
GPII 1990 Insegnamenti - Per il XXV della nuova sede del Pontificio Seminario Lombardo in Roma - Castel Gandolfo (Roma)
Titolo: La Chiesa ha bisogno di formatori competenti, esperti e santi
Carissimi alunni del Pontificio Seminario Lombardo!
1. Siate i benvenuti a questa speciale udienza. Sono lieto di accogliervi nella significativa circostanza dei festeggiamenti per il XXV anniversario della nuova sede del vostro Seminario, sede che fu voluta e benedetta dal mio indimenticabile predecessore Paolo VI. In modo particolare saluto i cari vescovi qui presenti. Tra di essi, rivolgo il mio pensiero riconoscente e beneaugurante ai tre che furono rettori del Lombardo: mons. Dionigi Tettamanzi, mons. Luigi Belloli e mons.
Ferdinando Maggioni, da voi particolarmente festeggiato nell'odierna circostanza, perché fu tra i principali artefici della non facile impresa di dare, 25 anni fa, nuova e più funzionale sede al Seminario.
2. Stanno per iniziare i lavori dell'VIII assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi e il suo tema, "La formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali", mi rende particolarmente gradito questo incontro, sia perché esso dimostra l'affetto e la gratitudine di tanti alunni per l'Istituzione che li accolse e li accompagno nella formazione seminaristica sacerdotale in Roma, sia perché la maggior parte di voi, dopo gli studi romani, è stata ed è chiamata a servire la Chiesa nell'ambito della formazione presbiterale, nei seminari delle diocesi di appartenenza.
Il primo di questi due motivi mi spinge a ricordare che i luoghi della formazione sacerdotale, grazie soprattutto alle persone che li animano e ne portano la responsabilità, devono essere come una casa accogliente, come una famiglia nella quale - senza rinunciare alle esigenze di un severo tirocinio spirituale e intellettuale - si stringono legami profondi e si coltiva quella fraternità aperta e matura che costituisce una delle più importanti componenti di un sereno e fecondo ministero. Sono questi rapporti di amicizia e di stima reciproca, di collaborazione e di comunione nell'unica missione sacerdotale che vi hanno condotto qui a celebrare insieme la vostra appartenenza alla "grande famiglia" - come usate chiamarla - degli ex alunni del Seminario Lombardo.
Il nostro celibato, cari fratelli, scelto in vista della pienezza della carità pastorale, si traduce, tra l'altro, proprio in questa capacità di amicizia e di "intima fraternità sacramentale" (PO 8) che voi tutti, anche se impegnati in diocesi diverse, ora qui vi manifestate a vicenda e testimoniate al successore di Pietro.
Questo vi auguro e mi attendo da voi: che siate, all'interno dei vostri presbiteri diocesani, fermento di comunione e di amicizia, di stima vicendevole, di convergenza operosa e intelligente intorno alle scelte del vescovo, di promozione di una fraternità sempre più grande, che non conosce confini, che sa farsi carico dei problemi della Chiesa intera.
La formazione sacerdotale richiede, oggi più che mai, questa attenzione alla maturità affettiva del presbitero: siate maestri e testimoni di quella limpida capacità di amicizia che sola può esprimere nella sua pienezza la grazia della verginità cristiana, "a immagine dei vincoli di fraterno affetto che Cristo stesso ha stabilito nella sua vita" (Sinodo dei vescovi del 1990, "Instrumentum Laboris", 38).
Il Seminario Lombardo, tra i tanti meriti accumulati nei 128 anni dalla sua fondazione, ha certamente anche questo: di essere stato la culla di grandi amicizie sacerdotali. Come eredi di questa tradizione, sappiatela testimoniare e trasmettere alle nuove generazioni di alunni che hanno preso il vostro posto nella casa di fronte alla Basilica Liberiana.
