
GPII 1990 Insegnamenti - Concistoro ordinario pubblico - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Per la canonizzazione dei beati Maria Margherita Dufrost de Lajemmerais, e Raffaele di san Giuseppe Kalinowski
Venerabili fratelli.
Dopo avere cantato le lodi del Signore e predisposto i nostri animi a quegli atti che ci accingiamo a compiere in spirito di pietà, voglio interporre queste poche parole per salutare nel Signore ciascuno di voi insieme ai vostri collaboratori, e per ringraziare in modo particolare, uno per uno, voi che siete presenti oggi, per avere voluto prendere parte con tanta devozione e amore a questa celebrazione liturgica, a questa consultazione.
Infatti, il nuovo rito "ad experimentum" con cui si svolge questo concistoro, conferisce a quest'ultima udienza sulla opportunità della canonizzazione di due beati una certa veste sacrale: in essa le nostre preghiere si uniscono convenientemente alla consueta ultima parte del Concistoro. Ciò che nostro Signore nella "Lettura breve" aveva preannunziato un tempo per bocca di Geremia - cioè che egli avrebbe beneficato i suoi servi e si sarebbe compiaciuto di essi sulla terra - noi lo vediamo accadere nella proclamazione dei nuovi santi attraverso l'autorità e il magistero della Chiesa.
Fa certamente bene il Signore alla sua Chiesa e a tutti i suoi membri, quando propone alla venerazione e all'imitazione esempi sempre nuovi e recenti di santità cristiana, come accade oggi nei beati Maria Margherita Dufrost e Raffaele di san Giuseppe. Nondimeno dunque si deve dire che lo stesso nostro Dio si allieta sia per le virtù di tali santi su questa terra, sia per la sollecitudine della madre Chiesa nel ricercare i meriti dei suoi figli e delle sue figlie, come dimostra la costante opera del la Congregazione delle cause dei santi per i beati di oggi. Sarà dunque vostro compito pronunciare in sintesi un definitivo giudizio sull'opportunità dell'intera materia, con l'aiuto di Dio.
Le nostre preghiere e gli atti compiuti oggi, con i quali si rende chiaramente evidente la natura affatto soprannaturale e spirituale non solo di questo vostro giudizio, ma di tutto il nostro ministero presso la Sede apostolica, vogliano contribuire il più possibile ad aumentare la gloria di Dio onnipotente in terra, la dignità della santa Chiesa e il perenne giovamento di tutti i fedeli in Cristo.
Data: 1990-11-26
Lunedi 26 Novembre 1990
Titolo: Solidarietà tra gruppi nazionali necessaria ai nostri giorni
(Ai pellegrini di lingua tedesca:) Cari fratelli e sorelle, Avete ripercorso i luoghi dove San Francesco d'Assisi ha operato e volete ora concludere il vostro pellegrinaggio con una visita alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo. Vi rivolgo di cuore il mio benvenuto a Roma e mi rallegro di incontrarmi con voi alla presenza del vostro amato Signor Vescovo. Il vostro impegno per la giustizia, la pace e la protezione del creato, una delle più grandi esigenze del nostro tempo e che voi avete posto nelle vostre diocesi come centro dell'azione pastorale, è una grande missione.
Il vostro servizio agli uomini sarà tanto più grande, quanto voi sarete uniti tra voi e con Dio. L'azione di Dio e la risposta dell'uomo si sono manifestati nel legame di Dio con l'uomo. Per questo nella quarta elevazione diciamo pregando: "Dio ha sempre riofferto all'uomo la sua alleanza". E noi siamo portati a questo legame con Dio e alla sua vicinanza soccorritrice. La violenza e l'ingiustizia degli uomini minacciano sempre di mandare il mondo in rovina.
Tuttavia Dio garantisce la stabilità del mondo. Egli concluse un patto con Noè dopo il diluvio universale e offri agli uomini e a tutti gli esseri viventi l'arcobaleno come segno di riconciliazione e di speranza. Dio promise di ricordarsi di questo patto e di non distruggere il mondo.
Con la crocifissione di Gesù, Dio porta a compimento questo patto.
"Questo è il calice della nuova ed eterna alleanza" diciamo in preghiera durante ogni celebrazione eucaristica. In Gesù Cristo Dio conclude l'alleanza duratura con il suo popolo. In questo Dio si manifesta come un Dio per gli uomini. Egli indica la strada e accoglie i poveri e gli oppressi. E' un Dio di pace, che conduce a sé gli uomini e li guida in pace l'uno con l'altro. E' un Dio che mantiene il mondo in vita.
Di fronte all'attuale situazione del mondo voi volete impegnarvi a portare il vostro contributo a favore di un mondo di pace e di giustizia e per collaborare a proteggere il giardino del creato. Volete far tutto ciò secondo la fede e la grande tradizione cattolica, di cui sono permeati il vostro popolo ed il vostro paese. Ho potuto visitare il vostro bel paese e conoscere alcuni problemi che lo assillano e che ho il desiderio di ricordare ora. Il vostro paese è un paese benestante, tuttavia vi vivono uomini lasciati ai margini. Abbiate un'occhio vigile verso i bisogni nascosti di chi vi circonda e siate solidali con gli uomini che hanno bisogno del vostro aiuto, intorno a voi e nel mondo.
