GPII 1990 Insegnamenti - Messaggio alla Conferenza episcopale cecoslovacca - Praga (Repubblica Federativa Ceca e Slovacca)

Messaggio alla Conferenza episcopale cecoslovacca - Praga (Repubblica Federativa Ceca e Slovacca)

Titolo: Ampiezza di vedute e creatività nell'attività pastorale

Venerati Fratelli nell'episcopato!


1. Mi rivolgo a voi, pastori e padri della Chiesa in Cecoslovacchia, con sentimenti di grande fiducia e di profondo affetto. Gioisco con voi e con i vostri fedeli per il fatto che tutte le diocesi in Cecoslovacchia abbiano finalmente il proprio vescovo. In nessun altro Paese di tradizione cristiana così antica venivano frapposti tanti ostacoli alla provvista delle diocesi vacanti. Il passato potere politico, che imponeva alle nazioni della Cecoslovacchia l'ateismo, limitava la vita della Chiesa in primo luogo proprio in questo delicato settore.

Ogni nomina esigeva estenuanti trattative, seguite con attento interesse dai fedeli. Molte volte, tuttavia, le trattative non avevano esito. I fedeli, per parte loro, continuavano a pregare. Ancora due anni fa i cattolici manifestarono pubblicamente il loro desiderio di avere buoni vescovi nell'incontro di preghiera a Bratislava, ma questa pacifica manifestazione fu dispersa con la violenza, e vi fu sparso anche sangue. Diletti Fratelli, questo sangue fu sparso anche per voi! Nello stesso anno furono raccolte più di mezzo milione di firme a sostegno di una petizione in cui si chiedeva la libertà religiosa e, in particolare, la libera nomina dei vescovi da parte del Papa. Com'è noto, la volontà e le esigenze di tanti cittadini furono ignorate.

Grazie alla Provvidenza tutto ciò è ormai passato: i nuovi reggitori della cosa pubblica in Cecoslovacchia stanno restituendo alla Chiesa spazi di piena libertà.


2. Ultimamente, sono stati consacrati diversi nuovi vescovi e coloro che per lunghi anni erano impediti sono rientrati nelle loro sedi. Nel nuovo Collegio episcopale ci sono ora pastori provati dalla sofferenza, alcuni dei quali hanno portato le catene per Cristo, insieme con uomini relativamente giovani, che hanno appena iniziato il loro ministero episcopale. Una caratteristica significativa del vostro Collegio è costituita dal fatto che la maggioranza di voi per un certo tempo non ha potuto esercitare pubblicamente il ministero sacerdotale ed ha svolto professioni civili, prevalentemente operaie, sperimentando dal di dentro le condizioni della vita quotidiana della gente di oggi, i problemi dei laici, le difficoltà del mondo del lavoro.

Sono convinto che il Signore, anche attraverso queste circostanze della vostra vita, vi ha preparato al vostro servizio rendendovi capaci di capire il mondo nel quale la Chiesa è posta e al quale deve servire.

Il decano del vostro Collegio è l'Arcivescovo di Praga, il venerato Cardinale Tomasek. Il suo perseverante servizio alla Chiesa, la sua coraggiosa difesa dei diritti dei fedeli e la solidarietà con i perseguitati per la verità e per la giustizia, gli hanno meritato rispetto anche da parte di coloro che stanno al di fuori della comunione dei credenti, e hanno guadagnato alla Chiesa e alla vostra Nazione ammirazione e simpatia in diverse parti del mondo.

Come non ricordare anche il suo grande predecessore, il Cardinale Beran, i Presuli Vojtassak, Necsey e tutta quella generazione di vescovi cechi e slovacchi, che seppero denunciare pubblicamente fin dall'inizio il pericolo costituito per la Chiesa e per tutt'e due le Nazioni dal regime totalitario? Seguirono poi anni difficili con numerosi casi di internamento e spesso anche di prigionia, che a molti di essi danneggiarono la salute ed accorciarono la vita.

Per tutti mi limito a fare il nome del vescovo Gojdic, morto in prigione.

La storia della sofferenza di questi vescovi si ricollega in qualche modo agli episodi dell'era apostolica, alla sorte dei santi e dei martiri dei primi tempi, nonché di altri periodi difficili nella storia bimillenaria della Chiesa cattolica.

La memoria di questi vostri predecessori, nonché i frutti della sofferenza di tanti credenti, sono ora affidati come preziosa eredità alle vostre mani e vi impegnano in coscienza a compiere il vostro ministero episcopale con grande dedizione e cristiana serietà.


3. Approfondite con diligenza quanto sul ministero episcopale nella Chiesa dicono il Concilio Vaticano II e tutta la tradizione cattolica, ed impegnatevi a darvi applicazione con infaticabile zelo.

Il vostro primo compito è l'evangelizzazione, cioè l'annuncio della fede mediante l'esercizio del magistero. I vescovi devono promuovere la catechesi, sorvegliare la formazione del clero nei seminari e negli istituti teologici, favorire le molteplici forme di istruzione religiosa nella Chiesa e, in particolare, predisporre una buona preparazione dei laici ai diversi servizi di loro competenza. Uno dei vostri compiti più urgenti è la promozione di una efficace pastorale vocazionale, con speciale attenzione alla formazione dei candidati al sacerdozio. A tal fine, s'impone una coraggiosa riforma degli istituti teologici e dei seminari, così da renderli rispondenti ai bisogni della Chiesa contemporanea, scegliendo e preparando coloro ai quali tale formazione sarà affidata.

