GPII 1990 Insegnamenti - Alla popolazione raccolta in piazza Castello - Ferrara


1. Sono particolarmente lieto di essere ospite della vostra Città, dove, com'è noto, pure alcuni miei predecessori ebbero la gioia di recarsi e di soggiornare.

Saluto con affetto ciascuno di voi e vi ringrazio per l'accoglienza che mi avete riservato. Esprimo viva gratitudine al signor sindaco per le cortesi parole che mi ha indirizzato a nome dell'intera cittadinanza. Rivolgo un omaggio deferente all'on. Cristofori, sottosegretario della Presidenza del Consiglio, che mi ha portato il saluto del Governo italiano, e a tutte le autorità presenti. Un cordiale pensiero va pure alla comunità ebraica che vive a Ferrara e che proprio nei giorni scorsi ha celebrato la fausta ricorrenza del capodanno, tempo sacro al perdono reciproco e alla riconciliazione.

Sono venuto fra voi, fedeli di Ferrara, quale successore di Pietro, per ripetervi che la Chiesa guarda alla vostra Città con stima e affetto, e per questo attende da essa un particolare contributo per la costruzione di una società più degna dell'uomo e, per ciò stesso, più vicina all'ideale cristiano.


2. La vostra è una Città privilegiata, che, in epoca particolarmente ricca di splendore, si è distinta come uno dei centri più attivi e prestigiosi di cultura umanistica: una cultura, peraltro, aperta ai valori trascendenti e saldamente ancorata alle fonti della vera sapienza.

Di questa eccezionale fioritura restano, tuttora, segni visibili e mirabili in ogni campo dell'attività creativa: dall'architettura alla scultura, dalla pittura alla musica, dalla letteratura all'urbanistica. Si, Ferrara è una delle città italiane più ricche di ricordi storici e di monumenti. Ed è doveroso sottolineare quanto il sentimento religioso abbia efficacemente contribuito a suscitare una così straordinaria manifestazione di talento artistico e di vivacità culturale. In tale contesto è nata anche la vostra Università, voluta dal Papa Bonifacio IX nel 1391, e della quale vi apprestate a celebrare, con la dovuta solennità, il VI centenario di fondazione.

Cari Ferraresi, conservate e arricchite questo vasto patrimonio umano e spirituale! Non tagliate mai i ponti col passato, ma poggiate il vostro avvenire su tali provvidenziali fondamenta. Ogni città, infatti, è come un albero che ogni anno rinnova le fronde e produce frutti abbondanti nella misura in cui le sue radici restano affondate nel buon terreno. Se sradicato, l'albero inaridisce e muore.


3. Ferrara, amata e nobile città, riscopri le tue origini cristiane! Il Vangelo giunse qui fin dai primi secoli. Nel lungo catalogo dei vostri illustri conterranei s'incontrano vescovi noti per santità, come san Maurelio, il beato Alberto Prandoni, il beato Giovanni Tavelli, e per instancabile attività apostolica, quali Giovanni Fontana, il ven. Bonaventura Barberini, il card. Carlo Odescalchi. Espressione di tale rigoglio di vita religiosa è la vostra stupenda cattedrale, con l'inconfondibile facciata, divenuta emblema della stessa città. E segno di fervore religioso sono pure le numerose chiese, le abbazie, dentro e fuori il perimetro cittadino - penso in particolare a Pomposa - i monasteri e i santuari, a cominciare da quelli della Madonna delle Grazie e di Santa Maria in Vado. Voi avete una preziosa eredità spirituale che può costituire motivo d'ispirazione e di vanto per le nuove generazioni, sempre bisognose di linfa spirituale e di alti ideali ai quali riferirsi.


4. Circa 550 anni fa, nel duomo di Ferrara fu inaugurato e tenne la sua fase più costruttiva un Concilio Ecumenico, alla presenza del Papa Eugenio IV e di molti vescovi orientali. Fu il Concilio dell'unione coi fratelli greci, che, se non ottenne sul momento tutti i frutti desiderati, costitui pur sempre un passo importante sulla strada del cammino ecumenico. Da qui è partita una scintilla, che è diventata, nel mondo contemporaneo, fiamma che arde luminosa.

Nuove sfide incalzano nell'ora presente e nuovi traguardi vi attendono.

