secolaristica, e sempre si apre verso Dio. Ma per aprirsi verso Dio, bisogna avere, attraverso questo gusto del temporale che è giustificato, un gusto ancora più profondo che corrisponde alla piena dimensione dell'uomo. Come diceva sant'Agostino: "Non è quieto il mio cuore fin quando non trova la sua dimora in te". Ecco, possiamo dire che la civiltà moderna, la società moderna vive con un gusto del reale molto diminuito perché è chiaro che il mondo e il suo progetto di secolarizzazione, anche se molto progredito e molto sviluppato, non può risolvere il problema dell'uomo che trascende il mondo, è superiore al mondo. Una prova di ciò, un argomento direi drammatico, tragico, è la morte. Ecco, quello che alla fine ci può offrire il mondo è la morte.
Dal punto di vista del secolarismo, di tutti questi progetti secolaristici espressi, in diverse forme, l'ultima parola è sempre la morte, la distruzione dell'uomo. Il Vangelo ci porta un'altra prospettiva: la vita, la risurrezione. "Ego sum resurrectio et vita". Allora, preghiamo molto per riscoprire sempre di più e per far scoprire agli altri questo gusto del divino, gusto del Vangelo, gusto del sacramento, gusto del soprannaturale. E' questo certamente il compito fondamentale delle comunità cristiane e di ogni cristiano.
Naturalmente nella vostra parrocchia è la stessa cosa. Il vostro patrono, san Giovanni Crisostomo, era certo un grande protagonista dei suoi tempi, un grande protagonista di questo cammino, di questo sforzo evangelico, di questa scoperta del gusto divino nel mondo. Cerchiamo anche noi di renderlo possibile a nostra volta.
La prima condizione per approfondire questo gusto di Dio è la preghiera.
Essa ci dà il gusto di Dio. Talvolta la preghiera sembra non darci questo gusto divino, sembra difficile, proviamo quasi uno scontro con la nostra natura, con la nostra sensibilità, con la nostra immaginazione, con le nostre forze umane nella preghiera. Dobbiamo vincere tutto questo: alla fine la preghiera sempre ci apre verso Dio e ci porta a questo gusto divino. Allora anche per evangelizzare gli altri ambienti, le parrocchie, si deve soprattutto insegnare la preghiera. Come i discepoli di Gesù, chiediamogli soprattutto questo: "Insegnaci a pregare". Gli apostoli avevano capito che tutto quello che lui aveva detto poteva essere assorbito dalla loro intelligenza, dalla loro volontà, dal loro cuore solo quando avrebbero imparato a pregare.
Queste riflessioni vogliono essere una risposta alle parole del vostro parroco e anche a quelle del vostro oratore e della vostra oratrice. Vi ringrazio per l'impegno apostolico che in questa parrocchia fa di ciascuno di voi e anche dei vostri gruppi un lievito evangelico.
(All'Associazione sportiva e al gruppo scout:) Sono tanto contento di incontrare in questo ambiente tanti giovani con i loro assistenti, genitori, educatori, tutti. Cristo ci ha insegnato a essere uomini pieni, di un'umanità piena. L'integrità umana comporta sempre questi due aspetti: la vita spirituale e la vita corporale. Anzi, questo vuol dire che lo spirito anima il corpo. Allora, bisogna naturalmente coltivare lo spirito attraverso il corpo, ma anche il corpo attraverso lo spirito. Per esempio, una disciplina, o un'autodisciplina, che si mostra nel comportamento corporale, si vede nel modo cioè di comportarsi, nel suo corpo, nei suoi passi, nei suoi sguardi, in tutto quello che si dice autodisciplina. Questo si manifesta nel corpo, ma ha la sua matrice nello spirito. E così alla tradizione cristiana mostrataci da Cristo appartiene un'armonia, l'integrità della nostra umanità, anima e corpo, spirito e corpo, educata, coltivata e che cresce. Il corpo cresce da se stesso, se tutto procede normalmente nella vita. Ma anche la crescita del corpo domanda qualche sollecitudine, domanda i diversi mezzi per mantenere la castità, per mantenere le forze fisiche, anzi si impara, per esempio, a praticare la ginnastica, come fanno qui, in questo centro sportivo, i ragazzi e le ragazze.
