
GPII 1990 Insegnamenti - Alla Famiglia Pontificia - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Dal Concilio Vaticano II al Sinodo: 25 anni di crescita
Signori cardinali, venerati fratelli della Curia Romana!
1. Mentre il periodo di Avvento dell'anno di grazia 1990 sta volgendo al termine, avvertiamo prossima ormai nella celebrazione liturgica della Chiesa l'apparizione della benignità e dell'amore per gli uomini di Dio, salvatore nostro (cfr. Tt 3,4).
Il Natale è vicino con i suoi doni di luce e di gioia e noi ci disponiamo a riviverlo in atteggiamento di grata esultanza. In esso celebriamo il mistero della salvezza: il mistero, cioè, di Dio che ha voluto farsi incontro all'uomo per colmarlo della sua misericordia e bontà.
Dalla notte santa si diffonde sull'intera umanità il chiarore di una luce nuova, che dà senso pieno alla sua stessa esistenza contrassegnandola con prove di condiscendenza ineffabile. Il cammino degli uomini porta i segni di questa costante, amorevole presenza. Il nostro pensiero va, in particolare, a un avvenimento che ci tocca più da vicino per il significato che ha avuto e ha per la Chiesa del nostro tempo. 25 anni or sono, proprio in questi giorni si concludeva il Concilio Vaticano II.
Il Concilio: evento di portata storica
2. Evento di portata storica, l'Assise conciliare ha certamente segnato una singolare e provvidenziale tappa nel cammino della Comunità cristiana. La Chiesa, mossa dallo Spirito Santo, è andata incontro con coraggio all'uomo del nostro tempo; lo ha quasi preso per mano per condurlo verso una più piena comprensione e attuazione del messaggio evangelico. Essa ha sentito il bisogno di parlare all'umanità di oggi con un linguaggio più facilmente comprensibile, senza tuttavia venire meno alle esigenze della verità.
La Chiesa ha avvertito, soprattutto, l'urgenza di un profondo rinnovamento, perché sul suo volto risplendesse sempre più chiaramente la luce di Cristo. E questo incessante sforzo di rinnovamento, nel senso soprattutto del richiamo al Vangelo e alla conversione costante, continua ancor oggi a guidare i suoi passi non senza difficoltà e fatica: ma si tratta, ne sono certo, della fatica della crescita. In questi anni, infatti, la Chiesa è cresciuta sia nella sua coscienza missionaria che nel suo impegno di conversione e di rinnovamento.
Mentre ringrazio con voi il Signore per aver voluto segnare con così grande abbondanza di doni spirituali il nostro secolo e in particolare quest'ultima sua parte, ricordo con venerazione i miei predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI, che del Concilio furono ispiratori e principali artefici.
Il XXI Concilio Ecumenico - osservava Giovanni XXIII nel discorso di apertura, l'11 ottobre 1962 - mira a "trasmettere integra, senza attenuazioni o travisamenti, la dottrina cattolica che, nonostante difficoltà e contrasti, è divenuta patrimonio comune degli uomini... Il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo unicamente dell'antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell'opera che la nostra età esige, proseguendo così il cammino che la Chiesa compie da quasi venti secoli".
Ritorno oggi volentieri su queste parole, perché esprimono significativamente lo spirito del Concilio e del periodo postconciliare, guidato dalla lungimirante prudenza del Papa Paolo VI. Egli, nel discorso d'apertura della quarta e ultima Sessione, diceva: "Il Concilio offre alla Chiesa, a noi specialmente, la visione panoramica del mondo... Mentre altre correnti di pensiero e di azione proclamano ben diversi principi per costruire le civiltà degli uomini, la potenza, la ricchezza, la scienza, la lotta, l'interesse, o altro, la Chiesa proclama l'amore. Il Concilio è un atto solenne di amore per l'umanità".
La Chiesa non ha cessato di proseguire il suo itinerario di salvezza fra gli uomini: essa si sente chiamata - quale popolo di Dio - a crescere nella comunione per servire gli uomini e portarli così alla perfetta unità nel Cristo loro Redentore.
La comunione: nozione-chiave nell'ecclesiologia del Vaticano II
3. Comunione: è, questa, certamente una nozione-chiave nell'ecclesiologia del Vaticano II e oggi, a 25 anni dalla sua conclusione, sembra doveroso far convergere ancora su di essa la nostra attenzione. La "koinonia" è una dimensione che investe la costituzione stessa della Chiesa e riveste ogni sua espressione: dalla confessione della fede alla testimonianza della prassi, dalla trasmissione della dottrina all'articolazione delle strutture.
