
GPII 1990 Insegnamenti - All'inaugurazione della Mostra Ignaziana nella Biblioteca Vaticana - Città del Vaticano (Roma)
1. Ringrazio anzitutto il preposito generale della Compagnia di Gesù, padre Peter-Hans Kolvenbach, per i nobili sentimenti espressi in occasione della mia presenza all'inaugurazione della Mostra Ignaziana in questa Biblioteca Apostolica Vaticana. Ringrazio anche il padre prefetto per l'accoglienza.
Tale mostra su sant'Ignazio a Roma si apre all'inizio dell'"Anno ignaziano", indetto per celebrare il 500° anniversario della nascita di sant'Ignazio di Loyola e il 450° anniversario della fondazione della Compagnia di Gesù. L'Anno in parola è stato inaugurato lo scorso 27 settembre, in ricordo di quel 27 settembre 1540, quando il mio predecessore Paolo III approvo la Compagnia di Gesù.
2. La mostra, che oggi viene inaugurata, è un segno visibile del legame profondo che unisce Ignazio e la Compagnia di Gesù al Papa e a Roma. Nei documenti di fondazione della Compagnia si dice che Ignazio e i suoi primi compagni, provenienti da diverse nazioni e da diversi regni, non sapevano in quale paese andare, se tra i fedeli o tra gli infedeli. Per non sbagliare nella scelta della via del Signore, fecero la promessa o voto di lasciare al Santo Padre il compito di destinarli egli stesso, conformemente alla loro intenzione di percorrere il mondo, per la più grande gloria di Dio.
Vivendo esistenzialmente questa formula i primi compagni sapevano e sentivano di essere "uomini di Chiesa", personalmente e comunitariamente responsabili, come i discepoli intorno a Pietro, per il servizio di una Chiesa gerarchicamente articolata.
Questo legame col Papa, da sant'Ignazio fino a oggi, è stato sempre considerato un principio che costituisce la ragione d'essere della Compagnia di Gesù. Nelle Costituzioni si legge: "Tutti i compagni sappiano che, non solamente agli inizi della loro professione ma vita natural durante, devono ogni giorno ripensare con la loro mente che questa intera Compagnia e ciascuno in particolare militano al servizio di Dio, sotto l'obbedienza piena di fede al nostro santo signore il Papa e agli altri Pontefici romani suoi successori".
3. Ma Ignazio ebbe speciali legami anche con la città di Roma. La mostra si sforza di presentare un aspetto dell'attività di Ignazio rimasto un po' in ombra, e cioè il suo influsso sulla vita urbana del tempo. Attraverso questa mostra viene messo in risalto come la Compagnia di Gesù, da lui concepita, rispondesse alle esigenze di un mondo che cambiava nei suoi orizzonti fisici e culturali, nonché nelle relazioni della Chiesa con il mondo, e come essa sentisse le urgenti necessità degli emarginati dell'epoca.
Nel '500, e anche oggi, la Compagnia di Gesù e il Papa si possono dire "vicini di casa", nel senso fisico come in quello spirituale della parola. perciò è ben giustificata la scelta della Biblioteca Apostolica Vaticana per questa interessante esposizione.
Mi auguro che la mostra, che oggi inauguriamo, serva a far meglio conoscere la figura di sant'Ignazio e l'opera da lui svolta nella città di Roma e per la città di Roma. Auspico, inoltre, che essa sia il segno di un impegno di tutti i Gesuiti sparsi nel mondo a continuare l'opera del loro fondatore a servizio della Chiesa e per la salvezza del mondo, in tutti i settori della convivenza umana, specialmente in quelli che hanno più bisogno della luce del Vangelo.
Data: 1990-10-23
Martedi 23 Ottobre 1990
Titolo: Lo Spirito Santo nei simboli della sua azione: unzione e acqua
1. Nel suo intervento nella sinagoga di Nazaret, all'inizio della vita pubblica, Gesù applica a sé un testo di Isaia che dice: "Lo Spirito del Signore è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione" (Is 61,1 cfr. Lc 4,18).
E' un altro simbolo che dall'Antico passa al Nuovo Testamento con un significato più preciso e nuovo, come è avvenuto per i simboli del vento, della colomba, del fuoco, dei quali abbiamo visto nelle ultime catechesi il riferimento all'azione e alla Persona dello Spirito Santo. Anche l'unzione con l'olio appartiene alla tradizione dell'Antico Testamento. Ricevevano l'unzione prima di tutto i re, ma anche i sacerdoti e talvolta i profeti. Il simbolo dell'unzione con l'olio doveva esprimere la forza necessaria all'esercizio dell'autorità.
Il testo citato di Isaia sulla "consacrazione con l'unzione" riguarda la forza di natura spirituale necessaria all'adempimento della missione data da Dio a una persona da lui scelta e mandata.
Gesù ci dice che questo eletto di Dio è lui stesso, il Messia: e la pienezza della forza a lui conferita - pienezza dello Spirito Santo - è la sua proprietà di Messia (= Unto del Signore, Cristo).
2. Negli Atti degli apostoli, Pietro accenna similmente all'unzione ricevuta da Gesù, quando ricorda "come Dio consacro con l'unzione di Spirito Santo e di forza Gesù di Nazaret, il quale passo beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo" (Ac 10,38). Come l'olio penetra il legno o altre materie, così lo Spirito Santo pervade tutto l'essere del Messia-Gesù, conferendogli la potenza salvifica di curare i corpi e le anime. Per mezzo di questa unzione con lo Spirito Santo, il Padre ha operato la consacrazione messianica del Figlio.
3. La partecipazione all'unzione dell'umanità di Cristo in Spirito Santo passa su tutti coloro che lo accolgono nella fede e nell'amore. Essa avviene a livello sacramentale nelle unzioni con l'olio, il cui rito fa parte della liturgia della Chiesa, specialmente nel battesimo e nella cresima. Come scrive san Giovanni nella sua prima Lettera, essi hanno "l'unzione ricevuta dal Santo", ed essa "rimane", in loro. Quest'unzione costituisce la fonte della conoscenza: "Avete l'unzione ricevuta dal Santo e tutti avete la scienza", così che "non avete bisogno che alcuno vi ammaestri... la sua unzione vi insegna ogni cosa" (1Jn 2,20 1Jn 2,27).
In questo modo si adempie la promessa fatta da Gesù agli apostoli: "Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni" (Ac 1,8).
Nello Spirito, dunque, è la fonte della conoscenza e della scienza, in lui la sorgente della forza necessaria per rendere testimonianza alla verità divina. Nello Spirito è anche l'origine di quel soprannaturale "senso della fede" che, secondo il Concilio Vaticano II (LG 12), è l'eredità del popolo di Dio, secondo quanto dice san Giovanni: "Tutti avete la scienza" (1Jn 2,20).
4. Anche il simbolo dell'acqua appare spesso già nell'Antico Testamento. Presa in modo molto generico, l'acqua simboleggia la vita elargita da Dio alla natura e agli uomini. Leggiamo in Isaia: "Faro scaturire fiumi su brulle colline, fontane in mezzo alle valli; cambiero il deserto in un lago d'acqua, la terra arida in sorgenti" (Is 41,18): è un'allusione all'influenza vivificante dell'acqua. Il profeta applica questo simbolo allo Spirito, mettendo in parallelo acqua e Spirito di Dio, quando proclama quest'oracolo: "Io faro scorrere acqua sul suolo assetato, torrenti sul terreno arido; spandero il mio Spirito sulla tua discendenza... cresceranno come erba in mezzo all'acqua..." (Is 44,3-4). così viene indicata la potenza vivificante dello Spirito, simboleggiata dalla potenza vivificante delle acque.
Inoltre, l'acqua libera la terra dalla siccità (cfr. 1R 18,41-45).
L'acqua serve anche a soddisfare la sete dell'uomo e degli animali. La sete d'acqua viene presa come similitudine della sete di Dio, come si legge nel libro dei Salmi: "Come la cerva anela ai corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio. L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verro e vedro il volto di Dio?" (Ps 41,2-3).
L'acqua è infine il simbolo della purificazione, come si legge in Ezechiele: "Vi aspergero con acqua pura e sarete purificati; io vi purifichero da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli" (Ez 36,25). Lo stesso Profeta annuncia la potenza vivificante dell'acqua in una suggestiva visione: "Mi condusse poi all'ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente... Mi disse: "Queste acque escono di nuovo nella regione orientale, scendono nell'Araba ed entrano nel mare: sboccate in mare, ne risanano le acque.
Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà..."" (Ez 47,1 Ez 47,8-9).
5. Nel Nuovo Testamento la potenza purificatrice e vivificante dell'acqua serve per il rito del battesimo già con Giovanni, che sul Giordano amministrava il battesimo di penitenza (cfr. Jn 1,33). Ma sarà Gesù a presentare l'acqua come simbolo dello Spirito Santo, quando in un giorno di festa esclamerà davanti alla folla: "Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me. Come dice la Scrittura, "fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno"". E l'evangelista commenta: "Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui; infatti non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato" (Jn 7,37-39).