Irradiate, cari amici, intorno a voi il calore della fraternità e la fiamma della solidarietà. Cementate la vostra attività nella fede in Dio, Padre comune di tutta l'umanità.

Avete alle vostre spalle la testimonianza di un laicato generoso e intraprendente, che, in tempi non meno difficili dei nostri, seppe impegnarsi a fondo per inserire con efficacia il lievito del cristianesimo nella realtà del mondo contemporaneo. Ferrara cattolica ha dato un decisivo contributo di opere e di persone non solo alla Chiesa, ma anche alla società civile a ogni livello.

Uomini e donne, formati alla scuola del Vangelo, hanno mostrato, con la testimonianza della parola e dell'azione, quali vantaggi possa recare anche all'impegno civile l'ispirazione derivante dalla fede. Non c'è giustizia senza pace. Non c'è pace senza amore. E non c'è amore senza Dio.


5. La fede alimenta l'ottimismo, un sentimento di cui scarseggia il mondo occidentale. Pesa attualmente sui Paesi più ricchi la minaccia del declino demografico, poiché la società invecchia e ci sono sempre meno bambini. In questa prospettiva, come si può sperare in un futuro migliore? Ferrara, non assistere indifferente al preoccupante fenomeno del calo costante della tua popolazione! La fede vissuta con coraggio restituirà la necessaria fiducia per vincere ogni timore, ogni tentazione egoistica e aprire i cuori alla generosità. Oggi si perseguono sempre più avanzati successi tecnologici, trascurando talora le irrinunciabili esigenze della morale naturale e divina. Ma un mondo senza Dio può mai essere felice? Non esiste autentico sviluppo senza il rispetto delle leggi di Dio.

Cari Ferraresi, vi auguro che Dio sia sempre al centro della vostra vita! Abbiatelo come sommo punto di riferimento nelle vostre famiglie, nelle vostre associazioni e in tutta la vostra esistenza personale e sociale! Solo così potrete fare della vostra Città il luogo privilegiato dei vostri progetti e delle vostre legittime aspirazioni. Ecco il mio augurio all'inizio di questa visita.

Con questo augurio, che affido all'intercessione della Madonna delle Grazie, tutti di cuore benedico!

Data: 1990-09-22

Sabato 22 Settembre 1990

A imprenditori e sindacalisti in arcivescovado - Ferrara

Titolo: L'impresa deve rispettare il primato dell'uomo sul lavoro e del lavoro stesso sulla tecnica, sul profitto, sul capitale

Egregi signori imprenditori e sindacalisti, carissimi amici di Ferrara Città e Provincia!


1. Per molto tempo, l'agricoltura è stata l'attività prevalente dei lavoratori di queste terre, con produzioni rinomate e molteplici. In questi ultimi anni, tuttavia, Ferrara è grandemente cresciuta anche sul piano industriale, con un notevole potenziale produttivo e di ricerca nei settori meccanico, chimico e agricolo-alimentare. Nel settore commerciale, poi, si è sviluppata una moderna rete distributiva e di servizi alle imprese, mentre si è potenziato l'artigianato.

Si tratta di investimenti veramente cospicui, che danno lavoro a migliaia di persone.

Sono pertanto riconoscente agli organizzatori per questo incontro con voi, imprenditori e sindacalisti, e sono lieto di porgere a tutti il mio cordiale saluto. Il mio deferente pensiero va anche al presidente e agli amministratori della locale Cassa di Risparmio, che, fondata nel 1838 durante il pontificato di Gregorio XVI, si è resa, fino ai nostri giorni, ampiamente benemerita per svariate opere di carità e di impegno civile.


2. La vostra cortese presenza mi offre l'opportunità di esprimervi compiacimento e apprezzamento per quanto avete fatto e avete tuttora in animo di fare a beneficio dell'intera Comunità. Nello stesso tempo, l'incontro mi induce a riflettere con voi sull'importanza e sulla delicatezza dell'attività imprenditoriale in questa nostra epoca in cui spesso la "competizione" tende a prevalere sulla "collaborazione", a tutto svantaggio dell'autentico bene comune.

L'impresa ha oggi bisogno di una professionalità aperta e aggiornata; in altre parole, di una professionalità che sia innanzitutto "qualificata". Come affermano gli esperti, occorre passare da una "professionalità di mestiere" a una "professionalità di processo". Ciò suppone non soltanto una seria competenza nell'ambito dei propri compiti specifici, ma anche una sensibilità culturale, che consenta di rendersi conto prontamente dei progressi tecnologici e di adeguarvisi in modo tempestivo ed efficace.