Tra i doveri dell'episcopato vi è, poi, quello di santificare. I vescovi, che possiedono la pienezza del sacramento dell'Ordine, sono "i principali dispensatori dei misteri di Dio e, nello stesso tempo, i regolatori, i promotori e i custodi di tutta la vita liturgica nella Chiesa loro affidata" (Decr. CD 15). Ad essi spetta, pertanto, di promuovere la vocazione dei cristiani alla santità, prima di tutto col proprio esempio di carità, umiltà e semplicità di vita, e poi con le iniziative che ad essi, come singoli e come Collegio, lo zelo pastorale suggerisce.

Il vescovo ha, infine, il dovere di governare. L'obbiettivo di questo aspetto del ministero episcopale è l'unità e la carità fraterna nella Chiesa. I vescovi devono essere padri e amici anzitutto dei sacerdoti, interessandosi attivamente e prendendosi cura di loro, creando condizioni propizie per l'esercizio del ministero, al fine di dar modo a ciascuno di sviluppare al massimo i propri carismi, promuovendo il continuo progresso del presbiterio nel campo spirituale e pastorale, nonché tutto ciò che ne aiuta lo spirito di collegialità e di collaborazione. I vescovi devono, poi, interessarsi di tutti i fedeli, specialmente di quanti soffrono o sono nell'indigenza. Devono promuovere l'ecumenismo per condurre all'unità tutti i credenti in Cristo. Devono avere a cuore anche i non battezzati, essendo nei loro confronti testimoni dell'universale amore di Cristo.

Per poter convenientemente assolvere a queste loro mansioni, i vescovi dovranno altresi difendere strenuamente la propria libertà e indipendenza da qualsiasi potere civile. Nel contesto del loro ufficio, essi non mancheranno, tuttavia, di lavorare anche per il bene comune della società civile, per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e per l'integrale sviluppo della persona.


4. Molti ed impegnativi sono, come vedete, venerati Fratelli, i compiti che vi attendono. Per potervi meglio adempiere, voi vi siete opportunamente riuniti costituendo la vostra Conferenza episcopale. Attesa la vastità dei problemi pastorali e l'interdipendenza che in molti di essi s'avverte tra i diversi Paesi, specie se confinanti, converrà stabilire vincoli di collaborazione anche con le altre Conferenze episcopali, affinché "lo spirito collegiale passi a concrete applicazioni" (LG 23).

Per il buon funzionamento della vostra Conferenza episcopale sarà necessario dividere convenientemente i compiti e le facoltà dei singoli membri e costituire commissioni corrispondenti ai concreti bisogni, chiamando in esse sacerdoti esperti e laici capaci di coadiuvare i vescovi nei diversi settori dell'attività pastorale.


5. E' comprensibile che i lunghi anni di indebita ingerenza del potere politico nella vita della Chiesa abbiano lasciato dietro a sé conseguenze negative, tra cui una sorta di passività paralizzante che frena non solo molti laici, ma anche alcuni sacerdoti. Tra questi, inoltre, non pochi sono ormai anziani oppure indeboliti a causa delle difficili condizioni di vita che hanno dovuto subire.

Il nuovo corso richiede ampiezza di vedute, creatività e iniziativa nell'attività pastorale, in risposta alle condizioni diverse rispetto al passato e alle nuove possibilità che si aprono all'azione della Chiesa.

Non devono essere, d'altra parte, sottovalutati i pericoli che la riconquistata libertà di contatti con l'Occidente può comportare. Difatti non tutto ciò che esso propone come visione teorica o come pratico costume di vita rispecchia, purtroppo, i valori del Vangelo. Spetta perciò a voi, venerati Fratelli, valutare queste possibili manifestazioni di segno negativo e predisporre nelle Chiese a voi affidate le opportune difese "immunitarie" contro certi "virus" quali il secolarismo, l'indifferentismo, il consumismo edonistico, il materialismo pratico ed anche l'ateismo formale, oggi ampiamente diffusi.

Occorre elaborare accuratamente chiari progetti è lungimiranti piani pastorali.

In Boemia e Moravia il piano pastorale può trarre molti spunti dalle linee programmatiche del Decennio del rinnovamento spirituale, l'iniziativa provvidenziale, la cui coerente attuazione dovrebbe ora costituire uno dei principali compiti dell'episcopato.

I temi dei singoli anni offrono multiforme ispirazione per l'attività sia all'interno della Chiesa, sia nei suoi rapporti con la società intera.

In Slovacchia la riuscita esperienza dell'Anno mariano è servita come punto di partenza per un'analoga iniziativa di rinnovamento e preparazione al Terzo millennio. Forse gioverebbe un certo coordinamento di queste due iniziative pastorali, almeno in alcuni punti fondamentali come il rinnovamento della famiglia, il rinnovamento nel campo dell'educazione e istruzione, dell'etica del lavoro, eccetera.


6. Diletti fratelli nell'episcopato, possa la mia prima visita nella vostra Patria favorire la ferma unione di questa Chiesa col successore di Pietro, ed insieme promuovere la costante e sempre più profonda unità all'interno del vostro Collegio, come anche tra voi e coloro che sono stati affidati alla vostra cura pastorale. Questa profonda unità nello Spirito Santo sarà espressione davanti al mondo dell'unità tra Cristo e la Chiesa, che è frutto dell'amore con cui egli "ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei" (Ep 5,25-27).

Con questi sentimenti vi benedico di tutto cuore, esortandovi con le parole del mio primo predecessore: "Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza, ma volentieri, secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modello del gregge... E' il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, egli stesso vi ristabilirà, dopo una breve sofferenza vi confermerà e vi renderà forti e saldi. A lui la potenza nei secoli. Amen!" (1P 5,23).

(Traduzione dal ceco)

Data: 1990-04-21

Sabato 21 Aprile 1990

L'omelia alla Messa - Letna presso Vitava (Repubblica Federativa Ceca e Slovacca)

Titolo: Il cenacolo della storia della Chiesa non è più chiuso

Signor Presidente della Repubblica, Signori rappresentanti del Parlamento e del Governo, Amato fratello Cardinale, Confratelli nel servizio episcopale e sacerdotale, Cari fratelli e sorelle!


1. "Venne Gesù, si fermo in mezzo a loro e disse: Pace a voi!" (Jn 20,19).

Gesù entro nel Cenacolo di Gerusalemme, anche se le porte erano chiuse.

Era il primo giorno dopo il sabato. Lo stesso giorno, di mattina, le donne, che si erano recate al sepolcro vicino al Golgota, avevano trovato la pietra rimossa e il sepolcro vuoto. Proprio quella sera, Cristo viene dagli Apostoli riuniti nel Cenacolo. Egli entra attraverso la porta chiusa - così come all'alba era uscito dal sepolcro sigillato, dopo che vi avevano collocato il suo corpo, deposto dalla Croce.

Entra e dice agli Apostoli: "Pace a voi!".

Stando oggi in mezzo a voi, diletti Fratelli e Sorelle, in questa grande spianata di fronte alla vostra Città d'oro, voglio ripetervi le parole del Signore risorto: "Pace a voi!".

Che il nostro primo incontro eucaristico nella vostra patria sia sotto il segno della pace! Di quella pace che è data da Cristo, di quella pace che il mondo non è in grado di dare! Della pace che Cristo crocifisso e risorto ha lasciato ai suoi Apostoli nel cenacolo e che ha donato anche ai suoi discepoli sparsi in mezzo a tutte le Nazioni della terra, da una generazione all'altra.


2. Gesù è venuto mentre la porta era chiusa. Per molti anni anche la porta del vostro Paese sembrava chiusa - saldamente chiusa. Ancora un anno fa, anzi, meno di un anno fa, non era pensabile che potesse venire il Papa, il Vescovo di Roma, anch'egli Slavo e figlio di una Nazione sorella. Sembrava impensabile, anche se tanti lo desideravano, primo fra tutti il vostro venerato e intrepido Arcivescovo Cardinale Frantisek Tomasek.

La porta era chiusa, serrata con il lucchetto delle proibizioni e prescrizioni di un sistema che, per tanti anni, poneva ostacoli alla presenza di Cristo. Coloro che avevano paura della verità e della libertà temevano Cristo, che porta alla pienezza della verità e libera l'uomo mostrandogli la sua vera grandezza ed autentica missione. Temevano il Cristo, nella cui forza l'uomo trascende gli stretti limiti della concezione materialistica della vita e raggiunge la libertà spirituale. Facevano di tutto per separare Cristo dalla società, dalla cultura, dalle istituzioni della vita pubblica e, specialmente, dai giovani. Facevano di tutto per farla finita con l'era di Cristo e della Chiesa, facevano di tutto per escludere Cristo dalla storia della Nazione, anche se questa fin dal suo inizio era unita alla luce del Vangelo di Cristo e all'opera dei portatori della fede cristiana, anche se proprio i vostri Paesi avevano ottenuto il privilegio di essere raggiunti per primi dai messaggeri di Cristo, con precedenza su tante altre Nazioni slave.


3. Ripensando a quei decenni durante i quali le porte della vostra patria rimanevano così saldamente serrate dal di dentro di fronte a Cristo e alla sua Chiesa, devo allo stesso tempo confermare che per tutti quegli anni Cristo era qui, in mezzo a voi. così, come era in mezzo ai primi cristiani, dei quali abbiamo letto negli Atti degli Apostoli che "erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli Apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere... con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la stima di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati" (Ac 2,42 Ac 2,46-47).

In ogni epoca della storia i veri discepoli di Cristo furono persone che seppero perseverare, malgrado tutte le difficoltà esterne, le proibizioni e le angherie. Perseveravano uniti in tante belle comunità. In questo perseverare, davvero pasquale, si è attuata anche la vostra rinascita, la grande opera di rinnovamento spirituale della vostra Patria. La verità del Vangelo, riscoperta, è diventata un nuovo principio della vita cristiana in Boemia, in Moravia, in Slovacchia. Questa verità - come un "segno di contraddizione" contro la menzogna, la violenza, l'indifferenza o la superficialità della vita consumistica - si è fatta forza nuova di persuasione per l'umana coscienza, per la mente e per il cuore. Ha toccato anche molti di coloro i quali, anche se non si considerano membri della Chiesa, anelano alla verità con sincerità e coraggio, disposti per essa anche a soffrire e sopportare grandi sacrifici.

Il Papa viene oggi in una Chiesa distrutta e soffocata? O piuttosto spiritualmente rigenerata? La Chiesa in questo Paese è diventata in questi tempi duri - e lo deve restare anche per l'avvenire - una Chiesaforte - forte non tanto numericamente quanto piuttosto per l'autenticità della sua fede e per la sua apertura e solidarietà verso tutti coloro che cercano la verità e amano la libertà. Voi, cari fratelli e sorelle, avete trovato la verità sulla risurrezione di Cristo così come l'ha scoperta e come l'annuncia l'Apostolo Pietro: "Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo... ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva" (1P 1,3). Rigenerati, quindi, per la speranza, siete ricolmi di gioia, dopo essere stati "afflitti da varie prove" (cfr. 1P 1,6). Quelle prove hanno dimostrato il valore della vostra fede. La fede, infatti, come l'oro, viene provata dal fuoco.


4. Oggi desidero, insieme a voi, ringraziare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo per questa prova della fede, che si ricollega alle altre prove di cui parla la storia delle vostre terre sin dagli albori della loro evangelizzazione. Non è, forse, la triade dei vostri Santi più antichi - Ludmila, Venceslao ed Adalberto - una triade di martiri? Venceslao, il principale Patrono della Boemia (ed anche il primo Patrono della cattedrale di Cracovia dove io, nel giorno della sua festa, il 28 settembre 1958, ricevetti l'Ordinazione episcopale)! Sul suo esempio dovrà sempre misurarsi ogni governo in Boemia, sull'esempio di un governante in cui la prodezza è unita alla mitezza, la saggezza e la cultura si sposano con la sincerità e la fede profonda. Ludmila, la donna forte, modello delle madri e delle nonne che sanno trasmettere alle giovani generazioni la fede anche nei tempi difficili, come ella seppe fare nei confronti del nipote Venceslao.

E Adalberto! Il primo Ceco sulla cattedra episcopale di Praga, il primo Ceco d'importanza davvero europea. Vescovo, monaco e missionario, anelante a dare totalmente la vita per Cristo. Ha trovato il martirio sulle sponde del Baltico. La sua eredità spirituale unisce fortemente Praga a Gniezno in Polonia, ma le orme della sua vita e del suo culto le troviamo in tutta l'Europa: Gniezno, Praga, Trnava, Esztergom, Magdeburgo, Aquisgrana, Ravenna, Verona e Roma sono quasi pilastri di un ponte, di una unione spirituale che vogliamo rafforzare con le nostre preghiere ogni anno, proprio in questi giorni, alla vigilia della festa di Sant'Adalberto, seguendo l'invito del vostro Cardinale Tomasek. Sant'Adalberto, insieme con i Patroni d'Europa Benedetto, Cirillo e Metodio, appartiene ai fondatori della cultura cristiana in Europa, specie in Europa centrale.

Sant'Adalberto, Patrono dell'unità spirituale delle Nazioni poste nel cuore dell'Europa! Prepariamoci insieme al millennio della morte di questo Santo. Da voi è venuto il grandioso invito al "Decennio del rinnovamento spirituale della Nazione" in vista del millennio di Sant'Adalberto. Questa iniziativa si rivolge non soltanto ai cattolici, bensi a tutta la Nazione. Ogni anno è dedicato ad uno scopo particolare: il rinnovamento della famiglia, il rinnovamento dell'educazione ed istruzione, il rinnovamento della vita sociale nel segno della verità e della giustizia, il rinnovarnento della cultura e di altri valori.

I temi di questi dieci anni si basano sui comandamenti del Decalogo, che anche uomini non credenti riconoscono come il fondamento di ogni moralità. Ogni anno è simboleggiato da uno dei vostri Santi, da un Patrono nazionale, per cui quest'opera, attingendo alle radici più profonde della vostra tradizione nazionale, vuol essere allo stesso tempo anche una comune fucina di un nuovo modo di vivere, di un nuovo stile di vita, fondato su valori duraturi ed insieme aperto ai bisogni dell'uomo alla soglia del nuovo millennio.

Si tratta davvero di un invito lungimirante, concepito ancora nel tempo della vostra oppressione, che diventa tanto necessario proprio in questo momento in cui avete bisogno di unirvi per incamminarvi concordemente verso una vita libera e moralmente onesta. Possa questo "Decennio del rinnovamento spirituale della Nazione" servire a formare una generazione capace di apprezzare la fede e i valori che da essa scaturiscono come oro provato dal fuoco: come una forza potente per l'avvenire, per la civiltà dell'amore, della verità e della libertà, per la civiltà tanto necessaria al nostro pianeta! La vostra storia cristiana, dunque, non è finita. I vostri Santi non tacciono. Ai tre sopra ricordati come non aggiungere Agnese di Boemia, Agnese di Praga, la cui canonizzazione nel novembre scorso ha brillato come l'aurora della vostra liberazione. I vostri Santi sono vivi. Siano essi i garanti del vostro passato e del vostro avvenire.


5. Ci ritroviamo oggi uniti a queste radici, ristorati da queste sorgenti della vita - in questo cenacolo della storia nazionale ed ecclesiale.

Cristo viene di nuovo - e di nuovo dice a tutti noi qui riuniti: "Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi" (Jn 20,21). Cristianesimo vuol dire missione. Ci parla Cristo, lo stesso ieri, oggi e sempre (cfr. He 13,8). Cristo, il quale dopo la sua risurrezione porta nella sua carne le ferite della sua crocifissione, nelle mani, nei piedi, nel costato. E proprio in virtù della sua passione e morte, Cristo alita su di noi qui riuniti, come quella sera nel cenacolo alito sugli Apostoli. Alita su di noi e grida ad alta voce: "Ricevete lo Spirito Santo!" (Jn 20,22). Il cenacolo della storia della Chiesa non è più chiuso. Si è riaperto. E insieme a questa apertura il tempo è maturato, è maturato il secolo. Ci avviciniamo alla fine del secondo millennio dal momento in cui Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito (cfr. Jn 3,16). Il tempo è maturato. E' di nuovo maturato il tempo dell'alleanza di Dio con la vostra antica terra slava.

"Ricevete lo Spirito Santo".

Amen.

(Traduzione dal ceco)

Data: 1990-04-21

Sabato 21 Aprile 1990

Ai rappresentanti del mondo della cultura - Castello di Praga (Repubblica Federativa Ceca e Slovacca)

Titolo: I recenti eventi dimostrano che l'Europa unita è un traguardo raggiungibile

Onorevole Signor Presidente, Illustri Signori e Signore!


1. Rivolgo, il mio saluto rispettoso e cordiale a voi qui riuniti e, per il vostro tramite, anche a tutti i rappresentanti della vita culturale e spirituale del vostro Paese: un Paese che per un millennio è stato un vivace ed importante crocevia spirituale dell'Europa; un Paese la cui cultura rappresenta un prezioso gioiello nella storia della civiltà europea. Con i primi passi della riacquistata libertà i singoli Paesi dell'Europa centrale ed orientale presentano ora al mondo il proprio volto spirituale. Le Nazioni della Cecoslovacchia hanno mostrato ancora una volta la loro maturità nello svolgimento pacifico della loro nobile rivoluzione e nella democratica scelta degli uomini a cui affidare la suprema responsabilità dello Stato.

Saluto il Rettore, il Corpo accademico, gli studenti e tanti ex-studenti dell'Università di Carlo, la più antica Università dell'Europa centrale. Saluto i rappresentanti delle altre Università, Politecnici ed Istituti Scientifici. Lo sviluppo della ricerca, libero dalle strettoie del positivismo materialistico e da altri condizionarnenti ideologici, potrà condurre per propria dinamica interna ad una più profonda conoscenza dell'uomo e del suo mondo, suscitando rinnovato stupore per l'inesauribile mistero del creato.

Molto cordialmente saluto gli artisti. Mi sento ad essi vicino ed amico non solo per l'itinerario spirituale da me percorso, ma anche perché vedo in loro i testimoni privilegiati dell'apertura e della profondità del cuore umano. So che gli artisti cechi e slovacchi, specialmente gli scrittori e gli attori, diverse volte nel passato ed ora nelle recenti vicende, hanno preso su di sé l'eroico e nobile compito di essere la coscienza della Nazione, di essere la voce della sua sete di giustizia e di libertà.

Come non ricordare le parole di Cristo "Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati" (Mt 5,6)? Quante volte nella storia di questa Terra intellettuali ed artisti si sono messi in prima fila nella lotta per la giustizia, per l'indipendenza nazionale e per la libertà! Sono lieto di darne loro atto a nome della Chiesa, la quale pure s'è sforzata di mantener vivi nel cuore dei fedeli anche nei momenti più bui, i valori evangelici della verità, della giustizia, dell'onestà, della libertà.


2. Come pellegrino a questa vostra Terra, alle Nazioni della Cecoslovacchia, e qui, a Praga, alla Nazione ceca, tutti io saluto con cuore traboccante d'affetto.

La prima visita del Papa è accompagnata da profonda commozione, per ragioni religiose, storiche e culturali.

Vi saluto a nome della Chiesa, che tanto ha contribuito alla nascita della civiltà europea e quindi anche alla vostra civiltà; a nome deila Chiesa che ha seguito passo passo, come un pedagogo, il cammino delle Nazioni europee. Vi saluto come araldo della fede cristiana, che da venti secoli ormai ispira lo sviluppo morale e spirituale di questo continente.

Vi saluto anche come slavo e figlio di una Nazione sorella, la cui storia e cultura hanno tanti legami importanti con la vostra storia e cultura.

Anche la sala in cui c'incontriamo oggi, intitolata al re Ladislao Jagellone, attesta uno di questi legami. Ho molto desiderato visitare il Paese che, più di mille anni fa, fu la culla della missione di Cirillo e di Metodio, i quali vi portarono il Vangelo e, con esso, anche la lingua slava scritta, che divenne poi la base di tutte le lingue e culture slave. Il Papa polacco non dimentica che il cristianesimo è arrivato in Polonia proprio dalla Boemia, per "la via slava".

Saluto ciascuno di voi in questo momento così ricco di promesse per tutte le Nazioni europee. Vi saluto alla soglia di una nuova tappa della vostra storia e, mentre mi congratulo con voi di tutto cuore per la libertà riconquistata, esprimo l'auspicio che i prossimi anni rechino una nuova fioritura della vostra vita nazionale e culturale.


3. Quando pronuncio la splendida parola libertà, la pronuncio con tutto l'amore e con tutto il fervore del mio cuore. La pronuncio come professione della mia fede nell'uomo e nella sua dignità. La pronuncio con senso di sincera solidarietà verso tutti coloro ai quali la libertà è stata per tanto tempo negata. La pronuncio con tutta la serietà del mio ministero di araldo del Vangelo e di pastore della Chiesa.

Già nella mia prima Enciclica Redemptor Hominis ho espresso la convinzione che la Chiesa deve diventare sempre più custode e paladina della libertà, giacché in essa sta la condizione della reale dignità della persona umana. La Chiesa deve annunciare Cristo "come Colui che porta all'uomo la libertà passata sulla verità, come Colui che libera l'uomo da ciò che limita, menoma e quasi spezza alle radici stesse, nell'anima dell'uomo, nel suo cuore, nella sua coscienza, questa libertà" (RH 12).

Nel Concilio Vaticano II la Chiesa ha espressamente affermato il diritto di ogni uomo alla libertà, a partire dalla libertà di coscienza e di religione, ed essa stessa si è obbligata a rispettare e difendere questa libertà in ogni uomo (cfr. Decr. Dignitatis Humanae). Nella Costituzione Gaudium et Spes i Padri conciliari hanno invitato tutte le Istituzioni a mettersi al servizio della dignità dell'uomo e a combattere decisamente ogni forma di asservimento sia sociale che politico che ne violasse i fondamentali diritti (cfr. GS 28). In questo spirito, durante ogni mio viaggio pastorale, non ho tralasciato occasione per porre in risalto la preoccupazione della Chiesa per l'uomo, per la sua libertà e per tutti i suoi diritti.


4. Oggi vorrei esprimere la mia stima e il mio ringraziamento a tutti coloro che, a costo di non pochi sacrifici, hanno contribuito al superamento, nel cuore dell'Europa, di uno dei più gravi tentativi di privare l'uomo della libertà alla quale per sua stessa natura è destinato e chiamato.

E' sintomatico che vi siano stati numerosi uomini della cultura tra coloro che seppero, per primi, scoprire in quel regime statale e nella sua ideologia l'incapacità di trasmettere all'uomo il senso della vita e una solida speranza per l'avvenire. Come tante altre volte nella storia di questa Nazione, gli uomini di cultura, insieme con altre anime grandi, hanno difeso l'identità spirituale della Nazione, sostenendone l'anelito alla verità, alla libertà e alla giustizia.

La cultura presuppone la libertà, ma, a sua volta, forgia e conserva il senso di libertà e l'identità spirituale delle Nazioni. Permettetemi di ripetere qui quanto dissi nella sede dell'UNESCO: "Vegliate con tutti i mezzi a vostra disposizione su questa sovranità fondamentale che ogni Nazione possiede in virtù della propria cultura. Proteggetela come la pupilla dei vostri occhi per l'avvenire della grande famiglia umana. Proteggetela! Non permettete che questa sovranità fondamentale diventi preda di qualche interesse politico o economico.

Non permettete ch'essa diventi vittima di totalitarismi, imperialismi o egemonie, per i quali l'uomo non conta che come oggetto di dominazione e non come soggetto della sua propria esistenza umana... L'uomo è se stesso per la verità, e diventa più se stesso per la conoscenza sempre più perfetta della verità" (2 giugno 1980).


5. Ho ardentemente desiderato di poter salutare fraternamente, durante questo incontro con i rappresentanti della vita culturale e spirituale del vostro Paese, anche i rappresentanti delle Chiese e delle Comunità cristiane non cattoliche.

L'anelito verso l'unità dei cristiani fa parte dei grandi segni del nostro tempo. In tutti i credenti cresce l'impegno per il superamento delle contrapposizioni che, mentre contrastano con la chiara volontà di Cristo, costituiscono uno scandalo di fronte al mondo e danneggiano la nostra comune missione di annunciare il Vangelo a tutte le creature (cfr. Decr. UR 1).

Un'importanza del tutto particolare, tuttavia, tale invito all'unità assume qui, in Boemia. Qui, dove ancor vivo è il ricordo degli eventi che hanno dato origine dapprima al doloroso scisma del cristianesimo occidentale e hanno poi, provocato un così lungo strascico di sofferenza; qui, dove la comune esperienza dell'oppressione ha favorito di recente un notevole avvicinamento dei cristiani delle diverse Confessioni; proprio qui, sembra legittimo coltivare la speranza che possano presto compiersi passi importanti in direzione della fraterna riconciliazione e dell'autentica unione in Cristo. Le gravi prove e ferite dei decenni scorsi e anche il ricordo delle ferite dei secoli passati, pur se di segno differente e di diversa entità, devono aiutare ad instaurare una nuova mentalità e nuove relazioni. La visita del Papa è anche un'espressione del desiderio di aiutare ad intraprendere un cammino di fraterna collaborazione e di mutuo impegno e rispetto.

Ricordo che, al Concilio Vaticano II, l'Arcivescovo ceko, Cardinale Giuseppe Beran, intervenne con forza per difendere i principi della libertà religiosa e della tolleranza, facendo riferimento con parole accorate alla vicenda del sacerdote boemo Giovanni Hus e deplorando gli eccessi a cui allora e dopo ci si abbandono (cfr. Acta Sinodalia, IV, pp. 393-394). Ho ancora nella mia mente quelle parole del Cardinale Arcivescovo di Praga nei riguardi di questo sacerdote, che tanta importanza ha avuto nella storia religiosa e culturale del popolo boemo.

Sarà,compito degli esperti - in primo luogo dei teologi cechi - definire più esattamente il posto che Giovanni Hus occupa tra i riformatori della Chiesa, accanto ad altre note figure riformatrici del Medio Evo boemo, come Tommaso da Stitné e Giovanni Milic da Kromeriz. Tuttavia, al di là delle convinzioni teologiche da lui propugnate, non si possono negare ad Hus integrità di vita personale e impegno per l'istruzione e l'educazione morale della Nazione.

