
GPII 1990 Insegnamenti - Alle suore "Figlie di San Camillo" - Acqua Bullicante (Roma)
Titolo: "Rimanete fedeli a questa meravigliosa missione"
Grazia, misericordia e pace a tutte voi, care sorelle, da Dio Padre e dal Signore nostro Gesù Cristo!
1. Ringrazio di cuore la madre generale per il saluto che mi ha rivolto ed esprimo vivo compiacimento per le parole con cui, riaffermando l'amore vostro e di tutta la Congregazione delle "Figlie di san Camillo" per la Chiesa, ella ha voluto rinnovare l'impegno di un servizio fedele a favore dei malati e dei sofferenti.
Mi è caro, in questa circostanza, ricordare quanto la vostra Famiglia religiosa, che si prepara a celebrare il centenario della fondazione, ha compiuto e compie nel vasto e delicato settore della pastorale sanitaria. Non solo in questo ospedale, che quest'anno celebra il suo decennale, ma nelle numerose Opere di assistenza presenti nei cinque continenti, con l'intento evangelico di rendere visibile e operosa la carità di Cristo, "buon samaritano" dell'uomo piagato nel corpo e nello spirito.
2. La vostra Congregazione, sorta nel solco della famiglia camilliana, "ha ricevuto dallo Spirito Santo il dono di testimoniare l'amore sempre presente di Cristo verso gli infermi, nel ministero spirituale e corporale esercitato anche con rischio della vita".
Questo è il carisma che vi distingue nella Chiesa, anche in forza di un quarto voto - quello appunto del servizio ai malati - che voi emettete nella vostra professione religiosa. E' un dono e un compito che vi colloca al cuore della vita e della missione della Chiesa, che è "sacramento", segno e strumento cioè dell'amore di Dio verso tutto l'uomo e tutti gli uomini, con particolare attenzione ai piccoli, ai malati, ai peccatori.
E' vero, ogni forma di vita consacrata nella Chiesa, dedicandosi al servizio di Dio e dei fratelli con la professione dei consigli evangelici, è chiamata a prolungare nel tempo, nelle diverse situazioni di vita e di fronte agli innumerevoli bisogni umani, la multiforme carità di Cristo. Ma è ancor più vero che quando la carità si rivolge ai sofferenti, con i quali Cristo si è identificato e che sono porzione del popolo di Dio più bisognosa di cure e di amore, essa domanda un impegno che può giungere fino al supremo dono di sé, diventando carità eroica e quindi "perfetta". Non c'è un amore più grande di questo!
3. Voi, care sorelle, avete ricevuto e abbracciato con gioia questo carisma di misericordia e, come discepole, vi siete messe alla "scuola di carità" di quel grande maestro e testimone che è san Camillo de Lellis. Rimanete fedeli a questa meravigliosa vocazione, nell'umiltà e con grande disponibilità e dedizione al bene integrale della persona umana, offrendo a tutti gli operatori sanitari e agli stessi ammalati una viva e coerente testimonianza di servizio ai valori del regno di Dio, nello spirito delle beatitudini.
Comportandovi così seguirete più facilmente Cristo, che è passato tra gli uomini facendo del bene e sanando tutti come "medico dei corpi e delle anime", per realizzare il progetto salvifico affidatogli dal Padre.
Care sorelle, siate voi stesse: oltre ad adempiere il vostro specifico carisma, voi avrete così parte attiva all'edificazione e all'incremento della Chiesa, Corpo mistico di Cristo, e contribuirete alla promozione di una società più aperta e solidale con i sofferenti e gli emarginati.
Questo, del resto, è anche ciò che da voi, religiose, s'attende il prossimo Sinodo pastorale diocesano, il quale si propone di realizzare una "nuova evangelizzazione", fatta di parole e gesti evangelicamente ispirati, per rispondere alle antiche e nuove povertà e malattie che affliggono la società del nostro tempo.
4. Questo impegno non può essere frutto soltanto di buona volontà. Esso esige anzitutto una ricca e profonda esperienza di Dio, attinta alla preghiera personale e comunitaria che, anche nel vostro quotidiano e faticoso lavoro, dovrà sempre avere il primo posto.
