
GPII 1992 Insegnamenti - Al termine dell'incontro nella mensa dei cantieri navali - Castellamare di Stabia
Titolo: I problemi del lavoro passano anche attraverso i cuori
Voglio anch'io ringraziare. Ma non saprei farlo così brevemente come ha fatto il vostro collega. Vorrei confessare una cosa, non un peccato, ma una osservazione, una riflessione che mi è venuta quando ho visitato i vostri cantieri, quando ho assistito, sotto la guida del vostro Presidente, al processo di produzione di una nave. Ho pensato: certamente il banco di lavoro, il "cantiere" del carpentiere di Nazaret era molto più povero, semplice, possiamo dire primitivo. Quale sviluppo, quale progresso immenso dal banco di lavoro di Nazaret a questo grande banco di lavoro, a questi cantieri navali! Ma una cosa è rimasta identica: la presenza e il ruolo della persona umana. Là c'era la persona di Giuseppe. Accanto a lui la persona non umana ma divina - benché nella natura umana - di Gesù. E questo elemento del lavoro è rimasto identico, lo stesso. Anzi, da questo punto di vista possiamo dire che Nazaret rappresenta il vertice di tutto il processo lavorativo durante la storia umana, perché è l'unica volta che accanto a questo banco di lavoro ha lavorato Dio fattosi uomo. Questa riflessione che mi è venuta qui appartiene alla vostra comunità. E volevo subito dire, esprimere questa riflessione, perché è un po' un bene comune: mio è vostro, vostro e mio.
Un'altra cosa non posso dimenticare, quando il mio accompagnatore mi diceva: "Questo non è solamente un lavoro delle mani, della professionalità, ma è un lavoro di tutta la persona umana, un lavoro che tocca il cuore". E mi diceva: "Quando i nostri lavoratori arrivano al termine di una produzione e la nave scende nell'acqua, loro piangono...". Dice molto questa constatazione, questa osservazione. Io la ricordero per tutta la mia vita. Si poteva pensare che c'è una distanza fra l'uomo, la persona umana e il suo lavoro, specialmente se è un lavoro manuale, industriale. Invece no. così ho scoperto che non è una pura analogia ma una verità il pensare di un tale ambiente, di una tale comunità di lavoro come di una famiglia che ha i suoi problemi, anche i suoi problemi duri, tragici, qualche volta. Ma ha anche legami profondi che passano non solamente attraverso i calcoli ma anche attraverso i cuori.
Vi ringrazio per questa comunità, per queste ore che ho potuto passare tra di voi il giorno di San Giuseppe. Vi ringrazio per questa possibilità che mi è stata offerta, almeno attraverso due, tre ore, di vivere in una comunità di lavoro. E alla fine vi ringrazio anche per questa mensa comune.
Data: 1992-03-19 Data estesa: Giovedi 19 Marzo 1992
Titolo: "Non cedete alla cultura della morte! Famiglie cristiane, siate il presidio della vostra società!"
1. "Ti ho costituito padre di molti popoli" (Rm 4,17).
Oggi, solennità di San Giuseppe, la Chiesa ritorna alle origini dell'Alleanza salvifica di Dio con l'umanità. Per comprendere quel che il Vangelo di Matteo dice su Giuseppe di Nazaret, è necessario prestare attenzione alle parole rivolte un tempo da Dio ad Abramo: "Ti ho costituito padre di molti popoli". Abramo, secondo la carne, fu padre di Isacco. Da questi nacque Giacobbe, che egli chiamo Israele. Questa genealogia umana ha nella Sacra Scrittura un grande significato. Più importante, pero, è la genealogia della fede. Mediante la fede Abramo è diventato padre di molti popoli. La promessa, infatti, gli fu data "in virtù della giustizia che viene dalla fede" - come scrive San Paolo nella Lettera ai Romani (4,13).
2. In questa genealogia, in questa eredità - eredità mediante la fede - s'inserisce Giuseppe, il carpentiere di Nazaret, lo sposo di Maria. Il testo di Matteo mostra la fede di Giuseppe in un momento chiave della storia della salvezza. Come molto tempo prima Abramo aveva accolto nella fede l'annuncio della promessa salvifica di Dio, così Giuseppe ha accolto la verità circa il compimento di tale promessa in Maria. Ha creduto che Ella "si trovo incinta per opera dello Spirito Santo" (Mt 1,18) Ha creduto come Ella stessa, Maria, aveva creduto all'annuncio dell'angelo, nel momento dell'Annunciazione. Ha creduto in Dio, perché a Lui nulla è impossibile (cfr. Lc 1,37). A Lui, l'unico, Colui "che dà vita ai morti e chiama all'esistenza le cose che ancora non esistono" (Rm 4,17).
Così ha creduto Giuseppe e, mediante questa fede, non solo si è associato alla grande eredità della fede, che ha la sua origine in Abramo, ma, nell'ambito di tale eredità, ha dato compimento ad una chiamata ed ad una missione totalmente eccezionali, che ha realizzato accanto a Maria e con Lei.