La vostra terra ospita tre popoli diversi: cercate nel modo più giusto di vivere in giustizia e pace l'uno accanto all'altro. Siate consapevoli che la solidarietà fra i popoli e le diverse etnie è l'imperativo dell'ora. La pace è inoltre compito delle vostre famiglie, dei vostri paesi e delle vostre città. Voi vivete in una terra molto ricca dove si raccolgono molti stranieri. Proteggete l'eredità preziosa del vostro bel paese per coloro che verranno e per gli uomini desiderosi di riposo. La vostra terra è punto di incontro di una delle più grandi vie di comunicazione d'Europa. Per questo essa può rappresentare un ponte tra popoli e culture diverse; preoccupatevi che gli uomini non divengano vittime del traffico commerciale.
(Ai pellegrini di lingua italiana:) Con il programma diocesano triennale "Giustizia, pace, salvaguardia del creato", voi intendete offrire il vostro contributo alla soluzione dei gravi problemi che oggi preoccupano l'umanità. Si tratta di problemi a dimensione mondiale, che vanno affrontati e risolti congiungendo gli sforzi di tutte le persone di buona volontà.
A nessuno, infatti, sfugge l'urgenza di operare per la giustizia e per la pace fra i popoli, come pure per la salvaguardia del creato e il rispetto della natura. A tutto ciò guarda con attenzione la Chiesa, la quale, confortata dalle parole del Magnificat, "rinnova sempre meglio in sé la consapevolezza che non si può separare la verità su Dio che salva, su Dio che è fonte di ogni elargizione, dalla manifestazione del suo amore di preferenza per i poveri e gli umili" (RMA 37). Il Dio, in cui crediamo, ascolta la voce dell'orfano e della vedova; viene incontro a chi è oppresso e maltrattato e chiede ai credenti di impegnarsi per costruire un mondo guidato dal rispetto della dignità umana e dalla solidarietà. "La pace sia con voi"! Dalla pace, dono che Gesù affida ai discepoli perché lo diffondano sulla terra, ha origine una nuova umanità.
Anche l'impegno per il rispetto e la cura del creato si fonda sulla convinzione che Dio creatore fa vivere, benedice e dona al mondo ogni bene (cfr. "Canon Romanus").
Così la fede ci offre la possibilità di comprendere le vere ragioni della nostra azione in favore della giustizia, della pace e della salvaguardia della natura. Esse provengono dalla conoscenza della volontà di Dio e dall'adesione al suo piano di salvezza che concerne ogni uomo e ogni altra terrena realtà. San Francesco d'Assisi, "Amico dei poveri, amato dalle creature di Dio, invito tutti - animali, piante, forze naturali, anche fratello Sole e sorella Luna - a onorare e lodare il Signore. Dal Poverello di Assisi ci viene la testimonianza che, essendo in pace con Dio, possiamo meglio dedicarci a costruire la pace con tutto il creato, la quale è inseparabile dalla pace tra i popoli" ("Messaggio per la Giornata della pace 1990, n. 16, dell'8 dicembre 1989).
Accompagno con la mia preghiera il vostro cammino di giustizia, di pace e di salvaguardia del creato verso quell'atto di alleanza che vi siete proposti, e imparto a voi tutti la mia benedizione.
Data: 1990-11-26
Lunedi 26 Novembre 1990
Titolo: Lo Spirito Santo, anima della Chiesa
1. Oggi diamo inizio a una nuova serie di catechesi del ciclo pneumatologico, nel quale ho cercato di attirare l'attenzione degli ascoltatori vicini e lontani sulla fondamentale verità cristiana dello Spirito Santo. Abbiamo visto che il Nuovo Testamento, preparato dall'Antico, ce lo fa conoscere come Persona della santissima Trinità. E' una verità affascinante, sia per il suo intimo significato, sia per il suo riflesso sulla nostra vita.
Possiamo anzi dire che si tratta di una verità-per-la-vita, come del resto lo è tutta la rivelazione riassunta nel Credo. In modo speciale lo Spirito Santo ci è stato rivelato e dato perché sia per noi, per tutta la Chiesa, per tutti gli uomini chiamati a conoscerlo, luce e guida di vita.
2. Parliamo anzitutto dello Spirito Santo come principio vivificante della Chiesa.
Abbiamo visto a suo tempo, nel corso delle catechesi cristologiche, che Gesù, fin dall'inizio della sua missione messianica, ha raccolto intorno a sé i discepoli, tra i quali ha scelto i Dodici, chiamati apostoli, e che tra di loro ha assegnato a Pietro il primato della testimonianza e della rappresentanza.
Quando alla vigilia del suo sacrificio sulla croce ha istituito l'Eucaristia, ha dato agli stessi apostoli il mandato e il potere di celebrarla in sua memoria (Lc 22,19 1Co 11,24-25). Dopo la risurrezione ha conferito loro il potere di rimettere i peccati (Jn 20,22-23) e il mandato della evangelizzazione universale (Mc 16,15). Possiamo dire che tutto ciò si ricollega all'annunzio e alla promessa della venuta dello Spirito, che si attua il giorno della Pentecoste, come riferiscono gli "Atti degli apostoli" (Ac 2,1-4).
3. Il Concilio Vaticano II ci offre alcuni testi significativi sulla decisiva importanza del giorno della Pentecoste, che viene spesso presentato come il giorno natale della Chiesa davanti al mondo. Leggiamo infatti nella costituzione "Dei Verbum" (DV 4) che "con l'invio dello Spirito Santo (Cristo) compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina che Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna". Vi è dunque tra Gesù Cristo e lo Spirito Santo uno stretto collegamento nell'opera salvifica.
A sua volta la costituzione "Lumen Gentium" (LG 4) sulla Chiesa dice dello Spirito Santo: "Questi è lo Spirito che dà vita, è una sorgente di acqua zampillante fino alla vita eterna (cfr. Jn 4,14 Jn 7,38-39); per lui il Padre ridà la vita agli uomini, morti per il peccato, finché un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali". Dunque, per la potenza e l'azione dello Spirito, mediante il quale è stato risuscitato Cristo, saranno risuscitati coloro che sono a Cristo incorporati. E' l'insegnamento di san Paolo, ripreso dal Concilio (cfr. Rm 8,10-11).
Lo stesso Concilio aggiunge che, scendendo sugli apostoli, lo Spirito Santo diede inizio alla Chiesa, la quale, nel Nuovo Testamento e specialmente da san Paolo, viene descritta come il corpo di Cristo: "Il Figlio di Dio... comunicando il suo Spirito, fa si che i suoi fratelli, chiamati fra tutte le genti, costituiscano il suo corpo mistico" (LG 19 LG 7).
La tradizione cristiana, che riprende questo tema paolino dell'"Ecclesia Corpus Christi", del quale - sempre secondo l'Apostolo - lo Spirito Santo è il principio vivificante, giunge a dire con bellissima espressione che lo Spirito Santo è l'"anima" della Chiesa. Qui basti citare sant'Agostino, che in un suo discorso afferma: "Ciò che il nostro spirito, cioè la nostra anima, è in rapporto alle nostre membra, lo è lo Spirito Santo per le membra di Cristo, cioè per il corpo di Cristo, che è la Chiesa" ("Sermo 269", 2: PL 38, 1232). E' pure suggestivo un testo della "Somma Teologica", nel quale san Tommaso d'Aquino, parlando di Cristo capo del corpo della Chiesa, paragona lo Spirito Santo al cuore, perché "invisibilmente vivifica e unifica la Chiesa", come il cuore "esercita un influsso interiore nel corpo umano" (III 8,1, ad 3). Lo Spirito Santo "anima della Chiesa", "cuore della Chiesa": è un bel dato della Tradizione, sul quale occorre indagare.
4. E' chiaro che, come spiegano i teologi, l'espressione "lo Spirito Santo anima della Chiesa" va intesa in modo analogico. Egli infatti non è forma sostanziale" della Chiesa come lo è l'anima per il corpo umano, col quale costituisce l'unica sostanza uomo. Lo Spirito Santo è il principio vitale della Chiesa, intimo, ma trascendente. Egli è il Datore di vita e di unità della Chiesa, sulla linea della causalità efficiente, cioè come autore e promotore della vita divina del "Corpus Christi". Lo fa notare il Concilio, secondo il quale Cristo, "perché ci rinnovassimo continuamente in lui (cfr. Ep 4,23), ci ha resi partecipi del suo Spirito, il quale unico e identico nel capo e nelle membra, dà a tutto il corpo vita, unità e moto, così che i santi Padri poterono paragonare la sua funzione con quella che esercita il principio vitale, cioè l'anima, nel corpo umano" (LG 7).
Seguendo questa analogia si potrebbe anzi paragonare tutto il processo della formazione della Chiesa, già nell'ambito dell'attività messianica di Cristo sulla terra, alla creazione dell'uomo secondo il "Libro della Genesi", e specialmente all'ispirazione dell'"alito di vita" per il quale "l'uomo divenne un essere vivente" (Gn 2,7). Nel testo ebraico il termine usato è "nefesh" (essere animato da un soffio vitale); ma, in un altro passo dello stesso Libro della Genesi (Gn 6,17), il soffio vitale degli esseri viventi viene chiamato "ruah", cioè "spirito". Secondo quest'analogia, si può considerare lo Spirito Santo come soffio vitale della "nuova creazione", che si concretizza nella Chiesa.