In una situazione di pluralismo ideologico e culturale e quindi di indifferenza religiosa; in un mondo, come quello della salute, spesso lacerato e contraddittorio, dovete offrire una testimonianza evangelica coerente e forte, capace di muovere i cuori dei malati, dei loro familiari e degli altri operatori sanitari, per aprirli alla speranza e alla vita che viene da Dio. Sappiate vivere e agire in comunione di fede e di carità, in serena e operosa collaborazione tra voi e con tutti coloro che hanno a cuore il bene totale dell'uomo malato e contribuirete efficacemente a costruire una più fraterna convivenza all'interno della struttura sanitaria.
Vi conforti la paterna protezione di Dio, ricco di misericordia. Vi illumini l'esempio di Cristo, fattosi Servo obbediente e sofferente per la salvezza degli uomini. Vi accompagni la forza dello Spirito consolatore. E vi assista Maria, salute degli infermi, modello perfetto di carità e Madre premurosa di tutti i sofferenti.
A conferma di questi voti vi imparto di cuore la mia benedizione, che estendo volentieri a tutte le consorelle della vostra Congregazione.
Data: 1990-04-01
Domenica 1 Aprile 1990
Titolo: Lavorare per il bene della chiesa
Cari fratelli vescovi, cari amici.
Sono felice di salutare il Consiglio di Amministrazione e i membri della Papal Foundation degli Stati Uniti. Il nostro incontro oggi offre a me la gradita opportunità di estendere ad ognuno di voi la mia profonda gratitudine per i vostri generosi sforzi volti ad offrire la diretta assistenza al successore di Pietro nel suo ministero presso Chiesa in ogni parte del mondo. Vi ringrazio per lo spirito di abnegazione con cui vi siete impegnati nell'incarico che a voi è stato richiesto. Tramite il vostro presidente, il card. John Krol, e gli altri cardinali americani, così come tramite l'arcivescovo McCarrick e gli altri vescovi che hanno dato così liberamente del loro tempo, voi siete stati resi consapevoli dei grandi bisogni della Santa Sede. Questi bisogni nascono dalla vera natura del ministero affidato al Papa. Nella sua "preoccupazione per tutte le Chiese" (cfr. 2Co 11,28), il successore di Pietro deve raggiungere il popolo di Dio in ogni parte del mondo, adempiendo all'incarico affidatogli dal Signore stesso. Voi siete familiari anche con i coscienziosi tentativi della Santa Sede, soprattutto negli ultimi anni, di amministrare responsabilmente le risorse a sua disposizione. Vi assicuro che questi tentativi continueranno in conformità con le crescenti domande fatte soprattutto agli Uffici della Curia Romana. Come sapete, il Concilio Vaticano II ha già assegnato alla Chiesa un vasto programma di rinnovamento pastorale. Particolarmente sorprendente è la visione dei Padri conciliari presentata nella costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Li troviamo l'immensa sfida per la Chiesa a portare all'umanità la luce del Vangelo.
Rendendo testimonianza e dando voce alla fede di tutto il popolo di Dio, i Padri conciliari stabilirono di non poter dare una dimostrazione più eloquente della loro solidarietà verso l'intera famiglia umana che impegnandosi con essa in un fruttuoso dialogo sui problemi che questa deve affrontare, allo scopo di mettere a sua disposizione quelle energie di salvezza che la Chiesa stessa, sotto la guida dello Spirito Santo, ha ricevuto dal suo Fondatore (cfr. GS 3).
Tocca al vescovo di Roma, come capo del Collegio dei vescovi, favorire e promuovere questo dialogo, in conformità con l'unico servizio che egli rende alla Chiesa universale. Confido che voi siate sensibili a questo speciale ruolo che sono stato chiamato a ricoprire nella "famiglia dei fedeli" (cfr. Ga 6,10), dal momento che è precisamente questa sensibilità che vi ha spinto a farvi carico delle sfide lasciate prima di voi. Colgo quindi quest'occasione per incoraggiarvi nei vostri altruistici sforzi. E allo stesso tempo, non posso mancare di riconoscere che la vostra presenza qui è per me una sorgente di incoraggiamento, mentre sono informato del vostro ardente desiderio di lavorare per il bene della Chiesa e della vostra fervente devozione al successore di Pietro, che sempre rimane "il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia dei vescovi che della massa dei fedeli" (LG 23). A ognuno di voi, a tutte le vostre famiglie e ai vostri cari che sono a casa, volentieri imparto la mia benedizione apostolica come pegno di grazia e pace nel nostro Signore Gesù Cristo.
Data: 1990-04-02
Lunedi 2 Aprile 1990
Titolo: Lo Spirito Santo e Maria nel concepimento verginale di Gesù
1. Tutto l'"evento" di Gesù Cristo si spiega mediante l'azione dello Spirito Santo, come si è detto nella catechesi precedente. Per questo, una corretta e approfondita lettura dell'"evento" di Gesù Cristo - e delle sue singole tappe - è per noi la via privilegiata per giungere alla piena conoscenza dello Spirito Santo. La verità sulla terza Persona della santissima Trinità noi la leggiamo soprattutto nella vita del Messia: di colui che è stato "consacrato con lo Spirito" (Ac 10,38). E' una verità particolarmente chiara in alcuni momenti della vita di Cristo, sui quali rifletteremo anche nelle successive catechesi. Il primo di questi momenti è l'incarnazione stessa, cioè l'avvento nel mondo del Verbo di Dio, che nel concepimento assume la natura umana e nasce da Maria per opera dello Spirito Santo: "Conceptus de Spiritu Sancto, natus ex Maria Virgine", come diciamo nel Simbolo della fede.
2. E' il mistero racchiuso nel fatto di cui ci parla il Vangelo nelle due redazioni di Matteo e di Luca, a cui ricorriamo come a fonti sostanzialmente identiche, ma anche complementari. Stando all'ordine cronologico degli eventi narrati si dovrebbe cominciare da Luca; ma per lo scopo della nostra catechesi è opportuno prendere come punto di partenza il testo di Matteo, nel quale si dà la formale spiegazione del concepimento e della nascita di Gesù (forse in relazione alle prime dicerie circolanti negli ambienti giudaici ostili). L'evangelista scrive: "Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa a Giuseppe, prima che andasse a vivere insieme si trovo incinta per opera dello Spirito Santo" (Mt 1,48). L'evangelista aggiunge che Giuseppe venne istruito su questo fatto da un messo divino: "Ecco che gli apparve in sogno un angelo che gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo"" (Mt 1,20).
L'intenzione di Matteo è, dunque, di asserire in modo inequivocabile l'origine divina di quel fatto, da lui attribuito all'intervento dello Spirito Santo. E questa spiegazione ha fatto testo per le comunità cristiane dei primi secoli, dalle quali provengono sia i Vangeli, sia i Simboli della fede e le definizioni conciliari, sia la tradizione dei Padri.
Il testo di Luca, a sua volta, ci offre una precisazione sul momento e sul modo in cui la maternità verginale di Maria ebbe origine dallo Spirito Santo.
Ecco le parole del messaggero, riportate da Luca: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio" (Lc 1,35).
3. Notiamo, intanto, come la semplicità, l'incisività, la stringatezza con le quali Matteo e Luca riferiscono le circostanze concrete dell'incarnazione del Verbo, della quale il prologo del quarto Vangelo offrirà poi un approfondimento teologico, ci facciano scoprire quanto la nostra fede in Cristo sia lontana dall'ambito mitologico a cui viene ridotto il concetto di un Dio che si è fatto uomo in certe interpretazioni religiose anche contemporanee. I testi evangelici, nella loro essenzialità, profumano di verità storica per la loro dipendenza diretta o indiretta da testimoni oculari e soprattutto da Maria, come da fonte principale della narrazione. Ma, nello stesso tempo, essi lasciano trasparire la convinzione degli evangelisti e delle prime comunità cristiane circa la presenza di un mistero, ossia di una verità rivelata, in quel fatto avvenuto "per opera dello Spirito Santo". Il mistero di un divino intervento nell'incarnazione, come evento reale, letteralmente vero, quantunque non verificabile dall'esperienza umana, se non nel "segno" dell'umanità, della "carne", come dice Giovanni, un segno offerto agli uomini umili e disponibili all'attrazione di Dio. Come evento storico, e non come mito o come narrazione simbolica, l'incarnazione ci viene presentata dagli evangelisti, dalla letteratura apostolica e post-apostolica e dalla tradizione cristiana. Un evento reale, che nella "pienezza del tempo" attuo quanto anche in taluni miti dell'antichità poteva essere stato presentito come un sogno, o come l'eco di una nostalgia, o forse anche di un presagio circa una comunione perfetta tra l'uomo e Dio. Diciamo senza esitare: l'incarnazione del Verbo e l'intervento dello Spirito Santo, che gli autori dei Vangeli ci presentano come un fatto storico a loro contemporaneo, sono conseguentemente mistero, verità rivelata, oggetto di fede.
