
GPII 1990 Insegnamenti - Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)
1. Una manifestazione della grazia e della sapienza di Gesù adolescente si ha nell'episodio della disputa di Gesù con i dottori nel tempio, che Luca inserisce tra i due testi sulla crescita di Gesù "davanti a Dio e agli uomini". Neanche in questo passo viene nominato lo Spirito Santo, ma la sua azione sembra trasparire da quanto accadde in quella circostanza. Dice infatti l'evangelista che "tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte" (Lc 2,47). E' lo stupore davanti a una sapienza che si percepisce provenire dall'alto, cioè dallo Spirito Santo.
2. Significativa è anche la domanda, rivolta da Gesù ai genitori che, dopo averlo cercato per tre giorni, lo avevano trovato nel tempio in mezzo a quei dottori.
Maria si era affettuosamente lamentata con lui: "Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo". Gesù rispose con un'altra serena domanda: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo stare nella casa del Padre mio?" (Lc 2,48-49). In quel "non sapevate" si può forse intravedere un riferimento a quanto Simeone aveva predetto a Maria durante la presentazione di Gesù bambino al tempio, e che era la spiegazione di quell'anticipo del futuro distacco, di quel primo colpo di spada per un cuore di madre. Si può dire che le parole del santo vecchio Simeone, ispirato dallo Spirito Santo, riecheggiavano in quel momento sul gruppo riunito nel tempio, dove erano state pronunciate dodici anni prima.
Ma nella risposta di Gesù vi era anche la manifestazione della sua coscienza di essere "il Figlio di Dio" (Lc 1,35) e di dovere perciò stare "nella casa di suo Padre", il tempio, per "occuparsi delle cose del Padre suo" (secondo un'altra possibile traduzione dell'espressione evangelica). così Gesù dichiarava pubblicamente, forse per la prima volta, la sua messianicità e la sua identità divina. Ciò avveniva in forza della scienza e della sapienza, che, sotto l'influsso dello Spirito Santo, si riversavano nella sua anima, unita al Verbo di Dio. In quel momento egli parlava in quanto "pieno di Spirito Santo".
3. Luca fa notare che Maria e Giuseppe "non compresero le sue parole" (Lc 2,50).
Lo stupore per ciò che avevano visto e sentito aveva la sua parte in quella condizione di oscurità, in cui rimasero i genitori. Ma bisogna tener conto, ancor più, che essi, anche Maria, si trovavano davanti al mistero dell'incarnazione e della redenzione, che pur coinvolgendoli, non per questo diventava a loro comprensibile. Anch'essi si trovavano nel chiaroscuro della fede. Maria era la prima nel pellegrinaggio della fede, era la più illuminata, ma anche la più sottoposta alla prova nell'accettazione del mistero. A lei spettava aderire al disegno divino, adorato e meditato nel silenzio del suo cuore. Difatti Luca (2,51) aggiunge: "Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore". Egli ribadisce così ciò che aveva già scritto a proposito delle parole dei pastori dopo la nascita di Gesù: "Tutti... si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore" (Lc 2,18-19). Qui si sente l'eco delle confidenze di Maria: possiamo dire della sua "rivelazione" a Luca e alla Chiesa primitiva da cui ci è provenuto il "vangelo dell'infanzia e della fanciullezza di Gesù", che Maria aveva conservato nella sua memoria, cercato di capire, ma soprattutto creduto e meditato nel suo cuore. La partecipazione al mistero per Maria non consisteva soltanto in una accettazione e conservazione passiva. Essa compiva uno sforzo personale: "meditava", verbo che nell'originale greco ("symballein") letteralmente significa mettere insieme, confrontare. Maria tentava di cogliere le connessioni degli avvenimenti e delle parole, per afferrarne quanto più poteva il significato.
4. Quella meditazione, quell'approfondimento interiore, avveniva sotto l'influsso dello Spirito Santo. Maria era la prima a beneficiare della luce che un giorno il suo Gesù avrebbe promesso ai discepoli: "Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà tutto e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto" (Jn 14,26). Lo Spirito Santo, che fa capire ai credenti e alla Chiesa il significato e il valore delle parole di Cristo, già operava in Maria, che come madre del Verbo incarnato era la "Sedes Sapientiae", la Sposa dello Spirito Santo, la portatrice e la prima mediatrice del Vangelo sull'origine di Gesù.
5. Anche nei successivi anni di Nazaret, Maria raccoglieva tutto quello che riguardava la persona e il destino di suo figlio, vi rifletteva silenziosamente nel suo cuore. Forse non poteva confidarsi con nessuno, forse le era concesso solo di afferrare in qualche momento il significato di certe parole, di certi sguardi di suo figlio. Ma lo Spirito Santo non cessava di "ricordarle" nell'intimo dell'anima le cose viste e sentite. La memoria di Maria era rischiarata dalla luce che veniva dall'alto. Quella luce sta all'origine della narrazione di Luca, come questi sembra di volerci far capire insistendo sul fatto che Maria conservava e meditava: ella sotto l'azione dello Spirito Santo poteva scoprire il significato superiore delle parole e degli avvenimenti, mediante una riflessione che si applicava a "mettere tutto insieme".
6. perciò Maria ci appare come il modello di coloro che, lasciandosi guidare dallo Spirito Santo, accolgono e conservano in cuore - come una buona semente - le parole della rivelazione, sforzandosi di comprenderle quanto più possibile per penetrare nelle profondità del mistero di Cristo.
Data: 1990-07-04
Mercoledi 4 Luglio 1990
Titolo: Vivere alla luce di quell'antica novità che è il Vangelo"
Cari fratelli nell'Episcopato,
1. Questo incontro rappresenta per voi e per me un momento di pienezza ecclesiale in questi giorni in cui siete stati a Roma, per la vostra visita "ad limina Apostolorum".
L'Eucaristia che celebriamo oggi, costituisce il coronamento di queste giornate nelle quali ho avuto modo di dialogare personalmente con ognuno di voi sulla situazione delle vostre Chiese locali e adesso, in questa riunione comune ci è dato sentire la profonda comunione ecclesiale che ci unisce come Pastori posti dal Signore a governare il Popolo di Dio (cfr. Ac 20,28).
La sollecitudine pastorale per tutte le Chiese (cfr. 2Co 11,28), così come il mio particolare affetto e la mia preoccupazione per la Chiesa che si trova in Brasile, mi hanno portato a considerare diversi temi di carattere dottrinale e pastorale con i differenti gruppi di Vescovi che sono venuti a Roma nel corso di quest'anno.
Ora, a voi che fate parte del Regionale Centro-Ovest, desidero parlare di un grande evento che si avvicina e che richiama in modo particolare l'attenzione sui popoli del vostro Continente: il V Centenario dell'inizio dell'Evangelizzazione dell'America Latina.
2. Il 12 ottobre del 1492 fu certamente una data importante e significativa per l'Umanità, poiché ciò che da quel momento rimase definito come la "scoperta" dell'America, oggi è da tutti riconosciuto come "un fantastico allargamento delle frontiere dell'umanità, della reciproca scoperta di due mondi, l'apparizione dell'Ecumene intera di fronte agli occhi dell'uomo, il principio della storia universale" (Discorso a Santo Domingo, 12-10-1984).
Lasciamo che gli storici studino con obiettività tutti i fenomeni connessi alla conquista e a ciò che alcuni definiscono uno scontro fra le civiltà europea e amerinda; ciò che ci interessa è soffermarci su un fatto inconfutabile di per sé: e cioè che tutta quest'opera fu accompagnata dall'evangelizzazione.
Infatti già col secondo viaggio di Cristoforo Colombo, giunsero al mondo da poco scoperto i primi missionari. così sull'isola che venne chiamata "La Espanola" (Santo Domingo), fu eretta per la prima volta in America la Croce di Nostro Signore Gesù Cristo e si celebro la Prima Messa. Lo stesso avveniva in Brasile, alcuni anni più tardi, quando, come tutti sappiamo, il 3 maggio del 1500, Padre Henrique de Coimbra celebro la Santa Messa sul suolo di quella che sarebbe divenuta la Capitania di Porto Seguro. La vostra terra venne per questo chiamata, in modo appropriato, Terra da Santa Cruz. Le prime strutture ecclesiastiche sembra che risalgano al 1532: si andarono costituendo parrocchie a servizio dei coloni.
In seguito giunsero i francescani a Santa Caterina, i gesuiti a Bahia, i carmelitani ad Olinda. così i missionari cominciavano a porre le basi della Chiesa fino a quando, il 25 febbraio del 1551, il Romano Pontefice eresse la prima diocesi a Sao Salvador da Bahia. Da allora quante diocesi sono state costituite in questa grande Nazione! Oggi le circoscrizioni ecclesiastiche sono già 252.
3. La storia della prima evangelizzazione è senza dubbio appassionante. Si presenta piena di luci ed ombre, certamente più luci che ombre, ma soprattutto arricchita di innumerevoli lezioni pastorali per noi.
Ora, nel momento in cui ci accingiamo a commemorare il V Centenario dell'arrivo del Messaggio evangelizzatore a questo Nuovo Mondo, la prima cosa che dobbiamo fare è riflettere sul passato, con discernimento e lungimiranza ecclesiali. Non possiamo soffermarci sul passato, ma, partendo dal presente, dal momento attuale della Chiesa in America Latina, dobbiamo guardare al futuro, nella prospettiva della Nuova Evangelizzazione alla quale ho convocato tutte le Chiese.
C'è in questo senso, nell'ambito delle diverse Conferenze Episcopali, tanto dell'Europa quanto dell'Africa e dell'America, un vero clima di Sinodo nel quale si preparano gli schemi e le strategie pastorali - nella linea del Concilio Vaticano II - per rispondere alle sfide della nostra epoca.
Ora dobbiamo chiederci: da quale punto di vista bisogna commemorare un così fausto evento? Bene, innanzitutto, rendendo grazie a Dio per tutti i benefici che per questi popoli ha significato l'attività evangelizzatrice della Chiesa.
Tutti sappiamo che l'evangelizzazione dell'America Latina, nonostante le difficoltà che ha dovuto sopportare nel corso di questi secoli è stata senza dubbio un capitolo rilevante della Chiesa.
Non posso tralasciare di ribadire qui ciò che ho affermato giungendo a Brasilia il 30 giugno del 1980: "La vostra storia religiosa (...) è stata scritta da missionari eroici, dinamici e virtuosi e continuata dall'impegno di devoti servitori di Dio e degli uomini loro fratelli. Tutti hanno lasciato tracce profonde nell'anima e nella civilizzazione brasiliana. Il Papa vuole (...) manifestare la propria gratitudine in nome della Chiesa, a tutti loro".
4. Ma al ringraziamento dobbiamo unire come ho detto prima il discernimento con la consapevolezza del fatto che ora "siamo in una nuova era storica, che esige chiarezza per vedere, lucidità per diagnosticare e solidarietà per agire" (Messaggio della Conferenza di Medellin ai Popoli dell'America Latina, 1968).
Comprendere ciò che è avvenuto in questi cinquecento anni, cercando di comporre un bilancio che, del resto, sarà sempre positivo poiché è Cristo che ha sempre condotto la nave della Chiesa in direzione del compimento della Redenzione dell'uomo.
Ma allo stesso tempo l'evangelizzazione significherà anche una capacità per vedere e diagnosticare in che termini essa deve essere proposta in questa fine di secolo e all'inizio del terzo millennio.
Tutti avvertiamo, cari fratelli nell'Episcopato le enormi sfide che si presentano alla Chiesa, in un'epoca segnata dal progresso raggiunto nella scienza e nella tecnica, che contribuisce all'aumento del benessere sociale, ma crea parallelamente seri ostacoli al cristiano che vuole essere coerente con la propria fede. Le esigenze della società urbano-industriale che forzano l'individuo ad una corsa sfrenata alla ricerca del modo per guadagnare il pane quotidiano; l'influenza dei Mezzi di Comunicazione Sociale che non sempre rispettano l'individualità dell'uomo nel suo diritto ad essere ben informato, ma che è indispensabile per raggiungere un numero sempre maggiore di persone, di lingue, culture e mentalità differenti; l'analfabetismo, barriera invisibile dell'apertura al mondo della cultura sia profana che religiosa. In questo senso, possiamo aggiungere qui, come uno degli aspetti che più preoccupano la Chiesa ed i suoi Pastori, la perdita dello spontaneo spirito religioso che affligge tutti gli strati della popolazione. Esiste un'enorme carenza di conoscenza circa la fede ed i principi morali da sempre insegnati dalla Chiesa e che, tuttavia oggi sono relegati nell'oblio.
Per questo comprendiamo come a Medellin, nel Messaggio ai Popoli dell'America Latina, la Chiesa si sia impegnata a "sollecitare una nuova evangelizzazione ed una catechesi intense che raggiungono le elite e le masse per ottenere una fede lucida ed impegnata".
Il mio predecessore, Papa Paolo VI, ha puntualizzato perfettamente quest'obiettivo, evidenziandolo ancora di più: "...non si tratta soltanto di predicare il vangelo in fasce geografiche sempre più vaste o a popolazioni sempre più estese, ma anche di raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell'umanità, che sono in contrasto con la parola di Dio e col disegno della salvezza" (EN 19).
Questo vuol dire fra le altre cose che non sarà il Vangelo che dovrà adeguarsi ai tempi, alle esigenze attuali dell'uomo, ma piuttosto al contrario, si tratta di collocare la vita personale di tutti e di ogni uomo al contatto con questa antica novità che è il Vangelo. Sappiamo bene che qualsiasi processo di evangelizzazione trova il proprio fondamento nel mistero di Cristo: nella sua Incarnazione, vita, morte e resurrezione. Il Signore ha assunto un'Umanità concreta ed ha vissuto tutte le circostanze proprie della condizione umana, in un luogo, in un tempo determinati e in seno ad un determinato popolo; così la Chiesa, sull'esempio e mediante il dono dello spirito, può essere compresa in qualsiasi circostanza di lingua, cultura o razza (cfr. Ac 2,5-11). Ciò a cui essa tende, con tutto il proprio processo evangelizzatore è la conferma della perennità del Vangelo che non è soggetto alle mutazioni degli usi e costumi dei diversi periodi storici. Certamente i metodi dell'evangelizzazione devono adattarsi alle circostanze di ogni popolo o nazione, conformemente al loro condizionamento storico-culturale, rimanendo pero fermi i principi evangelici che hanno Cristo come fondamento.
5. Concludo pieno di speranza e di entusiasmo pensando alla portata che la nuova evangelizzazione avrà per tutti i popoli del mondo. Tutti i punti ed i problemi che ho indicato, insieme a quelli che voi stessi potrete suggerire, devono essere oggetto di studio e risoluzione della IV Conferenza Generale dell'Episcopato Latino Americano, che con tanta cura sta preparando il CELAM, in stretta unione con la Santa Sede.
Raccomando alla Madre di Dio, fonte di saggezza - Nostra Signora Aparecida - il vostro ministero episcopale. Chiedo a Maria Santissima che si degni di intercedere presso nostro Signore perché vi mandi la forza dello Spirito Santo, affinché illumini la comprensione e rafforzi la volontà, mentre cercate di compiere con sollecitudine la missione che vi è stata affidata.
Con queste speranze, desidero che giunga a tutti voi, ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose e ai fedeli delle vostre comunità cristiane la mia Benedizione Apostolica.
(Traduzione dallo spagnolo)
Data: 1990-07-05
Giovedi 5 Luglio 1990
Titolo: Occorre giungere alla conversione del cuore di ciascuno
Signor presidente, signor segretario generale, signore e signori.
1. E' con vero piacere che, in occasione dello svolgimento a Roma della vostra Assemblea generale, vi accolgo, voi che condividete la responsabilità della Commissione cattolica internazionale per le migrazioni. Vi saluto cordialmente e ringrazio il vostro presidente delle sue parole deferenti e della presentazione che ha fatto dei vostri lavori.
Voi state esaminando insieme il programma d'azione della vostra Organizzazione che si trova ad affrontare, sin da quando è stata creata quarant'anni fa, problemi antichi ed esigenze nuove e pressanti. Senza dubbio in molte regioni il clima internazionale è attualmente meno teso, ma sono tuttora numerosi gli immigrati e i rifugiati che hanno bisogno di attenzione fraterna e di assistenza efficace, particolarmente da parte della comunità cattolica.
Nel corso degli anni, il vostro campo d'azione non ha cessato di ampliarsi. Ai vecchi flussi di immigrati si sono aggiunti i trasferimenti talvolta brutali di persone che sono state obbligate a cercare rifugio lontano, e che non avrebbero voluto lasciare la terra nativa di loro spontanea volontà. Simili situazioni, spesso drammatiche, toccano milioni di persone su tutti i continenti.
Si può, da ciò, rendersi conto che, malgrado l'impegno generoso della vostra Organizzazione e i risultati già ottenuti, resta ancora molto da fare in favore degli immigrati e dei rifugiati. Questo per dire quanto il ruolo della Commissione cattolica internazionale per le migrazioni rimane prezioso e urgente.
Ciò porta da una parte a confermare l'importanza della vostra Istituzione, dall'altra a invitarvi a un impegno rinnovato così come a una revisione continua dei vostri metodi e dei vostri strumenti di lavoro.
2. A causa della persistenza e della crescita delle difficoltà incontrate dagli immigrati e dai rifugiati, nuove iniziative sono state prese dalla Chiesa al fine di contribuire all'assistenza di queste categorie di persone. Nella Curia stessa sono stati creati dei dicasteri che hanno come obiettivo quello di promuovere e di coordinare le iniziative pastorali e i programmi di assistenza messi in atto nella Chiesa in questo campo. Citero in particolare il Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti e il Pontificio Consiglio "Co Unum".
E' in questo spirito che i vostri statuti sono stati recentemente rivisti: essi includono il desiderio di collaborare in maniera continua con gli organismi della Santa Sede, particolarmente con quelli che operano nella stessa sfera di competenze. Si tratta di utilizzare al meglio le risorse umane e materiali di cui dispone il mondo cattolico, evitando il rischio del doppio lavoro e della dispersione delle energie.
Sul piano locale, è chiaro che le azioni possono essere portate avanti e sviluppate solo in armonia con le direttive dell'episcopato. In questa linea, la migliore politica che può applicare la Commissione cattolica internazionale per le migrazioni sarà quella di portare il proprio appoggio alle attività e alle iniziative della Chiesa locale, piuttosto che di organizzarne altre parallele. In questo modo si potrà offrire l'occasione a diversi gruppi, specialmente a quelli formati da giovani laici così come ai membri di altre comunità religiose, di associarsi nell'impegno in favore degli immigrati e dei rifugiati.
3. Nei limiti di questo breve incontro, evochero in poche parole alcuni aspetti dei problemi di fronte ai quali vi trovate. Quando si parla di immigrati o di rifugiati, non si può evitare di interrogarsi sulle cause della loro partenza. E so che la vostra attenzione si sofferma spesso sui "Paesi di origine": in questi si scoprono come cause di esilio non solamente dei conflitti violenti, ma anche la violenza della povertà e del sottosviluppo.
E' qui che la riflessione e l'azione della Chiesa assumono tutta la loro portata pratica e suppongono il massimo di solidarietà effettiva. Perché si tratta, quando è possibile, di aiutare degli uomini e delle donne, delle famiglie, a vivere decentemente e in pace sulla propria terra. Ciò dipende da numerosi fattori naturali, sociali, economici e politici che solo i primi interessati possono veramente padroneggiare. Tuttavia un sostegno economico o tecnico è molte volte indispensabile per progredire, sostegno che marcia di pari passo, tengo a dirlo, con un rispetto continuo della dignità delle persone, delle famiglie, delle loro tradizioni, della loro salute, del loro diritto di vivere e di dare la vita.
Uno sguardo d'insieme su questi problemi fa comprendere che i Paesi più favoriti non possono disinteressarsene, che essi portano la loro parte di responsabilità negli squilibri di cui soffrono i Paesi più poveri e che devono contribuire all'attenuazione delle vistose disparità che sono altrettante incitazioni all'immigrazione, anche clandestina, e quindi non desiderata. Gli organismi di coordinazione e di riflessione possono giocare un ruolo determinante perché si prenda una più viva coscienza dall'ampiezza umana dei problemi e dell'urgenza della loro soluzione.
4. Più direttamente, la vostra vocazione vi porta a preoccuparvi degli immigrati e dei rifugiati nei Paesi dove sono accolti, o qualche volta appena tollerati. Per molti dei nostri fratelli la migrazione, che era un cammino di speranza, si trasforma in un percorso irto di difficoltà e di amare disillusioni. Delle frontiere si chiudono davanti a loro, delle legislazioni si induriscono fino a comportare rifiuti infinitamente dolorosi, a mantenere separate delle famiglie, a creare dei veri apolidi. Oppure, entrati talvolta clandestinamente, gli immigrati si ritrovano sfruttati, essendo il loro lavoro mal retribuito, le loro condizioni di vita e di soggiorno per molto tempo precarie. Ricordero qui ciò che scriveva il mio predecessore Paolo VI a proposito dei lavoratori immigrati: "E urgente che si sappia superare nei loro confronti un atteggiamento strettamente nazionalista per dar loro uno statuto che riconosca un diritto all'emigrazione, favorisca la loro integrazione, faciliti la loro promozione professionale e permetta loro l'accesso a un alloggio decente, nel quale possano raggiungerli, se è il caso, le loro famiglie" ("Octogesima Adveniens", 17).
Occorre ancora ribadire che, per gli immigrati come per i rifugiati come per ogni altro essere umano, il diritto non è fondato innanzitutto su una appartenenza giuridica a una comunità determinata ma, precedentemente a ciò, sulla dignità della persona? In questo spirito, voi vi unite a quanti lottano contro discriminazioni di ogni genere che, in realtà, contraddicono la vocazione sociale positiva dell'uomo e dei gruppi umani. Quali che siano i motivi del trasferimento delle persone, è giusto non soltanto accordare loro dei mezzi di sussistenza, ma anche entrare con loro in un rapporto costruttivo. Un primo, necessario aiuto condurrà in seguito immigrati o rifugiati a prendere in carico la propria integrazione nel Paese di accoglienza o, quando è possibile, a preparare il proprio ritorno nella patria di origine. In tutti i casi, occorre che essi beneficino di condizioni sanitarie, educative, professionali che permettano di sviluppare le loro qualità senza distruggere il patrimonio di cultura e di tradizioni che desiderano preservare.
5. Le preoccupazioni, evocate qui a grandi linee, sono condivise da numerose persone e da diverse organizzazioni che manifestano un interesse per questa urgente attività umanitaria. E' responsabilità di tutti contribuire a creare un tessuto sociale favorevole all'accoglienza e alla solidarietà con gli immigrati e i rifugiati. I cattolici hanno qui una testimonianza da dare: la rivelazione evangelica, con la sua luce e le sue esigenze, mostra chiaramente che essi hanno vocazione ad assumere una parte attiva in questo compito.
I cattolici che si pongono al servizio degli immigrati e dei rifugiati non possono dimenticare che essi sono i discepoli di colui che si riconosce sotto i tratti del buon samaritano e che afferma di identificarsi con il povero e lo straniero (cfr. Lc 10,29-37 Mt 25,35 Mt 25,43). Quelli che accolgono sinceramente questo aspetto del messaggio di salvezza non possono mancare del coraggio e della perseveranza necessaria per far progredire l'accoglienza degli stranieri. Occorre giungere alla conversione del cuore di ciascuno, e così alla conversione delle stesse comunità. Questa conversione sarà reale allorché si sarà compreso che il servizio dei fratelli non è un'"opera buona" un po' secondaria, ma è strettamente legato al rapporto personale del cristiano con il suo Signore, il buon pastore che offre la sua vita perché non si perda una sola pecora (cfr. Jn 10,14-18). Un aiuto disinteressato è condizione perché si costituisca il corpo di Cristo nell'unità e nella diversità dei suoi membri, in un medesimo Spirito, sotto lo stesso capo, il Figlio di Dio che, attraverso la sua morte e la sua risurrezione, riconcilia tutta l'umanità con il Padre.
Cari amici, vi incoraggio nel compimento dei vostri impegni. Che il Signore vi illumini e vi fortifichi!
Data: 1990-07-05
Giovedi 5 Luglio 1990
Titolo: La pastorale vocazionale tocca l'essenza della vita ecclesiale
Cari fratelli e sorelle.
1. Con vivo piacere ho accolto il vostro invito a benedire, nel corso di quest'incontro da voi tanto desiderato, la prima pietra dell'erigendo Centro Mediterraneo di Cultura della vostra città. Esprimo il mio compiacimento per tale iniziativa, volta a imprimere rinnovato impulso non solo alla vita della comunità cristiana, ma anche al benessere dell'intera vostra regione. Rivolgo il mio cordiale saluto al vostro pastore, mons. Cosmo Francesco Ruppi, che ringrazio per le parole con le quali ha introdotto questo familiare incontro; alle autorità civili della Città e della Provincia; a voi tutti, che con la vostra presenza manifestate vivo interesse per i valori spirituali e culturali.
2. Con il nuovo Centro Mediterraneo di Cultura si intende venire incontro a tre grandi esigenze che, nella vita ecclesiale, sono tra di loro reciprocamente complementari; si tratta di quella dell'istruzione e della formazione intellettuale: di qui la Scuola, il Centro di Cultura e il Centro Congressi; quella del ministero sacerdotale: di qui il seminario; e quella della carità fraterna: di qui la Casa del clero.
Il Centro Mediterraneo di Cultura si potrebbe allora definire un "progetto di Chiesa", nel quale l'edificio di culto si presenta come simbolo, ma anche e soprattutto come punto di riferimento e di stimolo dell'intera vita cristiana, che si vuole far fiorire in modo intenso ed esemplare nell'insieme del complesso architettonico.
Vorrei sottolineare un elemento particolarmente importante di tale progetto, senza per questo diminuire il valore degli altri. Mi riferisco a quanto concerne la vita e il ministero del sacerdote, per il quale si prevede la costruzione del seminario e della Casa del clero. Voi sapete quanto mi stia a cuore questo aspetto che tocca l'essenza della vita della Chiesa. Sapete quanto sia indispensabile per la salvezza dell'umanità il sacerdozio ministeriale, a cui il Signore non cessa di chiamare le anime generose. E' questo un argomento che resta sempre di grande importanza e di grande urgenza e che, spero, sarà ancor più fatto conoscere e approfondito nella prossima assemblea del Sinodo dei vescovi.
Mentre vi incoraggio a curare attentamente la pastorale vocazionale, mi compiaccio per gli sforzi che state compiendo in questo campo, superando difficoltà e alimentando le speranze della vostra arcidiocesi con la preghiera e con la solidarietà morale e materiale. Auspico di cuore che l'attività del Centro Mediterraneo possa affermarsi con vigorosa vitalità e possa contribuire a suscitare e incoraggiare numerose e sante vocazioni, non solo per la vostra Chiesa locale, ma anche per il mondo intero. Siate sempre sorretti in questa vostra attività dalla certezza che Iddio ampiamente ricompensa ogni sacrificio compiuto a questo fine.
L'edificazione stessa di questa parte del progettato Centro è un'evidente prova della fede che la comunità diocesana di Lecce nutre nei confronti del servizio sacerdotale, senza lasciarsi suggestionare dalle ideologie secolariste e materialiste che spesso presentano la figura del sacerdote in termini riduttivi, se non dispregiativi.
3. Vorrei rivolgere pure un pensiero particolare al vostro arcivescovo, per ringraziarlo della sua dedizione pastorale e, in particolare, per formulargli i voti augurali nella ricorrenza del 10° anniversario della sua ordinazione episcopale. Chiedo al Signore per lui l'assistenza divina, specialmente in occasione della visita pastorale che si accinge a intraprendere nelle numerose parrocchie della vetusta arcidiocesi. La Vergine santissima gli conceda doni di sapienza e di prudenza; lo accompagni nel suo ministero ai fratelli e lo renda sempre disponibile nella testimonianza evangelica.
Auguro anche a voi tutti di camminare con coerenza e con coraggio nel sentiero della fede e della carità, in costante sintonia con il vostro pastore. Il nuovo Centro Mediterraneo esige impegno e collaborazione da parte di tutti. Non scoraggiatevi per le inevitabili difficoltà che incontrerete. Si tratta di un'opera di alto valore non solo religioso, ma anche umano e civile; di un'impresa che vale la pena di portare avanti, anche a costo di sacrifici.
Volentieri imparto a voi, alle vostre famiglie, all'intera arcidiocesi di Lecce la mia benedizione apostolica.
Data: 1990-07-05
Giovedi 5 Luglio 1990
Titolo: Informare e formare persone partecipi della vita della Chiesa
Signor presidente, signore e signori.
Sin dalla sua felice fondazione, l'Associazione dei giornalisti cattolici del Belgio si prodiga nell'aiutare il successore di Pietro e gli organismi della Sede apostolica che l'assistono nel servizio delle Chiese particolari, e la vostra visita annuale è sempre stata vivamente apprezzata dai miei predecessori come da me. Il dono di quanto raccolto nell'importante colletta effettuata tra i lettori e tra i dirigenti delle vostre pubblicazioni è un segno confortante della generosità dei cattolici del Belgio e del loro attaccamento alla Chiesa di Cristo. Tutti insieme, continuate a scrivere le "mirabilia" della Chiesa primitiva e dei venti secoli che sono seguiti.
Voglio calorosamente congratularmi con voi prendendo in prestito dall'apostolo Paolo le parole che indirizzava alla comunità di Corinto per presentarle l'esempio ammirabile delle comunità macedoni: "Vogliamo farvi nota, fratelli, la grazia di Dio concessa alle Chiese della Macedonia: nonostante la lunga prova della tribolazione... e la loro estrema povertà... Posso testimoniare che esse hanno dato secondo i loro mezzi e anche al di là dei loro mezzi domandandoci con insistenza la grazia di prendere parte a questo servizio a favore dei santi" (2Co 8,1-5). Nelle righe seguenti, Paolo esorta i cristiani di Corinto ad andare, anche loro, fino in fondo alla loro generosa iniziativa, secondo le loro possibilità, e a donare con gioia.
Vedendo i risultati della vostra colletta 1990 io ritrovo una volta di più il grande cuore del Belgio e dei suoi cristiani. Terra spesso sottoposta a prove, la vostra nazione è sempre accogliente e pronta a soccorrere sul piano umanitario come su quello ecclesiale. Dopo i grandi conflitti di questo secolo i rifugiati ungheresi o di altri Paesi dell'Europa centrale hanno trovato presso di voi una ospitalità che non possono dimenticare. La storia si ricorda ugualmente di padre Joseph Cardijn - il futuro cardinale - che lotta con tanto ardore contro la miseria che segui la prima guerra mondiale, specialmente in certe zone urbane. Del resto, il vostro Paese ha dato al mondo e alla Chiesa il grande apostolo dei lebbrosi, il padre Damien De Veuster, che ha trascinato nella sua scia molti vostri compatrioti. E sappiamo che l'"Aiuto alla Chiesa che soffre" è nato da voi.
Figli del nobile Belgio e della Chiesa cattolica, restate fedeli alla bellissima tradizione che, per modestia, voi chiamate "Strenne Pontificie". In accordo coi vostri pastori, continuate a formare i lettori dei vostri giornali e delle riviste cattoliche! Informandoli obiettivamente della vita di tutta la Chiesa, coinvolgeteli in questa partecipazione evangelica ai compiti sempre più pesanti del successore di Pietro e della Sede apostolica di Roma che sono chiamati a stimolare e a sostenere tutte le Chiese particolari, soprattutto quelle che conoscono difficili condizioni di vita e di azione.
Che la vostra gioia sia a misura degli sforzi compiuti da tutti! Ancora una volta e di tutto cuore: grazie a questa grande famiglia delle "Strenne Pontificie"! Invoco su tutti i suoi membri l'abbondanza delle benedizioni divine.
Data: 1990-07-06
Venerdi 6 Luglio 1990
Titolo: La Vergine Maria indichi al Sinodo le vie da percorrere per una efficace formazione dei sacerdoti alla povertà evangelica
"Ha ricolmato di bene gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote" (Lc 1,53).
GPII 1990 Insegnamenti - Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)