
GPII 1990 Insegnamenti - Lettera al card. Suquia Goicoechea - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Celebrazioni del 400° della morte di san Giovanni della Croce
Al nostro venerabile fratello S.R.E. card. Angelo Suquia Goicoechea, arcivescovo di Madrid, presidente della Conferenza episcopale spagnola.
I nostri passati studi teologici e il perenne amore verso il nome carmelitano ci richiamano dolcemente alla memoria, in questi giorni, con grande gioia, il mistico, poeta e dottore della Chiesa san Giovanni della Croce, del quale, come a tutti è noto, sta per iniziare l'anniversario dei 400 anni dalla sua santa morte. Non scompare, del resto, dall'animo nostro l'immagine della venerazione e dell'omaggio che noi stessi rendemmo direttamente all'illustre uomo di Segovia proprio il 4 novembre di otto anni fa, dopo che, pochi giorni prima, con pari devozione, avevamo onorato l'altro dottore della famiglia Carmelitana: Teresa d'Avila.
Possiamo perciò facilmente immaginare, per queste solennità, sia l'ubicazione negli illustri luoghi della nobile Spagna, sia gli stessi prolungati festeggiamenti, che si svolgeranno certamente per tutta la durata di questo anno dedicato a san Giovanni, tra studi e celebrazioni, incontri e colloqui, con cui si potranno approfondire il più possibile gli insegnamenti e le virtù di questo santo e scrittore, nonché la sua arte di poeta e la sua umanità, così da poterle riscoprire nuovamente e illustrare, per il vantaggio spirituale di questa nostra epoca.
Desideriamo pertanto intervenire in modo manifesto e significativo a quei solenni riti che avranno luogo il 16 dicembre prossimo, con i quali inizierà il centenario di san Giovanni della croce, a Segovia. Ci sembra, perciò, venerabile fratello nostro, che nessuno più di te sia adatto non solo per rappresentare in quell'occasione la nostra persona, a causa della tua pubblica autorità, ma anche per ripetere e confermare i nostri precisi sentimenti per questo salutare evento, che offrirà alla comunità carmelitana, alla nazione spagnola e alla Chiesa universale tante valide opportunità di rafforzare la loro fede e di accrescere la loro coscienza cristiana.
perciò, con questa lettera, noi ti nominiamo volentieri nostro messo straordinario per le solennità sopra ricordate, in occasione dell'apertura dell'anno giovanneo a Segovia. Sarai presente in vece nostra, così come noi eravamo presenti li tempo addietro, e porterai a tutti i partecipanti il nostro saluto, come se parlassi per bocca nostra: alla sacra gerarchia, come alla comunità di vita religiosa e laica, nonché agli studiosi di letteratura e di mistica; ad essi poi porterai le nostre parole di esortazione a perseguire lodevolmente un così alto ideale religioso e comunicherai la nostra benedizione apostolica, quale auspicio di ricevere dal cielo luce e forza, affinché da questa celebrazione si raccolgano copiosissimi frutti di salvezza e di grazie.
Città del Vaticano, 4 novembre 1990, anno tredicesimo del nostro pontificato.
Data: 1990-11-04
Domenica 4 Novembre 1990
Titolo: Hanno incarnato nella vita il primo e più grande comandamento del Vangelo: l'amore di Dio
"Chi rimane in me, e io in lui, fa molto frutto" (Jn 15,5).
1. Il maestro buono parla in parabole. Oggi la liturgia ci ricorda la parabola della vera vite e dei tralci. Dal testo evangelico di Giovanni notiamo che è stata narrata da Cristo nel cenacolo, dopo l'istituzione dell'Eucaristia, quand'egli stava per andare al Padre attraverso la Pasqua della sua morte e risurrezione.
Da quel momento le parole di Cristo: "Rimanete in me e io in voi" (Jn 15,14) hanno acquistato un'importanza particolare, esse significano anche rimanete in me mediante l'Eucaristia, rimanete in me mediante il mistero del sacrificio redentore. "Chi rimane in me, e io in lui, fa molto frutto".
E' il frutto della santità
2. E' il frutto del regno di Dio. E' il frutto della santità. Nel corso di tante generazioni i santi hanno confermato pienamente la verità e la potenza di queste parole. Infatti essi hanno portato frutti abbondanti, perché sono rimasti in Cristo, vera vite.
