
GPII 1990 Insegnamenti - Omelia per lavoratori e imprenditori - Monterrey (Messico)
Titolo: La Chiesa non può in alcun modo lasciarsi togliere da nessuna ideologia o corrente politica la bandiera della giustizia
Amatissimi fratelli e sorelle,
1. Sia lodato Gesù Cristo! Sia lodato Gesù Cristo in questa città di Monterrey che si vanta delle sue radici cristiane! Sia lodato Gesù Cristo nelle vostre famiglie, nei vostri luoghi di lavoro e di riposo! Sia lodato Gesù Cristo per il dono della fede che all'incirca cinque secoli fa fu impiantata nella vostra terra! Sono venuto come pellegrino per portare amore e speranza, come Successore dell'apostolo San Pietro, per confermare nella fede i miei fratelli, obbedendo così al mandato ricevuto da Gesù (cfr. Lc 22,32). Sono lieto di trovarmi in questa bella e industriosa capitale dello Stato di Nuovo Leon, che mi ha riservata una accoglienza molto calorosa, che ricambio con identico affetto e gratitudine.
Il mio saluto di pace al Signor Arcivescovo e agli altri fratelli nell'Episcopato, a tutti gli amati sacerdoti collaboratori nel ministero pastorale, ai religiosi, alle religiose, ai fedeli e, in una parola, a tutti gli abitanti del nord del Messico.
Saluto oggi con particolare affetto il mondo del lavoro, sempre tanto vicino al mio cuore e alla mia personale esperienza di lavoratore. Vorrei poter stringere la mano ad ognuno di voi, per manifestarvi il mio affetto e la mia stima per la vostra missione di lavoratori al servizio della società.
Desidero, attraverso voi, far giungere il mio saluto a tutti i lavoratori di questa illustre Nazione: a coloro che lavorano nell'agricoltura e nell'industria, nelle miniere e nella pesca, a coloro che svolgono il loro lavoro nei paesi, nelle città, nelle officine, nel commercio; agli imprenditori, a tutti i lavoratori intellettuali e manuali che formano la grande comunità messicana del lavoro.
Vorrei anche rivolgere, qui a Monterrey, un particolare saluto ad un particolare gruppo di lavoro: a tutte le madri messicane. Quando si parla del lavoro umano, quando si apprezza ogni lavoro, come non apprezzare questo lavoro fondamentale, il lavoro materno della donna, specialmente in questo giorno della Madre!
2. Oggi desidero meditare, insieme a voi, il messaggio che il Signore ci rivolge in questa celebrazione eucaristica. Cristo ci dice: "Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete... Guardate gli uccelli del cielo... Osservate come crescono i gigli del campo" (Mt 6,25-26 Mt 28).
Che significano queste parole pronunciate da Gesù Cristo nel discorso della montagna? Che significato avevano per coloro che le ascoltavano per la prima volta? Che significato hanno oggi per noi? In realtà, queste parole del Vangelo sembrano contraddire tanti criteri ed atteggiamenti propri del mondo contemporaneo. Per l'umanità, per l'attuale società, la produzione, il guadagno, il progresso economico sembrano essere il fine ultimo di ogni azione umana. Secondo questi criteri si giudicano e si valutano le persone ed i popoli, e si determina la loro posizione nella scala sociale in base all'importanza loro attribuita o al potere che hanno.
Se questa gerarchia di valori venisse accettata anche da un punto di vista morale, l'uomo sarebbe obbligato a cercare in ogni momento il possesso come unico scopo della vita. L'uomo dovrebbe pertanto essere valutato non per quello che è, ma per quello che ha.
3. Gesù, il Maestro del discorso della montagna, lo stesso che annuncia le beatitudini, ci insegna innanzitutto che il Creatore e la creatura sono al di sopra delle opere dell'uomo. Gli uomini e le società possono produrre i beni industriali che favoriscono la civiltà ed il progresso, nella misura in cui nel mondo creato trovano le risorse che consentono loro di lavorare.
A te, uomo che guardi compiaciuto le opere della tua mano, il frutto del tuo ingegno, Cristo ti dice: non ti dimenticare di Colui che ha dato origine a tutto! Non ti dimenticare del Creatore! Anzi di più, quanto più profondamente conosci le leggi della natura, quanto più scopri le sue ricchezze e potenzialità, tanto più ti devi ricordare di Lui.
Non ti dimenticare del Creatore - ci dice Cristo - e rispetta la creazione! Compi il tuo lavoro usando in maniera corretta le risorse che Dio ti ha dato! Trasforma le sue ricchezze con l'aiuto della scienza e della tecnica, ma non abusarne, non essere usurpatore né sfruttatore, senza tener conto dei beni creati! Non distruggere né contaminare! Ricordati del tuo prossimo, dei poveri! Pensa alle generazioni future! Cristo, amati fratelli e sorelle, dice questo in modo particolare all'uomo del nostro tempo, il quale si rende sempre più conto della irrinunciabile necessità di proteggere l'ambiente che lo circonda.
4. Con quanto amore gli occhi del Maestro e Redentore guardano la bellezza del mondo creato! Il mondo visibile è stato creato per l'uomo. Cristo dice a coloro che lo ascoltano: Non valete voi forse più degli uccelli del cielo e i gigli del campo? (cfr. Mt 6,26 Mt 6,28).
Certamente, agli occhi di Dio noi siamo più importanti. Ciò che determina il valore dell'uomo è essere stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, il che si riflette nella sua natura di persona, nella capacità di conoscere il bene e di amarlo.
Proprio per questo motivo, l'uomo non può accettare che il suo essere spirituale sia subordinato a ciò che è inferiore nella gerarchia delle creature.
Non può assumere come fine ultimo della sua esistenza ciò che gli offre la terra e la temporalità di ciò che è creato. Non si può abbassare a servire le cose, come se queste fossero l'unico fine e il destino ultimo della sua vita.
L'uomo, invece, è chiamato a cercare Dio con tutte le sue forze, anche attraverso il suo lavoro nel mondo. Soltanto in Dio l'uomo trova la conferma della propria libertà, del suo dominio e della sua superiorità su tutte le altre creature. E se qualche volta questa semplice e profonda convinzione si affievolisse, la contemplazione della stessa natura ci deve ricordare che, se Dio si cura di tutte le sue creature, che cosa non farà perché non ci manchi il necessario?
5. A noi uomini spetta un compito primordiale: Cercare il Regno di Dio e la sua giustizia (cfr. Mt 6,33). In ciò dobbiamo impegnare tutte le nostre forze, perché questo Regno è "come un tesoro nascosto in un campo, la perla più preziosa", di cui ci parla il Vangelo; e per ottenerlo, dobbiamo fare tutto il possibile, fino a "vendere tutto" (cfr. Mt 13,44 Mt 13,45) non avere, cioè, nel cuore nessun'altra preoccupazione. perciò, anche il lavoro deve rientrare nell'impegno che poniamo nel cercare il Regno di Dio.
Dobbiamo, tuttavia, essere prevenuti contro una tentazione: quella di voler porre i beni terreni al di sopra di Dio. perciò Cristo dice: "Non potete servire a Dio e a Mammona", perché "Nessuno può servire a due padroni" (Mt 6,24).
Se ciò che indica il simbolo biblico del "denaro" si converte in oggetto di un amore supremo ed esclusivo da parte delle persone e della società, allora ci troviamo nella situazione di essere tentati di disprezzare Dio (cfr. Ibidem). Non constatiamo, pero, che questa tentazione, almeno in parte, è presente nel nostro mondo? Non lo osserviamo in maniera particolare in alcuni paesi e popolazioni? Non è già una realtà questo disprezzare Dio in diversi modi: prima di tutto nel campo del pensiero umano e poi in quello del concreto agire? Il vivere come se Dio non esistesse non è un programma per molte persone del nostro tempo?
6. Gesù di Nazareth si rivolge ai suoi contemporanei, ma le sue parole giungono con forza meravigliosa fino ai nostri giorni e ai nostri problemi. Questi sono i temi eterni sull'uomo. Osserviamo pero che spesso si è invertita la gerarchia dei valori: ciò che è secondario, caduco, è messo in testa, passa in primo piano.
Invece, ciò che concretamente deve essere in primo piano è sempre e soltanto Dio.
Non può essere altrimenti. perciò Cristo dice: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33).
Pertanto, che bisogna fare perché la ricerca del Regno sia una realtà nella vita degli individui, delle famiglie, della società? Come notiamo nella lettura che abbiamo ascoltato, tratta dagli Atti degli Apostoli, i veri discepoli e seguaci di Cristo hanno cercato di rispondere a questa domanda sin dagli inizi del cristianesimo. Il testo sacro ci dice che i primi discepoli "tenevano ogni cosa in comune" (Ac 2,44). Questa realtà ha un grande significato. Infatti, la ricerca del Regno esige innanzitutto la carità, l'amore verso Dio e l'amore per il prossimo (cfr. Mc 12,34). In tal senso, i primi discepoli misero i beni della terra al servizio dell'amore, cercarono, cioè, di orientare la nuova vita che avevano abbracciato in funzione del bene comune, del servizio al prossimo. perciò vendevano ciò che avevano e distribuivano il ricavato tra tutti, secondo le necessità di ciascuno. Allo stesso tempo e come elemento caratterizzante della comunità, "spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore" (cfr. Ac 2,45-46).
Poche parole, ma così dense di significato! La luce che irradiano deve illuminare anche il mondo della produzione e dell'economia, perché si apra con chiaroveggenza e generosità a questa prospettiva del bene comune. L'impegno di solidarietà verso gli altri è una esigenza che interroga tutti ed ognuno nel mondo del lavoro. Interroga gli imprenditori e gli industriali nel loro difficile compito di dirigere ed amministrare con giustizia i frutti dell'attività umana, così come di creare ricchezza e posti di lavoro, contribuendo in tal modo ad elevare il livello di benessere sociale che consenta lo sviluppo integrale delle persone. La solidarietà interroga anche quanti si dedicano al mondo della tecnica, che è "indubbiamente un'alleata dell'uomo. Essa favorisce l'aumento dei prodotti del lavoro, e di molti perfeziona anche la qualità" (LE 5).
Interroga, in definitiva, ogni lavoratore, ogni persona, che deve orientare il suo lavoro al bene di tutti.
7. Tra voi, amatissimi fratelli e sorelle che mi state ascoltando, vi saranno molti che hanno un lavoro sicuro, che dà loro grandi soddisfazioni, che consente di mantenere degnamente le proprie famiglie. Per tutto ciò bisogna ringraziare Dio. Ma, quanti sono coloro che soffrono nel non poter dare ai propri figli il cibo, il vestiario, l'educazione necessaria? Quanti sono coloro che vivono nei limiti angusti di un'umile abitazione, privi dei servizi più elementari, lontani dal loro luogo di lavoro; un lavoro, spesso mal retribuito ed incerto, che li fa guardare al futuro con angoscia e scoraggiamento? Quanti bambini costretti a lavorare in tenera età, operai che svolgono il loro lavoro in condizioni poco salubri, oltre alla scarsità di strumenti legali ed associativi che tutelino adeguatamente i diritti del lavoratore contro gli abusi e tante forme di manipolazione! Mi addolorano profondamente queste situazioni difficili, spesso drammatiche, in cui si trovano tanti lavoratori e che dipendono da una serie di fattori, non soltanto contingenti ma anche strutturali, dipendenti, cioè, dall'organizzazione socioeconomica e politica della società. perciò, spinto dalla mia sollecitudine per i più bisognosi, voglio di nuovo invitarvi alla giustizia sociale.
Non negando i buoni risultati raggiunti grazie all'impegno congiunto della iniziativa pubblica e privata nei paesi dove vige un regime di libertà, non possiamo tuttavia non rilevare i difetti di un sistema economico che spesso fa del guadagno e del consumo il suo principale motore, che subordina l'uomo al capitale, in maniera che, senza tener conto della sua dignità personale, è considerato come un semplice ingranaggio dell'immensa macchina produttiva, dove il suo lavoro è trattato come semplice merce soggetta alle leggi dell'offerta e della domanda.
8. E' certo che alla radice dei mali che affliggono gli individui e la collettività vi è sempre il peccato dell'uomo. perciò la Chiesa predica instancabilmente la conversione del cuore perché tutti, con spirito solidaristico, collaborino alla creazione di un ordine sociale che sia più conforme alle esigenze della giustizia.
La Chiesa non può in alcun modo lasciarsi togliere, da nessuna ideologia o corrente politica, la bandiera della giustizia, che è una delle prime esigenze del Vangelo e il nucleo della sua dottrina sociale. La Chiesa anche in questo campo deve rendersi presente nel mondo con alcune parole sui valori e i principi che ispirano la vita comunitaria, la pace, la convivenza e l'autentico progresso.
Proprio per questo motivo deve opporsi a tutte quelle forme che pretendono di instaurare forme di violenza e di odio, come soluzione dialettica dei conflitti.
Il cristiano non può dimenticare che la nobile lotta per la giustizia non deve in alcun modo confondersi con il programma "che vede nella lotta di classe l'unica via per la eliminazione delle ingiustizie di classe, esistenti nella società, e delle classi stesse" (LE 11).
Nel vedervi qui, in questa città di Monterrey, così numerosi, riuniti dalla vostra comune fede cristiana e per incontrarvi con il Successore di Pietro, dal profondo del cuore vi rivolgo un invito alla solidarietà, alla fratellanza senza frontiere. Il sapervi figli dello stesso Dio e fratelli in Gesù Cristo deve spingervi, mossi dalla fede, a dedicare ogni vostro sforzo solidaristico per far si che questo grande Paese sia più giusto, fraterno e accogliente. Mi muove a ciò l'ardente desiderio che la vostra Patria, con il dovuto rispetto delle sue migliori tradizioni, possa progredire materialmente e spiritualmente sulla base dei principi cristiani che hanno contrassegnato il suo cammino nei secoli.
La solidarietà alla quale vi invito deve mettere le sue radici più profonde e cercare il suo nutrimento nella Santa Messa, il sacrificio di Cristo che ci salva. Deve ispirarsi sempre alla Parola di Dio, che illumina il cammino della nostra vita.
9. La Chiesa ascolta continuamente lo stesso discorso della montagna pronunciato da Cristo. Di generazione in generazione annuncia il Vangelo, che è anche il Vangelo del lavoro.
Nella nostra epoca questo Vangelo è divenuto attuale, in modo nuovo, innanzi ai numerosi problemi dello sviluppo socioeconomico; ai problemi connessi con il capitale, con la produzione e distribuzione dei beni, così sproporzionata ed ingiusta soprattutto in alcuni Paesi del mondo.
Con la liturgia di questa celebrazione eucaristica lodiamo Dio dicendo: "O Signore, nostro Dio quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!" (Ps 8,2).
Dinanzi a ciò, il cristiano non può perdere la consapevolezza che il nome di Dio è grande su tutta la terra e che lui, in quanto cristiano, così come ogni uomo è stato chiamato a lodare questo nome. Non può dimenticare che tutti i programmi economici umani devono essere ordinati secondo questa Economia divina, che si realizza nel suo Regno. "Il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno" (Mt 6,32), ci dice il Signore, pero aggiunge "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33).
Per intercessione della "Madrecita" di Guadalupe, in questa "Giornata delle Mamme" chiedo a Dio abbondanti grazie celesti per tutti voi, per le vostre famiglie e per tutti i lavoratori del Messico, per tutto il lavoro che si fa nella vostra grande Patria.
Così sia.
(Traduzione dallo spagnolo)
Data: 1990-05-10
Giovedi 10 Maggio 1990
Titolo: Preghiera con i familiari delle vittime della sciagura aerea
Sono venuto a pregare per le persone che oggi avrebbero dovuto essere accanto a noi nella celebrazione di Tuxtla Gutierrez. In primo luogo, monsignore Luis Miguel Canton Marin, vescovo di Tapachula.
In questi momenti di dolore, nonostante le parole umane non abbiano molto senso desidero esprimere la mia più viva partecipazione alla sofferenza di quanti piangono i loro familiari.
Ma sopratutto, desidero ricordare che la fede illumina di speranza anche questi momenti di tristezza.
La morte non è l'ultima parola, poiché per coloro che hanno fede, la vita non finisce, ma si trasforma.
Illuminati e aiutati da queste certezze eleviamo ora al Signore la nostra preghiera per i defunti e invochiamo anche la consolazione per coloro che piangono i loro cari.
(Traduzione dallo spagnolo)
Data: 1990-05-11
Venerdi 11 Maggio 1990
Titolo: La speranza cristiana è anche speranza per questa vita
Carissimi fratelli e sorelle,
1. Sono molto felice di essere a Tuxtla Gutiérrez, bella capitale dello Stato di Chiapas, per presiedere la celebrazione liturgica della Parola. Sono accanto a me i Vescovi di questa zona Pastoral Pacifico sur, ed altri Fratelli nell'Episcopato, oltre a molti sacerdoti e religiosi che con generosa dedizione esercitano il loro ministero in mezzo a voi.
In modo particolare desidero far giungere la mia parola affettuosa ed un abbraccio cordiale a tutti i cari fratelli indigeni e contadini, dopo undici anni da quel primo incontro che ho avuto con loro a Oaxaca, durante la mia prima visita pastorale in Messico.
Ringrazio vivamente per le cortesi parole di benvenuto che mi ha rivolto Monsignor Felipe Aguirre Franco, Vescovo di questa diocesi che celebra in questi giorni i venticinque anni della sua erezione canonica. In questa circostanza porgo i miei auguri a tutti i fedeli della diocesi di Tuxtla Gutiérrez, con i miei migliori voti di un futuro fecondo di abbondanti frutti di vita cristiana. Porgo il mio saluto nel Signore, ed esprimo la mia gratitudine per la loro presenza, a tutti gli altri fedeli qui presenti, delle diocesi vicine: Tehuantepec, Oaxaca, Mixes, Huautla, San Cristobal de las Casas, Tapachula, accompagnati dai loro Vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e da altre anime consacrate. Sappiamo che la diocesi di Tapachula ha perso ieri il suo Pastore.
In questa terra chapaneca, che Dio ha benedetto con tanta bellezza di boschi e montagne, e soprattutto con la ricchezza delle sue genti ed etnie, sono felice di incontrarmi con rappresentanti di tante famiglie indigene. Attraverso di voi desidero inviare un affettuoso saluto e far giungere il messaggio d'amore del Vangelo a tutti gli indigeni della Repubblica e ai nostri fratelli dell'America Centrale che hanno dovuto abbandonare le loro terre e le loro case e hanno trovato rifugio qui.
Innanzitutto, desidero ripetere le parole che vi ho rivolto undici anni fa a Oaxaca, e che continuano ad avere tutta la loro validità: "Il Papa e la Chiesa sono con voi e vi amano: amano le vostre persone, la vostra cultura, le vostre tradizioni".
2. Nella prima Lettura che abbiamo ascoltato, il Profeta Isaia pone sulle labbra del popolo ebreo queste parole: "Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato" (Is 49,14). Deportati da Israele e dovendo vivere in un Paese straniero, gli ebrei avevano perduto ogni speranza. Si ritenevano dimenticati da Dio, abbandonati dalla sua mano.
Quanto suonano attuali quelle parole! Quanti tra voi, in una situazione di lontananza, di esilio, come quegli ebrei, potrebbero avere la tentazione di pronunciarle! Sono parole che ancora oggi continuano a riflettere un profondo pessimismo. Di fronte a tanta ingiustizia, dinanzi a tanto dolore. davanti a tanti problemi, un uomo può arrivare a sentirsi dimenticato da Dio. Voi stessi, fratelli miei, avrete qualche volta potuto provare simili sentimenti: la durezza della vita, la scarsità dei mezzi, la mancanza di opportunità per migliorare la vostra formazione e quella dei vostri figli, i continui attacchi contro le vostre culture tradizionali e tante altre ragioni che potrebbero portare allo scoraggiamento. Più ancora potrebbero sentirsi dimenticati quanti hanno dovuto abbandonare le proprie case, i propri luoghi di origine, in un'affannosa ricerca del minimo indispensabile per continuare a vivere.
Veramente in alcune situazioni, è tanta l'ingiustizia, il dolore e la sofferenza in questo mondo, che si comprende la tentazione di ripetere quelle parole di Isaia. Sono come un lamento continuo che attraversa la storia di ogni uomo e di tutta l'umanità.
3. Tuttavia, dopo quelle frasi dal sapore amaro, dopo quel lamento che esce dal cuore il Profeta raccoglie la risposta di Dio: "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse la donna che si dimenticasse, io invece non ti dimentichero mai" (Is 49,15).
Fratelli miei, vi possono essere momenti duri nella vostra vita, vi possono essere perfino epoche più o meno lunghe in cui vi sentite abbandonati da Dio. Ma se qualche volta nasce dentro di voi la tentazione dello scoraggiamento, ricordate quelle parole della Scrittura: anche se una madre si dimenticasse del figlio del suo seno, Dio non si dimentica di noi. Ed aggiunge il Profeta: "Dice il Signore: "Al tempo della misericordia ti ho ascoltato, nel giorno della salvezza ti ho aiutato"" (Is 49,8). Dio ci ha sempre presenti, Dio ci guarda con speciale affetto perché siamo suoi figli carissimi.
Di questa Provvidenza divina, ci parla anche Gesù nel Vangelo: "Guardate gli uccelli del cielo: non seminano né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre... Osservate come crescono i gigli del campo... Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?" (Mt 6,26-28).
Queste parole di Cristo sono un appello alla speranza. Se Dio si preoccupa con paterna sollecitudine degli uccelli del cielo; se Dio veste l'erba del campo, come potrà cessare di preoccuparsi per l'uomo? Come potrebbe abbandonare l'unica creatura della terra che ha amato per se stessa? (cfr. GS 24).
4. La speranza cristiana ha, innanzitutto, una mèta che sta oltre questa vita; è la virtù per la quale riponiamo la nostra fiducia in Dio che ci darà le grazie di cui abbiamo bisogno per giungere in cielo. E' li, soprattutto che diventeranno realtà le parole che abbiamo appena ascoltato: "Io trasformero i monti in strade e le mie vie saranno elevate" (Is 49,11). "Non soffriranno né fame né sete, e non li colpirà né l'arsura né il sole, perché colui che ha pietà di loro li guiderà" (Is 49,10).
Ciò nonostante, la speranza cristiana è anche speranza per questa vita.
Dio vuole la felicità dei suoi figli anche qui, in questo mondo.
"La Chiesa - ho scritto nell'Enciclica Sollicitudo Rei Socialis - sa bene che nessuna realizzazione temporale s'identifica col Regno di Dio, ma che tutte le realizzazioni non fanno che riflettere e, in un certo senso, anticipare la gloria del Regno, che attendiamo alla fine della storia, quando il Signore ritornerà. Ma l'attesa non potrà esser mai una scusa per disinteressarsi degli uomini nella Ioro concreta situazione personale e nella loro vita sociale, nazionale e internazionale, in quanto questa - ora soprattutto - condiziona quella. Nulla, anche se imperfetto e provvisorio di tutto ciò che si può e si deve realizzare mediante lo sforzo solidale di tutti e la grazia divina in un certo momento della storia, per rendere "più umana" la vita degli uomini, sarà perduto né sarà stato vano" (SRS 48).
5. "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33). Cosa vuol dire il Signore con queste parole? In cosa consiste questo obbiettivo primordiale? Cosa dobbiamo fare per cercare, in primo luogo, il Regno di Dio? Sapete bene la risposta. Sapete che per raggiungere la vita eterna è necessario osservare i comandamenti, è necessario vivere in accordo con gli insegnamenti di Cristo, che ci vengono trasmessi continuamente dalla sua Chiesa.
Per questo, cari fratelli, vi esorto a comportarvi sempre come buoni cristiani, ad osservare i comandamenti, ad assistere alla messa domenicale, a curare la vostra formazione cristiana ascoltando la catechesi che i vostri Pastori vi impartono, a confessarvi frequentemente, a lavorare, ad essere buoni genitori e sposi fedeli, ad essere buoni figli. Non cadete nella seduzione dei vizi, come l'abuso dell'alcool, che causa tante stragi; né prestate la vostra collaborazione al traffico della droga, causa della distruzione di tante persone nel mondo.
6. E, per accompagnare quello sforzo per vivere cristianamente vi sarà anche un impegno per migliorare la vostra situazione umana nei suoi molteplici aspetti: culturale, economico, sociale e politico. La ricerca del Regno di Dio comprende anche quelle nobili realtà umane. Quelle parole del Signore che ordina ai servi della parabola, dopo aver consegnato loro dieci mine, "impiegatele fino al mio ritorno" (Lc 19,13), non possono essere intese in un senso meramente spirituale, come se l'uomo fosse soltanto anima. Cristo ci ammonisce dinanzi al pericolo di sovvertire l'ordine dei valori e di amare le creature al di sopra del Creatore: "Non potete servire a Dio e a Mammona" (Mt 6,24); ma ci mette anche in guardia dal pericolo della pigrizia e della codardia, dal pericolo di seppellire in terra il talento concesso dal Signore (cfr. Mt 25,25). Lo sviluppo umano contribuisce all'instaurazione del Regno (cfr. GS 39). E in questo sviluppo ciascuno deve essere protagonista (cfr. Paolo VI, PP 55).
Devono esserlo, in primo luogo, coloro cui incombe una maggiore responsabilità sociale o maggiori possibilità economiche. Questi devono ricordare che sono soltanto amministratori di quei beni e che dovranno rendere conto della loro amministrazione (cfr. Lc 16,2).
Allo stesso modo, devono essere protagonisti i più sfavoriti. Ciò che ho scritto nell'Enciclica Sollicitudo Rei Socialis riferendomi ai Paesi (SRS 44), deve applicarsi anche agli individui: lo sviluppo umano richiede spirito di iniziativa da parte delle medesime persone che ne hanno bisogno. Ciascuno deve agire secondo la propria responsabilità, senza attendersi tutto dalle strutture sociali, assistenziali o politiche, o dall'aiuto di altre persone con più possibilità.
"Ciascuno deve scoprire e utilizzare il più possibile lo spazio della propria libertà. Ciascuno dovrà rendersi capace di iniziative rispondenti alle proprie esigenze di società" (Ibidem SRS 44).
Pertanto, cari fratelli e sorelle, dovete sforzarvi di utilizzare i mezzi che sono alla vostra portata, sapendo, d'altra parte, che abbiamo riposto in Dio tutta la nostra fiducia: "E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita?" (Mt 6,27).
7. Oggi, sono qui presenti in mezzo a noi fratelli e sorelle dell'America Centrale, che hanno dovuto abbandonare i loro luoghi d'origine alla ricerca di un rifugio e di migliori condizioni di vita. Molti di loro si trovano in situazioni drammatiche a causa della mancanza di mezzi, dell'insicurezza e dell'ansiosa ricerca di un posto adeguato. Ad essi desidero ripetere alcune parole del mio ultimo Messaggio di Quaresima per la Chiesa universale: "Noi Cattolici vi accompagneremo e vi sosterremo nel vostro cammino, riconoscendo in ciascuno di voi il volto del Cristo esule e profugo, ricordando quanto Egli disse: "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40)".
So che le diocesi messicane, in cui vi sono campi di rifugiati, stanno facendo tutto il possibile per organizzare la loro accoglienza ed assisterli nei loro bisogni. Questo gesto di comunione interecclesiale è apprezzato e suscita la gratitudine, in modo particolare, di alcuni Vescovi del Guatemala, che hanno voluto essere presenti accanto ai loro diocesani, in questa occasione. Mi unisco ad essi nel loro appello alla solidarietà, alla carità e alla giustizia, per soccorrere tanti fratelli e sorelle che soffrono ogni tipo di privazioni, lontani dai loro luoghi di origine.
8. Il mio messaggio di oggi, carissimi tutti, vuol essere un nuovo invito alla speranza, a mettervi nelle mani di Dio, sapendo che Egli si prende cura amorevole di noi. Ce lo dice il Signore nel Vangelo di San Matteo, che abbiamo ascoltato: "Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?" (Mt 6,26). Ma questa deve essere una speranza attiva e responsabile, che porti anche al lavoro e all'impegno personale.
Questa stessa speranza era espressa nel messaggio di Nostra Signora di Guadalupe a Juan Diego, per infondergli fiducia e forza nella missione che gli affidava: "Ascolta e comprendi, figlio mio, il più piccolo, che è nulla ciò che ti spaventa ed affligge; non si turbi il tuo cuore; non temere quella malattia né altra malattia ed angoscia. Non sono qui io, che sono tua Madre? Non sei sotto la mia ombra? Non sono io la tua salute? Non sei forse nel mio grembo?" (Nican Mopohua).
Come Juan Diego, figlio prediletto della terra messicana, che ho avuto la gioia di proclamare Beato, anche voi troverete nella Vergine di Guadalupe la consolazione nel dolore e la fortezza cristiana per superare le difficoltà.
Con un grido di speranza ci dice ancora il Profeta: "Giubilate, o cieli; rallegrati, o terra, gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il suo popolo e ha pietà dei suoi miseri" (Is 49,13). Adesso desidero rivolgere un saluto in idioma tzotzil: Fratelli contadini ed indigeni: Gesù vi ama, come tutti i suoi discepoli "sale della terra... Iuce del mondo" (Mt 5,13-14). "Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura" (Mc 16,15).
Un saluto anche in idioma Zoque: Fratelli contadini ed indigeni: il Papa vi vuole tutti pieni di fede, diffondendo il Vangelo, mettendo da parte la violenza, rispettando la vita della natura, ma consapevoli della vostra dignità di lavoratori nell'orto del suo Regno. Con voi grido: "Vieni, Signore Gesù!".
(Traduzione dallo spagnolo)
Data: 1990-05-11
Venerdi 11 Maggio 1990
Titolo: La cattedrale segno visibile della rinascita spirituale
Caro Vescovo Mons. Rafael Garcia Gonzales, Sacerdoti, religiosi e fedeli tutti di questa diocesi.
Il mio più cordiale saluto a voi, a tutta la popolazione di Villahermosa e all'intero Stato del Tabasco. Vorrei salutare anche le sorelle religiose qui presenti. Vorrei salutare i seminaristi che non solo sono presenti, ma stanno anche gridando.
1. Prima di benedire la cappella espiatoria della Cattedrale, desidero soffermarmi brevemente per riflettere con voi sul significato di questa cerimonia.
Essendo la Cattedrale la migliore espressione concreta della diocesi, è in essa che mi incontro oggi con la Chiesa di Dio che vive nel Tabasco, come luogo di accoglienza per le generazioni passate, presenti e per quelle che verranno.
Infatti, le sue mura ci parlano di tutti quei cristiani - sacerdoti, religiosi e laici - che già dalla prima evangelizzazione, con fede ed amore, con preghiera e sacrificio, hanno collaborato con Cristo per l'edificazione della sua Chiesa nel Tabasco.
Inoltre, la Chiesa Cattedrale è segno visibile della rinascita spirituale nel Tabasco. E' dimostrazione del fatto che, con la vostra fede, non avete voluto dar vita ad altra cosa che non fosse la Chiesa di Gesù Cristo, costruita sulle fondamenta degli Apostoli.
Per questo, la Cattedrale deve essere un punto permanente di riferimento verso cui i fedeli del Tabasco possano rivolgere il loro sguardo. In essa confluiscono simbolicamente la vostra unione con Cristo e con tutta la sua Chiesa; essa richiederà da voi sempre fedeltà, collaborazione ed impegno, per diffondersi ulteriormente in abbondanti opere di evangelizzazione e di carità.
2. San Paolo rivolge ai cristiani di Efeso alcune parole che mi sembra opportuno ricordare in questi momenti: "Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù... per mezzo dello Spirito" (Ep 2,19-22).
La pietra angolare, la base dell'edificio della Chiesa è Gesù Cristo.
perciò, con sapienza evangelica, avete voluto che questa cappella espiatoria costituisse la prima parte della Cattedrale. E per dimostrarlo, il Santissimo Sacramento sarà perennemente esposto nella Cappella e sarà accompagnato anche dalla Adorazione notturna. Insieme con Gesù Sacramento ci sarà l'immagine del Divino Prigioniero, Cristo Re, Signore del Tabasco. In verità la Cattedrale rappresenterà in maniera eloquente, il posto centrale che Gesù Cristo deve sempre occupare nella vita di tutta la diocesi e di ognuno di voi.
Successivamente, e nello stesso modo in cui avete proceduto nella sua costruzione, dovete sforzarvi anche nell'edificazione delle vostre vite, come tempio dedicato a Dio. Comportatevi sempre, come afferma San Paolo, come saggi architetti che sanno costruire la propria esistenza sul vero fondamento, sull'unico fondamento solido, Gesù Cristo (cfr. 1Co 3,10-11). In Lui, presente in voi per mezzo della grazia, deve fondarsi tutto il vostro essere e il vostro operare. Vivendo in questo modo, avendo Cristo come centro, diventeranno realtà nella vostra vita le parole di San Pietro: "anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale" (1P 2,5). Essendo ognuno tempio dello Spirito Santo, sarete anche le pietre vive di cui Cristo ha bisogno per continuare ad edificare la sua Chiesa nel Tabasco.
3. Desidero ora rivolgerrni agli infermi qui presenti e a tutti coloro che, nella Repubblica Messicana, soffrono a causa della malattia. Mi rivolgo a tutti voi che soffrite per dirvi, ancora una volta, che occupate veramente un posto privilegiato nel cuore della Chiesa, nel cuore del Papa: il Papa, così come tutta la Chiesa, trovano nel vostro dolore, offerto a Dio, unito alla Passione di Cristo, un forte sostegno per realizzare la missione che il Signore ha loro affidato.
Se tutti noi cristiani formiamo, come pietre vive, la Chiesa di Gesù Cristo, voi malati siete in certo modo il fondamento di questo edificio. Cristo, morto e risorto, è il fondamento, la pietra angolare, e insieme a Lui, dando solidità alla costruzione, occupando un luogo apparentemente nascosto e sconosciuto, ci siete voi quando unite il vostro dolore al dolore salvifico del Redentore.
4. Il Vangelo ci ha trasmesso numerosi esempi dell'atteggiamento di Gesù verso gli infermi: il cieco che mendicava sulla strada (cfr. Mc 10,46ss), l'emorroissa (cfr. Lc 8,40ss), l'uomo che aveva una mano paralizzata (cfr. Mt 12,9ss), la donna curva (cfr. Lc 13,11ss), i lebbrosi (cfr. Lc 17,12ss). Sono molti coloro che si avvicinano a Cristo a causa della propria infermità: forse non si sarebbero avvicinati a Lui se fossero stati sani.
Fratelli e sorelle, cari infermi, voi lo sapete, voi avete avuto questa esperienza: la malattia, quando si accetta, ci avvicina a Cristo.
La malattia a volte ottiene che l'uomo cada dal suo piedistallo di arroganza e si scopra così come è: povero, invalido, bisognoso dell'aiuto di Dio.
La malattia porta frequentemente a cambiamenti radicali nelle relazioni tra Dio ed una persona: "Coraggio, figliolo ti sono rimessi i tuoi peccati" (Mt 9,2) sono le prime parole che ascolta il paralitico di Cafarnao: "Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio" (Jn 5,14) dirà il Signore all'infermo paralitico della piscina Probatica. Sono molti i miracoli che il Signore realizza nei corpi di questi infermi, ma sono molti e più importanti quelli che opera nelle loro anime.
5. Queste guarigioni servono a Cristo per annunciare la venuta del Regno: "Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: i ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella" (Mt 11,4-6). Gli infermi del Vangelo sono segno del Regno quando sono guariti, anche voi siete segno del Regno e, anche in misura maggiore, quando, accettando la volontà di Dio, vivete con gioia la vostra malattia.
6. Capite perché la Chiesa vi guarda con predilezione? Capite perché la Chiesa si appoggia specialmente su di voi? Capite perché il Papa vi chiede il tesoro del vostro dolore per realizzare la nuova evangelizzazione del Tabasco, della Repubblica Messicana e del mondo intero? Nei vostri corpi malati, nella vostra sofferenza, nella vostra debolezza, e soprattutto nella vostra gioia, li dove voi siete, uniti a Cristo, la Chiesa troverà la forza per diffondere l'opera evangelizzatrice che Egli stesso le ha affidato.
Prima di concludere desidero manifestare il mio profondo apprezzamento a quanti negli ospedali, sanatori, centri di assistenza e nelle famiglie messicane dedicano la loro capacità professionale e le loro premure per alleviare e curare i fratelli che soffrono.
Vi affido malati qui presenti, e quanti seguono questo incontro attraverso la radio e la televisione, alla cura materna di Nostra Signora di Guadalupe, mentre vi imparto con affetto una speciale Benedizione Apostolica.
(Traduzione dallo spagnolo)
Data: 1990-05-11
Venerdi 11 Maggio 1990
GPII 1990 Insegnamenti - Omelia per lavoratori e imprenditori - Monterrey (Messico)