GPII 1991 Insegnamenti - Udienza generale - A conclusione della riunione dei patriarchi e vescovi dei paesi coinvolti nella guerra del Golfo

Udienza generale - A conclusione della riunione dei patriarchi e vescovi dei paesi coinvolti nella guerra del Golfo

Titolo: Senza una vera giustizia non si può avere la pace. la giustizia non si può conseguire se non con mezzi pacifici

Venerabili patriarchi, Cari confratelli nell'Episcopato, fratelli e sorelle, "Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell'amore vicendevole e verso tutti...".

Insieme a voi, pellegrini qui convenuti, desidero rivolgere un rinnovato saluto ai Venerabili Patriarchi delle Chiese Cattoliche del Medio Oriente e ai Presidenti delle Conferenze Episcopali dei Paesi che sono stati più direttamente coinvolti nella recente guerra del Golfo.

Cari fratelli, la vostra presenza qui, questa mattina, è come il prolungamento della riunione svoltasi ieri e l'altro ieri e che avevo convocato per uno scambio di informazioni, per una comune valutazione delle conseguenze del conflitto sulle popolazioni della regione mediorientale, sulle comunita cristiane che vi vivono e sul dialogo tra le religioni monoteistiche. Questa idea è stata soprattutto alimentata dal più vivo desiderio di trovare insieme quali fossero le iniziative della Chiesa Cattolica più adatte per superare tali conseguenze negative e favorire il conseguimento di una pace duratura nella giustizia e nella comprensione. Il nostro incontro è stato prima di tutto una profonda esperienza di comunione ecclesiale, favorita dalle comuni sensibilità e responsabilità che derivano dal Ministero affidatoci da Cristo. Egli, infatti, ha detto ai Suoi discepoli: "Andate... e ammaestrate tutte le nazioni..., insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato".

Questa unità tra Pastori di Chiese particolari che testimoniano il Vangelo all'interno di società dalle caratteristiche così diverse tra di loro, in Oriente e in Occidente, vuole essere un punto di partenza per voi che l'avete sperimentata, una indicazione per i fedeli affidati alla vostra sollecitudine pastorale e un simbolo di una vera e pronta riconciliazione tra i popoli. Quei popoli che la recente guerra ha visto contrapposti o che i perduranti problemi del Medio Oriente continuano a contrapporre. Da parte vostra sono state illustrate molte situazioni di sofferenza e di pericoli a motivo delle tensioni ancora esistenti e delle incomprensioni che potrebbero aumentare, se non ci sarà un pronto impegno di tutti ad affidarsi al dialogo e alla fiducia reciproca. Tutto questo ha portato nei nostri cuori tristezza e preoccupazione e ha rafforzato la convinzione che senza una vera giustizia non si può avere la pace e che la giustizia non si può adeguatamente conseguire se non con mezzi pacifici.

La guerra del Golfo ha portato morte, distruzione e ingenti danni economici e ambientali: abbiamo espresso la speranza che, per il popolo del Kuwait, le popolazioni dell'Iraq e tutti i loro vicini, la volontà della ricostruzione materiale sia accompagnata dal desiderio di leale collaborazione tra loro e con la grande famiglia delle nazioni. Sarà necessario superare i rancori e le divisioni culturali e, in particolare, quelle createsi tra diversi mondi religiosi. E' una speranza che trova il suo fondamento più profondo nella comune fede di questi popoli nel Dio Creatore e nella fiducia nell'uomo Sua creatura, chiamato da Lui a conservare e a rendere migliore il mondo. La nostra speranza e i nostri propositi concreti si sono rivolti anche alle gravi situazioni nelle quali si trovano altre parti della regione. Abbiamo parlato della Terra Santa, dove tra due popoli, quello palestinese e quello dello Stato di Israele, da decenni continua ad esistere un antagonismo che aumenta le tensioni e le ansie e che è finora apparso irriducibile.

L'ingiustizia della quale è vittima il popolo palestinese esige un impegno di tutti e, in particolare, dei responsabili delle nazioni e della comunità internazionale. Solamente con la ricerca intensa di un immediato inizio di soluzione, quel popolo potrà finalmente essere riconosciuto nella sua dignità ed essere, anch'esso, garante della sicurezza di tutti. Il riferimento alla Terra dove Cristo è nato ha portato il nostro pensiero alla Città dove Egli ha predicato, è morto e risorto, Gerusalemme, con i suoi luoghi santi cari anche agli ebrei e ai musulmani e con le sue comunità. Essa, chiamata ad essere crocevia di pace, non può continuare ad essere motivo di discordia e di discussione. Spero vivamente che, un giorno, le circostanze mi permetteranno di recarmi come pellegrino in quella Città unica al mondo, per rilanciare di là, insieme con i credenti ebrei, cristiani e musulmani, quel messaggio e quell'implorazione di pace, già diretti all'intera famiglia umana, il 27 ottobre 1986 ad Assisi.