3. Il secondo motivo che guida i miei pensieri in questo gradito incontro è la considerazione delle vostre responsabilità nella formazione seminaristica, in Italia e anche in altri Paesi del mondo. Non è necessario che io vi ricordi come la Chiesa ha bisogno di formatori competenti, esperti e santi. Il vostro quotidiano servizio, spesso molto "feriale" e avaro di immediate e gratificanti consolazioni, è tra i più delicati e decisivi per il futuro della Chiesa. Gli alunni dei vostri seminari sono figli di questa epoca "drammatica e magnifica" - come amava definirla Paolo VI - e vengono a voi carichi di tutte le nuove potenzialità e doti loro offerte dal mondo circostante, ma anche segnati, in modo più o meno profondo, dalle fragilità e contraddizioni, dalle inconsistenze e lacune tipiche della gioventù, anche migliore, della nostra epoca.
Il lavoro formativo, l'impegno educativo si fanno sempre più ardui e complessi. Ma non dobbiamo perdere la fiducia: il coraggio di proporre itinerari esigenti e mete impegnative, senza nulla concedere a troppo facili compromessi dagli esiti ben presto fallimentari, e insieme la pazienza del buon coltivatore che sa continuare il proprio lavoro anche durante i lunghi inverni di un'adolescenza prolungata o gli improvvisi temporali di una giovinezza inquieta, porteranno a suo tempo il frutto sperato.
Della difficile, ma necessaria, coniugazione tra questo coraggio e questa pazienza ci è impareggiabile modello Gesù stesso, nella sua sollecitudine educativa - insieme intransigente e tenerissima - per la formazione apostolica dei suoi discepoli.
Queste doti chiedo per voi al Maestro e Signore della nostra vita: egli mandi con abbondanza il dono del suo Spirito su voi, sui vostri buoni propositi, sui ministeri pastorali che vi sono affidati.
4. La Casa di formazione sacerdotale, di cui celebriamo il XXV anniversario, si trova, mi piace ricordarlo ancora, proprio di fronte alla Basilica di Santa Maria Maggiore: prego perché questa felice circostanza sia sempre occasione, per gli alunni del Lombardo, di una profonda e tenera devozione alla Madonna, della quale oggi ricordiamo con affetto il mistero della partecipazione alle sofferenze di Cristo, e sia anche pegno di una speciale protezione della Vergine su voi tutti, cari ex alunni, sugli attuali responsabili ed educatori del Lombardo, sui giovani presbiteri che tra pochi giorni inizieranno un nuovo periodo di formazione e di crescita nell'amore di Dio e dei fratelli, per servire Gesù e il suo Vangelo con cuore sempre più disponibile e generoso.
Con questi auspici vi imparto di cuore la mia benedizione, con tutti coloro per i quali spendete generosamente le vostre energie sacerdotali.
Data: 1990-09-15
Sabato 15 Settembre 1990
Titolo: Grazie per il servizio in occasione dei viaggi pastorali
Signor comandante, signori ufficiali e sottufficiali del 31° Stormo dell'Aeronautica Militare Italiana.
1. Sono veramente lieto di accogliervi in questa tradizionale udienza al termine della mia permanenza a Castel Gandolfo, per rinnovarvi il mio cordiale saluto e per esprimervi il mio sincero apprezzamento. L'odierno incontro è anche allietato dalla presenza dei vostri cari: delle vostre mogli, dei vostri figli e figlie. E' quasi una singolare riunione di famiglia. Anche a tutti loro il mio affettuoso benvenuto.
Desidero ringraziarvi per il prezioso servizio, resomi quest'anno, in occasione sia degli spostamenti da Castel Gandolfo a Roma per le udienze del mercoledi, sia delle visite pastorali alle varie comunità italiane. Se ho potuto portarmi in modo più agevole nei vari luoghi, per confermare i fratelli nella fede, per vivificare la loro adesione a Cristo e il loro amore alla Chiesa, per stimolarli a un'operosa testimonianza cristiana, lo devo anche a voi: alla vostra premura, alla vostra perizia, al vostro senso di responsabilità, che hanno reso sicuri e confortevoli gli itinerari dei miei viaggi apostolici.
2. Le onorificenze, che ora ho il piacere di conferire, vogliono essere un segno tangibile della mia gratitudine per le vostre generose prestazioni e allo stesso tempo diventano uno stimolo per continuare con rinnovato impegno la vostra missione a servizio del bene comune, nella consapevolezza che le vostre azioni quotidiane, sostenute da fede matura e da sincero amore per il prossimo, portano frutti per la salvezza eterna.