Lo stesso fanno con i loro metodi gli scouts, cominciando dai più piccoli, dai lupetti alle coccinelle. E tutto questo sempre appartiene alla conformazione dell'uomo integro. Questo uomo integro pero è anche cristiano perché Cristo ha rivelato, come insegna il Vaticano II, l'uomo all'uomo stesso. Ci ha mostrato la pienezza di essere uomo. Ci ha rivelato la nostra vocazione soprannaturale. E in questa vocazione soprannaturale, divina, trova la sua completezza anche la nostra umanità, questa visione cristiana dell'uomo e della sua vocazione.
Io auguro a voi giovani come anche agli educatori di questi giovani, genitori, insegnanti: abbiate sempre presente questa dimensione piena, cristiana della vocazione umana per inserirla poi nella pratica, nella vita, per inserirla nella formazione dei giovani, dei bambini. Vorrei concludere augurandovi buona Pasqua. E' un augurio che si ripete spesso quando si avvicina la festività pasquale; ma questo augurio dice molto di più di quanto si pensa. Buona Pasqua vuol dire: vi auguro di avere parte del Cristo crocifisso e risorto, di avere ciascuno la sua parte, di formare la propria vita in questa prospettiva pasquale, vuol dire avere parte di Cristo crocifisso, Cristo vittima che si è offerto completamente per gli altri ed è risorto. Con questo augurio voglio concludere: augurandovi buona Pasqua, auguro a ciascuno di voi una partecipazione consapevole e possibilmente più piena al mistero pasquale di Gesù Cristo. Vi auguro anche una buona prosecuzione nei vostri impegni, nei vostri esercizi che svolgete in questa palestra.
Data: 1990-03-25
Domenica 25 Marzo 1990
Titolo: Siate faro di luce e centro propulsore di fede e vita cristiana
Amati e venerati fratelli del Consiglio episcopale permanente!
1. A voi il mio saluto deferente e cordiale. Ringrazio il cardinale Ugo Poletti per i sentimenti che, a nome di tutti, ha espresso, accennando alla ragione specifica di questa mia visita. L'odierno incontro in questo edificio, nel quale ha il suo centro operativo la Conferenza episcopale italiana, intende infatti sottolineare un dato significativo: la consegna definitiva che la Santa Sede fa di questi locali alla CEI. Tale gesto vuole essere una manifestazione ancora più profonda e concreta del vincolo di comunione che esiste appunto tra il successore di Pietro e i vescovi italiani, tra la Chiesa Universale e quella che vive e opera in questa amata Nazione.
2. Questa sede di preghiera, di riflessione e di programmazione ha indubbiamente il suo significato. Qui infatti si riunisce periodicamente il Consiglio episcopale permanente per riflettere sui problemi più importanti del popolo di Dio in Italia e per indicare il piano di lavoro pastorale, che sarà presentato poi all'Assemblea generale dei vescovi. Questa mia presenza con voi vuole appunto sottolineare la mia piena partecipazione alle vostre ansie pastorali, come a quelle di ogni vescovo in Italia, per l'impegno di continuare l'opera del divin Redentore e di trasmettere integro il messaggio della salvezza. Il Signore vi illumini sempre nelle vostre decisioni e vi conforti, affinché la chiarezza e la fermezza nelle indicazioni si accompagnino costantemente alla prudenza e alla lungimiranza.
3. I tempi in cui viviamo, come ben sappiamo, sono ricchi di promesse, ma anche segnati da gravi difficoltà. Infatti, mentre da una parte assistiamo al crollo ideologico e politico di un sistema ateo e materialista, che aveva profetizzato l'eliminazione di ogni fede religiosa, dall'altra vediamo purtroppo numerose manifestazioni di materialismo pratico, che ostacolano l'affermarsi di una coerente concezione cristiana della vita. Qui, nella sede della Conferenza episcopale italiana, voi vi riunite appunto per riflettere insieme sulla situazione sociale dell'Italia come di altri Paesi, specialmente in Europa, e per indicare le linee di impegno e le metodologie concrete con le quali la Chiesa vuole rispondere alle esigenze emergenti.
Il programma di lavoro di questi giorni, nella prospettiva delle due prossime Assemblee generali, comprende diversi temi di notevole importanza: la procedura di approvazione dei catechismi da parte dell'episcopato e quella per il rinnovo delle cariche elettive nell'Assemblea generale del prossimo maggio, i problemi pastorali dell'università e della cultura in Italia, alcuni problemi concernenti il sostentamento del clero e il sostegno economico alla vita della Chiesa e all'attività della Santa Sede, la promozione dei consultori familiari nel quadro di un'organica pastorale familiare, la sensibilizzazione delle chiese locali alla celebrazione del centenario della "Rerum Novarum", il collegamento informatico di questa sede centrale con le varie diocesi italiane e, infine, l'esame dello statuto dell'Associazione religiosa istituti socio-sanitari. La semplice elencazione degli argomenti dà la misura della complessità dei compiti che vi stanno dinanzi.