Il nostro pensiero si è rivolto poi al caro e tanto provato Libano, dove un'altra situazione di ingiustizia da oltre 15 anni grava su una intera popolazione. Anche là c'è un ordine internazionale turbato e un Paese sovrano privato della sua completa indipendenza. Inoltre, il mondo intero non può ignorare tanta sofferenza e, soprattutto, rischiare di perdere una tale ricca esperienza di incontro e di collaborazione tra culture e religioni diverse. In quella regione altri Paesi e altri popoli da anni vivono in tensione per situazioni non risolte, o forse dimenticate, come per esempio quella esistente a Cipro e quella relativa al provato popolo curdo. Si tratta di problemi molto complessi e difficili, che esigono un grande impegno di coloro che sono responsabili delle sorti del mondo e nelle mani dei quali c'è la possibilità reale di affrontarli e di risolverli, facendosi, in tal modo, dei veri artefici di pace. Che cosa possono fare le comunità cattoliche dell'Oriente e dell'Occidente? I cristiani di Oriente sono chiamati spesso a testimoniare la loro fede in società dove essi sono minoritari: è loro aspirazione farlo con coraggio, sentendosi a pieno titolo costruttori e partecipi delle società a cui appartengono. Questo comporta innanzitutto un dialogo genuino e costante con i fratelli ebrei e musulmani e una autentica libertà religiosa, sulla base del rispetto mutuo e della reciprocità. In tal senso già il 1 gennaio di quest'anno ho dedicato la Celebrazione della Giornata Mondiale della Pace al tema "Se vuoi la Pace rispetta la coscienza di ogni uomo". Le vostre comunità non potranno esimersi da un profondo impegno concreto in un movimento di sincera solidarietà verso coloro che, a motivo della guerra o delle tristi circostanze che hanno colpito le loro terre, si trovano ad essere nella sofferenza, più poveri e più bisognosi.

Sono sicuro che i cattolici di tutto il mondo, con il vostro aiuto e il vostro stimolo, sapranno ascoltare questa richiesta di aiuto e testimoniare così in modo autentico la loro adesione all'insegnamento di Cristo. Sarà impegno di questa Sede Apostolica valutare innanzitutto e recepire i suggerimenti ricevuti nel corso di questo incontro e, per quel che è di sua competenza, continuare nei suoi contatti diplomatici e sollecitare dalle istanze politiche e dalle organizzazioni internazionali un rinnovato impegno in favore della giustizia e della pace. Molte volte, durante la guerra del Golfo, mi sono rivolto alla Chiesa intera, invitando tutti a ricorrere alla preghiera e al sacrificio per invocare da Dio il dono della pace. La fervente supplica che ora insieme rivolgeremo al Signore sia anche il rinnovamento di quella esortazione a pregare che lanciai a tutti i fratelli nell'Episcopato, ai Sacerdoti, ai Religiosi e alle Religiose e all'intera comunità dei fedeli.

"Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro che era frammezzo, cioè l'inimicizia".

Data: 1991-03-06
Mercoledi 6 Marzo 1991

Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: "Uniamo le nostre voci e preghiamo per la pace e la concordia nel Medio Oriente"

Fratelli e sorelle, al termine di quest'Udienza uniamo le nostre voci e preghiamo per la pace e la concordia nel Medio Oriente e nel mondo intero, affinché tutti gli uomini che Dio ama lavorino senza stancarsi per promuovere quella giustizia che sola può garantire una pace autentica e duratura.

O Dio, creatore dell'universo, che estendi ad ogni creatura la tua paterna sollecitudine e guidi ad una meta di salvezza le vicende della storia, noi riconosciamo il tuo amore di Padre quando pieghi la durezza dell'uomo, e in un mondo lacerato da lotte e discordie lo rendi disponibile alla riconciliazione.

Rinnova per noi i prodigi della tua misericordia: manda il tuo Spirito perché agisca nell'intimo dei cuori, i nemici si aprano al dialogo, gli avversari si stringano la mano e i popoli si incontrino nella concordia. Fa' che tutti ci impegniamo nella ricerca sincera della vera pace che estingue le contese, della carità che vince l'odio, del perdono che disarma ogni vendetta.

Per Cristo nostro Signore.

