
Benedetto XVI2009 Discorsi
Cappella Sistina
Sabato, 17 gennaio 2009
Signori Cardinali,
cari Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
verehrter Bischof Gerhard Ludwig,
sehr geehrte Gäste aus Regensburg,
geschätzte Musiker und liebe Domspatzen,
lieber Georg,
cari amici di lingua italiana!
Ascoltando poc’anzi la Messa in do minore di Mozart, ripensavo a quando, nel lontano 1941, su iniziativa del mio caro fratello Georg ci recammo insieme al Festival di Salisburgo. Potemmo allora assistere ad alcuni splendidi concerti e, tra questi, nella Basilica abbaziale di San Pietro, all’esecuzione della Messa in do minore. Fu un momento indimenticabile, il vertice spirituale, direi, di quella nostra gita culturale. Proprio per questo è stato per noi motivo di particolare gioia, in occasione della fausta ricorrenza genetliaca di mio fratello, poter riascoltare questa magnifica e profonda composizione sacra del grande figlio della città di Salisburgo, Wolfgang Amadeus Mozart. Anche a nome di mio fratello, ringrazio per questo stupendo dono che ci ha permesso di rivivere momenti di straordinaria intensità spirituale ed artistica.
(a braccio)
Caro Georg, cari amici, sono ormai passati quasi 70 anni da quando hai preso l’iniziativa e noi siamo andati insieme a Salisburgo, e nella splendida chiesa abaziale di San Pietro abbiamo ascoltato la Messa in do minore di Mozart. Anche se allora ero ancora un ragazzino sempliciotto, pure insieme a te ho capito che avevamo vissuto qualcosa di diverso da un semplice concerto: quello era stata musica in preghiera, ufficio divino, in cui avevamo potuto sfiorare qualcosa della magnificenza e della bellezza di Dio stesso, e ne eravamo stati toccati. Dopo la guerra siamo tornati altre volte a Salisburgo per ascoltare la Messa in do minore, ed è per questo che essa è iscritta profondamente nella nostra biografia interiore. La tradizione vuole che Mozart abbia composto questa Messa per sciogliere un voto: in ringraziamento per le sue nozze con Constanze Weber. Così si spiegano anche gli importanti assolo del soprano, in cui Constanze era chiamata a dare voce alla gratitudine ed alla gioia – gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam – gratitudine per la bontà di Dio che l’aveva toccata. Da un punto di vista strettamente liturgico si potrebbe obiettare che questi grandi assolo si discostano un po’ dalla sobrietà della liturgia romana; ma per contro ci si può anche chiedere: Non sentiamo in essi forse la voce della sposa, della Chiesa, della quale ci ha appena parlato mons. Gerhard Ludwig? Non è forse proprio la voce della sposa, che fa risuonare in essi la sua gioia per essere amata da Cristo e il suo stesso amore, e così porta noi come Chiesa viva davanti a Dio, nella sua gratitudine e nella sua gioia? Mozart ha riposto nella grandezza di questa musica e di questa Messa, che supera ogni individualità, il suo personalissimo ringraziamento. In questa ora, insieme a te, caro Georg, noi abbiamo ringraziato Dio, nell’armonia di questa Messa, per gli 85 anni di vita che Egli ti ha donato. Il professor Hummes, nella pubblicazione predisposta per questo concerto, ha sottolineato con vigore che la gratitudine espressa in questa Messa non è una gratitudine superficiale e gettata lì con leggerezza, da un uomo del rococò, ma che in questa Messa trova espressione anche tutta l’intensità della sua lotta interiore, della sua ricerca di perdono, della misericordia di Dio e poi, da queste profondità, si eleva raggiante più che mai, la gioia in Dio.
Gli 85 anni della tua vita non sono stati sempre facili. Quando sei nato, l’inflazione era appena finita e la gente, anche i nostri genitori, avevano perso tutti i loro risparmi. Poi è venuta la crisi economica mondiale, la dittatura nazista, la guerra, la prigionia … Poi, con nuova speranza e gioia, in una Germania distrutta e dissanguata, abbiamo iniziato la nostra strada. E anche lì, non sono mancate difficili pareti ripidi e passaggi bui, ma sempre abbiamo percepito la bontà di Dio che ti ha chiamato e guidato. Fin dall’inizio, molto presto, si è manifestata in te questa duplice vocazione: alla musica e al sacerdozio, una che abbracciava l’altra, e così tu sei stato guidato sui tuoi passi ed hai percorso il tuo cammino, fino a quando la Provvidenza ti ha donato l’incarico a Regensburg, con i Regensburger Domspatzen, in cui hai potuto servire sacerdotalmente la musica e trasmettere al mondo e all’umanità la gioia per l’esistenza di Dio tramite la bellezza della musica e del canto. Anche lì hai avuto pene a sufficienza – ogni prova è una fatica, noi lo possiamo intuire e lo sappiamo; anche altre fatiche … Ma poi, quando il coro risuonava in modo brillante e portava nel mondo la gioia, la bellezza di Dio, tutto tornava ad essere grande e bello. Per questo oggi ringraziamo il buon Dio, insieme a te, per la sua provvidenza, e poi ringraziamo te, perché hai riposto tutte le tue forze, la tua disciplina, la tua gioia, la tua fantasia e la tua creatività in questi trent’anni con i Regensburger Domspatzen, conducendoci sempre di nuovo a Dio.
Naturalmente, e soprattutto, siamo anche lieti in questa ora, perché questo coro che da più di mille anni senza interruzione canta la lode a Dio nella cattedrale di Regensburg, pur essendo il coro di chiesa più antico del mondo, ininterrottamente costituito in questo modo, è tuttora giovane e con forza e bellezza giovani ci ha cantato la lode di Dio. A voi, cari Domspatzen, un cordiale “Vergelt’s Gott”, al maestro di cappella, a tutti, in modo particolare anche all’orchestra e ai solisti che ci hanno ridonato il suono originale dei tempi di Mozart. Un cordiale ringraziamento a voi tutti!
E siccome la vita umana è sempre incompleta, finché siamo in cammino, in ogni gratitudine umana c’è sempre anche aspettativa, speranza e preghiera; e così preghiamo oggi il buon Dio affinché doni a te, caro Georg, ancora anni buoni in cui tu possa continuare a vivere la gioia di Dio e la gioia della musica, e in cui tu possa ancora servire gli uomini come sacerdote. E lo preghiamo affinché consenta a noi tutti, un giorno, di entrare nel concerto celeste, per sperimentare definitivamente la gioia di Dio.
Ho perso il foglio … in tedesco so parlare a braccio, ma non in italiano …
Mentre rinnovo anche a nome degli ospiti di lingua italiana un fervido ringraziamento ai promotori ed ai realizzatori di questa bellissima iniziativa, formulo l’auspicio che la splendida musica ascoltata, nel contesto unico della Cappella Sistina, contribuisca ad approfondire il nostro rapporto con Dio; serva a ravvivare nel nostro cuore la gioia che scaturisce dalla fede, perchè ciascuno se ne faccia convinto testimone nel proprio quotidiano ambiente di vita. E naturalmente, un grande grazie al Vescovo e al capitolo della cattedrale e a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo concerto. Con tali sentimenti imparto a tutti con affetto la Benedizione Apostolica.
Domenica, 18 gennaio 2009
Cari fratelli e sorelle,
1. Vi saluto tutti con affetto al termine di questa solenne celebrazione eucaristica con la quale si sta concludendo il VI Incontro mondiale delle famiglie a Città del Messico. Rendo grazie a Dio per le tante famiglie che, senza lesinare sforzi, si sono riunite attorno all'altare del Signore.
Saluto in modo particolare il signor cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, che ha presieduto questa celebrazione come mio legato. Desidero esprimere il mio affetto e la mia gratitudine al signor cardinale Ennio Antonelli, e anche ai membri del Pontificio Consiglio per la Famiglia, che egli presiede, al signor cardinale arcivescovo primate di Città del Messico Norberto Rivera Carrera, e alla commissione centrale che si è occupata dell'organizzazione di questo vi Incontro mondiale. La mia riconoscenza va anche a tutti coloro che, con generoso impegno e dedizione, hanno reso possibile la sua realizzazione. Saluto anche i signori cardinali e i vescovi presenti alla celebrazione, in particolare i membri della Conferenza episcopale messicana e le autorità di questa amata nazione, che hanno generosamente ospitato e reso possibile questo importante evento.
Voi messicani sapete bene di essere molto vicini al cuore del Papa. Penso a voi e offro a Dio Padre le vostre gioie e le vostre speranze, i vostri progetti e le vostre preoccupazioni. In Messico il Vangelo si è radicato profondamente, forgiando le sue tradizioni, la sua cultura e l'identità del suo nobile popolo. Bisogna custodire questo ricco patrimonio affinché continui a essere fonte di energie morali e spirituali per affrontare con coraggio e creatività le sfide di oggi e per offrirlo come dono prezioso alle nuove generazioni.
Ho partecipato con gioia e interesse a questo Incontro mondiale, soprattutto con la mia preghiera, dando orientamenti specifici e seguendo costantemente la sua preparazione e il suo svolgimento. Oggi, attraverso i mezzi di comunicazione, ho compiuto un pellegrinaggio spirituale fino a questo santuario mariano, cuore del Messico e di tutta l'America, per affidare a Nostra Signora di Guadalupe tutte le famiglie del mondo.
2. Questo Incontro mondiale delle famiglie ha voluto incoraggiare i focolari cristiani affinché i loro membri siano persone libere e ricche di valori umani ed evangelici, in cammino verso la santità, che è il miglior servizio che noi cristiani possiamo offrire alla società attuale. La risposta cristiana dinanzi alle sfide che deve affrontare la famiglia, e la vita umana in generale, consiste nel rafforzare la fiducia nel Signore e il vigore che nasce dalla fede stessa, la quale si nutre dell'ascolto attento della Parola di Dio.
Come è bello riunirsi in famiglia per lasciare che Dio parli al cuore dei suoi membri attraverso la sua Parola viva ed efficace! Nella preghiera, specialmente nella recita del Rosario, come è stato fatto ieri, la famiglia contempla i misteri della vita di Gesù, interiorizza i valori che medita e si sente chiamata a incarnarli nella propria vita.
3. La famiglia è un fondamento indispensabile per la società e per i popoli, e anche un bene insostituibile per i figli, degni di venire al mondo come un frutto dell'amore, del dono totale e generoso dei genitori. Come ha messo in evidenza Gesù onorando la Vergine Maria e san Giuseppe, la famiglia occupa un luogo fondamentale nell'educazione della persona. È una vera scuola di umanità e di valori perenni. Nessuno si è dato la vita da solo.
Abbiamo ricevuto da altri la vita, che si sviluppa e matura con le verità e i valori che apprendiamo nel rapporto e nella comunione con gli altri. In tal senso, la famiglia fondata sul matrimonio indissolubile fra un uomo e una donna esprime questa dimensione relazionale, filiale e comunitaria, ed è l'ambito dove l'uomo può nascere con dignità, e crescere e svilupparsi in maniera integrale. (cfr. Omelia nella santa messa del V Incontro Mondiale delle famiglie, Valencia, 9 luglio 2006).
