
GPII 1991 Insegnamenti - Ai Vescovi di Valladolid e di Valencia in visita "ad limina" - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Un preoccupante fenomeno di scristianizzazione
Carissimi confratelli nell'Episcopato,
1. Saluto con tutto l'affetto in Cristo voi, signori Arcivescovi e Vescovi delle provincie ecclesiastiche di Valladolid e Valencia, che coronate con questo incontro la vostra visita "ad Limina Apostolorum". Questa visita ha un profondo senso ecclesiale, poichè manifesta la vostra comunione, e quella delle Chiese particolari che guidate e pascete, con il Successore di Pietro, a cui il Signore ha conferito il mandato di presiedere nella carità la Chiesa universale.
Le vostre Chiese particolari sono situate geograficamente in diverse regioni spagnole, dalle loro proprie caratteristiche e tradizioni. Le diocesi della provincia ecclesiastica di Valladolid, nella terra di Castilla la Vieja y Leon, sono Chiese dall'antica tradizione cristiana, che conservano un buon livello di pratica religiosa, benchè soffrano di un notevole calo demografico, il che si riflette anche sull'età media del clero. Le diocesi della provincia ecclesiastica di Valencia, nel levante spagnolo, sono aperte al Mar Mediterraneo, ad eccezione di Albacete, che appartiene alla nobile regione della Mancia. Queste diocesi hanno anch'esse profonde radici e tradizioni cristiane, nonostante le correnti immigratorie ed il fenomeno del turismo abbiano influito in certa misura sulla vita delle vostre genti.
2. Sono lieto di sapere che tutte le vostre Chiese sono attualmente impegnate in un serio e rinnovato sforzo evangelizzatore. Mi risulta che avete preso piena coscienza che tra voi si rende necessaria questa nuova tappa ecclesiale e pastorale, che abbiamo chiamato "nuova evangelizzazione", per la quale possedete un invidiabile punto di partenza: la straordinaria ricchezza e vitalità della tradizione cristiana dei vostri popoli.
3. Infatti, la radicata fede in Dio è riuscita a permeare, nel corso di un'azione plurisecolare, la concezione della vita, i criteri di comportamento personale e sociale, i modi di espressione e, in una parola, la cultura propria a ciascuna delle vostre regioni. E' questa conquista non è una semplice eredità del passato, senza potenzialità attive per il presente. Larga parte degli uomini e delle donne delle vostre terre continuano a trovare nella fede il senso fondamentale della loro vita, per questo ricorrono a Dio nei momenti fondamentali della stessa. Una ricca religiosità popolare traduce nel linguaggio dei semplici le grandi verità e i valori del Vangelo, li incarna nelle radici peculiari della vostra cultura e trasforma i grandi simboli cristiani in altrettanti segni di identificazione della collettività. D'altra parte, non può passare sotto silenzio il numero considerevole di cristiani che, con crescente convinzione, partecipano tutte le domeniche alla celebrazione eucaristica e si accostano con frequenza ai sacramenti.
Su questo fertile terreno di religiosità, le vostre Chiese hanno compiuto notevoli sforzi di rinnovamento, attraverso Sinodi ed Assemblee diocesane, e sono riuscite a conferire maggior profondità alla formazione cristiana, che si riflette anche in una più attiva partecipazione di numerosi fedeli laici ai compiti della Chiesa.
4. Ma tutte queste realtà consolanti, cari Fratelli, non devono farvi dimenticare che anche tra di voi si sta verificando, purtroppo, un preoccupante fenomeno di scristianizzazione. Le gravi conseguenze di questo cambiamento di mentalità e di abitudini non sono sconosciute alla vostra sollecitudine di pastori. La prima di queste è la constatazione di un ambiente "nel quale il benessere economico e il consumismo... ispirano e sostengono una vita vissuta "come se Dio non esistesse"" (CL 34). Spesso l'indifferenza religiosa si radica nella coscienza personale collettiva e Dio non è più per molti l'origine e la meta, il senso e la spiegazione ultima della vita. D'altra parte, non mancano quanti, sulla scia di un malinteso progressismo, pretendono di identificare la Chiesa con atteggiamenti immobilistici del passato. Essi non hanno difficoltà a tollerarla come vestigia di una vecchia cultura, ma considerano irrilevante il suo messaggio e la sua parola, negandole l'ascolto e declassandola come qualcosa di ormai superato.
Ma le conseguenze piu drammatiche dell'assenza di Dio nell'orizzonte umano si producono nell'ambito dei comportamenti concreti, nel campo della morale, come avete ripetutamente denunciato con lucidità voi, vescovi spagnoli (cfr.
Istruzione Pastorale La Verdad os Harà Libres). Quando si prescinde da Dio, la libertà umana, invece di cercare e aderire alla verità oggettiva, spesso giunge a trasformarsi in istanza autonoma e arbitraria, che decide ciò che è buono in funzione di interessi individuali ed egoistici. E', per questa strada, l'ansia di libertà finisce per trasformarsi in fonte di schiavitù. Infatti, l'esaltazione del possesso e il consumo dei beni materiali portano ad una concezione puramente economicistica dello sviluppo, che degrada la dignità personale dell'essere umano e rende più poveri molti, perchè soltanto pochi possono essere più ricchi. In nome dei diritti umani, concepiti spesso a partire da un individualismo narcisistico ed edonista, si promuove il permissivismo sessuale, il divorzio, l'aborto e la manipolazione genetica che attentano al diritto più fondamentale: il diritto alla vita. La ricerca affannosa del facile piacere fa si che moltissime persone restino traumatizzate e spesso cerchino rifugio nella droga, nell'alcolismo e nella violenza.
5. Questo clima culturale colpisce non soltanto i non credenti, ma anche i cristiani, che sperimentano nel loro essere la minacciosa divisione tra il loro cuore e la loro mentalità di credenti e il pensiero, le strutture e le pressioni di una società fondata sull'agnosticismo e l'indifferenza. Di fronte a questo neo-paganesimo, la Chiesa in Spagna deve rispondere con una rinnovata testimonianza ed un deciso impegno evangelizzatore, che sappia creare una nuova sintesi culturale in grado di trasformare con la forza del Vangelo "i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell'umanità" (EN 19).
Occorre proclamare con nuova energia e convinzione che l'incontrare Dio e l'accoglierlo sono condizioni indispensabili per scoprire la verità dell'uomo. Che la Buona Novella della salvezza in Gesù Cristo è fonte e garanzia della stessa umanità, chiave per comprendere l'uomo e il mondo, fondamento e baluardo della libertà e tutela della piena realizzazione delle capacità autenticamente umane.
Per questo dovrete vincere l'indifferenza religiosa attraverso l'annuncio deciso e chiaro del Vangelo. Infatti, la fede si irrobustisce ogni giorno grazie alla Parola di Dio, che lo Spirito fa sentire attraverso la predicazione, l'insegnamento e la catechesi. Evangelizzare è anzitutto proclamare che "in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, morto e risuscitato, la salvezza è offerta ad ogni uomo, come dono di grazia e misericordia" (Ibidem, EN 27).
6. Ma la Parola raggiunge tutta la sua efficacia e forza di persuasione quando diventa avvenimento di salvezza nell'azione sacramentale che trasforma la vita delle persone e le rende testimoni. Per questo una forma specifica ed irrinunciabile dell'annuncio cristiano e la testimonianza che rende manifesta dinanzi agli altri la grazia e la gioia che ognuno ha trovato in Cristo e che esorta a condividere come esperienza di vita che arricchisce. La nuova evangelizzazione ha bisogno quindi di nuovi testimoni, cioè di persone che abbiano sperimentato la reale trasformazione della loro vita nel loro contatto con Gesù Cristo e che siano in grado di trasmettere quell'esperienza ad altri. E ha bisogno anche di nuove comunità "nelle quali... Ia fede sprigioni e realizzi tutto il suo originario significato di adesione alla persona di Cristo e al suo vangelo, di incontro e di comunione sacramentale con Lui, di esistenza vissuta nella carità e nel servizio" (CL 34).
Soltanto questi cristiani, animati dall'ideale di santità, saranno in grado di rendere nuova l'umanità stessa. Ai laici spetta in modo particolare di radicare nella propria fede la creatività culturale e la forza necessaria per riformare le istituzioni, gli usi, le strutture economiche e sociali, il pensiero e l'intero tessuto della società. A loro spetta evangelizzare quelli che abbiamo chiamato "posti privilegiati della cultura" (Ibidem, CL 44), da cui si guidano e si condizionano la mentalità e i valori che formeranno la coscienza sociale. Il mondo del pensiero e i centri di ricerca e di insegnamento, i mezzi di comunicazione sociale, le organizzazioni economiche, lavorative e politiche, le associazioni familiari: questi sono i grandi campi in cui si deve incarnare la nuova sintesi culturale, illuminata ed animata dalla fede.
E questa l'importante sfida che si presenta alle vostre Chiese: creare una società rinnovata, più giusta e fraterna, che si ispiri al comandamento dell'amore e riponga la sua speranza in Dio, per riuscire così ad essere più profondamente umana. Questo è l'obbiettivo sociale e storico della nuova evangelizzazione, che chiamiamo "civiltà dell'amore o della solidarietà" (cfr. Sollicitudo Rei Socialis, V e VI SRS 35-45).
7. La preoccupante crisi di valori morali a cui ho accennato, colpisce in modo particolare la vita familiare. Sembrano rivelarlo sintomi quali il calo considerevole di matrimoni, la diminuzione dell'indice di natalità, la diffusione della mentalità divorzista. Tali sintomi indicano un serio deterioramento dei valori che hanno dato coesione e vigore alla famiglia e alla stessa società in Spagna. Per tutti questi motivi, è necessario e urgente reagire alle sfide e alle esigenze che questa situazione pone, promuovendo una pastorale familiare più incisiva che, come ho gia esposto nell'Esortazione Apostolica Familiaris Consortio, tenda a recuperare l'identità cristiana del matrimonio e della famiglia perchè giunga ad essere una comunità di persone al servizio della trasmissione della vita umana e della fede, cellula prima e vitale della società, comunità credente ed evangelizzatrice, vera "chiesa domestica", centro di comunione e di servizio ecclesiale.
Occorre quindi creare un autentico umanesimo familiare, che rafforzi quello che chiamiamo "la cultura della vita e la civiltà dell'amore". Tale umanesimo deve fondarsi sul rispetto della dignità della persona, in qualsiasi momento della sua esistenza, poichè è stata creata ad immagine di Dio e redenta da Gesù Cristo, e sul riconoscimento del primato dei genuini valori umani di fronte a ideologie cieche che negano la trascendenza e che la storia recente ha squalificato, mostrando il loro vero volto.
Tra questi valori bisogna segnalare in modo particolare la dignità dell'amore tra l'uomo e la donna; la fedeltà come esigenza fondamentale dell'amore coniugale, che nasce dalla donazione piena ed esclusiva tra i coniugi; il rispetto della vita umana come frutto dello stesso amore tra gli sposi; la responsabilità inderogabile dei genitori nel mantenimento e nell'educazione dei figli.
Pertanto si rende urgente la promozione di questa cultura familiare, che contribuisca a rafforzare la stabilità del matrimonio, tanto minacciata ed esposta a molti rischi e che serva da sostegno perchè i genitori e gli educatori possano adempiere alla loro missione. Occorre difendere con coraggio l'istituzione familiare quale santuario della vita, come spazio umanizzatore nella società, come luogo che favorisce il dialogo tra i suoi membri e con Dio nella preghiera comune.
Per questo, dovete incoraggiare con insistenza i vostri sacerdoti, affinchè dedichino il meglio delle loro energie all'attenzione spirituale alla formazione permanente delle coppie, soprattutto nella loro missione di genitori.
Che sostengano e rafforzino i diversi movimenti familiari e le associazioni volte a coltivare la spiritualità familiare e coniugale, la formazione cristiana delle famiglie e la difesa dei loro valori dinanzi al deterioramento provocato dalla cultura dominante. Infine, occorre promuovere con maggior forza la formazione di laici che si impegnino a difendere l'istituzione familiare e i suoi valori nel campo della legislazione, dell'insegnamento, dei mezzi di comunicazione. Una pastorale familiare così rivitalizzata farà sentire il suo benefico influsso in altri settori, soprattutto sulla pastorale giovanile, sulla pastorale vocazionale e, per ultimo, sul fiorire delle vostre diocesi e della stessa società spagnola.
8. Nel concludere questo incontro, desidero ribadirvi la mia stima fraterna e chiedervi di portare, tornando alle vostre diocesi, il saluto e l'affetto del Papa a tutti i vostri diocesani, alle famiglie cristiane, ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, che con dedizione e generoso impegno annunciano la Buona Novella della salvezza e offrono testimonianza di servizio, fedeltà e spirito apostolico.
Invoco su di voi e sui vostri fedeli la materna protezione della Beatissima Vergine Maria, tanto venerata con diversi titoli in tutte e ciascuna delle vostre diocesi, mentre vi imparto la mia Benedizione.
(Traduzione dallo spagnolo)
Data: 1991-09-23
Lunedi 23 Settembre 1991
Titolo: Una vera formazione francescana per guidare le Comunità nella piena comunione ecclesiale
Carissimi fratelli,
1. E' per me motivo di vera letizia accogliervi per questa speciale Udienza, dopo il Capitolo Generale che avete celebrato a San Diego, in occasione del quinto centenario dell'evangelizzazione delle Americhe. Siate i benvenuti! Rivolgo un saluto cordiale al nuovo Ministro Generale Fr. Herman Schalueck, ai componenti del nuovo Definitorio, ai partecipanti del Capitolo e a tutta la cara Famiglia dei Frati Minori, che avendo a cuore la vocazione espressa nella regola di Francesco si impegnano a professarla con generosa fedeltà. Voi siete venuti ad esprimere al Successore di Pietro il vostro desiderio di quello speciale legame che Francesco ha voluto stabilire con "il Signor Papa" (Reg. 1), a difesa e sostegno della vita di Frati Minori.
2. Grato per le parole rivoltemi, esprimo al Ministro generale fervidi auguri per il compito al quale è stato chiamato. Egli ha la responsabilità di continuare l'opera di Francesco tra i fratelli. Confido che la sua opera sia validamente confortata da coloro che condividono la medesima fatica. Lo Spirito Santo che, come diceva S. Francesco, è il vero Ministro generale dell'Ordine (cfr. 2 Cel 193, FF. 779), vi ispiri e vi sostenga tutti, affinché la gioia della salvezza e la comunione dei cuori siano in ognuno dei fratelli che vi sono donati dal Signore (cfr. Test. 14, FF 116). Affido anche a voi, come già al Capitolo generale, il lavoro e l'impegno urgente della "nuova evangelizzazione", radicato nella coscienza sempre più approfondita della parola di Dio nella piena adesione al Magistero autentico della Chiesa. Essa deve trovare i Frati disponibili e preparati mediante uno studio accurato e approfondito delle discipline teologiche, acquisito nella luce della verità che è in Cristo. Deve essere altresi confortata da una autentica santità della vita. Solo così la "buona novella potrà essere annunciata ai poveri (cfr. Lc 4,18), e si darà lode e gloria all'Altissimo, Onnipotente e Buon Signore (Cant. Creat. 1, FF. 263), poiché a Lui si offrirà il culto della vostra vita (cfr. Rm 12,1). L'esempio dei numerosi fratelli, che anche in questi ultimi anni hanno subito la morte per il Vangelo, sia di sprone per la comune vocazione di discepoli e testimoni del divino Maestro.
3. Nel documento Finale del Capitolo avete voluto confermare l'idea tipicamente francescana, che l'evangelizzazione non consiste in un insieme di parole, ma si attua esprimendo con la propria vita la medesima vita di nostro Signore Gesù Cristo, così come la trasmette il Vangelo. Questo affermano con chiarezza anche le vostre Costituzioni generali (cfr. CCGGOFM, cap. V; art. 87). E' proprio questa vita evangelica, vissuta in Fraternità, il segno e l'anticipo della comunione dei Santi. Tale vita, se conforme al modello di Cristo, è annuncio e promessa del mondo nuovo e garanzia di rapporti pacifici tra le persone e tra i popoli, segno di un dono che viene dall'alto. Non rinunciate mai al vostro stile di vita: voi siete poveri e minori. Accogliete tutti, siate vicini a tutti, intercedete per tutti, portate a tutti il lieto annuncio dell'amore del Signore, fate in modo che l'Amore sia amato (cfr. Leg. per 37, FF 1587). Tenete sempre fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede (cfr. He 12,2) e sui misteri cari a Francesco, il quale, proprio in virtù della grazia della contemplazione, ottenne il segno delle stimmate della redenzione. Sia vostra la preghiera attribuita a Francesco: "O Signore mio Gesù Cristo, due grazie io ti priego che tu mi faccia, innanzi che io muoia: la prima, che in vita mia senta nell'anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nell'ora della tua acerbissima passione; la seconda si è che io senta nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale tu, Figliuolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori" (3 Cons. delle Stimm., FF.
1919). Questo fuoco d'amore sia alla base della formazione e dello studio, della preparazione e dell'apostolato di tutto l'Ordine, e sostenga specialmente i Frati nei nuovi compiti che li attendono presso i Paesi dove sono state restaurate le Provincie dopo tanti anni di persecuzione. Voi potete, voi dovete annunciare e far rivivere "quello eccessivo amore", se volete ritenervi amici di Gesù, e servire le anime secondo la misura del suo amore. La vostra presenza non miri al facile successo, ma a far crescere l'amore a Dio e alla Chiesa.
4. La completa formazione degli educatori dei Ministri e Guardiani è un altro impegno che nel Capitolo avete considerato prioritario per il cammino dell'Ordine.
Una vera formazione francescana, qualora sia ben radicata e fondata nell'animo dei Frati, consentirà di diffondere il Vangelo nella sua integrità e purezza, "con la santità e sincerità che vengono da Dio" (2Co 1,12).
Ben radicati su tale santità voi troverete la forza di guidare le Comunità nella perfetta comunione ecclesiale e di difendere il grande bene dell'unità, mentre, guidati dalla sincerità propria dei discepoli di Gesù, potrete seguire senza inganni la legittima libertà donatavi dallo Spirito, esercitando con grande senso di responsabilità il discernimento per scegliere sempre e solo ciò che edifica, guidando i fratelli nella ricerca dell'Unico Sommo Bene.
Ministro Generale e fratelli Definitori, abbiate la certezza del mio interessamento e della mia sollecitudine per il vero bene dell'Ordine francescano al quale auguro piena fedeltà alle promesse solennemente fatte al Signore, ed alla cattolicità.
Portate a tutti i fratelli la Benedizione del Signore e mia, e dite loro di vivere l'ardore evangelico di Francesco, il suo amore per la comunione ecclesiale, il suo impegno per la santità della vita. Con voi benedico le sorelle dell'Ordine di Santa Chiara affidate alle vostre cure e tutti coloro che nella vita consacrata o nella condizione laicale vivono lo spirito di S. Francesco.
Data: 1991-09-23
Lunedi 23 Settembre 1991
Titolo: La crescita del Regno di Dio secondo le parabole evangeliche
1. Come abbiamo detto nella catechesi precedente, non è possibile capire l'origine della Chiesa senza tener conto di tutto quello che Gesù predico e opero (cfr. Ac 1,1). E proprio su questo tema egli ha rivolto ai suoi discepoli e ha lasciato a noi tutti un fondamentale insegnamento nelle parabole sul Regno di Dio. Tra queste, hanno particolare importanza quelle che enunciano e ci fanno scoprire il carattere di sviluppo storico e spirituale che è proprio della Chiesa secondo il progetto dello stesso suo Fondatore.
2. Gesù dice: "Il Regno di Dio è come un uomo che getta un seme nella terra: dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura" (Mc 4,26-29). Dunque il Regno di Dio cresce qui sulla terra, nella storia dell'umanità, in virtù di una semina iniziale, cioè di una fondazione, che viene da Dio, e di un misterioso operare di Dio stesso, che continua a coltivare la Chiesa lungo i secoli. Nell'azione di Dio in ordine al Regno è presente anche la falce del sacrificio: lo sviluppo del Regno non si realizza senza sofferenza. Questo è il senso della parabola riportata dal Vangelo di Marco.
3. Ritroviamo lo stesso concetto anche in altre parabole, specialmente in quelle riunite nel testo di Matteo (13,3-50). "Il regno dei cieli - leggiamo in questo Vangelo - si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi, ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo si annidano fra i suoi rami" (Mt 13,31). E' la crescita del regno in senso "estensivo". Un'altra parabola invece ne mostra la crescita in senso "intensivo" o qualitativo, paragonandolo al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti" (Mt 13,32).
4. Nella parabola del seminatore e della semina la crescita del Regno di Dio appare certamente come frutto dell'operato del seminatore, ma è in rapporto al terreno e alle condizioni climatiche che la semina produce raccolto: "dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta" (Mt 13,8). Il terreno significa la disponibilità interiore degli uomini. Dunque, secondo Gesù, la crescita del Regno di Dio è condizionata anche dall'uomo. La libera volontà umana è responsabile di questa crescita. Per questo Gesù raccomanda a tutti di pregare: "Venga il tuo regno" (cfr. Mt 6,10 Lc 11,2): è una delle prime domande del Pater noster.
5. Una delle parabole narrate da Gesù sulla crescita del Regno di Dio sulla terra ci fa scoprire con molto realismo il carattere di lotta che il regno comporta, per la presenza e l'azione di un "nemico", che "semina la zizzania (o gramigna) in mezzo al grano". Dice Gesù che, quando "la messe fiori e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania". I servi del padrone del campo vorrebbero strapparla, ma il padrone non glielo consente, "perché non succeda che... sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altra crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura diro ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio" (Mt 13,24-30). Questa parabola spiega la coesistenza e spesso l'intreccio del bene e del male nel mondo, nella nostra vita, nella stessa storia della Chiesa. Gesù ci insegna a veder le cose con realismo cristiano e a trattare ogni problema con chiarezza di principi, ma anche con prudenza e con pazienza. Ciò suppone una visione trascendente della storia, nella quale si sa che tutto appartiene a Dio e ogni esito finale è opera della sua Provvidenza. Non è pero nascosta la sorte finale - di dimensione escatologica - dei buoni e dei cattivi: la simboleggiano la raccolta del grano nel deposito e la bruciatura della zizzania.
6. La spiegazione della parabola sulla semina la dà Gesù stesso, su richiesta dei discepoli (cfr. Mt 13,36-43). Nelle sue parole emerge la dimensione sia temporale che escatologica del Regno di Dio. Egli dice ai suoi: "A voi è stato confidato il mistero del Regno di Dio" (Mc 4,11). Su questo mistero li istruisce e, al tempo stesso, con la sua parola e la sua opera "prepara per loro un regno, così come a lui (Figlio) l'ha preparato il Padre" (cfr. Lc 22,29). Questa preparazione viene ripresa anche dopo la sua risurrezione: leggiamo infatti negli Atti degli Apostoli che "appariva loro per quaranta giorni e parlava del Regno di Dio" (cfr. Ac 1,3) sino al giorno in cui "fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio (Mc 16,19). Erano le ultime istruzioni e disposizioni agli Apostoli su ciò che dovevano fare dopo l'Ascensione e la Pentecoste per dare concreto inizio al Regno di Dio nella origine della Chiesa.
7. Anche le parole rivolte a Pietro a Cesarea di Filippo si inscrivono nell'ambito della predicazione sul regno. Gli dice infatti: "A te daro le chiavi del regno dei cieli" (Mt 16,19), subito dopo averlo chiamato pietra, sulla quale edificherà la sua Chiesa, che sarà invincibile per "le porte degli inferi" (cfr. Mt 16,18). E' una promessa espressa allora col verbo al futuro: "edifichero", perché la fondazione definitiva del Regno di Dio in questo mondo doveva ancora compiersi mediante il sacrificio della Croce e la vittoria della Risurrezione. Dopo di che Pietro, con gli altri Apostoli, avrà la coscienza viva della loro chiamata a "proclamare le opere meravigliose di colui che li ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce" (cfr. 1P 2,9). Al tempo stesso, tutti avranno altresi la coscienza della verità che emerge dalla parabola del seminatore, e cioè che, "né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere", come scriverà San Paolo (1Co 3,7).
8. L'autore dell'Apocalisse esprime questa stessa coscienza del regno quando riferisce il canto indirizzato all'Agnello: "Sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti" (Ap 5,9-10). L'apostolo Pietro precisa che sono stati costituiti tali "per offrire sacrifici graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo" (cfr. 1P 2,5). Sono tutte espressioni delle verità apprese da Gesù che, nelle parabole sul seminatore e sulla semina, sulla crescita del grano e dell'erba cattiva, sul granellino di senapa che viene seminato e diventa poi pianta abbastanza estesa, parlava di un Regno di Dio che, sotto l'azione dello Spirito, cresce nelle anime grazie alla forza vitale derivante dalla sua morte e dalla sua risurrezione: un regno che cresce sino al tempo previsto da Dio stesso.
9. "Poi sarà la fine - annuncia San Paolo - quando egli (Cristo) consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto a nulla ogni principato e ogni potestà e potenza" (1Co 15,24). Quando infatti "tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti" (1Co 15,28).
In mirabile prospettiva escatologica del Regno di Dio è inscritta l'esistenza della Chiesa dall'inizio sino alla fine, e si svolge la sua storia dal primo all'ultimo giorno.
Data: 1991-09-25
Mercoledi 25 Settembre 1991
Titolo: "Che egli rafforzi l'opera delle nostre mani"
Cari fratelli e sorelle, Diletti connazionali!
1. Sono lieto di poter oggi nuovamente incontrarmi con voi. L'occasione per questo nostro incontro comune è il decimo anniversario dell'istituzione della Fondazione che porta il mio nome. Avete inaugurato le celebrazioni di tale giubileo, perché così esso può essere chiamato, con una S. Messa solenne e la benedizione di una lapide commemorativa, alla Casa Polacca. Ora vi siete riuniti per un'udienza qui, in Vaticano. Ogni incontro con voi, anche l'odierno, mi sprona alla riflessione, mi fa tornare alla mente gli uomini e gli eventi ad essi uniti. Precisamente, il 16 ottobre 1981, in virtù di un apposito decreto, la suddetta Fondazione inauguro la sua attività. Meno di un mese più tardi, perché l'8 novembre, benedissi la Casa Polacca in Via Cassia. I dieci anni passati sono segnati dall' enorme lavoro di molti uomini, dal gratuito dono di coloro che si sono dedicati esclusivamente a questa causa. Oggi voglio parlare proprio di questo, esprimendo al tempo stesso la mia grande gratitudine a Dio, da cui ogni opera prende il proprio inizio, e agli uomini che hanno intrapreso quest'opera e la portano avanti.
2. Porgo un cordiale benvenuto ai miei Ospiti qui presenti. Saluto il Cardinale Franciszek Macharski, Metropolita di Cracovia, il Cardinale Edmund Szoka, presidente della prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, il Cardinale Andrzej Deskur, così benemerito per i problemi della Polonia mondiale. Rivolgo parole di benvenuto all'Arcivescovo Jozef Kowalczyk, Nunzio Apostolico in Polonia, al Vescovo Szczepan Wesoly, presidente della Fondazione e Responsabile della pastorale dei polacchi all'Estero, ai Rappresentanti dell'Episcopato Polacco e dell'Episcopato degli Stati Uniti, e specialmente a Mons. Adam Maida, Arcivescovo di Detroit, moderatore della Fondazione nel territorio di quel grande Stato.
Saluto cordialmente i Membri del Consiglio Amministrativo della Fondazione, i Presidenti e i Membri delle Presidenze dei Circoli degli Amici della Fondazione di vari paesi. Rivolgo il mio caloroso saluto a Voi tutti presenti in questa aula poiché non sono in grado di nominare ciascuno separatamente, tuttavia tutti sono tanto cari al mio cuore. Partecipate a quest'opera mediante le vostre preghiere, le vostre offerte, la vostra benevolenza ed un sincero interesse. Abbraccio col cuore anche coloro che non sono presenti qui ma che fanno tanto per la Fondazione.
Con una cordiale preghiera abbraccio i Benefattori defunti della Fondazione. In particolare desidero ricordare il Cardinale Wladyslaw Rubin di santa memoria - il primo Presidente del Consiglio Amministrativo della stessa Fondazione. Questo grande Pastore dei polacchi dispersi in tutto il mondo, e tutti gli altri sono costantemente presenti nel nostro grato ricordo e certamente nei cuori di tutti coloro che sono qui riuniti. Che Cristo li accolga! Vi ringrazio della vostra presenza e della vostra magnanima generosità. Grazie ai vostri doni la Fondazione ha potuto svilupparsi in modo così fruttuoso per dieci anni. Ho in mente la Casa polacca, l'Istituto polacco di Cultura Cristiana e il Centro di Documentazione.
Con gratitudine penso anche al dono per il Fondo perpetuo, il quale assicura le basi materiali della Fondazione istituita dieci anni fa. Tale Fondo costituisce il dono dei Polacchi e il dono delle parrocchie polacche, delle associazioni culturali e quelle degli ex-combattenti, delle organizzazioni laiche ed ecclesiastiche, delle offerte individuali dei laici e del clero ed anche di coloro i quali nelle loro ultime volontà hanno ricordato i fini della Fondazione. Tra il folto gruppo di Benefattori ci sono anche gli amici di altri paesi. I nomi e i cognomi dei Donatori sono stati iscritti come perenne ricordo nella Casa polacca.
La vostra disponibilità a venire in aiuto materiale alla Fondazione assume forma di un grande simbolo - è un segno d'amore per il patrimonio della nazione e una prova di comprensione del momento storico in cui si trova attualmente la Polonia.
Che Dio ripaghi abbondantemente la vostra nobile generosità.
3. Nel mio discorso tenuto anni fa all'UNESCO dissi tra l'altro: "La Nation est... la grande communauté des hommes qui sont unis par des liens divers, mais surtout, précisément, par la culture. La Nation existe "par" la culture et "pour" la culture, et elle est donc la grande éducatrice des hommes pour qu'ils puissent "être davantage" dans la communauté. Elle est cette communauté qui possède une histoire dépassant l'histoire de l'individu et de la famille" (2 giugno 1980, n.14). Oggi ripeto quelle parole pensando alla Fondazione creata infatti per servire la nostra cultura, la nostra tradizione polacca, la nostra Nazione. A questa cultura serve la Casa polacca mediante l'aiuto offerto ai pellegrini che vengono a Roma in cerca del rafforzamento spirituale ed anche dell'incontro con la tradizione cristiana. E' bene che durante gli ultimi dieci anni questa Casa sia divenuta un'autentico "lembo della Polonia", "tempio di spirito polacco", "particella della Polonia" - usando le parole dei pellegrini stessi. In questa Casa durante gli anni passati si sono fermati oltre settantamila pellegrini dalla Polonia e da altri paesi del mondo. Ha contribuito a questo anche il lavoro pieno di sacrificio dei sacerdoti, delle suore e dei fratelli religiosi e dei dipendenti laici di questa Casa. Rendiamo grazie alla Divina Provvidenza perché i pellegrini polacchi trovano qui un rifugio e l'arricchimento religioso e culturale dello spirito, e coloro che vengono da altri paesi - la verità sulla nazione polacca. A questa cultura serve anche l'Istituto polacco di Cultura Cristiana. Mentre, dopo dieci anni, guardiamo quest'opera, constatiamo che nessuno prevedeva che essa si sarebbe sviluppata così velocemente, superando i confini di Roma. Oggi vediamo ormai chiaramente, quanto questo era necessario e provvidenziale perché tutto ciò che è cristiano e umano potesse svilupparsi e diffondersi nel nostro paese e tra i nostri connazionali emigrati. Il merito di questo Istituto è anche di cercare sempre i contatti con le altre istituzioni e con altri istituti che si occupano della cultura, di cercare le vie che portino all'incontro con le culture di altre nazioni, aprendosi in questo modo alla cultura mondiale. E' un problema estremamente importante, perché grazie alla nostra cultura nazionale possiamo avere il nostro contributo al patrimonio culturale del genere umano, possiamo arricchirlo con le nostre esperienze e in tale modo contribuire alla formazione della sua pienezza. Serva qui da esempio il particolare sforzo dell'Arcivescovo Adam Maida mirante al trasferimento dell'idea della Fondazione nel territorio degli Stati Uniti all'Università di Washington. La mia gioia particolare è il fatto che a Lublino sia stato istituito ii dipartimento di ricerca di questo Istituto, il cui scopo è di concentrarsi sui problemi del centro-est d'Europa, e il concreto aiuto culturale mediante l'assegnazione di borse di studio alla gioventù cattolica dell'ex Unione Sovietica, dell' Ungheria, Romania e Jugoslavia, desiderosa di studiare all'Università Cattolica di Lublino. E' estremamente importante questo sforzo di formare le fondamenta della futura intellighenzia cattolica là dove la Chiesa si rianima dopo anni di persecuzioni e di forzato silenzio. Non posso fare a meno di menzionare anche la grande sollecitudine della Fondazione per lo sviluppo e il mantenimento del patrimonio cristiano della cultura polacca tra i connazionali dispersi in tutto il mondo. Una delle concrete manifestazioni di tale sollecitudine è l'Università Estiva della Cultura Polacca.
E' bene che questo fiume di spirito polacco, di cultura polacca e di cristianesimo polacco continui a scorrere, animando le nuove generazioni. A questa cultura serve anche il Centro di Documentazione che con una precisione degna di ammirazione, registra gli eventi degli ultimi anni, e colleziona anche i ricordi religiosi e nazionali. Mediante le sue collezioni bibliotecarie, d'archivio e di museo questo Centro scrive la storia ed allo stesso tempo insegna a pensare patriotticamente e serve al consolidamento dei valori indistruttibili nazionali e cristiani.
4. Permettetemi di citare le parole di un Membro del Consiglio Amministrativo della Fondazione scritte nel Libro Commemorativo: "... abbiamo realizzato un'opera enorme. Ora abbiamo il dovere non minore di conservare quest'opera per le generazioni future". Si, questo patrimonio di dieci anni richiede da noi tutti la continuazione di questo lavoro in spirito di responsabilità per ciò che già è stato fatto. Che, mediante la Fondazione, la cultura polacca si consolidi e si sviluppi ovunque vivono i polacchi che ammettono la loro origine polacca. Sia questa una cultura cristiana. Che questo comune sforzo unisca ed integri i polacchi viventi fuori della Polonia - all'Occidente e all'Est. Vorrei rivolgere l'attenzione sulle nuove possibilità di operare che si aprono davanti alla Fondazione. Ho in mente i paesi dell'Europa dell'Est. La Polonia è sempre stata aperta ai valori della cultura di altre nazioni, li assumeva, arricchiva con essi i costumi polacchi e successivamente trasmetteva tali valori ai popoli affini. In quell'apertura ed in quella funzione di un ponte culturale era di aiuto la posizione centrale geografica della polonia, tra l'Oriente e l'Occidente, il Nord e il Sud. Nell'ultimo tempo la Polonia usufruiva anche dell'aiuto dell'emigrazione nella sua lotta per conservare l'identità e la sovranità culturali. Ora è giunto il tempo di servire con le proprie esperienze e di condividere questo nostro patrimonio con altre nazioni, prima di tutto con quelle all'Est della Polonia.
Queste nazioni possono gloriarsi di un contributo durevole che hanno portato e costantemente portano al tesoro della cultura europea. L'immensità delle loro sofferenze, l'eroica fedeltà e la perseveranza nella lotta per la conservazione di supremi valori umani, nazionali e cristiani meritano il profondo rispetto e ci obbligano a portare aiuto a queste nazioni. Desidero sottolineare il grande ruolo svolto qui dai polacchi dei paesi dell'Est. Oggi si aprono le possibilità di condividere con i popoli affini la ricchezza che è ormai divenuta la nostra parte.
Anche qui ritengo - occorre sfruttare ed applicare in modo concreto un tale generoso scambio di doni. La Polonia si trova all'incrocio delle vie dell'Euroasia, il che in un certo senso forza i polacchi a guardare lontano verso l'Occidente e verso L'Oriente, ed allo stesso tempo a coltivare tutto ciò che costituisce la nostra identità culturale. Parlando di cultura è ovvio che ho sempre in mente la cultura cristiana come bene comune d'Europa. In Polonia e in altri paesi slavi la cultura si è conservata nella sua forma cristiana. E la cultura così intesa costituisce le radici d'Europa ed è stata il più bel dono di questa Europa al mondo. E ora bisogna nuovamente mostrare all'Europa, e non soltanto all'Europa, il valore e la bellezza di una tale cultura. Sarebbe il più magnifico dono con il quale la Polonia e i paesi slavi potrebbero contraccambiare a tutta l'Europa e al mondo - alla soglia del Terzo Millennio. Penso che a questa grande opera della rievangelizzazione della cultura possa contribuire anche la Fondazione.
5. Cari fratelli e sorelle! Vi ringrazio di cuore per questo comune incontro. La vostra presenza è la testimonianza della disponibilità al servizio del bene della Chiesa nella nostra Patria e nei Paesi dove vivete. Che Dio ripaghi con le sue grazie tutti, senza eccezione, coloro che hanno cura della Fondazione.
Trasmettete le mie parole di gratitudine, ed anche il mio saluto e la benedizione del Papa alle vostre famiglie e ai vostri cari, ai vostri ambienti, di cui siete rappresentanti, ed anche a coloro che non hanno potuto essere qui con noi. Raccomando alla protezione della Madre Santissima tutti i benefattori e tutta la Polonia all'Occidente e all'Oriente. Con le parole del Salmista prego affinché: "Sia su di noi la bontà del Signore, nostro Dio e che egli rafforzi l'opera delle nostre mani" (cfr. Ps 89/90,17).
Chiedo ai Cardinali, agli Arcivescovi e ai Vescovi di impartire insieme a me la Benedizione a tutti i presenti.
Data: 1991-09-26
Giovedi 26 Settembre 1991
GPII 1991 Insegnamenti - Ai Vescovi di Valladolid e di Valencia in visita "ad limina" - Città del Vaticano (Roma)