Oggi al numero di coloro, di cui la Chiesa gioisce per la santità della loro vita, aggiungiamo i nomi delle serve di Dio: Marthe Aimée Le Bouteiller, Louise-Thérèse de Montaignac de Chauvance, Maria Schininà, Elisabetta Vendramini.
D'ora in poi la Chiesa potrà venerarle come beate, con grande consolazione delle comunità dalle quali esse provengono.
Estrema semplicità di una vita nascosta
3. "Sei tu il mio Signore. Senza di Te non ho alcun bene" (Ps 15,2). Queste parole del salmista, che la liturgia di questo giorno ha messo sulle nostre labbra, riassumono bene le aspirazioni ad una intimità senza fine con Dio che furono quelle della Sorella Marthe Le Bouteiller.
Desiderosa di donarsi totalmente al Signore e agli altri, ella entro nella Congregazione fondata da Maria Maddalena Postel e per la totalità delle sue occupazioni quotidiane alla cucina, alla fattoria, ai campi, alla cantina, ella condusse una vita d'unione a Dio, facendo "grandemente le piccole cose", seguendo una massima cara alla fondatrice: "Facciamo il massimo bene possibile nascondendoci il più possibile". Suor Marthe ha saputo trovare nella sua vita nascosta con il Cristo l'anima del suo apostolato della bontà: "Se uno rimane in me ed io in lui, questo porta molto frutto perché senza di me non potete far nulla" (Jn 15,5). Molto unita alla santa fondatrice e alla beata Placide Viel, la "buona" Suor Marthe ha vissuto le sue umili mansioni con una qualità d'amore che suscita lo stupore.
Possa questa nuova Beata attrarre le giovani generazioni d'oggi e di domani a scoprire la gioia del dono di sé al Signore nella consacrazione religiosa. Possa ella aiutarli a comprendere la preminenza della vita spirituale per prendere parte all'edificazione della Chiesa e per condurre un'azione feconda al servizio degli uomini! I nostri contemporanei hanno bisogno d'incontrare sul loro cammino dei volti che manifestino la felicità autentica che porti all'intimità con Dio. Suor Marthe, in verità sorella della Misericordia, ha saputo irradiare attorno a lei l'amore di Dio. L'estrema semplicità della sua esistenza non ha impedito alle sue sorelle di riconoscere in lei una reale autorità spirituale. Ella ha portato frutto per la gloria del Padre: "Il Padre mio è glorificato in questo: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli" (Jn 15,8).
Ardente spirito apostolico. Devozione al cuore di Gesù
4. Nella seconda lettura di questa Messa, San Paolo raccomanda di accogliere la parola di Dio "ma com'è veramente, quale parola di Dio ed essa mostra la sua efficacia in voi che avete creduto" (1Th 2,13).
E' in questo spirito che Louise Thérèsa dè Montaignac di Chauvance, fondatrice delle Oblate del Cuore di Gesù, si impegna fin dalla sua gioventù del Vangelo e anche dei salmi, queste magnifiche preghiere, ricche di rivelazioni su Dio e sull'uomo, che la Chiesa tiene ad offrirci ogni giorno nella celebrazione dell'Ufficio Divino.
L'ascolto della Parola di Dio e la frequentazione dei sacramenti, in particolare dell'Eucaristia aiutano Louise Thérèsa a restare un tralcio vivente, seguendo ciò che Gesù ci dice nel Vangelo: "Rimanete in me ed io in voi" (Jn 15,4). "Dalla mia prima comunione io sono sempre restata sotto l'azione divina" confida ella. Figlia della Chiesa e donna nella Chiesa ella volle "servire il Signore, servire la Chiesa, ciò che è tutt'uno". Animata da un ardente spirito apostolico e sostenuta da una viva devozione al Cuore di Gesù, ella si mette all'opera in stretto legame col suo Vescovo, con i preti della sua parrocchia, con i fedeli laici. Ella fonda le Oblate che per la loro unione a Cristo e per la loro unione tra loro sono chiamate ad essere dei fermenti di unità.
All'uscita dal recente Sinodo dei Vescovi, consacrato all'importante questione della formazione dei preti, conviene nella circostanza solenne di questo giorno evocare il pensiero che Louise Thérèsa aveva a contribuire alla diffusione delle vocazioni sacerdotali. Per rispondere ai bisogni della Chiesa di allora, ella cerca di formare dei giovani aperti alla chiamata di Dio e a dargli un'istruzione di solida base al fine di aiutarli a risponderci.
Sappiamo, anche noi, svegliare le vocazioni e farle maturare.
Che questa liturgia di beatificazione rinnovi il nostro slancio missionario affinché laddove il Signore ci chiama a lavorare per il suo Regno noi doniamo "non solo il Vangelo di Dio ma anche la nostra stessa vita" (1Th 2,8).
Insieme domandiamo alla Beata Louise Thérèsa di Montagnac di Chauvance di aiutarci a "riconoscere l'amore del Cuore di Gesù e ricordarlo senza fine agli uomini", come ella ha così bene saputo farlo durante tutta la sua vita.
Contemplazione, adorazione, riparazione e vocazioni sacerdotali
5. Il cammino spirituale della beata Maria Schininà del Sacro Cuore prese le mosse dalla penetrazione profonda dell'amore di Dio, quale si rivela nel simbolo del Cuore di Gesù; per corrispondere a questo amore accentuo nella sua spiritualità la contemplazione, l'adorazione e la riparazione.
Disgustata dal lusso e dalle vuote cerimonie del suo palazzo gentilizio, diede inizio a una vita totalmente dedicata al servizio dei poveri, sull'esempio di Gesù, che nel suo amore per gli uomini si fece buon samaritano di ogni umana infermità.
I poveri per la beata erano gli ammalati e gli anziani, gli ignoranti, i bisognosi di istruzione, i minatori delle miniere di bitume e di zolfo che non conoscevano Dio e abbisognavano di catechismo, i carcerati, ai quali la beata predicava corsi di esercizi spirituali per la Pasqua; le peccatrici pubbliche, che si mostravano quanto mai sensibili alle sue iniziative caritatevoli.
La beatificazione della Schininà nei piani della Provvidenza viene celebrata all'indomani della conclusione del Sinodo episcopale sulla formazione sacerdotale. La beata fu valido sostegno per numerosi sacerdoti, che ella serviva e venerava come ministri della Riconciliazione e dell'Eucaristia. Quanti sacerdoti furono da lei protetti spiritualmente nella vocazione e aiutati anche economicamente durante la vita di seminario! Questa testimonianza di eroica carità evangelica è il "frutto" che la beata Schininà ha potuto portare nella Chiesa e nella società perché è "rimasta" intimamente unita al Signore. Il suo carisma resta sempre vivo e attuale, perché è presente e operante provvidenzialmente nelle mille forme di apostolato delle sue Figlie: le Suore del Sacro Cuore di Gesù.
Unione profonda con Gesù e amore verso i poveri
6. Anche la figura della beata Elisabetta Vendramini si inserisce nella dinamica spirituale che ha come fulcro centrale l'"unione" profonda con Gesù e l'amore verso i poveri, i quali sono i protagonisti di tante pagine del Vangelo. Le parole del Signore: "Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare" (Mc 8,2) segnarono profondamente il cuore della beata Elisabetta sin dalla sua prima giovinezza, quando avverti forte l'ispirazione di consacrarsi totalmente al Cristo e al servizio dei poveri.
Abbandono senza esitare gli agi della vita familiare e sociale per dedicarsi alle ragazze abbandonate e ai bisognosi dei quartieri più emarginati.
In questa sua opera Elisabetta traeva ispirazione e forza dall'Alto e dal suo forte spirito di orazione. Religiosa di raffinata sensibilità contemplativa, la beata si perdeva nella meditazione del Mistero della Santissima Trinità, cogliendone il dinamismo dell'incarnazione del Verbo, per arrivare, quindi, alla lode e all'ammirazione del Cristo povero e crocifisso, che riconosceva e serviva, poi, nei poveri tanto amati.
Dal cielo oggi Elisabetta esorta tutti coloro che vogliono efficacemente aiutare i fratelli nell'anima e nel corpo a trarre forza dalla fede in Dio e dalla imitazione di Cristo. Ella in questo si dimostro un fecondo germoglio della spiritualità francescana. Di san Francesco ella imito soprattutto la vita povera, la fede sicura e semplice, e l'amore a Cristo crocifisso.
La beata Vendramini ci insegna ancora che dove è più forte e sicura la fede, là sarà più audace lo slancio della carità verso il prossimo. Dove è più percepito il senso di Cristo, là sarà più preciso e fattivo il senso delle necessità dei fratelli.
Oggi la Chiesa gioisce
7. "Tu amerai" (Dt 6,5). Abbiamo guardato le figure delle nuove Beate. Ciascuna di esse ha incarnato nella vita questo primo e più grande comandamento del Vangelo: l'amore di Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza (Mc 12,30) e l'amore effettivo verso l'uomo-prossimo. L'amore che - particolarmente in queste beate - ha i tratti femminili, materni, così come viene messo in rilievo dalla prima lettera ai Tessalonicesi. Proprio con la potenza di tale amore sono rimaste in Cristo e Cristo in esse. Ed hanno portato molto frutto.
Oggi la Chiesa gioisce perché con questo frutto la beata Marta, la beata Teresa, la beata Maria e la beata Elisabetta hanno glorificato il Padre celeste.
E' la gloria della comunione dei santi. La gloria vivificante per la Chiesa sulla terra.
Queste religiose ci parlano dell'amore di Cristo, dell'amore che unisce la vite e i tralci. E perciò insieme a lui gridano: "Rimanete nell'amore" (Jn 15,10). Amen!
Data: 1990-11-04
Domenica 4 Novembre 1990
Titolo: Le quattro nuove beate ci siano di stimolo alla santificazione
Cari fratelli e sorelle! Abbiamo terminato poco fa, nella Basilica di san Pietro, il rito della beatificazione di quattro religiose, due francesi e due italiane; i loro nomi: Marthe Aimée Le Bouteiller, Louise Thérèse de Montaignac de Chauvance, Elisabetta Vendramini e Maria Schininà. Sono state elevate agli onori degli altari, perché siano di esempio per tutta la Chiesa.
Le loro figure, che vediamo sulla facciata della Basilica, e il loro messaggio spirituale sono, infatti, di stimolo per tutti i cristiani a impegnarsi di più nel cammino della perfezione evangelica e della santificazione. Tale esigenza richiama alla mente un testo illuminante del Concilio Vaticano II, dove si afferma che "tutti i fedeli, di qualsiasi stato o grado, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità" (LG 40).
Con la proclamazione delle nuove beate la Chiesa si propone di ravvivare la consapevolezza che tutti i membri del popolo di Dio sono chiamati a tendere alla santità, siano essi religiosi che laici.
Per questo le nuove beate, nel ricercare la propria santificazione, non si sono estraniate dal prossimo, ma hanno saputo scoprire, giorno dopo giorno, la presenza di Dio in tutte le persone che le sono passate accanto e in ogni avvenimento piccolo o grande. Per esse l'essersi consacrate a Dio nella propria Congregazione religiosa non significo una fuga dal mondo, ma una fonte di energie spirituali, che le resero più sensibili alle necessità dei fratelli, specialmente se poveri, malati, abbandonati, rifiutati o lasciati ai margini della società. Il loro ardente slancio apostolico, che segno così profondamente la loro vita e la loro opera, trova oggi fervorosa continuazione nella benemerita attività delle religiose, che si ispirano al carisma lasciato in eredità dalle loro fondatrici, che oggi sono state dichiarate beate. A queste religiose, presenti in gran numero in Piazza san Pietro, vanno le mie felicitazioni e il mio vivo apprezzamento per l'opera che esse svolgono.
Rivolgiamo ora la nostra preghiera alla Vergine, affinché, per loro intercessione, accenda nei nostri cuori un grande desiderio di raggiungere la santità per la gloria della santissima Trinità e per il bene degli uomini.
(Omissis: saluto a pellegrini francesi)
Data: 1990-11-04
Domenica 4 Novembre 1990
Titolo: Una lezione di vita al servizio dei poveri e dei più bisognosi
Carissimi fratelli e sorelle,
1. Siamo di nuovo insieme, dopo il rito della beatificazione delle vostre conterranee, che abbiamo celebrato ieri nella solenne liturgia della Basilica di san Pietro. Saluto tutti voi, venuti dalla Francia e dall'Italia, e vi esprimo la gioia di trovarmi in mezzo a voi nell'atmosfera di festa per la beatificazione delle quattro religiose.
2. Saluto cordialmente tutte le persone di lingua francese venute per partecipare al rito della beatificazione di Marta Le Bouteiller e di Louise-Thérèse de Montaignac de Chauvance. In particolar modo rivolgo i miei saluti più sinceri ai pellegrini giunti dalla Normandia e dal Borbonese. Essi sono qui presenti accanto ai loro vescovi, mons. Jacques Fihey vescovo di Coutances e di Avranches e mons.
André Quélen, vescovo di Moulins.
Saluto anche le famiglie spirituali delle suore beate: le Suore di Santa Maria Maddalena Postel e le Oblate del Cuore di Gesù, a cui rivolgo la mia speranza di bene per la loro vita consacrata sull'esempio delle loro gloriose primogenite. Auguro a tutte di continuare la loro missione evangelizzatrice con rinnovato dinamismo e di rispondere sempre più generosamente all'amore del cuore di Gesù.
Cari fratelli e sorelle, siate fieri dell'eredità cristiana ricevuta dai vostri antenati grazie alla fede che li animava, sulla vostra terra essi hanno dato vita a solide comunità. Sull'esempio di coloro che ieri sono state beatificate, in tutto ciò che voi fate, lasciatevi guidare dalla fede in famiglia, nel lavoro, negli incontri di ogni giorno.
Lo Spirito Santo sollecita il vostro impegno nell'annuncio della buona novella agli uomini e alle donne del nostro tempo: possiate ricominciare più forti e più gioiosi per testimoniare il Vangelo e per servire gli altri! A tutti, rivolgo il mio amore paterno e, con tutto il cuore, do la benedizione apostolica a voi, alle vostre famiglie e ai vostri amici.
3. Saluto con tutto il cuore le sorelle e i pellegrini di lingua tedesca che sono giunti qui a Roma in occasione della beatificazione di suor Marta Le Bouteiller.
Attraverso la sua vita suor Marta ha realizzato le parole del Magnificat: il Potente innalza i miseri. Suor Marta ha consacrato la sua vita all'umiltà e alla solitudine del lavoro quotidiano in cucina e in agricoltura. Ha dimostrato con la sua vita, in modo esemplare, che non è decisivo il ruolo che l'uomo occupa nella vita, ma piuttosto che egli sia soddisfatto del posto che gli è affidato, rendendo servizio a Dio e agli uomini.
La completa dedizione alla volontà di Dio fu la base fondamentale della sua santa vita, che le rese, già da quando era in vita, ammirazione e riconoscimento. Suor Marta è per tutti noi un esempio di santità della vita quotidiana.
Con tutto il cuore imparto a voi tutti la mia benedizione apostolica.
4. A voi, religiose Terziarie Francescane Elisabettine, e a voi, Suore del Sacro Cuore, come pure a voi fedeli, venuti rispettivamente dalle diocesi di Padova e di Ragusa, esprimo le mie felicitazioni per l'elevazione agli onori degli altari delle vostre fondatrici o conterranee. Sono lieto di salutare le autorità civili e i vescovi, i monsignori Antonio Mattiazzo e Angelo Rizzo, che hanno guidato i pellegrini di quelle comunità diocesane, e tutti gli altri fratelli nell'episcopato e nel sacerdozio.
Saluto voi, giovani delle comunità parrocchiali e delle associazioni ecclesiali, a cui addito le figure luminose delle beate Elisabetta Vendramini e Maria Schininà, perché vi siano di esempio e di stimolo nella ricerca della vostra vocazione e del vostro impegno futuro. Esse, che si distinsero per una forte convinzione e volontà di obbedire alle ispirazioni del Signore, vi offrono la testimonianza di una perfezione evangelica, raggiunta nell'equilibrio dell'impegno ascetico e contemplativo e in quello dell'animazione cristiana della società.
Come madri forti e tenere di tante donne consacrate al Signore e di tanti fratelli segnati da svariate forme di povertà: nelle strade, nei ricoveri, negli ospedali, negli orfanotrofi e negli asili, esse lasciano un esempio concreto e una lezione di vita autenticamente vissuta a tutte voi, religiose, dedite all'apostolato e al servizio dei bisognosi, ma anche a voi, laici, che desiderate avere una vera coscienza del vostro essere Chiesa.
In ogni passo che muovete nella vostra comunità religiosa o nella vita parrocchiale e familiare, o nell'ambiente di lavoro, sappiate seguire le orme lasciate dalle beate. Lasciatevi affascinare dalla loro purezza di vita e dalla loro fortezza nelle prove, lasciatevi confermare dalle loro certezze e orientare dal loro amore.
Nella luce di questi insegnamenti imparto a tutti la mia benedizione.