Questo lavoro educativo si vede però ostacolato da un ingannevole concetto di libertà, in cui il capriccio e gli impulsi soggettivi dell'individuo vengono esaltati al punto da lasciare ognuno rinchiuso nella prigione del proprio io. La vera libertà dell'essere umano proviene dall'essere stato creato a immagine e somiglianza di Dio, e pertanto va esercitata con responsabilità, optando sempre per il bene autentico, affinché diventi amore, dono di sé. A tal fine, più che le teorie, sono necessari la vicinanza e l'amore caratteristici della comunità familiare. È nel focolare domestico che s'impara a vivere veramente, a valorizzare la vita e la salute, la libertà e la pace, la giustizia e la verità, il lavoro, la concordia e il rispetto.
4. Oggi più che mai si ha bisogno della testimonianza e dell'impegno pubblico di tutti i battezzati per riaffermare la dignità e il valore unico e insostituibile della famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna e aperto alla vita, e anche della vita umana in tutte le sue fasi.
Occorre altresì promuovere misure legislative e amministrative a sostegno delle famiglie nei loro diritti inalienabili, di cui esse hanno bisogno per portare avanti la loro straordinaria missione. Le testimonianze presentante nella celebrazione di ieri mostrano che anche oggi la famiglia può restare salda nell'amore di Dio e rinnovare l'umanità nel nuovo millennio.
5. Desidero esprimere la mia vicinanza e assicurare della mia preghiera tutte le famiglie che rendono testimonianza di fedeltà in circostanze particolarmente difficili. Incoraggio le famiglie numerose, che, vivendo a volte fra contrarietà e incomprensioni, danno un esempio di generosità e di fiducia in Dio, auspicando che non manchino loro gli aiuti necessari. Penso anche alle famiglie che soffrono per la povertà, la malattia, l'emarginazione e l'emigrazione, e in modo particolare alle famiglie cristiane che sono perseguitate a causa della loro fede. Il Papa è molto vicino a tutti voi e vi accompagna nei vostri sforzi quotidiani.
6. Prima di concludere questo incontro, sono lieto di annunciare che il VII Incontro mondiale delle famiglie si terrà, Dio volendo, in Italia, nella città di Milano, nell'anno 2012, con il tema: "La famiglia, il lavoro e la festa". Ringrazio sinceramente il signor cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, per la cortesia mostrata nell'accettare questo importante impegno.
7. Affido tutte le famiglie del mondo alla protezione della Vergine Santissima, tanto venerata nella nobile terra messicana con il titolo di Guadalupe. A Lei, che ci ricorda sempre che la nostra felicità consiste nel fare la volontà di Cristo (cfr. Gv Jn 2,5), dico ora:
Madre Santissima di Guadalupe,
che hai mostrato il tuo amore e la tua tenerezza
ai popoli del continente americano,
colma di gioia e di speranza tutti i popoli
e tutte le famiglie del mondo.
A Te, che precedi e guidi il nostro cammino di fede
verso la patria eterna,
affidiamo le gioie, i progetti,
le preoccupazioni e gli aneliti di tutte le famiglie.
O Maria,
a Te ricorriamo confidando nella tua tenerezza di Madre.
Non ignorare le preghiere che ti rivolgiamo
per le famiglie di tutto il mondo
in questo periodo cruciale della storia,
piuttosto, accoglici tutti nel tuo cuore di Madre
e accompagnaci nel nostro cammino verso la patria celeste.
Amen.
Lunedì, 19 gennaio 2009
Cari amici della Finlandia,
è con grande gioia che vi porgo il benvenuto in occasione di questa vostra visita annuale a Roma per la festa del vostro santo patrono, sant'Enrico, e ringrazio il vescovo Gustav Björkstrand per le cortesi parole che mi ha rivolto a vostro nome.
Questi pellegrinaggi sono un'opportunità per pregare insieme, per riflettere e per dialogare al servizio della nostra ricerca di piena comunione. La vostra visita si svolge durante la Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani il cui tema quest'anno è tratto dal libro di Ezechiele: "che formino una cosa sola nella tua mano" (Ez 37,15-23). La visione del profeta è quella di due legni, che simboleggiano i due regni in cui il popolo di Dio è stato diviso, che poi diventano una cosa sola (cfr. Ez Ez 37,15-23). Nel contesto ecumenico, ci parla di Dio, che costantemente ci spinge verso un'unità più profonda in Cristo, rinnovandoci e liberandoci dalle nostre divisioni.
La commissione del dialogo luterani-cattolici in Finlandia e in Svezia continua a prendere in considerazione la Dichiarazione comune sulla Giustificazione. Quest'anno celebriamo il decimo anniversario di questa importante dichiarazione e la Commissione sta ora studiando le sue implicazioni e la possibilità della sua ricezione. Con il tema Giustificazione nella Vita della Chiesa, il dialogo sta sempre più pienamente considerando la natura della Chiesa quale segno e strumento della salvezza recata in Gesù Cristo e non semplicemente come una mera assemblea di credenti o un'istituzione con varie funzioni.
Il vostro pellegrinaggio a Roma si svolge nell'Anno Paolino, il bimillenario della nascita dell'Apostolo delle Nazioni, che ha instancabilmente dedicato la propria vita e il proprio insegnamento all'unità della Chiesa. San Paolo ci ricorda la grazia meravigliosa che abbiamo ricevuto divenendo membri del Corpo di Cristo attraverso il Battesimo (cfr. 1Co 12,12-31). La Chiesa è questo Corpo Mistico di Cristo ed è costantemente guidata dallo Spirito Santo, lo Spirito del Padre e del Figlio. E' soltanto sulla base di questa realtà incarnazionale che si può comprendere il carattere sacramentale della Chiesa come comunione in Cristo. Un consenso sulle implicazioni profondamente cristologiche e pneumatologiche del mistero della Chiesa sarebbe una base molto promettente per il lavoro della Commissione. Da Paolo apprendiamo anche che l'unità alla quale auspichiamo non è altro che la manifestazione della nostra piena incorporazione nel Corpo di Cristo, perché "quando siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo" (Ga 3,27-28). A questo fine, cari amici, è mia fervente speranza che la vostra visita a Roma rafforzi ulteriormente i rapporti ecumenici fra luterani e cattolici in Finlandia, che da molti anni sono così positivi. Insieme, rendiamo grazie a Dio per tutto ciò che si è ottenuto finora nelle relazioni fra luterani e cattolici, e preghiamo affinché lo Spirito di verità ci guidi verso un'unità sempre più grande al servizio del Vangelo.
Con questi sentimenti di affetto nel Signore, e all'inizio di questo nuovo anno, invoco su di voi e sulle vostre famiglie i doni di Dio di gioia e di pace.
Mercoledì, 21 gennaio 2009
Eccellenza,
caro mons. Kapellari,
signor Sindaco,
caro padre Karl,
cari amici,
non riesco a nominare tutti quelli che dovrei elencare…
signor Ambasciatore, naturalmente!
In questo momento posso soltanto dire semplicemente un grazie di cuore, rispondere a un "Vergelt’s Gott". Sono contento di essere ora un cittadino di Mariazell e di poter vivere proprio vicino alla Madre di Dio. Ovviamente, mi sono tornati alla mente le due visite che Lei ha menzionato: nel 2004, con i Notai europei mentre c’era un tempo splendido. Insieme abbiamo allora percepito che cosa sia capace di costruire l’Europa, da dove essa provenga, in che cosa consista la sua identità, e attraverso che cosa l’Europa possa sempre nuovamente tornare ad essere se stessa: attraverso l’incontro con il Signore, al quale ci conduce sua Madre. Infatti, proprio nella Madre noi sentiamo che Dio è diventato uomo. E così abbiamo percepito la gioia dell’essere insieme, la forza delle nostre radici e con essa anche la possibilità di un nuovo futuro insieme.
Durante la visita pastorale, poi, è invece piovuto. Ma io trovo che proprio la pioggia ci ha fatto essere ancora più legati e più vicini: la pioggia ci ha avvicinati e ci ha dato ancora di più questa sensazione dell’"insieme" e dell’"insieme con il Signore e con sua Madre". Mons. Kapellari allora coniò l’espressione: "i cattolici sono a prova di pioggia". Abbiamo poi anche potuto constatare come ciò fosse vero. E così proprio nella pioggia è nata la gioia. Ci siamo accorti che a volte può essere positivo "stare sotto la pioggia", che la pioggia può essere una grazia – il Direttore de L’Osservatore Romano ha a sua volta coniato un’espressione, scrivendo che questa sarebbe stata una "pioggia di grazie" – ci siamo accorti che forse a volte anche nella storia può essere utile " stare sotto la pioggia", perché ci si viene a trovare nel posto giusto per fare la cosa giusta.
Mariazell è molto più di un "luogo": è l’attualizzazione della storia viva di un pellegrinaggio di fede e di preghiera nei secoli. E con questo pellegrinaggio della preghiera nei secoli, una preghiera che si percepisce quasi fisicamente, non sono presenti solamente le preghiere e le invocazioni degli uomini, ma è presente anche la realtà di una risposta: noi sentiamo che la risposta esiste, che non allunghiamo la mano verso qualcosa di sconosciuto, ma che Dio c’è e che attraverso sua Madre Egli vuole essere particolarmente vicino a noi. Questo sentimento di gratitudine ci avvolge in quel luogo, e per questo, appunto, sono felice di essere con il cuore, e ormai anche – per così dire – "di diritto" domiciliato a Mariazell.
Secondo ogni probabilità, in questa vita non riuscirò più a recarmici in pellegrinaggio fisicamente, ma ora lì ci vivo veramente ed in questo senso lì sono sempre presente. E nelle passeggiate che faccio nei paesaggi dei ricordi, torno sempre a fare una sosta a Mariazell, proprio anche perché sento come la Madre, lì, ci viene incontro e ci riunisce tutti. La Madonna di Mariazell ha nomi imponenti – Magna Mater Austriae, Domina Magna Hungarorum, Magna Mater Gentium Slavorum – e questi grandi titoli esprimono come, là dove gli uomini vengono dalla Madre – e dal Padre –, lì diventano fratelli, lì nasce l’unità, c’è una forza unificante, e a partire da ciò si può poi costruire la comunione. E soprattutto: Maria è, sì, Magna Mater, ma la sua grandezza si manifesta proprio nel fatto che Ella si rivolge ai piccoli ed è presente per i piccoli, nel fatto che possiamo recarci da lei in qualunque momento, senza dover pagare alcun biglietto d’ingresso, semplicemente portando il cuore. Impariamo da lei, in questo modo, che cosa è veramente "grande": non il fatto di essere "inavvicinabile", non la maestà esteriore, ma proprio la bontà del cuore che apre a tutti l’essere in comunione gli uni con gli altri.
Ecco, per concludere, ancora una volta vi dico di cuore "Vergelt’s Gott" e tante grazie per avere fatto di me un cittadino di Mariazell! Questo rimarrà profondamente radicato nel mio cuore. Caro mons. Kapellari, cari Professori, forse avrei dovuto dire qualcosa anche per il libro, ma la Madonna è così grande che il libro, poi, vi è incluso! Grazie di cuore per tutto!