3. "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in Lei viene dallo Spirito Santo" (Mt 1,20). In questo momento si rivestono di realtà le parole che il Dio di Israele aveva indirizzato molto tempo prima a Davide, per bocca del profeta Natan: "Io assicurero dopo di te la discendenza... Io gli saro padre ed egli mi sarà figlio" (2S 7,12 2S 7,14). "Egli mi invocherà: Tu sei mio padre" (Ps 88/89/,27). Gesù che, per opera dello Spirito Santo, è nato dalla Vergine Maria, ha compiuto questa profezia. Egli solo, tra i figli dell'uomo, poteva gridare a Dio: "Abba", "Padre!". "Abba"! - poteva dirlo al Padre solo Colui che ne era il Figlio, l'Unigenito. Gesù Cristo ha insegnato e permesso anche a noi tutti di chiamare Dio: Padre, "Padre nostro" (Mt 6,9). La genealogia di Giuseppe di Nazaret indica la sua discendenza davidica: era della casa e della discendenza di Davide (cfr. Lc 1,27); tuttavia, non la genealogia secondo la carne, bensi quella secondo lo spirito, lo rese "padre di molti popoli", a somiglianza di Abramo. Come Abramo anche Giuseppe ha avuto fede in Dio.
Gesù di Nazaret, che chiama Dio: "Abba, Padre!", quale primogenito fra molti fratelli (cfr. Rm 8,29), anche mediante la fede di Giuseppe ha esteso l'accesso alla paternità divina a tutti coloro che insieme a lui dicono a Dio: "Padre nostro". Sulla paternità di Giuseppe, che nella fede prende parte in maniera speciale a questa genealogia spirituale, si edifica tutta la Chiesa: dal punto di vista umano, è paternità putativa, dal punto di vista del mistero divino, è paternità dallo Spirito Santo. E l'intera Chiesa venera Giuseppe di Nazaret in modo singolare e straordinario.
4. E' ormai abitudine consolidata che, nella solennità di San Giuseppe, il Papa faccia un pellegrinaggio per visitare sempre nuove località d'Italia. Oggi si trova nella arcidiocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia, in pellegrinaggio, insieme con San Giuseppe, presso un santuario particolare: quello della famiglia e del lavoro. Le origini di tale santuario sono descritte nel Vangelo, specialmente da Matteo e da Luca, e trovano la loro prima espressione nella casa di Nazaret e nella bottega di artigiano di colui, che è diventato "Redemptoris custos". Si tratta di un santuario che appartiene, in modo integrale, al mistero dell'Incarnazione. Appartiene anche alla realtà della Chiesa. E' il santuario più comune, presente in un certo senso dappertutto: dovunque la vita umana nasce e si forma all'interno della comunità della famiglia e del lavoro. Il lavoro ha tante forme: è li che si può ritrovare l'eredità della casa di Nazaret.
Questo santuario nasconde in sé il divino mistero dell'Incarnazione.
Colui al quale il Padre dice: "Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato" (He 5,5), ne costituisce il centro, in quanto figlio di Maria. Giuseppe è il custode di così ineffabile mistero divino. Anche in lui si compiono le parole che Dio, una volta, indirizzo ad Abramo: "Ti ho costituito padre di molti popoli". Mediante la fede Giuseppe è padre. Mettendo in rilievo il particolare legame esistente tra famiglia e lavoro dell'uomo - un legame sacro - ci è dato di partecipare al mistero della santità di Dio, grazie a ciò che costituisce il sostrato e il contenuto della vita di tutti gli uomini. Davvero grande, immensamente vasto è questo santuario nel quale la Chiesa si reca come pellegrina insieme con il suo patrono Giuseppe di Nazaret, il 19 marzo di ogni anno.
5. Con tali sentimenti, esprimo la gioia di trovarmi fra voi quest'oggi e vi ringrazio per la vostra calda accoglienza. Saluto, in particolare, il Pastore della Vostra Arcidiocesi, il carissimo Monsignor Felice Cece, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i laici attivamente impegnati nell'apostolato e le molteplici componenti del popolo cristiano di Sorrento e di Castellammare di Stabia. Saluto, poi, le autorità civili, militari e politiche qui presenti. Mi rivolgo con affetto soprattutto a voi famiglie e a voi giovani. Care famiglie, nella vostra terra sono molti i problemi, ma c'è una grande ricchezza su cui potete contare: il senso profondo e sacro della famiglia. Una famiglia salda può costituire il rimedio per tante gravi ed insidiose problematiche; fondata sulla roccia dei principi religiosi e morali, essa è ancora di salvezza, capace di sottrarre al naufragio le migliori energie dell'umanità, rimettendole in campo per rinnovare il tessuto sociale. Non cedete alla cultura della morte. Non cedete alla forza della violenza. Non abituatevi ad assistere impotenti al dilagare del crimine che mina alla base le strutture della vostra società. Siate fiduciosi nell'aiuto di Dio e coraggiosi nel combattere uniti contro i mali. Siate dunque, famiglie cristiane, il tesoro e il presidio della vostra società. Rinsaldate la vostra comunione rigenerandola alle sorgenti della fede. Accogliete i figli come frutto e sigillo dell'amore. Ogni figlio che nasce, con la sua irripetibile identità, è dono del Signore e ne reca l'immagine. Preoccupatevi della loro educazione morale e religiosa; iniziateli a un itinerario di fede con le parole ed ancor più con l'esempio. Le vostre case siano insieme santuari della vita e scuole di donazione perseverante e gratuita al servizio dei bisognosi: degli ammalati, degli anziani, degli emarginati, dei bambini. Siano chiese domestiche dove i giovani, guardando anche ai genitori, possano scoprire il senso della loro particolare vocazione. Come la Famiglia di Nazaret fu culla della Chiesa, così ogni famiglia cristiana è chiamata ad essere culla di vocazioni laicali e di speciale consacrazione. Care famiglie, i giovani sono alla ricerca di ideali grandi e impegnativi. Aiutateli a dedicarsi senza sosta alla costruzione della civiltà dell'amore.
6. E voi, giovani, siate degni delle migliori tradizioni della vostra Chiesa facendo tesoro delle grandi risorse spirituali che la caratterizzano. Vi sentite, oggi, non di rado costretti a misurarvi con una cultura ambigua e contraddittoria.
Accanto a testimonianze di amore avete dinanzi a voi spettacoli di violenza; al desiderio di costruire una società migliore, suscitato in voi dall'adesione al Vangelo, si contrappongono molti richiami consumistici che paralizzano ogni generoso impegno. Siete chiamati a scegliere. A scegliere forse il sentiero più lungo e più duro, ma che è l'unico a condurvi alle vette della piena umanità e della santità. Cristo è con voi. Lasciatevi guidare da Lui per le sue strade.
Evitate le illusorie e pericolose scorciatoie che portano alla insoddisfazione del cuore e all'appiattimento dello spirito. Siate veramente giovani: giovani fino in fondo. Abbiate orrore dei facili, ma tragici miraggi del piacere, del denaro e del potere. Dio è giovinezza, e solo chi vive di lui, ha il segreto della giovinezza.
7. Carissimi fratelli e sorelle! Nel corso dell'odierna liturgia viene a noi disvelato, ancora una volta, il disegno provvidenziale manifestato nel santuario di Nazaret. San Giuseppe, sposo della Vergine Maria, ha creduto e, come Abramo, ha sperato contro ogni speranza. Caro San Giuseppe, aiuta anche noi a fidarci di Dio.
Sempre. Aiutaci a credere al compimento delle promesse divine.
Aiuta anche noi a ripetere con te: "Tu sei fedele, Signore, alle tue promesse" (Salmo resp.).
Amen.
Data: 1992-03-19 Data estesa: Giovedi 19 Marzo 1992
Titolo: I "media" come strumenti di giustizia e di pace
Cari fratelli vescovi, Cari fratelli e sorelle in Cristo,
1. L'Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali è la felice occasione del nostro incontro. Sono lieto di porgervi il mio benvenuto e vi ringrazio per aver messo la vostra competenza professionale al servizio della Santa Sede. Grazie ai vostri sforzi, questa settimana è stata pubblicata la nuova Istruzione Pastorale sulle comunicazioni sociali, Aetatis novae, che - come speriamo - è destinata ad assicurare una presenza più efficace della Chiesa nei mezzi di comunicazione di massa. La nuova Istruzione intende completare, ma non sostituire, la basilare Istruzione Pastorale Communio et progressio, pubblicata venti anni fa in risposta alla richiesta del Concilio Vaticano II nel suo Decreto Inter mirifica. Aetatis novae è il risultato di lunghe preparazioni, iniziate con una indagine, a livello mondiale, delle Conferenze Episcopali e degli addetti cattolici alle comunicazioni. Essa offre una riflessione matura e comprensiva da parte della Chiesa sui problemi e sulle opportunità nel campo delle comunicazioni agli albori di una nuova era, la fine di un millennio e l'inizio di un altro, resa ancor più significativa dai profondi mutamenti che si stanno attualmente verificando nella storia dei popoli e delle nazioni del mondo. Il nuovo Documento invita le Diocesi e le Conferenze Episcopali a sostenere attivamente un piano pastorale per le comunicazioni sociali. Indica che, poiché ogni opera della Chiesa intende comunicare la verità e l'amore di Gesù Cristo, non solo ci dovrebbe essere un piano pastorale per le comunicazioni, ma le comunicazioni dovrebbero far parte di ogni piano pastorale. In un'epoca così fortemente caratterizzata dai mezzi di comunicazione, è fondamentale, per tutti coloro che sono impegnati nell'apostolato, abituarsi a incorporare strategie di comunicazione nelle loro pianificazioni pastorali. Questo nuovo documento offre le direttive per l'introduzione, in questi programmi, dei principi di Inter mirifica e di Communio et progressio.
2. Aetatis novae è senza dubbio opportuna nella particolare situazione del mondo di oggi. Profondi mutamenti politici nell'Europa Centrale e Orientale hanno offerto nuove occasioni per portare la parola di Dio a persone costrette a non ascoltarla da decenni di oppressione atea. Nell'Europa Occidentale esiste già una lunga esperienza di presenza cattolica nelle comunicazioni e le occasioni di collaborazione ecumenica e interreligiosa aumentano costantemente. Al tempo stesso, occorre dedicare attenzione alla presentazione di programmi che mostrino il volto autentico della vita e della dottrina cattolica, mentre bisogna esaminare accuratamente i nuovi sviluppi in seno alle politiche della comunicazione. In Asia e Oceania, la tecnologia del satellite ha letteralmente aperto nuove finestre sul mondo, mettendo in contatto milioni di esseri umani con tutto ciò che è buono, ma anche con tutto ciò che è ambiguo o perfino dannoso nei mezzi di comunicazione.
Per quanto riguarda l'Africa, le direttive o "lineamenta", già pubblicate per la prossima Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per l'Africa, contengono ottimi principi per l'utilizzo dei mezzi di comunicazione in quel continente, non solo per una più diffusa proclamazione del Vangelo, ma anche per un più efficace sviluppo sociale, economico e autenticamente umano. Inoltre, quest'anno è il 500 anniversario della evangelizzazione del Nuovo Mondo. Il messaggio cristiano è stato il dono più prezioso che i primi esploratori e i primi missionari hanno portato nel continente recentemente scoperto, e un'adesione fedele ai principi cristiani da parte di tutti i cattolici delle Americhe sarebbe il modo più appropriato per esprimere la gratitudine per quel dono. L'uso creativo dei "media" è essenziale non solo per un più profondo apprezzamento della fede fra quanti già la professano, ma anche per una efficace presentazione e spiegazione del Vangelo a coloro che cercano di comprendere meglio la fede delle loro sorelle e dei loro fratelli cattolici, e, forse, tentano perfino di accettarla. Usati correttamente, i mezzi di comunicazione - nel Nuovo e nel Vecchio Mondo - possono essere strumenti potenti di giustizia e di pace. Possono essere impiegati per promuovere il rispetto dei diritti umani di tutte le persone - dei ricchi e dei poveri, dei giovani e degli anziani, dei sani e dei malati, dei potenti e di quanti sono privi di potere - e per ricordare agli individui le loro responsabilità verso Dio e verso il prossimo.
3. E' estremamente appropriato considerare come si possa insegnare a tutte le persone, ma, in special modo, ai seguaci di Cristo, ad essere utenti intelligenti dei mezzi di comunicazione - ad essere capaci di distinguere il vero dal falso, l'utile dal dannoso, l'arricchimento dalla degradazione. E' altrettanto appropriato considerare come poter educare i giovani ad essere operatori efficaci nell'ambito dei mezzi di comunicazione, non soltanto con la conoscenza tecnica, ma anche con quella competenza spirituale e intellettuale che assicura sia una presentazione professionale che un contenuto degno. Nel mio Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali di questo anno, ho sollecitato i cattolici ad essere più zelanti nell'uso dei "media" per la proclamazione del Vangelo. Per secoli la Chiesa ha patrocinato artisti che hanno prodotto opere d'arte nella letteratura, nella pittura, nella scultura e nell'architettura per rispecchiare la gloria di Dio ed arricchire il patrimonio della civiltà. Molti degli artisti che oggi forgiano gli ideali e i valori del mondo lavorano nei mezzi di comunicazione. La Chiesa deve comprenderli ed incoraggiarli, ma deve anche sollecitarli a esprimere ideali elevati e a presentare temi ispiratori, capaci di trasmettere il messaggio cristiano di liberazione e di speranza per sopportare i timori e le ansie di molte donne e di molti uomini contemporanei, e capaci di accrescere, nelle persone, la consapevolezza dei principi morali su cui si deve costruire la vita. E' importante che gli operatori dei mezzi di comunicazione siano uomini e donne integri e di sani principi morali - uomini e donne degni del rispetto e della fiducia, che sono ad essi attribuiti. In breve, il mondo dovrebbe essere arricchito dalla loro capacità e dalla loro abilità artistica, ma anche dalla loro bontà.
4. Questi ed altri argomenti sono stati oggetto delle vostre riflessioni nei giorni della vostra Assemblea e continueranno ad occuparvi nel futuro. Con la preghiera che le vostre opere nei e per i mezzi di comunicazione contribuiscano alla diffusione del Vangelo e alla promozione dell'unità, della giustizia e della pace, invoco Dio perché elargisca doni in abbondanza a voi e ai vostri cari.
Con la mia Benedizione Apostolica.
Data: 1992-03-20 Data estesa: Venerdi 20 Marzo 1992
Cari fratelli e sorelle, Responsabili dell'UNITALSI e dell'Arciconfraternita dell'"Hospitalité" del Santuario di Lourdes!
1. In occasione di questo vostro incontro organizzato a Roma, avete desiderato anche questa Udienza speciale, per significare al Papa i vostri impegni di volontari e i vostri programmi per un coordinamento più articolato ed una animazione più intensa ed efficace. Sono molto lieto di accogliervi, vi ringrazio del vostro gesto di fede e di ossequio e porgo a tutti il mio cordiale saluto, in particolare a Monsignor Alessandro Plotti, Arcivescovo di Pisa, Presidente Nazionale dell'UNITALSI, a Monsignor Jean Sahuquet, Vescovo di Tarbes e Lourdes, ed al Presidente Generale dell'Arciconfraternita. La vostra presenza richiama subito alla mente le "folle di Lourdes", secondo il titolo del libro di memorie del grande convertito Joris Karl Huysmans, e cioè quella ormai lunghissima processione di persone oranti e fidenti, che dal febbraio- marzo 1858 si recano a quel Santuario, sorto presso la grotta di Massabielle, dove Maria Santissima apparve alla piccola Bernadette Soubirous. Là, infatti, milioni e milioni di persone si sono avvicendate per chiedere forza spirituale, fede profonda, pace e serenità, grazie di guarigione dalle malattie. A voi, volontari dell'UNITALSI e Responsabili dell'"Hospitalité" desidero esprimere il mio vivo apprezzamento per quanto fate con tanta dedizione ed il mio incoraggiamento a perseverare con amore e generosità nei vostri impegni di organizzatori e di animatori.
2. La vostra premurosa presenza a fianco di chi soffre e cerca un sollievo spirituale e fisico è prima di tutto un prolungato atto di carità umana e cristiana, ma nello stesso tempo è anche un'affermazione concreta e convinta di fiducia in Dio, che è Padre ed è amore, e che nel disegno della sua Provvidenza creatrice e redentrice ha voluto anche la presenza del dolore per dare alla storia umana una caratteristica di attesa della vera felicità oltre il tempo, di conquista personale di tale divina felicità e di invocazione a Dio misericordioso che per tutti è luce, forza e conforto. Inoltre il vostro aiuto cordiale e gentile è un apostolato veramente meritorio, in quanto è scuola di alta spiritualità e di vita cristiana, che insegna a scoprire nel sofferente il volto di Cristo stesso e a dare al dolore un significato e un valore redentivo. Lourdes è la mistica cittadella in cui l'Altissimo, per mezzo di Maria, fa sentire alle anime la sua presenza e le chiama alla conversione, alla conoscenza ed accettazione della verità e ad una più intensa vita di grazia e di santificazione. Dio si serve di un'umile fanciulla per illuminare le anime e spingerle alla conversione. Di questa realtà tanto consolante voi siete testimoni zelanti e benemeriti, ma anche privilegiati, in quanto vi si offre la possibilità di assistere a toccanti episodi di grazia.
3. L'incontro di questi giorni vi spinga a continuare con sempre maggior solerzia il vostro lavoro di organizzazione e di animazione a vantaggio dei malati e ad unire insieme uno spirito sempre più soprannaturale, sforzandovi veramente di essere fiaccole di fede e di amore accese per illuminare i cuori e dare loro quelle speranze che non tramontano.
La Vergine Santissima, che voi amate con particolare affetto, aiuta tutti e tutti conforta; ma voi, Volontari dell'UNITALSI e responsabili dell'"Hospitalité", fate in modo, con le vostre iniziative caritatevoli, che i malati trovino comprensione, aiuto e conforto, dando loro la possibilità di sperimentare al Santuario di Lourdes la consolazione di vedere una Chiesa che crede, prega, ama e gode già un momento di Paradiso. La Benedizione che ora vi imparto con grande effusione vi accompagni e confermi i vostri propositi.
Data: 1992-03-21 Data estesa: Sabato 21 Marzo 1992
Titolo: Il Sacramento della Riconciliazione: un magistero di verità
Signor Cardinale, Venerati fratelli Vescovi, Cari Prelati e Officiali della Penitenzieria Apostolica!
1. Mi è gradito accogliervi, oggi, per esprimervi anzitutto riconoscenza per il lavoro indefesso e riservato che, in applicazione alle norme ed ai criteri impartiti dai Romani Pontefici, voi svolgete in codesto Dicastero per il bene delle anime, in materia che riguarda il foro interno della coscienza. Ringrazio l'Eminentissimo Penitenziere Maggiore, Cardinale William Baum, per le parole rivoltemi. Saluto con voi i Penitenzieri delle Basiliche Patriarcali dell'Urbe, grato per la loro assidua presenza nel confessionale a favore di tanti fedeli. La vostra presenza sta a significare l'importanza del Sacramento della Riconciliazione, mezzo di salvezza e di santificazione, istituito da Nostro Signore Gesù Cristo e affidato alla Chiesa, la quale è anche, e specialmente in rapporto all'Eucaristia, la Chiesa del giudizio e del perdono. Prendendo lo spunto dalle chiavi decussate che adornano il Palazzo Apostolico Vaticano, rilevo che il ministero di Pietro può essere sintetizzato con espressione fondata sul Vangelo di Matteo, "Tibi dabo claves regni caelorum" (Mt 16,19), quale "potestas clavium". La nozione evangelica delle chiavi non solo include il potere giurisdizionale, ma anche l'autorità magisteriale. Ora, la potestà delle chiavi, conferita a Pietro, nella sua pienezza, si estende in varia misura, in relazione alla posizione gerarchica e agli uffici svolti nella Chiesa, a tutti i sacerdoti; ma l'ufficio della remissione dei peccati, esercitato nel Sacramento della Penitenza, è appunto contenuto nella "potestas clavium". E' dunque certo che il sacerdote, nell'amministrare il Sacramento della Penitenza, esercita anche un compito di magistero ecclesiale.
2. Nei miei precedenti incontri con la Penitenzieria e con i Padri Penitenzieri ho messo in rilievo altri aspetti dello stesso sacramento. In quello del 1981 sottolineavo che "il Sacramento della Riconciliazione costruisce le coscienze cristiane" e riaffermavo che "i fedeli hanno il diritto alla propria confessione privata"; in quello del 1989 invitavo istantemente i sacerdoti a riservare "al servizio della Confessione un ruolo privilegiato nella gerarchia dei loro doveri"; in quello dell'anno scorso mettevo in luce "il senso pasquale della Penitenza: in essa si rinnova la risurrezione spirituale". Il Sacramento della Riconciliazione, infatti, "secunda tabula salutis post baptismum", in connessione col suo carattere battesimale, rinnova o perfeziona l'inserzione dei fedeli nel mistero pasquale del Cristo, nuovo Adamo, dal quale deriva nell'uomo redento il ripristino, anzi, il perfezionamento della giustizia originale: "Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita" (1Co 15,45), e in essa della conoscenza piena della verità. Ma se il sacramento della Penitenza, agendo "ex opere operato" infonde, o perfeziona, l'abito della fede e i connessi doni dello Spirito Santo, appartiene all'opera personale del ministro di esplicitare i contenuti della verità con particolare riferimento a quelli concernenti l'ordine morale. Già relativamente al figurale sacerdozio dell'Antico Testamento questa funzione di soprannaturale pedagogia era stata affermata: "Un insegnamento fedele era sulla sua bocca... e ha trattenuto molti dal male. Infatti le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l'istruzione, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti" (Ml 2,6-7) e parallelamente era risuonata la terribile condanna del Signore per i sacerdoti colpevoli di non aver adempiuto all'ufficio del magistero della verità: "Voi, invece, vi siete allontanati dalla retta via e siete stati d'inciampo a molti con il vostro insegnamento... perciò anch'io vi ho reso spregevoli ed abbietti... perché non avete osservato le mie disposizioni ed avete usato parzialità riguardo alla legge" (IB 8,8). Ma, dalle parole di Gesù, che enunciano la potestà di rimettere i peccati nel Sacramento della Penitenza, risulta con ogni evidenza che l'atto sacramentale è intrinsecamente connesso ad un giudizio, e perciò stesso ad un magistero di verità: "Accipite Spiritum Sanctum: quorum remiseritis peccata, remissa sunt eis; quorum retinueritis retenta sunt" (Jn 20,22-23). In realtà lo Spirito Santo è "Spiritus veritatis" che "deducet vos in omnem veritatem" (Jn 16,13), e la decisione del sacerdote di rimettere o di ritenere, non potendo essere arbitraria, perché è funzione strumentale al servizio del Dio della verità, presuppone un retto giudizio (cfr. Concilio Tridentino, sess. 14, cap. 2, cap. 5 e can. 9).
3. Nella Esortazione Apostolica "Reconciliatio et Paenitentia", le parole del Vangelo di Marco "Paenitemini et credite evangelio" (Mc 1,15), riportate fin dall'inizio del documento, richiamano il concetto della intrinseca connessione tra la verità del Sacramento e l'adesione alla verità rivelata. E' per altro evidente che la funzione del giudice delle coscienze riposa sulla potestà delle chiavi, che propriamente appartiene alla Chiesa come tale: "Quaecumque alligaveritis super terram, erunt ligata in caelo, et quaecumque solveritis super terram, erunt soluta in caelo" (Mt 18,15). Infatti, nella citata Esortazione Apostolica, al N. 12, osservavo che la "Missione riconciliatrice è propria di tutta la Chiesa", e soggiungevo che nell'adempierla la Chiesa svolge un compito magisteriale: "Discepola dell'unico Maestro, Gesù Cristo, la Chiesa a sua volta, come Madre e Maestra, non si stanca di proporre agli uomini la riconciliazione e non esita a denunciare la malizia del peccato, a proclamare la necessità della conversione".
Più avanti, al N. 29, riferendomi in particolare al sacerdote ministro del Sacramento della Penitenza, scrivevo: "Come all'altare dove celebra l'Eucaristia e come in ciascuno dei Sacramenti, il Sacerdote, ministro della Penitenza, opera "in persona Christi". Il Cristo, che da lui è reso presente e che per suo mezzo attua il mistero della remissione dei peccati, è colui che appare come fratello dell'uomo, pontefice misericordioso... pastore... medico... maestro unico che insegna la verità e indica le vie di Dio, giudice dei vivi e dei morti, che giudica secondo la verità e non secondo le apparenze". Di qui l'ineludibile conseguenza che il sacerdote, nel ministero della Penitenza, deve enunziare non le sue private opinioni, ma la dottrina di Cristo e della Chiesa. Enunziare opinioni personali in contrasto col Magistero della Chiesa, sia solenne sia ordinario, è, perciò, non solo tradire le anime, esponendole a pericoli spirituali gravissimi e facendo subire loro un angoscioso tormento interiore, ma è contraddire nel suo stesso nucleo essenziale il ministero sacerdotale.
4. Nel richiamare questa verità e questa gravissima responsabilità so bene che moltissimi sacerdoti, fedeli al loro ministero, realizzano nel confessionale la divina missione della Chiesa: "Euntes ergo docete omnes gentes... docentes eos servare omnia quaecumque mandavi vobis" (Mt 28,19-20) e offrono in tal modo alle anime la via della salvezza: "Qui crediderit... salvus erit" (Mc 16,16).
Certamente tutti voi avete come criterio dottrinale e pastorale l'insegnamento della Sede di Pietro. perciò, per voi si eleva la mia preghiera di ringraziamento a Dio: infatti, voi sacerdoti siete, e voi prossimi candidati al sacerdozio sarete, operatori di verità e di santità, fedeli dispensatori dei misteri di Dio.
Con questi sentimenti, a voi ed a quanti in tutta la Chiesa degnamente si dedicano al ministero della Riconciliazione sacramentale, di cuore imparto la Benedizione Apostolica.
Data: 1992-03-21 Data estesa: Sabato 21 Marzo 1992
Titolo: "Testimoniate la vita nuova che si vive in Cristo: Roma ne riceverà un impulso per la nuova evangelizzazione"
Carissimi fratelli e sorelle della parrocchia di "San Leonardo Murialdo"!
1. In questa terza domenica del tempo quaresimale, Dio ci fa conoscere nel brano dell'Esodo, il suo nome. Apparso a Mosè, in un roveto che ardeva senza consumarsi, Dio gli rivelo di voler liberare il popolo eletto dalla schiavitù d'Egitto. E Mosè disse a Dio: "Ecco, io arrivo dagli israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa rispondero loro?" Dio disse a Mosè: "Io sono colui che sono!". Poi disse: "Dirai agli israeliti: "Io-Sono" mi ha mandato a voi" (cfr. Ex 3,13-14). Questa parola "Io-Sono", che si esprime anche con il termine Jahveh, dice che Dio è l'esistente e il trascendente, cioè che in Lui essere ed esistere sono la stessa cosa, che Egli possiede l'esistenza senza limiti, che non riceve l'esistenza da nessuno, ma tutti la ricevono da Lui. Da ciò si comprende che Jahveh non può essere che unico, un Dio solo.
2. Rivelare agli uomini il proprio nome, cioè la propria intima essenza, è da parte di Dio un segno di grande benevolenza. Ma questo è solo l'inizio. Col passare dei secoli, attraverso le parole dei profeti e le gesta dei suoi interventi, Dio farà conoscere di sé molte altre cose. Abbiamo appreso così che Egli è pastore, padre, madre e sposo del suo popolo. Dalla rivelazione del Signore Gesù abbiamo saputo esplicitamente che Dio, pur essendo uno nella essenza, esiste in Tre Persone, tra loro uguali e distinte, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Abbiamo saputo che la scelta del popolo d'Israele nell'Antico Testamento era finalizzata a preparare l'avvento del Messia, ma che, con la venuta di Gesù di Nazareth, vero uomo e vero Dio, l'intera umanità è stata chiamata alla dignità di popolo di Dio. Soprattutto abbiamo saputo, (ed è la parola più alta detta di sé da Dio), che Dio è Amore, cioè che in Lui essere ed amare sono la stessa cosa, che possiede l'amore senza limiti, che non riceve la capacità di amare da nessuno, ma tutti la ricevono da Lui.
3. Quanto amore ha riversato Dio sulla terra e nei nostri cuori! Lo ha fatto attraverso lo Spirito di Gesù, lo Spirito Santo, effuso nel giorno della Pentecoste sulle persone riunite nel Cenacolo, e, da quel giorno, su tutti i credenti, nelle varie forme, in cui la grazia si comunica alle anime. Lo ha fatto con la sua grazia che è la vita nuova portata da Gesù, a prezzo del suo sacrificio; che è dono concreto trasfuso nell'intimo delle nostre persone, per cui partecipiamo sempre più intensamente all'amore di Dio, se non gli opponiamo ostacoli; che è la vita stessa di Dio dentro di noi: la vita eterna anticipata già su questa terra. Tutto questo si realizza in noi mediante la continua conversione.
Conversione infatti significa eliminare gli ostacoli che si interpongono tra noi e lui, tra noi e la sua grazia, e lasciare che si instauri in noi la sua vita.
Convertirsi vuol dire darsi una mentalità nuova, per cui vediamo come vede Gesù, vogliamo come vuole Gesù e viviamo come ha vissuto Gesù. Vivere di lui e come lui è il fine del cristiano, al punto da poter dire con San Paolo: "Non sono più io che vivo, ma è Gesù che vive in me" (Ga 2,20).
4. Nel brano evangelico di Luca, vediamo come Gesù prenda lo spunto dalla cronaca del tempo per istruire il popolo e per predicare la conversione: si tratta della feroce uccisione di un gruppo di Galilei e dell'improvviso crollo di una torre che aveva travolto 18 persone. Circa il primo episodio dice Gesù: "Credete che questi Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito una tale sorte?" (Lc 13,2). Con queste parole intende eliminare il pregiudizio che una disgrazia sia necessariamente una punizione del peccato. Riguardo al secondo episodio Gesù ammonisce: "Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo" (Lc 13,5).
Qui il discorso è più articolato: Gesù vuole far riflettere sul fatto che una catastrofe ha anche un significato simbolico; è un richiamo a verificare il proprio stato di coscienza. Quando si è peccatori incalliti, si va incontro a una tragica sorte, più tragica degli eventi citati, perché il destino ultimo di ciascuno riguarda l'eternità. Ma, pur nella severità dell'ammonimento, Gesù è longanime, pieno di amore e di misericordia. Lo si vede nella parabola del fico che non dà frutto. Dopo tre anni, il padrone ordina di tagliarlo. Ma il vignaiolo implora una proroga. Quel vignaiolo è Gesù, il quale, nel suo grande amore, ci offre ancora tempo per ravvederci, per convertirci e vivere da veri cristiani.
Anche San Paolo, nel brano odierno dalla prima Lettera ai Corinzi, ci esorta a non illuderci: non basta essere stati battezzati ed essersi nutriti alla stessa mensa eucaristica, se non si vive bene e non si è vigili! (cfr. 1Co 10,3-4).
5. Con questi pensieri nel cuore, insieme al Cardinale Vicario, Camillo Ruini, e al Vescovo Ausiliare del Settore, Monsignor Clemente Riva, vi saluto tutti, cari Fedeli di questa Comunità parrocchiale di San Leonardo Murialdo. Rivolgo il mio grato pensiero al Parroco, Padre Domenico Paiusco, e a tutti i suoi Confratelli della Congregazione di San Giuseppe del Murialdo, ai quali è affidata la cura pastorale di questa circoscrizione. Rivolgo inoltre un cordiale saluto alla Delegazione ufficiale proveniente da Praha, Repubblica Federativa Ceca e Slovacca.
Desidero abbracciare con affetto tutte le categorie di persone che compongono la comunità cristiana: i neonati, i bambini, i fanciulli, gli adolescenti e i giovani; auspico per essi una vita serena e degna della migliore tradizione cristiana di Roma. Saluto le coppie cristiane che si preparano al matrimonio, e quelle che in tale sacramento già vivono, mostrando la bellezza e la fecondità dell'amore di Dio. Saluto le Religiose Stimmatine, che tanto bene vanno prodigando da anni in questa Parrocchia. Saluto gli adulti impegnati nel lavoro e gli anziani che hanno il merito di aver già dato il meglio di sé alla società e alla Chiesa, e che trascorrono la loro vecchiaia in opere feconde di bene. Saluto particolarmente gli infermi, i bisognosi, i tribolati, tutti coloro che sono messi alla prova dalla sofferenza, saluto con gratitudine tutti quelli che mettono la loro vita al servizio degli altri, per amore di Cristo. So quanto impegno pastorale i vostri sacerdoti pongono nella cura delle vostre anime. E quanta rispondenza trovano in molti di voi, nonostante gli ostacoli. So che il progetto pastorale della Parrocchia è in linea con le direttive della CEI e con il Sinodo diocesano a cui date il vostro contributo, e che il vostro Consiglio pastorale parrocchiale è molto attivo. Conosco il vostro coinvolgimento nella catechesi ordinaria e nel cammino neocatecumenale, con le sue propaggini missionarie a Roma e fuori, anche in ragioni assai lontane. Vi incoraggio nel vostro impegno nella liturgia e nelle iniziative di carità: portate avanti con generoso slancio il vostro impegno sociale e spirituale nell'ambito dell'Associazione Reffo, del centro Vojta, del Gruppo impegno per i Nomadi, dell'Oratorio ANSPI per ragazzi e per anziani e del Gruppo AGESCI Roma 36. Mi rallegro con voi e ringrazio il Signore per il dinamismo cristiano che esiste in questa Comunità parrocchiale. Perseverate nel bene. Non abbassate la guardia contro il male. Testimoniate la vita nuova che si vive in Gesù Cristo: Roma ne riceverà un impulso determinante, in grado di far progredire l'urgente impegno per la nuova evangelizzazione, alle soglie del terzo millennio.
Dopo questo saluto, torniamo ancora a contemplare questo mistero che ispira la terza domenica di Quaresima. Dio ci ha rivelato il suo Nome, Dio ha offerto a noi il suo profondo mistero: il mistero della divinità e il mistero della comunione, della Trinità. Rimaniamo così nella contemplazione di questo mistero del Nome di Dio per comprendere meglio il mistero della Quaresima, la conversione, che è conversione attraverso il sacrificio di Cristo, attraverso il suo mistero pasquale. Sia lodato Gesù Cristo.
Data: 1992-03-22 Data estesa: Domenica 22 Marzo 1992
GPII 1992 Insegnamenti - Al termine dell'incontro nella mensa dei cantieri navali - Castellamare di Stabia