Si richiede, insomma, una professionalità ricca di qualità operative, ma anche di valori umani, sociali, culturali ed etici, tali da rendere il lavoro produttivo e insieme gratificante.


3. La professionalità nell'impresa, inoltre, deve sempre essere ispirata a una visione "personalista", che abbia a cuore prima di tutto e al di sopra di tutto il "fattore umano". Sono certamente necessarie le analisi preventive, i controlli statistici, le certificazioni tecniche; importante è pure la "filosofia della qualità totale" per il continuo miglioramento del prodotto.

Ma l'impresa deve sentirsi soprattutto impegnata a rispettare il primato dell'uomo sul lavoro e del lavoro stesso sulla tecnica, sul profitto, sul capitale. "Umanizzare" le aziende significa, pertanto, privilegiare la persona umana, eliminando interessi particolaristici, che non di rado vanno a scapito della comunità; significa impostare la soluzione dei problemi alla luce dei valori etici di fondo che permangono perennemente validi. Ciò suppone la ricerca di un dialogo sereno e costruttivo tra imprenditori e dipendenti al fine di prevenire e risolvere conflitti e contrasti che nuocciono, in definitiva, al bene di tutti.

In questa prospettiva già il Papa Paolo VI, nella lettera apostolica "Octogesima Adveniens" (n. 46), scriveva: "L'attività economica, che è necessaria, può essere sorgente di fraternità e segno della Provvidenza se posta al servizio dell'uomo; essa è l'occasione di scambi concreti tra gli uomini, di diritti riconosciuti, di servizi resi, di dignità affermata nel lavoro".


4. Occorre, infine, che la professionalità nell'impresa non escluda un'apertura al "trascendente". Essa, cioè, deve tener conto del destino ultraterreno della persona umana, creata a immagine di Dio e redenta da Cristo. Come già affermava sant'Agostino, profondo conoscitore delle vicende umane, Dio ci ha fatti per lui e il nostro cuore è inquieto e insoddisfatto finché non riposa in lui! Una professionalità legata soltanto agli interessi terreni e al raggiungimento del massimo benessere materiale, rischia di rendere l'uomo schiavo dell'egoismo, in una logorante lotta competitiva; mentre il richiamo alla dimensione eterna del destino umano favorisce la stima reciproca, spinge alla fiducia e alla comprensione, suggerisce opere di carità e di aiuto fraterno, specialmente verso i più deboli e i meno abbienti.


5. Nel documento "La Chiesa italiana e le prospettive del Paese", pubblicato nel 1981, la Conferenza episcopale esortava giustamente la comunità cristiana a "ripartire dagli ultimi, che sono il segno drammatico della crisi attuale", e con essi "riscoprire i valori del bene comune: della tolleranza, della solidarietà, della giustizia sociale, della corresponsabilità". E' un'esortazione che ha valore anche per voi, come per ogni persona di buona volontà.

Vi aiuti il Signore a non cedere alla tentazione dell'egoismo, ma a ispirarvi nella vostra attività a motivazioni superiori, fondate sulle aspirazioni profonde dell'essere umano. Contribuirete, così, in maniera efficace, al suo integrale sviluppo.

Approfondite la fede cristiana e siate sempre più persuasi che solo amando e seguendo il Vangelo si promuove l'autentico progresso della umanità.

Rinnovo agli imprenditori, agli amministratori, ai sindacalisti e a tutti voi qui presenti, il mio fervido augurio, mentre di cuore imparto ad ognuno la mia benedizione!

Data: 1990-09-22

Sabato 22 Settembre 1990

A pescatori, agricoltori e turisti - Abbazia di Pomposa (Ferrara)

Titolo: Attorno a Cristo l'esistenza umana e il mondo intero sono chiamati a raccogliersi in unità e a rinnovarsi

Cari fratelli e sorelle.


1. Con l'invocazione al Redentore, perché conceda a ciascuno la sua chiara luce, vi saluto di vero cuore, mentre auspico per tutti voi giorni sereni e operosi.