4. Si noti la novità e originalità dell'evento anche in relazione alle scritture dell'Antico Testamento, le quali parlavano soltanto della discesa dello Spirito (Santo) sul futuro Messia: "Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo Spirito del Signore" (Is 11,1-2); oppure: "Lo Spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione" (Is 61,1). Il Vangelo di Luca parla invece della discesa dello Spirito Santo su Maria, quando divenne la Madre del Messia. Di questa novità fa parte anche il fatto che la discesa dello Spirito Santo questa volta riguarda una donna, della quale viene messa in rilievo la particolare partecipazione all'opera messianica della salvezza. Risalta così nello stesso tempo il ruolo della Donna nell'incarnazione e il legame tra la Donna e lo Spirito Santo nell'avvento di Cristo. E' una luce accesa anche sul mistero della Donna, che dovrà essere investigato e illustrato sempre di più nella storia per quanto riguarda Maria, ma anche nei suoi riflessi sulla condizione e sulla missione di tutte le donne.
5. Un'altra novità della narrazione evangelica si coglie nel confronto con i racconti delle nascite miracolose tramandati dall'Antico Testamento. Queste nascite avvenivano sulla solita via della procreazione umana, anche se in modo insolito, e nel loro annuncio non si parlava dello Spirito Santo. Per la prima volta, invece, all'annunciazione di Maria a Nazaret, si dice che il concepimento e la nascita del Figlio di Dio come figlio suo avverranno per opera dello Spirito Santo. Si tratta di concepimento e nascita verginale, come indica già il testo di Luca con la domanda di Maria all'angelo: "Come avverrà questo? Non conosco uomo" (Lc 1,34). Con queste parole Maria afferma la propria verginità, e non solo come fatto, ma anche, implicitamente, come proposito.
Si comprende meglio questa intenzione di un dono totale di sé a Dio nella verginità, se si vede in essa un frutto dell'azione dello Spirito Santo in Maria. Ciò si può percepire dal saluto stesso, che l'angelo le rivolge: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te" (Lc 1,28). Anche del vecchio Simeone l'evangelista dirà che "lo Spirito era su di lui, uomo giusto e timorato di Dio che aspettava il conforto di Israele" (Lc 2,25). Ma le parole rivolte a Maria dicono ben di più: affermano che ella è stata "trasformata dalla grazia", "stabilita nella grazia". Questa singolare abbondanza di grazia non può essere che il frutto di una prima azione dello Spirito Santo in preparazione al mistero dell'incarnazione. Lo Spirito Santo fa si che Maria sia perfettamente preparata a diventare la Madre del Figlio di Dio e che, in considerazione di questa divina maternità, essa sia e rimanga vergine. E' un'altra componente del mistero dell'incarnazione che traspare dal fatto narrato dai Vangeli.
6. Quanto alla decisione di Maria in favore della verginità, ci rendiamo meglio conto che è dovuta all'azione dello Spirito Santo, se consideriamo che nella tradizione dell'antica alleanza, nella quale ella visse e venne educata, l'aspirazione delle "figlie di Israele", anche in riferimento al culto e alla legge di Dio, si poneva piuttosto nel senso della maternità, sicché la verginità non era un ideale abbracciato e, anzi, nemmeno apprezzato. Israele era tutto pervaso dal sentimento dell'attesa del Messia, sicché la donna era psicologicamente orientata verso la maternità anche in funzione dell'avvento messianico: la tendenza personale ed etnica saliva così al livello della profezia che permeava la storia d'Israele, popolo in cui l'attesa messianica e la funzione generativa della donna erano strettamente connesse. Il matrimonio rientrava dunque per le "figlie d'Israele" in una prospettiva religiosa.
Ma le vie del Signore erano diverse. Lo Spirito Santo condusse Maria proprio sulla via della verginità, sulla quale essa è all'origine del nuovo ideale di consacrazione totale - anima e corpo, sentimento e volontà, mente e cuore - in seno al popolo di Dio nella nuova alleanza, secondo l'invito di Gesù, "per il regno dei cieli" (Mt 9,12). Di questo nuovo ideale evangelico ho parlato nella enciclica "Mulieris Dignitatem" (MD 20).
7. Maria, Madre del Figlio di Dio fatto uomo, Gesù Cristo, rimane come Vergine l'insostituibile punto di riferimento per l'azione salvifica di Dio. Anche i nostri tempi, che pure sembrano andare in un'altra direzione, non possono offuscare la luce della verginità (il celibato per il regno di Dio) che dallo Spirito Santo è stata inscritta in modo così chiaro nel mistero dell'incarnazione del Verbo. Colui che, "concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine", deve la sua nascita ed esistenza umana a quella maternità verginale che ha fatto di Maria l'emblema vivente della dignità della donna, la sintesi delle due grandezze, umanamente inconciliabili - appunto la maternità e la verginità - e quasi la tessera della verità dell'incarnazione. Maria è vera madre di Gesù, ma solo Dio è suo padre, per opera dello Spirito Santo.
Data: 1990-04-04
Mercoledi 4 Aprile 1990
Titolo: Il vescovo promotore di santità nel popolo di Dio
"Ho fatto conoscere il tuo nome" (Jn 17,6).
1. Far conoscere il "nome", cioè la persona del Padre, è il fine della missione di Cristo. Dalla conoscenza di questo "nome" scaturisce infatti la salvezza, poiché "questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato" (Jn 17,3).
Carissimi fratelli e sorelle, qui convenuti per partecipare all'ordinazione di questi nuovi vescovi della Chiesa: l'ultima cena, il momento privilegiato che Gesù ha scelto per lasciare ai suoi discepoli il sacramento del suo corpo e del suo sangue, è anche l'occasione in cui egli affida loro questo urgente compito di far conoscere il nome del Padre, così come egli lo ha fatto conoscere. In Cristo il Padre si è rivelato come sommo amore, avendo consegnato al mondo il suo Figlio unigenito. Gesù, per parte sua, ha manifestato pienamente l'amore del Padre, annunciando agli uomini il suo disegno salvifico e offrendo se stesso in sacrificio.
Questa è anche la missione degli apostoli e della Chiesa: far conoscere al mondo il "nome" di Dio, e manifestarne l'amore redentore mediante la testimonianza del dono di sé, spinto, se necessario, fino al sacrificio.
2. Far conoscere il "nome" del Padre è la missione che oggi il Cristo affida, anche a voi, fratelli eletti all'ordine episcopale. Questo dice oggi la Parola di Dio a te, mons. Edward Nowak, Segretario della Congregazione per le cause dei santi; a te, mons. Giacinto Berloco, pro-nunzio apostolico in Zimbabwe, delegato apostolico in Mozambico; a te, mons. Erwin Josef Ender, pro-nunzio apostolico in Sudan e delegato apostolico nella Regione del Mar Rosso; a te, mons. Francesco Gioia, cappuccino, arcivescovo di Camerino-San Severino Marche. Voi, che uno stesso onore accomuna - quello del servizio alla Chiesa e alla Santa Sede, prestato ormai da lunghi anni con dedizione e fedeltà - sarete ora chiamati, sia pure a diverso titolo, a far conoscere il "nome" di Dio, a essere testimoni del suo amore, con la forza dello Spirito Santo, anche fino alle estremità della terra.
Le parole di Gesù, poc'anzi proclamate, ne manifestano la volontà di rendervi partecipi del mistero della sua missione. Per questo egli prega nello stesso tempo per voi, perché possiate conoscerlo più profondamente, così da vivere nella sua verità ed essere in grado di diffondere e far conoscere la fede nel mondo. Egli ha dato a voi "la sua parola". così, divenuti in forza della elevazione all'ordine episcopale "testimoni" del Regno, voi, come gli apostoli, condurrete a Cristo un numero sempre più grande di uomini.
Per voi oggi la Chiesa, unita a Cristo, prega e intercede, affinché possiate "insegnare a tutte le genti" e "predicare il Vangelo ad ogni creatura".
Essa prega perché siate partecipi in pienezza del mistero della vita e della missione di Cristo e possiate così testimoniarlo, essendo anche voi "consacrati nella verità" (Jn 17,19).
3. La risposta alla preghiera di Cristo e della Chiesa, carissimi fratelli, sia quella che abbiamo proclamato nel Salmo: "Cantero senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunziero la tua fedeltà nei secoli" (Ps 88,2). Con la mia bocca, cioè con tutte le forze della mente e del corpo. Col suono della parola, con la sollecitudine dell'andare, con la dedizione di ogni momento, per raggiungere gli uomini nella loro concreta situazione esistenziale; ma ancor più con l'intelligenza della fede, con la potenza della carità, con la fiducia profonda nell'azione divina dello Spirito che agisce nel ministero di Cristo.
Annunzierete così la fedeltà del Signore, cioè la sua volontà di salvare questa umanità, e di venire incontro agli uomini della nostra epoca, così desiderosi di conoscere le risposte che trascendono lo stretto orizzonte delle prospettive terrene. Sarete annunciatori di speranza per ogni uomo affamato di giustizia, di pace, di amore. Voi saprete far convergere l'attenzione di chi cerca la salvezza verso il mistero di Dio e di Cristo, saprete "fasciare le piaghe dei cuori spezzati" e dare "olio di letizia" che "allieta gli afflitti di Sion".
Con la vostra bocca annunzierete la fedeltà di Dio, poiché proclamerete che, nel mistero della redenzione, il Cristo si è unito per sempre con l'uomo, con ogni uomo concreto, per sollevarlo dalla colpa e avviarlo verso la salvezza.
4. "Per loro io consacro me stesso", dice Gesù, per loro io "santifico" me stesso.
Il vescovo è promotore di santità nel popolo di Dio. Ma deve anche impegnarsi in un cammino di santificazione personale sull'esempio di Cristo: com'egli si è santificato nella verità, manifestando con una vita santa la sua figliolanza divina e operando incessantemente in atteggiamento di perfetta obbedienza al Padre, così ogni apostolo deve "santificarsi" in lui, per essere, a sua volta, santificatore mediante l'azione dello Spirito.
5. Canteremo - dunque - senza fine la bontà del Signore, che vi ha chiamati ad essere vescovi, e a rivivere in voi l'intima esperienza dell'unione con la sua missione.
Canteremo la bontà di Cristo che vi ha chiamati ad essere una cosa sola nello Spirito del suo Amore, costituendovi operatori di santità nella sua Chiesa, e affidandovi il compito di guidare verso l'unità il popolo di Dio.
Canteremo la misericordia di Dio, che vi ha chiamati ad essere operatori di misericordia, annunciatori di pace, di liberazione, di consolazione.
Canteremo senza fine la bontà del Signore, che vi ha costituiti maestri di verità, affidando a voi la sua parola, nella quale è la risposta esauriente agli interrogativi più profondi del cuore umano. Invocheremo per voi lo Spirito Santo, perché porti a compimento in voi la preghiera di Cristo: "Consacrati nella verità... li ho mandati nel mondo... per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità" (Jn 17,6 Jn 17,17-19).
Data: 1990-04-05
Giovedi 5 Aprile 1990
Titolo: Il linguaggio universale dell'arte promuove unità e pace
Cari amici.
