GPII 1991 Insegnamenti - Angelus Domini - Città del Vaticano (Roma)

Angelus Domini - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La solidarietà: atteggiamento morale di fondo per affrontare e risolvere i nuovi ed urgenti problemi della società internazionale




1. Non si riuscirebbe a capire il valore dell'enciclica "Rerum No varum", se non si tenesse conto dei principii etici che nel secolo scorso spinsero la Chiesa a prender posizione nei confronti delle teorie economiche allora elaborate con diretto influsso in campo sociale. Leone XIII respingeva con fermezza la dottrina e la prassi storica del liberalismo classico, che, sottraendo l'interesse individuale ai limiti derivanti dalla finalità sociale dei beni, aveva portato alla formazione di una minoranza di straricchi ed imposto "alla infinita moltitudine di proletari un gioco poco meno che servile". D'altra parte, egli rifiutava con altrettanto vigore la soluzione della questione operaia sostenuta da quanti, sull'opposto versante, "attizzando nei poveri l'odio per i ricchi", propugnavano l'abolizione della proprietà privata e la collettivizzazione dei beni, facendo dello Stato l'unico e incontrastato padrone.


2. A distanza di un secolo possiamo misurare la sapienza dell'insegnamento di Leone XIII. Ma già prima di lui, nel 1848, (l'anno del Manifesto di Marx) la dottrina cattolica sui rapporti economici era stata puntualizzata dall'insigne vescovo di Magonza, Monsignor Wilhelm E. von Ketteler, il quale poi, nel 1867, (anno del Capitale) aveva proposto di trattare la questione nel futuro Concilio Vaticano I, osservando che "la brama e l'abuso delle ricchezze, lo stato di abbandono in cui versavano gli operai e la durezza inumana con la quale erano trattati, violando apertamente il quinto e il settimo comandamento, favorivano immensamente gli errori e l'azione del socialismo". Auspicando un'economia più rispettosa dell'uomo - del datore di lavoro come del prestatore d'opera - il Pontefice sosteneva il rispetto della libera iniziativa specialmente nella produzione, ma nel quadro di leggi e istituzioni amministrative volte a ottenere "la pubblica e la privata prosperità" e sempre ispirate alla più rigorosa giustizia distributiva.


3. Quella di Leone XIII non era, certo, una nuova teoria economica, ma l'individuazione della linea etica da seguire alla luce della sana ragione e della divina rivelazione. In conformità con tale magistero si colloca il concetto di "solidarietà", che nell'enciclica "Sollicitudo Rei Socialis" ho indicato e raccomandato quale atteggiamento morale di fondo per affrontare e risolvere i nuovi ed urgenti problemi della società internazionale. Preghiamo la Vergine Santissima, perché instilli il sentimento della solidarietà nel cuore degli uomini di oggi e li induca a porre le loro energie a servizio dello sviluppo e della pace.

Data: 1991-03-10
Domenica 10 Marzo 1991

Preghiera all'"Angelus" per la regione baltica - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: "Trovino giusta realizzazione le aspirazioni dei cittadini lituani"

Lunedi della scorsa settimana la Lituania ha celebrato con solennità la festa del suo patrono, San Casimiro. Tutta la Chiesa si è unita spiritualmente ai fratelli lituani in questa ricorrenza, pregando per questa carissima Nazione. Sono quotidianamente vicino col cuore e con la preghiera alla Lituania e la Santa Sede ha sempre seguito e segue con viva attenzione il difficile cammino e le sofferenze di tale Nazione, auspicando che le aspirazioni di tutti i cittadini lituani possano trovare una giusta realizzazione, in un'atmosfera di concordia sociale e di mutuo rispetto all'interno del territorio e nel contesto internazionale.

Data: 1991-03-10
Domenica 10 Marzo 1991

Ai degenti dell'Ospedale Oftalmico di Roma

Titolo: In un mondo segnato dalla brama insaziabile dell'avere, la "Parola della Croce" invita alla logica dell'amore

Sia lodato Gesù Cristo!


1. Ringrazio il Dottor Muzzi, Direttore Sanitario, per le gentili parole di accoglienza che mi ha rivolto. Ringrazio anche per l'indirizzo di benvenuto che a nome di tutti è stato pronunciato da uno dei degenti dell'Ospedale. Unitamente al Pro-Vicario, Arcivescovo Camillo Ruini, e al Vescovo Delegato per l'Assistenza Religiosa agli Ospedali, Monsignor Luca Brandolini, rivolgo un particolare saluto a voi qui presenti. La visita pastorale del Vescovo di Roma in questo Ospedale avviene nell'ultimo scorcio del tempo quaresimale, quando cioè siamo proiettati verso la Pasqua, verso il grande evento della morte e risurrezione di Cristo. E' un evento, questo, che conferisce un significato particolare al nostro incontro.

La liturgia di questi giorni, infatti, ripropone alla nostra fede e all'attenzione di tutti il mistero della Croce, che costituisce la piena e definitiva rivelazione dell'amore di Dio all'umanità e quindi il contenuto essenziale del messaggio cristiano. La Croce di Cristo è il segno supremo dell'amore di Dio, per cui ognuno può dire con San Paolo: "mi ha amato e ha dato se stesso per me"!Questa professione di fede sia per tutti motivo di consolazione e fiducia, ma specialmente per quanti Dio chiama a unirsi alla Croce del Figlio, attraverso le innumerevoli sofferenze che segnano la carne e lo spirito dell'uomo. E voi, malati, siete tra questi!


2. La Croce di Gesù non è solo un "mistero" da contemplare e da adorare, è anche parola da accogliere e alla quale affidarsi; è un messaggio da annunciare, perché diventi per tutti fonte di salvezza. L'ultima parola, infatti, che spiega la tremenda realtà del dolore, come pure ogni forma di ingiustizia e di violenza, di oppressione e di morte, è certamente quella della Croce!Essa ha due facce: se da una parte dichiara l'innegabile realtà della sofferenza e della morte, denuncia la malvagità e la miseria che caratterizzano l'esistenza personale e le vicende umane; dall'altra proclama la vittoria sul male e sulla morte e quindi l'amore di Dio che perdona, redime e ridà la vita. Qui, e non altrove, va cercata la risposta ai grandi interrogativi che l'uomo si pone riguardo al senso del vivere e del morire; del dolore e del destino ultimo del suo pellegrinaggio terreno; qui sono da ricercare gli sbocchi della speranza che non delude; come pure l'ultima ragione della vita, vissuta come dono d'amore a Dio e ai fratelli.


3. "La parola della Croce", per essere accolta nella fede e annunciata al mondo, comporta tuttavia una permanente conversione. Esige, cioè, da parte di chi l'accetta e ad essa si sottomette, che ci si volga a Colui che hanno trafitto e si creda all'amore di cui Egli ha dato prova suprema. Domanda ancora che, in un mondo segnato dall'egoismo, dalla superbia, dall'interesse e dalla brama insaziabile dell'avere, si entri nella "logica" di un amore capace di donarsi, interamente e gratuitamente, affinché tutti abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Chiede, finalmente, da parte di coloro che attraverso il Vangelo della Croce si sono lasciati trasformare dallo Spirito, di conformare il proprio modo di vivere a quello di Cristo crocifisso e risorto, nella consapevolezza che dalla morte scaturisce la vita, dalla sofferenza offerta per amore può rinascere la speranza.


4. Carissimi fratelli e sorelle degenti in questo Ospedale, a voi, innanzitutto, voglio rivolgermi; e, attraverso di voi, a tutti i malati della Chiesa che è in Roma. La "parola della Croce" è indirizzata particolarmente a voi, che siete chiamati a completare nella vostra carne ciò che manca alla passione di Cristo a favore del suo corpo, che è la Chiesa. Accoglietela nella fede e con speranza, testimoniatela con amore!Voi ben conoscete la sofferenza che comporta il non vedere bene, a cui è legato spesso un senso di solitudine e di smarrimento. perciò desiderate giustamente di riacquistare pienamente la vista e, con essa, la gioia di vivere e di sentirvi ancora utili alla famiglia e alla società. E quindi vi affidate alle premure e alla competenza di quanti vi curano. Questo momento è un banco di prova per voi; esso vi fa sperimentare la terribile realtà della sofferenza. Ma se saprete accettarla con fede, potrete diventare collaboratori dell'opera della salvezza, realizzata da Cristo Signore con il suo mistero di passione, morte e risurrezione. La Chiesa tutta, e in particolare quella che è in Roma, sollecitata con il Sinodo pastorale diocesano a rinnovarsi nella fede e a conformarsi sempre più a Cristo per annunciare a tutti il Vangelo della Croce, attende da coloro che soffrono nel corpo e nello spirito, il contributo della loro preghiera e dell'offerta sacrificale della vita, per realizzare un programma tanto impegnativo. Ci sono, infatti, tenebre da dissipare nel campo dello spirito ben più gravi di quelle legate alla mancanza della vista fisica. Sono le tenebre dell'incredulità e dell'indifferenza e quindi del rifiuto di Dio e del suo progetto d'amore. Chiunque fa il male è in queste tenebre e non viene alla luce.


5. Anche per voi, Operatori Sanitari, chiamati a curare e promuovere la salute integrale dell'uomo, la "parola della Croce" costituisce un messaggio esigente.

Sulla via che porta al Calvario e accanto al Crocifisso, il Vangelo ci fa incontrare alcune persone, prima fra tutte Maria, che sono solidali con Cristo, con parole e gesti di amore e di compassione. Accanto ai malati, nei quali si prolunga in certo modo la passione di Gesù, voi siete chiamati a compiere la stessa missione. La vostra professione di medici, di infermieri, di tecnici e di volontari diventa, in questa ottica, carica di significato e ricca di prospettive.

La vostra opera richiede non solo competenza professionale e tecnica, ma anche sensibilità umana, spirituale e morale; richiede generosa dedizione, anche per vincere le tentazioni dell'indifferenza, del disinteresse e dell'assenteismo e dare così testimonianza di un amore sempre pronto a farsi "dono". Tanto più se l'impegno trae ispirazione e sostegno dalla fede. Per assolvere compiti così urgenti e delicati nel mondo della malattia, accogliete le iniziative di formazione umana, cristiana ed etica che vi sono offerte. Cercate di realizzare un'azione concorde, superando le spinte al corporativismo e all'individualismo, che nuocciono al buon funzionamento dell'Istituto. A questo proposito, vi invito a vincere anche quelle forme di tensioni che possono nascere in una situazione di precarietà, non perdendo di vista la condizione dell'ammalato, che deve essere il destinatario principale del servizio sanitario. Siate buoni testimoni di Cristo in tutto ciò che dite e fate. Sarà più facile, così, trasformare l'Ospedale da casa di dolore a "luogo di speranza". Il Signore vi sostenga tutti e interceda per voi Maria, "salute degli infermi"!

Data: 1991-03-10
Domenica 10 Marzo 1991

Alle suore che prestano assistenza nell'Ospedale Oftalmico - Roma

Titolo: Nel settore della pastorale della salute è in gioco la credibilità stessa della testimonianza cristiana

Care sorelle, Il Dio della consolazione vi riempia di gioia e di pace nello Spirito Santo!


1. Vi saluto con particolare affetto e, attraverso voi, voglio salutare e ringraziare tutte le Religiose che in questa Città di Roma prestano il loro servizio nel mondo della sofferenza, testimoniando l'amore di predilezione che Dio nutre per i malati, gli emarginati e i poveri. A ciò, infatti, siete chiamate per il particolare "carisma di misericordia" ricevuto dal Signore nella consacrazione religiosa, ma anche in ragione dell'obbedienza ai Superiori che vi hanno affidato un compito tanto delicato, quale è quello dell'assistenza ai malati. Attraverso la vostra opera e la testimonianza della vita, Cristo Gesù vuole continuare a "farsi prossimo" ad ogni uomo ferito nel corpo e nello spirito, per consolarlo, curarlo e sollevarlo. La carità di Cristo vi spinge a prodigarvi per la salute fisica e spirituale dell'uomo con un servizio qualificato e generoso che miri alla promozione e difesa della vita, al rispetto della dignità e dei diritti fondamentali della persona. Con tali caratteristiche la vostra carità diventerà "perfetta", riflesso e irradiazione di quella del Signore, quale si è manifestata in tutta la sua vita e soprattutto nel supremo e totale dono di Sé, nella morte di croce; non è, quindi, soltanto espressione di umanità, ma anche attuazione della missione evangelizzatrice della Chiesa. Nel mondo della malattia e dell'emarginazione ce n'è oggi particolare bisogno a causa delle innumerevoli spinte in senso contrario che è dato di costatare per l'affermarsi di una mentalità e di una prassi di vita, ispirate al consumismo, all'interesse personale e immediato, all'indifferenza, che rimettono in discussione i grandi valori umani e cristiani che hanno permeato la cultura del passato. In tale prospettiva il settore della pastorale della salute è da considerare una vera frontiera e un campo tra i più importanti, nel quale si gioca non solo il presente e il futuro dell'uomo, ma la credibilità della testimonianza cristiana e dello stesso "Vangelo della carità". E' questo il contributo che a voi, in modo speciale, care sorelle, viene richiesto dal Sinodo pastorale diocesano, che intende rilanciare tutta la Chiesa di Roma sui sentieri della "nuova evangelizzazione".


2. Nel giorno della vostra professione religiosa vi è stato consegnato il Crocifisso, segno della vostra totale dedizione a Dio e al suo progetto salvifico e dell'impegno della "sequela di Cristo". Esso deve essere per voi anche un "libro aperto" dal quale apprendere la "sapienza della croce" e l'originalità della vostra totale dedizione ai fratelli sofferenti. Nella contemplazione della Croce, che non mancherete di realizzare quotidianamente attraverso la preghiera personale e comunitaria, Cristo Gesù vi comunicherà la forza dello Spirito per amare, come Egli ha amato, fino cioè al sacrificio totale della vita. Nel progressivo cammino di assimilazione a Lui vi saranno di sostegno la comunione fraterna, il reciproco aiuto, lo scambio vicendevole, che restano cardini fondamentali della vita religiosa e vie privilegiate per una testimonianza più incisiva ed efficace; come pure le numerose iniziative di formazione che vi sono proposte dal Vescovo, a livello diocesano.


3. Come persone consacrate dovrete anche saper leggere nel Crocifisso il dolore di tutti coloro che soffrono e nei quali si rivela e nasconde simultaneamente il volto di Cristo e verso i quali si indirizza il vostro lavoro e il vostro apostolato. Sulla "via Crucis" la tradizione popolare religiosa ha collocato una donna pietosa e buona: la Veronica, che asciugo il volto di Cristo, confortandolo con un gesto semplice, ma eloquente di compassione, riconosciuto e premiato da Gesù. Nella fedeltà alla vocazione ricevuta, fate anche voi lo stesso, ben consapevoli che nel servizio a chi soffre è molto più ciò che ricevete di quanto riuscite a dare. Il Dio della consolazione e della pace sia sempre con voi!

Data: 1991-03-10
Domenica 10 Marzo 1991

A conclusione dell'Assemblea dei Vescovi brasiliani - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Noi, deboli strumenti della Sua salvezza

Cari fratelli in Cristo, Durante questi due giorni ci siamo riuniti, nel nome di Gesù Cristo e nella potenza del suo mistero pasquale, per riflettere sul nostro servizio pastorale al popolo di Dio in Brasile.

Pastori di Chiese locali e membri della Curia Romana, tutti insieme abbiamo voluto offrire di nuovo a Cristo la sua diletta Chiesa che è in Brasile, che egli si è acquistata con il suo preziosissimo sangue.

Nello stesso tempo abbiamo voluto esaminare le nostre responsabilità personali, quelle che ci competono precisamente come i primi servitori del Vangelo, Vescovi chiamati da Dio per annunciare, in tutta la sua purezza ed integrità, con tutta la sua forza e con tutte le sue esigenze, il mistero di Cristo, Figlio di Dio, per sostenere e confermare nella fede il nostro popolo.

In modo particolare abbiamo pensato ai nostri carissimi collaboratori, i sacerdoti del Brasile, interessandoci della loro identità sacerdotale, del loro ministero, delle loro difficoltà, della loro chiamata all'amicizia con Cristo, all'unione con Dio.

Abbiamo parlato della situazione dei seminaristi e delle esigenze della loro formazione. Abbiamo visto la necessità di impegnarci ancora perché la loro formazione possa davvero prepararli degnamente per la loro missione e aiutarli ad arrivare alla maturità di Cristo.

Con grande gratitudine abbiamo pensato ai religiosi e alle religiose del Brasile, ricordando il loro insostituibile contributo al Vangelo, e riflettendo sulla loro chiamata a collaborare sempre più uniti ai pastori delle Chiese locali, per poter presentare al mondo il vero volto di Cristo.

Siamo stati impressionati dalla grandezza delle sfide nel campo dell'autentica promozione umana e dei molti ostacoli che si oppongono alla piena efficacia della nuova evangelizzazione.

Questi ostacoli possiamo anche percepire più chiaramente dopo la nostra riunione, che ci ha chiamati ad un sempre più fedele amore manifestato nella vigilanza pastorale. Ma per noi questa consapevolezza non è motivo né di scoraggiamento né di vano trionfalismo ma di grande umiltà davanti ad una situazione che richiede sobrio realismo pastorale e suprema fiducia in Gesù Cristo. Con San Paolo, non ci spaventiamo davanti alle varie difficoltà e ostacoli posti alla predicazione del Vangelo, perché siamo ben convinti che "in tutte queste cose siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati" (Rm 8,37). Tutto è possibile con l'aiuto di Dio.

Noi, umili servitori del Salvatore e deboli strumenti della sua salvezza, chiamati sempre alla purificazione personale, siamo ministri di Dio "con parole di verità, con la potenza di Dio, con le armi della giustizia" (2Co 6,7).

Questa forza che sprigiona dal mistero pasquale noi la sperimentiamo nella comunione ecclesiale. Uniti in Cristo e nella sua Chiesa siamo forti nel suo nome.

A te, Gesù Cristo, Princeps Pastorum, la gloria; in te la nostra fiducia; a te la nostra fedeltà per sempre; nella tua parola la nostra gioia e la nostra forza; nel tuo mistero pasquale la nostra salvezza. Per te, nella tua Chiesa, sotto la protezione di tua Madre, la Madonna Aparecida, raggiungiamo, col nostro popolo la meta eterna: la comunione del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

(Traduzione dal spagnolo)

Data: 1991-03-11
Lunedi 11 Marzo 1991

Ai vescovi della Toscana in visita "ad limina" - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La famiglia: frontiera decisiva della nuova evangelizzazione

Venerati Arcivescovi e Vescovi delle Chiese che sono in Toscana!


1. Con gioia vi rivedo qui riuniti, dopo i colloqui avuti nei giorni scorsi con ciascuno di voi personalmente. Questo incontro collettivo, oltre che un'occasione per confermare il vincolo della comunione che intercorre tra le Chiese affidate alle nostre cure pastorali, ci offre l'opportunità di uno sguardo d'insieme ai problemi pastorali della Regione Toscana, nell'intento di individuare le linee d'azione su cui far convergere l'impegno nel prossimo futuro. Rivolgo a tutti il mio saluto cordiale e ringrazio l'Arcivescovo di Firenze, il caro Cardinale Silvano Piovanelli, per le nobili parole con cui, interpretando i vostri sentimenti di sincero affetto per il Successore di Pietro, ha espresso le ansie e le speranze che occupano il vostro cuore di Pastori.


2. "Senza la Toscana il mondo sarebbe stato diverso ed oggi apparirebbe umanamente più povero". Con queste parole mi rivolsi a voi, venerati fratelli, nella precedente visita ad limina, il 2 giugno del 1986. In effetti, la storia non solo d'Italia, ma del mondo intero, è segnata dal peculiare contributo letterario, artistico, scientifico e spirituale, offerto dalla vostra terra. Il vostro è un patrimonio culturale e religioso da rivisitare costantemente, per conservarne integri i valori fondamentali, in continuità con le antiche tradizioni civili e cristiane della Regione. Si tratta di ricchissime riserve di genialità nei vari campi dell'espressione umana, che occorre coltivare ed incrementare, non limitandosi a farne oggetto di contemplazione retrospettiva, ma vedendovi una "viva sorgente di ispirazione e di impegno" per "rivivere ed emulare" nel presente la grandezza spirituale d'un tempo, al di là di "ogni forma di criticismo sterile e di materialismo opaco". La lunga storia delle vostre città, oltre a spingervi ad apprezzare e coltivare i perenni valori dello spirito incarnati nelle lettere e nelle arti, vi stimola ad un costante rinnovamento etico e morale che attinge alle fonti del messaggio cristiano, di cui è intimamente permeato il tessuto culturale e sociale delle popolazioni affidate alla vostra cura pastorale. Il Signore chiama oggi i cristiani ad un nuovo slancio missionario di evangelizzazione e di solidale fraternità: li chiama ad irradiare nel mondo i valori immortali così luminosamente proclamati dai vostri Santi e dai vostri Grandi, che dai mausolei della chiesa di Santa Croce, in Firenze, non cessano di stimolare gli animi "a egregie cose".


3. Ripeto anche a voi quanto dissi ai giovani fiorentini nella visita pastorale dell'ottobre 1986: "Strappate a questi vostri antenati il segreto della fioritura del bello, del buono, del vero". Occorrono, infatti, per questi nostri tempi ardui e provvidenziali nuovi santi, nuovi apostoli generosi che, uscendo dal Cenacolo, si lascino condurre dallo Spirito ed ascoltino le parole del divino Maestro: "Andate in tutto il mondo!". E' questa la consegna: in tutto il mondo! a tutte le creature! in ogni ambiente, sino agli estremi confini della terra!Il mondo abbisogna di uomini e di donne che sappiano raccogliere l'eredità spirituale di quanti li hanno preceduti, diventando i coraggiosi testimoni di un Dio che non cessa di colmare col suo amore infinito il cuore dell'uomo. Si, per l'auspicata nuova evangelizzazione occorrono santi moderni che prolunghino nella vostra terra la meravigliosa fioritura di persone che la Provvidenza ha forgiato in capolavori di soprannaturale bellezza. Bisogna andare incontro con spirito missionario agli uomini là dove essi vivono, ed annunciare loro il Vangelo della speranza e della gioia. E' necessario aprire le porte della comunità ecclesiale a tutti con spirito di fraterna accoglienza e di disponibile generosità. Deve essere proclamata e trasmessa senza tentennamenti la verità sull'uomo e su Dio attraverso una catechesi che non sia soltanto esposizione di principii, ma appassionata e coerente comunicazione di una esperienza di fede. E tocca a voi, Pastori di Chiese dall'illustre passato, promuovere ed incoraggiare con l'esempio e la parola un tale cammino di conversione a Cristo e di rinnovamento spirituale. Spetta a voi, maestri di vita cristiana, guidare il popolo sui sentieri della verità e della giustizia. E' vostro compito confortare e sostenere l'impegno di quanti la misericordia del Signore ha affidato alla vostra cura episcopale.


4. Una nuova evangelizzazione vi sfida, venerati Pastori delle care Diocesi della Toscana. Anche la vostra Regione è terra di missione. Indagini recenti hanno confermato con l'arido, ma disarmante linguaggio dei numeri, ciò che più o meno era nel convincimento di tutti: la percentuale della partecipazione festiva alla santa Messa è scesa a livelli mai prima toccati; come quasi dappertutto, il secolarismo ed il consumismo hanno inciso in profondità sulla vostra cultura; nelle grandi città si avverte l'influenza di gruppi di potere occulto, mentre si diffonde la pratica di riti esoterici; aumenta l'indifferenza, che sfocia spesso nell'ateismo pratico. Permangono, tuttavia, in ogni parte della Toscana tradizioni vive di pietà e di religiosità popolare. Anzi, ad un osservatore superficiale potrebbe sembrare che il patrimonio religioso si conservi sostanzialmente intatto; la gente continua a chiedere il Battesimo, la Comunione, la Cresima per i propri figli; nonostante l'aumento dei matrimoni civili, la grande maggioranza dei nubendi domanda il matrimonio in chiesa; al momento del trapasso, quasi tutti sollecitano la sepoltura religiosa dei loro cari.

Ma se, al di là del dato esterno, si vuole verificare l'effettiva incidenza delle tradizioni cristiane nella vita dei credenti, ci si accorge che la fede appare spesso sradicata dai momenti più significativi, si manifesta solo episodicamente ed è talora relegata alla sfera privata e, per così dire, intimistica. La pratica religiosa è più connessa alle tradizioni e alle usanze che a quella sacra Tradizione per cui la Chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette alle generazioni di ogni epoca tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede. Urge, dunque, rifare il tessuto cristiano delle comunità ecclesiali che vivono nella vostra Regione. E ciò sarà possibile se i cristiani sapranno superare in sé la frattura fra Vangelo e vita, ricomponendo nella loro quotidiana attività, in famiglia, sul lavoro e nella società, l'unità di una vita che nel Vangelo trova ispirazione e forza per realizzarsi in pienezza.


5. Frontiera decisiva della nuova evangelizzazione è la famiglia. La Chiesa deve recare ad essa con rinnovata gioia e convinzione la "buona novella" che la riguarda. La famiglia ha bisogno di ascoltare sempre più a fondo le parole autentiche che le rivelano la sua identità, le sue risorse interiori, l'importanza della sua missione nella Città degli uomini e in quella di Dio. Essa è chiamata a diventare spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo s'irradia. Vi spinge e vi impegna in tal senso anche il fatto che proprio in Toscana ha avuto inizio il "Movimento per la vita" ora diffuso in altre città italiane e oltre frontiera. Suo scopo è di ricordare a tutti la sacralità dell'esistenza umana, che nella famiglia ha la sua culla naturale, al fine di promuoverla in tutto il suo arco naturale, contrapponendo ad una mentalità di morte una cultura della solidarietà e dell'amore. Parlando della famiglia, come dimenticare i giovani, nei quali risiede la speranza del domani dell'umanità? Come non preoccuparsi, altresi, della crisi vocazionale, che sta pesando in modo crescente sulle vostre Comunità? Un'efficace opera di evangelizzazione suppone la presenza di giovani capaci di essere testimoni coraggiosi tra i loro coetanei, suppone in particolare la presenza di nuovi ministri consacrati esclusivamente alla causa del Vangelo.

Ebbene, è proprio partendo dalla famiglia, cellula fondamentale della società e della comunità cristiana, che occorre impostare un'incisiva azione pastorale per la formazione cristiana della gioventù e per la promozione di una nuova fioritura di vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata.


6. Venerati fratelli, il rapido giro d'orizzonte sulla presente situazione delle Chiese in Toscana, sottolinea in definitiva l'urgenza di un serio impegno pastorale e catechetico, liturgico e caritativo, che punti a responsabilizzare tutti i credenti al proprio irrinunciabile ruolo di testimoni della novità del Vangelo. Sia perciò vostra cura valorizzare ogni apporto possibile: incoraggiate e sostenete i sacerdoti, vostri primi collaboratori nel ministero pastorale.

Amateli, siate loro vicini come padri e fratelli. Aiutateli a mantenere viva la speranza: Iddio non abbandona la sua Chiesa. Ai giovani presentate le esigenze evangeliche nella loro integrità ed accompagnateli nella maturazione spirituale, educandoli a generoso impegno per il Regno del Signore. Prestate sostegno ed adeguata formazione al volontariato cattolico notevolmente presente nella Regione.

Siate vicini a chi soffre, ai malati, ai poveri: come non ricordare, a questo proposito, le "Misericordie"? Queste confraternite, sorte secoli or sono quasi in ogni città della Toscana per il soccorso dei più poveri, conservano ancor oggi un proprio ruolo particolarmente efficace. Soprattutto suscitate in ogni ambiente ecclesiale una più intensa preghiera, piena di fiducioso abbandono alla volontà di Dio. Diffondete intorno a voi la gioia che si nutre di fede e di divina carità.


7. Sappiate, in particolare, guidare le comunità cristiane ad un costante annuncio della verità e ad una realizzazione concreta della carità, secondo l'espressione di Paolo: "Fare la verità nella carità". Dappertutto la terra toscana è nota come matrice di un umanesimo che porta visibili le impronte della fede cristiana. Essa ha il compito di rilanciare il messaggio universale della bellezza e della bontà, un tempo facilmente comprensibile da tutti: ricchi mercanti o modesti artigiani, grandi della Signoria o poveri lavoratori. Le vostre opere d'arte costituiscono anch'esse un formidabile strumento di catechesi. Voi siete ben consci di queste opportunità che la Provvidenza vi offre. Saldamente raccordati alla multiforme tradizione della vostra Regione, siate animatori intrepidi di Chiese che parlino ad un mondo tentato dall'indifferenza il vivo linguaggio della verità e dell'amore. Potrete, così, contribuire a edificare con ogni mezzo la "civiltà dell'amore", ridando slancio a comunità che conservano in sé i tratti di una secolare civiltà cristiana. Vi sostenga in tale impegno la Madre di Dio, Madre della divina Sapienza e discepola fedele di Cristo.

Ed io di cuore tutti vi benedico.

Data: 1991-03-11
Lunedi 11 Marzo 1991

Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Lo Spirito Santo, il consolatore




1. Nel discorso d'addio agli Apostoli, durante l'ultima Cena, alla vigilia della sua passione, Gesù promise: "Io preghero il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi sempre". Il titolo "Consolatore" traduce qui la parola greca Parakletos, nome dato da Gesù allo Spirito Santo. "Consolatore", infatti, è uno dei sensi possibili di Paraclito. Nel discorso del Cenacolo Gesù suggerisce questo senso, perché promette ai discepoli la presenza continua dello Spirito come rimedio alla tristezza provocata dalla sua dipartita. Lo Spirito Santo, mandato dal Padre, sarà "un altro Consolatore", inviato nel nome di Cristo, la cui missione messianica deve concludersi con la sua dipartita da questo mondo per ritornare al Padre. Questa dipartita, che avviene mediante la morte e la risurrezione, è necessaria perché possa venire l'"altro Consolatore". Gesù lo afferma chiaramente quando dice: "Se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore". La Costituzione "Dei Verbum" del Concilio Vaticano II presenta questo invio dello "Spirito di verità" come momento conclusivo del processo rivelativo e redentivo rispondente all'eterno disegno di Dio. E noi tutti nella Sequenza di Pentecoste lo invochiamo: "Veni..., Consolator optime".


2. Nelle parole di Gesù sul Consolatore si sente l'eco dei libri dell'Antico Testamento, e in particolare del "Libro di consolazione d'Israele" compreso negli scritti raccolti sotto il nome del profeta Isaia: "Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio... Parlate al cuore di Gerusalemme... è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità". E in seguito: "Giubilate, o cieli: rallègrati, o terra; gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il suo popolo". Il Signore è per Israele come una donna che non può dimenticare il suo bambino. E anzi Isaia insiste col far dire al Signore: "Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimentichero mai". Nella oggettiva finalità della profezia di Isaia, oltre l'annuncio del ritorno di Israele a Gerusalemme dopo l'esilio, la "consolazione" promessa racchiude un contenuto messianico, che i pii israeliti, fedeli all'eredità dei loro padri, hanno avuto presente fino alle soglie del Nuovo Testamento. così si spiega ciò che leggiamo nel Vangelo di Luca circa il vecchio Simeone, il quale "aspettava il conforto (o consolazione) d'Israele; lo Spirito Santo, che era su di lui, gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza aver prima veduto il Messia del Signore".


3. Secondo Luca, che parla di fatti avvenuti e narrati nel contesto del mistero dell'Incarnazione, è lo Spirito Santo a compiere la promessa profetica legata alla venuta del primo Consolatore, Cristo. E' Lui, infatti, a operare in Maria il concepimento di Gesù, Verbo incarnato; è Lui a illuminare Simeone e a condurlo al Tempio al momento della presentazione di Gesù; è in Lui che Cristo, all'inizio del ministero messianico, dichiara, riferendosi al profeta Isaia: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi". Il Consolatore di cui parlava Isaia, visto in prospettiva profetica, è Colui che porta la Buona Novella da parte di Dio, confermandola con dei "segni", cioè con delle opere contenenti i beni salutari di verità, di giustizia, di amore, di liberazione: la "consolazione d'Israele". E quando Gesù Cristo, compiuta la sua opera, lascia questo mondo per andare al Padre, annunzia "un altro Consolatore", cioè lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel nome del Figlio.


4. Il Consolatore, lo Spirito Santo, sarà con gli Apostoli; quando Cristo non sarà più sulla terra, vi sarà nei lunghi tempi dell'afflizione, che dureranno per secoli. Sarà dunque con la Chiesa e nella Chiesa, specialmente nei periodi di lotte e di persecuzioni, come Gesù stesso promette agli Apostoli con quelle parole riportate nei Vangeli sinottici: "Quando vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi come discolparvi o che cosa dire: perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire": "non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi".

Parole riferibili alle tribolazioni subite dagli Apostoli e dai cristiani delle comunità da loro fondate e presiedute; ma anche a tutti coloro che, in qualunque luogo della terra, in tutti i secoli, avranno da soffrire per Cristo. E in realtà sono molti coloro che in tutti i tempi, anche recenti, hanno sperimentato questo aiuto dello Spirito Santo. Ed essi sanno, e possono testimoniare, quale gioia è la vittoria spirituale che lo Spirito Santo ha loro concesso di riportare. Tutta la Chiesa di oggi lo sa, e ne è testimone.


5. Fin dagli inizi, in Gerusalemme, non mancano alla Chiesa contrarietà e persecuzioni. Ma già negli Atti degli Apostoli leggiamo: "La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria; essa cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo". Era lo Spirito-Consolatore promesso da Gesù che aveva sostenuto gli Apostoli e gli altri seguaci di Cristo nelle prime prove e sofferenze, e continuava a concedere alla Chiesa il suo conforto anche nei periodi di tregua e di pace. Da Lui dipendeva quella pace, e quella crescita delle persone e delle comunità nella verità del Vangelo. così sarebbe stato sempre nei secoli.


6. Una grande "consolazione" per la Chiesa primitiva fu la conversione e il battesimo di Cornelio, un centurione romano. Era il primo "pagano" che entrava nella Chiesa, insieme con la sua famiglia, battezzato da Pietro. Da quel momento andarono moltiplicandosi coloro che, convertiti dal paganesimo, specialmente per l'attività apostolica di Paolo di Tarso e dei suoi compagni, rinforzavano la moltitudine dei cristiani. Pietro, nel suo discorso all'assemblea degli Apostoli e degli "anziani" riuniti a Gerusalemme, riconobbe in quel fatto l'opera dello Spirito Consolatore: "Fratelli, voi sapete che già da molto tempo Dio ha fatto una scelta tra voi, perché i pagani ascoltassero per bocca mia la parola del Vangelo e venissero alla fede. E Dio, che conosce i cuori, ha reso testimonianza in loro favore concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi". La "consolazione" per la Chiesa apostolica era che nel dare lo Spirito Santo, come dice Pietro, Dio "non ha fatto nessuna discriminazione tra noi e loro, purificandone i cuori con la fede". Una "consolazione" era anche l'unità che a questo proposito si era espressa in quella riunione di Gerusalemme: "Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi".

Quando la lettera che riferiva le decisioni liberatrici di Gerusalemme fu letta alla comunità di Antiochia, tutti "si rallegrarono per la consolazione (greco paraklesei) che infondeva".


7. Un'altra "consolazione" dello Spirito Santo fu per la Chiesa la stesura del Vangelo come testo della Nuova Alleanza. Se i testi dell'Antico Testamento, ispirati dallo Spirito Santo, sono già per la Chiesa una sorgente di consolazione e di conforto, come dice San Paolo ai Romani, quanto più lo saranno i libri che riferiscono "tutto ciò che Gesù fece e insegno dal principio". Di questi possiamo dire a maggior ragione che sono stati scritti "per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza". E', d'altra parte, una consolazione da attribuire allo Spirito Santo l'attuazione della predizione di Gesù, cioè che "il Vangelo del Regno sarà annunziato a tutto il mondo, perché ne sia resa testimonianza a tutte le genti". Tra queste "genti", che coprono ogni epoca, vi sono anche quelle del mondo contemporaneo, che sembra così distratto e persino smarrito tra i successi e le attrattive del suo troppo unilaterale progresso di ordine temporale. Anche a queste genti - e a noi tutti - si estende l'opera dello Spirito Paraclito che non cessa di essere consolazione e conforto con la "Buona Novella" di salvezza.

Data: 1991-03-13
Mercoledi 13 Marzo 1991


GPII 1991 Insegnamenti - Angelus Domini - Città del Vaticano (Roma)