Sono grato all'Onnipotente per avermi dato l'opportunità di incontrarvi e vi esprimo il mio affetto di pastore e di fratello. Grazie anche per la festosità con la quale mi avete accolto. Ringrazio di cuore il prof. Vito Saccomandi, ministro dell'Agricoltura, il signor sindaco di Codigoro, il presidente della Provincia ferrarese e i rappresentanti degli agricoltori e dei pescatori per le cortesi espressioni che hanno voluto rivolgermi a nome di tutti voi.

Carissimi, il trovarci qui, nell'Abbazia di Pomposa, dove - fin dal secolo IX - numerose persone vissero insieme, per porsi alla sequela esclusiva di Cristo, mi offre l'occasione per ricordare che ogni cristiano, e anche ognuno di voi, è chiamato a ripercorrere le tracce del Figlio di Dio.

Il lavoro ascetico e quello materiale dei monaci fu, infatti, sempre in funzione della crescita religiosa e umana anche delle popolazioni di questa zona.

E la bellezza artistica dell'Abbazia esprime la verità, la libertà e la dignità dell'uomo che lavora cristianamente.

Qui ci è dato di constatare con chiarezza che il "lavoro non deve essere una pura necessità, ma deve essere considerato come autentica vocazione, una chiamata di Dio a costruire un mondo nuovo, nel quale coabitano la giustizia, la fratellanza, anticipo del regno di Dio, nel quale non vi saranno né carenze né limitazioni".


2. Alcuni fra voi potrebbero chiedersi come sia possibile rendersi conto del dono sublime che è la vocazione a figli del Signore onnipotente. Molte sono le difficoltà, che l'uomo incontra nel riconoscere il disegno di Dio nella propria vita. Oltre l'amor proprio, che lo spinge a rinchiudersi in se stesso, fanno spesso da ostacolo le condizioni della vita sociale, frequentemente concepita e strutturata prescindendo da Dio, il quale - purtroppo - viene considerato da tanti come estraneo agli interessi autenticamente umani.

Eppure Cristo, che ha chiamato il santo abate Guido, san Pier Damiani, Guido d'Arezzo e i molti altri monaci, il nome dei quali non è a noi noto, rivolge ugualmente a voi il suo invito, perché nel vostro contesto di vita quotidiana e lavorativa possiate accogliere il suo invito a seguirlo.

Ci si potrebbe allora domandare: "Quale forma deve prendere la vocazione del fedele laico, che vive e opera nel mondo?". Configurato a Cristo mediante il Battesimo, ogni credente è testimone della misericordia divina, che, come ha rigenerato noi, mediante noi ricrea ogni cosa, associandoci al disegno di "ricapitolare in Gesù tutte le cose" (Ep 1,10).

In questa "nuova creazione" il cristiano è chiamato a lavorare con "il Verbo della vita" (1Jn 1,1). Nella condizione laicale che gli è propria, egli si pone con tenacia al proprio posto di lavoro, in terra o per mare, consapevole che, quanto sta compiendo, non è solamente cooperazione, ma unione con Cristo nella sua opera redentiva (cfr. GS 67).


3. La fede è dono e il credente, riconoscendo Dio come Padre, raggiunge la pienezza della propria umanità: egli, allora, sa vivere e morire, sa sperare, sa amare, diffondendo attorno a sé la serenità e la pace. Contribuisce, così, alla costruzione della nuova terra e dei nuovi cieli (1P 3,13).

Vi esorto, fratelli e sorelle carissimi, a non porre resistenze a Cristo, a non rifiutare il Verbo che si è fatto carne. Accoglietelo piuttosto senza riserve, perché attorno a lui tutta l'esistenza umana e il mondo intero sono chiamati a raccogliersi in unità e a rinnovarsi.

L'Abbazia, nella quale ci troviamo, mostra, nella sua storia, come questo sia possibile. Il monaco, infatti - ben sapendo che la dipendenza religiosa da Dio non porta alla morte, ma realizza la vita nella sua pienezza - a lui si consacra in modo esclusivo. Nel ritmo scandito dall'"Ora et labora", egli loda il Signore e indica al mondo verso Chi ciascuno di noi deve volgere costantemente lo sguardo e la mente. Segue il Cristo nella povertà, nell'obbedienza e nella consacrazione verginale; a lui si offre in modo totale e definitivo. Anche il fedele laico vive di Cristo se con lui si intrattiene nella preghiera, se lo incontra nei sacramenti e se gli manifesta il proprio amore con l'osservanza dei comandamenti.