A ragione, perciò, su di essa insiste l'insegnamento del Concilio Vaticano II, facendone l'idea ispiratrice e l'asse portante dei suoi documenti. Si tratta di una comunione teologale e trinitaria di ogni fedele con il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo, che si riversa effusivamente nella comunione dei credenti tra di loro, raccogliendoli in un popolo: "de unitate Patris et Filii et Spiritus Sancti plebs adunata" (S. Cypriani, "De Orat. Dom.", 23: PL 4, 553), con un'essenziale dimensione visibile e sociale.
La Chiesa appare così come l'universale comunione della carità (cfr. LG 23), fondata nella fede, nei sacramenti e nell'ordine gerarchico, nella quale pastori e fedeli si alimentano personalmente e comunitariamente alle sorgenti della grazia, obbedendo allo Spirito del Signore, che è Spirito di verità e di amore.
Il Sinodo: validissimo strumento di comunione
4. Una istituzione che, all'interno della Chiesa si dimostra validissimo strumento di comunione, è senza dubbio quella dei Sinodi. In essi, infatti, come il nome stesso significa, si raccolgono nell'unità di un comune cammino le energie e i passi, la fede e la speranza di tutti grazie al vincolo della carità.
Dai Sinodi promanano segni concreti di partecipazione alle aspirazioni e alle difficoltà di ciascuno, attraverso la comunicazione e lo scambio, nella reciproca fiducia di essere ascoltati e accolti in vista del bene della Chiesa, che è bene di tutti.
I Sinodi si propongono così come segni di comunione ecclesiale, poiché mentre radunano i vari membri della Chiesa, dirigono le loro attenzioni e le premure alle esigenze e alle mete generali e particolari dell'evangelizzazione e della carità.
L'istituzione sinodale segno manifestativo di una stagione fertile
5. Nel riandare col pensiero all'evento conciliare di 25 anni or sono, non possiamo non ricordare con commossa gratitudine verso il Signore della Chiesa un'istituzione, sorta nel clima della celebrazione conciliare, che si dimostro immediatamente come speciale espressione e strumento di ecclesiale comunione.
Intendo alludere al Sinodo dei vescovi.
Quando il 15 settembre 1965 il mio predecessore di v.m., il Papa Paolo VI, lo istitui col motu proprio "Apostolica Sollicitudo", il Concilio Vaticano II non era ancora terminato. Alla prima sorpresa per la novità subentro ben presto la consapevolezza di un avvenimento straordinariamente importante per il rafforzamento di relazioni di rinnovata e acuita sensibilità ecclesiale. La nuova istituzione apparve come un segno manifestativo e contemporaneamente premonitore, specialmente per i pastori della Chiesa, di una stagione fertile di frutti di condivisione e di amore, a reciproco sostegno nel portare i pesi gli uni degli altri (cfr. Ga 6,2).
E' ciò che traspare, del resto, dalle parole stesse del Papa Paolo VI, che vedeva nella "cum sacris pastoribus coniunctio" lo strumento principale per ottenere i migliori frutti del Sinodo, da lui descritti come "praesentiae solacium, prudentiae ac rerum usus auxilium, consilii munimentum, auctoritatis suffragium", a opera dei medesimi pastori.
Nel parlare della istituzione del Sinodo dei vescovi, torna spontaneamente alla memoria la figura di colui che fu chiamato ad esserne il primo segretario generale, il card. Wladislaw Rubin, recentemente chiamato alla casa del Padre per godere della perfetta comunione con lui nella gioia del cielo. A noi resta il suo esempio di generosa e instancabile dedizione alla Chiesa nella "caritas pastoralis", e di ciò siamo a lui grati nel ricordo e nella preghiera.
Tipiche priorità sinodali
6. I vescovi radunati in Sinodo "cum Petro et sub Petro", rendono manifesta e operante quella "coniunctio", che costituisce la base teologica e la giustificazione ecclesiale e pastorale del riunirsi sinodalmente. In questo modo appare chiaro come il Sinodo dei vescovi sia un'espressione efficace dell'affetto collegiale, inteso come sollecitudine comune per la Chiesa universale, come comune servizio svolto nella "caritas pastoralis", conformemente alla manifesta volontà del Signore.
