Benedetto XVI DIscorsi 2006


Discorsi





AI MEMBRI DEL COLLEGIO DEGLI ADDETTI DI ANTICAMERA

Sala Clementina

Giovedì, 5 gennaio 2006




Cari amici,

questo nostro incontro si svolge nel clima suggestivo del tempo natalizio, all’inizio del 2006, ed è occasione quanto mai propizia per porgere a ciascuno di voi i migliori auguri di un sereno e proficuo anno nuovo. Vi saluto cordialmente e sono lieto di ricevervi in questa speciale udienza. Posso dire che voi qui siete di casa ed io vi sono sinceramente grato per il servizio d’onore che prestate, non senza qualche sacrificio perché è richiesta una costante disponibilità, nelle udienze, nelle cerimonie e nei ricevimenti ufficiali, quando il Papa incontra Capi di Stato, Primi Ministri e Ambasciatori accreditati presso la Santa Sede. Ho voluto riservare a voi questo incontro per dirvi che apprezzo la premura e la cordialità con le quali espletate la vostra singolare funzione. In questi primi mesi del mio Pontificato ho potuto sperimentare ancor più da vicino e in maniera diretta lo spirito che anima voi e quanti lavorano nell’anticamera pontificia. So pure della devozione che nutrite per il Successore di Pietro e anche di ciò vi ringrazio. Iddio vi renda merito. Un saluto particolare vorrei indirizzare alle vostre gentili consorti, che oggi vi accompagnano, come pure a quanti hanno voluto essere presenti a questa nostra riunione, che potremmo ben dire di famiglia.

Il vostro benemerito Collegio, coordinato dal Decano, è alle dipendenze della Prefettura della Casa Pontificia ed ha secoli di storia alle sue spalle. Cambiano i tempi, mutano le usanze e i costumi, resta però invariato lo spirito con cui ognuno è chiamato ad operare accanto a colui che la Provvidenza divina chiama a reggere la Chiesa universale. Poiché questa casa, la Casa Pontificia, è casa di tutti i credenti, tocca anche a voi, cari Addetti di Anticamera, renderla sempre accogliente a chiunque viene ad incontrare il Papa.

Carissimi, il vostro servizio comporta anche un impegno assiduo di testimonianza verso Colui che è il vero Signore e Padrone di casa: Gesù Cristo. Ciò richiede che si intrattenga con Lui un dialogo costante nella preghiera, che si cresca nella sua amicizia e intimità, pronti a testimoniare il suo amore accogliente con chiunque si incontra. Se questo è lo spirito con cui svolgete le vostre mansioni - e sono certo che è così per voi tutti - allora esse possono diventare un singolare apostolato, un’occasione per trasmettere con la cortesia e la cordialità la gioia di essere discepoli di Cristo in ogni situazione e in tutti i momenti della nostra vita.

Celebreremo domani la solennità dell’Epifania e il mio pensiero va a Maria, che presenta il Bambino Gesù ai Magi venuti da lontano per adorarlo. Come presentò Gesù ai Magi, così la Vergine continua ad offrirlo all’umanità. Accogliamolo dalle sue mani: Cristo colma le attese più profonde del nostro cuore e dà senso pieno ad ogni nostro progetto e azione. Sia Egli presente nelle famiglie e regni dappertutto con la potenza del suo amore. La materna intercessione di Maria vi ottenga di sperimentare ogni giorno di più la comunione profonda con Lui, comunione che inizia sulla terra e giungerà alla sua pienezza nel cielo, dove, come ricorda san Paolo, saremo “concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ep 2,19). Da parte mia desidero assicurarvi un ricordo nella preghiera, perché il Signore vi accompagni lungo tutto l’anno appena iniziato, benedica le vostre famiglie e renda feconde di bene le vostre attività. Con tali sentimenti, di cuore vi imparto una speciale Benedizione Apostolica, che volentieri estendo a tutte le persone a voi care.