L'orazione, personale e liturgica, e l'impegno morale sono intimamente connessi all'amicizia con il Redentore e al compito apostolico, missionario che ne consegue.

Cari fratelli, sentitevi sempre in profonda comunione con quanti nei monasteri incessantemente lodano il Signore e, sostenuti anche dalla loro preghiera, portate frutti di santità con una condotta di vita irreprensibile in ogni momento della vostra esistenza.


4. Questa solidarietà spirituale dimostra che il lavoro e il tempo dedicato esclusivamente a Dio non si contrappongono, ma si integrano, come possiamo ben vedere già nell'"Ora et labora" dei monaci di san Benedetto. La devozione a Dio (l'"ora") fonda la dedizione autentica (il "labora") agli uomini e alla terra, che è loro dimora.

In qualsiasi settore si svolge la vostra attività, voi siete chiamati sempre ad essere testimoni ed evangelizzatori, vale a dire a rendere visibile il Cristo, che "è stato rappresentato al vivo dinanzi a voi" (cfr. Ga 3,1). Il lavoro sgorga dalla preghiera, come la carità fluisce dalla fede. L'aderire a Cristo e l'abbandonarsi fiducioso nelle sue mani generano una totale disponibilità alla volontà divina.

Inoltre il lavoro, pur faticoso, quando è compiuto in stretta unione con Cristo, fa amare la vita non più vista come sorgente di inquietudini, ma come palestra di virtù che forma alla serenità e alla pace.


5. Fratelli e sorelle, vi invito, infine, a offrire il vostro generoso apporto alla nuova evangelizzazione, di cui tanto ha bisogno la società contemporanea e a operare attivamente per la diffusione del Vangelo nei vostri ambienti di lavoro.

Portate a tutti quella speranza e quella solidarietà cui ogni uomo incessantemente anela e che solo in Cristo è possibile trovare. Nutritevi, sempre, di Dio e di un amore concreto che parli di lui a quanti incontrate. Affido ciascuno alla Vergine Maria perché sappiate come lei ascoltare, accogliere e custodire il Verbo fatto carne.

La consapevolezza della materna presenza della Madre di Dio, sia per voi e per le vostre famiglie quotidiano conforto e stimolo a ben operare.

Ancora una volta vi ringrazio per questo invito, per questo incontro molto suggestivo. Qui sono sempre presenti con la loro ispirazione i monaci benedettini che ci hanno lasciato il santuario. Ma qui, nello stesso tempo, durante i secoli, ha vissuto e vive una popolazione che, di generazione in generazione, si distingue soprattutto per il lavoro agricolo e per la pesca. Tutto ciò costituisce una sintesi speciale, direi evangelica. Sappiamo bene come nel Vangelo siano presenti coloro che lavorano la terra così come i pescatori, persone predilette da Gesù, trasformate in apostoli.

Oggi il Papa, il successore di Pietro, che era uno di questi pescatori, viene per dire a voi pescatori e a voi lavoratori della terra: siete chiamati a essere apostoli, non cambiando la vostra professione e le condizioni della vostra vita, ma seguendo Cristo, secondo le parole semplici e profetiche dell'Abbazia benedettina, di san Benedetto: "Ora et labora". Ecco il vostro metodo nell'apostolato, il più semplice e il più efficace. Vi auguro che questo "Ora et labora" diventi per voi programma quotidiano e, nonostante tutte le difficoltà della vita agricola e di quella del mare, vi renda anche sereni, felici e portatori del bene verso gli altri.

Data: 1990-09-22

Sabato 22 Settembre 1990

Alla popolazione davanti la concattedrale - Comacchio (Ferrara)

Titolo: Lo sviluppo non perda la sua dimensione umana

Signor sindaco, cari fratelli e sorelle!


1. Sono lieto di incontrarvi in occasione della mia visita pastorale a questa diocesi. Saluto di cuore ognuno di voi. Saluto il vostro carissimo e zelante arcivescovo, che conosco e apprezzo da molto tempo, quando era segretario generale della Conferenza episcopale italiana. Ringrazio il signor sindaco per le calorose parole di benvenuto, che ha voluto gentilmente indirizzarmi, a nome di tutta la popolazione. Rivolgo un particolare pensiero a voi, qui presenti, e a quanti mi ascoltano. Abbraccio spiritualmente tutti gli abitanti di Comacchio e di queste valli, che con il loro incantevole panorama fanno della vostra zona un'oasi di verde e di pace.

La vostra è una terra che, nonostante le difficili vicende storiche e le stesse calamità naturali, ha saputo attraverso i secoli, per la tenacia della propria gente, non perdere la sua identità ambientale. Ne è uscita anzi più definita e più bella. Questo è uno dei luoghi, rari nel nostro tempo di indiscriminata espansione industriale, dove l'intervento della tecnica ha rispettato il volto della natura, creando condizioni adatte perché lo sviluppo non perda la sua dimensione umana.


2. Di simile paesaggio, caratterizzato da spiagge marine, da varietà di vegetazione, da fauna di terra, di aria e di acqua, dove spesso riesce difficile definire i confini stessi dei vari elementi, sembra a prima vista che il naturale costruttore sia stato il gran fiume, sempre pronto a sconfinare, a far capricci, e talvolta a cambiare perfino corso. Migliaia di ettari di terra sono stati contesi, ora perduti e ora riacquistati, in una gara secolare tra mare, fiumi e uomo.

Ma oggi possiamo giustamente affermare che ha vinto l'uomo. così, il vostro litorale, una volta ricoperto di boschi, è ora tutto punteggiato di tranquille località di villeggiatura. Le pietre, sapientemente collocate per porre argine all'invasione delle acque, gli edifici civili e religiosi, con strade e sentieri collegati da ponti, fanno della vostra ridente cittadina, con le sue isole e il labirinto dei suoi canali, un esempio dell'umana ingegnosa operosità.

In realtà, il più valido artefice di questo singolare luogo, che qualcuno ha chiamato "il paese dell'acqua", è stato l'uomo, che è riuscito, col suo coraggio e la sua fede, ad avere la meglio, non incrociando mai le braccia di fronte ai fenomeni avversi.


3. Cari fratelli e sorelle, venendo in mezzo a voi, il mio pensiero si rifà con insistenza alla stupenda pagina della Genesi che, riletta in questa singolare circostanza, assume un valore di straordinaria attualità. Dopo aver creato il mondo, Dio, benedicendo il primo uomo e la prima donna, disse: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogate e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra" (Gn 1,28).

Le parole del Libro sacro trovano qui una loro suggestiva applicazione.

Dio creatore plasmo l'uomo a propria immagine e somiglianza, affidandogli il compito di custodire e coltivare la terra e di dominare sui pesci del mare, oltre che sugli uccelli del cielo e sugli animali della terra. E' quanto l'uomo ha fatto nel corso dei secoli in questo angolo privilegiato della penisola, affrontando a volte immani fatiche. Non sono mancati i momenti nei quali anche gli uomini di queste valli hanno avvertito tutto il peso dell'antica sentenza: "Col sudore del tuo volto mangerai il pane" (Gn 3,19). Ma anche quando il confronto con la natura s'è rivelato penoso e duro, il lavoro non ha cessato di essere un bene per l'uomo, perché gli ha consentito non solo di trasformare l'ambiente adattandolo alle proprie necessità, ma anche di realizzare se stesso come uomo, di divenire, in certo senso, più uomo (LE 9).

L'attività lavorativa chiama ciascuno a partecipare all'opera della creazione, impegnandone non solo il fisico, ma anche lo spirito. Sant'Agostino ripeteva: "Considero la terra e vedo che essa è stata creata. E' grande la bellezza della terra, ma ha un Creatore. Vedo la grandezza del mare che ci circonda, me ne stupisco, l'ammiro, ma cerco il Creatore. Alzo gli occhi al cielo, ammiro la bellezza delle stelle, lo splendore del sole, vedo la luna: sono meravigliosi tutti quanti: li ammiro, li esalto, ma ho sete di colui che li ha creati" (S. Agostino, "Comm. in Ps. 41"). E' Dio, dunque, il primo artefice di tutto. E' lui che noi cerchiamo anche quando ci sforziamo di costruire un mondo più bello: lui, Verità immutabile ed Essere cui nulla fa difetto. Il mondo visibile, mutevole e limitato, non può rispondere totalmente alle attese della mente e del cuore umano.