Certo, l'autorità e l'oggettiva configurazione del Sinodo differiscono sostanzialmente da quelle del Concilio per costituzione, per rappresentatività, per capacità potestativa, per qualità e ampiezza di magistero e quindi per efficacia esecutiva. Infatti la collegialità episcopale in senso proprio o stretto appartiene soltanto all'intero collegio episcopale, il quale come soggetto teologico è indivisibile. Tuttavia il Sinodo si afferma come un modo espressivo e operativo nell'esercizio pastorale della "sollicitudo omnium ecclesiarum" propria di ogni vescovo, e del corrispondente "affectus collegialis" dei vescovi tra loro.
La validità del Sinodo, dunque, non può derivare da presunte superiori prerogative, ma si basa sulle tipiche proprietà sinodali, che rispondono ai nomi di "collegialis affectus", "collegialis effectus", "pastoralis coniunctio", "caritas pastoralis".
Quando si parla di collegialità effettiva e collegialità affettiva, all'interno del Sinodo, non si intende certamente introdurre o sottintendere una giuridica contrapposizione di termini quanto piuttosto indicare, in modo coerente con la natura del Sinodo, quell'inconfondibile disposizione interiore, che consiste nel mantenere vivo lo spirito collegiale nell'esercizio concreto della "caritas pastoralis".
Il Sinodo espressione della collegialità dei vescovi col Papa
7. Prende forza così anche il vitale rapporto esistente tra la "sollicitudo omnium ecclesiarum" di ogni vescovo e il primato petrino, come già ebbi modo di dichiarare in passato: "Nel mistero della Chiesa tutti gli elementi trovano il loro posto e la loro funzione. E così la funzione del vescovo di Roma lo inserisce profondamente nel corpo dei vescovi, quale centro e cardine della comunione episcopale; il suo primato, che è un servizio per il bene di tutta la Chiesa, lo pone in rapporto di unione e collaborazione più intensa. Il Sinodo stesso fa risaltare il nesso intimo tra la collegialità e il primato: l'incarico del successore di Pietro è anche servizio alla collegialità dei vescovi e per converso la collegialità effettiva e affettiva dei vescovi è un importante aiuto al servizio primaziale petrino" (30 aprile 1983).
Il Sinodo, dunque, è un'espressione peculiare della collegialità dei vescovi col Papa. L'esperienza di questi 25 anni è servita a meglio precisarne le caratteristiche. Nel rapporto col successore di Pietro il Sinodo trova non soltanto la garanzia dell'unità sia all'origine che nello svolgimento del suo lavoro, ma anche il fondamento della sua autorevolezza.
Rapporto tra Sinodo e Curia Romana
8. Nella prospettiva di questa relazione del Sinodo con il vescovo di Roma, riceve il suo senso specifico anche il rapporto tra lo stesso Sinodo e la Curia Romana.
Com'è noto, la Curia costituisce lo strumento, per mezzo del quale il Papa svolge il suo ministero nella Chiesa, esercitando le prerogative sue proprie di pastore universale. Non ha quindi fondamento un'interpretazione della Curia che volesse presentarla come un soggetto antitetico rispetto al Sinodo. Né sarebbe legittimo ipotizzare un atteggiamento concorrenziale tra le due istanze ecclesiali. Il principio di comunione e di servizio, nel contesto della "caritas pastoralis", fornisce il criterio per un'impostazione corretta dei mutui rapporti dal punto di vista teologico, ecclesiale e pastorale. La "praesidentia caritatis", che appartiene al vescovo di Roma, rappresenta l'ambito vitale, nel quale si compongono in unità le sollecitudini dei Pastori uniti a Pietro.
La Chiesa particolare è "Chiesa" proprio perché è presenza particolare della Chiesa universale
9. Sul fondamento di comunione, che sostiene la Chiesa nella sua intima costituzione e nelle sue più varie espressioni concrete e storiche, si costruisce l'esuberante correlazione di mutua interiorità tra Chiesa universale e Chiese particolari.
In forza di questa costitutiva relazione si stabiliscono tra le singole parti "vincoli di intima comunione circa le ricchezze spirituali", mentre la "varietà di Chiese locali fra loro concordi, dimostra con maggiore evidenza la cattolicità della Chiesa indivisa" (LG 13). Per questa unità la Chiesa universale può sentirsi arricchita dei tesori delle Chiese particolari e le Chiese particolari gloriarsi dell'appartenenza alla Chiesa universale, la quale, appunto, è veramente presente e agisce in esse (cfr. CD 11).