5. Il Concilio ci dice ancora che "il giorno di Pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa e i credenti avessero così per Cristo accesso al Padre in un solo Spirito" (LG 4). Questa è la prima e fondamentale forma di vita che lo Spirito Santo, a somiglianza dell'"anima che dà la vita", infonde nella Chiesa: la santità, secondo il modello di Cristo "che il Padre ha santificato e mandato nel mondo" (Jn 10,36). La santità costituisce l'identità profonda della Chiesa come corpo di Cristo, vivificato e partecipe del suo Spirito. La santità dà la salute spirituale al corpo. La santità decide anche della sua spirituale bellezza: quella bellezza che supera ogni bellezza della natura e dell'arte; una bellezza soprannaturale, nella quale si rispecchia la bellezza di Dio stesso in un modo più essenziale e diretto che in ogni altra bellezza del creato, proprio perché si tratta del "Corpus Christi". Sul tema della santità della Chiesa torneremo ancora in una prossima catechesi.
6. Lo Spirito Santo viene chiamato "anima della Chiesa" anche nel senso che egli porta la sua luce divina in tutto il pensiero della Chiesa, che "guida a tutta la verità" secondo l'annuncio di Cristo nel Cenacolo: "Quando... verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito... prenderà del mio e ve l'annunzierà" (Jn 16,13 Jn 16,15).
E' dunque sotto la luce dello Spirito Santo che nella Chiesa avviene l'annunzio della verità rivelata, e si opera l'approfondimento della fede a tutti i livelli del "Corpus Christi": quello degli apostoli, quello dei loro successori nel magistero, quello del "senso della fede" di tutti i credenti, fra i quali i catechisti, i teologi e gli altri pensatori cristiani. Tutto è e dev'essere animato dallo Spirito.
7. Lo Spirito Santo è ancora la fonte di tutto il dinamismo della Chiesa, sia che si tratti della testimonianza che deve rendere a Cristo dinanzi al mondo, sia nella diffusione del messaggio evangelico. Nel Vangelo di Luca Cristo risorto, quando annunzia agli apostoli l'invio dello Spirito Santo, insiste proprio su questo aspetto, dicendo: "Io mandero su di voi quello che il Padre mio ha promesso; voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto" (Lc 24,49). La connessione tra Spirito Santo e dinamismo è ancora più chiara nel racconto parallelo degli Atti degli apostoli (1,8), dove Gesù dice: "Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni". Tanto nel Vangelo quanto negli Atti la parola greca per "forza" o "potenza" è "dynamis", dinamismo. Si tratta di un'energia soprannaturale, che da parte dell'uomo esige soprattutto la preghiera. E' un altro insegnamento del Concilio Vaticano II, secondo il quale lo Spirito Santo "dimora nella Chiesa e nei fedeli, e in essi prega e rende testimonianza della loro adozione filiale" (LG 4). Il Concilio anche in questo testo si riferisce a san Paolo (cfr. Ga 4,6 Rm 8,15-16 Rm 8,26), del quale vogliamo qui ricordare specialmente il passo della Lettera ai Romani (Rm 8,26) dove dice: "Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili".
8. A conclusione di quanto abbiamo detto finora, rileggiamo un altro breve testo del Concilio, secondo il quale lo Spirito Santo "con la forza del Vangelo fa ringiovanire la Chiesa, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo. Poiché lo Spirito e la sposa dicono al Signore Gesù: Vieni!" (LG 4). Vi è in questo testo un'eco di sant'Ireneo ("Adversus Haereses", III, 14,1: PG 7, 966), che fa giungere a noi la certezza di fede dei Padri più antichi. Vi è la stessa certezza annunciata da san Paolo quando diceva che i credenti sono stati liberati dalla servitù della lettera "per servire nel regime nuovo dello Spirito" (Rm 7,6). La Chiesa tutta intera è sotto questo regime e trova nello Spirito Santo la fonte del suo continuo rinnovamento e della sua unità. Perché più potente di tutte le debolezze umane e dei peccati è la forza dello Spirito che è Amore vivificante e unificante.
Appello per la pace in Liberia e in Rwanda Desidero ora invitarvi a ricordare con me nella preghiera il Continente africano, in cui permangono numerose situazioni di conflitto, di miseria e di carestia. Vecchi problemi irrisolti e nuove tensioni affliggono milioni e milioni di fratelli di quelle terre, tanto provate e pur così ricche di speranze.
Vorrei menzionare, in primo luogo, la situazione della Liberia, ormai da un anno sconvolta da lotte fratricide. Migliaia di vittime, centinaia di migliaia di profughi ed immense distruzioni sono il terribile bilancio di una guerra di cui, nonostante diversi tentativi, non sembra ancora intravedersi la fine.
Intanto, s'aggravano le violenze, si diffondono le malattie e incombe la fame.
Un'altra cara Nazione, da me visitata in settembre, sta attraversando un periodo di gravi difficoltà: il Rwanda. Dopo gli scontri sanguinosi del mese scorso, continuano purtroppo a giungere notizie di tensioni e di violenze, che seminano divisioni, accrescono la povertà e complicano il già grave problema dei rifugiati, con temibili conseguenze per l'intera regione.
Uniamo la nostra preghiera a quella delle giovani Chiese dell'Africa, per implorare il ritorno della pace. Invochiamo il Signore perché accolga nella sua misericordia le vittime, dia conforto a chi soffre e sostegno a chi si prodiga per lenire le piaghe del corpo e dello spirito. Chiediamo al Signore dell'Universo di illuminare le menti di quanti portano responsabilità, perché ritrovino pensieri di pace, favoriscano la riconciliazione, uniscano gli sforzi per la ricostruzione e per un nuovo e sereno progresso. Voglia Iddio che la comunità internazionale non resti insensibile all'appello che proviene da tanta sventura e offra ogni necessaria collaborazione e aiuto. Interceda per noi Maria santissima, dolcissima Madre di Cristo e nostra Madre.
Data: 1990-11-28
Mercoledi 28 Novembre 1990
Titolo: Evangelizzare per trasmettere la verità del Vangelo e non i dubbi nati da un'erudizione male assimilata
Eminenza, Cari confratelli Vescovi,
1. Il nostro incontro di oggi mi offre l'opportunità di continuare le riflessioni che le visite ad limina di vari gruppi di Vescovi filippini mi hanno permesso di fare su temi che riguardano il vostro ministero pastorale. Queste visite hanno un obbiettivo specifico: il rafforzamento della comunione gerarchica e dell'impegno nella missione della Chiesa da parte dei Successori degli Apostoli. Essi inoltre manifestano lo speciale legame di fede e di amore che unisce i Pastori delle Chiese particolari al Successore di Pietro. Desidero assicurarvi che grazie alla vostra presenza mi sono sentito molto vicino ai fedeli filippini. Dopo le nostre conversazioni private e le nostre preghiere comuni per la Chiesa del vostro Paese, ringrazio "Dio per voi, fratelli, ed è ben giusto. La vostra fede infatti cresce rigogliosamente e abbonda la vostra carità vicendevole" (2Th 1,3).
2. La recente Assemblea della Federazione delle Conferenze Episcopali dell'Asia ha richiamato l'attenzione su situazioni in Asia in cui "il cambiamento è il fattore più costante delle (vostre) società... e vengono chiamati in causa i valori e gli atteggiamenti tradizionali" (cfr. Dichiarazione Finale, 2,1). In particolare, il contesto in cui siete chiamati ad evangelizzare è caratterizzato da luci ed ombre: da un forte senso della vita familiare e della comunità, ma anche dal degrado di certi valori fondamentali e talvolta da situazioni di diffuso conflitto che possono favorire la violenza e la perdita di fiducia nelle istituzioni politiche e sociali. Queste sono alcune delle caratteristiche dell'"ora" in cui il Signore del raccolto vi manda nella sua vigna (cfr. Jn 4,35). Come è scritto nella Dichiarazione Finale dell'Assemblea della FABC: "Dio ci parla attraverso i travagli ed i progressi dei nostri Paesi, e alla luce delle sfide di oggi ci impone di rinnovare il nostro senso di missione" (n. 3.0).
3. Una sfida fondamentale che la Chiesa del vostro Paese deve affrontare è quella di dare un nuovo impeto all'impegno di portare il messaggio cristiano alla società. Ciò che si richiede è un'evangelizzazione più profonda e più efficace.
Voi siete consapevoli più di ogni altro della vastità e dell'urgenza di tale compito, perché conoscete bene i bisogni sia spirituali che materiali della vostra gente. E' tempo che tutta la Chiesa delle Filippine rinnovi la propria fedeltà al Signore, si affidi completamente a Lui che solo può conferire efficacia soprannaturale alle attività di quanti sono impegnati nel ministero pastorale.
Vorrei ricordare l'esortazione che, nell'Evangelii Nuntiandi, Papa Paolo VI ha indirizzato a "tutti coloro che, grazie ai carismi dello Spirito Santo e al mandato della Chiesa, sono veri evangelizzatori"; li ha esortati ad essere "degni di questa vocazione, ed esercitarla senza le reticenze del dubbio e della paura, a non trascurare le condizioni che renderanno tale evangelizzazione non soltanto possibile ma anche attiva e fruttuosa" (EN 74). Tra queste condizioni, egli ha dato la priorità all'azione dello Spirito Santo, che è l'anima della Chiesa, il principale agente di evangelizzazione, colui che spiega ai fedeli il significato profondo dell'insegnamento di Gesù e del suo mistero, che mette sulle labbra dell'evangelizzatore le parole che lui non riesce a trovare e che predispone l'anima di chi ascolta ad essere aperta e ricettiva alla Buona Novella e al Regno.
Desidero incoraggiare voi e i vostri fratelli Vescovi a continuare a sottolineare la missione trascendente della Chiesa, non permettere che le vostre comunità ecclesiali perdano di vista la natura autentica della vita cristiana, che nasce dalla comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nella vita di grazia attraverso la partecipazione al Mistero Pasquale del nostro Salvatore.
4. L'evangelizzazione inoltre dipende molto dagli stessi evangelizzatori, che devono essere testimoni genuini, in grado di soddisfare la sete di autenticità che prevale tra la gente di oggi. Paolo VI ha ricordato agli evangelizzatori che il mondo si attende da loro che parlino di "un Dio che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l'invisibile" (Ibidem EN 76). Come è opportuna per la vita del vostro Paese l'affermazione di Paolo VI: "Il mondo esige e si aspetta da noi semplicità di vita, spirito di preghiera, carità verso tutti e specialmente verso i piccoli e i poveri, ubbidienza e umiltà, distacco da noi stessi e rinuncia. Senza questo contrassegno di santità, la nostra parola difficilmente si aprirà la strada nel cuore dell'uomo del nostro tempo" (Ibidem EN 76)! L'evangelizzatore è un servitore della verità su Dio, sull'uomo e sul suo misterioso destino, e sul mondo. Non deve trascurare di studiare questa verità; deve servirla generosamente senza farsi servire. Soprattutto l'evangelizzatore deve essere pieno di amore per coloro a cui è mandato: un amore che consiste nel trasmettere la verità autentica del Vangelo, e non dubbi ed incertezze che nascono da una erudizione scarsamente assimilata; un amore che rispetti la libertà di coscienza e le condizioni spirituali degli altri, ma che non esiti a stabilire con loro un serio dialogo sulle questioni più profonde che interessano gli individui e la società.
Adesso, a quindici anni dalla promulgazione dell'Evangelii Nuntiandi, non possiamo fare a meno di restare colpiti dalla sua continua attualità e dalla sua importanza. Vorrei suggerirvi, ogni volta che meditate sul vostro ministero, di fare di questa "Magna Charta" della missione di evangelizzazione della Chiesa il necessario punto di riferimento riguardo alle vostre responsabilità personali quali vescovi e alle responsabilità dei vostri collaboratori nella cura pastorale delle Chiese a voi affidate. Un'applicazione più diffusa delle sue direttive in tutta la Chiesa è certamente necessaria, affinché "Colui che somministra il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, somministri e moltiplichi anche la (nostra) semente e faccia crescere i frutti della (nostra) giustizia" (2Co 9,10).
5. In ogni Paese in cui i seguaci di fedi diverse vivono fianco a fianco, deve essere compiuto un grande sforzo per gettare le solide basi di una società pacifica e armoniosa. Alcuni di voi sono Pastori di comunità che vivono in quotidiano contatto con i seguaci dell'Islam. I rapporti interreligiosi tra le due comunità sono generalmente contrassegnati da amicizia e cooperazione.
Sono felice di sapere che non mancano opportunità di dialogo su problemi di comune interesse e su argomenti religiosi. Vorrei incoraggiarvi a cercare un accordo con i vostri fratelli e le vostre sorelle musulmani sulla questione fondamentale della libertà religiosa. Il fondamento del rispetto e della comprensione reciproca tra quanti professano credi diversi sta nel diritto di ogni individuo alla libertà di coscienza. Ciascuno ha un diritto inalienabile e un dovere solenne di seguire la propria giusta coscienza nel perseguire e nel servire la verità religiosa. La libertà religiosa non è un privilegio, bensi un'esigenza della dignità umana (cfr. Dignitatis Humanae).
Durante la mia recente visita in Africa ho espresso la convinzione che "Cristiani e Musulmani possono vivere in armonia e manifestarsi reciprocamente solidali in tutte le gioie, i dolori e le sfide che segnano la vita della comunità locale. Come mostrano le esperienze in molte parti del mondo, le differenze religiose in sé non rompono necessariamente la convivenza. Infatti Cristiani e Musulmani... possono essere compagni nel costruire insieme una società fondata sui valori insegnati da Dio: tolleranza, giustizia, pace e sollecitudine per i più poveri e i più deboli" (Discorso ai Capi Religiosi, 2 settembre 1990). E' questo un compito e un obbiettivo su cui siete chiamati a lavorare concretamente e saggiamente nell'interesse di tutti i vostri concittadini.
6. Prima di concludere questa serie di incontri con i Vescovi delle Filippine, desidero esprimere l'apprezzamento della Santa Sede per la sollecitudine umanitaria che, nel passato, ha mosso il vostro Governo ad accogliere gruppi di boat-people vietnamiti in cerca di rifugio. Negli ultimi quindici anni, in linea con le sue profonde tradizioni umane e cristiane e nonostante i grandi oneri che comportava, il vostro Paese è stato generoso nel dare a questi profughi l'ospitalità di "primo asilo". Prima che si giunga ad una soluzione totale ed efficace del problema dei rifugiati, occorrerà alleviare ancora tanta umana sofferenza. E' mia speranza che, nonostante le difficoltà che comporta, anche a livello internazionale, il Governo filippino continui, per quanto è possibile, a rispondere a questa tragedia con un senso di fratellanza universale e di responsabilità morale. Apprezzo moltissimo quanto la vostra Commissione Episcopale per la Migrazione e il Turismo ha fatto a questo proposito.
7. Cari confratelli Vescovi, mentre vi preparate a tornare alle vostre Diocesi, ringrazio Dio per la vita e il ministero dei vostri sacerdoti, per la testimonianza e l'opera dei religiosi e delle religiose, per la fede e l'impegno dei laici.
Vi incoraggio nel vostro impegno a fornire alti livelli di formazione nei seminari, nelle case religiose e nei centri per la preparazione dei leaders laici cristiani. Nulla di valido e duraturo può essere perseguito senza un'autentica conoscenza della fede ed un'adeguata istruzione religiosa, in grado di rispondere alle realtà sempre più complesse del mondo moderno. Il rinnovamento della missione è una sfida per tutti i membri della Chiesa.
Preghiamo il Signore per tutta la Chiesa delle Filippine affinché si compia in voi l'esortazione di San Paolo: "Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera" (Rm 12,11-12). Che Maria, la Madre della Chiesa, vi ottenga tutto questo attraverso la sua amorevole intercessione presso suo Figlio Gesù.
(Traduzione dall'inglese)
Data: 1990-11-30
Venerdi 30 Novembre 1990
Titolo: La sua vita è stata un intenso atto di amore sacerdotale
"Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio!" (Sg 3,1).
Amati confratelli nell'episcopato e nel sacerdozio, carissimi fedeli, che partecipate a questa cerimonia funebre!
1. Anche il nostro amato e stimato fratello, card. Wladyslaw Rubin, ci ha lasciato, e noi, che l'abbiamo conosciuto e seguito per tanti anni, vogliamo pensarlo davvero, come un giusto, nell'amore infinito del Signore! Ci ha lasciato nel XXV anniversario dell'Istituzione del Sinodo dei vescovi, organismo al cui avvio ha recato un decisivo contributo, essendone stato nominato primo segretario dall'indimenticabile Papa Paolo VI. La circostanza rende anche più sentito il cordoglio per la sua dipartita.
Da qualche anno ormai il caro cardinale aveva abbandonato gran parte delle sue attività a motivo della grave malattia che lo aveva colpito. Un doloroso insieme di tribolazioni spirituali e fisiche lo ha accompagnato in quest'ultimo periodo, purificando ulteriormente la sua anima. In ogni circostanza egli ha dato un esempio di pieno e sereno abbandono alla volontà di Dio, lasciandoci tutti edificati.
Ora, come dice la Scrittura, egli è nella pace: il Signore l'ha provato, l'ha saggiato come oro nel crogiolo, e lo ha trovato degno di sé; lo ha gradito come un olocausto. E ora noi siamo qui in preghiera intorno alla sua bara con la nostra mestizia, ma anche con le certezze della nostra fede!
2. Riandando col pensiero alla vita del card. Rubin, si rimane impressionati per la varietà e l'intensità delle sue esperienze. Nato il 20 settembre 1917 a Toki, nell'arcidiocesi di Lwow, egli compi gli studi ginnasiali a Tarnopol e si iscrisse poi alla Facoltà teologica e alla Facoltà di Diritto dell'Università Jan Kazimierz a Lwow. E di qui incominciarono le sue peripezie e le sue peregrinazioni. Allo scoppio della seconda guerra mondiale dovette interrompere gli studi e insieme con gli altri connazionali fu arrestato e deportato in un campo di lavoro forzato, in Siberia. Successivamente, grazie all'interessamento dell'ordinario militare mons.
Gawlina, poté unirsi ai seminaristi da lui radunati perché completassero i loro studi. Ebbe così l'opportunità di conseguire la licenza in teologia nell'Università san Giuseppe di Beirut e il 30 giugno 1946 poté ricevere a Beirut l'ordinazione sacerdotale.
E così, dalla Polonia alla Siberia, al Libano, il giovane Rubin raccoglieva e moltiplicava le sue esperienze con fede ferma e intrepido coraggio.
Giovane sacerdote, fu designato parroco dei numerosi polacchi che si trovavano nel Libano a causa della guerra. Con tale mansione egli si dedico all'insegnamento della religione nelle scuole polacche di Beirut, fu cappellano dell'ospedale e moderatore del sodalizio mariano dei giovani universitari.
Nel 1949 veniva mandato dal suo arcivescovo a Roma per laurearsi in diritto canonico presso la Gregoriana. Un nuovo campo di attività pastorale si apriva davanti a lui. Gli fu affidata l'assistenza religiosa degli emigrati polacchi. Dal 1953 al 1958 fu "missionario" dei polacchi in Italia; organizzo due Istituti - uno a Loreto e l'altro a Roma - per gli orfani e per i fanciulli di famiglie in difficoltà; nel 1959 fu nominato rettore del Pontificio Collegio Polacco in Roma per curare in modo particolare la formazione dei sacerdoti-studenti provenienti dalla Polonia; nel 1964 fu nominato Delegato del primate di Polonia per l'emigrazione e ausiliare nella sede primaziale di Gniezno.
Io stesso ebbi la gioia di essere conconsacrante alla sua ordinazione episcopale, accanto al card. Stefan Wyszynski e, nella mia qualità di arcivescovo di Cracovia, lo nominai rettore della chiesa di Santo Stanislao e dell'omonimo Ospizio in Roma, ove egli si dedico ad un'intensa attività pastorale tra gli emigrati polacchi sparsi in tante Nazioni del mondo, visitandoli in tutti i Continenti e mantenendo con loro stretti rapporti. Per mezzo delle "missioni polacche", istituite nei vari Paesi e con la collaborazione di mons. Wesoly, alimento continuamente la fede cristiana in milioni dei suoi connazionali esuli nel mondo, partecipando con assiduità ai lavori della Conferenza episcopale polacca. Per questo vasto e assillante lavoro, la Polonia deve essere ben riconoscente al card. Rubin; come anche la Chiesa, che ebbe sempre in lui un pastore illuminato e saldo, pur nelle drammatiche vicende della società e della Patria! Egli era dappertutto portatore di certezze e di speranza; testimone dell'amore fedele di Dio!
3. Al termine del Concilio Vaticano II, una nuova e ancor più delicata incombenza l'attendeva: il 17 febbraio 1967 Paolo VI nominava mons. Rubin primo segretario del neonato Sinodo dei vescovi. Egli vi recava una vastissima esperienza e una profonda sensibilità per i problemi della Chiesa nella società moderna, unite a una vasta cultura e a un'ammirevole prudenza. Per ben dodici anni egli porto avanti l'attività del Sinodo, presiedendo cinque Assemblee generali, i cui lavori sfociarono in documenti finali di grande importanza, come quelli sul sacerdozio, sulla giustizia sociale, sulla evangelizzazione.
Giurista di vaglia, attento alle varie necessità della società e della Chiesa, il card. Rubin ha lasciato numerosi scritti in materia giuridica e pastorale, nei quali ha consegnato il frutto dei suoi studi e della sua esperienza.
Per i tanti meriti acquisiti e per la ricchezza della sua esperienza, nel Concistoro del 30 giugno 1979, decisi di elevarlo alla dignità cardinalizia e per la sua conoscenza della storia e della liturgia delle Chiese Orientali nel 1980 lo nominai prefetto del relativo Dicastero, allora molto impegnato anche nella stesura definitiva del Codice di diritto orientale. In questa mansione, svolta con la sua solita diligenza e passione, lo colse quella tormentosa malattia, che trasformo la sua vita in un meritorio calvario.
4. Volendo ora, davanti alla sua salma, raccogliere in sintesi la sua lunga e laboriosa esistenza, per trarne esempio e incitamento, si potrebbe dire che la sua vita è stata sempre un intenso atto di amore sacerdotale! Si, egli dovunque si è trovato ha sempre amato: dai tribolati tempi della deportazione in Siberia ai vari impegni in Libano, a Roma, in Italia e all'estero, ovunque lo hanno portato i suoi doveri e le sue mansioni, egli ha cercato di mettere in pratica il comandamento dell'amore! "Da questo abbiamo conosciuto l'amore", scrive l'apostolo san Giovanni, "Cristo ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli!" (1Jn 3,16). Il card. Rubin, che aveva preso come motto episcopale e cardinalizio "Crux Domini spes et victoria", seppe vivere questo ideale fino in fondo, memore dell'ammonizione del Divin Maestro: "Se uno mi vuol servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo" (Jn 12,26). Egli non volle altro che servire sempre e con fervore Gesù Cristo, il Rivelatore della Verità e il Redentore dell'umanità, e perciò la sua vita, immersa nelle varie e continue fatiche pastorali - come il chicco di grano che, caduto in terra, si disfa per portare molto frutto - ha irradiato la luce della verità, ha dato la grazia a innumerevoli anime, ha consolato e confortato migliaia di persone afflitte e angosciate, ha asciugato tante lacrime, ha portato gioia e serenità a tante anime... Egli ha amato e perciò ha servito! Caro fratello, te lo dico come amico e come Pontefice: sei stato un degno figlio della Polonia! La nostra Patria, nel suo lungo e tribolato cammino, può essere giustamente orgogliosa di te! E anche la Chiesa ti è riconoscente per l'intenso lavoro compiuto a servizio della verità, della santità e della carità, con spirito e sensibilità ecumenica, con dolcezza e comprensione evangelica!
5. Cari fratelli e sorelle qui presenti! La morte fa sempre impressione, perché è il distacco dalle persone amate e dalle realtà terrene che sono state oggetto del nostro impegno. Anche Gesù, avvicinandosi al momento della passione e della morte, comincio a provare tristezza e angoscia, e desidero che gli apostoli vegliassero con lui. Inoltre, morire significa entrare nell'eternità e affrontare il giudizio dell'Altissimo! Ma in questo momento, intorno all'altare del Signore, offrendo il sacrificio della Messa in suffragio del card. Rubin, ci conforta riandare alle parole di san Paolo, nelle quali ci pare di leggere un suo degno epitaffio: "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.
Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me!" (Ga 2,20). Oh, certamente, "il salario del peccato è la morte", ma "il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore!" (Rm 6,23).
Maria santissima, la Vergine Immacolata, di cui egli fu tanto devoto, lo faccia al più presto partecipe della gloria eterna di Dio e accompagni sempre anche noi nel nostro quotidiano cammino sulla scia dei suoi esempi di sacerdote e di vescovo, di amico e di fratello.
Data: 1990-11-30
Venerdi 30 Novembre 1990
GPII 1990 Insegnamenti - Concistoro ordinario pubblico - Città del Vaticano (Roma)