E' con queste interiori disposizioni che occorre affrontare la propria fatica quotidiana. Chi lavora con un simile atteggiamento, entra in una sorta di dialogo con Dio, che ben può qualificarsi preghiera. La sua attività diventa vera collaborazione col Creatore nel far progredire l'universo verso una perfezione sempre maggiore. Al termine della propria fatica quotidiana l'uomo, asciugandosi il sudore della fronte, può allora condividere la soddisfazione di Dio, dopo ogni giorno della creazione, per aver fatto "una cosa buona" (Gn 1,10 Gn 1, ).


4. Cari fratelli e sorelle, vi sostenga in quest'impegno e vi accompagni, ogni giorno della vostra esistenza, la Vergine Madre, la più alta collaboratrice di Dio. Voi la venerate con filiale devozione e l'invocate, come vostra patrona, nel santuario di Santa Maria in Aula Regia congiunto alla città da un lungo porticato.

La chiamate anche, in modo assai significativo, "Madonna del popolo", a indicare il profondo rapporto che c'è tra la gente di Comacchio e Colei che ha dato al mondo il Salvatore. Sono particolarmente lieto di associarmi a voi nel celebrare oggi la sua festa. Con voi la invoco e per tutti imploro la sua protezione.

Santa Maria in Aula Regia sia al fianco di ciascuno e vegli materna sull'intera vostra Comunità.

Vorrei aggiungere ancora una parola di ringraziamento speciale. Dalle parole del vostro signor sindaco abbiamo appreso che tra quelli che sono venerati in Polonia come "cinque frati" protomartiri monaci, vi erano anche due rappresentanti della vostra terra. Era all'inizio della storia della mia Patria, nei primi anni di questo millennio. Vorrei ringraziare per questo dono spirituale che ci unisce attraverso tanti secoli, ci unisce nel mistero della Chiesa, ci unisce nel mistero di Cristo. Grazie di cuore a nome della mia Patria, dei miei compatrioti, della Chiesa in Polonia.

Data: 1990-09-22

Sabato 22 Settembre 1990

Ai malati e al personale dell'arcispedale Sant'Anna - Ferrara

Titolo: Costante attenzione alla sofferenza e al settore dell'assistenza

Carissimi fratelli e sorelle dell'arcispedale Sant'Anna di Ferrara!


1. Con viva gioia sono oggi tra voi per un incontro che ha un suo particolare rilievo nel corso di questa visita pastorale. A tutti rivolgo il mio cordiale saluto. Sono grato al signor presidente dell'Unità Sanitaria Locale e al signor direttore dell'Ospedale per le nobili parole con cui hanno interpretato i comuni sentimenti e hanno espresso gli alti valori a cui s'ispira l'azione di quanti prestano il loro servizio in questo centro di cura.

Uno speciale saluto desidero rivolgere ai degenti che qui trovano accoglienza, con l'augurio che la mia venuta tra loro rechi a ciascuno conforto e sollievo. Per questo voglio ringraziare di tutto cuore per le parole pronunciate da uno di voi, da uno di questi sofferenti degenti in questa Clinica.

Sono qui anche per benedire la prima pietra del nuovo ospedale. E' spontaneo, in una circostanza come questa, riandare col pensiero all'origine di questa insigne opera ferrarese. Com'è noto, l'arcispedale di Sant'Anna venne fondato dal beato vescovo Giovanni Tavelli da Tossignano, il quale, autorizzato dal mio predecessore Eugenio IV, fuse insieme vari piccoli ospizi, creando "unum hospitale notabile et insigne" strutturato secondo il modello di Santa Maria Nuova di Firenze. La neonata istituzione venne affidata con diritto di giuspatronato al Comune di Ferrara, sottoponendone la gestione al governo di un priore, che era di norma un ecclesiastico.

Nella bolla di erezione dell'8 ottobre 1440, si statuivano, con sollecita premura, molteplici clausole a garanzia non soltanto del conveniente trattamento sanitario dei degenti, ma anche della loro cura spirituale, senza dimenticare peraltro quanti vi prestavano gratuita opera di assistenza.