Tale reciprocità, mentre esprime e preserva le rispettive dignità, illustra adeguatamente la figura della Chiesa, una e universale, che nelle Chiese particolari trova insieme e la propria immagine e un suo luogo di espressione, essendo le Chiese particolari formate "ad immagine della Chiesa universale, e in esse e da esse è costituita l'una e l'unica Chiesa cattolica" (LG 23). Le Chiese particolari a loro volta sono "ex et in Ecclesia universali": da questa e in questa, infatti, hanno la loro ecclesialità. La Chiesa particolare è "Chiesa" proprio perché è presenza particolare della Chiesa universale. così, da una parte, la Chiesa universale trova la sua esistenza concreta in ogni Chiesa particolare in cui essa è presente e operante e, dall'altra, la Chiesa particolare non esaurisce la totalità del mistero della Chiesa, dato che alcuni suoi elementi costitutivi non sono deducibili dalla pura analisi della Chiesa particolare stessa. Tali elementi sono l'ufficio del successore di Pietro e lo stesso collegio episcopale.
E in questo ambito l'istituzione sinodale si pone come un importante luogo di incontro di tutta la pluriforme ricchezza dei doni e degli scambi, fino a quel vertice che è costituito dalla celebrazione delle assemblee ordinarie del Sinodo dei vescovi. In esse confluiscono nel modo più ampio possibile le istanze della Chiesa universale riflesse dalle diverse Chiese particolari.
I pastori di queste, con la loro personale responsabilità pastorale, si riuniscono nell'effettivo esercizio dell'affetto collegiale, in spirito di comune servizio per tutta la Chiesa e per tutte le Chiese ad essi affidate.
In questo dinamismo entrano, perciò, le Chiese particolari come efficaci soggetti di comunione.
In tal senso, nell'ambito del Sinodo, mediante la "coniunctio pastorum", anche fisicamente visibile e attiva, si manifesta e celebra la "communio ecclesiarum".
E' spontaneo qui ricordare la celebrazione del recente Sinodo sulla formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali: in esso la comunione delle Chiese ha conosciuto segni particolari di intensità e di unanimità, specialmente in riferimento al fatto del tutto nuovo della partecipazione dei vescovi dell'Europa centrale e orientale, sia di rito latino che di rito orientale. E' stato un avvenimento che ha suscitato nell'animo di tutti lode e ringraziamento al Signore della storia per le "grandi cose" che egli continua a operare nella sua Chiesa.
La testimonianza esemplare della Chiesa di Roma
10. Diverso si presenta il discorso, se ci si riferisce ad altre forme di attività sinodale, come sono le assemblee speciali del Sinodo dei vescovi o i Sinodi diocesani. In questo tempo si stanno compiendo alacremente i preparativi per ben due assemblee speciali del Sinodo dei vescovi, che, a Dio piacendo, celebreremo nel prossimo futuro.
Vicino è ormai il Sinodo per l'Europa, al quale prenderanno parte le Chiese del continente, portandovi, con le ricchezze della loro storia, prospettive, preoccupazioni, speranze, suscitate dai rivolgimenti storici verificatisi di recente. E' un evento importante, che ci si augura possa recare un efficace contributo all'opera di rievangelizzazione dell'Europa, assicurando l'afflusso di nuova linfa dalle antiche radici cristiane per un futuro di autentico progresso nel rispetto di ogni dimensione umana.
Il Sinodo speciale per l'Africa è anch'esso oggetto di attenta preparazione in vista dello sviluppo di quelle Chiese aperte al futuro della evangelizzazione e della testimonianza.
Né può dimenticarsi la speciale forma sinodale, avviata col Sinodo Particolare dei vescovi dei Paesi Bassi, il cui Consiglio è ancora operante, e che ha lo scopo di affrontare gli specifici problemi incontrati dalla Chiesa in quel territorio.
Nella tradizione della Chiesa acquistano, poi, un significato proprio i Sinodi delle Chiese Orientali, che sono sotto la direzione dei patriarchi o degli arcivescovi maggiori e possiedono speciali titoli di autorità pastorale ed ecclesiale.
Degni di attenzione sono, infine, i Sinodi diocesani, nei quali il vescovo, attuando una speciale forma di "communio" con i presbiteri, i religiosi e i fedeli laici, si rivolge alla Chiesa particolare per affrontare con la riflessione, la preghiera, la sollecitudine pastorale i problemi posti dalla proclamazione della fede e dalla testimonianza della carità nelle concrete situazioni del mondo d'oggi.
Così è del Sinodo di questa santa Chiesa di Roma, che "presiedendo" per volontà di Cristo "alla carità", è investita di una particolare responsabilità a motivo della testimonianza esemplare che deve offrire di fronte a tutto il popolo di Dio.
Alla Chiesa e all'umanità giustizia, concordia e pace
11. Venerati fratelli, anche l'istituzione sinodale, come ogni struttura ecclesiale, ha in definitiva la sola finalità di far echeggiare, in ogni angolo della terra e in ogni epoca della storia, la parola angelica risonata nella notte di Betlemme: "Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore che è il Cristo Signore" (Lc 2,10-11).
In prossimità ormai del grande evento, che ha cambiato la storia del mondo, noi ci raccogliamo in ascolto di quell'annuncio, per rivivere nella fede la "grande gioia" della nascita del Salvatore. Di quella gioia vogliono essere espressione anche gli auguri che fraternamente ci scambiamo per l'imminente Natale e per l'anno nuovo, che s'affaccia alle porte ricco di confortanti speranze, ma segnato anche da drammatiche incertezze.
Voglia il Signore allontanare dal mondo le nubi minacciose che ne ingombrano l'orizzonte e concedere alla Chiesa e all'umanità giustizia, concordia e pace. Voglia egli riversare in particolare su di voi, che partecipate da vicino alle sollecitudini del successore di Pietro, l'abbondanza delle sue consolazioni.
Sono grato al cardinale decano delle affettuose parole con cui ha interpretato i voti augurali del Collegio e di tutti i presenti. A lui, ai signori cardinali, e a voi, membri della Curia Romana, del Governatorato e del Vicariato di Roma, vada l'espressione della mia viva riconoscenza per la collaborazione che da ciascuno ricevo nell'adempimento del compito affidatomi.
Mi si consenta, in un momento di singolare comunione d'animi come questo, di rivolgere una speciale parola di gratitudine al card. Agostino Casaroli, che ha lasciato da poco l'ufficio di segretario di Stato dopo lunghi anni di totale dedizione al servizio della Sede apostolica. Desidero sottolineare di lui, accanto alle ben note qualità di diplomatico lungimirante e saggio, le spiccate doti umane e sacerdotali - la fedeltà, la lealtà, la bontà - che me ne hanno resa preziosa la collaborazione e mi hanno fatto riconoscere in lui un autentico "uomo di Chiesa".
Porgo il mio augurio al successore, il pro-segretario di Stato mons.
Angelo Sodano, come pure a quanti nel corso dell'anno che si chiude hanno assunto nuove responsabilità nella direzione di Dicasteri e Organismi della Santa Sede.
Con l'auspicio che il Natale del Signore, che ci apprestiamo a rivivere, accresca negli animi di tutti quella buona volontà che è la premessa della vera pace (cfr. Lc 2,14), a voi, ai vostri collaboratori e alle persone care imparto di cuore la mia benedizione.
Data: 1990-12-20
Giovedi 20 Dicembre 1990
Titolo: Nella nostra patria, dai monti Tatra al Baltico, la grazia della riconciliazione raggiunga tutti i cuori
Cari fratelli e sorelle, miei connazionali, Amato Signor Cardinale Andrea, Illustri Signori Ambasciatori della Repubblica Polacca!
1. La ringrazio cordialmente per gli auguri presentatimi a nome di tutti coloro che sono qui riuniti. Il Vescovo Stefano Wesoly, delegato del Primate per la Pastorale degli emigrati polacchi, oggi non può essere qui presente con noi.
Il Signor Cardinale Andrea, a dire la verità, non è un emigrante pero è unito con il cuore alla sorte di tutti coloro che vivono al di fuori della Patria.
Da essi proviene questo oplatek, ossia il "Pane della vigilia di Natale", e a loro vanno i miei cordiali auguri. Essi fanno un ampio giro attraverso tutti i continenti, i singoli Paesi, dove battono cuori polacchi. Si può dire che essi invitano tutti alla tavola della vigilia, all'antica Messa dei pastori a mezzanotte e ai canti natalizi, nei quali si manifesta la nostra tradizione cristiana e nazionale, la nostra identità.
Alla fine dell'ottobre scorso ha avuto luogo a Roma un incontro particolare dei Polacchi. Hanno partecipato ad esso non soltanto i Rappresentanti delle Autorità della Repubblica Polacca e quelli delle comunità polacche all'estero ma anche - per la prima volta - i Polacchi che vivono ad Oriente della nostra attuale frontiera, nei territori dell'antica Repubblica delle tre nazioni, i quali ivi hanno continuamente la loro patria.
