GPII 1990 Insegnamenti - Ai giovani in piazza Ariostea - Ferrara

Ai giovani in piazza Ariostea - Ferrara

Titolo: Chiamati a essere intrepidi apostoli del prossimo millennio

Carissimi giovani di Ferrara.


1. Grazie innanzitutto per la vostra calorosa accoglienza. Vi abbraccio tutti con affetto e saluto, in particolare, il vostro pastore, mons. Luigi Maverna che ringrazio per le sue cordiali parole. Si, sono veramente felice d'incontrarvi, perché in voi sento la freschezza della fede e perché voi siete la speranza della Chiesa.

Abbiamo letto con interesse le risposte alle domande di un questionario diffuso nelle scuole medie superiori della vostra città in preparazione a questa mia visita pastorale. Ho ascoltato poc'anzi con attenzione quanto i vostri rappresentanti hanno detto a vostro nome.

"Lo Spirito del Signore è sopra di me; / per questo mi ha consacrato con l'unzione, / e mi ha mandato per annunziare ai poveri / un lieto messaggio" (Lc 4,16-21). Con la proclamazione di queste parole di Gesù rivolte a ciascuno in particolare si è aperto il nostro incontro. Si, Gesù guarda a voi e con amore vi invia a proclamare il suo "lieto messaggio" che è liberazione per i prigionieri, luce per chi è nelle tenebre e libertà per chi è oppresso da ogni genere di schiavitù. "Oggi - prosegue il brano del Vangelo - si è adempiuta questa Scrittura".

Siate sempre consci della fiducia che il Signore ha riposto su di voi.

La vostra diocesi è impegnata in un serio cammino di conversione e di evangelizzazione nella prospettiva del terzo millennio cristiano. Essa attende il vostro apporto e vi affida, in particolare, il compito di evangelizzare i giovani, vostri coetanei.

"Andate anche voi nella mia vigna" (Mt 20,4). così abbiamo ascoltato nella pagina evangelica di questa domenica. Le parole del Signore si rivolgono a tutti i credenti, ma in particolare sono dirette a voi che avvertite l'urgenza di portare l'annuncio della salvezza negli ambienti nei quali vivete: a scuola, nel lavoro, in famiglia, tra i vostri amici, tra tutti i ragazzi e le ragazze di Ferrara.


2. Nel variegato mondo giovanile della vostra Città - come voi stessi osservate - emergono interrogativi su quale senso abbia l'appartenere alla comunità ecclesiale. Voi siete consapevoli che la scarsa attenzione alla problematica religiosa e una certa distanza nei confronti della Chiesa istituzionale costituiscono un ostacolo serio all'opera di evangelizzazione. E vi chiedete: "Come essere evangelizzatori tra i giovani? Quale stile di vita assumere per essere veramente credibili e annunciare sul serio il Vangelo? Su quali valori morali puntare per essere decisi e forti in situazioni di crisi e di superficialità?".

Cari amici riscoprite, innanzitutto, la gioia della vocazione cristiana.

Lo Spirito del Signore è su di voi. La fede è un dono che Iddio vi ha elargito gratuitamente. E' fiamma che lo Spirito ha acceso in voi il giorno del vostro battesimo. Essa, soltanto essa, può illuminare e dar senso compiutamente alla vita. Troppo spesso, invece, questa luce è sommersa dai mille richiami fallaci delle varie culture di morte che vi minacciano; troppo spesso il progresso materiale, mentre soddisfa le esigenze del corpo, lascia insoddisfatta la sete di infinito dello spirito; troppo spesso l'indifferenza e l'appiattimento morale, l'egoismo e il peccato spengono del tutto questo fuoco misterioso di santità. E allora si brancola nel buio, circondati dal gelo della solitudine che niente e nessuno riesce a colmare.

Diventa allora possibile che dei giovani, apparentemente senza problemi, siano stanchi di vivere e scelgano volontariamente la morte. Come rispondere a queste sfide? La Chiesa, depositaria della Parola di verità, vi addita le strade che conducono alla pienezza della gioia. E' Cristo il Signore della vostra esistenza. Solo su di lui, quale solida roccia, potete costruire il vostro futuro.

Come già ho ripetuto ad altri vostri coetanei nel corso dei miei viaggi apostolici attraverso il mondo, oggi dico anche a voi: "Andate a lui e non abbiate paura di lasciarvi prendere dal suo amore". Non esiste altro segreto di vera riuscita, non c'è vera pace senza di lui. Siate, perciò, coraggiosi nel cercarlo e pazienti nel seguirlo.