2. In questa vostra Città, cari fratelli e sorelle, avete dunque una testimonianza eloquente della costante attenzione che la comunità cristiana ha riservato e riserva al grande problema della sofferenza umana e al vasto settore dell'assistenza, così complesso e importante. La Chiesa, che nella sollecitudine del Redentore verso i malati vede l'esempio normativo della propria condotta, ha sempre guardato con speciale interesse all'uomo provato dal dolore (cfr. "Salvifici Doloris", 3). Di questo interesse sollecito e attento la mia presenza tra voi, carissimi, vuol essere ulteriore manifestazione e conferma.

Al tempo stesso, io desidero annunciare ancora una volta le fondamentali verità della fede, da cui tanta luce si riversa sul buio che avvolge il mistero del dolore umano. Gesù ha voluto patire per la salvezza dell'umanità. "Le sofferenze di nostro Signore - scrive un antico autore cristiano - sono le nostre medicine" (Teodoreto di Ciro, "Trattato sull'Incarnazione", 28).

Siamo pertanto invitati ad avvicinarci sempre di più al Crocifisso, a capirlo, ad amarlo e a condividerne il mistero. Dalla meditazione della passione del Figlio di Dio noi attingiamo la forza per trasformare il peso pur grave della malattia, specialmente quando essa obbliga a prolungate degenze, in un'oblazione santificante per la Chiesa e per la stessa umanità.

Vi sono vicino, cari ammalati, con la mia preghiera e auspico che l'aiuto dell'Altissimo vi sostenga in questo tempo di prova. Vi auguro di tutto cuore che possiate presto guarire, e tornare così alle vostre case e tra i vostri familiari.


3. Il mio pensiero va poi a quanti prestano la loro opera per la cura e il sollievo dei degenti: ammiro, cari fratelli e sorelle, la vostra dedizione, e vi sono grato per quanto fate a favore dei pazienti a voi affidati.

Invoco, inoltre, il Signore affinché la vostra instancabile attività, sempre sostenuta da generosa disponibilità, sia coronata da frutti consolanti. Il compito che siete chiamati a svolgere in questo ospedale è una missione a servizio dell'uomo. Vostro modello sia il buon samaritano: il medico, l'infermiere, l'operatore sanitario e il volontario sono chiamati a imitare il gesto del generoso soccorritore, tratteggiato nella parabola evangelica, e a porsi, come lui, al fianco di chi soffre.

L'insegnamento di Gesù vi illumini nel vostro quotidiano impegno e vi stimoli ad agire sempre con la dovuta preparazione scientifica e con detta coscienza per servire la vita che è sacra, e la cui difesa, dal suo nascere fino alla morte naturale, forma il vanto della vera scienza medica.

Davanti ai vostri occhi e nelle vostre mani voi avete una persona con la sua dignità e i suoi diritti: essa porta scolpita in sé l'immagine di Dio Creatore. E' precisamente in questo riferimento al trascendente Principio di ogni essere umano che trova il suo fondamento ultimo il dovere di soccorrere il prossimo senza distinzione di razza, di lingua, di convinzione politica, di religione. Il rapporto malato-medico diventa, in tal modo, sempre più un incontro tra due fratelli "tra una "fiducia" e una "coscienza"").

Sia dunque il vostro lavoro costante testimonianza di alta capacità professionale e di generosa dedizione a servizio dell'uomo.


4. In questa circostanza, così singolare e significativa, sono lieto di benedire la prima pietra del futuro Ospedale, che l'amministrazione civica e gli enti pubblici hanno deciso di costruire a beneficio non solo della Città, ma dell'intera Provincia di Ferrara. Auspico che questa nuova struttura sanitaria sia all'avanguardia non solo per la sua perfetta organizzazione, ma anche, e soprattutto, per i rapporti di reciproca carità che si instaureranno al suo interno.

Invocando l'intercessione di Maria, "Salus infirmorum", vi imparto di cuore la benedizione apostolica, che estendo a tutti i vostri cari.

(Dopo la benedizione della prima pietra:) Vorrei ancora ringraziare tutti i miei fratelli presbiteri diocesani e religiosi, soprattutto i fratelli Cappuccini, per la loro opera pastorale di grandissima importanza che svolgono qui, in questo Ospedale, e dappertutto, nella città, nella diocesi di Ferrara, accanto ai sofferenti. Grazie di cuore.

Data: 1990-09-23

Domenica 23 Settembre 1990


GPII 1990 Insegnamenti - Alla popolazione raccolta in piazza Castello - Ferrara