Sono lieto di porgervi il mio saluto, illustri rappresentanti della Nippon Television Network ed editori del volume "New Light on Michelangelo" ("Nuova luce su Michelangelo"). La vostra visita in Vaticano coincide con lo svolgimento di un Simposio sui restauri che sono stati eseguiti nella Cappella Sistina, e mi offre la gradita opportunità di ringraziare tutti coloro che stanno contribuendo a questa importante impresa. La Chiesa cattolica non ha esitato a rivolgersi al genio di eminenti artisti per illustrare il suo insegnamento e il suo culto, poiché essa è cosciente della potenza dell'arte nell'esprimere qualcosa dell'infinita bellezza di Dio, il Creatore, e di toccare il cuore umano con un vivo desiderio per tutto ciò che è buono e vero. La vera opera d'arte ha un'innata capacità di ispirare la contemplazione delle esperienze e dei valori umani universali. La vera arte unisce le persone in un modo che trascende ogni differenza di linguaggio, di cultura e di tempo. E' mia speranza che l'attenzione ora rivolta al genio artistico di Michelangelo Buonarroti aspiri alla riscoperta della visione religiosa perennemente valida che ha ispirato la sua opera. Sono certo che la potenza di quella visione nell'elevare lo spirito umano può essere di decisiva importanza nel favorire lo sviluppo dell'unità e della pace vera tra i popoli del mondo. Con questi cordiali voti, invoco su di voi e sulle vostre famiglie abbondanti benedizioni divine.
Data: 1990-04-06
Venerdi 6 Aprile 1990
Titolo: Contributo per nuove prospettive di pace e di dialogo
1. Sono lieto di rivolgere a tutti voi il mio cordiale saluto, cari militari del Presidio di Roma, qui convenuti per ricordare e per ricambiare la visita pastorale che un anno fa ebbi modo di compiere alla città militare della Cecchignola.
Ringrazio, per le parole che mi ha rivolto, il vostro ordinario militare, l'arcivescovo Giovanni Marra, che da appena tre mesi ho chiamato a guidare la Chiesa di Dio che opera in mezzo a voi. Un rispettoso saluto rivolgo al generale Giuseppe D'Ambrosio comandante della Regione Militare Centrale del Presidio di Roma; con lui saluto tutti gli altri generali e comandanti qui presenti, gli ufficiali, i sottufficiali con i loro familiari e tutti i soldati di ogni arma, ordine e grado. Un saluto ancora ai cari cappellani militari, sacerdoti e guide delle vostre comunità, come pure alle religiose che prestano il loro amorevole servizio ai malati negli ospedali militari.
Ho ancora vivo nella memoria il ricordo della mia visita alla Cecchignola, il 2 aprile dell'anno scorso, e del dialogo che li cominciai a intrecciare con voi. Oggi il dialogo prosegue e, nell'imminenza della Giornata della gioventù di domenica prossima, assume un significato particolare, perché si tratta di un incontro tra la Chiesa e i giovani, che avviene a livello mondiale.
2. Il dialogo con i giovani militari, dunque, continua. Proprio alla Cecchignola constatavo che tutti "vedono nel servizio militare una prova per il giovane".
Ognuno di voi fa esperienza di ciò che significa vivere lontano dai propri cari e vedere i propri progetti temporaneamente interrotti. Il Papa vi invita a riflettere come va vissuta questa prova per trarne tutte le positive possibilità ch'essa pure contiene.
Il tempo della giovinezza - il vostro tempo - è il tempo stupendo dei progetti e dei sogni, di pensieri grandi e di slanci generosi. Ma è pure tempo di frustrazioni e di cocenti delusioni, di facili evasioni e di ripiegamenti individualistici. In questo contesto, la prova del servizio militare si inserisce come una opportunità formativa, sotto un duplice aspetto.
In primo luogo, il periodo del servizio militare - sottraendovi provvisoriamente alle consuete forme di vita e agli affetti rassicuranti - vi consente quel distacco critico necessario per provare, appunto, e valutare quanto di fecondo e quanto invece di improduttivo c'è stato nelle vostre precedenti esperienze. La stessa disciplina che accompagna la vita militare, irrobustendo il carattere, vi aiuta a riscattare i vostri progetti da ogni caduta velleitaria e a saper convogliare le vostre risorse fisiche e morali verso traguardi alti e nobili, che valgono la pena di essere vissuti in pienezza. Anche il confronto fraterno con altri giovani e il dialogo amichevole con i cappellani sul senso delle scelte personali nel campo degli affetti e del lavoro professionale, come pure sull'orientamento complessivo e sulle grandi domande della vita concorrono a saggiare la consistenza e la maturazione della vostra personalità.