Data: 1991-03-06
Mercoledi 6 Marzo 1991

Discorso all'assemblea dei vescovi del Brasile - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Siamo stati scelti

Signori Cardinali, Signori Arcivescovi e Vescovi,


1. E' con particolare gioia che desidero accogliere voi, rappresentanti del numeroso Episcopato brasiliano e con voi, i miei collaboratori nella Curia Romana in occasione di questa assemblea speciale. Questo incontro che inizia oggi, è un'opportunità per dare una più chiara espressione al vincolo di comunione ecclesiale e ministeriale che ci unisce.

Dopo la prima visita pastorale nel vostro paese, nel 1980, la Divina Provvidenza ha voluto che per ben due volte potessi riunirmi con voi, sia in gruppi diversi, nel corso delle visite "ad limina", sia nel nostro incontro del 1986 per poter confermare lo spirito che animava la Chiesa in Brasile alla luce degli insegnamenti scaturiti e quindi posti in pratica, dal Concilio Vaticano II.

Infine, l'anno scorso, siete giunti qui nuovamente per un'altra delle visite "ad limina", ed è stato possibile una volta ancora ascoltarvi e mostrarvi alcuni aspetti della nostra comune missione pastorale, Oggi, in un clima di preghiera, di riflessione e anche di carità fraterna, di speranza e di dialogo costruttivo, saluto di cuore tutti voi, e vi porgo il benvenuto in questa casa del Papa che è la vostra casa. Vi ringrazio sin d'ora per la disponibilità con cui avete saputo rispondere al mio invito e rinnovo a ciascuno la promessa di restare vicino alle vostre opere pastorali chiedendo a Dio che questa esperienza dia nuove energie al vostro devoto ministero e che, con la collaborazione di alcune congregazioni e consigli della Curia Romana, possa raggiungere i frutti che certamente il Divino Consolatore desidera,


2. Cari fratelli, quali arcivescovi metropolitani e vescovi delle diverse diocesi, siete in una posizione privilegiata per rappresentare ed esprimere le preoccupazioni delle Chiese particolari nella vostra nazione. Ci riuniamo per prendere in considerazione i punti particolari che riguardano la vita ecclesiale del Brasile. Il nostro incontro è la continuazione di un interscambio destinato a rafforzare la vostra collaborazione unitaria nella evangelizzazione. Noi lo facciamo con una visione organica della nostra missione di vescovi, una visione che deve esprimere le indiscutibili priorità della vita della Chiesa di oggi giorno, non solo quanto alle sue necessità universali, ma anche rispetto a quelle che sono in relazione con la Chiesa in Brasile. Al centro della nostra preoccupazione si trova l'evangelizzazione nel contesto della cultura e della società brasiliana, con particolare attenzione per il ruolo del vescovo come maestro di fede. Questo è quanto mi propongo di sottoporre alla vostra considerazione, riflettendo sugli agenti, i metodi e i beneficiari dell'evangelizzazione.

La vostra missione come autentici maestri della fede, ha come obbiettivo l'edificazione del Corpo Mistico di Gesù Cristo. Voi, uniti al vescovo di Roma e successore di Pietro, siete la colonna sulla quale poggia l'opera di evangelizzazione. La forza e la vitalità della Chiesa locale dipende in gran parte dalla fermezza della vostra fede, della vostra speranza e della vostra carità.


3. Come Pastore della Chiesa universale desidero incoraggiarvi nel vostro ministero. Sono pienamente consapevole delle sfide che dovete fronteggiare nel portare il messaggio evangelico a un mondo che non sempre lo accoglie prontamente.

Il vostro popolo sente le difficoltà di essere cristiano in un clima avverso soprattutto a causa delle deviazioni provocate dal crescente impoverimento dei costumi, senza dimenticare il problema della vertiginosa proliferazione delle sette che vanifica la perseveranza nella fede di molti cattolici.

In questi giorni insieme cercheremo di mettere a fuoco in maniera chiara la nostra visione della Chiesa e dove il Signore vuole condurre essa, noi e il suo popolo alle soglie del Terzo Millennio del cristianesimo.

Dobbiamo aver fiducia nel risultato dei nostri sforzi, certi che il Signore della vigna è in mezzo a noi. Egli è Colui che ci ha scelti come suoi servitori per adempiere alla missione di evangelizzazione. San Paolo dice che siamo stati scelti per "annunziare il vangelo di Dio, riguardo al Figlio suo" (cfr. Rm 1,1-3).

Noi accogliamo la sua chiamata e lo facciamo con gioia.