Non sono, questi, elementi che, anziché dividere, devono piuttosto unire i credenti in Cristo? E la ricerca di tale unione non costituisce forse, in quest'ora del nuovo inizio, una sfida della vostra storia? Una storia che comincia con figure luminose della Chiesa e dell'Europa quali Cirillo e Metodio, Venceslao e Adalberto. Una storia in cui, di secolo in secolo, fino al presente, rifulgono esempi preziosi di autenticità cristiana. Una storia, che ha avuto il suo culmine nella gloriosa epoca del pio imperatore Carlo, il quale fece di Praga il cuore dell'Europa. Una storia che ha conosciuto figure insigni di sacerdoti, resisi benemeriti per la tutela e la promozione della lingua, della cultura e della stessa coscienza nazionale ceca. Una storia, infine, nella quale il clero e i fedeli di tutte le Confessioni si sono sempre trovati, nella stragrande maggioranza, dalla parte della Nazione, come è apparso in modo particolarmente evidente quando questa, per ben due volte durante il nostro secolo, ha dovuto subire la presenza dei banditori dell'odio razziale e dell'irreligione.


6. Mai dovranno essere dimenticati i cristiani che, per quaranta anni, hanno saputo affrontare il sacrificio della libertà e della stessa vita. Dalla loro fedeltà e dal Ioro coraggio è scaturita, infatti, la grande autorità morale che ai cristiani è oggi riconosciuta in questo Paese. La loro fulgida testimonianza ha fatto si che i cristiani, nonostante le calunnie riversate su di loro dalla propaganda avversa, vengano oggi riconosciuti come interlocutori affidabili nel dialogo circa l'avvenire della Nazione.

E' un risultato importante che apre prospettive promettenti per un rinnovato impegno a servizio del bene comune. Molti sono, infatti, i problemi con cui l'uomo contemporaneo deve misurarsi. A quelli di sempre si sono aggiunti problemi nuovi: basti accennare agli aspetti etici della ricerca scientifica, al discernimento dei valori che influenzano lo stile di vita con conseguenze per la salute corporale, psichica e morale dei cittadini, alle responsabilità ecologiche: problemi per la cui soluzione non sarebbe saggio ignorare le esperienze della Chiesa e lo specifico punto di vista ispirato dalla fede.

Nella ricerca di una soluzione adeguata il metodo da preferire è sicuramente il dialogo. In esso anche i cristiani dovranno impegnarsi con chiarezza di intenti e animo fraternamente aperto, avendo come unico obbiettivo il bene della Nazione. Il confronto con le altre posizioni sarà leale e franco, ed ispirato sempre a vicendevole rispetto, nella coscienza delle comuni radici e della solidale responsabilità verso il futuro della Nazione.

Faccio eco volentieri alle parole del Cardinale Tomàsek, ammirato da tutto il mondo cristiano, il quale ha invitato i fedeli all'autenticità morale, alla conversione, alla trasformazione delle menti e dei cuori. Questo invito fu formulato per la prima volta in Boemia dal Vescovo Adalberto, il primo personaggio europeo del vostro sangue, e da allora, dopo ogni periodo difficile, esso è tornato a risuonare ancora.

Il Cardinale Tomàsek ha offerto a tutti i cristiani e, in genere, a tutti gli uomini di buona volontà la nobile iniziativa del Decennio del rinnovamento spirituale della Nazione come via verso il risanamento morale, in preparazione al decimo centenario della morte di Sant'Adalberto e, al tempo stesso, come preparazione alla vita nel nuovo millennio. Egli invita la Nazione a riprendere il cammino della rinascita spirituale, un cammino in cui possono convergere tutte le forze vive della tradizione nazionale, finora divise e spesso anche contrapposte. Su questa strada occorre avanzare con rinnovata speranza, perché l'esperienza ancora una volta ha confermato che "la verità e l'amore vincono la menzogna e l'odio".


7. Mi rivolgo ora agli studenti qui presenti e, per il loro tramite, a tutti i giovani in Cecoslovacchia. Con il loro coraggio unito a saggezza, essi hanno contribuito in modo decisivo a far si che il Paese riconquistasse senza violenze e senza vendette la piena libertà.

La Cecoslovacchia oggi, in un certo senso, ritorna in Europa. Essa ha nel Continente un posto ben preciso e una propria importante missione. Il vostro Paese non è stato forse da secoli un crocevia spirituale, un ponte tra l'Occidente e l'Oriente? L'Europa unita non è più soltanto un sogno, non è un ricordo utopico del Medio Evo. Le vicende di cui siamo testimoni dimostrano che tale traguardo è concretamente raggiungibile. L'Europa, sconvolta dalle guerre e ferita da divisioni che ne hanno minato il libero sviluppo è alla ricerca di una nuova unità.

Questo processo non è e non può essere un evento soltanto politico ed economico; essa ha una profonda dimensione culturale, spirituale e morale. L'unità culturale d'Europa vive nelle e dalle culture diverse, che a vicenda si compenetrano e si arricchiscono. Questa particolarità caratterizza l'originalità e l'autonomia della vita del nostro Continente. La ricerca dell'identità europea ci conduce alle sorgenti.

Se la memoria storica dell'Europa non si spingerà oltre gli ideali dell'illuminismo, la sua nuova unità avrà fondamenti superficiali e instabili. Il cristianesimo, portato in questo Continente dagli Apostoli e fatto penetrare nelle varie sue parti dall'azione di Benedetto, Cirillo, Metodio, Adalberto e di una innumerevole schiera di Santi, è alle radici stesse della cultura europea. Il processo verso una nuova unità dell'Europa non potrà non tenerne conto! Che ne sarebbe dell'affascinante panorama di questa "Città dalle cento torri", se vi sparisse il profilo della cattedrale e quello dei molti monumenti che costituiscono altrettanti gioielli della cultura cristiana? Come diventerebbe povera la vita spirituale, morale e culturale di questa Nazione, se dovesse esserne escluso tutto ciò che era, è e sarà ispirato dalla fede cristiana!