3. La fede è soprattutto un incontro: incontro di Cristo con ciascuno di voi. Egli è al vostro fianco, come amico silenzioso, quando cercate con insistenza risposte valide ai vostri inquietanti interrogativi esistenziali. Non vi abbandona nelle situazioni di smarrimento e di prova. Fa sentire la sua parola, si rende presente e operante nei segni sacramentali: chiama e attende una risposta. Carissimi giovani, cercate Cristo, cercate questo Maestro con passione, cercatelo al disopra di tutto e di tutti. Sperimenterete, allora, quanto sia vera la confessione dell'apostolo Paolo: "Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno" (Ph 1,21). Si tratta di un'esperienza religiosa profonda, misteriosa che da incontro diventa cammino di conversione e di radicale adesione al Vangelo.

Questo incontro con Cristo è un cammino di conversione.

Non vi sembri impossibile questo percorso spirituale! Non crediate che sia riservato solo a pochi prescelti. No, l'invito del Redentore è per tutti, è per ciascuno di voi.

Seguire Gesù richiede certamente coraggio e perseveranza; esige cambiamento di mentalità e rinuncia allo spirito del mondo. E' scelta chiara dei valori spirituali immutabili e ciò non pare facile, non è mai facile, ma non è impossibile. Ma voi, giovani, non potete non amare ciò che è esigente. Siete infatti chiamati a essere gli intrepidi testimoni della verità del Vangelo di Cristo nel prossimo millennio, nella prospettiva del terzo millennio.


4. Alzate lo sguardo e allargate gli orizzonti della vostra osservazione. Eventi sorprendenti stanno cambiando il volto della storia; speranze di pace s'intrecciano a minacce di distruzione e di violenza. Si avverte ineluttabile il bisogno di un impegno concreto per la giustizia e la solidarietà. Questa sete di un nuovo ordine morale diventa dimensione costruttiva della sensibilità e della spiritualità dei giovani di tutti i continenti.

Solo se vi sentite protagonisti di un vasto disegno di rinnovamento e di pace, troverete la forza per affrontare i problemi di ogni giorno, risolvendoli alla luce dei grandi ideali, sorretti dai valori dello spirito che vi permetteranno di costruire un mondo nuovo, una nuova umanità. Prendete sul serio la vostra missione di cristiani e di cittadini! Il Signore, che vi ha scelti, non vi farà mancare il suo sostegno poiché fedele per sempre è il suo amore.


5. La vocazione del cristiano, come voi ben sapete, è quella di essere "sale della terra" (Mt 5,15). La vita, quando si ispira al Vangelo, diventa necessariamente fermento di novità.

Giovani di questa splendida città di Ferrara, date sapore cristiano a tutto ciò che fate! Per rispondere in modo adeguato alle sfide del mondo moderno è opportuno anche che valorizziate al massimo le strutture ecclesiali e gli strumenti che vi sono offerti per la vostra formazione spirituale e apostolica.

Nella varietà dei gruppi e delle molteplici associazioni, parrocchiali e diocesane, potete meglio esprimere la ricchezza dei carismi che lo Spirito suscita nella Chiesa, in ciascuno di voi. Vorrei ricordare in particolare l'Azione cattolica. Come in passato tale associazione, in stretto rapporto con la Gerarchia, ha preparato laici competenti e cristianamente impegnati, così anche oggi continui a svolgere un ruolo d'incisiva azione missionaria all'interno della società.

Mentre attorno a voi franano le ideologie legate a progetti storici limitati e passano le mode, voi non potete non avvertire anche l'inadeguatezza della civiltà dei consumi che privilegia l'avere sull'essere. Fate vostra, allora, la sete di "essere", di "essere più" non solamente "avere più". Subordinatamente si deve avere, ma per "essere più". E questo è un sentimento dei santi, il segreto dei santi. Essi volevano "essere più", un'esistenza più piena, radicata - attraverso l'opera dello Spirito Santo - in Dio, radicata in Cristo. "Essere più" in Cristo, un'esistenza in Cristo. E così possiamo fare anche noi nostra la sete d'infinito che ha alimentato la fedeltà dei santi. Riuscirete, così, a dare risposte nuove a problemi nuovi, senza mai perdere la fiducia in voi stessi.

