GPII 1993 Insegnamenti - Ad un gruppo di pellegrini della diocesi polacca di Kalisz - Città del Vaticano (Roma)

Ad un gruppo di pellegrini della diocesi polacca di Kalisz - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Il bene della società e l'avvenire della Patria dipendono dalla fedeltà delle famiglie ai valori cristiani

Carissimi fratelli e sorelle,


1. Desidero ringraziare cordialmente Sua Eccellenza Vescovo di Kalisz di essere venuto qui, alla casa del Pontefice. Siete venuti qui in tanti e ciò mi riempie di vera gioia. Sono ancora vive in noi le impressioni suscitate dalla celebrazione di domenica durante la quale Dio ha donato alla Chiesa in Polonia e alla nostra Patria i nuovi Beati. Vi è vicina in modo particolare la Beata Maria Angela Truszkowska la quale è nata a Kalisz il 16 maggio 1825 e li è stata battezzata nella chiesa parrocchiale dell'Assunzione della Vergine Santissima. La nuova Beata non è forse un dono meraviglioso anche per la vostra diocesi? Il significato della vostra presenza odierna è particolarmente eloquente. Perché si tratta del primo incontro del Popolo di Dio della diocesi di Kalisz con il Papa. La vostra diocesi è stata creata un anno fa - il 25 marzo - con la bolla Totus Tuus Polonie Populus.

E' quindi una diocesi giovane, ma radicata profondamente nella tradizione, nella storia della nostra Nazione, che risale agli inizi del cristianesimo in Polonia.

La diocesi abbraccia le terre dove sono sorti i primi centri del cristianesimo.

Mentre vi guardo oggi, penso a quella grande ricchezza spirituale che avete ereditato e che in qualche modo rendete presente. Ne da la testimonianza particolare la sede della vostra diocesi - Kalisz - la più antica città della Polonia. I valori cristiani hanno plasmato la nostra Nazione fin dai suoi inizi e continuano a plasmarlo. Sono il nostro più grande tesoro e perderli significherebbe recidere le nostre radici cristiane, la nostra identità nazionale.

Bisogna quindi coltivare questo grande retaggio sentendosi responsabili del nostro oggi e dei tempi a venire, sentendosi responsabili davanti a Dio che è il Signore della storia. Sia ringraziato Dio per il nostro odierno incontro. Siete venuti qui insieme al vostro Vescovo per esprimere questo ringraziamento nella preghiera e per raccomandare le cose della Chiesa e della Patria al "Padre che è nei cieli".


2. Portate con voi la copia dell'immagine di San Giuseppe, venerato a Kalisz nel santuario famoso in tutta la Polonia. Volete che benedica questo quadro il quale dopo il rientro nel nostro Paese visiterà in pellegrinaggio tutte le parrocchie della vostra Diocesi. San Giuseppe vi è particolarmente caro e vicino. Il Papa Pio IX dichiaro San Giuseppe "Patrono della Chiesa cattolica". Nell'esortazione apostolica Redemptoris Custos ho scritto: "Le ragioni per cui il beato Giuseppe deve essere considerato speciale Patrono della Chiesa, e la Chiesa, a sua volta, ripromettersi moltissimo dalla tutela e dal patrocinio di lui, nascono principalmente dall'essere egli sposo di Maria e padre putativo di Gesù (...).

Giuseppe fu a suo tempo legittimo e naturale custode, capo e difensore della divina Famiglia (...). E' dunque cosa conveniente e sommamente degna del beato Giuseppe, che, a quel modo che egli un tempo soleva tutelare santamente in ogni evento la famiglia di Nazareth, così ora copra e difenda col suo celeste patrocinio la Chiesa di Cristo" (n. 28). San Giuseppe è patrono della Chiesa dei nostri tempi. La Chiesa ha molto bisogno della sua intercessione in vista delle nuove minacce che non cessano di affacciarsi, e ne ha particolarmente bisogno per essere rafforzata mentre affronta nuovi compiti e intraprende la nuova evangelizzazione. Di quest'intercessione, di quest'aiuto dall'alto ha bisogno la Chiesa in Polonia sulla soglia dei tempi nuovi. Di questa Chiesa siamo corresponsabili.


3. E' un bene, che la Vostra Diocesi inizia il proprio programma pastorale dalla famiglia. La famiglia è posta al servizio dell'edificazione del regno di Dio mediante la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa. Esistono stretti vincoli reciproci che legano tra loro la Chiesa e la famiglia cristiana, e costituiscono quest'ultima come "una chiesa in miniatura" (Ecclesia domestica), facendo si che questa, a suo modo, sia viva immagine e storica ripresentazione del mistero della Chiesa (Cfr. FC 49). Siamo tutti consapevoli che il bene della società, il prosperoso avvenire della nostra Patria dipende da una famiglia moralmente sana. L'avvenire dell'umanità si compie attraverso la famiglia. La famiglia è uno dei più preziosi beni dell'umanità. Oggi, questa famiglia si trova sotto il dominio dei profondi e veloci mutamenti sociali e culturali. Esistono pressioni che mirano a sminuire la dignità e la sacralità della famiglia, il suo innegabile valore e il ruolo che essa deve svolgere.

Rendiamo grazie a Dio, che esistono in Polonia famiglie fedeli ai sacri valori cristiani: famiglie che rappresentano un'autentica comunità di vita e di amore, che si nutrono di preghiera e di sacramenti, per le quali la vita umana significa sempre un meraviglioso dono della Bontà divina.

Ma esistono anche famiglie, che nel processo dei nuovi mutamenti si sono perse; alcune di loro si sentono indebolite oppure tentate dalle idee contemporanee, le quale tradiscono la verità e la dignità dell'essere umano.

Bisogna aiutarle, perché esse possano avvicinarsi a quell'ideale di famiglia disegnato dal Creatore "sin dall'inizio".

Alla protezione della Santa Famiglia di Nazaret affido ogni famiglia della Vostra Diocesi e di tutta la Polonia. Essa è prototipo ed esempio per tutte le famiglie cristiane. Che non manchi di assistere le famiglie polacche nella fedeltà ai loro doveri quotidiani, nel sopportare le ansie e le tribolazioni della vita, nella generosa apertura verso le necessità degli altri, nell'adempimento gioioso del piano di Dio (Cfr. FC 86).

Alle mani premurose di San Giuseppe affido il destino delle famiglie polacche, i loro problemi e le loro ansie, tutto il loro avvenire. Che sia lui a chiedere a Dio che i padri, le madri e i figli siano fedeli a Cristo ed al Suo Vangelo.

Desidero anche augurare di cuore la benedizione Divina a tutti voi qui presenti, ed anche a tutti coloro che voi rappresentate: soprattutto alle vostre famiglie, alle vostre parrocchie, agli ambienti nei quali vivete e lavorate e a tutta la vostra Patria.

Data: 1993-04-20 Data estesa: Martedi 20 Aprile 1993

Udienza generale - La missione evangelizzatrice dei Presbiteri


1. Nella Chiesa siamo tutti chiamati ad annunciare la Buona Novella di Gesù Cristo, a comunicarla in modo sempre più pieno ai credenti (Cfr. Col 3,16), a farla conoscere ai non credenti (Cfr. 1P 3,15). Non vi è cristiano che possa esimersi da questo impegno, derivante dagli stessi sacramenti del Battesimo e della Confermazione e operante sotto la spinta dello Spirito Santo. Va dunque subito detto che l'evangelizzazione non è riservata a una sola categoria di membri della Chiesa. E tuttavia, i Vescovi ne sono i protagonisti e le guide per tutta la comunità cristiana, come abbiamo visto a suo tempo. In quest'opera essi sono affiancati dai Presbiteri e in certa misura dai Diaconi, secondo le norme e la prassi della Chiesa, sia nei tempi più antichi, sia in quelli della "nuova evangelizzazione".


2. Per i Presbiteri, si può dire che l'annuncio della Parola di Dio è la prima funzione da svolgere (Cfr. LG 28 CEC 1564), perché la base della vita cristiana, personale e comunitaria, è la fede, la quale viene suscitata dalla Parola di Dio e si nutre di questa Parola. Il Concilio Vaticano II sottolinea questa missione evangelizzatrice ponendola in relazione con la formazione del Popolo di Dio, e col diritto di tutti a ricevere dai Sacerdoti l'annuncio evangelico (Cfr. PO 4). La necessità di questa predicazione viene posta in luce da san Paolo, che al mandato di Cristo aggiunge la sua esperienza di Apostolo.

Nella sua attività evangelizzatrice, svolta in molte regioni e in molti ambienti, egli si era reso conto che gli uomini non credevano perché nessuno aveva ancora annunciato loro la Buona Novella. Pur essendo ormai aperta a tutti la via della salvezza, egli aveva costatato che non tutti avevano ancora avuto la possibilità di approfittarne. perciò dava anche questa spiegazione della necessità della predicazione per mandato di Cristo: "Come potranno invocare il nome del Signore senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?" (Rm 10,15). A coloro che erano divenuti credenti, l'Apostolo si preoccupava poi di comunicare in abbondanza la Parola di Dio. Lo dice lui stesso ai Tessalonicesi: "Come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi a comportarvi in maniera degna di quel Dio che vi chiama..." (1Th 2,12). Al discepolo Timoteo, l'Apostolo raccomanda pressantemente questo ministero: "Ti scongiuro, scrive, davanti a Dio e a Cristo... annunzia la Parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina (2Tm 4,1-2). Quanto ai Presbiteri, egli dà questa prescrizione: "I Presbiteri che esercitano bene la presidenza siano trattati con doppio onore, soprattutto quelli che si affaticano nella predicazione e nell'insegnamento" (1Tm 5,17).


3. La predicazione dei Presbiteri non è un semplice esercizio della parola rispondente a un bisogno personale di esprimersi e di comunicare il proprio pensiero, né può consistere soltanto nella manifestazione di una personale esperienza. Questo elemento psicologico, che può avere un suo ruolo sotto l'aspetto didattico-pastorale, non può costituire né la ragione né la parte preponderante della predicazione. Come dicevano i Padri del Sinodo dei Vescovi del 1971, "le esperienze della vita sia degli uomini in genere sia dei Presbiteri, le quali devono essere tenute presenti e sempre interpretate alla luce del Vangelo, non possono essere né l'unica né la principale norma della predicazione" (Ench. Vat. 4, 1.186). La missione di predicare è affidata dalla Chiesa ai Presbiteri come partecipazione alla mediazione di Cristo, da esercitare in forza e secondo le esigenze del suo mandato: i Presbiteri, "partecipi, nel loro grado di ministero, dell'ufficio dell'unico Mediatore Cristo (1Tm 2,5), annunziano a tutti la divina Parola" (). Questa espressione non può non far meditare: si tratta di una "divina Parola". Che dunque non è "nostra", non può essere da noi manipolata, trasformata, adattata a piacimento, ma deve essere integralmente annunziata. E poiché la "divina Parola" è stata affidata agli Apostoli e alla Chiesa, "qualsiasi Presbitero partecipa ad una speciale responsabilità nella predicazione di tutta la Parola di Dio e nella sua interpretazione secondo la fede della Chiesa", come ancora dicevano i Padri del Sinodo nel 1971 (Ench. Vat. 4, 1.183).


4. L'annuncio della Parola si fa in stretta connessione con i Sacramenti, per mezzo dei quali Cristo comunica e sviluppa la vita della grazia. A questo proposito si deve ancora notare che buona parte della predicazione, specialmente oggi, si svolge durante la celebrazione dei Sacramenti e specialmente della Santa Messa. Va inoltre osservato che già attraverso l'amministrazione dei Sacramenti si attua l'annuncio, sia per la ricchezza teologica e catechetica delle formule e letture liturgiche, oggi pronunciate in lingua viva, comprensibile al popolo, sia per la procedura pedagogica del rito. E tuttavia non c'è dubbio che la predicazione deve precedere, accompagnare e coronare l'amministrazione dei Sacramenti, in ordine sia alla necessaria preparazione a riceverli, sia alla loro fruttificazione nella fede e nella vita.


5. Il Concilio ha richiamato che l'annuncio della divina Parola ha come effetto di suscitare e alimentare la fede, e di contribuire allo sviluppo della Chiesa.

"Difatti, - esso dice - in virtù della Parola salvatrice, la fede si accende nel cuore dei non credenti, e con la fede ha inizio e cresce la comunità dei credenti" (PO 4). Questo principio sarà sempre da tener presente: lo scopo di diffondere, fortificare e far crescere la fede deve rimanere fondamentale in ogni predicatore del Vangelo, e quindi nel Presbitero che in modo tutto speciale e con tanta frequenza è chiamato a esercitare il "ministero della Parola". Una predicazione che fosse un ricamo di motivi psicologici legati alla persona, o si esaurisse nel porre dei problemi senza risolverli o nel suscitare dei dubbi senza indicare la fonte della luce evangelica che può illuminare il cammino dei singoli e delle società, non raggiungerebbe l'obiettivo essenziale voluto dal Salvatore. Si risolverebbe anzi in fonte di disorientamento per l'opinione pubblica e di danno per gli stessi credenti, il cui diritto a conoscere il vero contenuto della Rivelazione verrebbe così disatteso.


6. Il Concilio ha inoltre mostrato l'ampiezza e la varietà di forme che prende l'autentico annuncio del Vangelo, secondo l'insegnamento e il mandato della Chiesa ai predicatori: "Verso tutti, pertanto, sono debitori i Presbiteri, nel senso che a tutti devono comunicare la verità del Vangelo che essi posseggono nel Signore.

Quindi, sia che offrano in mezzo alla gente la testimonianza di una vita esemplare che induca a dar gloria a Dio; sia che annuncino il mistero di Cristo ai non credenti con la predicazione esplicita; sia che svolgano la catechesi cristiana o illustrino la dottrina della Chiesa; sia che si applichino a esaminare i problemi del loro tempo alla luce di Cristo: in qualunque caso, il loro compito non è di insegnare una propria sapienza, bensi di insegnare la Parola di Dio e di invitare tutti insistentemente alla conversione e alla santità" (PO 4). Queste sono dunque le vie dell'insegnamento della Parola divina, secondo la Chiesa: la testimonianza della vita, che fa scoprire la potenza dell'amore di Dio e rende persuasiva la parola del predicatore; la predicazione esplicita del mistero di Cristo ai non credenti; la catechesi e l'esposizione ordinata e organica della dottrina della Chiesa; l'applicazione della verità rivelata al giudizio e alla soluzione dei casi concreti. A queste condizioni, la predicazione mostra la sua "bellezza" e attrae gli uomini desiderosi di vedere la "gloria di Dio", anche oggi.


7. A tale esigenza di autenticità e di integralità dell'annuncio, non si oppone il principio dell'adattamento della predicazione, particolarmente sottolineato dal Concilio (Cfr. PO 4). E' chiaro che il Presbitero deve anzitutto chiedersi, con senso di responsabilità e realismo di valutazione, se quello che dice nella sua predicazione sia compreso dai suoi uditori e se abbia un effetto sul loro modo di pensare e di vivere. Deve inoltre impegnarsi a tener conto della propria predicazione, delle diverse necessità degli ascoltatori e delle diverse circostanze per cui si riuniscono e chiedono il suo intervento. E' chiaro che egli deve anche conoscere e riconoscere i suoi talenti, e servirsene in modo opportuno, non per un esibizionismo che, oltretutto, lo squalificherebbe presso gli uditori, ma allo scopo di meglio introdurre la Parola divina nel pensiero e nel cuore degli uomini. Ma più che ai talenti naturali, il predicatore dovrà appellarsi a quei carismi soprannaturali che la storia della Chiesa e della sacra eloquenza presenta in tanti predicatori santi, e si sentirà spinto a chiedere allo Spirito Santo l'ispirazione per il modo più adatto ed efficace di parlare, di comportarsi, di dialogare con il suo uditorio. Tutto ciò vale anche per tutti coloro che esercitano il ministero della Parola con gli scritti, le pubblicazioni, le trasmissioni radiofoniche e televisive. Anche l'uso di questi mezzi di comunicazione richiede dal predicatore, conferenziere, scrittore, intrattenitore religioso e specialmente dal Presbitero l'appello e il ricorso allo Spirito Santo, luce che vivifica le menti e i cuori.


8. Secondo le indicazioni del Concilio, l'annuncio della Parola divina deve essere fatto in tutti gli ambienti e in tutti gli strati sociali, tenendo conto anche dei non credenti: si tratti di veri atei o, come più spesso avviene, di agnostici, oppure di indifferenti o distratti, per interessare i quali bisognerà inventare le vie più adatte. Qui basti l'avere ancora una volta segnalato il problema, che è grave e che va affrontato con zelo, sorretto da intelligenza, e con spirito sereno. Al Presbitero potrà essere utile ricordare la saggia considerazione del Sinodo dei Vescovi del 1971, che diceva: "Il ministro della Parola con l'evangelizzazione prepara le vie del Signore con grande pazienza e fede, adattandosi alle diverse condizioni della vita dei singoli e dei popoli" (Ench.

Vat. 4, n. 1.184). L'appello alla grazia del Signore e allo Spirito Santo, che ne è il dispensatore divino, necessario sempre, sarà sentito in modo ancor più vivo in tutti quei casi di ateismo (almeno pratico), di agnosticismo, di ignoranza e di indifferenza religiosa, a volte di pregiudiziale ostilità e persino di rabbia, che fanno costatare al Presbitero l'insufficienza di tutti i mezzi umani per aprire nelle anime un varco a Dio. Allora più che mai sperimenterà il "mistero delle mani vuote", come è stato detto; ma proprio per questo ricorderà che san Paolo, quasi crocifisso da esperienze non dissimili, trovava sempre nuovo coraggio nella "potenza di Dio e sapienza di Dio" presente in Cristo (Cfr. 1Co 1,18 1Co 1,29), e ricordava ai Corinzi: "Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio" (1Co 2,3-5).

Forse è questo il viatico importante per il predicatore odierno.

Data: 1993-04-21 Data estesa: Mercoledi 21 Aprile 1993

Discorso ai partecipanti ad un Convegno promosso dal Vicariato - Roma

Titolo: Nuove chiese parrocchiali per Roma che si prepara a celebrare il grande Giubileo del Duemila




1. Sono particolarmente lieto di incontrare e di salutare voi, partecipanti al Convegno di studio e promozione per le nuove chiese di Roma, qui convenuti sotto la guida del Signor Cardinale Camillo Ruini, mio Vicario Generale nell'Urbe, accompagnati dal Signor Cardinale Giacomo Biffi, Arcivescovo di Bologna, e da Mons. Dionigi Tettamanzi, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana. L'argomento sul quale vi state impegnando richiama alla mente le parole dell'apostolo Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi: "Noi siamo il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: 'Abitero in mezzo a loro e con loro camminero e saro il loro Dio ed essi saranno mio popolo'" (6,16). Le parole dell'Apostolo alludono alla presenza di Dio nelle singole anime, in forza dell'adozione attraverso la grazia battesimale, ma si riferiscono anche alla sua divina presenza nella comunità dei salvati, il santo Popolo di Dio. Il Concilio Vaticano II, descrivendo la Chiesa, ha fatto suo questo concetto, che è complementare a quello di Mistico Corpo di Cristo, ed ha aiutato il popolo fedele a prendere coscienza di questa realtà: di essere cioè una comunità in cammino verso la patria celeste, una comunità interiore ed esteriore, caratterizzata dal legame con Cristo, attraverso l'unione con i legittimi pastori da lui stabiliti.


2. Com'è noto, la cellula più antica e tuttora valida di aggregazione del Popolo di Dio è costituita dalla parrocchia, una realtà prevalentemente territoriale, nella quale confluiscono tutti i membri della comunità, senza distinzione alcuna, in spirito di fraternità, di spirituale uguaglianza e di generosa collaborazione, secondo i carismi e gli incarichi di ciascuno. In essa spicca la funzione del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, ma anche quella degli organismi di partecipazione dei laici, quella delle famiglie, delle associazioni, dei gruppi, dei movimenti ecclesiali, delle famiglie religiose esistenti sul territorio.

L'elemento funzionale visibile che caratterizza la parrocchia è costituito dalla chiesa parrocchiale e dalla casa canonica: la prima come casa di Dio e della comunità per gli atti di culto pubblico e le seconda come residenza dei sacerdoti e luogo per lo svolgimento di multiformi attività pastorali. In tutto l'orbe cattolico, dalle grandi città alle campagne, dai luoghi attrezzati alle lande sperdute di paesi ancora privi di infrastrutture avanzate, la chiesa parrocchiale, grande o piccola, maestosa o povera, costituisce il punto di riferimento dei fedeli, per l'evangelizzazione, il culto pubblico e l'organizzazione della carità.


3. La nostra Città è una metropoli moderna, nella quale, accanto alle chiese antichissime e memorabili, lo sviluppo degli insediamenti ha imposto in anni recenti la creazione di nuove circoscrizioni parrocchiali e di nuove chiese, per rispondere alle esigenze della popolazione. Con la grazia di Dio e l'aiuto dei fedeli, ben 320 parrocchie dispongono oggi di complessi parrocchiali adeguati alle loro necessità. Ma altre 50 parrocchie, giuridicamente già individuate, attendono che si provveda a dotarle di chiesa e complesso parrocchiale dalle fondamenta. Il Vescovo di Roma non può non ascoltare l'invocazione di tanti suoi figli, che hanno diritto alla pari degli altri di essere dotati di queste essenziali strutture sacre, destinate a far percepire il senso di fraternità a quanti per il Battesimo sono entrati a far parte della famiglia dei figli di Dio. Per questo ho creduto mio dovere invitare voi, persone di chiara competenza, a studiare un grande progetto, destinato a dotare Roma delle mancanti 50 chiese parrocchiali, entro un termine ragionevole e significativo, qual è quello della celebrazione del solenne Giubileo dell'anno 2000. La comunità cattolica di Roma non può non prendersi cura dei fratelli mancanti ancora della loro chiesa. Non è giusto infatti che quanti godono del beneficio di una parrocchia bene strutturata ignorino o abbandonino a loro stessi coloro che ancora faticano con soluzioni di fortuna per darsi un minimo di vita parrocchiale. Ma anche la Città in quanto tale deve essere sensibilizzata ad apprezzare il segno positivo che nasce in un quartiere, spesso anonimo e indifferenziato, quando vi sorge il tempio di Dio e il luogo di aggregazione dei fedeli. Infine, la comunità dei cultori del bello, degli artisti, degli architetti, dei pittori, degli scultori, erede di una tradizione che ha fatto di Roma uno dei luoghi culturalmente più apprezzati dal mondo intero, non mancherà di sentirsi stimolata ad affinare la ricerca culturale e artistica verso una creatività nell'ambito del sacro che sia nuova e nello stesso tempo rispettosa del significato intrinseco e funzionale dell'edificio sacro, armonicamente collocato nel contesto urbanistico e paesaggistico, con la sua originale unicità di ambiente di culto sacro e di aggregazione religiosa.


4. Il vostro Convegno ha il merito di aver posto allo studio questo grande piano, sotto il profilo pastorale e sociale, non meno che tecnico, artistico, organizzativo ed amministrativo. Io sono certo che la serietà con la quale questi problemi vengono affrontati approderà a un progetto globale, che renderà onore a Dio, ma anche alla città di Roma, e potrà costituire un punto di riferimento a livello nazionale ed internazionale. Si tratta infatti di coordinare molteplici discipline e di mobilitare disparate forze, affinché convergano a rendere possibile la realizzazione di un così impegnativo disegno.

Le cattedrali e le chiese della cristianità, specialmente dell'età medievale e della riforma cattolica, hanno suscitato memorabili pagine di letteratura, di arte, di spiritualità, di devozione, che le hanno rese note in un raggio enormemente più vasto di quello dei loro diretti fruitori. Mi auguro che il progetto ora al vostro esame possa, con l'aiuto di Dio, avere un uguale e memorabile successo. Sarà anche un modo, questo, per manifestare visibilmente i frutti spirituali del Sinodo pastorale diocesano, che mi accingo a concludere nelle prossime settimane, in unione a tutta la Chiesa di Dio che è in Roma. Noi vogliamo così glorificare Gesù Cristo redentore, nel duemillesimo anniversario della sua nascita, ed anche accogliere con una testimonianza significativa i pellegrini che da tutto il mondo confluiranno nella città delle più venerabili memorie apostoliche.

In questa prospettiva vi esorto a perseverare nel vostro impegno e, invocando sul vostro lavoro la divina assistenza, di cuore vi benedico.

Data: 1993-04-22 Data estesa: Giovedi 22 Aprile 1993

Ad un gruppo della Diocesi di York - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Dobbiamo continuare ad aver fiducia nella grazia dello Spirito Santo

Cari amici in Cristo, E' per me un grande piacere accogliervi qui oggi, pellegrini a Roma dalla Chiesa di Inghilterra e dalla diocesi di York. In particolare saluto l'arcidiacono di York, il venerabile George Austin, e tramite lui desidero recare i miei migliori auguri al vostro arcivescovo e a tutto il clero e i laici della vostra diocesi.

Nel maggio 1982 fu mia gioia visitare York durante il corso della mia visita pastorale alla Chiesa cattolica in Gran Bretagna. Quella visita ha avuto un significato speciale nella nostra domanda comune per la pienezza dell'unità tra i seguaci di Cristo. Sebbene il cammino verso l'unità è assediato da prove e da seri ostacoli, noi dobbiamo continuare ad aver fiducia nella grazia dello Spirito Santo, che a suo tempo otterrà il compimento della preghiera di Cristo stesso: "Perché tutti siano una sola cosa" (Jn 17,21).

Più recentemente, nella Giornata di preghiera per la pace in Europa e soprattutto nella regione Balcanica, che si è tenuta ad Assisi nel gennaio di quest'anno, l'arcivescovo di York rappresento la Chiesa di Inghilterra. La sua presenza fu profondamente apprezzata. Di fronte alla terribile violenza e ingiustizia che abbiamo davanti oggi nel mondo, è vitale che i cristiani portino uniti la testimonianza al Principe della pace, che solo può liberarci dal peccato e dal disordine che si trova alle radici del male nel mondo.

Sono consapevole che voi state visitando Roma in appoggio al Centro Anglicano, che è come un simbolo del desiderio di riconciliazione tra cattolici e anglicani. Quel desiderio è condiviso dal vescovo di Roma, ed è in questo spirito di speranza e di fiducia in Dio che invoco abbondanti le benedizioni divine su voi e le vostre famiglie.

[Traduzione dall'inglese]

Data: 1993-04-22 Data estesa: Giovedi 22 Aprile 1993

Il Rosario nel Santuario di Genazzano - Roma

Titolo: Sono venuto ai piedi della Vergine del Buon Consiglio per invocare la sua protezione sul viaggio apostolico in Albania

Al termine di questa preghiera mariana, sono lieto di salutare tutti voi, carissimi Fratelli e Sorelle, che avete voluto unirvi a me nella recita del santo Rosario, in questo luogo dedicato alla Madonna del Buon Consiglio.

Ringrazio il Vescovo di Palestrina, Monsignor Vittorio Tomassetti, per le parole rivoltemi e per l'invito a compiere questo pellegrinaggio al Santuario di Genazzano, tanto amato dalla vostra Comunità diocesana, e frequentato da devoti del mondo intero. Saluto il carissimo Cardinale Bernardin Gantin, titolare della Diocesi Suburbicaria di Palestrina, i Presuli ed i Sacerdoti qui presenti. Rivolgo un particolare pensiero ai Religiosi Agostiniani, ai quali è affidata la cura pastorale in questo Santuario. Saluto, inoltre il gruppo degli Albanesi immigrati di recente in questa vostra zona per cercare un'occupazione che consenta loro, ed alle loro famiglie in patria, un decoroso sostegno nelle attuali precarie situazioni.

Sono venuto ai piedi della Vergine del Buon Consiglio ad invocare, insieme con voi, la materna protezione di Maria sul viaggio apostolico che, a Dio piacendo, compiro domenica prossima. Come sapete, infatti, mi rechero in Albania, Paese che ha subito lunghi anni di oppressione e di autentica persecuzione religiosa. Là mi sarà dato, per la prima volta, di incontrare la Comunità cattolica ed assicurare a quei nostri fratelli nella fede il sostegno e la comunione della Chiesa intera. Sin d'ora affido alla Vergine Santissima il loro futuro. Possano con l'aiuto di Dio esprimere sempre in piena libertà e in costante fedeltà al Vangelo la loro vitalità spirituale e missionaria.

Carissimi, a voi è ben noto il profondo legame che unisce questo Santuario alla città di Scutari, dove domenica ventura celebrero l'Eucaristia ed ordinero quattro Vescovi albanesi. Da Scutari proviene l'immagine della Madonna del Buon Consiglio qui venerata: secondo una pia tradizione, essa trasmigro dalla chiesa che là l'ospitava, scampando così miracolosamente all'invasione turca del 1467.

Carissimi, accompagnatemi nel pellegrinaggio che mi accingo a compiere con la vostra fervida orazione, affinché possa infondere conforto ed incoraggiamento alla Chiesa albanese per il cammino di rinnovamento intrapreso.

Nel clima pasquale che stiamo vivendo, mentre vi ringrazio dell'accoglienza che mi avete riservato, formulo a ciascuno di voi e alle vostre famiglie l'augurio di gioia e di pace nel Signore risorto, ed imparto di cuore a tutti la Benedizione Apostolica.

[Al termine del discorso, Giovanni Paolo II ha pronunciato le seguenti parole:] Vi ringrazio per questa accoglienza, per questa numerosa presenza durante l'incontro di oggi. Vi raccomando anche tutti i nostri fratelli albanesi, sull'altra sponda del Mare Adriatico, con cui siete tanto legati attraverso questa immagine della Madonna del Buon Consiglio.

Ringrazio la vostra comunità di Genazzano, ringrazio il signor sindaco, tutti i membri della Giunta, tutti i concittadini. Ringrazio la vostra parrocchia affidata ai Padri Agostiniani, il parroco e tutti i suoi collaboratori.

Che la Madonna sia sempre per voi un segno di cristiana speranza, per tutti e per ciascuno, per le vostre famiglie, per le vostre comunità di vita e di lavoro, per la vostra città di Genazzano.

Sia lodato Gesù Cristo!

Data: 1993-04-22 Data estesa: Giovedi 22 Aprile 1993

Ai partecipanti al Simposio di Diritto Canonico - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Il Diritto Canonico può essere d'esempio ad una società civile che non voglia cadere in pericoli d'arbitrio e di false ideologie

Signori Cardinali e venerati Fratelli nell'episcopato, Illustri Professori di Diritto Canonico e Giudici di Tribunali ecclesiastici!


1. Sono lieto di accogliervi in speciale Udienza a coronamento del Simposio Internazionale, col quale s'è voluto opportunamente celebrare il decimo anniversario della promulgazione del nuovo Codice di Diritto Canonico. Saluto ciascuno di voi con viva cordialità e ringrazio Mons. Vincenzo Fagiolo per i pensieri ed i sentimenti manifestati a nome di tutti. Desidero esprimere cordiale apprezzamento ad organizzatori e relatori del Simposio per l'apporto che con questa iniziativa essi arrecano alla riflessione sull'incidenza che il Codice di Diritto Canonico sviluppa nella vita e nella missione della Chiesa.


2. In questa luce, è doveroso innanzitutto ricordare quanti hanno impegnato le loro energie per promuovere il rinnovamento della legislazione canonica, accogliendo le istanze, le indicazioni e le sollecitazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II. Primo fra tutti, il Sommo Pontefice Giovanni XXIII di venerata memoria, che nel medesimo giorno 25 gennaio 1959, in cui annunciava il Concilio Ecumenico rese altresi noto l'intento di riformare l'allora vigente corpus delle leggi canoniche, che era stato promulgato nella solennità di Pentecoste dell'anno 1917; ed in seguito, il 29 marzo 1963, istitui la Commissione per la revisione del Codex Iuris Canonici, alla quale diede poi grande impulso il mio Predecessore Paolo VI di f.m. Insieme è doveroso ricordare e ringraziare i Signori Cardinali, che furono Presidenti della Commissione, i validi Segretari della medesima con i loro collaboratori, i Padri delle Congregazioni Plenarie, gli esperti e i Consultori. Lo spirito squisitamente collegiale, con il quale i lavori furono condotti e portati a termine, si rivelo prezioso e particolarmente fecondo con la consultazione dell'intero episcopato, dei Dicasteri della Curia Romana, delle Università e delle Facoltà ecclesiastiche e delle Unioni dei Superiori Maggiori.

Come già dissi dieci anni or sono promulgando il nuovo Codice, desidero ancor oggi manifestare a tutti e pubblicamente i sentimenti della mia viva riconoscenza, mentre raccomando alla bontà del Signore quanti ci hanno lasciato dopo un servizio fedele e generoso alla Chiesa.


3. La gioia ed il conforto di ieri trovano conferma e si ripetono oggi con la felice ricorrenza del decimo anniversario della promulgazione del nuovo Codice, resa particolarmente solenne con la celebrazione di questo Symposium internazionale, al quale la scelta dei temi, la ben nota dottrina dei Relatori, la partecipazione numerosa e qualificata di tanti studiosi conferiscono, con la dimensione dell'universalità che le varie scuole esprimono, la rilevanza di un avvenimento altamente ecclesiale e di indubbio valore scientifico. Non si è voluto celebrare un atto puramente accademico, né si è andati alla ricerca di prestigiosi traguardi che conferissero lustro, fosse pure a questa Sede Apostolica. Ma, come apparve chiaro fin dal primo momento, quando fu avanzata e presentata la proposta, il Symposium ha inteso finalizzare il suo impegno nel cogliere gli elementi portanti e la struttura essenziale del Codice, quale novità fondamentale del Concilio Vaticano II, in linea di continuità con la tradizione legislativa della Chiesa, per quanto concerne soprattutto l'ecclesiologia (Cfr. Const. Apost. Sacrae disciplinae leges, 25 ian. 1983: AAS 75 [1983] Pars II, XI). Da qui la trattazione approfondita dei temi che caratterizzano e qualificano il nuovo Codice, quali soprattutto la communio nella dimensione della Chiesa universale ed in quella della Chiesa particolare, con il relativo raffronto tra ius universale e ius particulare e del sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune, con riferimento specifico alla pastorale sacramentale e al ministero ecclesiastico. E sono lieto che, nel quadro di questo Simposio, si sia trovato spazio anche per il Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, che ho avuto la gioia di promulgare nel 1990.

Infatti, tale attenzione corrisponde ai miei auspici, spesso ripetuti, che tutta la Chiesa respiri con due polmoni. Testimonianza operativa di ciò offre il Pontificio Consiglio per l'interpretazione dei testi legislativi, che segue fedelmente quanto ho scritto nella Costituzione Apostolica "Sacri Canones": il Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium non solo "veluti novum complementum magisterii a Concilio Vaticano II propositi habendus est, quo universae Ecclesiae ordinatio canonica tandem expletur" (Cost. Apost. Sacri Canones, 18 oct. 1990: AAS 87 [1990] 1038), ma costituisce, insieme al Codex Iuris Canonici e alla Costituzione Apostolica sulla Curia Romana "Pastor Bonus", una delle tre componenti dell'unico "Corpus iuris Canonici" della Chiesa universale. La conoscenza di questo intero Corpus, come ho sottolineato il 25 ottobre 1990, nell'ultimo Sinodo dei Vescovi, deve essere opportunamente promossa nella formazione sacerdotale, e, in primo luogo, in tutte le Facoltà di Diritto canonico. Infatti, la conoscenza non potrà che arricchire gli studiosi e far si che la scienza canonica, praticata negli Atenei, sia "plene respondens titulis studiorum, quos hae Facultates conferunt" (All., 25 oct. 1990, 8: AAS 83 [1991] 490).


4. Al fine scientifico il Symposium ha unito quello pastorale, sia con la scelta dei temi e dei Relatori, tra i quali troviamo Vescovi diocesani, sia con la visione delle esigenze inerenti alla vita e alla missione della Chiesa. Donde l'auspicio, che condivido, di uno studio più diffuso ed accurato del nuovo Codice di Diritto Canonico, che coinvolga non solo i centri accademici e gli operatori del diritto, ma diventi impegno concreto di ogni comunità ecclesiale, perché avverta l'esigenza di una verifica, a dieci anni dalla promulgazione del Codice che traduce in esperienza di vita le indicazioni del Concilio. Le comunità s'interroghino anzitutto sull'applicazione e l'osservanza delle norme che il Codex ha sancite per l'attuazione delle decisioni e direttive del Concilio Ecumenico Vaticano II. E vedano ed esaminino inoltre se l'incidenza del nuovo Codice nella loro vita e nella missione che svolgono nella Chiesa corrisponda allo sviluppo ed agli intenti dello stesso Concilio.


5. Il vostro Simposio avrà così contribuito ad accrescere la stima e la fiducia nel Codice, quale strumento che ben corrisponde alla natura della Chiesa. "Anzi - come dicevo dieci anni or sono - in un certo senso, questo nuovo Codice potrebbe intendersi come un grande sforzo di tradurre in linguaggio canonistico... la ecclesiologia conciliare" (Cfr. Cost. Apost. Sacrae disciplinae leges, 25 ian.1983: AAS 75 [1983] Pars II, XI). In esso, infatti, si riflettono ed assumono struttura e forma giuridica i chiari insegnamenti conciliari sulla Chiesa, quale popolo di Dio che vive ed opera nella comunione organica di tutti i suoi membri sotto la tutela e la guida dell'autorità gerarchica, che perpetua nella comunità ecclesiale il servizio del Buon Pastore per la salvezza integrale del gregge.

Queste verità, per la fonte da cui promanano, per i contenuti cristologici ed ecclesiologici che le qualificano e per le finalità salvifiche che comportano, emergono oggi anche dalla normativa e sistematica del nuovo Codice, al quale deve perciò riconoscersi di aver svolto un servizio proficuo alla comunità ecclesiale.

Voi avete messo un luce l'esigenza, anzi la necessità, di una communio disciplinae che sostenga la vita e la missione della Chiesa, sottolineando quanto sia essenziale alla struttura carismatica quella istituzionale, in modo da operare congiuntamente al conseguimento di quella salus in cui trovano ragion d'essere tutte le realtà, sia teologiche e liturgiche sia pastorali e giuridiche della Chiesa. "Nella vita della Chiesa - dichiarava il mio predecessore Paolo VI di f.m. - vediamo che la funzione del diritto non rimane estranea al mysterium salutis; ...ma entra nella dinamica del disegno salvifico; ...così entra a far parte del mistero della salvezza il patrimonio delle realtà giuridiche, alla giustizia e alla persona umana inscindibilmente legate" (Cfr. All., 25 maii 1968: AAS 60 [1968] 338).


6. Il Diritto Canonico si rivela così connesso con l'essenza stessa della Chiesa; fa corpo con essa per il retto esercizio del munus pastorale nella triplice accezione di munus docendi, sanctificandi, regendi. Nella Chiesa di Cristo - ci ha ripetuto il Concilio - accanto all'aspetto spirituale ed eterno, c'è quello visibile ed esterno. La chiara affermazione del §1 del CIC 375, in base al quale i Vescovi "pastores constituuntur, ut sint ipsi doctrinae magistri, sacri cultus sacerdotes et gubernationis ministri" (Cfr. LG 20), vista alla luce di tutta la tradizione canonista e in quella del magistero del Vaticano II, mentre ci ribadisce l'intrinseca pastoralità del diritto canonico, sta insieme a dirci che non sono pastorali soltanto i munera docendi e sanctificandi, ma con essi e non meno di essi è ugualmente pastorale il munus regendi, che il Concilio più volentieri chiama pascendi, ricollegandolo al testo giovanneo che riporta il conferimento del primato di Pietro (Cfr. Jn 21,17 LG 18 LG 331). L'ossequio all'ordinamento canonico, espresso nella osservanza delle sue norme, contribuisce alla crescita della comunione ecclesiale. Questa raggiunge infatti la sua pienezza quando i battezzati sono congiunti con Cristo "mediante i vincoli della professione di fede, dei sacramenti e del governo ecclesiastico" (LG 14 LG 205). Quest'ultimo, infatti, mediante il corpo delle leggi canoniche, regola la vita e la missione della Chiesa, i doveri e i diritti dei suoi membri e quanto è necessario ed utile alla sua compagine visibile. Nasce da qui l'esigenza, tradotta dal Codice in obbligo, che "tutti conservino sempre, anche nel loro modo di agire, la comunione con la Chiesa" (CIC 209 §1); e l'azione apostolica sia condotta sempre nella comunione con la Chiesa (Cfr. CIC 675 §3).


7. In tal modo concepito, strutturato, interpretato ed applicato, il Diritto canonico, oltre a giovare alla Chiesa nell'adempimento della sua missione, acquista una dimensione di esemplarità per le società civili, spingendole a considerare il potere ed i loro ordinamenti come un servizio alla comunità, nel supremo interesse della persona umana. Come al centro dell'ordinamento canonico c'è l'uomo redento da Cristo e divenuto con il battesimo persona nella Chiesa "con i doveri e i diritti che ai cristiani, tenuta presente la loro condizione, sono propri" (CIC 96), così le società civili sono invitate dall'esempio della Chiesa a porre la persona umana al centro dei loro ordinamenti, mai sottraendosi ai postulati del diritto naturale, per non cadere nei pericoli dell'arbitrio o di false ideologie. I postulati del diritto naturale sono infatti validi in ogni luogo e per ogni popolo, oggi e sempre, perché dettati dalla recta ratio, nella quale, come spiega S. Tommaso, sta l'essenza del diritto naturale: "omnis lex humanitus posita intantum habet de ratione legis, inquantum a lege naturae derivatur" (I-II 95,2). L'aveva già compreso il pensiero classico, che Cicerone così esprimeva: "Est quidem vera lex recta ratio, naturae congruens, diffusa in omnibus, constans, sempiterna, quae vocet ad officium iubendo, vetando a fraude deterreat, quae tamen neque probos frustra iubet aut vetat, nec improbos iubendo aut vetando movet" (De re Publica, 3,33: LACT. Inst., VI,8,6-9).

Nel rinnovato sforzo della Chiesa per una nuova Evangelizzazione, in vista del terzo Millennio cristiano, il Diritto Canonico, come ordinamento specifico ed indispensabile della compagine ecclesiale, non mancherà di contribuire efficacemente alla vita e alla missione della Chiesa nel mondo, se tutte le componenti ecclesiali sapranno saggiamente interpretarlo e fedelmente applicarlo. Lo conceda il Signore Gesù, il quale ha voluto la Chiesa come nuovo Israele, in cammino nel secolo presente verso la città futura e permanente, sotto la guida dei pastori, che Egli stesso ha posto a reggere il suo popolo, munendoli dei mezzi adatti per tale compito (Cfr. LG 9).

Accompagno questo auspicio con una speciale Benedizione, che imparto a voi qui presenti ed a quanti, nei vari campi connessi col Diritto Canonico, recano il proprio contributo all'adempimento della missione della Chiesa nel mondo.

Data: 1993-04-23 Data estesa: Venerdi 23 Aprile 1993


GPII 1993 Insegnamenti - Ad un gruppo di pellegrini della diocesi polacca di Kalisz - Città del Vaticano (Roma)