Nella vostra quotidiana attività sappiate guardare con fiducia alla Vergine Maria. Ella, maestra di fedeltà e generosità, diventi per voi il continuo punto di riferimento per realizzare con docilità di cuore il disegno di Dio su ciascuno di voi, e per essere sempre attenti ai bisogni dei fratelli. Invocatela con assiduità per ottenere dal Signore, grazie alla sua intercessione, una vita serena e feconda sia nella vostra professione, sempre più efficiente e qualificante, sia nei vostri rapporti di lavoro e di famiglia. Con l'aiuto di Dio portate a compimento i vostri buoni propositi di una sempre migliore vita umana e cristiana.
A conferma di questi voti, vi imparto di cuore la benedizione apostolica.
Data: 1990-09-16
Domenica 16 Settembre 1990
Titolo: Il sacerdote è l'uomo del sacrificio
Carissimi fratelli e sorelle!
1. Recitando l'"Angelus" noi ripetiamo la professione di fede nel Verbo che "si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi". Venne per redimerci, venne a patire e a morire per noi. Col mistero dell'incarnazione inizia quel processo di spogliamento che avrà il suo culmine quando Cristo umilierà se stesso "facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (Ph 2,8).
Dinanzi al Crocifisso ciascuno di noi può ripetere con l'apostolo Paolo: "Io vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Ga 2,20). L'incarnazione, la passione e la morte di Cristo ci introducono nella contemplazione di un insondabile mistero d'amore. E' questo mistero che ci consente di comprendere appieno il senso delle nostre prove: esse ci uniscono alla croce di Cristo e alla sua opera redentrice. San Paolo spiegava le sofferenze della sua vita dicendo: "Sono stato crocifisso con Cristo" (Ga 2,19). Egli soffriva molto nel ministero apostolico, ma coglieva il senso superiore di queste sofferenze.
2. Si illumina così un aspetto essenziale della vita sacerdotale: il sacerdote è l'uomo del sacrificio. In virtù del sacramento dell'Ordine, egli ha la missione di offrire il sacrificio di Cristo, rendendolo misticamente presente nella realtà del suo corpo e del suo sangue. Conseguentemente, è per la sua stessa esistenza sacerdotale che egli è unito al sacrificio redentore di Cristo. L'ordinazione sacerdotale lo impegna sulla via di tale sacrificio.
Agli apostoli che erano tentati di vedere solo un onore nella loro associazione all'edificazione del regno, Gesù pose un giorno la domanda: "Potete bere il calice che io devo bere?" (Mc 10,38). Successivamente egli mostro loro il perché di questa domanda essenziale: "Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10,45).
Se il Maestro ha seguito la via dolorosa, coloro che egli chiama a partecipare alla sua missione come potrebbero illudersi di fare un cammino diverso?
3. Il sacerdote sa di essere chiamato, in maniera speciale, al sacrificio. Egli tuttavia troverà la forza di sopportare generosamente le sue prove, spesso difficili, se saprà vederle nella luce della passione di Cristo. Non diceva forse san Paolo: "Sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi, e da parte mia completo ciò che manca nella mia carne ai patimenti di Cristo per il suo corpo, che è la Chiesa" (Col 1,24)? Trattando della formazione sacerdotale, il prossimo Sinodo non mancherà di porre in evidenza questa verità. Coloro che si preparano al sacerdozio devono educarsi a un atteggiamento generoso, che li renda capaci di accettare per amore di Cristo le rinunce necessarie, riconoscendone la fecondità apostolica.
La Vergine Maria, ritta ai piedi della croce, ci fa comprendere che non si può essere uniti a Cristo senza condividerne l'immolazione. Invochiamola perché sostenga i sacerdoti nelle loro prove e perché, anche in virtù di una formazione appropriata, li porti ad accettare coraggiosamente i sacrifici richiesti dal loro ministero.
(Omissis: saluti a vari gruppi)
Data: 1990-09-16
Domenica 16 Settembre 1990
Titolo: Dialogo e concordia per raggiungere la pace desiderata
Mi compiaccio darvi il mio cordiale saluto in questo incontro che voi, cadetti dell'Armata Argentina, accompagnati dai vostri professori, ufficiali e membri dell'equipaggio della nave-scuola "Libertad", avete desiderato avere con il Papa.
In questi momenti di formazione state realizzando un periplo per mari e nazioni, che apre vasti orizzonti nella vostra vita. Lo stesso nome della nave, "Libertà", è come un richiamo a fondare la vostra esistenza su solidi principi cristiani e umani. In effetti la persona è libera quando è padrona delle proprie azioni; quando è capace di scegliere il bene che è conforme alla ragione e, di conseguenza, alla propria coscienza. Pertanto è mio fervente desiderio che il vostro senso di libertà sia sempre accompagnato da un profondo senso della verità e dell'onestà verso voi stessi e verso la realtà che vi circonda. Questa è una premessa fondamentale affinché nel mondo si fomenti sempre più un clima di dialogo e concordia che porti alla tanto desiderata pace. Di fronte alle responsabilità che assumerete nella vita, vi invito a offrire le vostre migliori energie al servizio del bene comune, che in definitiva è servizio generoso e solidale all'uomo.
Che la Vergine Maria, Stella del mare, vi guidi nella rotta della vita affinché seguiate fedelmente Cristo. Allo stesso tempo vi accompagni anche la mia benedizione apostolica, che imparto con affetto a voi ed alle vostre famiglie.
Data: 1990-09-17
Lunedi 17 Settembre 1990
Titolo: Presbiteri e vescovi uniti da vincolo gerarchico-sacramentale
Cari Fratelli nell'Episcopato,
1. Nel corso di tutto quest'anno si sono succeduti qui a Roma, in visita "ad Limina", gruppi più o meno numerosi di Vescovi brasiliani - membri di una delle Conferenze Episcopali più numerose del mondo. Questi Pastori hanno dato in tal modo, gli uni agli altri, e tutti alle proprie Chiese e al popolo brasiliano, una testimonianza concreta e visibile di adesione al Pastore Universale della Chiesa e di comunione con lui; di effettiva collegialità cum Petro e sub Petro; di apertura verso i fratelli Vescovi di tutto il mondo nella comune missione dell'evangelizzazione.
In questo contesto, sono lieto di accogliervi oggi, zelanti Pastori delle diocesi che compongono il Regional Nordeste 2 e comprendono gli Stati di Rio Grande do Norte, Paraiba, Pernambuco e Alagoas.
2. In questo incontro che mi consente, dopo l'incontro individuale con ciascuno di voi, un incontro collettivo con tutto il Regional da voi rappresentato, desidero condividere con voi una meditazione sull'importante dimensione del carisma episcopale: la comunione del Vescovo con ciascuno dei suoi sacerdoti e con il Presbiterio da essi costituito.
Ho davanti agli occhi una frase che potrebbe passare inosservata del capitolo III della Lumen Gentium, ma che possiede, invece, un profondo contenuto dottrinale: "E, a ragione di questa loro partecipazione nel sacerdozio e nella missione, i presbiteri riconoscono nel Vescovo il loro padre e gli obbediscono con rispetto" (n. 28). Oppure, detto in altre parole, sempre nella stessa Costituzione Dogmatica sulla Chiesa: "Per ragione quindi dell'ordine e del ministero, tutti i sacerdoti, sia diocesani che religiosi, sono associati al corpo episcopale e, secondo la loro vocazione e la loro grazia, sono al servizio del bene di tutta la Chiesa" (LG 28).