Ricordiamo con grande commozione questo incontro, il primo dopo tanti anni, e, tra le persone che vi hanno partecipato, la giovane Polacca dalla Lettonia, di venerata memoria Ita Kozakiewicz, che proprio in terra italiana ha trovato la morte inaspettata. Lei e tutti gli altri sono abbracciati dalla nostra preghiera. A tutti stendiamo la mano con il "Pane della vigilia di Natale".
Insieme con tutti intoniamo il canto natalizio: "Dio sta nascendo".
2. Questo canto natalizio (scritto da un eccellente poeta del diciottesimo secolo) ci introduce in modo particolare nel clima del mistero divino ed umano. Questo è insieme il "nuovo inizio" della storia dell'uomo, la Nuova Alleanza che dura ed è eterna.
Quando mettiamo il "Pane di Natale" - il pane bianco - sulle nostre tavole, diventa difficile non pensare che portiamo all'altare lo stesso Pane, perché si compia, sotto la sua specie, il Sacrificio di Cristo: il Sacrificio della nuova ed Eterna Alleanza. Il Sacrificio della riconciliazione di Dio con l'uomo. Da questa nasce la riconciliazione reciproca degli uomini: un nuovo legame fraterno intorno al Padre che "ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (cfr. Jn 3,16) per la nostra salvezza.
Che la sera della vigilia porti in ogni casa, in ogni famiglia e in ogni comunità umana un avvicinamento e riconciliazione. Tutta la nostra Patria, dai monti Tatra fino alle acque del Baltico, dall'Oriente all'Occidente, diventi come una grande, simbolica tavola di vigilia presso la quale la grazia della riconciliazione raggiunga tutti i cuori. Ciò che ci differenzia - qualunque cosa sia - non può essere più forte di ciò che ci unisce.
Nella tua persona, caro Signor Cardinale Andrea, pongo questi auguri nelle mani dell'Episcopato Polacco con il Primate per l'intera Chiesa nella Patria, e per tutti i miei connazionali.
Vi ringrazio per essere venuti.
(Traduzione dal polacco)
Data: 1990-12-22
Sabato 22 Dicembre 1990
Titolo: In Cristo i poveri sono diventati il "nuovo Israele"
Carissimi fratelli e sorelle!
1. La liturgia della quarta domenica d'Avvento, alle soglie ormai del Natale, ha numerosi riferimenti alla Beata Vergine Maria. Ella ci appare come colei che ha cooperato con Cristo, suo Figlio, al rinnovamento della condizione umana: un rinnovamento che non doveva interessare solo le coscienze, ma anche la convivenza e i rapporti sociali.
E' questo il messaggio del Magnificat, nel quale Maria annuncia come imminente, e anzi in qualche modo già presente e operante nel mondo la forza divina, ribaltatrice di posizioni spirituali, ideologiche, sociali apparentemente saldissime. E' ciò che esprimono quei verbi usati al passato: il Signore "ha guardato... ha fatto... ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi... ha innalzato gli umili..." (Lc 1,48ss).
Solo la misericordia di Dio si perpetua attraverso le generazioni, attuando un disegno di salvezza che abbraccia tutta la storia, in adempimento della promessa di redenzione fatta a Israele e all'intera umanità mediante i patriarchi e i profeti.
2. Maria sentiva che l'attuazione di quella promessa avrebbe cambiato molte cose nel mondo, quanto a categoria di giudizio, ma con ripercussioni anche sull'insieme della vita sociale.
In tale prospettiva teologica e profetica si può ben capire il Cantico di esultanza e di ringraziamento, nel quale ella passa dall'umile riconoscimento delle "cose grandi" operate in lei dal Signore, alla proclamazione del cambiamento profondo che stava avvenendo nell'umanità. Era un annuncio che si sarebbe impresso nella coscienza cristiana sia come principio spirituale e teologico, che come impegno di carità socialmente operosa.
In tale linea si poneva anche il Papa Leone XIII nell'enciclica "Rerum Novarum", quando, in rapporto alla "questione sociale", affermava: "In ciò si accordano tutti, essere di estrema necessità venir senza indugio con opportuni provvedimenti in aiuto dei proletari, che per maggior parte si trovano indegnamente ridotti ad assai misere condizioni... soli e indifesi".
3. Al tempo di Maria la terminologia corrente era diversa: si parlava piuttosto dei "poveri" ("anawim"), di coloro cioè che sapevano di essere in condizioni di necessità e di debolezza, e che proprio per questo si affidavano a Dio.
Condividendo il loro atteggiamento interiore la Vergine canta la speranza della gente umile e piccola, che Dio soccorre a scapito dei potenti e dei ricchi del mondo.
In Cristo i poveri e i piccoli di ogni epoca sono diventati il "nuovo Israele": anche quelli che al tempo di Leone XIII si chiamavano i "proletari"; anche i "nuovi poveri" del nostro secolo.
Dinanzi a tutte le povertà, che gravano sugli uomini e sulle donne del nostro tempo, noi chiediamo alla Vergine santa di interporre la sua intercessione, perché continuino ad attuarsi le parole di speranza del Magnificat: "Dio si è ricordato della sua misericordia".
Data: 1990-12-23
Domenica 23 Dicembre 1990
Titolo: Impegno del Natale: scuotersi dall'indifferenza e superare le suggestioni che snaturano il volto cristiano della festa
"Grazia a voi e pace da Dio, nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo" (Rm 1,7).
1. Con le stesse parole augurali con cui l'apostolo Paolo salutava la primitiva comunità cristiana di Roma, mi rivolgo a voi, carissimi fratelli e sorelle, appartenenti a questo Centro di riabilitazione, che è tra i più significativi e importanti della Fondazione "Pro Juventute", scaturita dal cuore e dal genio di quel grande sacerdote che fu don Carlo Gnocchi e che quest'anno celebra il quarantesimo anniversario della sua attività.
Insieme col card. vicario, Ugo Poletti, e con mons. Luca Brandolini, vescovo delegato per l'assistenza religiosa degli ospedali e case di cura di Roma, saluto tutti voi, cari giovani e ragazzi, e vi esprimo l'augurio sincero non solo di "Buon Natale", ma anche di una pronta guarigione.
Rivolgo un cordiale ringraziamento a mons. Ernesto Pisoni, presidente della Fondazione e al professor Monticelli, direttore clinico e scientifico di questo Centro, per le parole di accoglienza che mi hanno indirizzato. E con loro ringrazio il direttore sanitario e tutto il personale medico e ausiliario, religioso, tecnico e amministrativo che, con competenza professionale e con profondo senso di umanità si prodiga per la cura e la riabilitazione di tutti gli ospiti di questo Centro.
2. L'odierno incontro, da voi tanto atteso e desiderato, assume un particolare significato nel contesto del Santo Natale, che ci apprestiamo a celebrare.
Con la liturgia di Avvento ci siamo preparati ad accogliere la visita del Salvatore, del "Medico celeste" che è venuto e viene ancora per sanare le ferite del corpo e dello spirito, per consolare gli afflitti con la sua presenza, per annunciare ai poveri la buona notizia della liberazione, per fare dono della vita a quanti confidano in lui.
Ebbene, ora il mistero si svela e si realizza. "Oggi saprete che il Signore viene: col nuovo giorno vedrete la salvezza". così ci ripete la liturgia della vigilia di Natale, nella quale, in un certo senso, siamo già entrati! Si, il Signore viene! Ma occorre che anche noi andiamo incontro a lui. Ancora oggi a tutti gli uomini i pastori ripetono l'invito: "Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere" (Lc 2,18).
Anche all'uomo di oggi, spesso indifferente e incapace di meraviglia di fronte alle grandi opere di Dio, è chiesto di "andare fino a Betlemme", cioè di intraprendere un vero itinerario di fede, un radicale cambiamento di mentalità e di vita, per poter "riconoscere" in quel Bambino povero e rifiutato dagli uomini ("non c'era posto per loro nell'albergo") il Figlio di Dio e il Redentore dell'uomo.
Questo è l'impegno che il Natale chiede a tutti: scuotersi dall'indifferenza, vincere lo scetticismo, superare le facili suggestioni che snaturano il volto cristiano della festa per ascoltare e credere all'annunzio, mettersi in cammino, "vedere" il Signore, adorarlo come Dio, annunciarlo con gioia a tutti come unico e vero Salvatore dell'uomo.
3. E' vero: nel volto del Bambino Gesù si svela in maniera piena e definitiva l'amore di Dio Padre e Redentore che guarisce, libera e salva. Ma è altrettanto vero che in quel medesimo volto si nasconde e si manifesta il volto di ogni uomo, e soprattutto di chi è povero, indifeso, emarginato e malato. Laddove la dignità della persona umana è maggiormente violata, i diritti fondamentali lesi, i bisogni essenziali disattesi e la stessa vita minacciata, li Gesù vuole essere riconosciuto, amato, accolto, servito.
Ecco perché l'uomo sofferente diventa "via" della Chiesa, ed è, questa, una delle vie più importanti. La Chiesa è chiamata a cercare l'incontro con l'uomo sofferente per annunciargli la parola della verità e della vita, per curare le sue ferite materiali e spirituali con l'olio della consolazione e il vino della speranza, per assicurargli un "luogo" in cui poterlo accogliere, curare, riabilitare e restituire alla sua piena dignità.
In questa prospettiva è facile rendersi conto che nella missione della Chiesa l'annuncio del Vangelo della speranza e della carità, della verità di Dio sull'uomo, sulla sua vita e sul suo destino trascendente, non può essere separato dalla testimonianza e dal servizio della carità che lo rendono più forte e credibile. La "nuova evangelizzazione" che tutti auspichiamo dal Sinodo pastorale diocesano deve prendere le mosse e continuamente rifarsi e alimentarsi alla testimonianza della carità. E' questa la via che tutta la Chiesa, e particolarmente la Chiesa di Roma, è chiamata ad imboccare con nuovo coraggio e a percorrere con rinnovato impegno di opere.
4. Tale è stata, carissimi fratelli e sorelle, la via percorsa anche da don Carlo Gnocchi. Questo zelante sacerdote, nell'immediato dopoguerra, di fronte alle orribili ferite scavate nelle carni e nel cuore di tanti bambini, vittime innocenti del grande conflitto, si è dedicato alla loro cura, fino al supremo dono di sé, manifestato anche nell'offerta dei suoi stessi occhi a uno di loro. Dal suo grande cuore di Padre, di fedele ministro di Cristo e della Chiesa, di servitore dell'uomo, è nata la fondazione alla quale questo Centro appartiene.
Un'opera che è rimasta fedele al primitivo spirito di attenzione e di servizio al bambino e al giovane, malato o mutilato, come a persona fatta a immagine di Dio e perciò sempre meritevole di rispetto e di amore.
Il vostro Centro, al fine di offrire risposte sempre più adeguate alle necessità degli ospiti disabili e al progresso delle moderne tecnologie, ha saputo sviluppare notevoli capacità e relativi servizi, sia nella ricerca che nella prevenzione e cura, tanto da essere considerato un Istituto esemplare per tutti coloro che vogliono mettere la scienza e la tecnica a servizio dell'uomo.
5. Carissimi medici e operatori sanitari di questo Centro: rimanete sempre fedeli allo "stile" e allo spirito di don Gnocchi! Mediante le cure fisiche, che voi prestate, come pure l'istruzione scolastica, la formazione professionale, lo sviluppo di attività sportive, ma anche mediante la vostra professionalità, seria e coerente sotto il profilo etico, e soprattutto con il vostro amore, illuminato e sostenuto dalla fede, voi potete contribuire alla riabilitazione piena dei ragazzi e giovani degenti e al loro pieno reinserimento nella comunità civile.
Rivolgo pure un affettuoso pensiero ai genitori e familiari, molti dei quali oggi sono qui. Comprendo il vostro dramma e i problemi umani e spirituali che il dolore e l'infermità degli innocenti suscita nel vostro cuore, come pure le gravi difficoltà che incontrate, cercando di stare accanto a loro. Non sentitevi soli e abbandonati. Molte persone sono solidali con voi. E anch'io vi seguo con la preghiera affinché la vostra fede non venga meno e non tramonti la speranza nel vostro cuore.
A tutti, perciò, chiedo attenzione, partecipazione e solidarietà nei confronti dei disabili che hanno bisogno non solo di cure efficaci, ma di accoglienza, di vicinanza, di sostegno in modo che siano abbattute tutte le barriere che una società efficientistica e produttivistica, come l'attuale, innalza spesso nei loro confronti.
6. Carissimi fratelli e sorelle, il Signore è vicino! Andategli incontro con le opere dell'amore; apritegli il cuore, nella fede, non solo per riconoscerlo come Salvatore e Signore, ma per accoglierlo in ognuno dei fratelli sofferenti, emarginati e malati, nei quali continua a farsi presente nel mondo. E allora sarà davvero Natale: un Natale di gioia e di pace, di amore e di fraternità per tutti.
Questi auguri, che accompagno con la preghiera, voglio ora suggellarli con la benedizione apostolica.
Data: 1990-12-23
Domenica 23 Dicembre 1990
GPII 1990 Insegnamenti - Alla Famiglia Pontificia - Città del Vaticano (Roma)