Un secondo aspetto ci è stato messo in evidenza dal Concilio Vaticano II quando parla di coloro che servono la Patria nelle file dell'esercito come di "ministri della sicurezza e della libertà dei loro popoli" (GS 79). Il senso della vita militare e dello stesso servizio di leva sta tutto qui.
Non si può dimenticare che il servizio delle forze armate, garantendo la sicurezza della Patria, ha contribuito - per la sua parte - ad aprire quelle nuove prospettive di pace e di dialogo internazionale che oggi registriamo con grande speranza. Ma al di là della valutazione storica dei mutamenti epocali che stiamo vivendo, l'indicazione conciliare ha una grande valenza educativa di grande rilievo. Vita militare e servizio di leva sono un utile esercizio di preparazione alla vita civile, un allenamento a compiti di pubblica utilità, ed esigono un'assunzione di responsabilità verso gli altri e verso la comunità nazionale e internazionale. Dedicando la vostra vita o parte di essa a salvaguardare la sicurezza della patria e l'indipendenza delle sue istituzioni, le memorie collettive della Nazione e la libertà di tutti, voi giovani imparate a riscoprire la comunità come luogo della crescita personale e a realizzare la vostra libertà come effettivo dono di sé e servizio al prossimo.
3. Questi preziosi valori della vita militare hanno particolare affinità con i tratti fondamentali di un'autentica vita cristiana, che è vita di chi incontra Cristo e lo segue facendosi suo discepolo. Ma dove si incontra Cristo con la sua parola e i suoi sacramenti, se non dentro la comunione della Chiesa? Cristo vive nella Chiesa e la Chiesa è il mistero di Cristo vivente e operante in mezzo a noi.
Nella Chiesa ci si incontra con altri che sanno di non poter trovare salvezza se non in Gesù e decidono di farsi suoi discepoli e si lasciano conformare a lui nella libertà dei figli di Dio. Dalla comunione con Cristo nasce la comunità dei cristiani e cresce la vita della Chiesa. Di essa ogni cristiano è parte vitale e in essa deve trovare la sua personalissima vocazione per contribuire alla salvezza di tutta l'umanità. Anche qui, la libertà della realizzazione personale dipende dalla capacità del dono di sé e del servizio alla comunità.
4. Per questo motivo, carissimi giovani militari, nell'imminente "Giornata Mondiale della gioventù" vi invito a scoprire la Chiesa, la vostra particolare Chiesa diocesana, la Chiesa di Dio che è tra i militari d'Italia: "Di questa Chiesa concreta voi giovani dovete essere tralci vivi e fecondi, cioè coscienti e responsabilmente partecipi della sua missione" ("Insegnamenti", XII/2 (1989) 1363).
Sono informato dal vostro arcivescovo che nel mondo militare italiano la Chiesa viene accolta con fede e con amore di figli e che la presenza dei cappellani è significativamente apprezzata. E so che in questa Chiesa molti giovani ritrovano la fede e, con la fede, il senso della vita. Alcuni giovani, ogni anno, ricevono il battesimo. A tutti si offre la possibilità di seguire corsi regolari di catechesi, anche in preparazione alla prima Comunione e alla Cresima.
Cresce nel vostro ordinariato militare l'attenzione alla pastorale familiare, sia come proposta spirituale per le famiglie dei militari di carriera, che come preparazione al matrimonio dei giovani di leva. Né posso tralasciare di sottolineare e incoraggiare la collaborazione pastorale dell'Associazione "Per l'assistenza spirituale alle forze armate" (PASFA). Ciascuno di voi può dunque trovare il suo posto in questa Chiesa e offrire la sua responsabile disponibilità per la comune edificazione.
Vi esprimo di tutto cuore il mio compiacimento e il mio incoraggiamento per il vostro impegno ecclesiale. In segno di copiosi doni celesti vi imparto la benedizione apostolica, che volentieri estendo ai vostri familiari e a quanti vi sono cari.
Data: 1990-04-06
Venerdi 6 Aprile 1990
GPII 1990 Insegnamenti - Alle suore "Figlie di San Camillo" - Acqua Bullicante (Roma)