Data: 1990-11-05
Lunedi 5 Novembre 1990
Titolo: Hanno testimoniato con sapienza e carità la fede cristiana
Siamo riuniti attorno all'altare del Signore "ricco di misericordia" (Ep 2,4) per celebrare l'Eucaristia in suffragio dei cardinali e dei vescovi chiamati alla casa del Padre nel corso di quest'anno. Ricordiamo in particolare i cardinali Tomas O Fiaich, Joseph Marie Trinh Van Can, Julijans Vaivods, José Clemente Maurer e Luigi Dadaglio.
Alla loro memoria associamo quella di tanti arcivescovi e vescovi, i quali sia come pastori di comunità diocesane, sia come responsabili di uffici nella Curia romana hanno testimoniato con sapienza e carità la fede cristiana, confortando e sostenendo il cammino spirituale delle anime affidate alle loro cure pastorali.
Per tutti questi nostri fratelli, a cui ci legano vincoli di affetto o di gratitudine per gli esempi di dedizione e zelo apostolico, vogliamo elevare una speciale preghiera di suffragio e invocare per loro la pace e la luce eterna.
Invochiamo la Bontà divina perché li accolga nel suo abbraccio misericordioso e li ammetta alla pienezza della gloria.
Questa celebrazione eucaristica sia anche per noi un'occasione che il Signore ci offre e un momento di grazia per ripensare al significato di questa nostra vita presente: alla sua fugacità, ma anche alla sua preziosità in relazione a quella eterna.
Data: 1990-11-06
Martedi 6 Novembre 1990
Titolo: Lo Spirito che procede dal Padre e dal Figlio
1. Quando professiamo la nostra fede "nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita", aggiungiamo: "e procede dal Padre e dal Figlio". Come si sa, queste parole sono state introdotte nel simbolo niceno, che diceva soltanto: "Crediamo nello Spirito Santo" (cfr. DS 125). Già nel Concilio di Costantinopoli (381) venne inserita l'esplicazione che lo Spirito Santo "procede dal Padre", sicché parliamo di simbolo niceno-costantinopolitano. La formula conciliare del 381 suonava così: "Credo nello Spirito Santo, che procede dal Padre". La formula più completa: "che procede dal Padre e dal Figlio" ("qui a Patre Filioque procedit"), già presente in antichi testi e riproposta dal Sinodo di Aquisgrana nell'809, venne infine introdotta anche a Roma nel 1014 in occasione dell'incoronazione dell'imperatore Enrico II. Si diffuse da allora in tutto l'Occidente, e venne ammessa dai Greci e dai Latini nei concili ecumenici di Lione (1274) e di Firenze (1439). Era una precisazione, che non cambiava nulla nella sostanza della fede antica, ma che gli stessi Romani Pontefici erano restii ad ammettere, per rispetto alla formula antica ormai diffusa dappertutto, e usata anche nella basilica di san Pietro.
L'introduzione dell'aggiunta, accolta senza gravi difficoltà in Occidente, suscito riserve e polemiche tra i nostri fratelli orientali, che attribuirono agli occidentali un cambiamento sostanziale in materia di fede. Oggi possiamo ringraziare il Signore per il fatto che anche su questo punto si va chiarendo in Oriente e in Occidente il vero senso della formula, e la relatività della questione stessa.
In questa sede, pero, dobbiamo ora occuparci dell'"origine" dello Spirito Santo, sia pure prendendo in considerazione la questione del "Filioque".
2. Nella Sacra Scrittura si accenna, innanzitutto, alla processione dello Spirito Santo dal Padre. Ad esempio, nel Vangelo secondo Matteo, al momento di inviare i Dodici per la prima missione, Gesù li rassicura così: "Non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire...; non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi" (Mt 10,19-20). Nel Vangelo secondo Giovanni, poi, Gesù afferma: "Il Consolatore che io vi mandero dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza" (Jn 15,26). Secondo molti esegeti, queste parole di Gesù si riferiscono direttamente alla missione temporale dello Spirito da parte del Padre; in esse, tuttavia, è legittimo veder riflessa la processione eterna, e quindi l'origine dello Spirito Santo dal Padre.
