
GPII 1993 Insegnamenti - Lettera inviata a Monsignor Giuseppe Chiaretti, Vescovo di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto
17/01/19102 Pag. 19425 Dal Vaticano, 2 Agosto 1993, quindicesimo di Pontificato.
Data: 1993-08-02 Data estesa: Lunedi 2 Agosto 1993
Titolo: La vera fonte della comunione sacerdotale
1. Nelle precedenti catechesi abbiamo riflettuto sulla importanza che le proposte, o consigli evangelici, della verginità e della povertà hanno nella vita sacerdotale, e sulla misura e i modi di praticarle secondo la tradizione spirituale e ascetica cristiana e secondo la legge della Chiesa. Oggi è bene ricordare che, a coloro che volevano seguirlo mentre svolgeva il suo ministero messianico, Gesù non esito a dire che, per essere veramente suoi discepoli, bisogna "rinnegare se stessi e prendere la propria croce" (Mt 16,24 Lc 9,23). E' una grande massima di perfezione, universalmente valida per la vita cristiana come criterio definitivo circa l 'eroicità che caratterizza la virtù dei santi. Essa vale soprattutto per la vita sacerdotale, nella quale prende forme più rigorose, giustificate dalla particolare vocazione e dallo speciale carisma dei ministri di Cristo.
Un primo aspetto di tale "rinnegamento di sé" si manifesta nelle rinunce connesse con l'impegno della comunione che i Sacerdoti sono chiamati ad attuare fra loro e con il Vescovo (Cfr. LG 28 PDV 74). L'istituzione del sacerdozio ministeriale è avvenuta nel quadro di una comunità e comunione sacerdotale. Gesù raccolse un primo gruppo, quello dei Dodici, chiamandoli a formare un'unità nel mutuo amore. A questa prima comunità "sacerdotale", volle che si aggregassero dei cooperatori. Inviando in missione i settantadue discepoli, come pure i dodici Apostoli, li mando a due a due (Cfr. Lc 10,1 Mc 6,7), sia per un reciproco aiuto nella vita e nel lavoro, sia perché si creasse l'abitudine dell'azione comune e nessuno agisse come fosse solo, indipendente dalla comunità-Chiesa, e dalla comunità-Apostoli.
2. Ciò viene confermato dalla riflessione sulla chiamata di Cristo che dà origine alla vita e al ministero sacerdotale di ciascuno. Ogni sacerdozio nella Chiesa ha origine da una vocazione. Questa è rivolta a una persona particolare, ma è legata alle chiamate che sono rivolte agli altri, nel contesto di un medesimo disegno di evangelizzazione e di santificazione del mondo. Come gli Apostoli, anche i Vescovi e i Sacerdoti sono chiamati insieme, pur nella molteplicità delle vocazioni personali, da Colui che vuole impegnarli tutti a fondo nel mistero della Redenzione. Questa comunità di vocazione comporta senza dubbio un'apertura degli uni agli altri e di ciascuno a tutti, per vivere e operare nella comunione.
Ciò non avviene senza rinuncia all'individualismo sempre vivo e insorgente, senza un'attuazione del "rinneghi se stesso" (Mt 16,24) nella vittoria della carità sull' egoismo. Il pensiero della comunità di vocazione, tradotta in comunione, deve tuttavia incoraggiare tutti e ciascuno al lavoro concorde, al riconoscimento della grazia concessa singolarmente e collettivamente a Vescovi e Presbiteri: grazia accordata a ciascuno non perché dovuta a meriti e qualità personali, e non solo per la santificazione personale, ma in vista della "edificazione del Corpo" (Ep 4,12 Ep 4,16).
La comunione sacerdotale si radica profondamente ancora nel sacramento dell'Ordine, nel quale il rinnegamento di se stessi diventa una partecipazione spirituale ancor più intima al sacrificio della Croce. Il sacramento dell'Ordine implica la libera risposta di ciascuno alla chiamata che gli è stata rivolta personalmente. La risposta è altrettanto personale. Ma nella consacrazione, l'azione sovrana di Cristo, operante nell'ordinazione mediante lo Spirito Santo, crea quasi una nuova personalità, trasferendo nella comunità sacerdotale, oltre la sfera della finalità individuale, mentalità, coscienza, interessi di chi riceve il sacramento. E' un fatto psicologico derivante dal riconoscimento del legame ontologico di ogni Presbitero con tutti gli altri. Il sacerdozio conferito a ciascuno dovrà esercitarsi nell'ambito ontologico, psicologico e spirituale di questa comunità. Allora si avrà veramente la comunione sacerdotale. Dono dello Spirito Santo: ma anche frutto della risposta generosa del Presbitero.