Ma non esitiamo a rivolgere a lui la nostra preghiera per avere più forza e discernimento. Per questo il nostro incontro è iniziato in un clima di preghiera e culminerà nella celebrazione eucaristica. Invoco l'intercessione di Nostra Signora, la Vergine Aparecida insieme al suo Divino Figlio, nella certezza che il Signore è pronto ad aiutarci nei nostri doveri pastorali, poiché egli ci ha inviato il suo Spirito affinché sia con noi e ci guidi con tutta la verità e l'amore.

Cari fratelli: nella forza dello Spirito Santo, perseveriamo nel nostro impegno di sostenere tutto il popolo cattolico del Brasile perché possa proclamare con la santità di vita che "Cristo Gesù, è il "Signore"" (cfr. Ep 3,11).

(Traduzione dallo spagnolo)

Data: 1991-03-08
Venerdi 8 Marzo 1991

All'Unione cristiana dei Dirigenti d'Impresa - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Rinnovate la vostra adesione a Cristo

Signor Presidente, Cari amici,


1. Mentre è in corso quest'anno particolarmente consacrato alla Dottrina Sociale della Chiesa, la vostra Unione internazionale cristiana dei Dirigenti d'Impresa (l'UNIAPAC) compie un pellegrinaggio di lavoro e riflessione a Roma. In quest'occasione, avete desiderato incontrare il Vescovo di Roma per rinnovare al suo cospetto i vostri impegni personali di dirigenti cristiani delle vostre imprese e riaffermare l'identità cristiana del vostro movimento. Apprezzo il vostro operato e vi ringrazio per i sentimenti di attaccamento alla Chiesa che ha espresso il vostro Presidente a nome di tutti voi. Siate dunque benvenuti in questa casa!


2. La vostra commemorazione del grande punto di partenza moderno della dottrina sociale della Chiesa che è l'enciclica "Rerum Novarum" è consistita nel consacrare queste giornate ad una riflessione esigente sui diversi aspetti della "responsabilità economica e sociale del dirigente d'impresa cristiano in un mondo in cambiamento ed in via di globalizzazione". Mi è gradito sottolineare l'interesse che questa maniera di onorare l'insegnamento rinnovatore di Leone XIII presenta: lo fate trovando il tempo di venire a meditare, da tutti i continenti, a partire dal Vangelo sul senso della storia che vivete e sulla portata dell'azione e delle molteplici forme della solidarietà umana in cui siete coinvolti.

Una delle guide del vostro lavoro è il volume preparato dal vostro gruppo francese che raccoglie riflessioni e documenti ecclesiastici che hanno scandito cent'anni di pensiero sociale intorno all'impresa. Potete in questo modo ricostruire il cammino percorso da "Rerum Novarum" e meglio orientarvi nei vostri compiti attuali.


3. Voi non cercate le cose facili nel portare una visione cristiana sulle vostre funzioni di dirigenti d'impresa. Dovete conciliare delle esigenze che molti stimerebbero quasi contraddittorie: quelle che nascono dalle regole e dagli obblighi della vita economica, dure e persino implacabili, quelle che derivano dallo sviluppo tecnologico sempre più costoso ed evolutivo e, dall'altra parte, quelle proclamate dalla coscienza umana e cristiana, quelle delle regole morali essenziali per la nostra dignità di creature fatte ad immagine stessa di Dio. Vi trovate nel punto di convergenza di molteplici serie di leggi, naturali, tecniche, civili e infine morali ed evangeliche.

Non mi addentrero qui nell'analisi. Desidero semplicemente incoraggiarvi nella vostra ricerca comune che vi aiuterà a rispondere meglio a quel che posso definire la vostra vocazione. Dovete cercare di agire con la migliore competenza professionale, di sviluppare i migliori rapporti fra tutti i membri del personale delle vostre imprese, con gli utenti della vostra produzione o dei vostri servizi, con i diversi agenti sociali e con le autorità responsabili del bene comune, tutto questo senza allontanarvi mai dall'obbiettivo primario che è l'edificazione di una società giusta in cui l'insieme delle persone possa espandersi in un vero equilibrio sociale. E vorrei notare che l'impresa costituisce uno dei corpi intermediari chiamati a consentire a tutti coloro che partecipano alla sua attività non soltanto di guadagnare la loro vita e quella della propria famiglia, ma di sviluppare una gran parte delle loro capacità.