Evidentemente, trattandosi di Dio, bisogna liberare la parola "origine" da ogni riferimento all'ordine creato e temporale: cioè, in senso attivo, è da escludere la comunicazione dell'esistenza a qualcuno, e quindi la priorità e la superiorità su di lui, e, in senso passivo, il passaggio dal non-essere all'essere ad opera di un altro, e quindi la posteriorità e la dipendenza da lui. In Dio tutto è eterno, fuori del tempo: l'origine dello Spirito Santo - come quella del Figlio - nel mistero trinitario, nel quale le tre divine Persone sono consostanziali, è dunque eterna. E' appunto una "processione" di origine spirituale, come avviene (ma è pur sempre un'analogia molto imperfetta) nella "produzione" del pensiero e dell'amore che rimangono nell'anima in unità con la mente da cui hanno origine. "E in questo senso - scrive san Tommaso - la fede cattolica ammette delle processioni in Dio" (I 27,1 I 27,3-4).
3. Quanto alla processione e all'origine dello Spirito Santo dal Figlio, i testi del Nuovo Testamento, pur non parlandone apertamente, tuttavia mettono in rilievo relazioni quanto mai strette tra lo Spirito e il Figlio. L'invio dello Spirito Santo sui credenti non è opera del solo Padre, ma anche del Figlio. Infatti, nel cenacolo, dopo aver detto: "Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome" (Jn 14,26), Gesù aggiunge: "Quando me ne saro andato, ve lo mandero" (Jn 16,17).
Altri passi evangelici esprimono il rapporto tra lo Spirito e la rivelazione effettuata dal Figlio, come là dove Gesù dice: "Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà" (Jn 16,14-15).
Il Vangelo dice chiaramente che il Figlio - non soltanto il Padre - "manda" lo Spirito Santo, e anzi che lo Spirito "prende" dal Figlio ciò che rivela, poiché tutto quello che il Padre possiede è anche del Figlio. Dopo la risurrezione, questi annunzi troveranno la loro realizzazione quando Gesù, entrato "a porte chiuse" nel luogo in cui gli apostoli s'erano nascosti per timore dei Giudei, "aliterà" su di loro e dirà: "Ricevete lo Spirito Santo" (Jn 20,22).
4. Accanto a questi passi evangelici, che sono i più essenziali per la nostra questione, ve ne sono altri nel Nuovo Testamento che dimostrano che lo Spirito Santo non è soltanto lo Spirito del Padre, ma anche lo Spirito del Figlio, lo Spirito di Cristo. così nella lettera ai Galati leggiamo che "Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio" che grida: "Abbà, Padre!" (Ga 4,6). In altri testi l'apostolo parla dello "Spirito di Gesù Cristo" (Ph 1,19), dello "Spirito di Cristo" (Rm 8,9), e afferma che ciò che Cristo opera per mezzo suo (dell'apostolo) avviene "con la potenza dello Spirito" (Jn 15,19). Non mancano altri testi simili a questi (cfr. Jn 8,2 2Co 3,17-18 1P 1,11).
5. In verità, la questione dell'"origine" dello Spirito Santo, nella vita trinitaria del Dio unico, è stata oggetto di una lunga e molteplice riflessione teologica, basata sulla Sacra Scrittura. In Occidente sant'Ambrogio nel suo "De Spiritu Sancto" e sant'Agostino nell'opera "De Trinitate" diedero un grande apporto alla chiarificazione di questo problema. Il tentativo di penetrare più a fondo nel mistero della vita intima di Dio-Trinità, compiuto da questi e altri Padri e Dottori latini e greci (a cominciare da sant'Ilario, san Basilio, Dionigi, san Giovanni Damasceno), certamente ha preparato il terreno per l'introduzione nel Simbolo di quella formula sullo Spirito Santo che "procede dal Padre e dal Figlio". I fratelli orientali pero si attenevano alla formula pura e semplice del Concilio di Costantinopoli (381), tanto più che il Concilio di Calcedonia (451) ne aveva confermato il carattere "ecumenico" (anche se di fatto vi avevano preso parte quasi solamente vescovi dell'Oriente). così il "Filioque" occidentale e latino divenne nei secoli seguenti un'occasione dello scisma, già operato da Fozio (882), ma consumato ed esteso a quasi tutto l'Oriente cristiano nel 1054. Le Chiese orientali separate da Roma ancora oggi professano nel Simbolo la fede "nello Spirito Santo che procede dal Padre", senza far menzione del "Filioque", mentre in Occidente diciamo espressamente che lo Spirito Santo "procede dal Padre e dal Figlio".
6. Questa dottrina non manca di precisi riferimenti nei grandi Padri e Dottori d'Oriente (Efrem, Atanasio, Basilio, Epifanio, Cirillo d'Alessandria, Massimo, Giovanni Damasceno) e d'Occidente (Tertulliano, Ilario, Ambrogio, Agostino). San Tommaso, seguendo i Padri, diede un'acuta spiegazione della formula, in base al principio dell'unità e uguaglianza delle divine Persone nelle relazioni trinitarie (cfr. I 36,2-4).
7. Dopo lo scisma, vari Concili del secondo millennio tentarono di ricostituire l'unione tra Roma e Costantinopoli. La questione della processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio fu oggetto di chiarificazioni specialmente nei Concili Lateranense IV (1215), di Lione II (1274), e infine al Concilio di Firenze (1439). In quest'ultimo Concilio troviamo una precisazione che ha il valore di una messa a punto storica e nello stesso tempo di una dichiarazione dottrinale: "I Latini affermano che dicendo che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio non intendono escludere che il Padre sia la fonte e il principio di tutta la divinità, cioè del Figlio e dello Spirito Santo; né vogliono negare che il Figlio abbia dal Padre (il fatto) che lo Spirito Santo procede dal Figlio; né ritengono che vi siano due principi o due spirazioni: ma affermano che unico è il principio e unica è la spirazione dello Spirito Santo, come finora hanno asserito" (cfr. "Conciliorum Oecumenicorum Decreta", Bologna 1973, p. 526).
Era l'eco della tradizione latina, che san Tommaso aveva ben determinato teologicamente (cfr. I 36,3) riferendosi a un testo di sant'Agostino, secondo il quale "Pater et Filius sunt unum principium Spiritus Sancti" ("De Trinitate", V, 14: PL 42, 921).
8. Le difficoltà di ordine terminologico sembravano così superate e le intenzioni chiarite, tanto che entrambe le parti - Greci e Latini - nella Sessione VI (6 luglio 1439) poterono sottoscrivere la definizione comune: "Nel nome della Santa Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, con l'approvazione di questo sacro e universale Concilio fiorentino, stabiliamo che questa verità di fede sia creduta e accettata da tutti i cristiani: e perciò tutti abbiano a professare che lo Spirito Santo è eternamente dal Padre e dal Figlio, che egli ha la sua essenza e il suo essere sussistente insieme dal Padre e dal Figlio, e che procede eternamente dall'uno e dall'altro come da un unico principio e da un'unica spirazione" (DS 1300).
Ed ecco un'ulteriore precisazione, alla quale già san Tommaso aveva dedicato un articolo della Summa ("Utrum Spiritus Sanctus procedat a Patre per Filium": "Dichiariamo - si legge nel Concilio - che quello che affermano i santi Dottori e Padri - (ossia) che lo Spirito Santo procede dal Padre per mezzo del Figlio - tende a far comprendere e vuole significare che anche il Figlio, come il Padre, è causa, secondo i Greci, principio, secondo i Latini, della sussistenza dello Spirito Santo. E poiché tutte le cose che sono dal Padre, il Padre stesso le ha date al Figlio con la generazione, meno l'essere Padre: questa stessa processione dello Spirito Santo dal Figlio, il Figlio stesso l'ha eternamente dal Padre, da cui è pure stato eternamente generato" (DS 1301).
9. Anche oggi questo testo conciliare rimane un'utile base per il dialogo e l'accordo tra i fratelli d'Oriente e d'Occidente, tanto più che la definizione sottoscritta dalle due parti terminava con la seguente dichiarazione: "Stabiliamo... che la spiegazione data con l'espressione "Filioque" è stata lecitamente e ragionevolmente aggiunta al Simbolo, per rendere più chiara la verità e per la necessità allora incombente" DS 1302).
Di fatto, dopo il Concilio di Firenze in Occidente si è continuato a professare che lo Spirito Santo "procede dal Padre e dal Figlio", mentre in Oriente si è continuato ad attenersi alla originaria formula conciliare di Costantinopoli. Ma dai tempi del Concilio Vaticano II si svolge un proficuo dialogo ecumenico, che sembra aver portato alla conclusione che la formula "Filioque" non costituisce un ostacolo essenziale al dialogo stesso e ai suoi sviluppi, che tutti auspichiamo e invochiamo dallo Spirito Santo.
(Omissis: saluti a vari gruppi)
Data: 1990-11-07
Mercoledi 7 Novembre 1990
GPII 1990 Insegnamenti - Lettera al card. Suquia Goicoechea - Città del Vaticano (Roma)