Nessuno vi potrà espropriare della vostra personalità, né voi cederete alle lusinghe dei paradisi artificiali della droga, dell'evasione effimera e del facile successo.

Dovete ricordare, pero, che tutto ciò non si realizza in un giorno, né può essere frutto di entusiasmo momentaneo. La strada resta sempre faticosa, ma, se confiderete nel Cristo, non verranno mai meno le forze. E anche si comincia ad amare la fatica. "Ubi amatur - diceva sant'Agostino - iam non laboratur et si laboratur etiam labor amatur": "Dove c'è l'amore non si sente la fatica e anche quando c'è la fatica si ama questa fatica". Era grande Ariosto di Ferrara, che arrivava a dire che era molto più grande sant'Agostino di Ippona.


6. Il vostro incontro con Gesù sia, al di sopra di tutto, un ascolto profondo nel silenzio della preghiera; diventi intimità di vita con lui, l'amico vero che mai vi abbandona. Il profeta Isaia, nella liturgia della odierna domenica, ci ha rivolto quest'invito: "Cercate il Signore mentre si fa trovare, invocatelo mentre è vicino" (Is 56,6). E' invito e appello pressante. Il brano evangelico, proclamato in apertura, ci ha ricordato che "oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (Lc 4,21). Cristo lo diceva a Nazaret quando era arrivato sui trent'anni. Noi lo ripetiamo oggi 23 settembre 1990 e questo che era attuale, valido allora è attuale e valido adesso. Che cosa vuol dire questo quest'oggi? Vuol dire che Gesù vi attende.

Giovani amici di Ferrara, Gesù vi attende, apritegli le porte del vostro cuore. Egli vi conosce e vi ama. Vi ama. E sono verissime queste parole del grande Agostino anche in riferimento a Gesù, soprattutto in riferimento a lui: "Ubi amatur iam non laboratur". Egli quasi non sente la sua fatica continua, fatica della sua croce, perché la ama. "Et si laboratur etiam labor amatur". Ama la sua croce, ama questa fatica perché questo è il suo amore, il suo amore per noi.

Allora Gesù vi conosce. Questo Crocifisso, questo Risorto, vi conosce e vi ama.

Gesù Eucaristico vi conosce, vi ama, vi aspetta.

Per essere vicini a Cristo guardate a Maria, la sua Madre, guardate a lei. Questo ci ha lasciato Gesù nel suo testamento sul Golgota. "Ecco la tua Madre. Ecco il tuo figlio". Guardate a lei, Maria ci avvicina a Gesù. E' una cosa quasi organica, è una cosa connaturale. E' lei che ha conosciuto Cristo più di tutti. L'ha conosciuto come la madre conosce il figlio. L'ha conosciuto dal momento del suo concepimento fino al momento della sua croce, della sua morte sul Golgota. L'ha conosciuto. Ha camminato sempre con lui e cammina sempre con lui e ci precede come dice il Concilio.

Allora cercate Gesù con Maria, attraverso la sua materna vicinanza e attraverso la vostra filiale fiducia verso di lei. Allora vi lascio queste parole, poche e povere, come un seme, sperando che questo seme possa crescere, possa fruttificare non per la forza dell'espressività di queste parole, ma per la grazia di Dio.

Per concludere vorrei offrirvi una benedizione come segno della nostra speranza, della nostra partecipazione al mistero infinito di Dio che è uno nella Trinità.

Data: 1990-09-23

Domenica 23 Settembre 1990

Al clero presso la tomba di don Minzoni - Argenta (Ferrara)

Titolo: Sull'esempio di don Minzoni e dei suoi confratelli chiedete solo la libertà di amare nella misura di Dio

Signor presidente della Repubblica italiana, la ringrazio per la sua presenza.

Ringrazio e saluto tutte le autorità civili e militari, venerati fratelli nell'episcopato e nel sacerdozio, carissimi fratelli e sorelle!