Venerdì 23 gennaio 2009
Eminenza,
Beatitudini,
Cari Fratelli nell'Episcopato,
Vi accolgo con gioia ed esprimo a ognuno di voi i miei voti cordiali di benvenuto, rendendo grazie a Nostro Signore Gesù Cristo al termine del Sinodo della Chiesa di Antiochia dei Siri che ha eletto il suo nuovo Patriarca.
Il mio saluto fraterno va innanzitutto al Patriarca Ignace Youssif Younan, che è stato appena eletto, invocando su di lui l'abbondanza delle benedizioni divine. Che il Signore conceda a Sua Beatitudine "la grazia dell'apostolato", per poter servire la Chiesa e glorificare il suo Santo Nome dinanzi al mondo!
Saluto Sua Eminenza il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, al quale avevo affidato la presidenza del vostro Sinodo e che ringrazio vivamente.
Saluto anche Sua Beatitudine il Cardinale Ignace Moussa Daoud, Prefetto emerito della Congregazione per le Chiese Orientali, e Sua Beatitudine Ignace Pierre Abdel Ahad, Patriarca emerito, come pure tutti voi, venuti a Roma per compiere l'atto più importante della responsabilità sinodale.
Fin dalle origini del cristianesimo, gli Apostoli Pietro e Paolo furono intimamente legati ad Antiochia, dove per la prima volta i discepoli di Gesù ricevettero il nome di cristiani (cfr. At Ac 11,26). Non possiamo dimenticare i vostri illustri Padri nella fede. In primo luogo sant'Ignazio, Vescovo di Antiochia, del quale per tradizione i Patriarchi siro-cattolici prendono il nome nel momento in cui accettano l'ufficio patriarcale; e sant'Efrem, comunemente chiamato il Siro, la cui luce spirituale continua a illuminare vivamente la Chiesa universale. Con loro, altri grandi santi, figli e pastori della vostra Chiesa, hanno ammirevolmente illustrato il mistero della salvezza e ciò, più di una volta, con l'eloquenza sublime del martirio.
Di questa eredità il nuovo Patriarca è il primo custode; ognuno dovrà però, in quanto fratello e membro del Sinodo, contribuire a sua volta a questo dovere con spirito di autentica collegialità episcopale. Affido al nuovo Patriarca e all'Episcopato siro-cattolico prima di tutto il compito dell'unità fra i pastori e all'interno delle comunità ecclesiali.
Beatitudine,
In questa lieta circostanza, lei ha chiesto, conformemente ai sacri canoni, l'ecclesiastica communio, che le ho concesso volentieri, adempiendo un aspetto del servizio petrino che mi è particolarmente caro. La comunione con il Vescovo di Roma, successore del Beato Apostolo Pietro, stabilita dal Signore stesso come fondamento visibile dell'unità nella fede e nella carità, è la garanzia del vincolo con Cristo Pastore e inserisce le Chiese particolari nel mistero della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.
Lei, Beatitudine, è nato e cresciuto in Siria e conosce bene il Medio Oriente, culla della Chiesa Siro-cattolica. Ha però svolto il suo servizio episcopale in America come primo Vescovo dell'Eparchia Our Lady of Deliverance in Newark per i fedeli siri residenti negli Stati Uniti e in Canada, assolvendo anche l'incarico di Visitatore apostolico in America centrale. La diaspora orientale ha dunque contribuito a offrire alla Chiesa sira un nuovo Patriarca. In tal modo diverranno ancora più stretti i vincoli con la Madrepatria, che tanti orientali hanno dovuto lasciare per cercare altrove migliori condizioni di vita. È mio desiderio che in Oriente, da dove è venuto l'annuncio del Vangelo, le comunità cristiane continuino a vivere e a testimoniare la loro fede, come hanno fatto nel corso dei secoli, auspicando allo stesso tempo che siano offerte adeguate cure pastorali a tutti coloro che si sono stabiliti altrove, affinché possano restare legati in modo fecondo alle loro radici religiose. Chiedo l'aiuto del Signore per ogni comunità orientale affinché, ovunque si trovi, si sappia integrare nel suo nuovo contesto sociale ed ecclesiale, senza perdere la propria identità e recando l'impronta della spiritualità orientale, di modo che utilizzando "le parole dell'Oriente e dell'Occidente" la Chiesa parli efficacemente di Cristo all'uomo contemporaneo. In tal modo i cristiani affronteranno le sfide più urgenti dell'umanità, edificheranno la pace e la solidarietà universale e renderanno testimonianza della "grande speranza" di cui sono gli instancabili portatori.
Formulo per lei, Beatitudine, e per la Chiesa Siro-cattolica voti ferventi e gioiosi.
Prego il Principe della Pace affinché la sostenga come "Caput et Pastor", e sostenga tutti i suoi fedeli e i suoi figli, affinché siano seminatori di pace prima di tutto in Terra Santa, in Iraq e in Libano, dove la Chiesa sira ha una presenza storica tanto apprezzata.
Affidandovi alla Santissima Madre di Dio, imparto di tutto cuore al nuovo Patriarca e a ognuno di voi, come pure a tutte le comunità che rappresentate, la Benedizione apostolica.
Sabato, 24 gennaio 2009
Beatitudine,
Cari Fratelli nell'Episcopato,
mentre compite la vostra visita ad limina Apostolorum, è con grande gioia che accolgo voi, Pastori della Chiesa caldea, con il vostro Patriarca, Sua Beatitudine il Cardinale Emmanuel III Delly, che ringrazio per le cordiali parole che mi ha rivolto a nome vostro. Questa visita è un momento importante poiché permette di consolidare i vincoli di fede e di comunione con la Chiesa di Roma e con il Successore di Pietro. Mi dà anche l'opportunità di salutarvi molto cordialmente e, per mezzo di voi, di salutare tutti i fedeli della vostra venerabile Chiesa patriarcale, e di assicurarvi della mia preghiera ardente e della mia vicinanza spirituale, in questi momenti difficili che la vostra regione, e l'Iraq in particolare, sta vivendo.
Permettetemi di ricordare qui con emozione le vittime della violenza in Iraq nel corso di questi ultimi anni. Penso a Monsignor Paul Faraj Rahho, Arcivescovo di Mossul, a Padre Ragheed Aziz Ganni, e a tanti altri sacerdoti e fedeli della vostra Chiesa patriarcale. Il loro sacrificio è il segno del loro amore per la Chiesa e per il proprio paese. Prego Dio affinché gli uomini e le donne desiderosi di pace in questa amata regione uniscano le loro forze per far cessare la violenza e permettere così a tutti di vivere nella sicurezza e nella concordia reciproca! In questo contesto, è con emozione che ricevo il dono del piviale utilizzato da Monsignor Faraj Rahho nelle celebrazioni quotidiane della messa e la stola usata da Padre Ragheed Aziz Ganni. Questo dono parla del loro amore supremo per Cristo e per la Chiesa.
La Chiesa caldea, le cui origini risalgono ai primi secoli dell'era cristiana, ha una lunga e venerabile tradizione che esprime il suo radicamento nelle regioni d'Oriente, in cui è presente fin dalle sue origini, e anche il suo insostituibile contributo alla Chiesa universale, in particolare con i suoi teologi e i suoi maestri spirituali. La sua storia mostra anche quanto ha sempre partecipato in modo attivo e fecondo alla vita delle vostre nazioni.
Oggi la Chiesa caldea, che ha un posto importante fra le diverse componenti dei vostri paesi, deve proseguire questa missione al servizio del loro sviluppo umano e spirituale. A tal fine, è necessario promuovere un alto livello culturale dei fedeli, in particolare dei giovani. Una buona formazione nei diversi campi del sapere, sia religiosi sia profani, è un investimento prezioso per il futuro.
Intrattenendo relazioni cordiali con i membri delle altre comunità, la Chiesa caldea è chiamata a svolgere un ruolo fondamentale di moderazione in vista dell'edificazione di una società nuova in cui ognuno potrà vivere nella concordia e nel rispetto reciproco. So che da sempre la convivenza fra la comunità musulmana e la comunità cristiana conosce incertezze. I cristiani, che da sempre abitano in Iraq, sono suoi cittadini a pieno titolo, con i diritti e i doveri di tutti, senza distinzione di religione. Desidero offrire il mio sostegno agli sforzi di comprensione e di buone relazioni che avete scelto come cammino comune per vivere in una stessa terra sacra per tutti.
Per compiere la sua missione, la Chiesa ha bisogno di rafforzare i suoi vincoli di comunione con il suo Signore che la riunisce e che la invia fra gli uomini. Questa comunione si deve innanzitutto vivere nella Chiesa, affinché la sua testimonianza sia credibile, come afferma Gesù stesso: "Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Jn 17,21). Perciò, che la Parola di Dio sia sempre al centro dei vostri progetti e della vostra azione pastorale! È sulla fedeltà a questa parola che si costruisce l'unità fra tutti i fedeli, in comunione con i loro Pastori. In questa prospettiva, gli orientamenti del Concilio Vaticano II sulla liturgia daranno a tutti la possibilità di accogliere con sempre maggiori frutti i doni fatti dal Signore alla sua Chiesa nella liturgia e nei sacramenti.
Inoltre, nella vostra Chiesa patriarcale, l'Assemblea sinodale è una ricchezza innegabile che deve essere uno strumento privilegiato per contribuire a rendere più saldi ed efficaci i vincoli di comunione e a vivere la carità interepiscopale. Essa è il contesto in cui la corresponsabilità si realizza effettivamente, grazie a un'autentica collaborazione fra i suoi membri e a incontri regolari ben preparati che permettono di elaborare orientamenti pastorali comuni. Chiedo allo Spirito Santo di accrescere sempre più fra voi l'unità e la fiducia reciproca affinché il servizio pastorale che vi è stato affidato si realizzi pienamente per il bene più grande della Chiesa e dei suoi membri. D'altro canto, soprattutto in Iraq, la Chiesa caldea, che è maggioritaria, ha una responsabilità particolare nel promuovere la comunione e l'unità del Corpo mistico di Cristo. Vi incoraggio a proseguire i vostri incontri con i Pastori delle diverse Chiese sui iuris e anche con i responsabili delle altre Chiese cristiane, per dare un impulso all'ecumenismo.
In ogni eparchia, le diverse strutture pastorali, amministrative ed economiche contemplate dal diritto sono anche per voi aiuti preziosi per realizzare in modo effettivo la comunione all'interno delle comunità e favorire le collaborazioni.
Fra le urgenze a cui dovete far fronte, vi è la situazione dei fedeli che si devono confrontare ogni giorno con la violenza. Rendo omaggio al loro coraggio e alla loro perseveranza dinanzi alle prove e alle minacce di cui sono oggetto, soprattutto in Iraq. La testimonianza che rendono al Vangelo è un segno eloquente della vivacità della loro fede e della forza della loro speranza. Vi incoraggio vivamente a sostenere i fedeli per superare le difficoltà attuali e rafforzare la loro presenza, facendo appello in particolare alle Autorità responsabili per il riconoscimento dei loro diritti umani e civili, esortandoli anche ad amare la terra dei loro antenati, alla quale sono profondamente attaccati.