Con questi termini, che devono essere letti in chiave teologica ed intesi in tutto il loro significato dogmatico, il Concilio afferma che vi è tra i Presbiteri e i Vescovi un vincolo profondo, basato sul fatto di partecipare, questi e quelli, in grado diverso, al medesimo ed unico sacerdozio di Cristo ed alla stessa missione apostolica che tale sacerdozio conferisce. Non è che il Presbitero riceva dal Vescovo una parte della sua grazia sacerdotale; è da Cristo-Sacerdote che entrambi, il Vescovo e il Presbitero, ricevono questa partecipazione. Ma è lecito dire che la grazia sacerdotale li unisce ai diversi livelli del suo ministero. Per questo, si può comprendere che il vincolo di comunione che associa i Presbiteri al loro Vescovo è di natura gerarchico-sacramentale. Gerarchico perché assegna loro il luogo che occupano nella struttura della Chiesa; sacramentale perché è in virtù del sacramento dell'Ordine che essi si trovano associati al servizio della Chiesa, del Vangelo, del Regno. E' a partire, e in virtù di questo vincolo e non in virtù di altre esigenze di ordine organizzativo, giuridico o istituzionale, che i Presbiteri appaiono nella stessa Lumen Gentium come "saggi collaboratori dell'ordine episcopale e suoi aiuti e strumento" (n. 28), presenza del Vescovo in mezzo alle comunità, suoi collaboratori ed amici. E' buono ed utile conoscere le radici della comunione affettiva ed effettiva che deve regnare tra i Presbiteri e il Vescovo, nella profondità teologico-spirituale della menzionata relazione gerarchico-sacramentale. Essa conferisce all'atteggiamento interiore ed esteriore del Vescovo verso i suoi Presbiteri tutta la sua consistenza e significato.
3. Questo atteggiamento è descritto in vari documenti del Concilio - Lumen Gentium, Christus Dominus, Presbyterorum Ordinis - con espressioni sobrie ma significative: senso della paternità spirituale, riconoscimento dei Presbiteri come "necessari collaboratori e consiglieri", sincera amicizia. Si percepisce, oltre a ciò, nei testi conciliari, che la responsabilità del Vescovo verso i suoi padri si rivolge a questi sia individualmente, a ciascuno come persona, sia globalmente, in quanto riuniti nel Presbiterio. Guardando ciascuno dei suoi sacerdoti individualmente, il Vescovo riceve da Dio e dalla Chiesa, in virtù del suo munus gerarchico e pastorale, la responsabilità di restare sempre molto vicino ai suoi padri, dando loro tutto l'appoggio e lo stimolo perché restino fedeli alla loro vocazione ed operosi nel loro ministero.
Il primo impulso che egli deve dare è, certamente, quello del suo esempio e testimonianza: "Forma factus gregis ex animo" (1P 5,3). Come esige da voi l'Apostolo Pietro, il Vescovo deve essere modello anche per il suo clero. Il suo esempio e la testimonianza verranno offerti sia riguardo allo spirito di preghiera, che allo zelo apostolico, al distacco, all'amore per lo studio, alla fedeltà alla pastorale d'insieme, al modo di convivere e collaborare con i laici, al suo senso di universalità nella Chiesa.
Ma "è ai Vescovi, infatti, che incombe in primo luogo la grave responsabilità della santificazione dei loro sacerdoti: devono pertanto prendersi cura con la massima serietà della continua formazione del proprio presbiterio" (PO 7). Se non facesse così - ci dice la nostra stessa esperienza - il Vescovo consentirebbe che nei suoi padri si indebolisse la dimensione spirituale che deve informare tutto il loro lavoro pastorale. Il Vescovo non deve quindi porre limiti alla cura con cui deve vegliare sulla vita spirituale dei suoi padri, sia esortandoli personalmente alla santità, appellandosi alla loro coscienza sacerdotale quando dimostrassero debolezze ed esitazioni, riprendendoli quando fossero traviati, sia offrendo loro tempi speciali di riflessione, come incontri mensili, ritiri spirituali, periodi di formazione, ecc.
Detto questo, il Concilio non dimentica, al tempo stesso, che i Presbiteri sono persone umane, con bisogni materiali, di alloggio e nutrimento, di legittimo benessere nonostante la povertà, nella semplicità di vita affrontata persino con una certa austerità. Il Vescovo dà prova di spirito veramente paterno e fraterno se, anche a costo di sforzi e sacrifici, ha a cuore il degno sostentamento del suo clero; le cure mediche, quando sono necessarie; il periodo di riposo; la previdenza sociale per anzianità, ecc. I gesti di comprensione e sollecidutine, di delicatezza ed amicizia che il Vescovo compie in questo campo verso i suoi padri, può soltanto risvegliare in essi i sentimenti di fiducia, stima, rispetto ed affetto, essenziali nelle relazioni tra Vescovo e Clero.
4. D'altra parte, oltre ai suoi atteggiamenti verso ogni sacerdote, il Vescovo ha davanti a sé ed anche accanto sé, i sacerdoti riuniti nel Presbiterio diocesano.
Il Concilio Vaticano Secondo ha dato una maggiore enfasi, rispetto a qualsiasi altra istanza nella storia passata della Chiesa, a questa nozione del Presbiterio, in quanto corpo organico, costituito da tutti i sacerdoti incardinati in una Chiesa particolare, o al suo servizio.
Nella sua responsabilità verso i propri padri e con eminente servizio prestato ad essi, ogni Vescovo suscita il senso comunitario, fa loro sentire e capire che non sono Presbiteri abbandonati ed avulsi, bensi membri e parti di un collegio presbiteriale, quando li incoraggia a praticare la fratellanza presbiterale e a promuovere lo spirito di collaborazione che si traduca in una più efficace azione pastorale d'insieme.
In questo senso, e per poter realmente chiedere e ricevere dai suoi padri consigli e suggerimenti, lumi sui più gravi problemi diocesani e collaborazione per la loro soluzione, è importante che il Vescovo disponga di un "senato" o Consiglio Presbiterale e di altri organi formali o informali di dialogo e cooperazione. Quest'insieme di vincoli, per così dire, istituzionali ed organizzativi con i suoi padri, avrà un valore ed una portata tanto maggiori, quanto più il Vescovo terrà, verso quegli stessi padri, atteggiamenti di vera carità fraterna: vicinanza in tutti i momenti, in particolare nei più critici; visitandoli quando fossero ammalati, pieni di misericordia (non disgiunta da fermezza paterna) quando errassero, ma accompagnata da apertura di spirito e cuore con disponibilità a dar loro consigli ed orientamenti quando ne avessero bisogno; presenza piena di umanità e comprensione, di pazienza e di amicizia sincera e costruttiva. Neppure le stesse crisi, sempre possibili in questo rapporto, e le sofferenze che esse possono provocare, possono raffreddare la comunione effettiva ed affettiva che deve regnare fra il Vescovo e i padri. Perché quella comunione edifica i fedeli e li stimola, così come li scandalizza ogni rottura tra i Pastori.
5. Desidero, da parte mia - lo desideriamo tutti, ne sono certo - che tutti i sacerdoti che si impegnano nell'annuncio del Vangelo e nella costruzione della comunità ecclesiale in Brasile, sappiano che essi sono al centro della nostra attenzione e sollecitudine. Li incoraggio vivamente a rafforzare sempre di più i vincoli di comunione gerarchico-sacramentale e quelli della carità fraterna, della cooperazione e del servizio comune a Gesù Cristo e alla sua Chiesa. Dite loro che il Papa li ringrazia per il loro lavoro per la gloria del Signore e per la causa del Vangelo e che confida anche nella loro fedeltà e dedizione.
So che nelle vostre Chiese i Presbiteri cercano di consolidare la loro fratellanza presbiterale in vari modi ed anche in associazioni di Presbiteri. Che queste abbiano come obbiettivo l'approfondimento dei vincoli di carità; che non provochino mai divisione, ma unione e comunione - e soprattutto che in esse sia presente il Vescovo con il suo carisma di unità; sia egli il punto di unione tra i suoi sacerdoti in un clima di mutua comprensione ed aiuto.
Poiché non esiste per un Vescovo maggior dolore dell'allontanamento di qualche saeerdote, allo stesso modo non esiste conforto maggiore, né maggiore garanzia di fecondità per il suo ministero, di quella di sentirsi profondamente unito al suo Presbiterio. Sia questa la vostra gioia e quella dei vostri fratelli Vescovi in mezzo alle estenuanti fatiche del ministero.
Per concludere, raccomando alla Madre di Dio, Sede di Sapienza - Nossa Senhora Aparecida - il vostro ministero episcopale e i sacerdoti che sono oggetto della vostra attenzione di Pastori. Alla sua cura materna affido la sollecitudine pastorale che manifestate negli Stati che compongono il Regional Nordeste 2 e, per Sua intercessione, invoco abbondanti favori celesti per tutto il popolo di Dio ivi peregrinante, con un'ampia Benedizione Apostolica.