1. A voi il mio saluto deferente e cordiale. Ho desiderato questo incontro che si pone in una cornice tanto particolare, perché volevo esprimervi il mio apprezzamento per le molte cose belle che ho incontrato visitando le Chiese dell'Emilia-Romagna. Mi premeva in special modo parteciparvi la mia soddisfazione per l'intensità della fede e la robusta vitalità delle opere che ho potuto rilevare in larghi strati della popolazione. Mi ha colpito in essa, tra le altre cose, una sorta di fierezza, che mi è sembrato di leggere sul volto dei fedeli di queste vostre Chiese tanto provate: la fierezza di chi è consapevole del prezzo che la coerenza con la propria scelta di fede può comportare. Si direbbe che le lunghe e dure prove sostenute abbiano acuito nei figli della Chiesa, che qui vivono e operano, il senso della "sfida" portata da Gesù sulla terra con l'annuncio del Vangelo: "Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada" (Mt 10,34).

In questa prospettiva acquista tutto il suo significato questo nostro incontrarci presso la tomba di un sacerdote, don Giovanni Minzoni, che nell'esercizio del ministero ha versato il suo sangue. Nel rendere a lui omaggio, noi intendiamo fare memoria dei tanti suoi confratelli che hanno sacrificato la loro vita per la fedeltà alla missione di pastori di anime.

Sono essi il messaggio più eloquente che la generazione cristiana di ieri consegna a quella di oggi. Noi siamo qui per ascoltarli con l'umiltà e lo stupore dei primi cristiani, che vedevano nel rinnovarsi del dono della vita da parte di loro fratelli e sorelle nella fede un messaggio del Cristo risorto alla sua Chiesa, impegnata a testimoniarlo davanti agli uomini di ogni tempo.

Il punto dove il testimone di Cristo era caduto diveniva così il luogo della "confessione" della fede di tutta la Chiesa. Li si celebrava l'Eucaristia con l'altare posto sopra le sue reliquie, quasi a fare un corpo unico, sacrificato in due tempi, ma offerto sempre insieme "come ostia vivente, santa, gradita a Dio" (Rm 12,1).


2. A dieci passi da qui c'è il punto preciso dove don Minzoni è caduto bagnando di sangue i sassi della strada. Argenta stasera diventa quasi il luogo della "confessione" corale di quel corteo di sacerdoti che, come don Minzoni, sono caduti nell'esercizio generoso del loro ministero. Che cosa "confessano" questi moderni testimoni della fede? Essi dicono che a spingerli a preferire la morte anticipata, piuttosto che l'infedeltà al mandato pastorale, è stato un amore più grande di loro: lo stesso amore assoluto con cui Dio li aveva amati. E' stato Dio a incominciare per primo questa gara di amore, sacrificando il Figlio suo Gesù Cristo; essi si sono limitati a seguirlo).

In questa confessione - espressa non parlando, ma morendo - sta il valore della loro testimonianza. Nella loro vicenda si ripropone al nostro sguardo tutto il mistero cristiano, con l'intatta purezza, la serietà, la potenza delle origini. Proprio per questo, sono essi il messaggio adatto per una comunità cristiana che si chiede come affrontare il nuovo millennio che è ormai alle porte.

Perché, dunque, non partire dalla loro testimonianza per la nuova evangelizzazione, che i tempi esigono ormai con urgenza?


3. Ma proviamoci a penetrare in quel segreto più intimo del testimone della fede, che è il momento della decisione definitiva. Sono le ultime confidenze di don Minzoni a un prete suo consigliere, pochi giorni prima della morte: "Mi fanno colpa dell'influenza spirituale che ho nel paese... ma che debbo farci se il paese mi vuole bene? Come un giorno per la salvezza della patria offersi la mia giovane vita, felice se a qualche cosa potesse giovare, oggi mi accorgo che battaglia più aspra mi attende: ci prepariamo alla lotta tenacemente e con un'arma che per noi è sacra e divina, quella dei primi cristiani: preghiera e bontà. Ritirarmi sarebbe rinunciare a una missione troppo sacra. A cuore aperto, con la preghiera che spero mai si spegnerà sul mio labbro per i miei persecutori, attendo la bufera, la persecuzione, forse la morte per il trionfo della causa di Cristo. La religione non ammette servilismi, ma il martirio".

Se è vero, come è vero, che è lo Spirito di Cristo a suggerire la risposta ultima di chi è esposto a minacce di morte per la sua fedeltà al Vangelo, queste parole sono da ascoltare in religioso raccoglimento e, per così dire, in ginocchio. Sono parole presaghe dell'immolazione ormai prossima.

Il dono d'una fedeltà senza riserve alla propria missione don Minzoni l'aveva chiesto come grazia della prima Messa. Di due cose era convinto: che accettando di accorciare la vita per amore di Cristo avrebbe pagato sempre meno di quanto Dio aveva pagato per lui, e che accorciare la vita per amore dei suoi - prima i suoi soldati al fronte, i suoi ragazzi e la sua gente poi - era la via più sicura per raggiungere il perfetto amore di Dio, realizzando al massimo il suo sacerdozio. In questa tensione interiore verso il perfetto amore di Dio e la dedizione estrema alla sua gente, sta tutto il segreto di don Minzoni: "Signore - annotava nel suo diario - fatemi sempre lavorare e vi prometto che saro buono". E poco dopo: "Senza un'attività sacerdotale temerei di perdermi".

In questa concezione unitaria del sacerdozio, che non sopportava spaccature tra l'amore di Dio e la cura pastorale dei fedeli, è da ricercare la ragione che lo porto alla sfida mortale. Il fatto che la gente gli volesse troppo bene, che i ragazzi, compresi i figli di chi era lontano dalla Chiesa, gli corressero dietro, era diventato intollerabile per il potere totalitario. E lui, posto di fronte alla stretta finale, rispose: "Sono pronto a morire".


4. Il modulo del sacrificio della propria vita per gli altri si ripeterà identico vent'anni più tardi con i sacerdoti uccisi prima, durante e dopo il secondo conflitto mondiale: anch'essi saranno considerati nemici pericolosi perché legati alla propria gente, o perché capaci di farsi innanzi per proteggere i più deboli, per protestare o per supplicare, o perché - e sarà il caso più frequente - pronti a soccorrere caritatevolmente, in obbedienza al Vangelo, i nemici dell'una o dell'altra parte in conflitto.

Tanto don Minzoni quanto i suoi confratelli, nell'esercizio del loro ministero, entrarono in urto con uomini che traevano ispirazione dall'una o dall'altra delle ideologie totalitarie e neopagane, che hanno segnato dolorosamente questo nostro secolo. Esse costituivano una negazione diretta della verità sull'uomo, creato a immagine di Dio ed elevato, in Cristo, alla dignità di figlio suo, come ci dice la rivelazione, che accogliamo nella fede.

In causa era, dunque, la persona umana; in causa era l'amore di Dio per tutti gli uomini. perciò questi nostri fratelli nella fede che, contro tali avversari, difesero i diritti della persona umana, elevata, in virtù della grazia di Cristo, a una dignità senza uguali (cfr. GS 22), non fecero che obbedire a un'esigenza derivante dalla fede. E quando, guidati dall'amore più puro per i fratelli, essi si spinsero, in questa difesa, fino al dono supremo della vita, il loro gesto poté ben essere considerato come una vera e propria testimonianza di fede.

In una società secolarizzata ciò che offende non è sempre la professione della fede in Dio; a fare paura è il legame tra il pastore e la sua gente, soprattutto il legame con le nuove generazioni. Per salvarsi dalla morte, al sacerdote spesso non è comandato di rinnegare direttamente la fede, ma l'amore cristiano: non di dissociarsi da Dio, ma dall'una o dall'altra porzione del gregge, rinunciando ad essere pastore di tutto il popolo. Nuovo il genere di sacrificio, ma identico l'amore che lo ha ispirato, perfettamente uguale il costo: torturati e straziati, questi ministri di Cristo hanno ricalcato le orme degli antichi testimoni della fede.

Il loro messaggio ci appare oggi estremamente attuale e tutto lascia prevedere che questa sarà la sfida su cui si giocherà il prossimo futuro. Le conquiste culturali, i progressi scientifici e tecnologici, l'impegno economico e la stessa azione politica si muoveranno intorno a questo asse centrale: l'affermazione dell'uomo, dei suoi diritti essenziali, del suo trascendente destino.


5. Fratelli e sorelle delle Chiese che vivono in Emilia-Romagna! E' proprio in questa prospettiva che io vi dico: rimettete nel massimo onore l'eredità inestimabile della testimonianza eroica di amore cristiano, resa dai vostri sacerdoti! Dedicate una nuova attenzione alle ricchezze che vi sono racchiuse, e ricuperatene la connessione con tutto il mistero cristiano.

Tenete viva la memoria di questi vostri eroici sacerdoti, testimoni dei diritti dell'uomo, oltre che di quelli di Dio. Riconoscete in loro il frutto e il segno inconfondibile della presenza operante di Cristo risorto nella sua Chiesa.

Una generazione che si misura su coloro che han dato la vita per Cristo e per i fratelli difficilmente finirà nell'abitudine o nel compromesso. Essa sarà anzi portata a purificarsi; riscoprirà in umiltà e stupore l'esaltante prospettiva della propria vocazione; riproporrà nell'attualità di oggi la fede delle origini; presenterà al mondo un'immagine credibile di sé e della sua missione, rendendo "quasi visibile Dio Padre e il Figlio suo incarnato" (GS 21).


6. Carissimi sacerdoti dell'Emilia-Romagna: ho desiderato rivedervi, insieme con i vostri vescovi, per dirvi tutto il mio affetto e la mia fiducia. Nessuno meglio di voi può capire ciò che è passato nell'animo di quei vostri confratelli, della cui testimonianza voi andate giustamente fieri. Dal loro esempio voi avete imparato a essere i pastori di tutti: tutti sono vostri e voi siete di tutti. Perseverate in questo atteggiamento, grazie al quale il vostro ministero potrà esplicarsi in tutta la sua ampiezza. Spendetevi generosamente per gli altri, per voi chiedete solo la libertà di amare nella misura di Dio.

Abbiate sempre presente l'esempio dei vostri confratelli, che si sono sacrificati nell'adempimento della loro missione. Essi sono con voi, vi precedono, quasi ad aprirvi la strada, così che possiate misurare i vostri passi sulle loro orme, che sono le stesse di Cristo.

Tendete al perfetto amore con cui Cristo ha amato voi. Coltivate un geloso rapporto personale con lui nel segreto del cuore, dove nelle ore delle grandi decisioni si è sempre soli, soli con lui. Nei momenti difficili possa ciascuno di voi udire echeggiare nell'animo la voce del Maestro: "Per questo il Padre mi ama, perché offro la mia vita" (Jn 10,17). L'esperienza di questo speciale amore del Padre ha certamente confortato gli ultimi istanti di don Minzoni e di quanti come lui hanno saputo dare la vita per i fratelli.

Una parola ancora voglio dire ai giovani che si preparano al sacerdozio.

Immagino che cosa significhi per voi, cari seminaristi, una giornata come questa e come vibri il vostro animo davanti a modelli così eroici di donazione totale. A voi ricordo semplicemente che il porsi al seguito di Cristo significa mettere in conto la prospettiva di un simile percorso. E' necessario quindi, coltivare in se stessi un amore sincero e profondo per Cristo e per i fratelli. E' necessario disporre il proprio cuore alla donazione totale. E aggiungo con Caterina da Siena: "Strappatevi i denti di latte e metteteci i denti forti dell'odio (al male) e dell'amore (a Cristo e alla Chiesa)".

Questo vi consentirà di essere domani testimoni coraggiosi del suo Vangelo e di contribuire efficacemente all'avvento del suo regno nel mondo: un regno di pace e di solidarietà vera, nel quale nessun privilegio dovrà restare che non sia quello necessario per assicurare una vita degna al povero, al debole, all'ultimo.

Con questo auspicio, a tutti vorrei impartire la mia affettuosa benedizione. Ringrazio il signor presidente della Repubblica ancora una volta e le autorità civili e militari per la loro partecipazione.

Data: 1990-09-23

Domenica 23 Settembre 1990

Ai cittadini e rappresentanze della regione - Argenta (Ferrara)

Titolo: L'ora presente chiama tutti i cristiani di questa regione a una nuova evangelizzazione e a una nuova inculturazione

Signor presidente della Repubblica italiana, signori cardinali e venerati fratelli nell'episcopato, autorità civili e militari presenti, carissimi fratelli e sorelle!


1. Un clima particolare avvolge questo nostro incontro, che segue quello avvenuto poc'anzi in duomo ove, col clero, abbiamo fatto memoria dei sacerdoti della Regione sacrificati nell'adempimento del loro dovere. Qui, in piazza, mi rendo conto d'aver davanti a me le persone per le quali don Minzoni e gli altri hanno dato la vita. Sono presenti gruppi di tutta l'Emilia-Romagna, venuti per un ultimo saluto al termine della visita pastorale alle Chiese della loro Regione. Li saluto affettuosamente perché mi rifanno sentire il calore di quegli incontri indimenticabili.

E' stata una visita singolare, già per la durata: complessivamente 12 giorni. E non è bastato, perché, anche terminata l'ultima tappa a Ferrara, eccoci ora qui, come se non sapessimo staccarci. Per la verità, questa popolazione mi è entrata nel cuore.

