
Benedetto XVI DIscorsi 2006 - IN VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM"
Sala Clementina
Venerdì, 27 gennaio 2006
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
cari Membri delle ACLI!
Ci incontriamo quest'oggi in occasione del sessantesimo anniversario della fondazione delle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani. Saluto il Presidente Luigi Bobba, ringraziandolo cordialmente per le cortesi parole rivoltemi che mi hanno veramente toccato; saluto gli altri dirigenti e ciascuno di voi. Un saluto speciale porgo ai Vescovi e ai sacerdoti che vi accompagnano e si preoccupano della vostra formazione spirituale. La nascita del vostro sodalizio si deve all'intuizione lungimirante del Papa Pio XII, di venerata memoria, che volle dare corpo a una visibile e incisiva presenza dei cattolici italiani nel mondo del lavoro, avvalendosi della preziosa collaborazione dell'allora Sostituto della Segreteria di Stato, Giovanni Battista Montini. Dieci anni più tardi, il 1° maggio 1955, lo stesso Pontefice avrebbe istituito la festa di san Giuseppe artigiano, per indicare a tutti i lavoratori del mondo la strada della personale santificazione attraverso il lavoro, e restituire così alla fatica quotidiana la prospettiva di un'autentica umanizzazione. Anche oggi la questione del lavoro, al centro di cambiamenti rapidi e complessi, non cessa di interpellare la coscienza umana, ed esige che non si perda di vista il principio di fondo che deve orientare ogni scelta concreta: il bene cioè di ogni essere umano e dell'intera società.
All'interno di questa basilare fedeltà al progetto originario di Dio, vorrei ora brevemente rileggere con voi e per voi le tre "consegne" o "fedeltà", che storicamente vi siete impegnati ad incarnare nella vostra multiforme attività. La prima fedeltà che le ACLI sono chiamate a vivere è la fedeltà ai lavoratori. È la persona "il metro della dignità del lavoro" (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 271). Per questo il Magistero ha sempre richiamato la dimensione umana dell'attività lavorativa riconducendola alla sua vera finalità, senza dimenticare che il coronamento dell'insegnamento biblico sul lavoro è il comandamento del riposo. Esigere dunque che la domenica non venga omologata a tutti gli altri giorni della settimana è una scelta di civiltà.
Dal primato della valenza etica del lavoro umano, derivano ulteriori priorità: quella dell’uomo sullo stesso lavoro (cfr Laborem exercens LE 12), del lavoro sul capitale (ibidem), della destinazione universale dei beni sul diritto alla proprietà privata (ivi, 14): insomma la priorità dell’essere sull’avere (ivi, 20). Questa gerarchia di priorità mostra con chiarezza come l’ambito del lavoro rientri a pieno titolo nella questione antropologica. Emerge oggi, su questo versante, un nuovo e inedito risvolto della questione sociale connesso alla tutela della vita. Viviamo un tempo in cui la scienza e la tecnica offrono possibilità straordinarie per migliorare l’esistenza di tutti. Ma un uso distorto di questo potere può provocare gravi e irreparabili minacce per il destino della vita stessa. Va, pertanto, ribadito l’insegnamento dell’amato Giovanni Paolo II, che ci ha invitati a vedere nella vita la nuova frontiera della questione sociale (cfr. Enc. Evangelium vitae EV 20). La tutela della vita dal concepimento al suo termine naturale, e ovunque questa sia minacciata, offesa o calpestata, è il primo dovere in cui si esprime un’autentica etica della responsabilità, che si estende coerentemente a tutte le altre forme di povertà, di ingiustizia e di esclusione.
La seconda consegna a cui vorrei sollecitarvi è - conformemente allo spirito dei vostri padri fondatori - la fedeltà alla democrazia, che sola può garantire l’uguaglianza e i diritti per tutti. Si dà infatti una sorta di reciproca dipendenza tra democrazia e giustizia, che spinge tutti a impegnarsi in modo responsabile perché venga salvaguardato il diritto di ciascuno, specie se debole o emarginato. La giustizia è il banco di prova di un’autentica democrazia. Ciò posto, non va dimenticato che la ricerca della verità costituisce al contempo la condizione di possibilità di una democrazia reale e non apparente: “Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia” (Centesimus annus CA 46). Di qui l’invito a lavorare perché cresca il consenso attorno a un quadro di riferimenti condivisi. Diversamente l’appello alla democrazia rischia di essere una mera formalità procedurale, che perpetua le differenze ed esaspera le problematiche.
La terza consegna è la fedeltà alla Chiesa. Solo un’adesione cordiale ed appassionata al cammino ecclesiale garantirà quella necessaria identità che sa farsi presente in ogni ambito della società e del mondo, senza perdere il sapore e il profumo del Vangelo. Non a caso le parole che Giovanni Paolo II vi ha rivolto il 1° maggio 1995 - “Solo il Vangelo fa nuove le ACLI” - segnano ancora oggi la via maestra per la vostra associazione, in quanto vi incoraggiano a porre al centro della vita associativa la Parola di Dio e a considerare l’evangelizzazione parte integrante della vostra missione. La presenza poi dei sacerdoti, quali accompagnatori della vita spirituale, vi aiuta a valorizzare il rapporto con la Chiesa locale e a rafforzare l’impegno ecumenico e di dialogo interreligioso. Da laici e lavoratori cristiani associati, curate sempre la formazione dei vostri soci e dirigenti, nella prospettiva del peculiare servizio a cui siete chiamati. Come testimoni del Vangelo e tessitori di legami fraterni, siate coraggiosamente presenti negli ambiti cruciali della vita sociale.
Cari amici, il filo conduttore della celebrazione dei vostri 60 anni è stato quello di reinterpretare queste storiche ‘fedeltà’ valorizzando la quarta consegna con cui il venerato Giovanni Paolo II vi ha esortato ad “allargare i confini della vostra azione sociale” (Discorso alle ACLI, 27 aprile 2002). Tale impegno per il futuro dell’umanità sia sempre animato dalla speranza cristiana. Così anche voi, quali testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo, contribuirete ad imprimere nuovo dinamismo alla grande tradizione delle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani, e potrete cooperare, sotto l’azione dello Spirito Santo, a rinnovare la faccia della terra. Iddio vi accompagni e la Vergine Santa protegga voi, le vostre famiglie e ogni vostra iniziativa. Con affetto vi benedico, assicurando uno speciale ricordo nella mia preghiera.
Sala Clementina
Sabato, 28 gennaio 2006
Illustri Giudici, Officiali e Collaboratori
del Tribunale Apostolico della Rota Romana!
E’ passato quasi un anno dall’ultimo incontro del vostro Tribunale con il mio amato predecessore Giovanni Paolo II. Fu l’ultimo di una lunga serie. Dell’immensa eredità che egli ci ha lasciato anche in materia di diritto canonico, vorrei oggi particolarmente segnalare l’Istruzione Dignitas connubii, sulla procedura da seguire nelle cause di nullità matrimoniale. Con essa si è inteso stendere una sorta di vademecum, che non solo raccoglie le norme vigenti in questa materia, ma le arricchisce con ulteriori disposizioni, necessarie per la corretta applicazione delle prime. Il maggior contributo di questa Istruzione, che auspico venga applicata integralmente dagli operatori dei tribunali ecclesiastici, consiste nell’indicare in che misura e modo devono essere applicate nelle cause di nullità matrimoniale le norme contenute nei canoni relativi al giudizio contenzioso ordinario, in osservanza delle norme speciali dettate per le cause sullo stato delle persone e per quelle di bene pubblico.
Come ben sapete, l’attenzione dedicata ai processi di nullità matrimoniale trascende sempre più l’ambito degli specialisti. Le sentenze ecclesiastiche in questa materia, infatti, incidono sulla possibilità o meno di ricevere la Comunione eucaristica da parte di non pochi fedeli. Proprio quest’aspetto, così decisivo dal punto di vista della vita cristiana, spiega perché l’argomento della nullità matrimoniale sia emerso ripetutamente anche durante il recente Sinodo sull’Eucaristia. Potrebbe sembrare a prima vista che la preoccupazione pastorale riflessa nei lavori del Sinodo e lo spirito delle norme giuridiche raccolte nella Dignitas connubii divergano profondamente tra di loro, fin quasi a contrapporsi. Da una parte, parrebbe che i Padri sinodali abbiano invitato i tribunali ecclesiastici ad adoperarsi affinché i fedeli non canonicamente sposati possano al più presto regolarizzare la loro situazione matrimoniale e riaccostarsi al banchetto eucaristico. Dall’altra parte, invece, la legislazione canonica e la recente Istruzione sembrerebbero, invece, porre dei limiti a tale spinta pastorale, come se la preoccupazione principale fosse quella di espletare le formalità giuridiche previste, con il rischio di dimenticare la finalità pastorale del processo. Dietro a questa impostazione si cela una pretesa contrapposizione tra diritto e pastorale in genere. Non intendo ora riprendere approfonditamente la questione, già trattata da Giovanni Paolo II a più riprese, soprattutto nell’allocuzione alla Rota Romana del 1990 (cfr AAS, 82 [1990], PP 872-877). In questo primo incontro con voi preferisco concentrarmi piuttosto su ciò che rappresenta il fondamentale punto di incontro tra diritto e pastorale: l’amore per la verità. Con questa affermazione, peraltro, mi ricollego idealmente a quanto lo stesso mio venerato Predecessore vi ha detto, proprio nell’allocuzione dell’anno scorso (cfr AAS, 97 [2005], PP 164-166).
Il processo canonico di nullità del matrimonio costituisce essenzialmente uno strumento per accertare la verità sul vincolo coniugale. Il suo scopo costitutivo non è quindi di complicare inutilmente la vita ai fedeli né tanto meno di esacerbarne la litigiosità, ma solo di rendere un servizio alla verità. L’istituto del processo in generale, del resto, non è di per sé un mezzo per soddisfare un interesse qualsiasi, bensì uno strumento qualificato per ottemperare al dovere di giustizia di dare a ciascuno il suo. Il processo, proprio nella sua struttura essenziale, è istituto di giustizia e di pace. In effetti, lo scopo del processo è la dichiarazione della verità da parte di un terzo imparziale, dopo che è stata offerta alle parti pari opportunità di addurre argomentazioni e prove entro un adeguato spazio di discussione. Questo scambio di pareri è normalmente necessario, affinché il giudice possa conoscere la verità e, di conseguenza, decidere la causa secondo giustizia. Ogni sistema processuale deve tendere, quindi, ad assicurare l’oggettività, la tempestività e l’efficacia delle decisioni dei giudici.
Di fondamentale importanza, anche in questa materia, è il rapporto tra ragione e fede. Se il processo risponde alla retta ragione, non può meravigliare il fatto che la Chiesa abbia adottato l’istituto processuale per risolvere questioni intraecclesiali d’indole giuridica. Si è andata consolidando così una tradizione ormai plurisecolare, che si conserva fino ai giorni nostri nei tribunali ecclesiastici di tutto il mondo. Conviene tener presente, inoltre, che il diritto canonico ha contribuito in maniera assai rilevante, all’epoca del diritto classico medioevale, a perfezionare la configurazione dello stesso istituto processuale. La sua applicazione nella Chiesa concerne anzitutto i casi in cui, essendo la materia del contendere disponibile, le parti potrebbero raggiungere un accordo che risolverebbe la lite, ma per vari motivi ciò non avviene. Il ricorso alla via processuale, nel cercare di determinare ciò che è giusto, non solo non mira ad acuire i conflitti, ma a renderli più umani, trovando soluzioni oggettivamente adeguate alle esigenze della giustizia. Naturalmente questa soluzione da sola non basta, poiché le persone hanno bisogno di amore, ma, quando risulta inevitabile, rappresenta un passo significativo nella giusta direzione. I processi, poi, possono vertere anche su materie che esulano dalla capacità di disporre delle parti, nella misura in cui interessano i diritti dell’intera comunità ecclesiale. Proprio in questo ambito si pone il processo dichiarativo della nullità di un matrimonio: il matrimonio infatti, nella sua duplice dimensione naturale e sacramentale, non è un bene disponibile da parte dei coniugi né, attesa la sua indole sociale e pubblica, è possibile ipotizzare una qualche forma di autodichiarazione.
A questo punto viene da sé la seconda osservazione. Nessun processo è a rigore contro l’altra parte, come se si trattasse di infliggerle un danno ingiusto. L’obiettivo non è di togliere un bene a nessuno, bensì di stabilire e tutelare l’appartenenza dei beni alle persone e alle istituzioni. A questa considerazione, valida per ogni processo, nell’ipotesi di nullità matrimoniale se ne aggiunge un’altra più specifica. Qui non vi è alcun bene conteso tra le parti, che debba essere attribuito all’una o all’altra. L’oggetto del processo è invece dichiarare la verità circa la validità o l’invalidità di un concreto matrimonio, vale a dire circa una realtà che fonda l’istituto della famiglia e che interessa in massima misura la Chiesa e la società civile. Di conseguenza si può affermare che in questo genere di processi il destinatario della richiesta di dichiarazione è la Chiesa stessa. Attesa la naturale presunzione di validità del matrimonio formalmente contratto, il mio predecessore, Benedetto XIV, insigne canonista, ideò e rese obbligatoria la partecipazione del difensore del vincolo a detti processi (cfr Cost. ap. Dei miseratione, 3 novembre 1741). In tal modo viene garantita maggiormente la dialettica processuale, volta ad accertare la verità.
Il criterio della ricerca della verità, come ci guida a comprendere la dialettica del processo, così può servirci per cogliere l’altro aspetto della questione: il suo valore pastorale, che non può essere separato dall’amore alla verità. Può avvenire infatti che la carità pastorale sia a volte contaminata da atteggiamenti compiacenti verso le persone. Questi atteggiamenti possono sembrare pastorali, ma in realtà non rispondono al bene delle persone e della stessa comunità ecclesiale; evitando il confronto con la verità che salva, essi possono addirittura risultare controproducenti rispetto all’incontro salvifico di ognuno con Cristo. Il principio dell’indissolubilità del matrimonio, riaffermato da Giovanni Paolo II con forza in questa sede (cfr i discorsi del 21 gennaio 2000, in AAS, 92 [2000], PP 350-355 pp. 350-355; e del 28 gennaio 2002, in AAS, 94 [2002], PP 340-346), appartiene all’integrità del mistero cristiano. Oggi purtroppo ci è dato di constatare che questa verità è talvolta oscurata nella coscienza dei cristiani e delle persone di buona volontà. Proprio per questo motivo è ingannevole il servizio che si può offrire ai fedeli e ai coniugi non cristiani in difficoltà rafforzando in loro, magari solo implicitamente, la tendenza a dimenticare l’indissolubilità della propria unione. In tal modo, l’eventuale intervento dell’istituzione ecclesiastica nelle cause di nullità rischia di apparire quale mera presa d’atto di un fallimento.
La verità cercata nei processi di nullità matrimoniale non è tuttavia una verità astratta, avulsa dal bene delle persone. È una verità che si integra nell’itinerario umano e cristiano di ogni fedele. È pertanto assai importante che la sua dichiarazione arrivi in tempi ragionevoli. La Provvidenza divina sa certo trarre il bene dal male, anche quando le istituzioni ecclesiastiche trascurassero il loro dovere o commettessero degli errori. Ma è un obbligo grave quello di rendere l’operato istituzionale della Chiesa nei tribunali sempre più vicino ai fedeli. Inoltre, la sensibilità pastorale deve portare a cercare di prevenire le nullità matrimoniali in sede di ammissione alle nozze e ad adoperarsi affinché i coniugi risolvano i loro eventuali problemi e trovino la via della riconciliazione. La stessa sensibilità pastorale dinanzi alle situazioni reali delle persone deve però portare a salvaguardare la verità e ad applicare le norme previste per tutelarla nel processo.
Mi auguro che queste riflessioni giovino a far comprendere meglio come l’amore alla verità raccordi l’istituzione del processo canonico di nullità matrimoniale con l’autentico senso pastorale che deve animare tali processi. In questa chiave di lettura, l’Istruzione Dignitas connubii e le preoccupazioni emerse nell’ultimo Sinodo si rivelano del tutto convergenti. Carissimi, attuare quest’armonia è il compito arduo ed affascinante per il cui discreto svolgimento la comunità ecclesiale vi è tanto grata. Con il cordiale auspicio che la vostra attività giudiziale contribuisca al bene di tutti coloro che si rivolgono a voi e li favorisca nell’incontro personale con la Verità che è Cristo, con riconoscenza ed affetto vi benedico.
Lunedì, 6 febbraio 2006
Cari Fratelli nell'Episcopato,
È con gioia che vi accolgo mentre venite in pellegrinaggio nei luoghi in cui gli Apostoli Pietro e Paolo hanno reso testimonianza a Cristo Salvatore fino al martirio. Auspico vivamente che i vostri incontri con il Papa e con i suoi collaboratori, espressione di comunione delle vostre Chiese locali con la Sede di Pietro, facciano crescere in voi lo slancio apostolico al servizio del popolo di Dio che vi è stato affidato. Vi ringrazio per tutto ciò di cui mi avete fatto partecipe nel corso dei nostri incontri. Assicurate i vostri diocesani della mia vicinanza spirituale, ora che sono invitati, con tutti gli abitanti del Paese, a mobilitarsi per ottenere la pace e la riconciliazione, dopo anni di guerra che hanno causato, soprattutto nella vostra regione, milioni di vittime. Che siano coraggiosi difensori della dignità di ogni essere umano e testimoni audaci della carità di Cristo, per edificare una società sempre più giusta e più fraterna!
L'impegno per la pace è una sfida lanciata alla missione evangelizzatrice del Vescovo. I vostri resoconti quinquennali descrivono le difficili condizioni in cui esercitate il vostro ministero. I conflitti del passato e i focolai di insicurezza che perdurano lasciano profonde ferite nella popolazione, provocando stanchezza e scoraggiamento. In questo anno che la vostra Chiesa locale dedica alla Beata Anuarite Nengapeta, auspico che l'imperativo della carità vi mobiliti e che, mediante la santità della vostra vita e il dinamismo missionario che vi anima, siate voi stessi profeti della giustizia e della pace. In effetti, "la carità non è per la Chiesa una specie di attività di assistenza sociale che si potrebbe anche lasciare ad altri, ma appartiene alla sua natura, è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza" (Lettera Enciclica Deus caritas Est 25). Mi rallegro del lavoro pastorale di vicinanza svolto nelle Comunità ecclesiali vive dai sacerdoti, dalle persone consacrate e anche dai diversi organismi caritativi, per condividere questa preoccupazione per la carità vissuta al servizio dei più piccoli, divenendo testimoni credibili dell'amore che Cristo nutre per loro. Adoperatevi per l'unità del popolo di Dio e donatevi senza riserve per costituirlo come popolo di fratelli, riuniti da Cristo e inviati da Lui!
È importante che proseguiate l'impegnativo compito di radicare il Vangelo nella vostra cultura, rispettando i ricchi e autentici valori africani ma al contempo purificandoli di tutto ciò che potrebbe renderli incompatibili con la verità del Vangelo. È parimenti auspicabile che nuova vitalità venga conferita al sacramento della Penitenza, con il quale Dio libera l'uomo dal peccato, permettendogli di essere sempre più fermento di riconciliazione e di pace nella Chiesa e nella società. I sacerdoti e i fedeli sono chiamati a riscoprire nell'Eucaristia il centro della loro esistenza, accogliendo in questa grande scuola di pace il senso profondo dei loro impegni e un appello potente a divenire artefici di dialogo e di comunione (cfr Mane nobiscum Domine, n. 27).
Edificare la Chiesa Famiglia di Dio nel vostro Paese, come altrove, è un compito impegnativo, ma io conosco il dinamismo apostolico che vi anima. È un bene che la Conferenza Episcopale nazionale del Congo, con i suoi molteplici interventi, non abbia lesinato sforzi per aprire nei cuori e nelle coscienze cammini di riconciliazione e di comunione fraterna. A tale proposito, si auspica che la campagna di sensibilizzazione lanciata, insieme ai Responsabili di altre confessioni religiose, al fine di proporre a tutti i cittadini un'educazione civica, rechi buoni frutti. La Chiesa è chiamata a partecipare a questa opera, nel posto che gli corrisponde e secondo la vocazione che le è propria, e ad apportare un contributo specifico al bene comune e al consolidamento dello Stato di diritto, mostrando il suo impegno quotidiano per il benessere materiale e spirituale di tutti i congolesi. Pertanto, è importante proporre ai responsabili politici del paese una formazione specifica. Approfondendo il ricco patrimonio della Dottrina Sociale della Chiesa, potranno riflettere sul loro impegno al servizio del bene comune e valutarne le esigenze morali, per lavorare alla messa in atto di istituzioni giuste, al servizio del rinnovamento della società.
Affinché la Parola del Vangelo venga udita in ogni punto del Paese e l'insegnamento della Chiesa influisca profondamente sulle coscienze, sulle mentalità e sui costumi, l'uso dei mezzi di comunicazione sociale, in particolare la radio e la televisione, si rivela più che mai necessario e resta per voi una preoccupazione costante. Grazie a questi mezzi, la Chiesa potrà così svolgere meglio il suo ministero profetico, in particolare per limitare l'azione delle sette che utilizzano abbondantemente le nuove tecnologie per attirare e confondere i fedeli. I mass media moderni permettono un'attività educativa, animata dalla passione per la verità, ma anche un'azione volta a difendere la libertà e il rispetto della dignità della persona, e a favorire la cultura autentica del vostro popolo (cfr Christifideles laici CL 44).
L'evangelizzazione della famiglia costituisce a sua volta una priorità pastorale. I movimenti di persone rifugiate o dislocate, la pandemia dell'Aids, ma anche i mutamenti importanti della società contemporanea, hanno disgregato numerose famiglie, indebolendo l'istituzione familiare, con il rischio di nuocere alla coesione della società stessa. È importante, a tutti i livelli della vita diocesana e sociale, incoraggiare i cattolici a preservare e a promuovere i valori fondamentali della famiglia. In questo spirito, è opportuno prestare attenzione alla preparazione umana e spirituale delle coppie e all'accompagnamento pastorale delle famiglie, ricordando l'eminente dignità del matrimonio cristiano, unico e indissolubile, e proponendo una spiritualità coniugale salda, affinché le famiglie crescano in santità.
La vita consacrata è presente nella Repubblica Democratica del Congo nella ricca diversità delle sue forme. Saluto affettuosamente tutte le persone consacrate; esse si preoccupano di testimoniare l'amore di Cristo fra i loro fratelli. Rendo omaggio in particolare a coloro, uomini e donne che, in condizioni estreme, hanno scelto di restare fra le popolazioni provate per offrire loro l'assistenza, il conforto e il sostegno spirituale necessari. Invito tutte le persone consacrate, segno insostituibile del Regno che viene, a rendere una testimonianza profetica nella Chiesa e nella società congolese, esortandole in particolare, in una fedeltà perfetta ai consigli evangelici, a rifiutare qualsiasi tentazione di ripiegamento identitario e a diffondere un reale spirito di fraternità fra voi.
I giovani danno prova di grande vitalità; sono una vera ricchezza per la Chiesa e per tutto il Paese. Costituiscono tuttavia una popolazione resa fragile dall'insicurezza dinanzi al futuro, dall'esperienza della precarietà, dalle preoccupanti devastazioni dell'Aids. Spetta a voi nutrire la loro fede e la loro speranza, proponendo una formazione cristiana salda. Si pensi in particolare alle iniziative pastorali volte a permettere ai bambini di strada e ai bambini soldato di ricostruirsi dal punto di vista umano e spirituale. Esorto anche le scuole cattoliche, come pure tutte le persone che si preoccupano della formazione e dell'educazione dei giovani, a offrire loro i mezzi per crescere nella carità, per coltivare il piacere dell'impegno e per allenarsi al rispetto reciproco, all'apprendimento del dialogo e del servizio alla comunità, affinché siano membri attivi dell'evangelizzazione e del rinnovamento del tessuto sociale.
Cari Fratelli nell'Episcopato, al termine del nostro incontro, come non ribadirvi la fondata speranza che condivido con voi di vedere la riconciliazione e la pace trionfare nel vostro Paese e in tutta la Regione dei Grandi Laghi! Che tutti coloro che presiedono al destino della nazione agiscano in modo concertato e responsabile per giungere a una pace duratura! Faccio anche appello alla Comunità internazionale affinché non dimentichi l'Africa, portando avanti in particolare azioni coraggiose e determinate per consolidare la stabilità politica ed economica del vostro Paese. Esorto infine le vostre comunità a impegnarsi "in un'intensa e capillare opera di educazione e di testimonianza che faccia crescere in ciascuno la consapevolezza dell'urgenza di scoprire sempre più a fondo la verità della pace" (Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 2006, 8 dicembre 2005, n. 16). Al ritorno nelle vostre Diocesi, portate a tutti i sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, catechisti e fedeli laici l'affetto del Successore di Pietro, che li esorta a vivere ogni giorno il servizio della carità, divenendo sempre più uniti a Cristo e che imparte loro, e anche a voi, una particolare Benedizione Apostolica.
Sala Clementina
Venerdì, 10 febbraio 2006
Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
cari fratelli e sorelle!
Sono lieto di incontrare, al termine della sua Sessione plenaria, la Congregazione per la Dottrina della Fede, Congregazione che ho avuto la gioia di presiedere per più di vent'anni, per mandato del mio Predecessore, il venerato Papa Giovanni Paolo II. I vostri volti richiamano alla mia memoria anche quelli di tutti coloro che, in questi anni, hanno collaborato con il Dicastero: a tutti ripenso con gratitudine ed affetto. Non posso non ricordare infatti, con una certa commozione, questo periodo così intenso e proficuo, da me trascorso presso la Congregazione che ha il compito di promuovere e tutelare la dottrina sulla fede e sui costumi nell'intera Chiesa cattolica (cfr Pastor Bonus, 48).
Nella vita della Chiesa la fede ha un’importanza fondamentale, perché fondamentale è il dono che Dio fa di se stesso nella Rivelazione e questa auto-donazione di Dio viene accolta nella fede. Appare di qui la rilevanza della vostra Congregazione che, nel suo servizio a tutta la Chiesa e in particolare ai Vescovi, quali maestri della fede e pastori, è chiamata, in spirito di collegialità, a favorire e richiamare proprio la centralità della fede cattolica, nella sua autentica espressione. Quando si affievolisce la percezione di questa centralità, anche il tessuto della vita ecclesiale perde la sua originale vivacità e si logora, decadendo in uno sterile attivismo o riducendosi a scaltrezza politica dal sapore mondano. Se la verità della fede è invece posta con semplicità e decisione al centro dell'esistenza cristiana, la vita dell’uomo viene innervata e ravvivata da un amore che non conosce soste né confini, come ho avuto modo di richiamare anche nella mia recente Lettera Enciclica Deus caritas est.
La carità, dal cuore di Dio attraverso il cuore di Gesù Cristo, si effonde mediante il suo Spirito sul mondo, come amore che tutto rinnova. Questo amore nasce dall'incontro con Cristo nella fede: “All’inizio dell’essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva” (Deus caritas Est 1). Gesù Cristo è la Verità fatta Persona, che attira a sé il mondo. La luce irradiata da Gesù è splendore di verità. Ogni altra verità è un frammento della Verità che Egli è ed a Lui rimanda. Gesù è la stella polare della libertà umana: senza di Lui essa perde il suo orientamento, poiché senza la conoscenza della verità la libertà si snatura, si isola e si riduce a sterile arbitrio. Con Lui, la libertà si ritrova, si riconosce fatta per il bene e si esprime in azioni e comportamenti di carità.
Per questo Gesù dona all'uomo la piena familiarità con la verità e lo invita continuamente a vivere in essa. E’ una verità offerta come realtà che ristora l'uomo ed insieme lo supera e lo sovrasta; come Mistero che accoglie ed eccede nello stesso tempo lo slancio della sua intelligenza. E nulla come l'amore alla verità riesce a sospingere l’intelligenza umana verso orizzonti inesplorati. Gesù Cristo, che è la pienezza della verità, attira a sé il cuore di ogni uomo, lo dilata e lo colma di gioia. Solo la verità è infatti capace di invadere la mente e di farla gioire compiutamente. E’ questa gioia che allarga le dimensioni dell'animo umano, risollevandolo dalle angustie dell'egoismo e rendendolo capace di amore autentico. E’ l'esperienza di questa gioia che commuove, che attira l'uomo ad una libera adorazione, non ad un prostrarsi servile, ma ad inchinare il cuore di fronte alla Verità che ha incontrato.
Perciò il servizio alla fede, che è testimonianza a Colui che è la Verità intera, è anche un servizio alla gioia ed è questa gioia che Cristo vuole diffondere nel mondo: è la gioia della fede in Lui, della verità che per mezzo di Lui si comunica, della salvezza che viene da Lui! E’ questa gioia che il cuore sperimenta quando ci inginocchiamo per adorare nella fede Gesù! Questo amore alla verità ispira ed orienta anche l'approccio cristiano al mondo contemporaneo e l'impegno evangelizzatore della Chiesa, temi su cui vi siete soffermati a discutere durante i lavori della Plenaria. La Chiesa accoglie con gioia le autentiche conquiste della conoscenza umana e riconosce che l’evangelizzazione esige anche un reale farsi carico degli orizzonti e delle sfide che il sapere moderno dischiude. In realtà i grandi progressi del sapere scientifico, cui abbiamo assistito nel secolo scorso, hanno aiutato a comprendere meglio il mistero della creazione, segnando profondamente la coscienza di tutti i popoli. I progressi della scienza tuttavia sono stati a volte così rapidi da rendere assai complesso riconoscere come essi siano compatibili con le verità rivelate da Dio sull’uomo e sul mondo. Talora, alcune affermazioni del sapere scientifico sono state addirittura contrapposte a tali verità. Ciò può aver provocato una certa confusione nei fedeli ed anche costituito una difficoltà per la proclamazione e la recezione del Vangelo. E’ perciò di vitale importanza ogni studio che si proponga di approfondire la conoscenza delle verità scoperte dalla ragione, nella certezza che non vi è “competitività alcuna tra la ragione e la fede” (Fides et ratio, 17).
Non dobbiamo avere alcun timore di affrontare questa sfida: Gesù Cristo è infatti il Signore di tutta la creazione e di tutta la storia. Il credente sa bene che “tutte le cose sono state create per mezzo di lui ed in vista di lui... e tutte sussistono in lui” (Col 1,16 Col 1,17). Approfondendo continuamente la conoscenza di Cristo, centro del cosmo e della storia, possiamo mostrare agli uomini e alle donne del nostro tempo che la fede in Lui non è senza rilevanza per le sorti dell’umanità: essa è anzi il compimento di tutto ciò che è autenticamente umano. Solo in questa prospettiva potremo offrire risposte convincenti all’uomo in ricerca. Tale impegno è di importanza decisiva per l’annuncio e la trasmissione della fede nel mondo contemporaneo. In realtà, il compito di evangelizzare richiede oggi, come urgente priorità, un simile impegno. Il dialogo fra fede e ragione, religione e scienza, offre non solo la possibilità di mostrare all’uomo di oggi, in modo più efficace e convincente, la ragionevolezza della fede in Dio, ma altresì di mostrare che in Gesù Cristo risiede il compimento definitivo di ogni autentica aspirazione umana. In questo senso, un serio sforzo evangelizzatore non può ignorare gli interrogativi che sorgono anche dalle odierne scoperte scientifiche ed istanze filosofiche.
Il desiderio della verità appartiene alla natura stessa dell’uomo e tutto il creato è un immenso invito a cercare quelle risposte che aprono la ragione umana alla grande riposta che da sempre cerca e attende: “La verità della Rivelazione cristiana, che si incontra in Gesù di Nazareth, permette a chiunque di accogliere il «mistero» della propria vita. Come verità suprema essa, mentre rispetta l’autonomia della creatura e la sua libertà, la impegna ad aprirsi alla trascendenza. Qui il rapporto libertà e verità diventa sommo e si comprende in pienezza la parola del Signore: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Jn 8,32)” (Fides et ratio, 15).
La Congregazione trova qui il motivo del suo impegno e l'orizzonte del suo servizio. Il vostro servizio alla pienezza della fede è un servizio alla verità e perciò alla gioia, una gioia che proviene dalle profondità del cuore e che sgorga da quegli abissi di amore che Cristo ha spalancato con il suo cuore aperto sulla Croce e che il suo Spirito diffonde con inesauribile generosità nel mondo. Da questo punto di vista, il vostro ministero dottrinale, in modo appropriato, può essere definito ‘pastorale’. Il vostro servizio è infatti un servizio alla piena diffusione della luce di Dio nel mondo! La luce della fede, espressa nella sua pienezza ed integralità, possa sempre rischiarare il vostro lavoro ed essere la ‘stella’ che vi guida e vi aiuta a dirigere il cuore degli uomini a Cristo! Questo è il gravoso ed affascinante impegno che compete alla missione del Successore di Pietro, alla quale voi siete chiamati a collaborare. Grazie per il vostro lavoro e per il vostro servizio!
Con questi sentimenti imparto a tutti voi la mia Benedizione.
Benedetto XVI DIscorsi 2006 - IN VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM"