GPII 1990 Insegnamenti - Ai Gruppi di preghiera di padre Pio - Città del Vaticano (Roma)

Ai Gruppi di preghiera di padre Pio - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Silenziosi adoratori di Dio e apostoli della sua misericordia

Venerabili fratelli nell'episcopato, carissimi fratelli e sorelle.


1. Sono lieto di incontrarvi così numerosi e vi ringrazio cordialmente per la vostra visita. Saluto e abbraccio spiritualmente ciascuno di voi e quanti fanno parte dell'intera vostra opera, diffusa ormai in tutto il mondo. Sono particolarmente grato a mons. Riccardo Ruotolo per le parole che mi ha indirizzato, con le quali mi ha permesso di conoscere meglio le attività e le finalità dei vostri Gruppi e i dati consolanti a proposito della loro diffusione nei cinque continenti.

Ci incontriamo oggi, a conclusione delle celebrazioni per il 40° anniversario della nascita dei vostri Gruppi di Preghiera, proprio alla vigilia dell'apertura dell'Assemblea generale del Sinodo dei vescovi, che tratterà della formazione sacerdotale e del ruolo indispensabile che i presbiteri rivestono anche nella nostra epoca, in gran misura secolarizzata.

Voi intendete accompagnare i lavori sinodali con un'intensa e generosa preghiera; ve ne sono profondamente grato. E', infatti, quanto mai importante che l'intero popolo di Dio si senta partecipe delle problematiche concernenti i sacerdoti e la loro formazione. La Chiesa oggi, come ieri, ha bisogno di ministri e pastori totalmente consacrati a Dio e interamente dediti al servizio delle anime.


2. Dinanzi a voi rifulge un modello singolare di sacerdote, padre Pio di Pietrelcina, il quale tante anime ha aiutato a trovare la strada maestra della Verità e dell'Amore. Ma dove attingeva egli quella luce che riusciva a comunicare a quanti lo incontravano? Certamente nella preghiera, nell'ascolto di Dio, nelle lunghe penitenze e, soprattutto, nella celebrazione della santa Messa, che costituiva il cuore di tutta la sua esistenza.

Si è talora tentati di ritenere che la preghiera non sia necessaria; si è portati a pensare che i problemi della vita si possano risolvere soltanto mediante l'azione concreta. Se è indispensabile l'impegno quotidiano nei vari campi dell'agire umano, gli insegnamenti del Vangelo, pero, e l'esempio dei santi - in particolare la testimonianza di padre Pio - ci ricordano che anche nella solitudine, nel silenzio e nel nascondimento si può efficacemente aiutare il prossimo.

Solo in cielo potremo, ad esempio, sapere quanto la "Casa Sollievo della Sofferenza" di San Giovanni Rotondo sia debitrice alle insistenti preghiere di padre Pio e di altri innumerevoli fedeli; preghiere che sono rimaste nascoste agli occhi degli uomini, ma non a quelli di Dio.


3. Siate pertanto tutti voi, ovunque vi trovate, silenziosi adoratori del mistero divino e apostoli della sua misericordia. Seguite l'esempio di padre Pio; imitate la sua costante ricerca di intimità con il Signore, poiché questo è l'unico segreto della vita spirituale. Percorrete, come lui, la strada dell'autentica conversione, della volontaria penitenza e dell'abbandono fiducioso nella Provvidenza.

Guardate a Maria che, mentre contempla nel suo animo gli eventi straordinari che è chiamata a vivere (Lc 2,51) si rende attenta e premurosa verso le concrete necessità del prossimo (Jn 2,1ss.).

Auguro di cuore che ciascuno di voi resti fedele agli insegnamenti del vostro Padre, il quale ancor oggi, ne sono certo, continua a vegliare con amore sui suoi figli spirituali.

Di cuore tutti vi benedico.

Data: 1990-09-29

Sabato 29 Settembre 1990

All'VIII Assemblea del Sinodo - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: I sentimenti di Cristo sono la ragion d'essere del sacerdote




1. "Figlio, va' oggi a lavorare nella vigna" (Mt 21,28). così dice il padre dell'odierna parabola ai suoi figli. così dice a quelli che egli chiama nella Chiesa al servizio sacerdotale. Va' a lavorare nella mia vigna! Cari fratelli nell'episcopato e nel sacerdozio, e voi tutti convenuti a questa VIII Assemblea generale del Sinodo dei vescovi, per studiare il tema: "La formazione sacerdotale nelle circostanze attuali", desideriamo seguire questa parola del Padrone della vigna, il quale oggi chiama anche noi. Questa parola risuona in tanti luoghi della terra, in mezzo a tanti popoli e nazioni, in tante chiese. La vigna del Signore è vasta, larga come il mondo, e dovunque viva l'uomo creato da Dio e redento da Cristo, dovunque giunga lo Spirito della santa Pentecoste, si sente questa voce: va' a lavorare nella mia vigna! Ascoltano questa voce i giovani e gli anziani. Essa è sempre una chiamata personale: il Signore chiama per nome, così come chiamo i profeti e gli apostoli. Nello stesso tempo è chiamata all'interno della comunità: nella Chiesa e per la Chiesa. Ogni sacerdote è preso fra gli uomini e viene costituito per il bene degli uomini (He 5,1).


2. Durante questo Sinodo dei vescovi vogliamo concentrarci sull'argomento della "formazione" sacerdotale. Che cosa è questa "formazione"? Si può dire che è una risposta alla chiamata del Signore della vigna. La prima risposta, diretta, è la disponibilità di proseguire sulla via della vocazione, mentre la risposta indiretta, graduale, globale è quella che viene data durante tutta la vita, e con tutta la vita.

Vogliamo penetrare i sensi arcani di tale risposta. Essa è semplice e nello stesso tempo complessa, così come è complesso l'uomo, come sono complesse e diverse le condizioni della sua esistenza, sia quelle interiori, sia quelle che sono il risultato delle circostanze di tempo e di luogo: le circostanze storiche, di ambiente e di civiltà.

Perché succede che il primo figlio, che è stato chiamato (tale è quello della parabola), risponde: "si", e poi non va a lavorare nella vigna; e l'altro invece dice: "no" e poi va nella vigna? Perché avviene così? E che cosa occorre fare perché il filiale "si" alla chiamata del Padrone della vigna abbia una sua matura solidità?


3. Scrive san Paolo: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù" (Ph 2,5). Si può dire che in queste parole si trova una definizione della formazione sacerdotale.

Il sacerdote è l'uomo che deve avere in sé questi sentimenti in modo particolare. Tali sentimenti sono le ragioni d'essere del suo sacerdozio. Ciascuno di noi realizza se stesso, la sua umanità, la sua personalità, partecipando ai sentimenti che furono e che continuano ad essere in Cristo Gesù. Infatti questi sentimenti non hanno soltanto una dimensione storica; ma sono sempre vivi e vivificanti: si attualizzano nella potenza dello Spirito Santo, mediante la sua azione nell'uomo e nella comunità.


4. L'apostolo descrive quei "sentimenti che furono in Cristo Gesù" e la sua descrizione è, nello stesso tempo, inno e kerigma: proclama il mistero di Cristo! In questo mistero sono unite l'incarnazione e la redenzione, la spogliazione salvifica e l'esaltazione salvifica.

Cristo è il Figlio consostanziale al Padre che "spoglio se stesso, assumendo la condizione di servo". Essendo Dio, si fece uomo e come uomo "umilio se stesso" (Ph 12,7 Ph 2,8). Misura di tale umiliazione è la morte in croce, umanamente la più infamante. In questa morte Cristo si è fatto "obbediente", per far superare la "disobbedienza" dell'uomo.

Qui raggiungiamo la fondamentale profondità dell'esistenza e della vita dell'uomo. Cristo è manifestazione di questa profondità. E' l'unico che può far passare dalla schiavitù del peccato alla liberazione in Dio. La sua esaltazione sulla croce diventa inizio e fondamento dell'elevazione in Dio. Tutti siamo chiamati a partecipare a tale elevazione.

Questa chiamata si manifesta nelle parole: Va' a lavorare nella vigna della tua redenzione. Va' e lavora! Gesù Cristo è il Padrone di questa vigna. Va' e lavora: rimani insieme con lui per la gloria di Dio Padre.


5. Questa chiamata è indirizzata a ciascun uomo. Nella Chiesa essa riveste la forma sacramentale. Il primo momento della chiamata è il Battesimo. Il sacerdozio dei fedeli è già in esso contenuto. Il sacerdozio ministeriale come sacramento ha la sua fonte in esso ed è legato, in modo particolare, all'Eucaristia, nella quale il mistero della croce e dell'esaltazione di Cristo (il mistero pasquale) si rinnova e si fa presente per il bene della Chiesa e del mondo.


6. La vocazione sacerdotale ha una dimensione pastorale. Il sacerdote, servendo, si fa simile a Cristo, già preannunciato come Colui che "addita la via giusta ai peccatori; guida gli umili secondo giustizia, insegna ai poveri le sue vie" (Ps 24,8-9). Egli insegna con la parola del Vangelo, conferma con il suo servizio messianico che conosce le sue pecore ed è da esse seguito. Ma insegna soprattutto con la parola della sua croce e della sua umiliazione. Attraverso queste indica le vie che, uniche, conducono all'esaltazione dell'uomo in Dio.

La formazione sacerdotale prepara i nuovi discepoli del Redentore e gli imitatori del buon pastore.


7. Celebrando insieme la santissima Eucaristia, all'inizio di questa Assemblea sinodale, è per tutti noi fonte di intimo gaudio sapere che tutte le comunità ecclesiali sparse nel mondo si uniscono a noi nella preghiera: anche quelle che non possono essere qui rappresentate dai loro pastori. Un pensiero affettuoso va, in primo luogo, ai nostri fratelli della Cina, e, in secondo luogo, ai delegati delle Conferenze episcopali del Vietnam e del Laos, che non sono ancora presenti in mezzo a noi, con l'augurio che possano esserlo nel corso dei lavori sinodali.

Desidero porgere il mio cordiale e fraterno saluto a tutti i partecipanti a questa Assemblea sinodale, qui convenuti: vescovi e sacerdoti, "auditores" e "auditrices", religiosi e religiose, laici e laiche, provenienti da vari ambienti ecclesiali di tutti i continenti; agli esperti che mettono a disposizione dei padri sinodali il frutto della loro particolare competenza; e a tutti quelli che, a vario titolo, prestano assistenza per il buon andamento dei lavori sinodali; in particolare ai collaboratori della Segreteria generale e al gruppo di giovani sacerdoti e seminaristi, i quali si sono resi disponibili e offriranno con generosità i loro preziosi servizi.

Do a tutti il mio benvenuto, esprimendo la gioia di essere con voi in questo momento tanto importante, in cui si concentrano l'attenzione e le speranze della Chiesa su un argomento vitale quale è quello della formazione sacerdotale.

Mentre vi ringrazio per la vostra presenza, formulo l'augurio che dai vostri lavori possano derivare quegli abbondanti frutti che le comunità ecclesiali si attendono.

Mi conforta, come già detto, la certezza che in questa celebrazione siamo assistiti dalla preghiera che sale da tutta la Chiesa. Il Padre non dice "no" alla preghiera dei suoi figli. Egli dà loro di partecipare allo Spirito, il quale è indispensabile per poter corrispondere all'importante compito.

Occorre tuttavia che i sentimenti che sono in Cristo Gesù s'incontrino con quelli nostri: che i nostri sentimenti diventino quelli di Cristo. Occorre che mediante i nostri lavori parli quel "conforto derivante dalla carità" che decide della vocazione e della vita sacerdotale nella Chiesa e nel mondo. Occorre che il Signore ci trovi svegli. Cristo "è il Signore, a gloria di Dio Padre" (Ph 2,11).

Amen!

Data: 1990-09-30

Domenica 30 Settembre 1990

All'Angelus - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Lo Spirito Santo condurrà i lavori del Sinodo dei vescovi




1. Con la solenne celebrazione eucaristica di stamane nella Basilica Vaticana abbiamo aperto ufficialmente i lavori del Sinodo convocato per studiare i problemi posti dalla formazione sacerdotale. Durante i mesi scorsi, cogliendo l'occasione degli "Angelus" domenicali, mi sono soffermato a riflettere sul sacerdozio ministeriale nella Chiesa: su che cosa esso sia e su che cosa comporti secondo l'intenzione di Cristo, che lo ha istituito e ne resta la realizzazione incomparabile e perfetta. In tal modo, sono venuto illustrando la ricchezza del mistero che si esprime nel sacerdote e ho analizzato le principali qualità che questi deve possedere per compiere bene la sua missione.

In tale prospettiva sono emersi, per quanto riguarda più particolarmente la formazione del sacerdote, alcuni orientamenti che, pur senza pretesa di completezza, costituiscono utili spunti di riflessione.


2. Ora che il Sinodo si è avviato, cari fratelli e sorelle, occorre che tutti si impegnino con rinnovato slancio nella preghiera, sorretti da viva fiducia nell'azione illuminatrice dello Spirito Santo. Infinitamente più di tutti noi, lo Spirito Santo conosce le esigenze della formazione sacerdotale. Egli sa in che cosa consiste il mistero del sacerdote e come questo mistero deve essere concretamente vissuto.

Non è stato forse lo Spirito che, al momento dell'incarnazione, ha operato in maniera decisiva la formazione della natura umana del primo sacerdote? Non è stato a lui che Gesù ha attribuito uno speciale influsso su tutto il suo ministero terrestre, quando nella sinagoga di Nazaret ha applicato a se stesso l'oracolo di Isaia: "Lo Spirito del Signore è sopra di me" (Lc 4,18)? Questo determinante ruolo dello Spirito nella formazione del sommo sacerdote, ci mostra che è proprio a lui che dobbiamo affidare tutti i nostri sforzi per la formazione di coloro che oggi devono riprodurre in se stessi il modello di Cristo, imitandolo nella sua vita e nella sua missione.


3. Tutta la Chiesa conta, dunque, sullo Spirito Santo: sarà lui che condurrà in modo misterioso e sovrano, nel rispetto delle persone e delle loro possibilità di cooperazione, i lavori del Sinodo. Ci conferma in questa fiducia l'esperienza indimenticabile del Concilio Vaticano II, che costitui un cammino di Chiesa, tracciato in maniera sorprendente e magistrale dallo Spirito Santo: lui ne ispiro la convocazione, lui ne guido le delibere, piegandole in direzioni che spesso nessuno aveva previsto e che in seguito furono sempre più apprezzate.

Nel Sinodo che sta per cominciare lo Spirito Santo non mancherà di essere presente e di agire. Confidando nella sua assistenza, esprimo la certezza che questo Sinodo produrrà frutti sostanziali e contribuirà al progresso della formazione sacerdotale.

Preghiamo Colei che è stata la perfetta collaboratrice dello Spirito Santo: Maria santissima aiuti tutti i membri del Sinodo ad aprirsi pienamente alla sua azione.

(Omissis: saluti a vari gruppi)

Data: 1990-09-30

Domenica 30 Settembre 1990

Alla Conferenza episcopale dei vescovi di rito latino della Regione Araba - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Tensioni nel Golfo, dramma della Palestina e tragedia del Libano reclamano l'impegno dei cristiani come fermento di riconciliazione

Vostra Beatitudine, Cari fratelli nell'Episcopato e Membri della Conferenza episcopale dei Vescovi latini della Regione araba.


1. Nella gioia d'accogliervi, vorrei ridirvi con l'Apostolo Paolo: "Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo" (1Th 1,2-3).

Attraverso voi, cari Fratelli, saluto le comunità di rito latino affidate alle vostre cure pastorali, le comunità che vivono nelle regioni di tradizione araba e che sono chiamate a professare la loro fede nella condizione di credenti minoritari, spesso in un contesto politico confuso.

In qualità di pastori del gregge, portate il fardello di situazioni delicate, proprio nella misura in cui i vostri fedeli, di fronte ai numerosi problemi, vi chiedono molto. Come Vescovo di Roma, al quale il Signore chiede di "confermare" i suoi fratelli nella fede (cfr. Lc 22,32), vorrei manifestarvi una volta ancora la mia profonda stima ed i miei incoraggiamenti per l'adempimento del vostro ministero episcopale. Siete pastori di ferventi comunità cattoliche in Oriente che mostrano, se ce ne fosse bisogno, che la Chiesa è "cattolica", che è legata tanto all'Oriente che all'Occidente, che essa appartiene tanto al Nord che al Sud. Cattolica, universale, "destinata ad estendersi a tutte le parti del mondo, prende posto nella storia umana, nonostante sia nello stesso tempo trascendente nel confronto dei limiti dei popoli nel tempo e nello spazio" (LG 9).

E' proprio per aver condiviso il destino dei loro fedeli, che alcuni dei vostri confratelli hanno conosciuto o conoscono la prova. Penso, in particolare, al Vescovo, di venerata memoria, mons. Pietro Salvatore Colombo, Vicario apostolico di Mogadiscio, che ha donato eroicamente la vita per il suo gregge.

Così pure condivido la tristezza del caro mons. Francis Micallef, Vicario apostolico del Kuwait, che non ha potuto unirsi a voi e vive con i suoi fedeli momenti particolarmente difficili.

A Dio chiedo per tutti voi la grazia che possiate mostrarvi in tutte le circostanze "come ministri di Dio, con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce..., con purezza, sapienza, pazienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero, con parole di verità, con la potenza di Dio" (2Co 6,4 2Co 6,6-7).


2. Ben conosco il vigore spirituale e apostolico delle vostre comunità, come la dedizione instancabile dei vostri collaboratori. La Santa Sede segue con interesse gli sforzi da voi sostenuti per mantenere la rete di scuole e di università che accolgono giovani di tutte le religioni e di tutte le condizioni sociali. Sappiamo anche che i vostri ospedali e i vostri dispensari, senza dimenticare le case che accolgono i sacerdoti, i religiosi e le religiose anziani, danno una magnifica testimonianza di carità. Come non ricordare, allo stesso modo, il lavoro dei catechisti che si dedicano a trasmettere e a stimolare la fede dei giovani e delle famiglie cristiane? Tutto questo è un capitale che voi cercate di far fruttificare. Gli scambi che avete appena avuto a Roma, in occasione della quarantesima assemblea generale della Conferenza episcopale dei Vescovi latini della Regione araba, vi avranno d'altronde consentito di fare il punto sulle vostre priorità pastorali.

Chiedo al Signore, per voi, il dono della perseveranza, affinché i vostri fedeli si sentano sempre guidati nella fede e incoraggiati nella loro testimonianza. Sono chiamati a vivere in circostanze che fanno loro temere per l'avvenire. Voi vi preoccupate giustamente della costante e massiccia emigrazione dei cristiani delle vostre regioni. E' questo veramente un grave problema. Le giovani generazioni hanno bisogno di avere fiducia nel domani! Bisogna offrire loro anzitutto una solida istruzione cristiana, aiutarli nella formazione professionale, favorirli socialmente e fare in modo che, nelle vostre piccole comunità dove è relativamente facile conoscersi, non manchino mai la collaborazione e la solidarietà. I vostri fedeli devono essere sempre meglio guidati e formati perché non siano degli "assistiti", ma attori zelanti nella vita delle vostre Chiese e collaboratori attivi dei programmi di educazione e di assistenza. Lo saranno tanto meglio, quanto più i loro vescovi, i loro preti, i religiosi e le religiose sapranno animarli dell'incommensurabile carità di Gesù Cristo.


3. Comunità così ispirate dallo Spirito Santo saranno certamente anche capaci di condurre a buon fine il difficile dialogo con i diversi gruppi religiosi, in circostanze che condizionano pesantemente la loro vita e il loro avvenire.

Mi riferisco, innanzitutto, alla convivenza e al dialogo con l'lslam. Ho in mente allo stesso modo il contatto quotidiano delle comunità cristiane che vivono in Terra Santa con il mondo ebraico. Non vorrei dimenticare infine i rapporti costanti che voi intrattenete con le differenti Chiese cristiane non cattoliche. Le vostre comunità e voi stessi siete gli avamposti del dialogo! Questo richiede da tutti una apertura di spirito, una formazione dottrinale e un senso della gratuità che non si improvvisano, ma sono frutto di sforzi e sacrifici perseveranti.

Per grande fortuna, esistono dei campi in cui tutte queste correnti di pensiero, tutte queste concezioni del mondo, apparentemente così diverse, si incontrano: la fede in Dio misericordioso, il senso sacro della vita, il valore della famiglia, la pratica dell'ospitalità. Quante belle cose possono essere realizzate insieme, attraverso il dialogo e il servizio, senza rinnegare peraltro la propria "specificità" spirituale!


4. Questa collaborazione è assolutamente necessaria, soprattutto nelle regioni da cui provenite e che si trovano in situazioni drammatiche. Mi riferisco evidentemente alla crisi e alle tensioni cariche di pericolo che toccano il Golfo; al dramma della Palestina; alla tragedia del Libano. Evocando queste situazioni, pensando alle angosce delle popolazioni che vi risiedono, il cuore si riempie di tristezza, tanto più che non si può fare a meno di ricordare che proprio in questa parte del mondo è apparsa un giorno la stella della pace. A Bethlem è nato Gesù, Figlio di Dio, "Principe della Pace" (Is 9,5) venuto a proclamare "beati" gli artefici di pace, i miti e i misericordiosi (cfr. Mt 5).

Sappiamo tutti, per esperienza, che le guerre che scoppiano e i conflitti che perdurano non risolvono mai definitivamente i problemi. Soltanto il dialogo, il rispetto del diritto delle persone e dei popoli, la collaborazione tra i responsabili politici sono in grado di creare la fiducia, e dunque la sicurezza.

Per questo, i cristiani sono chiamati a svolgere un ruolo di primo piano nelle vostre regioni tragicamente minacciate dalla disgregazione. Col vigore della loro fede, l'unità delle loro comunità, il loro senso d'altruismo, devono essere fermenti di riconciliazione e promotori di iniziative atte a spezzare il ciclo infernale della violenza, della distruzione e della vendetta. A ciascuno di loro direte che il Papa conta su di lui, ha fiducia in lui e lo benedice paternamente.


5. Cari fratelli, che l'Eucaristia e la lode a Dio siano il vostro sostegno! Che la Madre di Dio vi assista! Che la solidarietà spirituale e materiale della Chiesa vi permettano di perseverare nei vostri sforzi! Concludero il mio pensiero rivolgendo, a voi come a tutti i fedeli della vostra comunità, le parole con le quali san Giovanni riassume il comandamento di Dio: "che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri" (1Jn 3,23).

E vi imparto la mia Benedizione Apostolica.

(Traduzione dal francese)

Data: 1990-10-01

Lunedi 1 Ottobre 1990

Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: L'azione dello Spirito Santo nella dottrina di san Paolo




1. E' ben noto l'augurio con cui san Paolo conclude la seconda Lettera ai Corinzi: "La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio (Padre) e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi!" (2Co 13,13). E' l'augurio che la liturgia pone sulle labbra del sacerdote celebrante all'inizio della Messa. Con questo testo di evidente significato trinitario, ci introduciamo nell'esame di ciò che le Lettere dell'apostolo Paolo ci dicono sullo Spirito Santo come Persona nell'unità trinitaria del Padre e del Figlio. Il testo della Lettera ai Corinzi sembra provenire dal linguaggio delle prime comunità cristiane e forse dalla liturgia delle loro assemblee. Con quelle parole l'apostolo esprime l'unità trinitaria partendo da Cristo, il quale come artefice della grazia salvifica rivela all'umanità l'amore di Dio Padre e lo partecipa ai credenti nella comunione dello Spirito Santo. così risulta che secondo san Paolo lo Spirito Santo è la Persona che opera la comunione dell'uomo - e della Chiesa - con Dio.

La formula paolina parla chiaramente di Dio Uno e Trino, anche se in termini diversi da quelli della formula battesimale riferita da Matteo: "Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). Essa ci fa conoscere lo Spirito Santo quale era presentato nella dottrina degli apostoli e recepito nella vita delle comunità cristiane.


2. Un altro testo di san Paolo prende come base dell'insegnamento sullo Spirito Santo la ricchezza dei carismi elargiti con varietà e unità di ordinamento nelle comunità: "Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti" (1Co 12,4-6). L'apostolo attribuisce allo Spirito Santo i doni della grazia (carismi); al Figlio - come al Signore della Chiesa - i ministeri ("ministeria"); al Padre-Dio, che è l'artefice di tutto in tutti, le "operazioni".

E' molto significativo il parallelismo espresso in questo brano tra lo Spirito, il Signore Gesù e Dio Padre. Esso indica che anche lo Spirito viene riconosciuto come Persona divina. Non sarebbe coerente mettere in parallelismo così stretto due Persone, quelle del Padre e del Figlio, con una forza impersonale. E' ugualmente significativo che allo Spirito Santo venga attribuita in modo particolare la gratuità dei carismi e di ogni elargizione divina all'uomo e alla Chiesa.


3. Ciò viene ulteriormente ribadito nell'immediato contesto della prima Lettera ai Corinzi: "Tutte queste cose è l'unico e medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole". Lo Spirito Santo si manifesta dunque come un libero e "spontaneo" Datore del bene nell'ordine dei carismi e della grazia; come una Persona divina che sceglie e benefica i destinatari dei diversi doni: "A uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio della scienza; a uno la fede, per mezzo dello stesso Spirito". E ancora: "Il dono di far guarigioni... il dono della profezia... il dono di distinguere gli spiriti... il dono di varietà delle lingue e il dono d'interpretazione delle lingue". Ed ecco: "A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità" (1Co 12,7-11). Proviene, dunque, dallo Spirito Santo la molteplicità dei doni, come anche la loro unità, la loro coesistenza. Tutto ciò indica lo Spirito Santo come una Persona sussistente e operante nell'unità divina: nella comunione del Figlio col Padre.


4. Anche altri passi delle Lettere paoline esprimono la stessa verità dello Spirito Santo come Persona nell'unità trinitaria, partendo dall'economia della salvezza. "Noi pero dobbiamo rendere sempre grazie a Dio per voi... perché Dio vi ha scelti come primizia della salvezza, attraverso l'opera santificatrice dello Spirito e la fede nella verità... per il possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo": così scrive l'apostolo nella seconda Lettera ai Tessalonicesi (2,13-14), per indicar loro il fine del Vangelo da lui annunziato. E ai Corinzi: "Siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio" (1Co 6,11).

Secondo l'apostolo, il Padre è il principio primo della santificazione, la quale viene conferita dallo Spirito Santo a chi crede "nel nome" di Cristo. La santificazione nell'intimità dell'uomo proviene dunque dallo Spirito Santo, persona che vive e opera in unità col Padre e col Figlio.

In un altro passo l'apostolo esprime lo stesso concetto in modo suggestivo: "E' Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo, e ci ha conferito l'unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori" (2Co 1,21-22). Le parole "nei nostri cuori" indicano l'intimità dell'azione santificatrice dello Spirito Santo.

La stessa verità, in forma ancor più sviluppata, si trova nella Lettera agli Efesini: "Dio, Padre del Signore Nostro Gesù Cristo... ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo". E poco dopo l'autore dice ai credenti: "Avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità" (Ep 1,3 Ep 1,13-14).


5. Altra magnifica espressione del pensiero e degli intenti di san Paolo è quella della Lettera ai Romani, dove egli scrive che lo scopo del suo ministero evangelico è che "i pagani divengano un'oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo". Per questo servizio chiede ai destinatari della lettera la preghiera a Dio, e lo fa per Cristo e per "l'amore dello Spirito". L'"amore" è un particolare attributo dello Spirito Santo (Rm 15,16 Rm 15,30 Rm 15,5), così come la "comunione" (cfr. 2Co 13,13). Da questo amore viene la santità, che rende gradita l'oblazione. E questa è dunque ancora un'opera dello Spirito Santo.


6. Secondo la Lettera ai Galati, lo Spirito Santo trasmette agli uomini il dono dell'adozione a figli di Dio, sollecitandoli alla preghiera propria del Figlio. "E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!" (Ga 4,6). Lo Spirito "grida" e si manifesta così come una persona che si esprime con grande intensità. Egli fa risonare nei cuori dei cristiani la preghiera che Gesù stesso rivolgeva al Padre (cfr. Mc 14,36) con amore filiale. Lo Spirito Santo è Colui che rende figli adottivi e dà la capacità della preghiera filiale.


7. La dottrina di san Paolo su questo punto è così ricca, che occorrerà riprenderla nella prossima catechesi. Per ora possiamo conchiudere che anche nelle Lettere paoline lo Spirito Santo appare come una Persona divina vivente nell'unità trinitaria col Padre e col Figlio. L'apostolo attribuisce a lui in modo particolare l'opera della santificazione. Lui è il diretto autore della santità delle anime. Lui è la Fonte dell'amore e della preghiera, nella quale si esprime il dono della divina "adozione" dell'uomo. La sua presenza nelle anime è il pegno e l'inizio della vita eterna.

(Omissis: saluti a vari gruppi).

Nuovo appello per il Libano Sento il dovere di invitarvi nuovamente a pregare per il Libano. egli ultimi giorni sono purtroppo ancora pervenute notizie di combattimenti, uccisioni indiscriminate di gente inerme e di una popolazione fatta ostaggio della violenza e dell'odio. E' un fatto deplorevole e che esige la più ferma condanna.

In nome dell'affetto che nutro per quel popolo tanto provato, chiedo insistentemente a tutti i responsabili di riflettere davanti a Dio sui progetti e obiettivi, che non possono essere se non il bene del loro Paese e dei loro concittadini! Nostra Signora di Harissa ispiri a ognuno sentimenti di comprensione, volontà di intesa e desiderio di pace!

Data: 1990-10-03

Mercoledi 3 Ottobre 1990

Messaggio per la XXVIII Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Catechesi base del vero dialogo vocazionale col Padre celeste

Venerati fratelli nell'episcopato, carissimi fratelli e sorelle di tutto il mondo!


1. Consapevole che ogni vocazione è dono di Dio, da impetrare con la preghiera e da meritare con la testimonianza della vita, mi rivolgo a voi, come ogni anno, per invitare tutta la grande famiglia cattolica a partecipare spiritualmente alla XXVIII Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che celebreremo il prossimo 21 aprile.

Questa Giornata è divenuta da tempo occasione privilegiata per riflettere non solo sulla vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata, ma altresi sul dovere, che spetta a tutta la comunità cristiana, di favorire la nascita di queste vocazioni e di collaborare nella percezione, chiarificazione e maturazione dell'interiore chiamata di Dio (cfr. OT 2).

Quest'anno desidero attirare la vostra attenzione su quel momento fondamentale dell'esperienza religiosa di ciascun cristiano che è la catechesi: essa infatti sta alla base di qualsiasi autentico e libero dialogo vocazionale con il Padre celeste. Nella catechesi la Chiesa guida i fedeli, mediante un itinerario di fede e di conversione, verso l'ascolto responsabile della parola di Dio e la generosa disponibilità ad accoglierne le intrinseche esigenze. In tal modo essa intende favorire il personale incontro con Dio, formando attenti discepoli del Signore, partecipi della sua missione universale. La catechesi si rivela così la via specifica per scoprire non soltanto il generale disegno salvifico di Dio e il significato ultimo dell'esistenza e della storia, ma anche il particolare progetto che egli ha su ciascuno nella prospettiva dell'avvento del regno nel mondo.

"La catechesi, infatti, tende a sviluppare la comprensione del mistero del Cristo alla luce della Parola, perché l'uomo tutto intero ne sia impregnato.

Trasformato dall'azione della grazia in nuova creatura, il cristiano si pone così alla sequela del Cristo e, nella Chiesa, impara sempre meglio a pensare come lui, a giudicare come lui, ad agire in conformità dei suoi comandamenti, e a sperare secondo il suo invito" (CTR 20).


2. Il cammino della catechesi raggiunge un suo momento particolarmente qualificante quando si fa scuola di preghiera, cioè di formazione al colloquio appassionato con Dio, Creatore e Padre; con Cristo, Maestro e Salvatore; con lo Spirito Santo vivificatore. Grazie a un tale colloquio, ciò che si ascolta e si impara non resta nella mente, ma conquista il cuore e tende a tradursi nella vita.

La catechesi, infatti, non può accontentarsi di annunciare le verità della fede, ma deve mirare a suscitare la risposta dell'uomo, affinché ciascuno assuma il proprio ruolo nel piano della salvezza e si renda disponibile ad offrire la propria vita per la missione della Chiesa, anche nel sacerdozio ministeriale o nella vita consacrata, seguendo il Cristo più da vicino.

E' necessario che i credenti, specialmente i giovani, siano guidati a comprendere che la vita cristiana è anzitutto risposta alla chiamata di Dio e a riconoscere, in tale prospettiva, il peculiare carattere delle vocazioni presbiterali, diaconali, religiose, missionarie, consacrate nella vita secolare, e la loro importanza per il regno di Dio.


3. In tale contesto i catechisti devono sentirsi responsabili di fronte alla Chiesa e ai destinatari del messaggio. Il loro insegnamento, che mira a condurre l'uomo moderno a scoprire Dio Amore come Creatore, Redentore e Santificatore, guiderà i fanciulli e i giovani a considerare il dovere che ogni cristiano ha di aiutare la Chiesa a compiere la sua missione, la quale può realizzarsi solo grazie all'apporto dei vari ministeri e carismi, di cui lo Spirito Santo l'ha dotata; cercherà di far scoprire che il sacerdozio ministeriale è grande dono gratuito, da Dio offerto alla sua Chiesa, in una comunione più radicale con il sacerdozio di Cristo (cfr. LG 10); metterà nella giusta luce il valore della verginità e del celibato ecclesiastico, come vie evangeliche che portano alla totale consacrazione a Dio e alla Chiesa e moltiplicano la fecondità dell'amore spirituale cristiano (cfr. PC 12).

I responsabili della catechesi rispettino sempre l'integrità dell'annuncio del Vangelo, che comprende anche la chiamata a seguire il Cristo più da vicino. Si facciano intelligenti esecutori dell'appello che il mio predecessore Paolo VI rivolse nel suo ultimo Messaggio per questa Giornata (1978): "Fate conoscere queste realtà, insegnate queste verità, rendetele comprensibili, stimolanti, attraenti, come sapeva fare Gesù, Maestro e Pastore. Che nessuno per colpa nostra ignori ciò che deve sapere per orientare, in senso diverso e migliore, la propria vita".


4. Desidero che la mia parola raggiunga tutti coloro che lo Spirito Santo chiama a collaborare con lui: i genitori cristiani, i sacerdoti, i religiosi e i numerosi laici impegnati nell'azione educativa. Desidero, in modo particolare, che questa esortazione arrivi al cuore e alla mente dei tanti catechisti, che nelle diverse Chiese particolari collaborano generosamente con i Pastori nella grande opera di evangelizzazione delle nuove generazioni.

Cari catechisti, importante e delicata è la vostra missione! Dal vostro servizio dipende la crescita e la maturazione cristiana dei fanciulli e dei giovani a voi affidati. Nella Chiesa c'è bisogno di catechesi per la conoscenza della Parola di Dio, dei sacramenti, della liturgia, e dei doveri propri della vita cristiana. Ma, specialmente in alcuni momenti dell'età evolutiva, c'è bisogno di catechesi per l'orientamento nella scelta dello stato di vita. Solo alla luce della fede e della preghiera è possibile cogliere il senso e la forza delle chiamate divine.

Il vostro ministero di catechisti sia compiuto nella fede, alimentato dalla preghiera e sorretto da una coerente vita cristiana. Siate esperti nel parlare ai giovani d'oggi, pedagoghi validi e credibili nel presentare l'ideale evangelico come universale vocazione e nell'illustrare il senso e il valore delle varie vocazioni consacrate.

Ai vescovi e ai presbiteri chiedo di mantenere sempre viva la dimensione vocazionale della catechesi, curando in modo particolare la formazione spirituale e culturale dei catechisti, e sostenendo le loro proposte vocazionali con l'efficace testimonianza di una vita ricca di santità pastorale.

Alle Famiglie religiose maschili e femminili domando di consacrare il massimo delle loro capacità e delle loro possibilità all'opera specifica della catechesi, per cooperare a far si che essa non sia un momento isolato del cammino pastorale, ma si inserisca in un ampio e organico progetto. La fatica spesa per la catechesi è stata sempre ripagata abbondantemente dalla Provvidenza con il dono di nuove e sante vocazioni. Incoraggio in particolare i religiosi insegnanti e responsabili di scuole cattoliche a mettere in chiara luce il valore della vocazione sacerdotale, religiosa e missionaria nel loro progetto educativo.

Esorto i genitori a collaborare con i catechisti offrendo un ambiente familiare impregnato di fede e di preghiera, così da orientare tutta la vita dei figli secondo le esigenze della vocazione cristiana. Ogni chiamata particolare è infatti un gran dono di Dio che entra nella loro casa.

La comunità cristiana nel suo insieme s'impegni, infine, a riconoscere con autentica passione missionaria i germi di vocazione che lo Spirito Santo non cessa di suscitare nei cuori e cerchi di creare, specialmente con la preghiera assidua e fiduciosa, un clima adatto perché gli adolescenti e i giovani possano sentire la voce di Dio e rispondere ad essa con generosità e coraggio.

"O Gesù, buon pastore della Chiesa, a te affidiamo i nostri catechisti; sotto la guida dei vescovi e dei sacerdoti, sappiano condurre quanti sono loro affidati a scoprire l'autentico significato della vita cristiana come vocazione, perché, aperti e attenti alla tua voce, ti seguano generosamente.

Benedici le nostre parrocchie, trasformale in comunità vive, dove la preghiera e la vita liturgica, l'ascolto attento e fedele della tua parola, la carità generosa e feconda, diventino il terreno favorevole per la nascita e lo sviluppo di un'abbondante messe di vocazioni. O Maria, Regina degli apostoli, benedici i giovani, rendili partecipi del tuo docile ascolto della voce di Dio e aiutali a pronunciare, come te, il loro "si" generoso e incondizionato al mistero di amore e di elezione, al quale il Signore li chiama".

Dal Vaticano, il 4 ottobre, festa di san Francesco d'Assisi, dell'anno 1990, dodicesimo di pontificato.

Data: 1990-10-04

Giovedi 4 Ottobre 1990


GPII 1990 Insegnamenti - Ai Gruppi di preghiera di padre Pio - Città del Vaticano (Roma)