Vi sia di orientamento e di conforto l'ammonimento del divin Maestro a costruire la casa sulla roccia della Verità rivelata da Gesù Cristo, il Verbo Incarnato, e costantemente insegnata dalla Chiesa. Compito primario del vescovo è di vigilare a difesa della "sana dottrina". Fate in modo che questa sede della Conferenza episcopale italiana sia sempre un faro di luce per i pastori e per i fedeli e un centro propulsore di fede e di vita cristiana.
Di fronte alle immense necessità spirituali della società e della Chiesa di oggi, le quali peraltro fanno parte anche dell'ineffabile mistero della provvidenza di Dio creatore e redentore, sentiamo vivo e impellente il dovere di attingere dall'assidua dedizione alla preghiera, luce e fervore per il nostro lavoro pastorale.
Vi accompagni la benedizione, che di gran cuore vi imparto, e che abbraccia con affetto l'intero episcopato Italiano.
Data: 1990-03-27
Martedi 27 Marzo 1990
Titolo: La rivelazione dello Spirito Santo in Cristo
1. Nelle precedenti catechesi abbiamo potuto rilevare come da tutta la tradizione veterotestamentaria affiorino riferimenti, accenni, allusioni alla realtà dello Spirito divino, che appaiono quasi un preludio alla rivelazione dello Spirito Santo come persona quale si avrà nel Nuovo Testamento. In realtà, noi sappiamo che Dio ispirava e guidava gli autori sacri di Israele, preparando la rivelazione definitiva che sarebbe stata compiuta da Cristo e che da lui sarebbe stata consegnata agli apostoli perché la predicassero e diffondessero in tutto il mondo.
Nell'Antico Testamento vi è, dunque, una rivelazione iniziale e progressiva, riguardante non solo lo Spirito Santo, ma anche il Messia-Figlio di Dio, la sua azione redentrice e il suo regno. Questa rivelazione fa apparire una distinzione tra Dio Padre, l'eterna Sapienza da lui procedente e lo Spirito potente e benigno, con cui Dio opera nel mondo fin dalla creazione e conduce la storia secondo il suo disegno di salvezza.
2. Senza dubbio non si trattava ancora di una chiara manifestazione del mistero divino. Ma era pur sempre una sorta di propedeutica alla futura rivelazione, che Dio stesso andava svolgendo nella fase dell'antica alleanza mediante "la Legge e i Profeti" (Mt 22,40, Jn 1,45) e la stessa storia di Israele, poiché "omnia in figura contingebant illis": tutto, in quella storia aveva valore figurativo e preparatorio del futuro (1Co 10,11 1P 3,21 He 9,24). Di fatto, sulle soglie del Nuovo Testamento troviamo alcune persone quali Giuseppe, Zaccaria, Elisabetta, Anna, Simeone, e soprattutto Maria che - grazie all'interiore illuminazione dello Spirito - sanno scoprire il vero senso dell'avvento di Cristo nel mondo.
Il riferimento che, per questi piissimi rappresentanti dell'antica alleanza, gli evangelisti Luca e Matteo fanno allo Spirito Santo, è la documentazione di un legame e, possiamo dire, di un passaggio dall'Antico al Nuovo Testamento, riconosciuto poi pienamente alla luce della rivelazione di Cristo e dopo l'esperienza della Pentecoste. Rimane significativo il fatto che gli apostoli e gli evangelisti impiegano il termine "Spirito Santo" per parlare dell'intervento di Dio sia nell'incarnazione del Verbo che nella nascita della Chiesa il giorno di Pentecoste. Merita rilevare che in tutti e due i momenti, al centro del quadro descritto da Luca, vi è Maria, vergine e madre, che concepisce Gesù per opera dello Spirito Santo, e con gli apostoli e gli altri primi membri della Chiesa permane in preghiera nell'attesa del medesimo Spirito.
3. Gesù stesso illustra il ruolo dello Spirito quando chiarisce ai discepoli che solo col suo aiuto sarà loro possibile penetrare a fondo nel mistero della sua persona e della sua missione: "Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera... Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo annunzierà" (Jn 16,13-14). E', dunque, lo Spirito Santo che fa cogliere la grandezza di Cristo, e così "glorifica" il Salvatore. Ma è ancora lo stesso Spirito che fa scoprire il proprio ruolo nella vita e nella missione di Gesù.
E' un punto di grande interesse, sul quale desidero attirare la vostra attenzione con questa nuova serie di catechesi. Se in antecedenza abbiamo illustrato le meraviglie dello Spirito Santo annunciate da Gesù e verificate nella Pentecoste e nel primo cammino della Chiesa nella storia, è giunto il tempo di sottolineare che la prima e suprema meraviglia compiuta dallo Spirito Santo è il Cristo stesso. E' verso questa meraviglia che vogliamo rivolgere ora il nostro sguardo.
4. In realtà, abbiamo già riflettuto sulla persona, la vita e la missione di Cristo nelle catechesi cristologiche: ma ora possiamo rifare sinteticamente quel discorso in chiave pneumatologica, cioè alla luce dell'opera compiuta dallo Spirito Santo nel Figlio di Dio fatto uomo. Trattandosi del "Figlio di Dio", nell'insegnamento catechetico si parla di lui dopo aver considerato "Dio-Padre", e prima di parlare dello Spirito Santo, che "procede dal Padre e dal Figlio". Per questo la Cristologia precede la Pneumatologia. Ed è giusto che sia così, perché anche sotto l'aspetto cronologico, la rivelazione di Cristo nel nostro mondo è avvenuta prima dell'effusione dello Spirito Santo, che ha formato la Chiesa il giorno della Pentecoste. Anzi, tale effusione è stata il frutto dell'offerta redentrice di Cristo e la manifestazione del potere acquisito dal Figlio ormai assiso alla destra del Padre.
5. E tuttavia sembra imporsi - come fanno giustamente osservare gli Orientali - un'integrazione pneumatologica della Cristologia, per il fatto che lo Spirito Santo si trova all'origine stessa di Cristo come Verbo incarnato venuto nel mondo "per opera dello Spirito Santo", come dice il Simbolo.
Vi è stata una sua presenza decisiva nel compimento del mistero dell'Incarnazione, al punto che, se vogliamo cogliere ed enunciare più completamente questo mistero, non ci basta dire che il Verbo si è fatto carne: bisogna ancora sottolineare - come avviene nel Credo - il ruolo dello Spirito nella formazione dell'umanità del Figlio di Dio nel grembo verginale di Maria. Di questo parleremo. E successivamente cercheremo di seguire l'azione dello Spirito Santo nella vita e nella missione di Cristo: nella sua infanzia, nell'inaugurazione della vita pubblica mediante il battesimo, nel soggiorno nel deserto, nella preghiera, nella predicazione, nel sacrificio e, infine, nella risurrezione.
6. Dall'esame dei testi evangelici emerge una verità essenziale: non si può comprendere ciò che è stato Cristo, e ciò che egli è per noi, indipendentemente dallo Spirito Santo. Ciò significa che non solo la luce dello Spirito Santo è necessaria per penetrare nel mistero di Cristo, ma che si deve tener conto dell'influsso dello Spirito Santo nell'Incarnazione del Verbo e in tutta la vita di Cristo per spiegare il Gesù del Vangelo. Lo Spirito Santo ha lasciato l'impronta della propria personalità divina sul volto di Cristo. perciò, ogni approfondimento della conoscenza di Cristo richiede anche un approfondimento della conoscenza dello Spirito Santo. "Sapere chi è Cristo" e "sapere chi è lo Spirito" sono due esigenze indissolubilmente legate, che si implicano a vicenda.
Possiamo aggiungere che anche la relazione del cristiano con Cristo è solidale con la sua relazione con lo Spirito. Lo fa capire la Lettera agli Efesini (
,16-19) quando augura ai credenti di essere "potentemente rafforzati" dallo Spirito del Padre nell'uomo interiore, per essere in grado di "conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza". Ciò significa che per giungere a Cristo nella conoscenza e nell'amore - come avviene nella vera sapienza cristiana - abbiamo bisogno dell'ispirazione e della guida dello Spirito Santo, maestro interiore di verità e di vita.
Data: 1990-03-28
Mercoledi 28 Marzo 1990
GPII 1990 Insegnamenti - Alla parrocchia di San Giovanni Crisostomo - Monte Sacro (Roma)