In particolare, la grazia dell'Ordine stabilisce uno speciale legame tra i Vescovi e i Sacerdoti, perché è dal Vescovo che si riceve l'Ordinazione sacerdotale, è da lui che si propaga il sacerdozio, è lui che fa entrare i nuovi ordinati nella comunità sacerdotale, di cui egli stesso è membro.
3. La comunione sacerdotale suppone e comporta l'attaccamento di tutti, Vescovi e Presbiteri, alla persona di Cristo. Quando Gesù volle partecipare ai Dodici la sua missione messianica, dice il Vangelo di Marco che li chiamo e costitui "perché stessero con Lui" (Cfr. Mc 3,14). Nell'ultima Cena, egli si rivolse ad essi come a coloro che avevano perseverato con Lui nelle prove (Cfr. Lc 22,28), e raccomando loro e chiese al Padre per loro l'unità. Rimanendo tutti uniti in Cristo, rimanevano uniti tra loro (Cfr. Jn 15,4-11). La coscienza di questa unità e comunione in Cristo rimase viva negli Apostoli, durante la predicazione che da Gerusalemme li porto nelle varie regioni del mondo allora conosciuto, sotto l'azione impellente e nello stesso tempo unificante dello Spirito della Pentecoste. Tale coscienza traspare dalle loro Lettere, dai Vangeli e dagli Atti.
Anche nel chiamare i nuovi Presbiteri al sacerdozio, Gesù Cristo chiede loro l'offerta della vita alla sua persona, intendendo così unirli tra loro grazie ad uno speciale rapporto di comunione con Lui. Questa è la vera fonte dell'accordo profondo della mente e del cuore che unisce i Presbiteri e i Vescovi nella comunione sacerdotale.
Questa comunione si nutre della collaborazione a una stessa opera: l'edificazione spirituale della comunità di salvezza. Certo. ogni Presbitero ha un campo personale d'attività, in cui può impegnare tutte le sue facoltà e qualità, ma tale campo rientra nel quadro dell'opera più vasta con cui ogni Chiesa locale tende a sviluppare il Regno di Cristo. L'opera è essenzialmente comunitaria, sicché ciascuno deve agire in cooperazione con gli altri operai dello stesso Regno.
Si sa quanto la volontà di lavorare a una stessa opera possa sostenere e stimolare lo sforzo comune di ciascuno. Essa crea un sentimento di solidarietà e fa accettare i sacrifici che richiede la cooperazione, nel rispetto dell'altro e con l'accoglimento della sua differenza. E' importante osservare fin d' ora che questa cooperazione si articola intorno al rapporto tra il Vescovo e i Presbiteri, la subordinazione dei quali al primo è essenziale per la vita della comunità cristiana. L' opera per il Regno di Cristo può svolgersi e svilupparsi solo secondo la struttura da lui stesso stabilita.
4. Ora mi è caro sottolineare il ruolo che in questa comunione ha l'Eucaristia.
Nell'ultima Cena, Gesù ha voluto instaurare - nella maniera più completa - l'unità del gruppo degli Apostoli, ai quali per primi affidava il ministero sacerdotale.
Di fronte alle loro dispute per il primo posto, Egli, con la lavanda dei piedi (Cfr. Jn 13,2-15), dà l'esempio dell'umile servizio che risolve i conflitti suscitati dall'ambizione, e insegna ai suoi primi Sacerdoti a cercare l'ultimo posto piuttosto che il primo. Sempre durante la Cena, Gesù enuncia il precetto del mutuo amore (Cfr. Jn 13,34 Jn 15,12), e apre la fonte della forza di osservarlo: da soli, infatti, gli Apostoli non sarebbero stati capaci di amarsi gli uni gli altri come il Maestro li aveva amati; ma con la comunione eucaristica essi ricevono la capacità di vivere la comunione ecclesiale e, in questa, la loro specifica comunione sacerdotale. Offrendo loro, col sacramento, questa superiore capacità d'amore, Gesù poteva rivolgere al Padre una supplica audace, quella di realizzare nei suoi discepoli una unità simile a quella che regna tra il Padre e il Figlio (Jn 17,21-23). Nella Cena, infine, Gesù investe solidalmente gli Apostoli della missione e del potere di fare l'Eucaristia in sua memoria approfondendo così ancor più il legame che li univa. La comunione del potere di celebrare l'unica Eucaristia non poteva non essere per gli Apostoli - e per i loro successori e collaboratori - segno e sorgente di unità.