Con queste parole si spiega anche tutto ciò che Gesù dice alla samaritana sull'acqua viva, sull'acqua che viene data da lui stesso. Quest'acqua diventa nell'uomo "sorgente di acqua zampillante per la vita eterna" (Jn 4,10 Jn 4,14).
6. Sono tutte espressioni della verità rivelata da Gesù sullo Spirito Santo, di cui è simbolo l'"acqua viva", e che nel sacramento del battesimo si tradurrà nella realtà della nascita dallo Spirito Santo. Qui confluiscono anche molti altri passi dell'Antico Testamento, come quello sull'acqua che Mosè, per ordine di Dio, fece uscire dalla roccia (cfr. Ex 17,5-7 Ps 77,16), e l'altro sulla sorgente accessibile alla casa di Davide... per lavare il peccato e l'impurità (cfr. Za 13,1 Za 14,8); mentre il coronamento di tutti questi testi si troverà nelle parole dell'Apocalisse sul fiume d'acqua viva, limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello. In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall'altra del fiume si trova un albero di vita... Le foglie dell'albero servono a guarire le nazioni... (Ap 22,1-2). Secondo gli esegeti, le acque vive e vivificanti simboleggiano lo Spirito, come lo stesso Giovanni ripete più volte nel suo Vangelo (cfr. Jn 4,10-14 Jn 7,37-38). In questa visione dell'Apocalisse si intravede la stessa Trinità. E' anche significativo quel riferimento al risanamento delle nazioni mediante le foglie dell'albero, alimentato dall'acqua viva e salubre dello Spirito.
Se il popolo di Dio "beve questa bevanda spirituale", secondo san Paolo, è come Israele nel deserto, che attingeva "da una roccia che era il Cristo" (1Co 10,1-4). Dal suo fianco trafitto sulla croce "usci sangue e acqua" (Jn 19,34), in segno della finalità redentrice della morte, subita per la salvezza del mondo.
Frutto di questa morte redentrice è il dono dello Spirito Santo, da lui concesso in abbondanza alla sua Chiesa.
Davvero "sorgenti d'acqua viva sono uscite dall'interno" del mistero pasquale di Cristo, divenendo, nelle anime degli uomini, come dono dello Spirito Santo, "sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna" (Jn 4,14). Questo dono proviene da un Donatore ben discernibile nelle parole di Cristo e dei suoi apostoli: la Terza Persona della Trinità.
(Omissis: saluto a gruppi di pellegrini)
Data: 1990-10-24
Mercoledi 24 Ottobre 1990
Titolo: Il nuovo "Codice dei Canoni delle Chiese Orientali" possa essere "vehiculum caritatis" al servizio della Chiesa
Venerati fratelli, Cardinali, Patriarchi, Arcivescovi e Vescovi, Chiarissimi Rettori e Decani delle Università Pontificie e degli altri Istituti di Studi superiori ecclesiastici e delle Facoltà di Diritto Canonico dell'Urbe, Carissimi figli e figlie,
1. Con profonda gratitudine e vera gioia ringrazio Dio, datore di ogni bene e di ogni grazia celeste, per avermi concesso la particolare occasione odierna di solennizzare con questo incontro, da me tanto desiderato, la presentazione del "Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium", che, con la Costituzione apostolica "Sacri Canones" di giovedi scorso, 18 ottobre, festa di San Luca Evangelista, ho promulgato nella fiduciosa speranza che con esso le Chiese orientali cattoliche, con l'aiuto di Dio e sotto la materna protezione della Beatissima Vergine Maria, proseguano un cammino ancor più luminoso per instaurare nei cuori di tutti i fedeli, appartenenti ad esse, il Regno di Dio la cui venuta impetriamo ogni qualvolta recitiamo la preghiera del "Padre Nostro" insegnataci dal Nostro Signore Gesù Cristo. "Adveniat Regnum Tuum", Signore Gesù, e che ne sia un degno strumento il Codice comune a tutte le Chiese orientali cattoliche, per la prima volta nella storia della Chiesa promulgato dal tuo Vicario, servo dei Tuoi servi.
2. Mi è sommamente gradito di aver potuto promulgare questo Codice in occasione della celebrazione di un Sinodo dei Vescovi e di poterlo presentare nel corso di una delle sue Congregazioni Generali, dinanzi a voi venerati Fratelli, che rappresentate, veramente, anche se in modo particolare, tutte le Chiese d'Oriente e d'Occidente, le quali, godendo di pari dignità, sono affidate in egual modo al governo pastorale del Sommo Pontefice (cfr. OE 3); dinanzi a voi che siete chiamati a darmi aiuto con il vostro consiglio non solo nella "salvaguardia e nell'incremento della fede e dei costumi" ma anche "nell'osservanza e nel consolidamento della disciplina ecclesiastica" (CIC 342).
3. Il carattere della rappresentatività della Chiesa universale, di cui gode questa veneranda Assemblea, mi dà la certezza che, presentando il "Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium" in una delle sue Congregazioni Generali, sia esaudito il mio ardente desiderio che esso venga bene accolto da tutta la Chiesa cattolica, sia dalle Chiese orientali per le quali avrà valore di legge dal 1° ottobre dell'anno prossimo, sia da tutto l'episcopato della Chiesa latina nel mondo intero, e venga considerato come appartenente al patrimonio disciplinare della Chiesa universale al pari del "Codex iuris canonici" che è stato promulgato nel non lontano 1983 e che ha valore di legge per la Chiesa latina. Infatti entrambi i Codici traggono la loro forza dalla stessa sollecitudine del Vicario di Cristo, tutta volta ad instaurare nella Chiesa universale quella "tranquillitas ordinis" che, come ho voluto esprimermi di proposito, in entrambe le Costituzioni apostoliche promulgative dei due Codici, "assegnando il primato all'amore, alla grazia ed al carisma, rende più agevole contemporaneamente il loro organico sviluppo nella vita sia della società ecclesiale, sia anche delle singole persone che ad essa appartengono".
4. Quando ho promulgato il Codice di Diritto Canonico per la Chiesa latina ero consapevole che non tutto era stato fatto per instaurare nella Chiesa universale un tale ordine. Mancava un riordinamento della Curia Romana e mancava, si può dire da molti secoli, un Codice contenente il diritto comune a tutte le Chiese orientali cattoliche, un Codice che non solo ne rispecchiasse il patrimonio rituale e ne garantisse la salvaguardia, ma che anche, e primariamente, ne tutelasse, assicurasse e promuovesse la vitalità, crescita e vigore nell'adempiere la missione loro affidata (cfr. OE 1). Si è messo tutto l'impegno e si è fatto ogni sforzo per colmare al più presto queste due lacune. Al riordinamento della Curia Romana si è provveduto con la Costituzione apostolica "Pastor Bonus" del 28 giugno 1988, che, come già deciso, deve essere aggiunta alle edizioni ufficiali di entrambi i Codici, essendo una legge riguardante la Chiesa universale. Per quanto riguarda il Codice comune alle Chiese orientali cattoliche si è pervenuti in porto durante questa ottava Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Solo ora invero, l'aggiornamento dell'intera disciplina della Chiesa cattolica, iniziato dal Concilio Vaticano II, è stato portato a termine e Dio ne sia ringraziato. E' pero anche vero che la promulgazione del "Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium" segna l'inizio di un cammino il quale, nella nostra fiduciosa speranza, ci auguriamo luminoso e fecondo. Formuliamo altresi l'auspicio, già espresso nel mese di giugno 1986, che nel Codice or ora promulgato le venerande Chiese d'Oriente "possano riconoscere non solo le loro tradizioni e discipline, ma anche e soprattutto il loro ruolo e la loro missione nel futuro della Chiesa universale e nell'ampliamento della dimensione del Regno di Cristo Pantocrator" (AAS 79 (1987) 195-196) e che esso possa essere davvero "vehiculum caritatis" al servizio della Chiesa.
5. A scrutare profondamente nella sostanza delle cose non mi sembra fuori luogo sottolineare che anche i Codici regolanti la disciplina ecclesiastica, seppure articolati in numerosi canoni e paragrafi, sono da considerarsi come una particolare espressione del precetto dell'amore che Gesù, Nostro Signore, ci ha lasciato nell'Ultima Cena, e che il Concilio Vaticano II, parlando del popolo messianico che ha per Capo Cristo, per condizione la libertà e dignità dei figli di Dio, per fine il Regno di Dio, afferma di essere, per lo stesso popolo, in fondo la sola Legge (cfr. LG 9). E' alla luce e sul fondamento di questa Legge che i tre summenzionati "Corpi di leggi" sono stati elaborati, sotto la costante cura di colui, che come Vescovo della Chiesa di Roma "presiede alla carità", per usare l'espressione di Sant'Ignazio di Antiochia, alla "carità" che unisce tutte le Chiese nell'Amore.
6. Mi è gradito presentare il nuovo Codice comune alle Chiese orientali cattoliche a questa veneranda Assemblea anche per il motivo che fu essa stessa, nella nostra comune sollecitudine per il bene della Chiesa universale, a formulare nella relazione finale del Sinodo straordinario del 1985, oltre all'auspicio di preparare un compendio di tutta la dottrina cattolica al quale dovranno far riferimento i catechismi o compendi di tutte le Chiese particolari e all'auspicio di approfondire lo studio della natura delle Conferenze Episcopali, anche il "desiderium celeriter perficiendi Codicem Iuris Canonici pro Ecclesiis orientalibus secundum traditionem earundem Ecclesiarum et normas Concilii Vaticani II". Accolsi volentieri questo "desiderium" del Sinodo dei Vescovi ed anche lo sottolineai "peculiari modo" nella mia Allocuzione conclusiva al predetto Sinodo, perché, infatti, mi stava nel profondo del cuore.
7. Possiamo essere grati a Dio che una delle tre "priorità" allora indicate ha avuto il suo compimento in questi giorni. E' difficile invece ringraziare tutti coloro che hanno collaborato all'elaborazione del "Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium", dato il lungo cammino, iniziato da quando Pio XI, nell'udienza del 3 agosto 1927, concessa al Cardinale Luigi Sincero, riconobbe l'urgenza della codificazione canonica orientale. Da allora sono trascorsi oltre 63 anni e l'iter del Codice è stato lungo come è descritto nella "Praefatio". Elevo comunque in questa sede un memore pensiero di gratitudine ai venerati Cardinali Pietro Gasparri, Luigi Sincero, Massimo Massimi e Pietro Agagianian che si succedettero nella direzione della codificazione orientale fino alla metà del 1972 ed al Cardinale Acacio Coussa, che prima della sua promozione al cardinalato, per lunghi anni vi presto "a secretis" la sua solerte e preziosa opera; ricordo con lo stesso memore pensiero di gratitudine il Cardinale Giuseppe Parecattil che presiedette fino al suo decesso la revisione del Codice orientale e Mons. Ignazio Clemente Mansourati che fu Vice-Presidente nella prima fase dei lavori. Ringrazio i due successivi Vice-Presidenti, molto benemeriti: Mons. Miroslav Stefano Marusyn che diede il suo contributo a tale opera nella fase intermedia dei lavori e Mons.
Emilio Eid che ha avuto l'onere e l'onore di portare a felice compimento tale impresa. Ricordo con gratitudine il P. Ivan Zuzek S. J., che ha svolto nella revisione del Codice dall'inizio fino ad oggi la mansione di Segretario. Ringrazio anche tutti i Cardinali, Patriarchi, Arcivescovi, Vescovi, che hanno contribuito, con uno spirito veramente collegiale al buon esito dell'opera, tutti i Consultori, esperti e componenti degli uffici della Commissione che hanno cooperato con grande dedizione a ciò. Per quanto riguarda i Consultori, ringrazio in modo particolare quelli appartenenti al Collegio dei Professori della Facoltà di Diritto Canonico del Pontificio Istituto Orientale, che anche come tale ha dato una preziosa collaborazione, e il chiarissimo Prof. dott. Carl Gerold Furst insieme all' "Institut fur Kirchenrecht" dell'Università di Freiburg im Breisgau, da lui diretto, per il prezioso contributo dato alla "coordinatio" dell'intero Codice.
8. Nel presentare a questa Assemblea, così rappresentativa della Chiesa universale, il Codice, che regola la disciplina ecclesiastica comune a tutte le Chiese orientali cattoliche, lo considero come parte integrante dell'unico "Corpus iuris canonici", costituito dai tre summenzionati documenti promulgati nell'arco di sette anni. Dinanzi a questo "Corpus" viene spontaneo il suggerimento che nelle Facoltà di Diritto Canonico si promuova un appropriato studio comparativo di entrambi i Codici anche se esse, a seconda dei loro statuti, hanno per loro principale oggetto lo studio di uno o l'altro di essi. Infatti la scienza canonica pienamente corrispondente ai titoli di studio che queste Facoltà conferiscono, non può prescindere da un tale studio. Anche per quanto riguarda la formazione sacerdotale in genere sono da lodarsi le iniziative, come per esempio, corsi informativi o giornate di studio, che favoriscono una maggiore conoscenza di tutto ciò che costituisce la legittima "in unum conspirans varietas" del patrimonio rituale della Chiesa cattolica.
9. Quanto or ora auspicato è dettato anche dalla sollecita cura che ho, come Supremo Pastore nella Chiesa di Cristo, in modo particolare di quei fedeli delle Chiese orientali che sono residenti fuori dal territorio entro il quale i Patriarchi, gli Arcivescovi maggiori, i Metropoliti e gli altri Capi di Chiese "sui iuris" possono validamente esercitare la potestà conferita loro a norma del diritto stabilito dalla suprema autorità della Chiesa e come una partecipazione di essa. Per molti di questi fedeli si è provveduto con l'istituzione di proprie circoscrizioni ecclesiastiche, come eparchie ed esarchie, rette da Vescovi e altri Gerarchi nominati dalla Santa Sede e direttamente responsabili verso di essa; altri invece sono affidati alla cura di Ordinari latini. E' stato sempre ed ovunque pressante desiderio dei Sommi Pontefici che tutti questi fedeli, per usare le parole del Concilio Vaticano II, "mantengano dovunque il loro proprio rito, lo onorino e, secondo le proprie forze lo osservino" (Decr. OE 4).
La Santa Sede, specie tramite la assidua opera della Congregazione per le Chiese Orientali, tanto benemerita, ha fatto e farà tutto il possibile, perché questi fedeli trovino ovunque nel mondo circostanze favorevoli ad assecondare il desiderio or ora espresso, ed essa è fiduciosa che anche tutti gli Ordinari, alla cui cura pastorale essi sono affidati, saranno partecipi di questa sollecitudine nella consapevolezza che con ciò rendono un essenziale servizio alla Chiesa universale e danno testimonianza della loro preoccupazione per ciò che all'uomo è più prezioso e congeniale, e cioè di poter vivere secondo quella cultura del cuore nella quale il Creatore lo ha posto sin dal seno materno, e che un tale agire è veramente conforme a quanto esige la "salus animarum".
10. Se ogni legge, secondo il noto detto di San Tommaso D'Aquino, è "ordinatio rationis ad bonum commune et ab eo, qui curam communitatis habet, promulgata" (I-II 110,4, ad 1), questo è vero soprattutto e in maniera eminente per i canoni che regolano la disciplina ecclesiastica. Si tratta, nel vero senso del termine, di "sacri canones", come tutto l'Oriente li ha sempre chiamati nella indubbia fede che è sacro tutto ciò che stabiliscono i Sacri Pastori, rivestiti del potere, conferito loro da Cristo ed esercitato sotto la guida dello Spirito Santo, per il bene delle anime di tutti coloro, che santificati dal battesimo costituiscono la Chiesa una e santa. Seppure nei Codici vi sono molte "leges mere ecclesiasticae", come si esprime un canone in entrambi i Codici (CIC 1490; CIC 11 (?)), pertanto sostituibili con altre dal Legislatore legittimo, la ragion d'essere di esse è tutta "sacra", e anche se esse appartengono alla "ordinatio rationis" umana, sono state formulate non solo dopo molto pensare, ma anche nella incessante preghiera di tutta la Chiesa. Grande saggezza si deve supporre in ognuna delle norme del Codice. Esse, infatti, sono state studiate a lungo e da ogni punto di vista, con la cooperazione di tutta la gerarchia delle Chiese orientali e alla luce della quasi bimillenaria tradizione, sancita dai primi "sacri canones" fino ai decreti del Concilio Vaticano II.
11. Sia accolto quindi questo Codice nella sua globalità come in ogni suo canone da tutta la Chiesa con animo sereno e con la fiducia che la sua osservanza attirerà su tutte le Chiese orientali quelle grazie celesti che le faranno prosperare sempre di più in tutto il mondo. Questo è un appello che vale particolarmente per quelle norme contenute in esso che sono state ripetutamente al centro della mia attenzione e finalmente decise così come stanno nel Codice perché il Vicario di Cristo le ritiene necessarie per il bene della Chiesa universale e per salvaguardare il suo retto ordine e i diritti più fondamentali ed imprescindibili dell'uomo redento da Cristo.
12. Tra tali norme sono da annoverarsi quelle riguardanti il potere dei Capi delle Chiese orientali "sui iuris" circoscritto ad un determinato territorio e quelle riferentesi alla concorde volontà dei genitori per ciò che attiene al patrimonio rituale dei loro figli. Vogliate aver fede che il "Signore dei signori" ed il "Re dei re" non permetterà mai che la diligente osservanza di tali leggi venga a nuocere al bene delle Chiese orientali. Ad ogni modo, per quanto riguarda il primo problema, ripeto quanto ho comunicato all'ultima Assemblea plenaria dei Membri della Commissione che ha preparato il Codice. Ora a Codice promulgato saro lieto di considerare le proposte elaborate nei Sinodi, bene circostanziate e con chiaro riferimento alle norme del Codice, che si ritenesse opportuno specificare con uno "ius speciale" e "ad tempus", per il quale del resto si indica la via in un relativo canone del codice con la clausola riferentesi allo "ius a Romano Pontifice approbatum". Simile clausola è apposta anche al canone relativo alla concorde volontà dei coniugi nella scelta del patrimonio rituale dei loro figli, per indicare la via e porre in atto gli opportuni rimedi, qualora ciò si dimostrerà veramente necessario, per la tutela della fioritura delle Chiese orientali nelle regioni ove esse sono minoritarie. Ho pero grande fiducia che in ogni regione gli organismi competenti, come le Conferenze Episcopali e le Assemblee interrituali, sapranno garantire non solo la pacifica convivenza tra fedeli di vari riti, ma creare, pur nella diversità pluriforme, un'unica famiglia di figli di Dio che si amano a vicenda come Gesù ci ha amato. E ho fiducia anche che tutte le Chiese "sui iuris" siano convinte che la loro sopravvivenza, la difesa della propria identità, la loro crescita, e la loro stessa immagine nel mondo contemporaneo, non saranno messe in pericolo se "i cuori, le coscienze, il comportamento ed i costumi" dei loro fedeli sono conformi ai valori più profondi, umani e cristiani e alla "reciproca sottomissione dei coniugi nel timore di Cristo" (Lett. Ap. MD 24,4).
13. A conclusione di questa mia "presentazione" del Codice comune a tutte le Chiese orientali cattoliche, non posso fare a meno di rivolgere il mio pensiero rispettoso a tutte le Chiese Ortodosse. Anche ad esse vorrei "presentare" il nuovo Codice, che fin dall'inizio, è stato concepito ed elaborato su principi di vero ecumenismo e prima di tutto nella grande stima che la Chiesa cattolica ha di esse come "Chiese sorelle" già in "quasi piena communione" con la Chiesa di Roma, come si esprimeva Paolo VI, e dei loro Pastori come coloro a cui "è stata affidata una porzione del gregge di Cristo". Non vi è norma nel Codice che non favorisca il cammino dell'unità tra tutti i cristiani e vi sono chiare norme per le Chiese orientali cattoliche su come promuovere questa unità "precibus imprimis, vitae exemplo, religiosa erga antiquas traditiones Ecclesiarum orientalium fidelitate, mutua et meliore cognitione, collaboratione ac fraterna rerum animorumque aestimatione" (Can. 903). Queste norme non ammettono alcunché che possa avere anche solo il sentore di azioni od iniziative non congruenti con quanto la Chiesa cattolica proclama ad alta voce, nel nome del Redentore dell'uomo, circa i diritti fondamentali di ogni persona umana e di ogni battezzato ed i diritti di ogni Chiesa, non solo all'esistenza, ma anche al progresso, allo sviluppo e alla fioritura.
Mentre tutti i cattolici devono attenersi a queste norme, ho fiducia che si stabilisca ovunque una completa reciprocità nel rispetto di così fondamentali valori umani e cristiani e che il dialogo ecumenico possa essere fecondo tra fratelli che si amano in Cristo, fino al giorno, che speriamo prossimo, in cui potremo nella piena comunione di tutte le Chiese orientali, partecipare, sul medesimo altare, al Corpo e Sangue di Cristo, in quella unità per la quale Lui stesso ha pregato Suo Padre nell'Ultima Cena.
Possa il nuovo "Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium" essere un provvido ed efficace strumento di ordine nella vita delle Chiese orientali, affinché fioriscano per il bene delle anime e lo sviluppo del Regno di Cristo a maggior gloria di Dio.
(Traduzione dal latino)
Data: 1990-10-25
Giovedi 25 Ottobre 1990
Titolo: Entrare con l'anima e con il cuore nella scuola di Cristo
"Un solo Dio che è presente in tutti" (Ep 4,6).
1. Da quasi quattro settimane sono in corso i lavori del Sinodo dei vescovi, sul tema la "formazione sacerdotale". Vi è una particolare convergenza tra questo tema, questa sessione del Sinodo e l'odierna inaugurazione. Tutti sappiamo quale importanza hanno i seminari e le Università per la formazione sacerdotale, l'educazione e la scienza.
Mentre siamo riuniti oggi - come ogni anno - per l'inaugurazione dei Pontifici Atenei Romani, la stessa vicinanza del Sinodo dei vescovi ci dà motivo di unirci con tutti gli ambienti della Chiesa che servono la formazione sacerdotale.
2. Un solo Dio che agisce ed è presente in tutti. La nostra inaugurazione si fa preghiera. Desideriamo arrivare all'incontro con Dio che agisce in tutti. Questo agire di Dio è anzitutto creativo. Stiamo davanti a lui come Creatore e Padre.
Creando l'uomo a sua immagine e somiglianza, Dio pone davanti a lui diversi compiti. Affidandogli come impegno la "trasformazione" del mondo per il bene dell'uomo e la sua "umanizzazione", Dio gli dà contemporaneamente anche il compito di essere veramente uomo. La trasformazione e la formazione vanno insieme, di pari passo. L'una e l'altra si radicano nell'agire creativo di Dio. In esso trova il suo inizio.
L'odierna inaugurazione vuole significare una particolare partecipazione a questo inizio creativo.
3. "Un solo Dio, Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti" (Ep 4,6). Questo agire di Dio è redentore. Non soltanto creativo, ma anche redentore. La redenzione è entrata nel cuore stesso della creazione, per liberare questo cuore dalla corruzione, dal peccato e restituirgli il ritmo divino.
Proprio per questo il Concilio ha ricordato che Cristo ha rivelato l'uomo all'uomo (cfr. LG 22). Gli ha rivelato la dignità che l'uomo ha fin dall'inizio e alla quale è chiamato incessantemente. "Vi esorto, dunque, io, prigioniero del Signore - scrive l'apostolo agli Efesini - a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto". Queste parole ci introducono nella essenza più profonda della formazione umana, cristiana, sacerdotale.
La formazione è una partecipazione creativa all'agire redentore di Dio.
E' un entrare con l'anima e con il cuore nella scuola di Gesù Cristo: "con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore" (Ep 4,2).
L'apostolo fa conoscere, con queste parole, quale discepolo di Cristo egli sia e come deve essere ogni discepolo.
4. "Sapete giudicare l'aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?" (Lc 12,56), chiede l'evangelista. La domanda oggi è ancora più attuale di quando fu scritto il Vangelo. L'uomo dei nostri tempi conosce certamente in modo più pieno la realtà dell'universo. E' diventato per certi aspetti uno specialista in questo campo. Ma, nello stesso tempo, spesso "non sa giudicare" questo tempo, questo "kairos" divino che dura nella storia. Non riconosce l'agire creativo, non riconosce quello redentivo di Dio. In tal modo, sfugge al suo tentativo la giusta misura della formazione e trasformazione.
"Una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione" (Ep 4,4).
5. La nostra inaugurazione si fa preghiera. E' la preghiera eucaristica, nella quale l'agire redentore di Dio permane e si rinnova come il sacramento del corpo e del sangue di Cristo. In questo Sacramento agisce lo Spirito che gli apostoli hanno ricevuto, quale inizio del nuovo popolo di Dio. Lo Spirito Santo. Il Paraclito. Lo Spirito di Verità. Colui che "scruta ogni cosa" (cfr. 1Co 2,10).
Egli rinnova la faccia della terra conoscendo le profondità di Dio.
L'agire creativo e redentore di Dio, il soffio dello Spirito "che dà la vita": ecco le sorgenti stesse della nostra esistenza e del comportamento umano.
Chiniamoci profondamente a questa sorgente di acqua viva, per attingere da essa.
Preghiamo lo Spirito di Verità, affinché possiamo comportarci in maniera degna della vocazione che abbiamo ricevuto. Amen! (Al termine della celebrazione:) Prima di concludere questa liturgia eucaristica, desidero porgere il mio cordiale saluto ai gran cancellieri e ai rettori delle Università Ecclesiastiche, degli Atenei e dei Seminari Pontifici; ai docenti, agli studenti e a tutti i sacerdoti che si sono uniti alla concelebrazione. Vi ringrazio per la vostra partecipazione a un incontro di preghiera così importante, qual è quello di invocare la luce dello Spirito Santo sui lavori di un nuovo Anno Accademico.
Non è senza significato il fatto che la Provvidenza vi ha posti a compiere gli studi a Roma, dove si trovano le sorgenti di quella fede che voi intendete approfondire e vivere per poterla testimoniare davanti al mondo. Auguro a voi, nuove leve, un buon inizio e un buon avviamento agli impegni scolastici negli Istituti Superiori e a tutti gli altri di continuare con nuova lena e con grande impegno gli studi così che possiate giungere alla piena maturazione nella propria formazione teologica e ascetica, ben consapevoli che da voi dipende in modo particolare il futuro della Chiesa e il bene delle anime.
Data: 1990-10-26
Venerdi 26 Ottobre 1990
GPII 1990 Insegnamenti - All'inaugurazione della Mostra Ignaziana nella Biblioteca Vaticana - Città del Vaticano (Roma)