Il numero dei fedeli della diaspora non smette di aumentare, soprattutto dopo quanto accaduto di recente. Ringrazio tutti coloro che, in diversi paesi, partecipano all'accoglienza fraterna delle persone che, per un periodo di tempo, hanno dovuto purtroppo lasciare l'Iraq. Sarebbe bene che i fedeli caldei che vivono al di là dei confini nazionali, mantenessero e intensificassero i loro vincoli con il proprio Patriarcato, affinché non siano separati dal loro centro di unità. È indispensabile che i fedeli conservino la loro identità culturale e religiosa e che i più giovani scoprano e apprezzino la ricchezza del patrimonio della loro Chiesa patriarcale. In questa prospettiva, l'assistenza spirituale e morale, di cui i fedeli sparsi nel mondo hanno bisogno, deve essere attentamente presa in considerazione dai Pastori, in rapporto fraterno con i Vescovi delle Chiese locali in cui si trovano. Saranno anche attenti a far sì che i futuri sacerdoti, compresi quelli formati nella diaspora, apprezzino e consolidino i vincoli con la loro Chiesa patriarcale.
Desidero infine salutare affettuosamente i sacerdoti, i diaconi, i seminaristi, i religiosi e le religiose e tutte le persone che si dedicano insieme a voi all'annuncio del Vangelo. Che tutti, sotto la vostra guida paterna, rendano una testimonianza viva della loro unità e della fraternità che li riunisce!
Conosco il loro attaccamento alla Chiesa e il loro zelo apostolico. Li invito ad approfondire sempre più il loro attaccamento a Cristo e a proseguire coraggiosamente nel loro impegno al servizio della Chiesa e della sua missione. Siate per i vostri sacerdoti padri, fratelli e amici, preoccupandovi in modo particolare di offrire loro una formazione iniziale e permanente salda e anche invitandoli, con le vostre parole e con il vostro esempio, a restare accanto alle persone nel bisogno o in difficoltà, ai malati e ai sofferenti.
La testimonianza di carità disinteressata della Chiesa verso tutti coloro che sono nel bisogno, senza distinzione di origine o di religione, non può che favorire l'espressione della solidarietà di tutte le persone di buona volontà. Perciò è importante sviluppare le opere di carità, affinché il maggior numero di fedeli si possa impegnare concretamente nel servizio ai più poveri. So che in Iraq, nonostante i terribili momenti che avete attraversato e che ancora vivete, si sono sviluppate piccole opere di una straordinaria carità, che fanno onore a Dio, alla Chiesa e al popolo iracheno.
Beatitudine, cari Fratelli nell'Episcopato, vi auguro di proseguire con coraggio e speranza la vostra missione al servizio del popolo di Dio che vi è stato affidato. La preghiera e l'aiuto dei vostri fratelli nella fede e di molti uomini di buona volontà in tutto il mondo vi accompagnino affinché il volto d'amore di Dio possa continuare a risplendere sul popolo iracheno che sta conoscendo tante sofferenze. Agli occhi del credente, queste ultime, unite al sacrificio di Cristo, divengono elementi di unione e di speranza. Allo stesso modo, il sangue dei martiri di questa terra è un'intercessione eloquente dinanzi a Dio. Portate ai vostri diocesani il saluto e l'incoraggiamento affettuoso del Successore di Pietro. Affidando ognuno di voi all'intercessione materna della Vergine Maria, Madre della speranza, vi imparto di tutto cuore una particolare Benedizione Apostolica, che estendo ai sacerdoti, ai diaconi, alle persone consacrate e a tutti i fedeli della Chiesa caldea.
Lunedì, 26 gennaio 2009
Signor Ambasciatore,
Sono lieto di accoglierla, Eccellenza, in questa circostanza solenne della presentazione delle lettere che l'accreditano come Ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica francese presso la Santa Sede. Prima di tutto, le sarei grato se poteste porgere i miei saluti a Sua Eccellenza Nicolas Sarkozy, Presidente della Repubblica francese, e trasmettergli i voti cordiali che formulo per la sua persona, per la sua azione al servizio del Paese e anche per tutto il popolo francese.
È ancora viva in me la gioia di aver potuto, lo scorso anno, recarmi a Parigi e a Lourdes per celebrare il 150º anniversario delle apparizioni della Vergine Maria a Bernadette Soubirous. Desidero ribadire il mio ringraziamento al signor Presidente della Repubblica per il suo invito, come pure alle autorità politiche, civili e militari che hanno permesso il pieno successo di quel viaggio. La mia gratitudine va anche ai Pastori e ai fedeli cattolici che hanno reso possibile quei grandi raduni, rendendo testimonianza della capacità della fede di lasciare tranquillamente aperto lo spazio d'interiorità che esiste nell'uomo e di riunire fraternamente e gioiosamente grandi folle formate da uomini e donne tanto diversi.
Quei momenti hanno mostrato, se ce n'era bisogno, che la Comunità cattolica è una delle forze vive del vostro Paese. I fedeli hanno ben compreso e accolto con interesse e soddisfazione le parole del vostro Presidente che ha sottolineato come il contributo delle grandi famiglie spirituali costituisce per la vita della nazione una "grande ricchezza" che sarebbe una "follia" ignorare. La Chiesa è pronta a rispondere a questo invito e disponibile a operare in vista del bene comune.
L'anno prossimo si terrà in Francia un grande dibattito attorno alla bioetica.
Sono lieto fin da ora che la missione parlamentare sulle questioni relative al termine della vita abbia offerto conclusioni sagge e piene di umanità, proponendo di intensificare gli sforzi per permettere di assistere meglio i malati. Auspico che quella stessa saggezza che riconosce il carattere intoccabile di ogni vita umana possa essere all'opera durante la revisione delle leggi sulla bioetica. I Pastori della Chiesa in Francia hanno abbondantemente lavorato e sono pronti a offrire un contributo di qualità al dibattito pubblico che si terrà. Di recente, il Magistero della Chiesa, da parte sua, ha voluto sottolineare, attraverso il documento Dignitas personae pubblicato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, quanto i forti progressi scientifici devono sempre essere guidati dalla preoccupazione di servire il bene e la dignità inalienabile dell'essere umano.
Come ovunque nel mondo, il Governo del suo Paese deve oggi far fronte alla crisi economica: auspico che le misure previste si preoccupino in modo particolare di favorire la coesione sociale, di proteggere le popolazioni più fragili e soprattutto di ridare al maggior numero possibile di persone la capacità e l'opportunità di divenire attori di un'economia realmente creatrice di servizi e di vere ricchezze. Queste difficoltà sono una dolorosa fonte di preoccupazione e di sofferenza per molti, ma sono anche un'opportunità per risanare i meccanismi finanziari, per far progredire il funzionamento dell'economia verso una maggiore attenzione all'uomo e per ridurre le forme vecchie e nuove di povertà (cfr. Discorso all'Eliseo, 12 settembre 2008).
La Chiesa desidera testimoniare Cristo mettendosi al servizio di ogni uomo. Per questo motivo, sono lieto dell'accordo che lei stesso ha menzionato prima e che è stato appena firmato fra la Francia e la Santa Sede sul riconoscimento dei diplomi rilasciati dalle università pontificie e dagli istituti cattolici. Di questo accordo, che s'inscrive nel quadro del processo di Bologna, beneficeranno numerosi studenti francesi e stranieri.
Esso mette in evidenza il grande contributo, soprattutto nel campo dell'educazione, della Chiesa che si preoccupa della formazione dei giovani affinché acquisiscano le competenze tecniche adeguate per esercitare in futuro le loro capacità, e ricevano anche una formazione che li porti a essere vigili per affrontare la dimensione etica di ogni responsabilità.
Poco tempo fa, le autorità francesi hanno espresso ancora una volta la loro forte volontà di dotarsi di meccanismi di discussione e di rappresentanza dei culti. A tale riguardo, nel mio viaggio in Francia, mi sono potuto congratulare per la messa in atto dell'istanza ufficiale di dialogo fra il Governo francese e la Chiesa cattolica. Conosco, inoltre, la preoccupazione permanente dei Vescovi francesi di creare le condizioni per un dialogo sereno e permanente con tutte le comunità religiose e tutte le correnti di pensiero. Li ringrazio perché si preoccupano così di assicurare le basi di un dialogo interculturale e interreligioso in cui le diverse comunità religiose abbiano l'opportunità di dimostrare di essere fattori di pace. In effetti, come ho voluto sottolineare dal palco dell'Onu, riconoscendo il valore trascendente di ogni essere umano, lungi dal mettere gli uomini gli uni contro gli altri, esse favoriscono la conversione del cuore "che poi porta a un impegno di resistere alla violenza, al terrorismo o alla guerra, e di promuovere la giustizia e la pace" (18 aprile 2008).
A tale proposito, lei, signor Ambasciatore, ha ricordato le numerosi crisi che segnano oggi la scena internazionale. È noto - e io ho avuto l'occasione di ricordarlo nel mio recente discorso al Corpo diplomatico - che la Santa Sede segue con costante preoccupazione le situazioni di conflitto e i casi di violazione dei diritti umani, e non dubita che la comunità internazionale, dove la Francia svolge un ruolo importante, possa apportare il suo contributo sempre più giusto ed efficace a favore della pace e della concordia fra le nazioni e per lo sviluppo di ogni Paese.
Desidero cogliere l'occasione del nostro incontro per salutare cordialmente, per mezzo di lei, le comunità di fedeli cattolici che vivono in Francia. So che quest'anno la loro gioia sarà grande nel vedere canonizzata la beata Jeanne Jugan, fondatrice della Congregazione delle Piccole Sorelle dei Poveri. Molti francesi sono in effetti debitori della testimonianza umile e salda di carità resa dalle religiose che hanno seguito i suoi passi per servire soprattutto le persone povere e anziane.
Questo evento mostrerà, ancora una volta, quanto la fede viva sia prodiga di opere buone, quanto la santità sia un balsamo benefico per le piaghe dell'umanità.
Mentre lei inaugura la sua nobile missione di rappresentanza presso la Santa Sede, desidero onorare la memoria del suo predecessore, Sua Eccellenza Bernard Kessedjian, rendendo omaggio alle qualità umane che ha dimostrato nella sua missione al servizio delle relazioni fra la Francia e la Santa Sede. Lo affido con riconoscenza, insieme ai suoi cari, alla tenerezza del Signore.
Signor Ambasciatore, le formulo i miei voti migliori per il felice svolgimento della sua missione. Sia certo che troverà sempre presso i miei collaboratori l'accoglienza e la comprensione di cui potrà aver bisogno. Su di lei, Eccellenza, sulla sua famiglia e sui suoi collaboratori, come pure sull'intero popolo francese e sui suoi dirigenti, invoco di tutto cuore l'abbondanza delle Benedizioni divine.
Giovedì, 29 gennaio 2009
Cari e venerati Fratelli!