5. E' significativo che, nella preghiera sacerdotale dell'ultima Cena, Gesù preghi non solamente per la consacrazione (dei suoi Apostoli) nella verità (Cfr. Jn 17,17), ma per la loro unità, rispecchiante la stessa comunione delle divine Persone (Cfr. Jn 17,11). Quella preghiera, pur riguardando prima di tutto gli Apostoli che Gesù ha voluto particolarmente riunire intorno a sé, si estende anche ai Vescovi e ai Presbiteri, oltre che ai credenti, di tutti i tempi. Gesù chiede che la comunità sacerdotale sia riflesso e partecipazione della comunione trinitaria: quale sublime ideale! Tuttavia le circostanze in cui Gesù ha elevato la sua preghiera lasciano capire che questo ideale, per essere realizzato, esige dei sacrifici. Gesù chiede l'unità dei suoi Apostoli e dei suoi seguaci nel momento in cui offre la sua vita al Padre. E' a prezzo del suo sacrificio che egli instaura la comunione sacerdotale nella sua Chiesa. perciò i Presbiteri non possono stupirsi dei sacrifici che la comunione sacerdotale richiede loro. Edotti dalla parola di Cristo, essi scoprono in tali rinunce una concreta partecipazione spirituale ed ecclesiale al Sacrificio redentore del Maestro Divino.
[Ai fedeli di lingua italiana:] Rivolgo ora il mio cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana.
Un pensiero speciale va ai numerosi religiosi e religiose. Alla Superiora generale e alle Superiore provinciali d'Italia della Congregazione delle Apostole del Sacro Cuore di Gesù; alle Suore Francescane di Dillingen, riunite per il Capitolo generale; ed ai membri del Capitolo generale della Congregazione dei Figli di Santa Maria Immacolata. Di cuore tutti vi benedico, cari Fratelli e Sorelle, affinché il vostro servizio ecclesiale corrisponda sempre fedelmente alle esigenze spirituali e culturali del nostro tempo e soprattutto delle nuove generazioni.
Saluto con affetto i bambini Saharawi e quelli bosniaci, che si trovano a vivere, per motivi diversi, la dura condizione di rifugiati, e sono ospiti delle strutture della Provincia di Roma, rappresentata qui dalle sue più alte Autorità.
Ai Comuni, alle famiglie e ai volontari che rendono possibile tale opera di solidarietà vada il mio vivo apprezzamento; a tutti voi, cari bambini, l' augurio di un futuro sereno nella vostra Patria. Saluto anche il folto gruppo di ragazzi di Chernobyl, accolti da alcune Parrocchie della diocesi di Orvieto-Todi.
Un benvenuto ai giovani dell'Opera "Giorgio La Pira", che stanno svolgendo uno dei loro interessanti incontri estivi, e al gruppo di soci dell'A.V.I.S. e dell'A.I.D.O., che porteranno la fiaccola dell'amicizia tra i popoli attraverso l'Europa. Faccio mio il vostro appello: non combattiamoci gli uni gli altri, ma lottiamo uniti contro la miseria e le malattie! Saluto anche i ciclisti provenienti da Casaleone (Verona): il Signore ricompensi la vostra fatica.
[Ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli:] Mi rivolgo infine ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli.
Carissimi, la liturgia ricorda oggi un sacerdote molto amato dai suoi contemporanei: San Giovanni Maria Vianney. Il suo esempio e la sua intercessione aiutino voi, ammalati, a comprendere sempre meglio il valore della sofferenza accettata per amore del Signore, e voi, sposi novelli, a scoprire nella virtù dell'umiltà il fondamento della fedeltà e dell'armonia familiare.
Aiutino soprattutto voi, cari giovani, a corrispondere generosamente alla grazia divina. Mentre il nostro sguardo è rivolto ormai alla Giornata Mondiale della Gioventù, domando a voi e ai giovani credenti di tutto il mondo di accompagnare spiritualmente quanti si recheranno a Denver e di prepararsi, con la preghiera e la riflessione, a quell'incontro, affinché esso segni una tappa importante nel cammino di rinnovamento evangelico dell'umana società.
Data: 1993-08-04 Data estesa: Mercoledi 4 Agosto 1993
Titolo: "Ho conservato la fede"
Carissimi fratelli e sorelle! Ci raccogliamo in preghiera quest'oggi, Festa della Trasfigurazione del Signore, facendo memoria del mio venerato Predecessore, il Papa Paolo VI, nell'anniversario della sua pia morte.
Sono trascorsi quindici anni da quel 6 agosto 1978, giorno del suo umano tramonto. Quindici anni è anche il tempo del suo pontificato, che prese avvio il 21 giugno del 1963: trenta anni or sono. Ricorrenze, queste, che vengono a sottolineare il significato spirituale dell'odierna commemorazione.