Non mancano ostacoli sul vostro cammino. La nostra epoca sembra moltiplicarli a suo modo. Nel mondo, le disparità di trattamento dei lavoratori sono più evidenti di prima, da una regione all'altra, da un campo all'altro, e questo pesa sulle stesse condizioni della produzione e del mercato. Ci si trova dinanzi a certe attività, lucrative, ma che bisogna risanare o cui bisogna rinunciare: penso a tutto quanto attenta alla vita dell'uomo e alla natura, dalle degradazioni dell'ambiente, fino allo sviluppo delle armi di concezione inaudita o al commercio, anch'esso portatore di morte, della droga; penso alle deviazioni e agli eccessi di numerose forme di manipolazione finanziaria. Per preservare la moralità dell'attività economica, avete bisogno di un lucido pensiero e della coraggiosa volontà di restare fedeli alle esigenze chiarificatrici della Parola di Dio e dell'insegnamento della Chiesa. So che il vostro movimento lavora in questo senso e vi esorto a rinnovare incessantemente la vostra adesione a Cristo nella fede, a vivere alla sua sequela l'amore per l'uomo e a porlo in pratica effettivamente in tutte le vostre attività.


4. Voi stessi sottolineate che, cent'anni dopo le "cose nuove" che avevano provocato la riflessione di Leone XIII, la nostra epoca è, a sua volta, ricca di "cose nuove", di mutazioni politiche e sociali, economiche e tecniche.

Una notevole porzione del mondo si libera dagli obblighi ideologici di un collettivismo che aveva gravemente ostacolato popoli interi, ridotto la loro creatività, impedito il loro sano sviluppo sociale ed economico. Avete misurato l'importanza di questi cambiamenti. Sapete, grazie alle vostre proprie competenze, che il passaggio a nuove forme di economia di mercato non può compiersi, nell'Europa centrale in particolare, senza la costosa ricostruzione di intere economie, con un prezzo umano talvolta ai limiti della sopportazione.

Non avete tardato a prendere l'iniziativa di incontrare i vostri omologhi dei paesi che devono affrontare questi mutamenti, e non avete tardato a condividere con loro i frutti delle vostre esperienze, a offrir loro un appoggio perché si organizzino e si aiutino mutuamente nell'ambito della riflessione cristiana sulla vita economica, in una valutazione chiara delle implicazioni poste dall'accostarsi dei loro paesi a forme d'impresa e a sistemi di scambio tanto nuovi per essi. A questo riguardo, spero che gli importanti incontri che avete avuto con loro a Praga lo scorso ottobre abbiano fruttuosi sviluppi.

Quest'allusione ad una nuova situazione che riguarda più direttamente l'Europa non mi fa dimenticare le altre regioni del mondo. L'UNIAPAC pone tutta una parte della sua attività in un quadro regionale o continentale. Questo corrisponde, mi pare, a dei bisogni reali che ho potuto constatare spesso durante i miei viaggi. Nello stesso momento in cui si parla della mondializzazione dell'economia, non si potranno affrontare le sue esigenze né diminuire le sue manchevolezze e le sue ingiustizie, senza aprire dei dialoghi nella fiducia tra controparti che pratichino una costruttiva solidarietà nella loro regione propria.

I cristiani devono lavorare seriamente, tra di loro e con tutte le loro controparti, affinché un giorno si possa superare questa partizione del mondo che pone gli uni in un primo, altri in un secondo, un terzo e persino un quarto mondo! Possiamo accettare forse che le denominazioni di "Nord" e "Sud" significhino che si possano godere, di più e meglio, dei beni della terra qui, e che se ne sia privati là? Al vostro livello, non smettete di reagire a queste divisioni indegne della famiglia umana, estranee alla volontà del Creatore e che, lo sappiamo bene, costituiscono altrettanti ostacoli alla pace sociale e internazionale.

Formulo i miei voti migliori per voi stessi, per l'azione dei vostri amici dell'UNIAPAC, affinché vi sia dato di affrontare le vostre responsabilità nello spirito di servizio che vi chiede Cristo, Salvatore di tutti gli uomini. Che Dio vi accordi il sostegno delle sue benedizioni! (Traduzione dal francese)

Data: 1991-03-09
Sabato 9 Marzo 1991

Lettera ai sacerdoti per il Giovedi Santo 1991

Venerati e cari fratelli nel sacerdozio ministeriale di Cristo! "Lo Spirito del Signore è sopra di me".


1. "Mentre siamo raccolti nelle cattedrali delle nostre diocesi in torno al Vescovo per la liturgia della Messa crismale, ascoltiamo queste parole pronunciate da Cristo nella sinagoga di Nazareth. Presentandosi per la prima volta dinanzi alla comunità del suo paese di origine, Gesù legge dal Libro del profeta Isaia le parole dell'annuncio messianico: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato". Nel loro significato immediato queste parole indicano la missione profetica del Signore quale annunciatore del Vangelo. Ma possiamo applicarle alla multiforme grazia che Egli ci comunica. Il rinnovamento delle promesse sacerdotali del Giovedi Santo è unito al rito della benedizione degli Oli santi, i quali, in alcuni sacramenti della Chiesa, esprimono quell'unzione dello Spirito Santo che deriva dalla pienezza che è in Cristo.

L'unzione dello Spirito Santo attua prima il dono soprannaturale della grazia santificante, mediante il quale l'uomo diventa in Cristo partecipe della natura divina e della vita della Santissima Trinità.

Tale donazione è in ciascuno di noi la fonte interiore della vocazione cristiana e di ogni vocazione nella comunità della Chiesa, quale Popolo di Dio della Nuova Alleanza. In questo giorno, dunque, noi guardiamo il Cristo, che è la pienezza, la fonte ed il modello di tutte le vocazioni e, in particolare, della vocazione al servizio sacerdotale quale partecipazione peculiare, mediante il carattere sacerdotale dell'Ordine, al suo sacerdozio. In lui solo c'è la pienezza dell'unzione, la pienezza del dono, la quale è per tutti e per ciascuno: essa è inesauribile. All'inizio del triduum sacrum, mentre la Chiesa intera, mediante la liturgia, penetra in modo singolare nel mistero pasquale di Cristo, noi leggiamo la profondità della nostra vocazione, che è ministeriale, la quale deve essere vissuta sull'esempio del Maestro che prima dell'ultima Cena lava i piedi agli Apostoli. Durante questa stessa Cena, dalla pienezza del dono del Padre che è in lui e che, per mezzo suo, viene elargito all'uomo, Cristo istituirà il sacramento del suo Corpo e del suo Sangue sotto le specie del pane e del vino e lo affiderà - il sacramento dell'Eucaristia - nelle mani degli Apostoli e, per il loro tramite, nelle mani della Chiesa, per tutti i tempi fino alla sua definitiva venuta nella gloria.

Nella potenza dello Spirito Santo, operante nella Chiesa dal giorno di Pentecoste, questo sacramento, attraverso la lunga serie delle generazioni sacerdotali è stato affidato anche a noi nel presente momento della storia dell'uomo e del mondo, la quale in Cristo è diventata definitivamente storia della salvezza. Ciascuno di noi, cari fratelli, ripercorre oggi con la mente e col cuore la propria via al sacerdozio e, in seguito, la propria via nel sacerdozio, che è via della vita e del servizio e che a noi è derivata dal Cenacolo. Tutti ricordiamo il giorno e l'ora allorché, dopo aver recitato insieme le Litanie dei Santi, prostrati sul pavimento del tempio, il Vescovo impose su ciascuno di noi le sue mani, in profondo silenzio. Sin dai tempi apostolici, l'imposizione delle mani è il segno della trasmissione dello Spirito Santo, che è, egli stesso, il supremo artefice della santa potestà sacerdotale: autorità sacramentale e ministeriale.

Tutta la liturgia del triduum sacrum ci avvicina al Mistero pasquale, da cui tale autorità ha il suo inizio per essere servizio e missione: a questo possiamo applicare le parole del Libro di Isaia, pronunciate da Gesù nella sinagoga di Nazareth: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato".


2. Venerati e cari fratelli, scrivendovi per il Giovedi Santo dello scorso anno, cercai di orientare la vostra attenzione verso l'assemblea del Sinodo dei Vescovi che sarebbe stata dedicata al tema della formazione sacerdotale. L'assemblea si svolse nell'ottobre scorso, ed al presente, insieme al Consiglio della Segreteria Generale del Sinodo, stiamo preparando la pubblicazione del relativo Documento. Ma prima che tale testo sia pubblicato, desidero dirvi già oggi che il Sinodo stesso è stato una grande grazia. Ogni Sinodo è sempre per la Chiesa una grazia di speciale attuazione della collegialità dell'episcopato di tutta la Chiesa. Questa volta l'esperienza è stata arricchita in modo singolare; infatti, nell'assemblea sinodale hanno preso la parola i Vescovi di Paesi in cui la Chiesa da poco tempo appena è uscita fuori, per così dire, dalle catacombe. Altra grazia del Sinodo è stata una nuova maturità nella visione del servizio sacerdotale nella Chiesa: maturità a misura dei tempi in cui si esplica la nostra missione.

Questa maturità si esprime come un'approfondita lettura dell'essenza stessa del sacerdozio sacramentale e, dunque, anche della vita personale di ogni sacerdote, cioè della sua partecipazione al mistero salvifico di Cristo: "Sacerdos alter Christus". E' un'espressione, questa, che indica quanto sia necessario partire da Cristo per leggere la realtà sacerdotale. Soltanto così possiamo corrispondere pienamente alla verità sul sacerdote, il quale "scelto fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio".

La dimensione umana del servizio sacerdotale, per essere del tutto autentica, deve essere radicata in Dio. Infatti, attraverso tutto ciò che in esso è "per il bene degli uomini", tale servizio "riguarda Dio": serve la molteplice ricchezza di questo rapporto. Senza uno sforzo per corrispondere pienamente a quell'"unzione con lo Spirito del Signore", che lo costituisce nel sacerdozio ministeriale, il sacerdote non può soddisfare a quelle attese che gli uomini - la Chiesa e il mondo - giustamente collegano ad esso.

Tutto ciò è strettamente connesso con la questione dell'identità sacerdotale. E' difficile dire per quali ragioni nel periodo postconciliare la consapevolezza di questa identità in alcuni ambienti sia diventata incerta. Ciò poteva dipendere da una lettura impropria del Magistero conciliare della Chiesa nel contesto di certe premesse ideologiche estranee alla Chiesa e di certi "trends" che provengono dall'ambiente culturale. Sembra che negli ultimi tempi - anche se le stesse premesse e gli stessi "trends" continuano ad operare - stia avvenendo una significativa trasformazione nelle Comunità ecclesiali stesse. I laici vedono l'indispensabile necessità dei sacerdoti come condizione della loro autentica vita e del loro stesso apostolato. A sua volta, questa esigenza si fa notare, anzi diventa impellente in molte situazioni, in base alla mancanza o all'insufficiente numero di ministri dei misteri di Dio. Ciò riguarda anche, sotto un altro aspetto, le terre della prima evangelizzazione, come dimostra la recente Enciclica sulle missioni. Questa necessità di sacerdoti - fenomeno variamente crescente - dovrà aiutare a superare la crisi dell'identità sacerdotale.

L'esperienza degli ultimi decenni dimostra sempre più chiaramente quanto ci sia bisogno del sacerdote nella Chiesa e nel mondo -, e questo non in una qualche forma "laicizzata", ma in quella che si attinge dal Vangelo e dalla ricca Tradizione della Chiesa. Il Magistero del Concilio Vaticano II è l'espressione e la conferma di questa Tradizione nel senso di un opportuno aggiornamento ("accommodata renovatio"); ed in questa stessa direzione si sono orientati gli interventi dei partecipanti all'ultimo Sinodo, nonché quelli dei rappresentanti dei sacerdoti, invitati da varie parti del mondo. Il processo di rinascita delle vocazioni sacerdotali soddisfa solo parzialmente la carenza di sacerdoti. Anche se tale processo su scala globale è positivo, si determinano tuttavia sproporzioni tra le diverse parti della comunità della Chiesa in tutto il mondo. Il quadro è molto diversificato. In occasione del Sinodo questo quadro è stato sottoposto alle analisi più dettagliate non soltanto a fini statistici, ma anche in rapporto ad un possibile "scambio dei doni", cioè al reciproco aiuto.

L'opportunità di un tale aiuto si impone da sola essendo noto che ci sono dei luoghi dove risulta un solo sacerdote per alcune centinaia di fedeli, e ce ne sono dove c'è un sacerdote per diecimila fedeli e persino per un numero ancora maggiore. Vorrei richiamare al riguardo alcune espressioni del Decreto del Concilio Vaticano II su "il ministero e la vita sacerdotale": "Il dono spirituale che i presbiteri hanno ricevuto nell'Ordinazione non li prepara ad una missione limitata e ristretta, bensi a una vastissima e universale missione di salvezza, "fino agli ultimi confini della terra"... Ricordino quindi i presbiteri che a loro incombe la sollecitudine di tutte le Chiese". L'angosciosa carenza di sacerdoti in alcune Regioni rende oggi attuali più che mai queste parole del Concilio. Mi auguro che, particolarmente nelle diocesi più ricche di clero, esse siano seriamente meditate e attuate nel modo più generoso possibile.

In ogni caso, dappertutto, per ogni luogo è indispensabile la preghiera, perché "il Padrone della messe mandi operai nella sua messe". E' questa la preghiera per le vocazioni ed è la preghiera, altresi, perché ogni sacerdote raggiunga una maturità sempre maggiore nella sua vocazione: nella vita e nel servizio. Tale maturità contribuisce in modo speciale all'aumento delle vocazioni.

Occorre semplicemente amare il proprio sacerdozio, metterci tutto se stesso affinché la verità sul sacerdozio ministeriale diventi in tal modo attraente per gli altri. Nella vita di ciascuno di noi deve essere leggibile il mistero di Cristo, da cui prende inizio il sacerdos come alter Christus.


3. Congedandosi dagli Apostoli nel Cenacolo, Cristo promise loro il Paraclito, un altro Consolatore, lo Spirito Santo, "che procede dal Padre e dal Figlio". Disse infatti: "E' bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne saro andato, ve lo mandero". Queste parole mettono in particolare rilievo il rapporto tra l'ultima Cena e la Pentecoste. A prezzo della sua "dipartita" mediante il sacrificio della croce sul Calvario (ancor prima che avvenga la sua "dipartita" verso il Padre il 40 giorno dopo la Risurrezione), Cristo rimane nella Chiesa: rimane nella potenza del Paraclito, dello Spirito Santo, che "dà la vita". E' lo Spirito Santo a "dare" questa vita divina: vita che si è rivelata nel mistero pasquale di Cristo come più potente della morte, vita che è iniziata con la Risurrezione di Cristo nella storia dell'uomo. Il sacerdozio è tutto al servizio di questa vita: le rende testimonianza mediante il servizio della Parola, la genera, la rigenera e moltiplica mediante il servizio dei sacramenti.

Il sacerdote stesso prima di tutto vive di questa vita, la quale è la più profonda fonte della sua maturità ed è anche la garanzia della fecondità spirituale di tutto il suo servizio! Il sacramento dell'Ordine imprime nell'anima del sacerdote un carattere particolare che, una volta ricevuto, permane in lui come fonte della grazia sacramentale, di tutti quei doni e carismi che corrispondono alla vocazione al servizio sacerdotale nella Chiesa. La liturgia del Giovedi Santo è uno speciale momento dell'anno, in cui possiamo e dobbiamo rinnovare e ravvivare in noi la grazia sacramentale del sacerdozio. Ciò facciamo in unione col Vescovo e con l'intero Presbiterio, avendo dinanzi agli occhi la realtà misteriosa del Cenacolo: sia quella del Giovedi Santo, sia quella del giorno di Pentecoste. Entrando nella divina profondità del sacrificio di Cristo, noi ci apriamo al tempo stesso verso lo Spirito Santo Paraclito, il cui dono è la nostra speciale partecipazione all'unico sacerdozio di Cristo, l'eterno sacerdote.

E' per opera dello Spirito Santo che noi possiamo operare "in persona Christi", celebrando l'Eucaristia e svolgendo tutto il servizio sacramentale per la salvezza degli altri. La nostra testimonianza a Cristo sovente è molto imperfetta e difettosa. Quale conforto rimane per noi l'assicurazione che è lui prima di tutto, lo Spirito di verità, a rendere testimonianza a Cristo. Che la nostra testimonianza umana si apra soprattutto alla sua testimonianza! Infatti, egli stesso "scruta le profondità di Dio", ed egli soltanto può avvicinare queste "profondità", queste "grandi opere di Dio" alle menti e ai cuori degli uomini, ai quali noi siamo mandati come servitori del Vangelo della salvezza. Quanto più sentiamo che la nostra missione ci sovrasta, tanto più dobbiamo aprirci all'azione dello Spirito Santo. Specialmente quando la resistenza delle menti e dei cuori, la resistenza di una civiltà generata sotto l'influsso dello "spirito del mondo", diventa particolarmente percepibile e forte. "Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza..., intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili".

Nonostante la resistenza delle menti, dei cuori e della civiltà pervasa dallo "spirito del mondo", perdura tuttavia in tutta la creazione l'"attesa", della quale l'Apostolo scrive nella Lettera ai Romani: "Tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto", "per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio". Che questa visione paolina non abbandoni la nostra consapevolezza sacerdotale, e ci sia di sostegno per la vita e per il servizio! Allora comprenderemo meglio perché il sacerdote è necessario al mondo ed agli uomini.


4. "Lo Spirito del Signore è sopra di me". Prima che giunga alle nostre mani il testo dell'Esortazione post-sinodale sul tema della formazione sacerdotale, vogliate accogliere, venerati e cari fratelli nel sacerdozio ministeriale, questa Lettera per il Giovedi Santo. Sia essa il segno e l'espressione di quella comunione che ci unisce tutti - Vescovi, Sacerdoti ed anche Diaconi - con un legame sacramentale. Possa essa aiutarci a seguire, nella potenza dello Spirito Santo, Gesù Cristo, "l'autore e perfezionatore della fede". Con la mia Benedizione Apostolica.

Data: 1991-03-10
Domenica 10 Marzo 1991


GPII 1991 Insegnamenti - Udienza generale - A conclusione della riunione dei patriarchi e vescovi dei paesi coinvolti nella guerra del Golfo