VISITA DEL SANTO PADRE AL PRESEPIO DEI NETTURBINI

A PORTA CAVALLEGGERI

DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Giovedì, 5 gennaio 2006




Signor Sindaco,
Signor Presidente,
Signore e Signori,
Cari amici,

Per trovare le parole giuste ho fatto preparare un discorso, perché parlare bene in questo momento, anche se il cuore è pieno di gioia, non è così facile. Perciò permettete che legga, ma con tutto il cuore, questo discorso. Ogni anno, finché gli è stato possibile, il venerato Pontefice Giovanni Paolo II è venuto ad ammirare questo vostro presepe. Anch'io, proseguendo questa bella consuetudine, sono venuto volentieri, con grande gioia, questa sera per incontrarvi e visitare il presepe che pure quest'anno avete realizzato. So che ci tenevate tanto a che il Papa non mancasse a questo tradizionale appuntamento natalizio, ma devo dirvi che questo era anche il mio desiderio. Volevo, infatti, esprimervi di persona la mia gratitudine per il lavoro che voi, cari operatori ecologici, svolgete assicurando la pulizia e l'ordine nella vasta zona attorno a Piazza San Pietro, frequentata da tanti pellegrini e turisti. E questa pulizia, questo ordine, non sono solo una cosa esteriore. Sono l'espressione di uno spirito, di una mentalità, che rivela la bellezza interiore; quella bellezza che perseguiamo e che rende così ospitale la nostra città, capitale del mondo in molti sensi. Il vostro è un servizio - il Presidente ha parlato di gesti di carità che voi fate, e questi sono molto importanti - che domanda dedizione e comporta non pochi sacrifici. Grazie, quindi, di cuore! Vi saluto con affetto e attraverso di voi vorrei salutare tutti i vostri colleghi. Un pensiero speciale rivolgo al Signor Sindaco e alle altre Autorità, ai dirigenti, ai responsabili dell'AMA (Azienda Municipale Ambiente) e a quanti hanno voluto essere presenti. Un grazie sentito va poi a chi si è fatto interprete dei vostri comuni sentimenti.

Motivo di questo nostro incontro è la visita al vostro presepe, il "presepe dei netturbini", il più conosciuto a Roma, e che ha oltre trent'anni di storia, essendo stato ideato e realizzato la prima volta per il Natale del 1972 con l'entusiastica collaborazione di molti operatori ecologici. So che di anno in anno esso viene arricchito di nuovi elementi, restando però fedele allo stile tipico delle case della Palestina dei tempi di Gesù. Esso è davvero imponente con 95 case costruite interamente in pietra di tufo e dotate di porte e finestre secondo lo stile dell'epoca; non mancano i fiumi, le sorgenti, gli acquedotti, le luci, le strade lastricate di "sampietrini". Insomma, un vasto paesaggio popolato da circa 200 personaggi, un insieme costruito con materiale proveniente da ogni parte del mondo e, in particolare, dal Colonnato di San Pietro, da Betlemme e da San Giovanni Rotondo. Sono rimasto ammirato e mi complimento con quanti pazientemente hanno lavorato per portare a compimento un'opera tanto ben strutturata.

La visita al presepe, specialmente questa sera alla vigilia della solennità dell'Epifania, è come riandare in pellegrinaggio a Betlemme, alla grotta santa dove è nato il Redentore, e a Gerusalemme dove giunsero dall'Oriente i Magi ed incontrarono Gesù, Maria e Giuseppe. Soffermarsi a contemplare queste scene evangeliche diventa uno stimolo a meditare sul mistero centrale della nostra salvezza: Dio si è fatto uomo per noi; noi possiamo accoglierlo nel nostro cuore e sperimentare la gioia della sua presenza santificatrice. Non basta però fermarsi a guardare, occorre fare di più. È necessario che Gesù diventi il centro di tutta la nostra esistenza. Sì, è importante che egli sia la guida del nostro quotidiano cammino e la meta ultima e definitiva del nostro pellegrinaggio terreno.

Nel formulare a voi e alle vostre famiglie cordiali auguri per il 2006 da poco iniziato, vorrei riprendere quella bella frase di sant'Agostino che ho scelto per il Natale di quest'anno: "Expergiscere, homo: quia pro te Deus factus est homo - Destati, uomo: perché per te Dio si è fatto uomo". Cari amici, il Signore ci vuole vigili e attenti, senza lasciarci abbindolare dai fallaci richiami di tutto ciò che è effimero e passeggero. Sia così per voi tutti, cari amici, e il Signore vi accordi un anno nuovo sereno e proficuo. Accompagno questo auspicio con l'assicurazione della mia preghiera per voi e per i vostri cari, mentre di cuore tutti vi benedico. Preghiamo insieme il "Padre nostro" e poi vi imparto la mia benedizione.




UDIENZA AI GENTILUOMINI DI SUA SANTITÀ

DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI


Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano

Sabato, 7 gennaio 2006

Cari amici!


È per me motivo di grande piacere accogliervi questa mattina in speciale udienza e salutarvi con viva cordialità. È questa un’occasione propizia per conoscerci meglio e per manifestarvi i miei grati sentimenti per il servizio che rendete al Successore di Pietro. Vi vedo in occasione di cerimonie e ricevimenti ufficiali quando incontro Capi di Stato, Primi Ministri, Ambasciatori ed altre Autorità. Vi sono sinceramente grato per la vostra collaborazione! Quest’oggi siete venuti accompagnando non alte Personalità politiche, ma le vostre gentili consorti come ad una riunione di famiglia. Sono lieto di accogliere anche loro e di salutarle con paterno affetto.

Il vostro, cari Gentiluomini, è un servizio d’onore che s’inserisce nella secolare tradizione della Casa pontificia. Oggi, certo, tutto in essa appare maggiormente semplificato, ma se rispetto al passato cambiano le funzioni e i ruoli, identico permane lo scopo di coloro che vi lavorano, quello cioè di servire il Successore dell’Apostolo Pietro. Ci incontriamo al termine del tempo natalizio, mentre il nuovo anno muove i primi passi. In questo periodo abbiamo guardato costantemente al Salvatore venuto sulla terra. È Lui che, nella disarmante semplicità della Notte Santa, ci ha portato la ricchezza della comunione con la sua stessa vita divina. Egli è la luce che mai si spegne, il centro della nostra esistenza, e noi, come i pastori di Betlemme e i Magi, giunti da Oriente per adorarlo, dopo aver sostato in preghiera dinanzi al presepe, ripartiamo per le nostre quotidiane attività, recando nel cuore la gioia di averne sperimentato la presenza. Avvolti da questo grande Mistero, iniziamo con serenità e fiducia questo nuovo anno sotto il segno dell’amore vivificante di Dio.

In questa prospettiva, cari amici, mi piace augurarvi un proficuo 2006. Nella Chiesa ogni compito è importante, quando si coopera alla realizzazione del Regno di Dio. La barca di Pietro, per poter procedere sicura, ha bisogno di tante nascoste mansioni, che insieme ad altre più appariscenti contribuiscono al regolare svolgimento della navigazione. Indispensabile è non perdere mai di vista il comune obbiettivo, e cioè la dedizione a Cristo e alla sua opera di salvezza. Affido voi e le vostre famiglie a Maria, la Madre del Salvatore, perché vi accompagni e vi sostenga in tutti i momenti della vita, mentre vi auguro di sperimentare sempre più la gioia della presenza di Cristo nella vostra esistenza. E volentieri tutti vi benedico, assicurandovi uno speciale ricordo nella preghiera.




AL CORPO DIPLOMATICO

ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE

Sala Regia

Lunedì, 9 gennaio 2006




Eccellenze,
Signore e Signori,

Vi accolgo tutti con gioia in questo tradizionale incontro con il Papa del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Dopo la celebrazione delle grandi feste cristiane del Natale e dell’Epifania, la Chiesa vive ancora della loro gioia: è una gioia grande, perché sorge dalla presenza dell’Emmanuele – Dio con noi –, ma è anche una gioia raccolta, quale vissuta tra le mura domestiche della Sacra Famiglia, di cui la Chiesa in questo tempo ripercorre con intima partecipazione la storia semplice ed esemplare; è una gioia al contempo bisognosa di comunicazione, perché la vera gioia non potrebbe isolarsi senza affievolirsi e spegnersi. A tutti voi dunque, Signore e Signori Ambasciatori, ai Popoli ed ai Governi che voi degnamente rappresentate, alle vostre care famiglie, ai vostri distinti Collaboratori, va il mio augurio di gioia cristiana. Sia essa la gioia dell’universale fratellanza portata da Cristo, una gioia ricca dei veri valori ed aperta alla generosa condivisione. Essa vi accompagni e cresca in ogni giorno dell’anno che da poco si è aperto.

Il vostro Decano, Signore e Signori Ambasciatori, ha espresso i voti augurali del Corpo Diplomatico, interpretando con finezza i vostri sentimenti. A lui e a voi il mio ringraziamento. Egli ha accennato anche ai non pochi e non lievi problemi che agitano il mondo di oggi. Essi sono oggetto della vostra sollecitudine come di quella della Santa Sede e della Chiesa Cattolica in tutto il mondo, solidale con ogni dolore, con ogni speranza e con ogni sforzo che accompagna il cammino umano. Ci sentiamo così uniti come in una comune missione, che ci pone sempre di fronte a nuove formidabili sfide. Noi le affrontiamo tuttavia con fiducia, nella volontà di sostenerci a vicenda – ciascuno secondo il compito suo proprio – verso grandi finalità comuni.

Ho detto “nostra comune missione”. E qual è essa, se non quella della pace? La Chiesa null’altro fa che diffondere il messaggio di Cristo, venuto – come scrive l’Apostolo Paolo nella Lettera agli Efesini – ad annunziare la pace a coloro che erano lontani ed a coloro che erano vicini (cfr 2,17). E voi, esimi Rappresentanti diplomatici dei vostri Popoli, secondo lo statuto che vi è proprio avete tra i vostri nobili scopi quello di promuovere relazioni internazionali amichevoli, di cui appunto la pace si sostanzia (Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche, del 18 aprile 1961, art. 3, 1, e).

La pace – lo constatiamo con dolore – resta in molte parti del mondo impedita o ferita o minacciata. Qual è la via verso la pace? Nel Messaggio che ho rivolto per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace di quest’anno ho ritenuto di poter affermare: “Dove e quando l’uomo si lascia illuminare dallo splendore della verità, intraprende quasi naturalmente la via della pace” (n. 3). Nella verità, la pace.

Guardando alla situazione del mondo di oggi, in cui accanto a funesti scenari di conflitti bellici, aperti o latenti, o solo apparentemente sopiti, si può – grazie a Dio – rilevare uno sforzo coraggioso e tenace da parte di tanti uomini e di tante istituzioni in favore della pace, vorrei, quasi a fraterno incoraggiamento, proporre qualche riflessione, che enucleo in alcuni semplici enunciati.

Il primo: l’impegno per la verità è l’anima della giustizia. Chi è impegnato per la verità non può non rifiutare la legge del più forte, che vive di menzogna e che – a livello nazionale ed internazionale – ha tante volte segnato di tragedie la storia dell’uomo. La menzogna si ammanta spesso di un’apparenza di verità, ma in realtà è sempre selettiva e tendenziosa, egoisticamente rivolta a strumentalizzare l’uomo e, in definitiva a sopraffarlo. Sistemi politici del passato, ma non solo del passato, ne sono un’amara esemplificazione. Sul versante opposto si collocano la verità e la veracità, che portano all’incontro dell’altro, al suo riconoscimento ed all’intesa: per quello splendore che le è proprio – lo splendor veritatis –, la verità non può non diffondersi; e l’amore del vero è, per suo intrinseco dinamismo, tutto rivolto alla comprensione imparziale ed equanime ed alla condivisione, nonostante qualsiasi difficoltà.

La vostra esperienza di diplomatici non può non confermare che, anche nei rapporti internazionali, la ricerca della verità riesce ad individuare le diversità fin nelle più sottili sfumature, e le relative esigenze, e per ciò stesso anche i limiti da rispettare e da non oltrepassare, nella tutela di ogni legittimo interesse delle parti. Questa medesima ricerca della verità vi porta al contempo ad affermare con forza ciò che vi è di comune, di appartenente alla medesima natura delle persone, di ogni popolo e di ogni cultura, e che dev’essere parimenti rispettato. E quando questi aspetti, distinti e complementari – la diversità e l’uguaglianza – sono conosciuti e riconosciuti, allora i problemi possono risolversi ed i dissidi ricomporsi secondo giustizia, e sono possibili intese profonde e durevoli, mentre quando uno di essi viene misconosciuto o non tenuto nel debito conto, è allora che subentra l’incomprensione, lo scontro, la tentazione della violenza e della sopraffazione.

Quasi con evidenza esemplare tali considerazioni mi sembrano applicabili in quel punto nevralgico della scena mondiale, che resta la Terra Santa. In essa lo Stato d’Israele deve poter sussistere pacificamente in conformità alle norme del diritto internazionale; in essa, parimenti, il Popolo palestinese deve poter sviluppare serenamente le proprie istituzioni democratiche per un avvenire libero e prospero.

Tali considerazioni assumono più vasta applicazione nell’odierno contesto mondiale, in cui non a torto si è ravvisato il pericolo di uno scontro delle civiltà. Il pericolo è reso più acuto dal terrorismo organizzato, che si estende ormai a livello planetario. Numerose e complesse ne sono le cause, non ultime quelle ideologico-politiche, commiste ad aberranti concezioni religiose. Il terrorismo non esita a colpire persone inermi, senza alcuna distinzione, o a porre in essere ricatti disumani, inducendo nel panico intere popolazioni, al fine di costringere i responsabili politici ad assecondare i disegni dei terroristi stessi. Nessuna circostanza vale a giustificare tale attività criminosa, che copre di infamia chi la compie, e che è tanto più deprecabile quando si fa scudo di una religione, abbassando così la pura verità di Dio alla misura della propria cecità e perversione morale.

L’impegno per la verità da parte delle Diplomazie, sia a livello bilaterale che plurilaterale, può dare un contributo essenziale, perché le innegabili diversità che caratterizzano popoli di differenti parti del mondo e le loro culture possano ricomporsi non solo in una coesistenza tollerante, ma in un più alto e più ricco disegno di umanità. In secoli passati gli scambi culturali tra giudaismo ed ellenismo, tra mondo romano e mondo germanico e mondo slavo, come anche tra mondo arabo e mondo europeo, hanno fecondato la cultura e favorito le scienze e le civiltà. Così oggi dovrebbe essere di nuovo, ed in maggior misura, essendo di fatto le possibilità di scambio e di reciproca comprensione assai più favorevoli. Per questo ciò che oggi si richiede è, anzitutto, che si tolga ogni ostacolo all’accesso all’informazione a mezzo della stampa e dei moderni mezzi informatici, ed, inoltre, che si intensifichino gli scambi di docenti e di studenti tra le discipline umanistiche delle università delle diverse regioni culturali.

Il secondo enunciato che vorrei proporre suona: l’impegno per la verità dà fondamento e vigore al diritto di libertà. La grandezza unica dell’essere umano ha la sua ultima radice in questo: l’uomo può conoscere la verità. E l’uomo la vuole conoscere. Ma la verità può essere raggiunta solo nella libertà. Ciò vale per tutte le verità, come appare dalla storia delle scienze; ma è vero in maniera eminente per le verità in cui è in giuoco l’uomo stesso in quanto tale, le verità dello spirito: quelle che riguardano il bene ed il male, le grandi mete e prospettive di vita, il rapporto con Dio. Perché esse non si possono attingere senza che ne derivino profondi riflessi sulla conduzione della propria vita. Ed una volta liberamente fatte proprie, hanno poi bisogno di spazi di libertà per poter essere vissute secondo tutte le dimensioni della vita umana.

È qui che si inserisce naturalmente l’attività di ogni Stato, così come l’attività diplomatica inter-statale. Negli odierni sviluppi del diritto internazionale si avverte con crescente sensibilità che nessun Governo può dispensarsi dal compito di garantire ai propri cittadini adeguate condizioni di libertà, senza pregiudicare per ciò stesso la propria credibilità come interlocutore nelle questioni internazionali. E ciò è giusto: perché nella tutela dei diritti inerenti alla persona in quanto tale, internazionalmente garantiti, non si può non riservare una valutazione prioritaria allo spazio dato ai diritti di libertà all’interno dei singoli Stati, sia nella vita pubblica come in quella privata, sia nei rapporti economici come in quelli politici, in quelli culturali come in quelli religiosi.

A questo proposito vi è ben noto, Signore e Signori Ambasciatori, come l’attività della diplomazia della Santa Sede sia per natura sua rivolta a promuovere, tra i vari ambiti in cui la libertà deve realizzarsi, l’aspetto della libertà di religione. Purtroppo in alcuni Stati, anche tra quelli che pure possono vantare tradizioni culturali plurisecolari, essa, lungi dall’essere garantita, è anzi gravemente violata, in particolare nei confronti delle minoranze. In merito vorrei solo ricordare quanto stabilito con grande chiarezza nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. I diritti fondamentali dell’uomo sono i medesimi sotto tutte le latitudini; e tra di essi un posto di primo piano deve essere riconosciuto al diritto di libertà di religione, perché riguarda il rapporto umano più importante, il rapporto con Dio. A tutti i responsabili della vita delle Nazioni vorrei dire: se non temete la verità, non potete temere la libertà! La Santa Sede, nel chiedere per la Chiesa Cattolica, ovunque, condizioni di vera libertà, le chiede parimenti per tutti.

Vorrei venire ad un terzo enunciato: l’impegno per la verità apre la via al perdono ed alla riconciliazione. Alla necessaria connessione tra l’impegno per la verità e la pace si solleva un’obiezione: le convinzioni diverse sulla verità danno luogo a tensioni, ad incomprensioni, a dispute, tanto più forti quanto più profonde sono le convinzioni stesse. Nel corso della storia esse hanno dato luogo anche a violente contrapposizioni, a conflitti sociali e politici e addirittura a guerre di religione. È vero, e non lo si può negare; ma ciò è sempre avvenuto per una serie di cause concomitanti, poco o nulla aventi a che fare con la verità e la religione, e sempre comunque perché ci si volle avvalere di mezzi in realtà non conciliabili con il puro impegno per la verità né con il rispetto della libertà richiesta dalla verità. Per quanto poi riguarda specificamente la Chiesa Cattolica, in quanto anche da parte di suoi membri e di sue istituzioni sono stati compiuti gravi errori in passato, essa li condanna, e non ha esitato a chiedere perdono. Lo esige l’impegno per la verità.

La richiesta di perdono, e la concessione del perdono, parimenti dovuta – perché per tutti vale il monito di Nostro Signore: chi è senza peccato scagli la prima pietra! (cfr. Gv. Jn 8,7) – sono elementi indispensabili per la pace. La memoria ne resta purificata, il cuore rasserenato, e si fa limpido lo sguardo su ciò che la verità esige per sviluppare pensieri di pace. Non posso non ricordare le parole luminose di Giovanni Paolo II: “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Io le ripeto, umilmente e con profondo amore, ai responsabili delle Nazioni, in particolare di quelle dove più brucianti sono le ferite fisiche e morali dei conflitti e più impellente il bisogno di pace. Il pensiero va spontaneamente alla terra dove è nato Gesù Cristo, il Principe della Pace, che per tutti ha avuto parole di pace e di perdono; va al Libano, la cui popolazione deve ritrovare, anche con il sostegno della solidarietà internazionale, la sua vocazione storica alla collaborazione sincera e fruttuosa tra le comunità di diversa fede; e va a tutto il Medio Oriente, in particolare all’Iraq, culla di grandi civiltà, in questi anni quotidianamente funestato da sanguinosi atti terroristici. Esso va all’Africa, e soprattutto a Paesi della Regione dei Grandi Laghi, dove ancora si sentono le tragiche conseguenze delle guerre fratricide degli anni passati; va alle inermi popolazioni del Darfur, colpite da esecrabile ferocia, con pericolose ripercussioni internazionali; va a tante altre terre, in diverse parti del mondo, che sono teatro di cruenti contese.

Tra i grandi compiti della diplomazia deve essere sicuramente annoverato quello di far comprendere a tutte le parti in conflitto che, se sono amanti della verità, non possono non riconoscere gli errori – e non solo quelli degli altri – né possono rifiutare di aprirsi al perdono, richiesto e concesso. L’impegno per la verità – che certo sta loro a cuore – li convoca, attraverso il perdono, alla pace. Il sangue versato non grida vendetta, ma invoca rispetto della vita, e pace! A questa fondamentale esigenza dell’umanità possa la Peacebuilding Commission, recentemente istituita dall’ONU, rispondere efficacemente con volenterosa cooperazione da parte di tutti.

Un ultimo enunciato vorrei proporvi, Signore e Signori Ambasciatori: l’impegno per la pace apre a nuove speranze. È quasi una logica conclusione di quanto ho cercato di illustrare finora. Perché l’uomo è capace di verità! Lo è sui grandi problemi dell’essere, come sui grandi problemi dell’agire: nella sfera individuale e nei rapporti sociali, a livello di un popolo come dell’umanità intera. La pace, alla quale tale suo impegno può e deve portarlo, non è solo il silenzio delle armi; è, ben più, una pace, che favorisce il formarsi di nuovi dinamismi nei rapporti internazionali, dinamismi che a loro volta si trasformano in fattori di mantenimento della pace stessa. Ed essi sono tali solo se rispondenti alla verità dell’uomo e della sua dignità. E per questo non si può dire pace, là dove l’uomo non ha nemmeno l’indispensabile per vivere in dignità. Penso qui alle turbe sterminate di popolazioni che soffrono la fame. Non è pace, la loro, anche se non sono in guerra: della guerra, anzi, esse sono vittime inermi. Alla mente si affacciano spontaneamente anche le immagini sconvolgenti dei grandi campi di profughi o di rifugiati - in diverse parti del mondo - raccolti in condizioni di fortuna, per scampare a sorte peggiore, ma di tutto bisognosi. Non sono questi esseri umani nostri fratelli e sorelle? Non sono i loro bambini venuti al mondo con le stesse legittime attese di felicità degli altri? Il pensiero va anche a tutti coloro che condizioni di vita non degne spingono ad emigrare, lontano dal loro Paese e dai loro cari, nella speranza di una vita più umana. Né possiamo dimenticare la piaga del traffico di persone, che resta una vergogna del nostro tempo.

Di fronte a queste “emergenze umanitarie”, così come ad altri drammatici problemi dell’uomo, molte persone di buona volontà, diverse istituzioni internazionali ed organizzazioni non governative non sono rimaste inerti. Ma si richiede un accresciuto sforzo congiunto delle Diplomazie per individuare nella verità, e superare con coraggio e generosità, gli ostacoli che tuttora si frappongono a soluzioni efficaci e degne dell’uomo. E verità vuole che nessuno degli Stati prosperi si sottragga alle proprie responsabilità ed al dovere di aiuto, attingendo con maggiore generosità alle proprie risorse. Sulla base di dati statistici disponibili si può affermare che meno della metà delle immense somme globalmente destinate agli armamenti sarebbe più che sufficiente per togliere stabilmente dall’indigenza lo sterminato esercito dei poveri. La coscienza umana ne è interpellata. Alle popolazioni che vivono sotto la soglia della povertà, più a causa di situazioni dipendenti dai rapporti internazionali politici, commerciali e culturali, che non a motivo di circostanze incontrollabili, il nostro comune impegno nella verità può e deve dare nuova speranza.

Signore e Signori Ambasciatori!

Nel Natale di Cristo la Chiesa vede realizzata la profezia del Salmista: “misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno; la verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo” (Ps 84,11-12). Nel commentare queste parole ispirate, il grande Padre della Chiesa Agostino, facendosi interprete della fede di tutta la Chiesa esclama: «La verità è germogliata dalla terra: Cristo, che ha detto: Io sono la Verità, è nato dalla Vergine» (Sermo 185).

È di questa verità che la Chiesa sempre vive; ma di essa in particolare si illumina e gioisce in questa fase del suo anno liturgico. E alla luce di questa verità queste mie parole vogliono essere di fronte a voi e per voi, che qui rappresentate la maggior parte delle Nazioni del mondo, al contempo testimonianza ed augurio: nella verità, la pace!

In questo spirito, a tutti il mio augurio più cordiale di buon anno!




AGLI AMMINISTRATORI DELLA REGIONE LAZIO

DEL COMUNE E DELLA PROVINCIA DI ROMA

Sala Clementina

Giovedì, 12 gennaio 2006




Illustri Signori e gentili Signore!

Sono lieto di ricevervi per il tradizionale scambio di auguri all’inizio di questo nuovo anno, che è anche il primo del mio ministero di Vescovo di Roma e Pastore universale della Chiesa. È questa infatti l’occasione propizia per confermare e rinvigorire quei legami, maturati e consolidati attraverso due millenni di storia, che intercorrono tra il Successore di Pietro e la città di Roma, la sua provincia e la regione del Lazio. Porgo il mio cordiale e deferente saluto al Presidente della Giunta regionale del Lazio, Signor Pietro Marrazzo, al Sindaco di Roma, Onorevole Walter Veltroni, e al Presidente della Provincia di Roma, Signor Enrico Gasbarra, ringraziandoli per le gentili espressioni che mi hanno rivolto, anche a nome delle Amministrazioni da loro guidate. Insieme ad essi, saluto i Presidenti delle rispettive Assemblee consiliari e tutti voi qui riuniti.

Sento anzitutto il bisogno di far giungere, attraverso di voi, l’espressione del mio affetto e della mia sollecitudine pastorale a tutti i cittadini e gli abitanti di Roma e del Lazio. Lo faccio ricorrendo alle parole pronunciate dal mio amato Predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, in occasione della sua visita in Campidoglio, il 15 gennaio 1998: “Il Signore ti ha affidato, Roma, il compito di essere nel mondo “prima inter Urbes”, faro di civiltà e di fede. Sii all’altezza del tuo glorioso passato, del Vangelo che ti è stato annunciato, dei Martiri e dei Santi che hanno fatto grande il tuo nome. Apri, Roma, le ricchezze del tuo cuore e della tua storia millenaria a Cristo. Non temere, Egli non umilia la tua libertà e la tua grandezza. Egli ti ama e desidera renderti degna della tua vocazione civile e religiosa, perché tu continui ad elargire i tesori di fede, di cultura e di umanità ai tuoi figli e agli uomini del nostro tempo” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XXI/1, 1998, p. 119) . Le popolazioni di Roma e del Lazio hanno mostrato con straordinaria e toccante evidenza, nei mesi della malattia e della morte di Giovanni Paolo II, l’intensità della loro risposta di amore all’amore del Papa. Desidero, nella presente circostanza, manifestare la mia più viva gratitudine a voi, distinte Autorità, ed alle Istituzioni che rappresentate per il grande contributo che avete saputo offrire all’accoglienza di milioni di persone, convenute a Roma da ogni parte del mondo, per rendere l’estremo saluto al compianto Pontefice e poi anche in occasione della mia elezione alla Sede di Pietro.

In verità Roma e il Lazio, come del resto l’Italia e l’umanità intera, hanno vissuto in quei giorni una profonda esperienza spirituale, di fede e di preghiera, di fraternità e di riscoperta dei beni che rendono degna e ricca di significato la nostra vita. Una tale esperienza non deve rimanere priva di frutti anche nell’ambito della comunità civile, dei suoi compiti e delle sue molteplici responsabilità e relazioni. Penso in particolare a quel terreno assai sensibile, e decisivo per la formazione e la felicità delle persone come per il futuro della società, che è rappresentato dalla famiglia. Da ormai tre anni la Diocesi di Roma ha posto la famiglia al centro del suo impegno pastorale, per aiutarla a fronteggiare i motivi di crisi e di sfiducia largamente presenti nel nostro contesto culturale, prendendo più chiara e convinta coscienza della propria natura e dei propri compiti. Come dicevo infatti il 6 giugno scorso, parlando al Convegno che la Diocesi ha dedicato a queste tematiche, “matrimonio e famiglia non sono in realtà una costruzione sociologica casuale, frutto di particolari situazioni storiche ed economiche. Al contrario, la questione del giusto rapporto tra l’uomo e la donna affonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui”. Aggiungevo pertanto: “Il matrimonio come istituzione non è quindi una indebita ingerenza della società o dell’autorità, l’imposizione di una forma dal di fuori, è invece esigenza intrinseca del patto dell’amore coniugale”. Non si tratta qui di norme peculiari della morale cattolica, ma di verità elementari che riguardano la nostra comune umanità: rispettarle è essenziale per il bene della persona e della società. Esse interpellano quindi anche le vostre responsabilità di pubblici Amministratori e le vostre competenze normative, in una duplice direzione. Da una parte, sono quanto mai opportuni tutti quei provvedimenti che possono essere di sostegno alle giovani coppie nel formare una famiglia e alla famiglia stessa nella generazione ed educazione dei figli: al riguardo vengono subito alla mente problemi come quelli dei costi degli alloggi, degli asili-nido e delle scuole materne per i bambini più piccoli. Dall’altra parte, è un grave errore oscurare il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio, attribuendo ad altre forme di unione impropri riconoscimenti giuridici, dei quali non vi è, in realtà, alcuna effettiva esigenza sociale.

Uguale attenzione ed impegno richiede la tutela della vita umana nascente: occorre aver cura che non manchino di concreti aiuti le gestanti che si trovano in condizioni di difficoltà ed evitare di introdurre farmaci che nascondano in qualche modo la gravità dell’aborto, come scelta contro la vita. In una società che invecchia diventano poi sempre più rilevanti l’assistenza agli anziani e tutte le complesse problematiche attinenti alla cura della salute dei cittadini. Desidero incoraggiarvi negli sforzi che state compiendo in questi ambiti e sottolineare che, in campo sanitario, i continui sviluppi scientifici e tecnologici, come anche l’impegno per il contenimento dei costi, vanno promossi tenendo ben fermo il superiore principio della centralità della persona del malato. Peculiare attenzione meritano i molti casi di sofferenza e di malattia psichica, anche per non lasciare senza aiuti adeguati le famiglie che non di rado si trovano a dover fronteggiare situazioni assai difficili. Sono lieto per lo sviluppo che hanno avuto in questi anni le varie forme di collaborazione tra le pubbliche Amministrazioni di Roma, della Provincia e della Regione e gli organismi del volontariato ecclesiale, nell’opera volta ad alleviare le povertà vecchie e nuove che purtroppo affliggono una parte non piccola della popolazione, e in particolare molti immigrati.

Distinte Autorità, vi assicuro la mia vicinanza e la mia quotidiana preghiera, per le vostre persone e per l’esercizio delle vostre alte responsabilità. Il Signore illumini i vostri propositi di bene e vi dia la forza di portarli a compimento. Con questi sentimenti, imparto di cuore a ciascuno di voi la Benedizione Apostolica, che estendo volentieri alle vostre famiglie e a quanti vivono e operano a Roma, nella sua provincia e in tutto il Lazio.




Benedetto XVI DIscorsi 2006