(Traduzione dallo spagnolo)
Data: 1990-09-17
Lunedi 17 Settembre 1990
Titolo: Il vescovo educatore e guida delle coscienze alla responsabilità
Sua Eminenza, Cari fratelli Vescovi,
1. Sono felice che la vostra visita a Roma ci dia l'opportunità di incontrarci, nello spirito di unità ecclesiastica ed amore che deve sempre essere una caratteristica di coloro che sono chiamati alla missione pastorale nella Chiesa del Signore, come successori degli Apostoli (cfr. LG 20). Come Pastori della Chiesa nelle Filippine, la vostra presenza è un segno della fede apostolica che vive nei cuori di coloro cui, nel Popolo di Dio, è stato affidato il ministero sacerdotale. Nella vostra persona, saluto i Sacerdoti, i religiosi ed il laicato delle vostre Diocesi, affidandoli all'intercessione della Beata Vergine Maria, la cui protezione è stata sempre invocata dai Filippini non solo nelle circostanze drammatiche ma anche in quelle normali del loro pellegrinaggio terrestre.
In quest'occasione vorrei rivolgervi le parole che ho già rivolto ad un precedente gruppo di Vescovi del vostro Paese in visita "ad limina" nell'aprile di questo stesso anno (cfr. 24 aprile 1990). Desideravo puntualizzare che nelle specifiche circostanze della società filippina, che affronta molti e gravi problemi politici, sociali ed economici, voi, i Vescovi, avete lo speciale compito di porre l'accento sulla dimensione morale e religiosa degli interrogativi che riguardano il benessere del vostro popolo. E' vostro compito quello di annunziare la Parola di Dio in tutta la sua purezza e potenza. Siete testimoni di Gesù Cristo e delle verità e dei valori del suo Regno. Per cui spetta a voi il ruolo eminente di guida spirituale e morale che mira soprattutto a educare e stimolare le coscienze dei vostri fratelli cittadini alla responsabilità verso Dio e verso i propri fratelli e sorelle.
Senza una conversione di coscienza verso i Comandamenti di Dio e le verità delle Beatitudini non vi può essere progresso che proceda attraverso le vie della giustizia, della pace e dello sviluppo umano. In particolare, non ci può essere autentica santità cristiana di vita, né un disinteressato aiuto agli altri.
2. Una vita illuminata ed impegnata nella fede da parte del laicato filippino è sempre più urgente quando gli atteggiamenti ed i valori essenziali alla vita cristiana sono minati dalla società materialista, che pensa solo agli aspetti pratici e travolge ogni valore. La famiglia, in particolare, soffre l'attacco di una nuova cultura che parla la lingua del progresso, della liberazione, della modernità, ma che porta con sé i semi di un soggettivismo sociale, morale e religioso che priva molti - specialmente fra i giovani - dei nobili ideali e del senso di responsabilità necessario al retto atteggiamento verso la bontà e la verità. Anche certe tendenze che si stanno insinuando in alcuni settori della società filippina sono in contrasto con i grandi valori della tradizionale cultura filippina. La vostra missione pastorale, perciò, è diretta al cuore della società filippina, cercando di rafforzare la sua coesione con la verità del Vangelo, fonte di vita e conducendola a sempre più elevate vette di nobiltà e di umanità, attraverso una coerenza alle responsabilità morali ed una efficace solidarietà che si manifesti verso tutti, specialmente verso i poveri e i sofferenti.
Il laicato maschile e femminile, in special modo i genitori, gli educatori, tutti coloro che hanno una parte attiva nella vita pubblica e nei mezzi di comunicazione di massa, deve essere aiutato ed incoraggiato negli sforzi tendenti a porre in essere l'insegnamento sociale e morale della Chiesa, affrontando le sfide dell'attuale momento storico nelle Filippine. La Chiesa nel vostro Paese ha il compito di presentare un messaggio di riconciliazione e di sviluppo integrale di suprema validità alla società e di ovviare efficacemente ai bisogni non solo spirituali della gente a cui è stata mandata. Infatti la Chiesa è stata mandata. Questa è la sua natura. Non è un'altra struttura di tipo umanitario, oppure un'organizzazione politica, ma è proprio il "mistero" dell'Amore del Padre incarnatosi in Gesù Cristo e sempre presente attraverso le opere dello Spirito Santo. Di questo "mistero" voi siete ministri e amministratori (cfr. 1Co 4,1 2Co 5,20).
3. La Chiesa è stata mandata ad annunciare la Lieta Novella di redenzione di Cristo a tutte le Nazioni della terra (cfr. Mt 28,19). Nella mia recente Lettera alla V Assemblea Plenaria della Conferenza dei Vescovi dell'Asia ho ricordato che "alla vigilia del Terzo Millennio cristiano è imperativo un impegno sempre maggiore all'evangelizzazione per tutte le Chiese locali in Asia.... Oggi, laici cristiani in numero sempre maggiore desiderano partecipare a questa missione e farlo con impegno ancora più grande.... In conformità al loro specifico ministero, i sacerdoti devono essere particolarmente attivi nella formazione cristiana dei laici, la cui insostituibile vocazione è la santificazione del mondo in tutte le sue realtà temporali" (23 giugno 1990). In questa grande impresa in cui la Chiesa non può abbandonare il suo Divino Signore, i Vescovi hanno un ruolo insostituibile ed una responsabilità principale. Per voi, insieme ai vostri sacerdoti, vale il consiglio espresso nella Lettera sopra menzionata: "così il clero, libero da molti compiti amministrativi intrapresi per venire incontro ad esigenze supplementari, può essere modello di una profonda spiritualità, può rendere testimonianza ai valori trascendenti espressi nella preghiera e nella contemplazione, ed essere sempre più attento alla presenza di Dio nelle vite di coloro che serve" (Ibidem, n. 5).
4. Nella Liturgia delle Ore della 24esima Domenica leggiamo una parte della riflessione di Sant'Agostino sulla propria posizione come membro della Chiesa chiamato alla missione pastorale nei confronti di altri membri della Chiesa stessa: "Io, oltre ad essere un cristiano, e perciò a dover rendere conto della mia vita, sono anche una guida e per questo rendero conto a Dio del mio ministero" (traduzione letterale del Sermone 46, 2). In qualità di Vescovi, il nostro è un servizio di amore fatto di innumerevoli atti di disinteressata dedizione agli altri, di cui stiamo costantemente chiamati a rendere conto dinanzi alle nostre coscienze e al cospetto del Signore del Cielo e della Terra. E' un ministero di sollecitudine per tutti i fratelli e le sorelle di Cristo, in realtà per il mondo intero, dinanzi al quale dobbiamo essere autentici testimoni del Vangelo di Cristo Crocifisso e Risorto. La nostra fiducia e speranza non sia riposta in noi stessi, ma in Colui che ci ha chiamato a questo compito. "E Dio che fa crescere" (cfr. 1Co 3,7).
Cari fratelli, desidero incoraggiarvi nell'amore in Cristo, ad essere guide fedeli, sagge e vigili. Siate certi che ricordero voi e il vostro popolo dinanzi a Dio, come affido il mio ministero alle vostre preghiere. Possa la vostra attuale visita a Roma darvi ulteriore incentivo ed aiuto nelle grandi responsabilità che avete nell'unico Paese in Asia dove la maggioranza del popolo è composta da figli e figlie della Chiesa. Questa è la vostra grazia peculiare ed anche la speciale sfida che dovete affrontare. Ho fiducia che iniziative come L'anno nazionale di catechesi che state celebrando e l'imminente Secondo Concilio Plenario della Chiesa nelle Filippine, costituiranno una speciale grazia per tutti i fedeli, portando una più profonda comprensione del loro essere membri del Corpo di Cristo e una decisione più ferma di prendere parte attiva nella missione della Chiesa. Possa l'abbondante Benedizione di Dio essere con voi tutti.
(Traduzione dall'inglese)
Data: 1990-09-18
Martedi 18 Settembre 1990
GPII 1990 Insegnamenti - Per il XXV della nuova sede del Pontificio Seminario Lombardo in Roma - Castel Gandolfo (Roma)