8. Voi, giovani, siete stati per lungo tempo testimoni del tentativo di togliere alla vostra cultura, alla vostra vita e al vostro avvenire la dimensione spirituale e religiosa. Ebbene, se quel tentativo fosse riuscito, e voi foste diventati sordi e ciechi di fronte a valori quali la fede, la Bibbia, la Chiesa, voi sareste diventati stranieri nella vostra stessa terra. Avreste perduto la chiave per comprendere tanti aspetti della filosofia, della letteratura, della musica, dell'architettura, delle arti figurative e, in genere, delle varie espressioni dello spirito nella vostra tradizione e in quella europea.

Soprattutto, avreste perduto la sorgente dell'ispirazione e dell'energia morale per risolvere molti scottanti problemi dell'oggi e per costruire la civiltà del domani. Tale civiltà non può poggiare su una visione ristretta dell'uomo, quale quella materialistica, né su una interpretazione unilateralmente spiritualistica, quale quella orientale. Occorre rifarsi ad una visione integrale che colga l'uomo in ogni sua dimensione: spirituale e materiale, morale e religiosa, sociale ed ecologica. Per grazia di Dio quel tentativo non è solo fallito, ma ha portato ad esiti opposti a quelli intesi dai suoi promotori. Pensavo anche alla vostra esperienza, quando, dieci anni fa, dicevo nella sede dell'UNESCO: "Nel cuore della storia siamo stati ormai più di una volta, e lo siamo ancora, testimoni di un processo, di un fenomeno molto significativo. Là dove sono state soppresse le istituzioni religiose, là dove le idee e le opere nate dall'ispirazione religiosa e, in particolare, dall'ispirazione cristiana, sono state private del loro diritto di cittadinanza, gli uomini ritrovano di nuovo le stesse cose fuori delle vie istituzionali, per il confronto che si opera, nella verità e nello sforzo interiore, tra ciò che costituisce la loro umanità e ciò che è contenuto nel messaggio cristiano" (2 giugno 1980).


9. Giovani di questo Paese, come frutto della sofferenza della vostra Nazione conservate la sete dei valori spirituali! Conservate il coraggio di cercare la verità e il senso della vita anche oltre i confini che il materialismo, sia come ideologia sia come prassi della vita consumistica, vuol imporre! Nel cuore di ogni materialismo sta la paura. La paura del vuoto che rimane, se l'uomo viene privato dell'autentico senso della sua vita. E' per questo che i sistemi politici, basati sul materialismo, si nutrono e si conservano con la paura.

Voi avete vinto la paura. Avete trovato una nuova fiducia, un nuovo coraggio per la vita nella verità, per la vita che attinge ai valori spirituali.

Il poeta ceco Vladimir Holan ha scritto: "...la stessa terra afferma / nessuna costruzione arriverà al termine, / mai, mai arriverà, / senza la dimensione trascendente".

Senza il senso del trascendente, ogni tipo di cultura rimane un frammento informe, come l'incompiuta torre di Babele. Non è possibile costruire una vera cultura e dimenticare o addirittura rifiutare ciò che essa comporta: cultura significa "coltivazione", a cominciare da quella di se stesso. Un uomo senza cultura manca a questa opera che ognuno deve proprio a se stesso. Vita senza cultura è vita senza profondità spirituale, senza apertura al mistero; vita esposta al rischio di una superficialità regolata soltanto dai bisogni e dai consumi.

Oggi ci troviamo di fronte alle rovine di una delle tante torri di Babele della storia umana. L'edificio che s'è tentato di costruire negli anni scorsi mancava della dimensione trascendente, mancava della profondità spirituale.

Ogni sforzo di costruire la società, la cultura, la unità degli uomini e la loro fraternità sul rifiuto della dimensione trascendente crea, come a Babele, divisione degli animi e confusione delle lingue.

Oggi è invece necessario cercare una comune lingua e una nuova comprensione, distruggendo tutti i muri che dividono uomini e nazioni, mobilitando tutte le forze spirituali e morali per la vita del terzo millennio.

Giovani di questa Terra, sviluppate questa lingua comune, rafforzate ancor più la dimensione trascendente della vita, raccogliete con fiducia i frutti del dialogo tra fede e cultura.

Considerate il duro periodo che avete attraversato come una preziosa scuola di maturazione. Voi potete arricchire gli altri popoli con ciò che è maturato in voi durante questi decenni. Voi disponete di un patrimonio prezioso: il capitale di meriti accumulato da coloro che hanno sacrificato la loro vita nella lotta per la verità. Tra loro c'erano certamente anche dei nuovi Santi.

Accogliete i loro esempi come semi della vita che deve rifiorire mediante il vostro impegno, la vostra cultura, la vostra dedizione alla causa della verità, dell'amore, della libertà! Su tutti invoco la benedizione di Dio Onnipotente! (Traduzione dal ceco)

Data: 1990-04-21

Sabato 21 Aprile 1990


GPII 1990 Insegnamenti - Messaggio alla Conferenza episcopale cecoslovacca - Praga (Repubblica Federativa Ceca e Slovacca)