Carissimi, desidero rinnovarvi l'espressione del mio apprezzamento per la cura che ponete nel promuovere l'integrità della fede e il fervore delle opere, l'iniziativa coraggiosa della carità e la serietà dell'impegno culturale, con gelosa attenzione per la completezza della missione pastorale, come si conviene a comunità cristiane mature.

Percorrendo la vostra Regione ho scoperto, anche in zone lontane dalla pratica religiosa, l'esistenza di un fondo comune di valori e sentimenti cristiani, che dicono sempre un rapporto con la Chiesa e sono essi pure dati preziosi per il futuro.


2. Si, parlo di futuro, perché la prima conclusione che porto con me al termine della visita pastorale è che questa è un'ora singolare per le Chiese dell'Emilia-Romagna, uno di quei momenti in cui una generazione cristiana avverte di avere davanti a sé un compito storico da svolgere nei confronti delle generazioni che seguiranno. I vostri vescovi l'hanno intuito per primi, e con l'ottima lettera pastorale del 1986, intitolata "Una Chiesa che guarda al futuro", hanno orientato in quella direzione tutta l'azione pastorale.

Anch'io ho avuto cura di impostare in tale prospettiva la mia visita alle vostre Chiese e, per la fiducia che avevo e ho in esse, ho affidato loro un compito di grande portata. In Piazza San Petronio invitai, due anni orsono, migliaia di giovani universitari a impegnarsi nel processo della nuova evangelizzazione, che comporta una sorta di nuova inculturazione del cristianesimo, probabilmente più difficile di quella avvenuta nel corso del millennio che si chiude. Questa consegna ho lasciato allora: la sfida di una nuova inculturazione, sottolineando che spetta soprattutto ai giovani il compito di realizzarla.

Questa stessa consegna, pronunciata sulla storica Piazza di San Petronio, espressione di secoli di tradizione cristiana, la ripeto qui, oggi, nella memoria di don Minzoni e degli 87 sacerdoti e dei 5 seminaristi uccisi: ve la ripeto quasi raccogliendola dalle loro labbra nell'ora del sacrificio supremo.

Con la muta eloquenza del sangue essi vi invitano alla coraggiosa coerenza e all'ardimento inventivo che l'annuncio evangelico nel mondo moderno richiede.


3. Oggi occorre avere particolare attenzione a un fenomeno importante: la crescita del tempo. L'espressione "crescunt dies" è di sant'Agostino ("Serm. 370", 4,4) che l'usava, in occasione del Natale, per sottolineare l'espansione dell'annuncio evangelico nel mondo: "Da oggi - egli diceva - cominciano a crescere i giorni.

Credi in Cristo e il tempo crescerà in te".

E' una delle idee-forza delle origini: il cristianesimo è come un edificio nella cui costruzione ogni generazione ha un compito proprio. Qual è, allora, il compito dei cristiani nel mondo contemporaneo? Quanto sta avvenendo nella odierna compagine sociale fa pensare a un nuovo stadio della condizione umana. La nostra epoca deve misurarsi con interrogativi e problemi che mai prima d'ora si eran posti all'umanità. Le straordinarie conquiste della scienza, l'irrompere della tecnologia, le proporzioni mondiali assunte da economia e finanza, la diffusione planetaria dei mezzi di comunicazione hanno indotto interrogativi tali da raggiungere il nucleo più intimo dell'essere umano e del suo destino.

Si ha l'impressione di essere all'inizio di un capitolo veramente inedito della storia. Quand'io parlo di "nuova evangelizzazione" e di "nuova inculturazione", intendo riferirmi proprio al compito a cui l'ora presente chiama i cristiani. Occorre ripensare all'impegno di sempre con mentalità nuova, cercando di raccogliere le indicazioni che vengono dai "segni dei tempi". E occorre farlo con tempestiva incisività.


4. Il tempo non cresce da sé; può anche regredire fino alla barbarie. I cristiani sanno che il tempo è una dimensione dell'uomo, è lo spazio della sua persona, e cresce con il crescere della sua maturità di essere intelligente e libero, chiamato a far parte della famiglia di Dio. Occorre, dunque, portare l'umanità a prender coscienza di questo suo trascendente destino e del ruolo centrale che la Provvidenza le affida nello sviluppo dell'universo. Non è, questo ruolo centrale, un'intuizione semplicemente umana; è insegnamento del Figlio stesso di Dio, il quale lo ha confermato versando per l'umanità - e per ogni suo membro - il proprio sangue.

Questa centralità dell'uomo, di ogni singolo uomo, nell'universo, centralità che ne rende radicalmente illegittima ogni strumentalizzazione, è parte integrante del messaggio evangelico. Il cristiano non può ignorarlo senza tradire un'esigenza derivante dal cuore stesso della sua fede. Egli, perciò, è geloso del rispetto dovuto alla persona, a ogni persona, giacché egli sa che non c'è essere umano per il quale Cristo non sia morto sulla croce. In questa convinzione, avvalorata dalla forza interiore della grazia, sta il segreto di un amore del prossimo capace di spingersi, se necessario, fino al sacrificio supremo.


5. Il problema del futuro è se e quanto gli uomini sapranno e vorranno restare fedeli a queste verità, facendone la misura e il fine di tutte le loro scelte.

Sarà questa la "magna quaestio" da cui dipenderà il futuro del nostro pianeta. E questo sarà uno dei compiti primari della nuova evangelizzazione: radicare nelle coscienze, fin dagli inizi, questa verità che è la fondazione di tutto l'edificio sociale e la misura della qualità umana dell'esistenza nella vita del singolo come nei rapporti fra gli Stati. E lo farà la Chiesa con tanta maggiore attenzione e completezza, quanto minore fosse l'impegno della compagine sociale nel tenerne conto.

Di questa fedeltà a tutta la verità del Vangelo e al rapporto personale di ogni singolo uomo con Cristo, il cristiano è geloso. Il convincimento che la fede non attenua, ma eleva e potenzia la dignità della persona faceva dire a don Minzoni: "Vorrei far comprendere che se sono intransigente nella fede sono più universale nell'amore".


6. L'età privilegiata per la "crescita del tempo" cristiano è quella del primo affermarsi della coscienza: la fanciullezza e l'adolescenza. Io chiedo alle Chiese dell'Emilia-Romagna di concentrare qui il meglio dei loro sforzi: il meglio del personale educativo, delle risorse finanziarie, degli strumenti psicopedagogici disponibili. Sarà questo il modo più efficace per far "crescere il tempo" del mondo, dando ai cittadini di domani il sentimento cristiano della vita e i mezzi per tradurlo efficacemente in strutture di convivenza degne di uomini che un giorno popoleranno quei "nuovi cieli" e quella "terra nuova", "nei quali avrà stabile dimora la giustizia" (2P 3,13).

Due sono i luoghi di crescita del cristiano: la comunità ecclesiale e quella civile, realtà essenziali ambedue, che occorre seguire e promuovere con un unico amore, senza confusioni ma anche senza scomposizioni. Piuttosto che infrangere quel vincolo profondo, don Minzoni e i 92 hanno preferito lasciarsi straziare nel corpo. Alla stessa maniera i cristiani, mentre amano la pace e la concordia, non accetteranno di parlare dell'uomo e dei valori che debbono ispirarne la condotta diversamente da come ne ha parlato Cristo.


7. Ecco, cari fratelli e sorelle! Noi abbiamo fatto memoria di sacerdoti morti per la fedeltà al loro ministero. Ma il nostro sguardo non è rimasto volto al passato.

Il loro esempio luminoso ci ha spinti a guardare al futuro, per progettarlo sulla base di quei valori per i quali essi hanno dato la vita.

In un momento in cui la violenza torna a farsi, nel Paese, particolarmente feroce, la testimonianza di chi per gli altri ha saputo sacrificare se stesso possa divenire forte richiamo a riscoprire i valori di fondo su cui si regge ogni civile convivenza. L'immolazione di questi suoi figli ottenga all'Italia di mantenersi all'altezza delle sue tradizioni cristiane e di camminare, nella scia del loro esempio, verso un avvenire di vero progresso nella concordia operosa e nella pace.

Con questo auspicio, voglio ringraziare ancora una volta il presidente della Repubblica per la sua presenza come anche tutte le autorità civili e militari. Saluto tutti gli abitanti e i parrocchiani della parrocchia che una volta fu di don Minzoni, mentre imparto di cuore a tutti la mia benedizione conclusiva.

Data: 1990-09-23


GPII 1990 Insegnamenti - Ai giovani in piazza Ariostea - Ferrara