Nel contesto dell’Anno Paolino, che stiamo celebrando, mi è particolarmente gradito accogliervi e con gioia vi saluto con le parole dell’Apostolo: “Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo” (1Co 1,3). Siete venuti a Roma per venerare i luoghi sacri dove san Pietro e san Paolo hanno sigillato la loro esistenza al servizio del Vangelo con il martirio, ed è proprio questo il primo significato della visita ad limina Apostolorum. Successori degli Apostoli, voi incontrate il Successore di Pietro, ponendo in luce la comunione che vi lega a lui. La comunione con il Vescovo di Roma, garante dell’unità ecclesiale, permette alle comunità affidate alle vostre cure pastorali, sebbene minoritarie, di sentirsi cum Petro esub Petro, parte viva del Corpo di Cristo esteso su tutta la terra. L’unità, che è dono di Cristo, cresce e si sviluppa infatti nelle concrete situazioni delle varie Chiese locali. A questo riguardo, il Concilio Vaticano II ricorda che “i singoli Vescovi sono il visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese, formate a immagine della Chiesa universale, e in esse e da esse è costituita l’una e l’unica Chiesa cattolica” (Cost. Lumen gentium LG 23). A voi, Pastori della Chiesa che vive in Russia, il Successore di Pietro rinnova l’espressione della sua sollecitudine e vicinanza spirituale, con l’incoraggiamento a proseguire uniti nell’attività pastorale, beneficiando anche dell’esperienza della Chiesa universale.
Ho ascoltato con grande interesse quanto mi avete riferito circa le vostre comunità che stanno vivendo un processo di maturazione e vanno approfondendo insieme il loro “volto” di Chiesa cattolica locale. A questo tende del resto anche il vostro sforzo di inculturazione della fede. Esprimo volentieri il mio apprezzamento per l’impegno con cui curate il rilancio della partecipazione liturgica-sacramentale, della catechesi, della formazione sacerdotale e della preparazione di un laicato maturo e responsabile, che sia fermento evangelico nelle famiglie e nella società civile. Purtroppo anche in Russia, come in altre parti del mondo, si registra la crisi della famiglia e il conseguente calo demografico, insieme con le altre problematiche che assillano la società contemporanea. Come è noto, tali problematiche preoccupano anche le Autorità statali, con le quali è perciò opportuno proseguire la collaborazione per il bene di tutti. In questo contesto giustamente la vostra attenzione si dirige specialmente ai giovani, ai quali la comunità cattolica russa, fedele alla “memoria” dei propri testimoni e martiri ed utilizzando opportuni strumenti e linguaggi, è chiamata a trasmettere inalterato il patrimonio di santità e di fedeltà a Cristo, e i valori umani e spirituali che sono alla base di un’efficace promozione umana ed evangelica.
Cari Fratelli nell’Episcopato, poiché non sono poche le preoccupazioni con cui vi dovete quotidianamente misurare, vi esorto a non scoraggiarvi se vi paiono talora modeste le realtà ecclesiali, e i risultati pastorali che ottenete non sembrano confacenti agli sforzi dispiegati. Alimentate, piuttosto, in voi e nei vostri collaboratori un autentico spirito di fede, con la consapevolezza tutta evangelica che Gesù Cristo non mancherà di rendere fecondo, con la grazia del suo Spirito, il vostro ministero per la gloria del Padre, secondo tempi e modalità che solo Lui conosce. Proseguite nel promuovere e nel curare, con costante impegno e attenzione, le vocazioni sacerdotali e religiose: quella delle vocazioni è una pastorale particolarmente necessaria in questo nostro tempo. Abbiate cura di formare presbiteri con la stessa sollecitudine di san Paolo verso il suo discepolo Timoteo, perché siano autentici “uomini di Dio” (cfr 1Tm 6,11). Per loro siate padri e modelli nel servizio ai fratelli; incoraggiate la loro fraternità e amicizia e collaborazione; sosteneteli nella formazione permanente dottrinale e spirituale. Pregate per i sacerdoti e insieme con loro, sapendo che soltanto chi vive di Cristo e in Cristo può esserne fedele ministro e testimone. Ugualmente, abbiate a cuore la formazione delle persone consacrate e la crescita spirituale dei fedeli laici, affinché sentano la loro vita come una risposta alla chiamata universale alla santità, che deve esprimersi in una coerente testimonianza evangelica in ogni circostanza quotidiana.
Voi vivete in un contesto ecclesiale particolare, cioè in un Paese contrassegnato nella maggioranza della sua popolazione da una millenaria tradizione ortodossa con un ricco patrimonio religioso e culturale. E’ essenziale tener conto della necessità di un rinnovato impegno nel dialogo con i nostri fratelli e sorelle ortodossi; sappiamo che questo dialogo, nonostante i progressi compiuti, conosce ancora alcune difficoltà. In questi giorni mi sento spiritualmente vicino ai cari fratelli e sorelle della Chiesa Ortodossa Russa, che gioiscono per l’elezione del Metropolita Kirill a nuovo Patriarca di Mosca e di tutte le Russie: a lui porgo i miei auguri più cordiali per il delicato compito ecclesiale che gli è stato affidato. Chiedo al Signore di confermarci tutti nell’impegno di camminare insieme sulla via della riconciliazione e dell’amore fraterno.
La vostra presenza in Russia sia un richiamo e uno stimolo al dialogo anche personale. Se nei vari incontri non si riesce sempre ad affrontare questioni di fondo, tuttavia tali contatti contribuiscono a una migliore conoscenza reciproca, grazie alla quale è possibile collaborare insieme in ambiti di comune interesse per l’educazione delle nuove generazioni. E’ importante che i cristiani affrontino uniti le grandi sfide culturali ed etiche del momento presente, concernenti la dignità della persona umana e i suoi diritti inalienabili, la difesa della vita in ogni sua fase, la tutela della famiglia e altre urgenti questioni economiche e sociali.
Cari Fratelli, lodo il Signore e vi sono profondamente grato per il bene che compite, svolgendo il vostro ministero episcopale in piena fedeltà al Magistero. Vi assicuro un quotidiano ricordo nella preghiera. Attraverso di voi giunga il mio ringraziamento ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose e ai laici, che con voi collaborano al servizio di Cristo e del suo Vangelo. Invoco la materna intercessione della beata Vergine Maria e degli Apostoli Pietro e Paolo su di voi e sui vostri programmi apostolici, e di cuore imparto una speciale Benedizione Apostolica a ciascuno di voi, estendendola con affetto ai sacerdoti, ai religiosi e religiose e all’intera comunità cattolica che rende testimonianza a Cristo tra le popolazioni della Federazione Russa.
Sala Clementina
Giovedì, 29 gennaio 2009
Illustri Giudici, Officiali e Collaboratori
del Tribunale della Rota Romana!
La solenne inaugurazione dell’attività giudiziaria del vostro Tribunale mi offre anche quest’anno la gioia di riceverne i degni componenti: Monsignor Decano, che ringrazio per il nobile indirizzo di saluto, il Collegio dei Prelati Uditori, gli Officiali del Tribunale e gli Avvocati dello Studio Rotale. A voi tutti rivolgo il mio saluto cordiale, insieme con l’espressione del mio apprezzamento per gli importanti compiti a cui attendete quali fedeli collaboratori del Papa e della Santa Sede.
Voi vi aspettate dal Papa, all’inizio del vostro anno di lavoro, una parola che vi sia luce e orientamento nel disimpegno delle vostre delicate mansioni. Molteplici potrebbero essere gli argomenti su cui intrattenerci in questa circostanza, ma a vent’anni di distanza dalle allocuzioni di Giovanni Paolo II sull’incapacità psichica nelle cause di nullità matrimoniale, del 5 febbraio 1987 (AAS 79 [1987], PP 1453-1459) e del 25 gennaio 1988 (AAS 80 [1988], PP 1178-1185), sembra opportuno chiedersi in quale misura questi interventi abbiano avuto una recezione adeguata nei tribunali ecclesiastici. Non è questo il momento per tracciare un bilancio, ma è davanti agli occhi di tutti il dato di fatto di un problema che continua ad essere di grande attualità. In alcuni casi si può purtroppo avvertire ancora viva l’esigenza di cui parlava il mio venerato Predecessore: quella di preservare la comunità ecclesiale «dallo scandalo di vedere in pratica distrutto il valore del matrimonio cristiano dal moltiplicarsi esagerato e quasi automatico delle dichiarazioni di nullità, in caso di fallimento del matrimonio, sotto il pretesto di una qualche immaturità o debolezza psichica del contraente» (Allocuzione alla Rota Romana, 5.2.1987, cit., n. 9, p. 1458).
Nel nostro odierno incontro mi preme richiamare l’attenzione degli operatori del diritto sull’esigenza di trattare le cause con la doverosa profondità richiesta dal ministero di verità e di carità che è proprio della Rota Romana. All’esigenza del rigore procedurale, infatti, le summenzionate allocuzioni, in base ai principi dell’antropologia cristiana, forniscono i criteri di fondo non solo per il vaglio delle perizie psichiatriche e psicologiche, ma anche per la stessa definizione giudiziale delle cause. Al riguardo, è opportuno ricordare ancora alcune distinzioni che tracciano la linea di demarcazione innanzitutto tra «una maturità psichica che sarebbe il punto d’arrivo dello sviluppo umano», e «la maturità canonica, che è invece il punto minimo di partenza per la validità del matrimonio» (ibid., n. 6, p. 1457); in secondo luogo, tra incapacità e difficoltà, in quanto «solo l’incapacità, e non già la difficoltà a prestare il consenso e a realizzare una vera comunità di vita e di amore, rende nullo il matrimonio» (ibid., n. 7, p. 1457); in terzo luogo, tra la dimensione canonistica della normalità, che ispirandosi alla visione integrale della persona umana, «comprende anche moderate forme di difficoltà psicologica», e la dimensione clinica che esclude dal concetto di essa ogni limitazione di maturità e «ogni forma di psicopatologia» (Allocuzione alla Rota Romana, 25.1.1988, cit., n. 5, p. 1181); infine, tra la «capacità minima, sufficiente per un valido consenso» e la capacità idealizzata «di una piena maturità in ordine ad una vita coniugale felice» (ibid., n. 9, p. 1183).
Atteso poi il coinvolgimento delle facoltà intellettive e volitive nella formazione del consenso matrimoniale, il Papa Giovanni Paolo II, nel menzionato intervento del 5 febbraio 1987, riaffermava il principio secondo cui una vera incapacità «è ipotizzabile solo in presenza di una seria forma di anomalia che, comunque si voglia definire, deve intaccare sostanzialmente le capacità di intendere e/o di volere» (Allocuzione alla Rota Romana, cit., n. 7, p. 1457). Al riguardo, sembra opportuno ricordare che la norma codiciale sull’incapacità psichica nel suo aspetto applicativo è stata arricchita e integrata anche dalla recente Istruzione Dignitas connubii del 25 gennaio 2005. Essa, infatti, per l’avverarsi di tale incapacità richiede, già al tempo del matrimonio, la presenza di una particolare anomalia psichica (art. 209, § 1) che perturbi gravemente l’uso di ragione (art. 209, § 2, n. 1; can. 1095, n. 1), o la facoltà critica ed elettiva in relazione a gravi decisioni, particolarmente per quanto attiene alla libera scelta dello stato di vita (art. 209, § 2, n. 2; can. 1095, n. 2), o che provochi nel contraente non solo una grave difficoltà, ma anche l’impossibilità di far fronte ai compiti inerenti agli obblighi essenziali del matrimonio (art. 209, § 2, n. 3; can. 1095, n. 3).
In quest’occasione, tuttavia, vorrei altresì riconsiderare il tema dell’incapacità a contrarre matrimonio, di cui al canone 1095, alla luce del rapporto tra la persona umana e il matrimonio e ricordare alcuni principi fondamentali che devono illuminare gli operatori del diritto. Occorre anzitutto riscoprire in positivo la capacità che in principio ogni persona umana ha di sposarsi in virtù della sua stessa natura di uomo o di donna. Corriamo infatti il rischio di cadere in un pessimismo antropologico che, alla luce dell’odierna situazione culturale, considera quasi impossibile sposarsi. A parte il fatto che tale situazione non è uniforme nelle varie regioni del mondo, non si possono confondere con la vera incapacità consensuale le reali difficoltà in cui versano molti, specialmente i giovani, giungendo a ritenere che l’unione matrimoniale sia normalmente impensabile e impraticabile. Anzi, la riaffermazione della innata capacità umana al matrimonio è proprio il punto di partenza per aiutare le coppie a scoprire la realtà naturale del matrimonio e il rilievo che ha sul piano della salvezza. Ciò che in definitiva è in gioco è la stessa verità sul matrimonio e sulla sua intrinseca natura giuridica (cfr Benedetto XVI, Allocuzione alla Rota Romana, 27.1.2007, AAS 99 [2007], PP 86-91), presupposto imprescindibile per poter cogliere e valutare la capacità richiesta per sposarsi.
In questo senso, la capacità deve essere messa in relazione con ciò che è essenzialmente il matrimonio, cioè «l’intima comunione di vita e di amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes GS 48), e, in modo particolare, con gli obblighi essenziali ad essa inerenti, da assumersi da parte degli sposi (can. 1095, n. 3). Questa capacità non viene misurata in relazione ad un determinato grado di realizzazione esistenziale o effettiva dell’unione coniugale mediante l’adempimento degli obblighi essenziali, ma in relazione all’efficace volere di ciascuno dei contraenti, che rende possibile ed operante tale realizzazione già al momento del patto nuziale. Il discorso sulla capacità o incapacità, quindi, ha senso nella misura in cui riguarda l’atto stesso di contrarre matrimonio, poiché il vincolo messo in atto dalla volontà degli sposi costituisce la realtà giuridica dell’una caro biblica (Gn 2,24 Mc 10,8 Ep 5,31 cfr Ep 1061, § Ep 1), la cui valida sussistenza non dipende dal successivo comportamento dei coniugi lungo la vita matrimoniale. Diversamente, nell’ottica riduzionistica che misconosce la verità sul matrimonio, la realizzazione effettiva di una vera comunione di vita e di amore, idealizzata su un piano di benessere puramente umano, diventa essenzialmente dipendente soltanto da fattori accidentali, e non invece dall’esercizio della libertà umana sorretta dalla grazia. È vero che questa libertà della natura umana, «ferita nelle sue proprie forze naturali» ed «inclinata al peccato» (Catechismo della Chiesa Cattolica CEC 405), è limitata e imperfetta, ma non per questo è inautentica e insufficiente a realizzare quell’atto di autodeterminazione dei contraenti che è il patto coniugale, che dà vita al matrimonio e alla famiglia fondata su esso.
Ovviamente alcune correnti antropologiche «umanistiche», orientate all’autorealizzazione e all’autotrascendenza egocentrica, idealizzano talmente la persona umana e il matrimonio che finiscono per negare la capacità psichica di tante persone, fondandola su elementi che non corrispondono alle esigenze essenziali del vincolo coniugale. Dinanzi a queste concezioni, i cultori del diritto ecclesiale non possono non tener conto del sano realismo a cui faceva riferimento il mio venerato Predecessore (cfr Giovanni Paolo II, Allocuzione alla Rota Romana, 27.1.1997, n. 4, AAS 89 [1997], p. 488), perché la capacità fa riferimento al minimo necessario affinché i nubendi possano donare il loro essere di persona maschile e di persona femminile per fondare quel vincolo al quale è chiamata la stragrande maggioranza degli esseri umani. Ne segue che le cause di nullità per incapacità psichica esigono, in linea di principio, che il giudice si serva dell’aiuto dei periti per accertare l’esistenza di una vera incapacità (can. 1680; art. 203, § 1, DC), che è sempre un’eccezione al principio naturale della capacità necessaria per comprendere, decidere e realizzare la donazione di sé stessi dalla quale nasce il vincolo coniugale.
Ecco quanto, venerati componenti del Tribunale della Rota Romana, desideravo esporvi in questa circostanza solenne e a me sempre tanto gradita. Nell’esortarvi a perseverare con alta coscienza cristiana nell’esercizio del vostro ufficio, la cui grande importanza per la vita della Chiesa emerge anche dalla cose testé dette, vi auguro che il Signore vi accompagni sempre nel vostro delicato lavoro con la luce della sua grazia, di cui vuol essere pegno l’Apostolica Benedizione, che a ciascuno imparto con profondo affetto.
Sala del Concistoro
Venerdì, 30 gennaio 2009
Cari fratelli in Cristo,
porgo un cordiale benvenuto a voi, membri della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese orientali ortodosse. Al termine di questa settimana d'intenso lavoro possiamo insieme rendere grazie al Signore per il vostro fermo impegno nella ricerca della riconciliazione e della comunione nel Corpo di Cristo, che è la Chiesa.
Certamente ognuno di voi contribuisce a questo compito non solo con la ricchezza della propria tradizione, ma anche con l'impegno delle Chiese partecipanti a questo dialogo per superare le divisioni del passato e per rafforzare la testimonianza comune dei cristiani dinanzi alle enormi sfide che i credenti devono affrontare oggi.
Il mondo ha bisogno di un segno visibile del mistero di unità che lega le tre Persone divine e che ci è stato rivelato duemila anni fa, con l'Incarnazione del Figlio di Dio. La concretezza del messaggio evangelico viene espressa in modo perfetto da Giovanni, quando dichiara la sua intenzione di annunciare ciò che ha udito, che i suoi occhi hanno visto e che le sue mani hanno toccato, affinché tutti possano essere in comunione con il Padre e con Suo Figlio Gesù. La nostra comunione attraverso la grazia dello Spirito Santo nella vita che unisce il Padre e il Figlio, ha una dimensione percepibile in seno alla Chiesa, Corpo di Cristo, "la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose" (Ep 1,23), e tutti noi abbiamo il dovere di impegnarci perché questa dimensione fondamentale della Chiesa si manifesti al mondo.
Nel vostro sesto incontro si sono compiuti passi importanti soprattutto nello studio della Chiesa come comunione. Il fatto stesso che il dialogo sia proseguito nel tempo e venga ospitato ogni anno da una delle diverse Chiese che rappresentate è di per sé un segno di speranza e d'incoraggiamento. Dobbiamo solo volgere la nostra mente verso il Medio Oriente - da dove provengono molti di voi - per vedere che sono urgentemente necessari semi autentici di speranza in un mondo ferito dalla tragedia della divisione, del conflitto e dell'immensa sofferenza umana.
La Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani si è appena conclusa con la cerimonia nella Basilica dedicata al grande apostolo Paolo, alla quale molti di voi hanno partecipato. Paolo è stato il primo grande difensore e teologo dell'unità della Chiesa. I suoi sforzi e le sue lotte sono stati ispirati dalla costante aspirazione a mantenere una comunione visibile non solo esteriore, ma reale e piena, tra i discepoli del Signore. Pertanto, per l'intercessione di Paolo, chiedo la benedizione di Dio per tutti voi e per le Chiese e i popoli che rappresentate.
Sala Clementina
Sabato, 31 gennaio 2009
Illustri Signori, gentili Signore!
Con vivo compiacimento accolgo in voi e cordialmente saluto i membri del gruppo dirigente della Confederazione Italiana Sindacale Lavoratori: saluto in particolare il Segretario Generale, e lo ringrazio per le parole che mi ha indirizzato a nome di tutti. Egli ha ricordato che proprio 60 anni fa, la Cisl muoveva i primi passi prendendo parte attiva alla fondazione del sindacato libero internazionale e recava al nascente soggetto il contributo dell'ancoraggio ai principi della dottrina sociale della Chiesa e la pratica di un sindacalismo libero ed autonomo da schieramenti politici e dai partiti. Questi stessi orientamenti voi oggi intendete ribadire, desiderando continuare a trarre dal magistero sociale della Chiesa ispirazione nella vostra azione finalizzata a tutelare gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici e dei pensionati d'Italia. Come ha opportunamente richiamato il Segretario Generale, la grande sfida ed opportunità che la preoccupante crisi economica del momento invita a saper cogliere, è di trovare una nuova sintesi tra bene comune e mercato, tra capitale e lavoro. Ed in questo ambito, significativo è il contributo che possono apportare le organizzazioni sindacali.
Nel pieno rispetto della legittima autonomia di ogni istituzione, la Chiesa, esperta in umanità, non si stanca di offrire il contributo del suo insegnamento e della sua esperienza a coloro che intendono servire la causa dell'uomo, del lavoro e del progresso, della giustizia sociale e della pace. La sua attenzione alle problematiche sociali è cresciuta nel corso dell'ultimo secolo. Proprio per questo, i miei venerati Predecessori, attenti ai segni dei tempi, non hanno mancato di fornire opportune indicazioni ai credenti e agli uomini di buona volontà, illuminandoli nel loro impegno per la salvaguardia della dignità dell'uomo e le reali esigenze della società.
All'alba del XX secolo, con l'Enciclica Rerum novarum, il Papa Leone XIII fece una difesa accorata dell'inalienabile dignità dei lavoratori. Gli orientamenti ideali, contenuti in tale documento, contribuirono a rafforzare l'animazione cristiana della vita sociale; e questo si tradusse, tra l'altro, nella nascita e nel consolidarsi di non poche iniziative di interesse civile, come i centri di studi sociali, le società operaie, le cooperative e i sindacati. Si verificò pure un impulso notevole verso una legislazione del lavoro rispettosa delle legittime attese degli operai, specialmente delle donne e dei minori, e si ebbe anche un sensibile miglioramento dei salari e delle stesse condizioni di lavoro. Di questa Enciclica, che ha avuto "il privilegio" di essere commemorata da vari successivi documenti pontifici, Giovanni Paolo II ha voluto solennizzare il centesimo anniversario pubblicando l'Enciclica Centesimus annus, nella quale osserva che la dottrina sociale della Chiesa, specialmente in questo nostro periodo storico, considera l'uomo inserito nella complessa rete di relazioni che è tipica delle società moderne. Le scienze umane, per parte loro, contribuiscono a metterlo in grado di capire sempre meglio se stesso, in quanto essere sociale. "Soltanto la fede, però, - nota il mio venerato Predecessore - gli rivela pienamente la sua identità vera, e proprio da essa prende avvio la dottrina sociale della Chiesa, la quale, avvalendosi di tutti gli apporti delle scienze e della filosofia, si propone di assistere l'uomo nel cammino della salvezza" (n. 54).
Nella sua precedente Enciclica sociale Laborem exercens del 1981, dedicata al tema del lavoro, Papa Giovanni Paolo II aveva sottolineato che la Chiesa non ha mai smesso di considerare i problemi del lavoro all'interno di una questione sociale che è andata assumendo progressivamente dimensioni mondiali. Anzi, il lavoro - egli insiste - va visto come la "chiave essenziale" dell'intera questione sociale, perché condiziona lo sviluppo non solo economico, ma anche culturale e morale, delle persone, delle famiglie, delle comunità e dell'intera umanità (cfr. n. 1). Sempre in questo importante documento vengono posti in luce il ruolo e l'importanza strategica dei sindacati, definiti "un indispensabile elemento della vita sociale, specialmente nelle moderne società industrializzate" (cfr. n. 20).
C'è un altro elemento che ritorna frequentemente nel magistero dei Papi del Novecento ed è il richiamo alla solidarietà ed alla responsabilità. Per superare la crisi economica e sociale che stiamo vivendo, sappiamo che occorre uno sforzo libero e responsabile da parte di tutti; è necessario, cioè, superare gli interessi particolaristici e di settore, così da affrontare insieme ed uniti le difficoltà che investono ogni ambito della società, in modo speciale il mondo del lavoro. Mai come oggi si avverte una tale urgenza; le difficoltà che travagliano il mondo del lavoro spingono ad una effettiva e più serrata concertazione tra le molteplici e diverse componenti della società. Il richiamo alla collaborazione trova significativi riferimenti anche nella Bibbia. Ad esempio, nel libro del Qoèlet leggiamo: "Meglio essere in due che uno solo, perchè otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l'uno rialza l'altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi" (4, 9-10). L'auspicio è quindi che dall'attuale crisi mondiale scaturisca la volontà comune di dar vita a una nuova cultura della solidarietà e della partecipazione responsabile, condizioni indispensabili per costruire insieme l'avvenire del nostro pianeta.
Cari amici, la celebrazione del 60° anniversario di fondazione della vostra organizzazione sindacale sia motivo per rinnovare l'entusiasmo degli inizi e riscoprire ancor più il vostro originario carisma. Il mondo ha bisogno di persone che si dedichino con disinteresse alla causa del lavoro nel pieno rispetto della dignità umana e del bene comune. La Chiesa, che apprezza il ruolo fondamentale dei sindacati, vi è vicina oggi come ieri, ed è pronta ad aiutarvi, perché possiate adempiere al meglio il vostro compito nella società. Nell'odierna festa di san Giovanni Bosco, desidero infine affidare l'attività e i progetti del vostro sindacato a questo Apostolo dei giovani, che con grande sensibilità sociale fece del lavoro un prezioso strumento di formazione e di educazione delle nuove generazioni. Invoco, inoltre, su di voi e sulle vostre famiglie la protezione della Madonna e di san Giuseppe, buon padre e lavoratore esperto che si prese quotidiana cura della famiglia di Nazaret. Per parte mia, vi assicuro un ricordo nella preghiera, mentre con affetto benedico voi qui presenti e tutti gli iscritti alla vostra Confederazione.
Sala Clementina
Lunedì, 2 febbraio 2009
Eccellenza,
sono lieto di accoglierla all'inizio della sua missione e di accettare le Lettere che l'accreditano quale Ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica di Ungheria presso la Santa Sede. La ringrazio per le cordiali parole e per i saluti che mi porge da parte del Presidente László Sólyom. La prego di trasmettergli i miei rispettosi buoni auspici e l'assicurazione delle mie preghiere per tutto il popolo della sua nazione.
Il ripristino da parte della Santa Sede di piene relazioni diplomatiche con i Paesi dell'ex blocco orientale, dopo gli eventi importantissimi del 1989, ha schiuso nuovi orizzonti di speranza per il futuro. Nei venti anni che sono trascorsi da allora, l'Ungheria ha compiuto grandi progressi nel creare le strutture di una società libera e democratica, desiderosa e capace di svolgere il proprio ruolo in una comunità mondiale sempre più globalizzata. Come ha osservato, le forze che governano gli affari economici e politici del mondo moderno devono essere gestite correttamente. In altre parole devono fondarsi su una base etica, accordando sempre priorità alla dignità e ai diritti della persona umana e al bene comune dell'umanità. In considerazione della sua forte eredità cristiana, che risale a più di mille anni fa, l'Ungheria si trova nella condizione di contribuire alla promozione di questi ideali umani nella comunità europea e in quella mondiale più ampia. Spero che le nostre relazioni diplomatiche saranno di sostegno a questa dimensione vitale del contributo del suo Paese agli affari internazionali.
A volte, l'esperienza di una recente libertà ha comportato il rischio che quegli stessi valori cristiani e umani, così profondamente radicati nella storia e nella cultura dei singoli popoli, e di fatto dell'intero continente europeo, potessero essere soppiantati da altri basati su visioni errate dell'uomo e della sua dignità e dannose per lo sviluppo di una società veramente prospera. Nel mio Messaggio in occasione della Giornata Mondiale della Pace del 2008, ho sottolineato l'importanza primaria della famiglia per l'edificazione di relazioni comunitarie pacifiche a ogni livello.
In gran parte dell'Europa moderna il ruolo vitale di coesione che la famiglia deve svolgere nelle questioni umane viene messo in dubbio e addirittura a repentaglio come risultato di modi fuorviati di pensare, a volte espressi in strategie sociali e politiche aggressive. Spero sinceramente nell'elaborazione di modalità per tutelare questo elemento essenziale della nostra società, che è il cuore di ogni cultura e nazione. Un modo specifico con cui il Governo può sostenere la famiglia è assicurare che i genitori possano esercitare il loro diritto fondamentale di primi educatori dei propri figli, cosa che include la possibilità di scegliere di mandarli in scuole religiose, se lo si vuole.
La Chiesa cattolica in Ungheria ha vissuto con particolare intensità la transizione dal periodo del governo totalitario alla libertà di cui il suo Paese ora gode. Dopo decenni di oppressione, sostenuta dalla testimonianza eroica di così tanti cristiani, la Chiesa è emersa per prendere il proprio posto in una società trasformata, in grado di nuovo di proclamare liberamente il Vangelo. Non cerca privilegi per sé, ma desidera svolgere il proprio ruolo nella vita della nazione, fedele alla sua natura e alla sua missione. Mentre prosegue il processo di realizzazione degli accordi fra l'Ungheria e la Santa Sede, penso al memorandum firmato di recente sull'assistenza religiosa alle forze armate e alla polizia frontaliera. Confido nel fatto che qualsiasi questione straordinaria relativa alla vita della Chiesa nel suo Paese sarà risolta con lo spirito di buona volontà e di dialogo fecondo che caratterizza le nostre relazioni diplomatiche da quando sono state tanto felicemente ripristinate.
Eccellenza, prego affinché la missione diplomatica che comincia oggi rafforzerà ulteriormente i vincoli di amicizia già esistenti fra la Santa Sede e la Repubblica di Ungheria. L'assicuro del fatto che i vari dicasteri della Curia Romana saranno sempre pronti a offrire aiuto e sostegno nello svolgimento dei suoi compiti. Con i miei sinceri buoni auspici, invoco su di Lei, sulla sua famiglia e su tutti i suoi concittadini abbondanti benedizioni di pace e prosperità. Che Dio benedica l'Ungheria!
Lunedì, 2 febbraio 2009
Cari Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
Sono lieto di ricevervi questa mattina, mentre realizzate il vostro pellegrinaggio sulle tombe degli Apostoli Pietro e Paolo, segno eloquente della vostra comunione con il Successore di Pietro. Ringrazio il Presidente della vostra Conferenza episcopale, monsignor Luigi Padovese, Vicario Apostolico d'Anatolia, per le cordiali parole che mi ha rivolto a nome vostro. Attraverso la vostra presenza, sono anche le comunità dai molteplici volti a incontrare la Chiesa di Roma, mostrando così la loro unità profonda. Una volta tornati nel vostro paese, salutate affettuosamente a nome mio i sacerdoti, i religiosi e le religiose e tutti i fedeli delle vostre diocesi. Dite loro che il Papa, nel ricordo sempre presente nel suo cuore del suo pellegrinaggio in Turchia, resta vicino a ognuno di essi, alle loro preoccupazioni e alle loro speranze.
La vostra visita, che si svolge provvidenzialmente in questo anno dedicato a san Paolo, assume un'importanza particolare per voi che siete i Pastori della Chiesa cattolica in Turchia, terra in cui è nato l'Apostolo delle Genti e in cui ha fondato numerose comunità. Come ho dichiarato nella Basilica che accoglie la sua tomba, ho voluto indire questo anno paolino "per ascoltarlo e per apprendere ora da lui, quale nostro maestro, "la fede la verità", in cui sono radicate le ragioni dell'unità tra i discepoli di Cristo" (Omelia, Basilica di San Paolo Fuori le Mura, 28 giugno 2008). So che nel vostro paese avete voluto dare un risalto particolare a questo anno giubilare e che molti pellegrini stanno visitando i luoghi cari alla tradizione cristiana. Auspico che l'accesso a questi luoghi significativi per la fede cristiana, come pure la celebrazione del culto, sia sempre più agevole per i pellegrini. Inoltre mi rallegro vivamente della dimensione ecumenica conferita all'anno paolino, mostrando così l'importanza di questa iniziativa per le altre Chiese e comunità cristiane. Possa questo anno permettere nuovi progressi lungo il cammino verso l'unità di tutti i cristiani!
L'esistenza delle vostre Chiese locali, nella loro diversità, si situa nel prolungamento di una ricca storia contraddistinta dalla crescita delle prime comunità cristiane. Tanti nomi, così cari ai discepoli di Cristo, restano legati alla vostra terra, a partire da san Giovanni, sant'Ignazio di Loyola, san Policarpo di Smirne e tanti altri illustri Padri della Chiesa, senza dimenticare il concilio di Efeso in cui la Vergine Maria fu proclamata "Théotokos". Più di recente, Papa Benedetto XV e il beato Giovanni XXIII hanno a loro volta segnato la vita della nazione e della Chiesa in Turchia.
Desidero anche ricordare tutti i cristiani, sacerdoti e laici, che hanno testimoniato la carità di Cristo, a volte fino al dono supremo della loro vita, come Padre Andrea Santoro. Che questa storia prestigiosa sia per le vostre comunità, delle quali conosco il vigore della fede e l'abnegazione nelle prove, non solo il ricordo di un passato glorioso, ma anche un incoraggiamento a proseguire generosamente lungo la via tracciata, testimoniando fra i loro fratelli l'amore di Dio per ogni uomo.
Cari Fratelli, i Concili di Nicea e di Costantinopoli hanno dato al Credo la sua espressione definitiva. Che sia per voi e per i vostri fedeli un incitamento pressante ad approfondire la fede della Chiesa e a vivere, con sempre maggiore ardore, della speranza che ne scaturisce. Il popolo di Dio troverà in un'autentica comunione ecclesiale un sostegno efficace alla sua fede e alla sua speranza. Di fatto, "la Chiesa è una comunione organica, che si realizza nel coordinamento dei diversi carismi, ministeri e servizi, in ordine al conseguimento del fine comune che è la salvezza" (Pastores gregis, n. 44), e i vescovi sono i primi responsabili della realizzazione concreta di questa unità. La profonda comunione che deve regnare fra di essi, nella diversità dei riti, si esprime soprattutto attraverso una reale fraternità e una collaborazione reciproca che permettano loro di svolgere il proprio ministero in uno spirito collegiale e di rafforzare l'unità del Corpo di Cristo.
Questa unità trova una fonte vitale nella Parola di Dio, di cui il recente Sinodo dei Vescovi ha rimesso in luce l'importanza nella vita e nella missione della Chiesa. Vi invito dunque a formare i fedeli delle vostre diocesi, affinché la Sacra Scrittura non sia una Parola del passato, ma illumini la loro esistenza e permetta loro di accedere veramente a Dio. In questo contesto, mi è gradito ricordare che la meditazione della Parola di Dio da parte del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, è stato un momento importante di questa Assemblea sinodale.
Permettetemi anche di salutare i sacerdoti e i religiosi che collaborano con voi nell'annuncio del Vangelo. Provenendo in gran numero da altri paesi, il loro compito è spesso faticoso. Li incoraggio a essere sempre meglio inseriti nelle realtà delle vostre Chiese locali, al fine di poter dare a tutti i membri della comunità cattolica l'attenzione pastorale necessaria, senza dimenticare le persone più deboli e più isolate. L'esiguo numero di sacerdoti, spesso insufficiente per la vastità del lavoro, non può che spingervi a sviluppare una vigorosa pastorale delle vocazioni.
La pastorale dei giovani è una delle vostre maggiori preoccupazioni. È in effetti importante che possano acquisire una formazione cristiana che li aiuti a consolidare la loro fede e a viverla in un contesto spesso difficile.
Nella stessa prospettiva, la formazione dei laici deve anche permettere loro di assumere con competenza ed efficacia le responsabilità affidate loro in seno alla Chiesa.
La comunità cristiana del vostro paese vive in una nazione retta da una Costituzione che afferma la laicità dello Stato, ma dove la maggior parte degli abitanti è musulmana. È dunque molto importante che cristiani e musulmani si possano impegnare insieme per l'uomo, per la vita, come pure per la pace e la giustizia. Inoltre, la distinzione fra la sfera civile e la sfera religiosa è certamente un valore che deve essere tutelato. Tuttavia, in questo ambito, spetta allo Stato assicurare in maniera effettiva ai cittadini e alle comunità religiose la libertà di culto e la libertà religiosa, rendendo inaccettabile qualsiasi violenza nei confronti dei credenti, qualunque sia la loro religione. In questo contesto, conosco il vostro desiderio e la vostra disponibilità a un dialogo sincero con le Autorità, al fine di trovare una soluzione ai diversi problemi che le vostre comunità devono affrontare, fra i quali il riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica e dei suoi beni.
Un simile riconoscimento non può che avere conseguenze positive per tutti.
È auspicabile che si possano stabilire contatti permanenti, ad esempio tramite una Commissione bilaterale, per esaminare questioni ancora irrisolte.
Cari Fratelli, al termine del nostro incontro, desidero ripetervi le parole di speranza rivolte alle Chiese di Efeso e di Smirne nel libro dell'Apocalisse: "Sei costante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti... Non temere ciò che stai per soffrire... Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita" (Ap 2,3 Ap 2,10). Che l'intercessione di san Paolo e della Théotokos vi permetta di vivere questa speranza che viene da Cristo Risorto che è vivo in mezzo a noi! Di tutto cuore vi imparto un'affettuosa Benedizione apostolica, che estendo ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, e a tutti i fedeli delle vostre diocesi.
Sala Clementina
Lunedì, 9 febbraio 2009
Eccellenza,
1. È con grande soddisfazione che Le porgo il benvenuto ricevendoLa qui in Vaticano, nel momento in cui presenta le Lettere Credenziali, come Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Repubblica Federativa del Brasile presso la Santa Sede.
Questa felice circostanza mi offre l'occasione di constatare ancora una volta i sentimenti di vicinanza spirituale che il popolo brasiliano nutre verso il successore di Pietro; allo stesso tempo mi dà l'opportunità di rinnovare il mio affetto sincero e la grande stima che sento per la sua nobile Nazione.
La ringrazio vivamente per le amabili parole che mi ha rivolto. Ringrazio in special modo i deferenti pensieri e il saluto che il Presidente della Repubblica, signor Luiz Inácio Lula da Silva, ha voluto trasmettermi. Chiedo a Vostra Eccellenza la gentilezza di ricambiare il mio saluto, con i migliori auguri di felicità e la certezza delle mie preghiere per il suo Paese e il suo popolo.
Colgo l'occasione per ricordare con apprezzamento la visita pastorale che la Provvidenza mi ha permesso di realizzare in Brasile nel 2007, per presiedere la V Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano e dei Caraibi, così come gli incontri con il Capo dello Stato, sia a São Paulo, sia più recentemente qui a Roma. Possano queste circostanze testimoniare, ancora una volta, gli stretti vincoli di amicizia e di feconda collaborazione tra il suo Paese e la Santa Sede.
2. Gli obiettivi, quello della Chiesa, nella sua missione di natura religiosa e spirituale, e quello dello Stato, anche se distinti, confluiscono verso un punto di convergenza: il bene della persona umana e il bene comune della Nazione. Ma, come disse il mio venerabile Predecessore, Papa Giovanni Paolo II, "l'intesa e il rispetto, la reciproca sollecitudine per l'indipendenza e il principio di servire l'uomo nel modo migliore, all'interno di una concezione cristiana, costituiranno fattori di concordia di cui lo stesso popolo sarà il beneficiario" (Discorso al Presidente del Brasile, 14 ottobre 1991, 2). Il Brasile è un Paese che conserva nella sua grande maggioranza la fede cristiana tramandata, fin dalle origini, dall'evangelizzazione iniziata da più di cinque secoli.
Così, mi è gradito considerare la convergenza di principi, sia della Sede Apostolica, sia del suo Governo, in ciò che riguarda le minacce alla Pace mondiale, quando questa viene minata dalla mancanza di una visione di rispetto del prossimo nella sua dignità umana. Il recente conflitto nel Medio Oriente dimostra la necessità di appoggiare le iniziative volte a risolvere pacificamente le divergenze che si sono verificate, e i miei voti sono affinché il suo Governo prosegua in questa direzione. D'altra parte, desidero reiterare la speranza che, in conformità con i principi che salvaguardano la dignità umana, dei quali il Brasile si è sempre fatto difensore, si continuino a promuovere e a diffondere i valori umani fondamentali, soprattutto quando si tratta di riconoscere in maniera esplicita la sacralità della vita familiare e la salvaguardia del nascituro, dal momento del concepimento sino alla fine naturale dell'esistenza. Allo stesso modo, in ciò che concerne gli esperimenti biologici, la Santa Sede sta promuovendo costantemente la difesa di un'etica che non deturpi ma protegga l'esistenza dell'embrione e il suo diritto alla nascita.
3. Vedo con soddisfazione che la Nazione brasiliana sta diventando, in un clima di accentuata prosperità, un fattore di stimolo allo sviluppo in aree limitrofe e in vari Paesi del Continente africano. In un clima di solidarietà e di reciproca intesa, il Governo cerca di appoggiare iniziative volte a favorire la lotta contro la povertà e l'arretratezza tecnologica, sia a livello nazionale che internazionale.
D'altro canto, la politica di redistribuzione del reddito interno ha facilitato un maggiore benessere tra la popolazione; in questo senso, mi auguro che si continui a incoraggiare una migliore distribuzione del reddito, e si rafforzi una maggiore giustizia sociale per il bene della popolazione. Bisogna sottolineare, tuttavia, che oltre la povertà materiale, incide in maniera rilevante la povertà morale, che imperversa in tutto il mondo, anche laddove non mancano i beni materiali. Infatti, il pericolo del consumismo e dell'edonismo, insieme alla mancanza di solidi principi morali che guidino la vita del cittadino comune, fa diventare vulnerabile la struttura della società e della famiglia brasiliana. Perciò, non si insiste mai abbastanza sull'urgenza di una solida formazione morale a tutti i livelli, anche nell'ambito politico, dinanzi alle costanti minacce generate dalle ideologie materialistiche ancora imperanti e, soprattutto, alla tentazione della corruzione nella gestione del denaro pubblico e privato. A queste finalità, il cristianesimo può offrire un valido contributo - come ho affermato recentemente - perché "è una religione di libertà e di pace ed è al servizio del vero bene dell'umanità" (Discorso al Corpo Diplomatico, 8 gennaio 2009). È sulla scia di tali valori che la Chiesa continua a offrire questo servizio di profondo significato evangelico per favorire il raggiungimento della pace e della giustizia tra tutti i popoli.
4. Il recente Accordo che ridefinisce lo statuto giuridico civile della Chiesa cattolica in Brasile e regola le materie di interesse reciproco tra le parti è un segnale significativo di questa collaborazione sincera che la Chiesa desidera mantenere, nella missione che le è propria, con il Governo brasiliano. In questo senso, esprimo la speranza affinché questo Accordo, come ho già avuto occasione di segnalare, "faciliti il libero esercizio della missione evangelizzatrice della Chiesa e rafforzi ancor più la sua collaborazione con le istituzioni civili per lo sviluppo integrale della persona" (Discorso cit.). La fede e l'adesione a Gesù Cristo richiedono che i fedeli cattolici, anche in Brasile, diventino strumenti di riconciliazione e di fraternità, nella verità, nella giustizia e nell'amore. Così, mi auguro di vedere ratificato questo Documento solenne, affinché l'organizzazione ecclesiastica della vita dei cattolici sia facilitata e raggiunga un alto grado di efficacia.
Signor Ambasciatore,
prima di concludere questo incontro rinnovo la richiesta di trasmettere al signor Presidente della Repubblica i miei migliori auguri di felicità e di pace. Assicuro Vostra Eccellenza che troverà sempre la stima, la buona accoglienza e l'appoggio della Sede Apostolica nel compimento della sua missione, che mi auguro sia felice e feconda di frutti e di gioie. In questo momento, il mio pensiero va a tutti i brasiliani e a quanti guidano il loro destino. Auguro a tutti felicità, con sempre più progresso e armonia. Sono sicuro che Vostra Eccellenza si farà interprete di questi miei sentimenti e speranze presso il Capo dello Stato. Per intercessione di Nostra Signora Aparecida, imploro per Vostra Eccellenza, per il suo mandato e per i suoi familiari, così come per tutti gli amati brasiliani, le abbondanti benedizioni di Dio Onnipotente.
Benedetto XVI2009 Discorsi