
GPII 1990 Insegnamenti - All'Angelus - Città del Vaticano (Roma)
1. Con queste parole del Magnificat la Vergine santa ricorda a tutti noi la predilezione divina per i poveri. Nella sua bontà Dio Padre si compiace di colmare di grazie le persone che, prive di ricchezze materiali, non cercano la loro felicità nei beni di questo mondo.
I chiamati al sacerdozio ministeriale sono invitati in modo particolare a un profondo distacco dal denaro e dai beni terreni. Certo, come ha osservato il decreto conciliare "Presbyterorum Ordinis", i sacerdoti hanno bisogno di risorse per la loro vita personale e per il compimento della loro missione: "Siano perciò riconoscenti - esso raccomanda - per tutte le cose che concede loro il Padre, perché possano condurre una vita ben ordinata. E' pero indispensabile che sappiano esaminare attentamente, alla luce della fede, tutto ciò con cui hanno a che fare, in modo da sentirsi spinti a usare rettamente dei beni in conformità con la volontà di Dio, respingendo quanto possa nuocere alla loro missione" (PO 17).
2. Il prossimo Sinodo avrà il compito di precisare queste linee e soprattutto di determinare gli aspetti della formazione sacerdotale su questo problema. I seminaristi devono essere preparati al loro ministero con una mentalità di gratuita dedizione e di profondo disinteresse. Essi, ricorda il Concilio Vaticano II, "sono invitati ad abbracciare la povertà volontaria con cui possono conformarsi a Cristo in un modo più evidente ed essere in grado di svolgere con maggiore prontezza il sacro ministero. Cristo, infatti, da ricco è diventato per noi povero, affinché la sua povertà ci facesse ricchi. Gli apostoli, dal canto loro, hanno testimoniato con l'esempio personale che il dono di Dio, che è gratuito, va trasmesso gratuitamente, sapendosi abituare sia all'abbondanza che all'indigenza" (PO 17).
La formazione impartita in seminario porrà i giovani nella prospettiva di quella povertà che Cristo ha praticato e ha voluto per coloro ai quali ha affidato il primo compito pastorale nella sua Chiesa. Essa li preparerà ad essere dei testimoni del regno spirituale, mediante la rinuncia a inseguire le ricchezze materiali. Essa darà loro il gusto della semplicità nel modo di vivere, ponendoli al riparo da ogni tentazione di lusso o di comodità eccessiva.
3. E', questa, una testimonianza importante in un mondo che è spesso dominato da lotte d'interesse e da conflitti d'ordine pecuniario. Il sacerdote ha la missione di mostrare che il destino umano non sta nell'accumulare beni terreni, perché vi sono altri valori, molto superiori, che meritano di essere perseguiti con perseveranza, quelli cioè che nobilitano la persona e la fanno entrare in comunione di vita con Dio.
La formazione sacerdotale tenderà pure a favorire nei seminaristi il desiderio di aiutare i poveri e di annunciare loro la buona novella, secondo l'esempio e l'insegnamento di Cristo. Essa li stimolerà ad avere disposizioni di simpatia e di predilezione per i più bisognosi.
Preghiamo la Vergine Maria perché indichi al Sinodo le vie da percorrere per una efficace formazione dei sacerdoti alla povertà evangelica.
(Dopo la preghiera:) Vogliamo unirci spiritualmente ai numerosi fedeli slovacchi che oggi, come ogni anno in una domenica di luglio, si sono recati in pellegrinaggio al santuario della Vergine Addolorata a Levoca. Preghiamo perché la Madonna ss.ma, colà tanto venerata, e che ha sempre accompagnato e sostenuto nelle prove quelle care popolazioni, continui a rafforzarne la fede e l'identità spirituale: tutte le benedico nel ricordo sempre vivo della mia recente visita.
Data: 1990-07-08
Domenica 8 Luglio 1990
Titolo: Chiamati a dare un contributo per la concordia fra le Nazioni
Distinti signore e signori.
E' per me motivo di viva soddisfazione avere questo incontro con voi, membri del corpo diplomatico latinoamericano, che avete concluso il X Corso di formazione e specializzazione in relazioni internazionali, patrocinato dal Ministero degli Affari Esteri italiano. Ringrazio sinceramente per le amabili parole che il signor Marinelli mi ha indirizzato a nome di tutti e che riflettono i nobili sentimenti che vi animano come professionisti al servizio delle istituzioni che rappresentate.
Le funzioni che siete chiamati a svolgere come artefici della conoscenza e della concordia vi rendono creditori della nostra più attenta considerazione; poiché siete, in buona misura, depositari di grandi speranze per quel che riguarda l'anelata costruzione di un mondo in cui la pace, la solidarietà e la cooperazione siano gli alvei che facilitino relazioni più giuste e più umane tra tutti i membri della comunità internazionale e, in particolare, tra i Paesi dell'America Latina e Caraibi.
Le mie visite pastorali nel vostro continente mi hanno permesso di avere un contatto diretto con la realtà dei vostri paesi, che sono stati benedetti da Dio con grandi risorse materiali e umane, dove, pero, non mancano forti contrasti che, talvolta, sono causa di instabilità e ostacolo a una giusta ed equa partecipazione di tutti ai beni della creazione.
In un mondo come il nostro in cui la stabilità e la pace delle nazioni sono frequentemente minacciate da interessi contrapposti, il vostro lavoro come diplomatici acquista rilievo in favore della solidarietà umana e del progresso civile. Un progresso che, come ben sapete, non può ridursi al semplice benessere economico, ma che deve proiettarsi verso una promozione armonica e integrale della persona umana, in particolare dei suoi valori spirituali e trascendenti.
Voi siete chiamati, dunque, a dare il vostro contributo per favorire una migliore comprensione tra le Nazioni, in particolare quelle dell'America Latina, che sono state unite nel cammino della storia dalla geografia, dalla fede cristiana e dalla cultura. Nel vostro lavoro diplomatico non risparmiate sforzi per servire quei nobili popoli con i quali ho avuto la fortuna di condividere indimenticabili celebrazioni di fede e di speranza durante i miei viaggi apostolici.
Signore e signori, alla fine di questo incontro desidero ringraziarvi per la vostra presenza ed esprimo i miei più sinceri auguri per il vostro benessere, per il conseguimento degli obiettivi delle istituzioni che rappresentate e per l'esito della vostra missione.
Affido all'Onnipotente le vostre persone e le vostre famiglie, insieme agli abitanti delle vostre Nazioni mentre imparto con affetto la mia benedizione apostolica.
Data: 1990-07-09
Lunedi 9 Luglio 1990
Titolo: Il dovere di comunicare la buona novella
Al mio caro fratello nell'episcopato, Gabriel Gonsum Ganaka, vescovo di Jos, presidente del Simposio delle Conferenze episcopali d'Africa e Madagascar.
Mentre vi accingete ad aprire la nona Assemblea plenaria del Simposio delle Conferenze episcopali d'Africa e del Madagascar, io mi sento vicino, col pensiero e con la preghiera, ai pastori riuniti a Lomé. State per consacrare la maggior parte dei vostri lavori a un tema importante per la Chiesa in Africa, quello dell'evangelizzazione attraverso i mezzi di comunicazione sociale. Nelle società, talvolta colte dall'inquietudine e dall'incertezza sul loro avvenire e sul senso della vita, la comunità cristiana ha il dovere di comunicare la buona novella della salvezza in Gesù Cristo. A tale fine è chiaro che, oggigiorno, i media costituiscono un appoggio prezioso per permettere a un maggior numero di uomini e di donne di rischiarare il loro cammino alla luce del Cristo.
I libri e la stampa, la radio e la televisione, non possono certamente sostituirsi alla parola diretta, nutrita dalla fede personale e dall'amore per il prossimo. Ma il ruolo di questi media si rivela sempre più utile per arricchire la comunicazione in ogni luogo, per dare delle sane basi di giudizio e degli elementi complementari di riflessione, per allargare alle dimensioni del mondo la comunione tra gli uomini. Voi dovete esaminare i metodi da mettere in opera affinché i cristiani sappiano ricorrere ai media con discernimento, restando coscienti dei loro limiti e delle distorsioni di cui possono essere portatori.
Pastori, successori degli apostoli in questa terra d'Africa, date ai giornalisti della carta stampata, della radio, della televisione membri delle vostre comunità ecclesiali, il senso della loro responsabilità per la diffusione del Vangelo e per una corretta lettura degli avvenimenti, al fine di essere sempre servitori della verità, della solidarietà e della pace.
Io conosco le difficoltà che incontrate per pervenire ad uno sviluppo soddisfacente dei media al servizio dell'evangelizzazione. Spero che non vi manchino gli appoggi, affinché coloro che, numerosi, si occupano delle comunicazioni possano ricevere una solida formazione, e affinché disponiate dei mezzi materiali che necessitano per creare o consolidare i media utili al vostro apostolato.
La vostra assemblea ha luogo in un momento in cui la preparazione dell'Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per l'Africa entra in una fase più attiva. I vostri scambi fraterni costituiranno una tappa significativa sulla strada che conduce a queste sedute. Io me ne rallegro, mentre mi accingo a ritrovare, prossimamente, il continente africano e a presiedere una riunione del Consiglio di questa Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi.
In questa occasione, io tengo a indirizzarvi un messaggio di incoraggiamento per il compimento della vostra missione pastorale di comunione con voi nella fede e nell'amore fraterno, di speranza e di fiducia nel dinamismo delle vostre Chiese particolari che accolgono con generosità la Parola della salvezza e dividono con amore il Pane della vita.
In segno di profonda unione con i membri della vostra Assemblea e con tutte le vostre comunità invoco nelle vostre intenzioni l'intercessione materna della santa Vergine Maria e chiamo su di voi la pienezza delle benedizioni del Signore.
Dal Vaticano, 9 luglio 1990.
Data: 1990-07-09
Lunedi 9 Luglio 1990
Titolo: Inviato speciale nel centenario dell'evangelizzazione del Kenya
Al nostro venerabile fratello Francis S.R.E. card. Arinze.
Sembra quasi impossibile che siano trascorsi già 5 anni da quando abbiamo passato quei giorni beati del mese di agosto fra i tuoi fratelli vescovi, i sacerdoti, i religiosi e tutti gli altri fedeli, insieme ai cittadini della nobile nazione del Kenya, quando nel nostro secondo viaggio apostolico, in mezzo a quella comunità avvertivamo noi stessi il fiore e per così dire il giovanile vigore di quelle Chiese, soprattutto nella meravigliosa celebrazione del Congresso eucaristico internazionale.
Ma i pensieri e le menti di tutti guardavano anche allora e presagivano, quasi con felice augurio, l'evento che poco dopo sarebbe venuto per la Chiesa del Kenya: il centenario della restituzione del nome cattolico, ovvero della seconda evangelizzazione che questo anno appunto si verificherà tra le congratulazioni e l'esultanza di tutti. Nel nostro duplice saluto a quel popolo, alle sue guide e ai suoi sacri pastori, tutto ciò che allora osservavamo essere degno di lode oggi assume senz'altro nuovo onore mentre vengono commemorate solennemente le rinnovate origini della vita ecclesiale.
Ma tutto ciò a cui allora abbiamo esortato e ammonito, vale ancora oggi, anzi risuona ancor più vivamente nelle nostre orecchie; infatti si confida certamente con fermezza che la Chiesa del Kenya guardando alle origini si prepari con nuovo e maggior impeto all'età futura. Vogliamo dunque che la nostra persona e la nostra presenza vi sia avvertita profondamente dal 5 al 12 agosto, quando sarà celebrata la commemorazione del centenario e quando sarà trattato in modo vario e fruttuoso l'illustre argomento della celebrazione: "Cristo nella nostra comunità".
A te inoltre, nostro venerabile fratello, poiché già in precedenza sei venuto a conoscenza dei nostri sentimenti riguardo alla vita ecclesiale africana e anche del nostro affetto paterno per questa festività del Kenya, con molto piacere affidiamo l'incarico di messo straordinario per quell'occasione e ti chiediamo di essere presente Li al nostro posto e di presiedere tra quell'amato gregge che rende convenientemente grazie a Dio onnipotente per questi cento anni già felicemente concessi e fruttuosamente trascorsi.
Sempre in vece nostra parlerai di Cristo Signore, unica guida e fonte di pace, medico e operatore in qualsiasi comunità, ma specificatamente in quella del Kenya, che così crede e agisce, a cui impartirai per l'abbondanza del nostro amore verso di essa, come pegno e caparra del soccorso celeste negli anni futuri, la benedizione apostolica.
Dalla residenza vaticana, il 10 luglio 1990, 12° anno del nostro pontificato.
Data: 1990-07-10
Martedi 10 Luglio 1990
Titolo: La discesa dello Spirito Santo nel Battesimo di Gesù
1. Nella vita di Gesù-Messia - cioè di colui che venne consacrato con l'unzione dello Spirito Santo (cfr. Lc 4,18) - ci sono momenti salienti, nei quali la persona dello Spirito Santo si manifesta come intimamente unita all'umanità e alla missione di Cristo. Abbiamo visto che il primo di questi momenti è quello dell'incarnazione, che avviene mediante il concepimento e la nascita di Gesù da Maria Vergine per opera dello Spirito Santo: "Conceptus de Spiritu Sancto, natus ex Maria Virgine", come proclama il Simbolo della fede.
Un altro momento nel quale la presenza e l'azione dello Spirito Santo prendono un particolare risalto è quello del battesimo di Gesù nel Giordano. Lo vedremo nell'odierna catechesi.
2. Tutti gli evangelisti ci hanno tramandato l'evento (Mt 3,13-17 Mc 1,9-11 Lc 3,21-22 Jn 1,29-34). Leggiamo il testo di Marco (1,9-10): "In quei giorni (Gesù) venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall'acqua, vide aprirsi il cielo e lo Spirito Santo discendere su di lui come una colomba". Gesù era venuto al Giordano da Nazaret, dove aveva trascorso gli anni della sua vita "nascosta" (ritorneremo ancora su questo tema nella prossima catechesi). Prima della sua venuta, egli era stato annunziato da Giovanni, che al Giordano esortava al "battesimo di penitenza". "E predicava: "Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non sono degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo"" (Mc 1,7-8).
Si era ormai sulla soglia dell'èra messianica. Con la predicazione di Giovanni si conchiudeva la lunga preparazione, che si era svolta sul filo di tutta l'antica alleanza, e si può dire di tutta la storia umana, narrata dalle sacre Scritture. Giovanni sentiva la grandezza di quel momento decisivo, che interpretava come l'inizio di una nuova creazione, nella quale scopriva la presenza dello Spirito che aleggiava sulla prima creazione (Gn 1,2). Egli sapeva e confessava di essere un semplice annunciatore, precursore e ministro di colui che sarebbe venuto a "battezzare con lo Spirito Santo".
3. Da parte sua, Gesù si preparava in preghiera a quel momento di immensa portata nella storia della salvezza, in cui si doveva manifestare - sia pure sotto segni rappresentativi - lo Spirito Santo procedente dal Padre e dal Figlio nel mistero trinitario, presente nella sua umanità come principio di vita divina. Leggiamo infatti in Luca: "Mentre Gesù... stava in preghiera, il cielo si apri e scese su di lui lo Spirito Santo" (Lc 3,21-22). Lo stesso evangelista narrerà in seguito che un giorno Gesù, insegnando a pregare a coloro che lo seguivano sulle vie della Palestina, disse che "il Padre celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono" (Lc 11,13). Egli stesso per primo chiedeva questo Dono altissimo in ordine all'adempimento della propria missione messianica: e durante il battesimo nel Giordano ne aveva ricevuto una manifestazione particolarmente visibile. Essa segnava davanti a Giovanni e ai suoi ascoltatori l'"investitura" messianica di Gesù di Nazaret. Il Battista gli rendeva testimonianza "agli occhi di Israele come Messia, cioè "Unto" con lo Spirito Santo" (DEV 19).
La preghiera di Gesù, il quale nel suo Io divino era il Figlio eterno di Dio, ma operante e orante nella natura umana, veniva esaudita dal Padre. Lui stesso un giorno avrebbe detto al Padre: "Io sapevo che sempre mi dai ascolto" (Jn 11,42). Questa coscienza vibro particolarmente in lui in quel momento del Battesimo, che dava pubblico inizio alla sua missione redentrice, come Giovanni intui e proclamo. Infatti egli presento colui che veniva a "battezzare in Spirito Santo" (Mt 3,11) come "l'agnello di Dio che toglie il peccato del mondo" (Jn 1,29).
4. Luca (3,21) ci dice che durante il battesimo di Gesù nel Giordano "il cielo si apri". Un tempo il profeta Isaia aveva rivolto a Dio l'invocazione: "Se tu squarciassi i cieli e scendessi!" (Is 63,19). Ora Dio sembrava rispondere a questo grido, esaudire questa preghiera, proprio nel momento del Battesimo.
Quell'"aprirsi" del cielo è connesso con la discesa sul Cristo dello Spirito Santo, in forma di colomba. E' un segno visibile che la preghiera del profeta era esaudita, e che la sua profezia si adempiva; tale segno fu accompagnato da una voce: "E si senti una voce dal cielo: "Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto"" (Mc 1,11 Lc 3,22). Il segno tocca dunque la vista (con la colomba) e l'udito (con la voce) dei privilegiati beneficiari di quella straordinaria esperienza soprannaturale. Anzitutto nell'anima umana di Cristo, ma anche nelle persone presenti al Giordano, prende forma la manifestazione dell'eterno "compiacimento" del Padre nel Figlio. così nel Battesimo al Giordano avviene una teofania il cui carattere trinitario viene messo in rilievo ancora maggiore che non nella narrazione dell'annunciazione. L'"aprirsi del cielo" significa, in quel momento, una particolare iniziativa di comunicazione con la terra del Padre e dello Spirito Santo per l'inaugurazione religiosa e quasi "rituale" della missione messianica del Verbo incarnato.
5. Nel testo di Giovanni, il fatto avvenuto nel Battesimo di Gesù viene descritto dallo stesso Battista: "Giovanni rese testimonianza dicendo: "Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio"" (Jn 1,32-34). Ciò significa che, secondo l'evangelista, il Battista partecipo a quella esperienza della teofania trinitaria e si rese conto - almeno oscuramente, con la fede messianica - del significato di quelle parole, che il Padre aveva pronunciato: "Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto". Del resto anche negli altri evangelisti è significativo che il termine "Figlio" sia usato in sostituzione del termine "servo", che si trova nel primo canto di Isaia sul servo del Signore: "Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui..." (Is 42,1).
Nella loro fede ispirata da Dio, e in quella della comunità cristiana primitiva, il "servo" si identificava col Figlio di Dio e lo "spirito" a lui concesso veniva riconosciuto nella sua personalità divina quale Spirito Santo.
Gesù un giorno, alla vigilia della sua passione, dirà agli apostoli che quello stesso Spirito, sceso su di lui nel Battesimo, avrebbe operato con lui nell'attuazione della redenzione: "Egli (lo Spirito di verità) mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà" (Jn 16,14).
6. E' interessante, al riguardo, un testo di sant'Ireneo di Lione (morto nel 203, "Adversus Haereses", III, 17,1), il quale, commentando il Battesimo nel Giordano, afferma: "Lo Spirito Santo aveva promesso per mezzo dei profeti che negli ultimi giorni si sarebbe effuso sopra i suoi servi e le sue serve, perché essi profetizzassero. Per questo egli è disceso sul Figlio di Dio, che si è fatto figlio dell'uomo, abituandosi insieme a lui a soggiornare tra il genere umano, a "riposare" in mezzo agli uomini e a dimorare tra coloro che sono creati da Dio, esercitando in loro la volontà del Padre e rinnovandoli in modo da trasformarli da "uomo vecchio" alla "novità" di Cristo". Il testo conferma che, fin dai primi secoli, la Chiesa è stata consapevole dell'associazione tra Cristo e lo Spirito Santo nell'attuazione della "nuova creazione".
7. Un accenno, prima di concludere, al simbolo della colomba che, in occasione del Battesimo nel Giordano, appare come segno dello Spirito Santo. Essa, nel simbolismo battesimale, è congiunta all'acqua e, secondo alcuni Padri della Chiesa, richiama ciò che avvenne alla fine del diluvio, interpretato anch'esso come figura del battesimo cristiano. Leggiamo nella Genesi che quando Noè "fece uscire la colomba dall'arca e la colomba torno... essa aveva nel becco un ramoscello d'ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra" (Gn 8,10-11). Il simbolo della colomba indica il perdono dei peccati, la riconciliazione con Dio e il rinnovamento dell'alleanza. Ed è ciò che trova piena attuazione nell'èra messianica, ad opera di Cristo redentore e dello Spirito Santo.
Data: 1990-07-11
Mercoledi 11 Luglio 1990
Titolo: Il credente seme di vita offerto per la salvezza dei fratelli
"La parola uscita dalla mia bocca non ritornerà senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata" (Is 55,11).
1. Come la pioggia irrora la terra, così Iddio con la sua grazia ridà vigore all'uomo schiacciato dal peso del peccato e della morte. Egli è fedele e mantiene sempre la parola data. Nessuna potenza riuscirà a frenare la forza irresistibile della sua misericordia.
Carissimi fratelli e sorelle, le parole del Deutero-Isaia, che abbiamo ascoltato nella I lettura, sottolineano in modo significativo la promessa che Jahvè rinnova a Israele afflitto e disorientato. Esse si rivolgono anche a noi come richiamo alla speranza e come stimolo alla fiducia. Si rivolgono all'uomo del nostro tempo, assetato di felicità e di benessere, che va in cerca della verità e della pace, ma che, purtroppo, sperimenta la delusione dell'insuccesso.
Le parole del profeta sono un invito a credere che Iddio può ribaltare ogni situazione, anche la più drammatica e complessa. Chi, infatti, può contrastare il suo agire? Egli, che è onnipotente e buono, ci abbandonerà forse alla nostra fragilità o ci lascerà vagare in balia della nostra infedeltà?
2. Nei testi biblici di questa XV Domenica del Tempo ordinario, l'Onnipotente ci appare rivestito di tenerezza e di attenzione, prodigo verso l'umanità dei doni della salvezza. Egli accompagna con pazienza il popolo che si è scelto; guida fedelmente nei secoli la Chiesa "nuovo Israele dell'èra presente, che cammina alla ricerca della città futura e permanente" (LG 9). Parla e agisce, dona senza misura e senza pentimento, interviene nelle nostre quotidiane vicende anche quando siamo deboli e non corrispondiamo al suo amore gratuito e generoso.
L'uomo, pero, ha la tremenda possibilità di rendere vana l'iniziativa divina e di rifiutare il suo amore. Il nostro "si", adesione libera alla sua proposta di vita, è indispensabile perché il progetto di salvezza si compia in noi.
3. Riflettiamo sulla parabola del seminatore. Essa ci aiuta a meglio comprendere questa provvidenziale realtà e a ponderare saggiamente il peso della responsabilità che incombe su ciascuno nel far maturare il seme della Parola, largamente diffuso nel nostro cuore. Il seme di cui parliamo è la parola di Dio; è Cristo, il Verbo del Dio vivente. Si tratta di un seme, in sé fecondo ed efficace, sgorgato dalla fonte inesauribile dell'Amore trinitario. Tuttavia, il farlo fruttificare dipende da noi, dipende dall'accoglienza che ad esso ognuno riserva.
Spesso l'uomo è distratto da troppi interessi; gli giungono da ogni parte innumerevoli richiami e gli è difficile distinguere, tra tante voci, quella dell'unica Verità che rende liberi.
Occorre, cari fratelli, diventare terreno disponibile senza spine né sassi, ma dissodato e sarchiato con cura. Dipende da noi essere quella terra buona, nella quale "il seme dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta" (Mt 12,23). Quanto grande è allora la responsabilità del credente! Quanto numerose sono le opportunità offerte a chi accoglie e conserva questo mistero! Beato colui che apre tutto se stesso a Cristo, seme che feconda la vita! Vi esorto, carissimi fratelli e sorelle, a crescere nel desiderio di Dio, vi incoraggio ad accogliere generosamente l'invito che ci rivolge l'odierna liturgia. Possiate sempre corrispondere agli impulsi della grazia e recare frutti abbondanti di santità.
4. Sono grato a tutti coloro che mi hanno reso possibile celebrare l'Eucaristia in questo santuario di Barmasc. Ringrazio il vescovo di Aosta, mons. Ovidio Lari, vostro amato pastore. Rivolgo un pensiero e un ringraziamento ai vescovi ospiti qui presenti come anche un pensiero deferente a tutte le autorità presenti, al presidente della Giunta regionale, al sindaco di Ayas, abbraccio spiritualmente tutti voi, intervenuti a così raccolta celebrazione eucaristica.
Fa da sfondo al nostro incontro questa incantevole conca alpina della Valle di Ayas, percorsa dal torrente che sgorga dai maestosi ghiacciai del Monte Rosa. Ci guarda benedicente la Madonna del Monte Zerbion. A non grande distanza da qui, svetta superbo il Monte Cervino che 125 anni fa, tre giorni dopo la conquista da parte dell'inglese Edward Whymper e delle guide svizzere e francesi, fu raggiunto dal versante italiano dalla cordata tutta valdostana composta da Jean-Antoine Bich, Jean-Augustin Meynet e dall'abate Amé Gorret, tutti di Valtournenche.
Tutto porta a volgere lo sguardo verso i cieli, tutto incoraggia a invocare Maria, la Madre di Dio, che ha corrisposto fedelmente al volere dell'Altissimo. In questo suggestivo santuario, costruito in epoca anteriore al XVII secolo, la Vergine è venerata sotto il titolo di "Bon Secours". A lei, sin da tempi antichi, hanno iniziato ad accorrere numerosi fedeli per implorare il dono della pioggia e del tempo favorevole alla campagna, mossi dalla certezza di essere esauditi. Anche noi, oggi, condividiamo quella stessa fiducia. Ma oltre la pioggia che ristora la terra, ci è necessaria un'altra più importante pioggia "sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna" (Jn 4,14).
Se viene a mancare questa acqua soprannaturale, il cuore dell'uomo diventa un deserto, arido e infecondo. Si rischia allora la morte dello spirito.
5. Il mondo, "sottomesso alla caducità" (Rm 8,20), grida che ha sete di Cristo.
Invoca la pace, ma non sa dove trovarla pienamente. Chi potrà trasformare questo terreno sassoso e pieno di rovi in campo ubertoso, se non la pioggia e la neve che scendono dall'alto? "Virgo potens, erige pauperem - Vergine potente, innalza il povero".
Questo fu il motto di mons. Giuseppe Obert, missionario e poi vescovo in India, di cui ricorre proprio quest'anno il centenario della nascita e la cui modesta abitazione si trova a pochi metri da qui.
E' vero: la Vergine sostiene il povero che in lei confida. Aiuta il cristiano, giorno dopo giorno, a seguire i passi di Gesù, a spendere per lui ogni risorsa fisica e spirituale, realizzando in tal modo la missione affidatagli con il battesimo. Il credente diventa, così, a sua volta, un seme di vita offerto, insieme a Cristo, per la salvezza dei fratelli.
6. "La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio" (Rm 8,19). L'umanità invoca aiuto e cerca sicurezza. Tutti abbiamo bisogno della pioggia della misericordia, tutti aspiriamo ai frutti dell'amore.
Dio continua a visitare la terra benedicendo i suoi germogli e sicuramente porterà a termine l'opera iniziata. Lo stupendo panorama, che qui contempliamo, ci parla della sua eterna fedeltà. Ci parla anche della ricchezza dei suoi doni. Nel silenzio di queste vette, Dio si manifesta dall'alto e "mostra agli erranti la luce della sua verità perché possano tornare sulla retta via" ("Collecta"). Ci mostra Gesù Cristo, il suo Verbo eterno. Lo mostra e ce lo offre nell'Eucaristia; ce lo offre per le mani di Maria, sua Madre, nostra Madre.
Vergine del Bon Secours, intercedi per noi. Amen.
Data: 1990-07-15
Domenica 15 Luglio 1990
Titolo: La Madonna del Buon Soccorso protegga tutti gli uomini
"Monti e colline, lodate il Signore" (Da 3,75).
1. Con queste parole del Cantico dei tre giovani nel libro del profeta Daniele, che si intonano al suggestivo paesaggio che ci circonda, vogliamo elevare la preghiera dell'"Angelus" alla Vergine santissima, tanto venerata in questo santuario di Barmasc sotto il titolo di Madonna del "Bon Secours".
La devozione a questa antica immagine ha attirato da secoli, e attira tuttora numerosi pellegrini, i quali si recano qui per lodare la Madre di Dio e per invocare aiuto e protezione. Resta famosa la storica processione del 1872, che parti da Chatillon, una cittadina del centro di questa valle, e raggiunse il santuario attraverso il ripido Col Portola e fece poi ritorno per l'aspro sentiero di Col Joux, prospiciente lo scenario di Saint-Vincent. E' un segno, questo, che la vostra pietà mariana non si arrende davanti agli ostacoli, pur di rendere onore alla Madonna, rappresentata nel tenero momento di porgere il latte al Bambino Gesù.
2. Mentre anche noi sostiamo qui in preghiera, il pensiero corre idealmente a tutti i santuari mariani che costellano questa Valle d'Aosta, le incantevoli località delle Alpi e l'intera penisola italiana. Non posso non menzionare, anche perché non lontana da qui, l'imponente statua della Madonna, eretta sul culmine del monte Zerbion dai reduci della grande guerra, e invocata col nome di "Stella Alpium".
Mi piace pensare che questi santuari mariani sono sorti sulle montagne quasi per riecheggiare la bella pagina del Vangelo di Luca, che ricorda il particolare della Vergine di Nazaret, la quale dopo l'annunciazione "si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda" (Lc 1,39).
Questa predilezione per la montagna, che è protesa per sua natura al cielo, assume un significato anche per i nostri giorni: è un invito a elevare lo sguardo verso l'alto, da cui - secondo il Salmista - viene l'aiuto divino: "il Signore mi ha esaudito dal suo monte santo" (Ps 3,5).
3. Anch'io godo qui di questa atmosfera spirituale. Vi sono grato per la possibilità che mi è data di trascorrere un momento di riposo così gratificante e corroborante, in vista del lavoro che mi attende.
Auguro anche a voi un sereno periodo di ristoro, mentre saluto tutti: residenti e turisti. Vi affido all'intercessione della Madonna del "Bon Secours"; a lei offrite i vostri cuori; invocatela perché protegga i vostri bambini e i vostri giovani, gli anziani, i malati e gli emarginati che vivono spesso nella solitudine e nell'abbandono.
La Madonna del Buon Soccorso, la Stella delle Alpi, dai suoi santuari celebri o umili protegga tutti voi e tutti gli uomini.
Data: 1990-07-15
Domenica 15 Luglio 1990
Titolo: Profonda gratitudine a Dio per la bellezza del creato
Saluto cordialmente la vostra comunità, la parrocchia, nel nome del nostro Signore Gesù Cristo. Sia lodato Gesù Cristo. Vi ringrazio per questa accoglienza, qui nella stessa chiesa nella quale ci siamo riuniti un anno fa. E' vero, ho detto queste parole: "chi vivrà vedrà" e si può dire che queste parole avevano qualche forza profetica. "Chi vivrà vedrà". Dobbiamo pensare anche a tutti coloro che non vivono più dopo questo anno e dobbiamo ricordare e anche raccomandare le loro persone, le loro anime all'onnipotenza misericordiosa di Dio. Nello stesso tempo oggi posso dire che c'è un'altra prova della vostra parrocchia, una prova delle virtù: l'ospitalità e anche una certa pazienza. Si sa bene che gli ospiti sono molto cari, ma se vengono troppo spesso possono diventare anche difficili. Allora io prendo in considerazione anche questo aspetto per lodare la vostra virtù, la virtù della pazienza per questa seconda volta. Vi ringrazio per questa virtù. Non so se potremo ancora provare questa virtù in futuro, ma certamente questa volta si dimostra già una virtù provata. D'altra parte si può dire che il Papa essendo pastore deve anche provare le virtù della comunità cristiana; del suo ovile. Se questo accade nelle diverse parrocchie di Roma dove il Papa è vescovo, si capisce.
Se questo accade per la seconda volta in una parrocchia così lontana in Val d'Aosta, diocesi di vostra eccellenza, allora è un'altra cosa. Lo dico scherzando per mostrare anche un altro aspetto di questo nostro incontro. Quello principale è certamente l'aspetto della gratitudine. Si viene in Val d'Aosta, in questo ambiente montuoso, il più splendido in Europa, si viene per vivere una profonda gratitudine al Creatore per la bellezza della sua opera. Questa gratitudine viene accompagnata anche verso le persone, verso i nostri vicini, verso coloro che ci dimostrano la pazienza, ma soprattutto l'ospitalità, anzi la disponibilità ad accogliere ancora una volta questo ospite.
Ringrazio poi, naturalmente, per il dono della vostra presenza.
Ringrazio per questi doni significativi che mi avete portato oggi. Voglio benedire questi doni e voglio anche accogliere e conservare questi doni come segno di una comunione spirituale tra la mia persona e la vostra comunità. Auguro a questa comunità cristiana di crescere sempre più, di crescere sempre più nella grazia di Dio, nella maturità cristiana, nella vocazione cristiana. Oggi, dopo il Concilio Vaticano II, abbiamo gli occhi largamente aperti su tutte queste realtà che toccano la Chiesa nella sua dimensione universale e particolare, diocesana, ma anche in quella particolarissima che è sempre la parrocchia. Tutto questo auguro alla vostra parrocchia e al vostro parroco ringraziandolo per le sue parole.
Naturalmente ringrazio il signor sindaco come capo della comunità locale. Apprezzo molto la presenza del signor presidente della Regione, che è Regione autonoma, ha la sua importanza specifica nello Stato italiano.
Che il Signore benedica la vostra comunità, tutti i presenti e anche tutti coloro che non sono presenti per il momento. I vostri ospiti che abbiamo lasciato fuori, ma che abbiamo prima abbracciati e salutati.
Posso concludere con questa benedizione.
Data: 1990-07-15
Domenica 15 Luglio 1990
Titolo: Lo Spirito Santo nell'esperienza del deserto
GPII 1990 Insegnamenti - All'Angelus - Città del Vaticano (Roma)