C'è, tuttavia, un'ulteriore ragione che rende ancor più familiare e sentita la nostra Celebrazione eucaristica. L' 11 maggio scorso è stato ufficialmente avviato qui a Roma il suo processo di beatificazione. L'auspicio di tutti è che possa presto concludersi felicemente.
L'affetto nei confronti di questo Pontefice, profeta della "civiltà dell'amore", si accompagna alla riconoscenza verso Dio per averci dato in lui un Pastore fedele e generoso, costantemente dedito ad indicare con bontà e fermezza l 'esigente sequela del Vangelo.
Una grande fede sorresse ogni momento del suo non facile servizio ecclesiale. Vengono allo spirito, in proposito, le parole da lui pronunciate il 29 giugno 1978, a poco più di un mese dalla morte, e che costituiscono come una sorta di pubblico testamento: "anche noi, come Paolo - egli diceva - sentiamo di poter dire: ho combattuto la buon battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede".
"Ho conservato la fede". Preghiamo perché non venga mai meno la fedeltà al Vangelo nella vita di tutti i credenti. Preghiamo affinché il Signore ci conceda di vedere quanto prima questo suo Servo elevato agli onori degli altari.
Affidiamo tali voti a Maria, che Paolo VI ha insegnato ed esortato ad invocare come Madre della Chiesa.
Con questi spirituali sentimenti accostiamoci all'altare del Signore per prender parte al Sacrificio della nostra redenzione.
Data: 1993-08-06 Data estesa: Venerdi 6 Agosto 1993
Titolo: Lo Stato difenda le famiglie degli immigrati dal razzismo e dall'emarginazione promuovendo un'operosa solidarietà
Carissimi fratelli e sorelle
1. Il fenomeno migratorio interessa tanta parte di umanità costretta, per varie ragioni, a lasciare i propri affetti, luoghi e tradizioni alla ricerca di un futuro migliore. Ai nostri giorni, esso ha assunto un carattere complesso ed inedito, che pone problemi nuovi acuendo ancor più le difficoltà tipiche di quanti sono coinvolti.
I migranti hanno bisogno di una specifica attenzione pastorale da parte della Comunità ecclesiale, sensibile non solo alle loro sofferenze personali bensi anche alle negative ripercussioni che le loro difficili condizioni di vita possono avere specialmente sulle rispettive famiglie. Il fenomeno migratorio tocca, infatti, in modo rilevante i nuclei familiari.
In occasione della prossima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, e nel contesto dell'Anno Internazionale della Famiglia, desidero invitare quanti a diverso titolo si preoccupano di promuovere l'autentico bene della famiglia a considerare attentamente le problematiche della famiglia emigrata, proprio in considerazione delle peculiari difflcoltà che essa oggi si trova ad affrontare, talora in maniera drammatica.
E' un dato certamente positivo il fatto che nella maggioranza dei Paesi si riconosca il diritto del migrante a convivere con la propria famiglia, e che molte Istituzioni internazionali lo abbiano ribadito, sottolineandone l'attualità e il valore. Si deve tuttavia costatare che il riconoscimento di tale diritto contrasta spesso con ostacoli di vario genere, che ne impediscono talora l'effettivo godimento.
Compito dello Stato è di non far mancare alle famiglie degli immigrati tenendo conto delle loro esigenze péculiari, quanto ordinariamente esso assicura a quelle dei propri cittadini. In particolare è compito dello Stato difenderle da ogni tentativo di emarginazione e razzismo, promovendo una cultura di convinta e operosa solidarietà. Predisporrà a tal fine ogni più idonea e concreta misura di accoglienza, insieme a quei servizi sociali atti a favorire, anche per loro, una esistenza serena ed uno sviluppo rispettoso della dignità umana.
2. I credenti, sono chiamati, ad un titolo particolare a collaborare a tale opera di alto valore civile e spirituale. Impegno particolarmente esigente e delicato che, prima ancora di lungimiranti provvedimenti sociali ed economici, suppone la creazione di un clima alimentato da spirito di solidarietà e di servizio. I migranti non hanno bisogno solo di "cose": essi cercano soprattutto comprensione fraterna e fattiva. Essere a loro servizio esige che ci si sintonizzi con la loro naturale e legittima ansia di riscatto, sostenendone l'aspirazione a nuove e migliori opportunità di vita.
Come insegna il Concilio Vaticano II, "per quanto riguarda i lavoratori che, provenendo da altre nazioni o regioni, concorrono con il loro lavoro allo sviluppo economico di un popolo o di una zona diversa dalla originaria, è da eliminare accuratamente ogni discriminazione nelle condizioni di rimunerazione o di lavoro. Inoltre tutti, ed in primo luogo i poteri pubblici, devono accoglierli come persone, e non semplicemente come puri strumenti di produzione, e devono aiutarli perché possano accogliere presso di sé le loro famiglie" (GS 66).
In questa prospettiva vanno affrontati i problemi connessi in vario modo al fenomeno migratorio, in particolare quelli della casa, del lavoro, della sicurezza, oltre che della diversità di lingua, di cultura e di educazione.
3. Le Comunità ecclesiali, poi, debbono trovare nella comune professione di fede una ragione in più per accogliere le famiglie cristiane dei migranti sentendosi responsabili della loro assistenza spirituale. Ricordino, pero, "che non è possibile svolgere in maniera efficace questa cura pastorale, se non si tengono in debito conto il patrimonio spirituale e la cultura propria dei migranti" (Paolo VI, Motu proprio Pastoralis Migratorum Cura).
Tale cura pastorale va quindi considerata alla luce dei principi di valorizzazione e discernimento che reggono il rapporto tra l'unica fede e le diverse culture. "Le famiglie dei migranti... devono poter trovare dappertutto, nella Chiesa, la loro patria. E' questo un compito connaturale alla Chiesa, essendo segno di unità nella diversità" (FC 77).
Ciò avverrà più facilmente se la pastorale dei migranti saprà valorizzare l'apporto delle varie comunità etniche evitando il rischio di dar vita ad una pastorale "emarginata" per degli "emarginati".
I Vescovi hanno a cuore, per questo, di formare comunità etniche o linguistiche, istituendo parrocchie personali o missioni con cura d'anime laddove, a loro giudizio, sussistono condizioni di utilità ed opportunità pastorale (Cfr. Pastoralis Migratorum Cura, 33,1-2).
Integrarsi nelle comunità di accoglienza è certo per i migranti un processo naturale, e senza dubbio anche auspicabile; prudenza vuole, tuttavia, che non se ne forzino i tempi. Una specifica azione pastorale ad essi riservata, tutelando il rispetto dovuto alla loro diversa identità culturale e al peculiare loro patrimonio spirituale, serve a garantire il legittimo collegamento con il territorio d'origine nella fase del graduale inserimento sociale.
4. Preoccuparsi perché ciò avvenga in modo armonico è operare per il bene della famiglia, che deve essere aiutata a stimare i valori su cui essa si regge, soprattutto salvaguardandone l'unità e favorendo la comunione al suo interno. A tal fine occorre adoperarsi per creare fra i suoi membri un clima di dedizione e di serietà, di moralità e di preghiera, di ascolto costante della Parola del Signore e di esercizio quotidiano delle virtù, di partecipazione assidua ai sacramenti e di fiduciosa adesione al volere di Dio.
Anche l'educazione dei figli rimane, nel contesto dell'emigrazione, un punto di fondamentale importanza per una sana impostazione della vita familiare.
La pastorale aiuterà i migranti a non farsi assorbire dalle attività lavorative a discapito di quei valori, dai quali dipendono la vera pace e felicità della famiglia e il suo progresso spirituale alla luce degli insegnamenti ecclesiali.
Va prestata, inoltre, la debita attenzione ai matrimoni misti e a quelli con dispensa da disparità di culto, favoriti e facilitati dall'odierno fenomeno migratorio come pure dal moderno clima di facile scambio culturale tra i popoli.
Non sottovalutino i giovani il ruolo che la fede è chiamata a svolgere nel processo di integrazione spirituale e affettiva, a cui ogni matrimonio per sua natura tende.
La celebrazione consapevole e prudente di un matrimonio misto richiede la conoscenza degli elementi di fondo che definiscono la fisionomia dell'una e dell'altra Chiesa o Comunità ecclesiale, di quel che le unisce e di quanto le differenzia. Superati eventuali pregiudizi, ognuno porterà nel matrimonio la propria sensibilità umana ed ecclesiale, nell'intento di arricchire la vita comune, e la stessa educazione dei figli, che sempre deve ispirarsi alla fede. Il coniuge cattolico si impegna a coltivare tali doveri nella linea della propria appartenenza ecclesiale (Cfr. Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, Direttorio per l'applicazione dei principi e delle norme sull'ecumenismo, nn. 150-151).
5. Si registra oggi un considerevole aumento di matrimoni tra cattolici e persone appartenenti a religioni non cristiane. Il rispetto che si deve a tali esperienze religiose, sulla base dei principi indicati dalla dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Ecumenico Vaticano II, mai deve far dimenticare che "per questi matrimoni è necessario che le conferenze Episcopali e i singoli Vescovi prendano misure pastorali adeguate, dirette a garantire la difesa della fede del coniuge cattolico e la tutela del libero esercizio di essa, soprattutto per quanto concerne il dovere di fare quanto è in suo potere perchè i figli siano battezzati ed educati cattolicamente. Il coniuge deve essere altresi sostenuto in ogni modo nel suo impegno di offrire all'intemo della famiglia una genuina testimonianza di fede e di vita cattolica" (FC 78). Richiamo tanto più urgente quanto più forte è l'eventualità che la parte cattolica debba seguire quella non cristiana in un Paese dove la religione dominante fa sentire il proprio influsso sull'intero tessuto sociale, restringendo, di fatto, ogni spazio di libertà ad altre professioni di fede.
6. Carissimi fratelli e sorelle migranti! E' a voi, soprattutto, che si rivolge ora con affetto il mio pensiero. A voi che vivete lontani dalla famiglia, costretti a restare a lungo soli, sradicati dal contesto familiare e sociale. Il Signore vi è vicino! Possa la comunità cristiana, grazie allo spirito di accoglienza che deve animarla, farvi sentire concretamente che "nessuno è senza famiglia in questo mondo; la Chiesa è casa e famiglia per tutti, specialmente per quanti sono "affaticati ed oppressi"" (FC 85).
Rifulga dinanzi alle vostre famiglie il modello della Casa di Nazareth, provata anch'essa dalla povertà, dalla persecuzione e dall'esilio. Costretta dalla minaccia, che incombeva sulla vita del Redentore, la Santa Famiglia sperimento la fuga improvvisa, in un clima drammatico, denso di ansie ed angosce a voi ben note per diretta esperienza.
La Famiglia di Nazareth vi assista. Vi sostenga Gesù, nello sforzo di fedeltà alla vocazione cristiana e di serena adesione alla volontà divina. San Giuseppe, "uomo giusto" e lavoratore instancabile, vi illumini e vi guidi. Maria, Madre della Chiesa, sia madre premurosa anche di quelle "chiese domestiche", che sono le vostre famiglie: vegli su di voi, sulle vostre fatiche e speranze; vi aiuti a percorrere il cammino cristiano con coraggio, dignità e fede.
Con tali sentimenti ed auspici, rinnovo a tutti l'espressione della mia cordiale solidarietà, avvalorata da una particolare Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 6 agosto dell'anno 1993, festa della Trasfigurazione del Signore, quindicesimo di pontificato.
Data: 1993-08-06 Data estesa: Venerdi 6 Agosto 1993
Titolo: L'incontro con Cristo "trasfigura" l'umana esistenza
Carissimi fratelli e sorelle!
1. "Sono venuto perché abbiano la vita, e l'abbiano in abbondanza" (Jn 10,10).
Questa parola di Cristo guiderà la riflessione del raduno mondiale dei giovani a Denver, ormai imminente.
Essa fiorisce sullle, labbra del Buon Pastore, e tratteggia il suo rapporto con noi in termini di tenerezza e di intimità, mettendoci in guardia da quelli che egli chiama i "mercenari", assetati di profitto più che del bene del gregge. Egli, invece, sacrifica la vita per coloro che ama e fa loro dono della vita, anzi di una vita "in abbondanza".
Qual è il senso della vita? Domanda cruciale, che rimane oggi, molto spesso, senza risposta. Quanti giovani non trovano ragioni valide per vivere appieno la loro esistenza e finiscono non di rado per adagiarsi in un paralizzante scetticismo! A questo interrogativo, che costituisce una grande sfida del nostro tempo, Cristo non risponde con l'astrattezza di un'ideologia, ma proponendo la sua persona. "Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorero" (Mt 11,28). Egli è il Dio che per amore si è fatto uno di noi. E' "la via, la verità e la vita" dell'uomo (Cfr. Jn 14,6).
2. L'incontro con Cristo "trasfigura" l'umana esistenza. "Per me vivere è Cristo" (Ph 1,21), esclama l'apostolo Paolo.
Tutto è diverso, tutto è più bello dopo averlo incontrato. Il cristianesimo crede profondamente nella vita, perché in essa coglie l'impronta del Verbo incarnato. La natura, la corporeità, i valori umani, la socialità, la scienza, la tecnica: tutto è dono! Purtroppo il peccato tutto inquina e sconvolge, ponendo il mondo al di fuori del disegno di Dio: di qui gli egoismi e le violenze, le guerre e la distruzione della natura, le ingiustizie e l'umiliazione dell'umana dignità.
Ma la potenza redentrice dell'amore divino è più forte del peccato. Ecco il dono della "vita sovrabbondante": dono di figliolanza che raccoglie l'umanità dalla voragine della colpa e la introduce nell'intimità della vita trinitaria.
3. La prossima settimana ci ritroveremo a Denver per testimoniare la bellezza di questo inestimabile dono. Vi andremo con l' umiltà di chi è cosciente d'essere piccolo e fragile, ma anche con la gioia di chi si sente amato e perdonato. Vi andremo in un momento in cui in più angoli della terra la pace è turbata da sanguinosi conflitti, e il prolungato fallimento degli sforzi di pacificazione potrebbe indurre allo scoraggiamento e alla disperazione. A Denver grideremo, con la voce generosa dei giovani, l'impegno della Chiesa per la vita e per la pace.
Annunceremo soprattutto che c'è speranza e salvezza per tutti, perché, al di sopra di ogni umana sconfitta, trionfa l'amore vittorioso di Dio.
Carissimi fratelli e sorelle, rivolgiamoci fiduciosi a Maria in questi ultimi giorni che ci separano dall'appuntamento di Denver, affidiamo a Lei ogni nostra aspirazione e domandiamoLe di rendere il prossimo raduno giovanile ricco di frutti spirituali.
Maria, Madre della divina Misericordia, prega per noi! [A gruupi di pellegrini presenti a Castel Gandolfo:] Saluto cordialmente tutti i fedeli di lingua francese che ci hanno raggiunto per questa preghiera mariana. Alla vigilia della mia partenza per Denver, chiedo loro di pregare ardentemente per i giovani che interverranno a questo raduno internazionale, affinché Cristo parli al loro cuore e divengano gli apostoli dei loro fratelli. Accolgo con gioia il gruppo di pellegrini libanesi della diocesi di San Marone di Sidney (Australia), venuti a ravvivare la loro fede recandosi sulla tomba dei martiri Pietro e Paolo. Con loro, affidiamo a Cristo e alla Vergine Maria tutti i nostri fratelli cristiani del Libano.
[Ai pellegrini di lingua inglese:] I miei cordiali saluti a tutti i visitatori e pellegrini di lingua inglese. Poiché domani partiro per una visita pastorale in Giamaica e a Mérida nello Yucatan, nel mio cammino verso la Giornata Mondiale della Gioventù a Denver, vi chiedo di pregare per il buon esito di questo viaggio. In modo speciale invochiamo la benedizione di Dio sui giovani che prendono parte all'incontro di Denver affinché possano affidare se stessi con fede e generosità sempre più grandi a Cristo, sorgente di vita abbondante.
[Ai pellegrini di lingua tedesca:] Con il mio cordiale saluto di benvenuto a voi, cari pellegrini e visitatori di lingua tedesca, assicuro la mia preghiera per voi, per i vostri cari congiunti e amici del vostro paese.
[Ai pellegrini di lingua italiana:] Rivolgo ora un saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare al gruppo della Parrocchia di Torbiato (Brescia) ed a quello delle Suore Apostole del Sacro Cuore.
Carissimi, vi invito a pregare per il nuovo Viaggio pastorale che iniziero domani, e specialmente per l'incontro con i giovani a Denver. Auspice Maria Santissima, della quale celebreremo solennemente la liturgia dell'Assunzione al cielo, la Giornata Mondiale della Gioventù possa essere una privilegiata occasione per testimoniare che solo Cristo, Via, Verità e Vita, è venuto in mezzo agli uomini "perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Jn 10,10).
A tutti imparto volentieri la Benedizione Apostolica.
Data: 1993-08-08 Data estesa: Domenica 8 Agosto 1993
Titolo: L'inizio della presenza della Chiesa in questa parte del mondo
Eccellenza, Signor Primo Ministro, Miei Confratelli nell'Episcopato, Cari amici Giamaicani,
1. Offro una fervida preghiera di ringraziamento a Dio che mi concede la gioia di visitare la bellissima "Isola nel Sole", dopo aver dovuto posticipare la visita programmata per l'anno scorso. A tutti voi che siete venuti qui per darmi il benvenuto con la calorosa ospitalità caratteristica dei Caraibi, io sono veramente grato. Ringrazio Vostra Eccellenza il Governatore Generale, Sir Howard Cooke, per le gentili parole; sia Voi che il Primo Ministro Patterson siete stati squisiti nel rinnovarmi il vostro invito a venire in Giamaica. Chiedo a Dio di ricompensare tutti coloro che hanno lavorato per preparare questo incontro tra il Successore di Pietro e l'amato popolo giamaicano.
Con affetto fraterno saluto l'Arcivescovo Samuel Carter e tutta l'Arcidiocesi di Kingston, il Vescovo Clarke e i fedeli di Montego Bay, così come il Vescovo Boyle e i fedeli del Vicariato Apostolico di Mandeville. Sono ansioso di incontrare i membri della comunità cattolica e di celebrare con loro l'Eucaristia.
Tendo la mano in segno di amicizia ai rappresentanti delle altre Chiese Cristiane e delle altre Comunità Ecclesiali. La vostra presenza qui e il nostro incontro di domani presso la chiesa della Santa Croce sono il segno degli eccellenti rapporti ecumenici intercorsi in Giamaica per molti anni.
2. Come sapete il mio viaggio mi porterà alla Giornata Mondiale della Gioventù, che quest'anno si celebrerà a Denver, negli Stati Uniti. Tuttavia la mia visita in Giamaica, e più tardi quella a Mérida, nella Penisola dello Yucatan, hanno un significato tutto loro. Esse si collocano nell'ampia prospettiva dell'anno che segna il Cinquecentesimo anniversario del viaggio di Colombo nel Nuovo Mondo. Lo scorso anno mi sono recato a Santo Domingo per unirmi ai rappresentanti dell'Episcopato dell'America Latina, nonché ad altri Vescovi di questo Continente, nella commemorazione del quinto centenario dell' evangelizzazione. La Chiesa non poteva perdere questo appuntamento. Essa è obbligata a rendere infinite grazie a Dio, che veglia sul corso della storia, per la meravigliosa impresa della prima evangelizzazione delle Americhe.
Quello è stato l'inizio della presenza della Chiesa in questa parte del mondo, una presenza fatta della santità di vita e della testimonianza di carità cristiana da parte di molti, ma anche degli errori e dei peccati di altri. Infatti l'anno scorso la Divina Provvidenza mi ha anche dato la possibilità di visitare Gorée in Senegal, dove si trova un toccante monumento alla tragica schiavitù di milioni di uomini, donne e bambini africani, sradicati dalle loro case e separati dai loro cari per essere venduti come merce. L'immensità delle loro sofferenze corrisponde all'enormità del crimine commesso contro di loro: la negazione della loro dignità umana. Gorée era il luogo appropriato per implorare il perdono divino a nome dell'umanità, e per pregare affinché gli esseri umani imparino a guardarsi e a rispettarsi come immagini di Dio, al fine di amarsi come figli e figlie del loro Padre comune dei Cieli.
Ora, qui in Giamaica, desidero ricordare il popolo originario Arawak e i vostri antenati che furono portati qui dall' Africa. Preghiamo affinché le ferite delle passate esperienze siano alfine curate cosicché ognuno lavori, nel pieno rispetto della dignità di ogni persona, per un futuro in cui la giustizia, la pace e la solidarietà non lascino posto all'odio o alla discriminazione.
3. L'immediato futuro della Giamaica è strettamente legato agli sforzi fatti in tutti i Caraibi per incrementare l'unità regionale. Prego affinché una maggiore integrazione aiuti i popoli di queste Nazioni Insulari ad affrontare le numerose sfide che hanno di fronte. La Chiesa, da parte sua, guarda favorevolmente a tutto ciò che aumenta la comprensione e la cooperazione tra i paesi. Essa è particolarmente vicina ai popoli del mondo in via di sviluppo. Nell'adempiere alla sua missione religiosa essa ispira ed educa i cittadini che hanno a cuore il bene dell'intera società. Mediante la sua dottrina sociale essa "cerca così di guidare gli uomini a rispondere... alla loro vocazione di costruttori responsabili della società terrena" (SRS 1). Attraverso le sue istituzioni educative e sanitarie, nonché attraverso le sue opere sociali, la Chiesa contribuisce al benessere di tutta la comunità nazionale. So che qui in Giamaica esiste una effettiva cooperazione tra lo Stato e la Chiesa riguardo tali questioni. Ringrazio il Governo per questo ed incoraggio i membri della Chiesa nel loro servizio del bene comune.
Alla bellezza di queste Isole, dove gli esuberanti colori della natura evocano così fortemente la gloria di Dio, corrisponde la gentilezza e la bontà dei loro abitanti. Vorrei poter incontrare ogni giamaicano, in uno spirito di comprensione e di amicizia. Vi assicuro delle mie preghiere e della mia stima.
Possa Dio Onnipotente concedere abbondanti benedizioni al popolo giamaicano e a tutte le genti dei Caraibi. La pace di Dio sia con tutti voi!
Data: 1993-08-09 Data estesa: Lunedi 9 Agosto 1993
GPII 1993 Insegnamenti - Lettera inviata a Monsignor Giuseppe Chiaretti, Vescovo di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto