Redemptoris Mater 29

2 - Il cammino della chiesa e l'unita' di tutti i cristiani

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29. "Lo Spirito suscita in tutti i discepoli di Cristo desiderio e attività, affinché tutti, nel modo da Cristo stabilito, pacificamente si uniscano in un solo gregge sotto un solo pastore". Il cammino della chiesa, specialmente nella nostra epoca, è marcato dal segno dell'ecumenismo: i cristiani cercano le vie per ricostituire quell'unità, che Cristo invocava dal Padre per i suoi discepoli il giorno prima della passione: "Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, o Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (
Jn 17,21). L'unità dei discepoli di Cristo, dunque, è un grande segno dato per suscitare la fede del mondo, mentre la loro divisione costituisce uno scandalo.

Il movimento ecumenico, sulla base di una più lucida e diffusa consapevolezza dell'urgenza di pervenire all'unità di tutti i cristiani, ha trovato da parte della chiesa cattolica la sua espressione culminante nell'opera del concilio Vaticano II: occorre che essi approfondiscano in se stessi e in ciascuna delle loro comunità quell'"obbedienza della fede", di cui Maria è il primo e più luminoso esempio. E poiché ella "brilla ora innanzi al pellegrinante popolo di Dio, quale segno di sicura speranza e di consolazione", "per il santo concilio è di grande gioia e consolazione che anche tra i fratelli disuniti ci siano di quelli che tributano il debito onore alla Madre del Signore e Salvatore, specialmente presso gli orientali".

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30. I cristiani sanno che la loro unità sarà veramente ritrovata solo se sarà fondata sull'unità della loro fede. Essi debbono risolvere non lievi discordanze di dottrina intorno al mistero e al ministero della chiesa e talora anche alla funzione di Maria nell'opera della salvezza. I dialoghi, avviati dalla chiesa cattolica con le chiese e le comunità ecclesiali di occidente, vanno sempre più concentrandosi su questi due aspetti inseparabili dello stesso mistero della salvezza. Se il mistero del Verbo incarnato ci fa intravedere il mistero della maternità divina e se, a sua volta, la contemplazione della madre di Dio ci introduce in una più profonda comprensione del mistero dell'incarnazione, lo stesso si deve dire del mistero della chiesa e della funzione di Maria nell'opera della salvezza. Approfondendo l'uno e l'altro, rischiarando l'uno per mezzo dell'altro, i cristiani desiderosi di fare - come raccomanda ad essi la loro Madre - ciò che Gesù dirà loro (cfr.
Jn 2,5), potranno progredire insieme in quella "peregrinazione della fede", di cui Maria è ancora l'esempio e che deve condurli all'unità voluta dal loro unico Signore e tanto desiderata da coloro che attentamente sono all'ascolto di ciò che oggi "lo Spirito dice alle chiese" (Ap 2,7 Ap 2,11 Ap 2,17). E' intanto di lieto auspicio che queste chiese e comunità ecclesiali convengano con la chiesa cattolica in punti fondamentali della fede cristiana anche per quanto concerne la vergine Maria. Esse, infatti, la riconoscono come Madre del Signore e ritengono che ciò faccia parte della nostra fede in Cristo, vero Dio e vero uomo. Esse guardano a lei che ai piedi della croce accoglie come suo figlio l'amato discepolo, il quale a sua volta l'accoglie come madre.

Perché, dunque, non guardare a lei tutti insieme come alla nostra madre comune, che prega per l'unità della famiglia di Dio e che tutti "precede" alla testa del lungo corteo dei testimoni della fede nell'unico Signore, il Figlio di Dio, concepito nel suo seno verginale per opera dello Spirito santo?

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31. Desidero, d'altra parte, sottolineare quanto la chiesa cattolica, la chiesa ortodossa e le antiche chiese orientali si sentano profondamente unite dall'amore e dalla lode per la Theotokos. Non solo "i dogmi fondamentali della fede circa la Trinità e il Verbo di Dio, incarnato da Maria vergine, sono stati definiti in concili ecumenici celebrati in oriente", ma anche nel loro culto liturgico "gli orientali magnificano con splendidi inni Maria sempre vergine..., santissima Madre di Dio".

I fratelli di queste chiese hanno conosciuto vicende complesse, ma sempre la loro storia è percorsa da un vivo desiderio di impegno cristiano e di irradiazione apostolica, pur se spesso segnata da persecuzioni anche cruente. E' una storia di fedeltà al Signore, un'autentica "peregrinazione della fede" attraverso i luoghi e i tempi, durante i quali i cristiani orientali hanno sempre guardato con illimitata fiducia alla Madre del Signore, l'hanno celebrata con lodi e l'hanno invocata con incessanti preghiere. Nei momenti difficili della loro travagliata esistenza cristiana "essi si sono rifugiati sotto il suo presidio", consapevoli di avere in lei un aiuto potente. Le chiese che professano la dottrina di Efeso, proclamano la Vergine "vera Madre di Dio", poiché "il Signore nostro Gesù Cristo, nato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, negli ultimi giorni egli stesso, per noi e per la nostra salvezza, fu generato da Maria vergine madre di Dio secondo l'umanità".

I padri greci e la tradizione bizantina, contemplando la Vergine alla luce del Verbo fatto uomo, hanno cercato di penetrare la profondità di quel legame che unisce Maria, in quanto Madre di Dio, a Cristo e alla chiesa: la Vergine è una presenza permanente in tutta l'estensione del mistero salvifico.

Le tradizioni copte ed etiopiche sono state introdotte in tale contemplazione del mistero di Maria da san Cirillo d'Alessandria e, a loro volta, l'hanno celebrato con un'abbondante fioritura poetica. Il genio poetico di sant'Efrem Siro, definito "la cetra dello Spirito santo", ha cantato instancabilmente Maria, lasciando un'impronta tuttora viva in tutta la tradizione della chiesa siriaca. Nel suo panegirico della Theotokos, san Gregorio di Narek, una delle più fulgide glorie dell'Armenia, con potente estro poetico approfondisce i diversi aspetti del mistero dell'incarnazione, e ciascuno di essi è per lui un'occasione per cantare ed esaltare la dignità straordinaria e la magnifica bellezza della vergine Maria, madre del Verbo incarnato.

Non stupisce, pertanto, che Maria occupi un posto privilegiato nel culto delle antiche chiese orientali con un'incomparabile abbondanza di feste e di inni.

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32. Nella liturgia bizantina, in tutte le ore dell'Ufficio divino, la lode della Madre è unita alla lode del Figlio e alla lode che, per mezzo del Figlio, si eleva verso il Padre nello Spirito santo. Nell'anafora, o preghiera eucaristica, di san Giovanni Crisostomo, subito dopo l'epiclesi, la comunità adunata canta così la Madre di Dio: "E' veramente giusto proclamare beata te, o Deipara, che sei beatissima, tutta pura e Madre del nostro Dio. Noi magnifichiamo te, che sei più onorabile dei cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei serafini. Tu che, senza perdere la tua verginità, hai messo al mondo il Verbo di Dio. Tu che veramente sei la Madre di Dio".

Queste lodi, che in ogni celebrazione della liturgia eucaristica si elevano a Maria, hanno forgiato la fede, la pietà e la preghiera dei fedeli. Nel corso dei secoli esse hanno permeato tutto il loro atteggiamento spirituale, suscitando in loro una devozione profonda per la "tutta santa Madre di Dio".

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33. Ricorre quest'anno il XII centenario del concilio ecumenico Niceno II (787), nel quale, a conclusione della nota controversia sul culto delle sacre immagini, fu definito che, secondo il magistero dei santi padri e la tradizione universale della chiesa, si potevano proporre alla venerazione dei fedeli, unitamente alla croce, anche le immagini della Madre di Dio, degli angeli e dei santi sia nelle chiese che nelle case e lungo le strade. Quest'uso si è conservato in tutto l'oriente e anche in occidente: le immagini della Vergine hanno un posto d'onore nelle chiese e nelle case. Maria vi è raffigurata o come trono di Dio, che porta il Signore e lo dona agli uomini (Theotokos), o come via che conduce a Cristo e lo mostra (Odigitria), o come orante in atteggiamento di intercessione e segno di divina presenza sul cammino dei fedeli fino al giorno del Signore (Deisis), o come protettrice che stende il suo manto sui popoli (Pokrov), o come misericordiosa Vergine della tenerezza (Eleousa). Ella è di solito rappresentata con suo Figlio, il bambino Gesù che porta in braccio: è la relazione col Figlio che glorifica la Madre. A volte ella lo abbraccia con tenerezza (Glykofilousa); altre volte ieratica, ella sembra assorta nella contemplazione di colui che è il Signore della storia.

Conviene anche ricordare l'icona della Madonna di Vladimir, che ha costantemente accompagnato la peregrinazione nella fede dei popoli dell'antica Rus'. Si avvicina il primo millennio della conversione al cristianesimo di quelle nobili terre: terre di umili, di pensatori e di santi. Le icone sono venerate tuttora in Ucraina, nella Bielorussia, in Russia con diversi titoli: sono immagini che attestano la fede e lo spirito di preghiera del buon popolo, il quale avverte la presenza e la protezione della Madre di Dio. In esse la Vergine splende come immagine della divina bellezza, dimora dell'eterna sapienza, figura dell'orante, prototipo della contemplazione, icona della gloria: colei che fin dalla sua vita terrena, possedendo la scienza spirituale inaccessibile ai ragionamenti umani, con la fede ha raggiunto la conoscenza più sublime. Ricordo, ancora, l'icona della Vergine del cenacolo, in preghiera con gli apostoli nell'attesa dello Spirito: non potrebbe essa diventare come il segno di speranza per tutti quelli che, nel dialogo fraterno, vogliono approfondire la loro obbedienza della fede? 34. Tanta ricchezza di lodi, accumulata dalle diverse forme della grande tradizione della chiesa, potrebbe aiutarci a far si che questa torni a respirare pienamente con i suoi "due polmoni": l'oriente e l'occidente. Come ho più volte affermato, ciò è oggi più che mai necessario. Sarebbe un valido ausilio per far progredire il dialogo in atto tra la chiesa cattolica e le chiese e comunità ecclesiali di occidente. Sarebbe anche la via per la chiesa in cammino di cantare e vivere in modo più perfetto il suo "Magnificat".



3 - Il "Magnificat" della chiesa in cammino

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35. Nella presente fase del suo cammino, dunque, la chiesa cerca di ritrovare l'unione di quanti professano la loro fede in Cristo, per manifestare l'obbedienza al suo Signore, che per questa unità ha pregato prima della passione. Essa "prosegue il suo pellegrinaggio ..., annunciando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga". "Procedendo tra le tentazioni e le tribolazioni, la chiesa è sostenuta dalla forza della grazia di Dio, promessa dal Signore, affinché per l'umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà, ma permanga degna sposa del suo Signore e non cessi, con l'aiuto dello Spirito santo, di rinnovare se stessa, finché attraverso la croce giunga alla luce che non conosce tramonto".

La Vergine madre è costantemente presente in questo cammino di fede del popolo di Dio verso la luce. Lo dimostra in modo speciale il cantico del "Magnificat", che, sgorgato dal profondo della fede di Maria nella visitazione, non cessa nei secoli di vibrare nel cuore della chiesa. Lo prova la sua recitazione quotidiana nella liturgia dei vespri e in tanti altri momenti di devozione sia personale sia comunitaria.

"L'anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva.

D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente, e santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza per sempre" (
Lc 1,46-55).

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36. Quando Elisabetta saluto la giovane parente che giungeva da Nazaret, Maria rispose col Magnificat. Nel suo saluto Elisabetta prima aveva chiamato Maria "benedetta" a motivo del "frutto del suo grembo", e poi "beata" a motivo della sua fede (cfr.
Lc 1,42 Lc 1,45). Queste due benedizioni si riferivano direttamente al momento dell'annunciazione. Ora, nella visitazione, quando il saluto di Elisabetta rende testimonianza a quel momento culminante, la fede di Maria acquista una nuova consapevolezza e una nuova espressione. Quel che al momento dell'annunciazione rimaneva nascosto nella profondità dell'"obbedienza della fede" (cfr. Rm 1,5), si direbbe che ora si sprigioni come una chiara, vivificante fiamma dello spirito. Le parole usate da Maria sulla soglia della casa di Elisabetta costituiscono un'ispirata professione di questa sua fede, nella quale la risposta alla parola della rivelazione si esprime con l'elevazione religiosa e poetica di tutto il suo essere verso Dio. In queste sublimi parole, che sono a un tempo molto semplici e del tutto ispirate ai testi sacri del popolo di Israele, traspare la personale esperienza di Maria, l'estasi del suo cuore. Splende in esse un raggio del mistero di Dio, la gloria della sua ineffabile santità, l'eterno amore che, come un dono irrevocabile, entra nella storia dell'uomo.

Maria è la prima a partecipare a questa nuova rivelazione di Dio e, in essa, a questa nuova "autodonazione" di Dio. perciò proclama: "Grandi cose ha fatto in me ..., e santo è il suo nome". Le sue parole riflettono la gioia dello spirito, difficile da esprimere: "Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore".

Perché "la profonda verità sia su Dio sia sulla salvezza degli uomini ... risplende a noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione". Nel suo trasporto Maria confessa di essersi trovata nel cuore stesso di questa pienezza di Cristo. E' consapevole che in lei si compie la promessa fatta ai padri e, prima di tutto, "ad Abramo e alla sua discendenza per sempre" (Lc 1,55): che dunque in lei, come madre di Cristo, converge tutta l'economia salvifica, nella quale "di generazione in generazione" si manifesta colui che, come Dio dell'alleanza, "si ricorda della sua misericordia" (cfr. Lc 1,54).

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37. La chiesa, che sin dall'inizio conforma il suo cammino terreno su quello della Madre di Dio, ripete costantemente al seguito di lei le parole del Magnificat.

Dalla profondità della fede della Vergine nell'annunciazione e nella visitazione, essa attinge la verità sul Dio dell'alleanza: sul Dio che è onnipotente e fa "grandi cose" all'uomo: "santo è il suo nome". Nel Magnificat essa vede vinto alla radice il peccato posto all'inizio della storia terrena dell'uomo e della donna, il peccato dell'incredulità e della "poca fede" in Dio.

Contro il "sospetto" che il "padre della menzogna" ha fatto sorgere nel cuore di Eva, la prima donna, Maria, che la tradizione usa chiamare "nuova Eva" e vera "madre dei viventi", proclama con forza la non offuscata verità su Dio: il Dio santo e onnipotente, che dall'inizio è la fonte di ogni elargizione, colui che "ha fatto grandi cose". Creando, Dio dona l'esistenza a tutta la realtà. Creando l'uomo, gli dona la dignità dell'immagine e della somiglianza con lui in modo singolare rispetto a tutte le creature terrene. E non arrestandosi nella sua volontà di elargizione, nonostante il peccato dell'uomo, Dio si dona nel Figlio: "Ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (
Jn 3,16). Maria è la prima testimone di questa meravigliosa verità, che si attuerà pienamente mediante le opere e le parole (cfr. Ac 1,1) del suo Figlio e definitivamente mediante la sua croce e risurrezione.

La chiesa, che pur "tra le tentazioni e le tribolazioni" non cessa di ripetere con Maria le parole del Magnificat, "si sostiene" con la potenza della verità su Dio, proclamata allora con si straordinaria semplicità e, nello stesso tempo, con questa verità su Dio desidera illuminare le difficili e a volte intricate vie dell'esistenza terrena degli uomini. Il cammino della chiesa, dunque, al termine ormai del secondo millennio cristiano, implica un rinnovato impegno nella sua missione. Seguendo colui che disse di sè: "(Dio) mi ha mandato per annunciare ai poveri il lieto messaggio" (cfr. Lc 4,18), la chiesa ha cercato di generazione in generazione e cerca anche oggi di compiere la stessa missione.

Il suo amore di preferenza per i poveri è inscritto mirabilmente nel Magnificat di Maria. Il Dio dell'alleanza, cantato nell'esultanza del suo spirito dalla Vergine di Nazaret, è insieme colui che "rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, ...ricolma di beni gli affamati, e rimanda i ricchi a mani vuote, ...disperde i superbi ...e conserva la sua misericordia per coloro che lo temono" (cfr. Lc 1,50-53). Maria è profondamente permeata dello spirito dei "poveri di Jahvè", che nella preghiera dei Salmi attendevano da Dio la loro salvezza, riponendo in lui ogni fiducia (cfr. Ps 25 Ps 31 Ps 35 Ps 55). Ella, invero, proclama l'avvento del mistero della salvezza, la venuta del "Messia dei poveri" (cfr. Is 11,4 Is 61,1). Attingendo dal cuore di Maria, dalla profondità della sua fede, espressa nelle parole del Magnificat, la chiesa rinnova sempre meglio in sè la consapevolezza che non si può separare la verità su Dio che salva, su Dio che è fonte di ogni elargizione, dalla manifestazione del suo amore di preferenza per i poveri e gli umili, il quale, cantato nel Magnificat, si trova poi espresso nelle parole e nelle opere di Gesù.

La chiesa, pertanto, è consapevole - e nella nostra epoca tale consapevolezza si rafforza in modo particolare - non solo che non si possono separare questi due elementi del messaggio contenuto nel Magnificat, ma che si deve, altresi, salvaguardare accuratamente l'importanza che "i poveri" e "l'opzione in favore dei poveri" hanno nella parola del Dio vivo. Si tratta di temi e problemi organicamente connessi col senso cristiano della libertà e della liberazione. "Totalmente dipendente da Dio e tutta orientata verso di lui per lo slancio della sua fede, Maria, accanto a suo Figlio, è l'icona più perfetta della libertà e della liberazione dell'umanità e del cosmo. E' a lei che la chiesa, di cui ella è madre e modello, deve guardare per comprendere il senso della propria missione nella sua pienezza".

III. MEDIAZIONE MATERNA

1 - Maria, serva del Signore

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38. La chiesa sa e insegna con san Paolo che uno solo è il nostro mediatore: "Non c'è che un solo Dio, uno solo anche è il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Gesù Cristo, che per tutti ha dato se stesso quale riscatto" (
1Tm 2,5-6). "La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l'efficacia": è mediazione in Cristo. La chiesa sa e insegna che "ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini... nasce dal beneplacito di Dio e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo, si fonda sulla mediazione di lui, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia; non impedisce minimamente l'immediato contatto dei credenti con Cristo, anzi lo facilita". Questo salutare influsso è sostenuto dallo Spirito santo, che, come adombro la vergine Maria dando in lei inizio alla maternità divina, così ne sostiene di continuo la sollecitudine verso i fratelli del suo Figlio. Effettivamente, la mediazione di Maria è strettamente legata alla sua maternità, possiede un carattere specificamente materno, che la distingue da quello delle altre creature che, in vario modo sempre subordinato, partecipano all'unica mediazione di Cristo, rimanendo anche la sua una mediazione partecipata.

Infatti, se "nessuna creatura può mai esser messa alla pari col Verbo incarnato e redentore", al tempo stesso "l'unica mediazione del Redentore non esclude, ma suscita nelle creature una varia cooperazione, partecipata da un'unica fonte"; e così "l'unica bontà di Dio si diffonde realmente in vari modi nelle creature".

L'insegnamento del concilio Vaticano II presenta la verità sulla mediazione di Maria come partecipazione a questa unica fonte che è la mediazione di Cristo stesso. Leggiamo infatti: "Questa funzione subordinata di Maria la chiesa non dubita di riconoscerla apertamente, continuamente la sperimenta e raccomanda all'amore dei fedeli, perché, sostenuti da questo materno aiuto, siano più intimamente congiunti col Mediatore e Salvatore". Tale funzione è, al tempo stesso, speciale e straordinaria. Essa scaturisce dalla sua maternità divina e può esser compresa e vissuta nella fede soltanto sulla base della piena verità di questa maternità. Essendo Maria, in virtù dell'elezione divina, la madre del Figlio consostanziale al Padre e "generosa compagna" nell'opera della redenzione, "fu per noi madre nell'ordine della grazia". Questa funzione costituisce una dimensione reale della sua presenza nel mistero salvifico di Cristo e della chiesa.

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39. Da questo punto di vista bisogna ancora una volta considerare l'evento fondamentale nell'economia della salvezza, ossia l'incarnazione del Verbo al momento dell'annunciazione. E' significativo che Maria, riconoscendo nella parola del messaggero divino la volontà dell'Altissimo e sottomettendosi alla sua potenza, dica: "Eccomi, sono la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto" (
Lc 1,38). Il primo momento della sottomissione all'unica mediazione "fra Dio e gli uomini" - quella di Gesù Cristo - è l'accettazione della maternità da parte della Vergine di Nazaret. Maria consente alla scelta di Dio, per diventare per opera dello Spirito santo la Madre del Figlio di Dio. Si può dire che questo suo consenso alla maternità sia soprattutto frutto della totale donazione a Dio nella verginità. Maria ha accettato l'elezione a Madre del Figlio di Dio, guidata dall'amore sponsale, che "consacra" totalmente a Dio una persona umana. In virtù di questo amore, Maria desiderava di esser sempre e in tutto "donata a Dio", vivendo nella verginità. Le parole: "Eccomi, sono la serva del Signore" esprimono il fatto che sin dall'inizio ella ha accolto ed inteso la propria maternità come totale dono di sè, della sua persona a servizio dei disegni salvifici dell'Altissimo. E tutta la partecipazione materna alla vita di Gesù Cristo, suo Figlio, l'ha vissuta sino alla fine in modo corrispondente alla sua vocazione alla verginità.

La maternità di Maria, pervasa fino in fondo dall'atteggiamento sponsale di "serva del Signore", costituisce la prima e fondamentale dimensione di quella mediazione che la chiesa confessa e proclama nei suoi riguardi, e continuamente "raccomanda all'amore dei fedeli", poiché in essa molto confida. Infatti, bisogna riconoscere che prima di tutti Dio stesso, l'eterno Padre, si è affidato alla Vergine di Nazaret, donandole il proprio Figlio nel mistero dell'incarnazione.

Questa sua elezione al sommo ufficio e dignità di madre del Figlio di Dio, sul piano ontologico, si riferisce alla realtà stessa dell'unione delle due nature nella persona del Verbo (unione ipostatica). Questo fatto fondamentale di esser la madre del Figlio di Dio, è sin dall'inizio una totale apertura alla persona di Cristo, a tutta la sua opera, a tutta la sua missione. Le parole: "Eccomi, sono la serva del Signore" testimoniano questa apertura dello spirito di Maria, che unisce in sè in modo perfetto l'amore proprio della verginità e l'amore caratteristico della maternità, congiunti e quasi fusi insieme.

perciò Maria è diventata non soltanto la "madre-nutrice" del Figlio dell'uomo, ma anche la "compagna generosa in modo del tutto singolare" del Messia e Redentore. Ella - come ho già detto - avanzava nella peregrinazione della fede e in tale sua peregrinazione fino ai piedi della croce si è attuata, al tempo stesso, la sua materna cooperazione a tutta la missione del Salvatore con le sue azioni e le sue sofferenze. Lungo la via di questa collaborazione con l'opera del Figlio redentore, la maternità stessa di Maria conosceva una singolare trasformazione, colmandosi sempre più di "ardente carità" verso tutti coloro a cui era rivolta la missione di Cristo. Mediante tale "ardente carità", intesa a operare in unione con Cristo la restaurazione della "vita soprannaturale nelle anime", Maria entrava in modo del tutto personale nell'unica mediazione "fra Dio e gli uomini", che è la mediazione dell'uomo Cristo Gesù. Se ella stessa per prima ha sperimentato su di sè gli effetti soprannaturali di questa unica mediazione - già all'annunciazione era stata salutata come "piena di grazia", - allora bisogna dire che per tale pienezza di grazia e di vita soprannaturale era particolarmente predisposta alla cooperazione con Cristo, unico mediatore dell'umana salvezza. E tale cooperazione è appunto questa mediazione subordinata alla mediazione di Cristo.

Nel caso di Maria si tratta di una mediazione speciale ed eccezionale, fondata sulla sua "pienezza di grazia", che si traduceva nella piena disponibilità della "serva del Signore". In risposta a questa disponibilità interiore di sua madre, Gesù Cristo la preparava sempre più a diventare per gli uomini "madre nell'ordine della grazia". Ciò indicano, almeno in modo indiretto, certi particolari annotati dai Sinottici (cfr. Lc 11,28 Lc 8,20-21 Mc 3,32-35 Mt 12,47-50) e ancor più dal Vangelo di Giovanni (cfr. 2,1-11; 19,25-27), che ho già messo in luce. A questo riguardo le parole, pronunciate da Gesù sulla croce in riferimento a Maria e a Giovanni, sono particolarmente eloquenti.

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40. Dopo gli eventi della risurrezione e dell'ascensione, Maria, entrando con gli apostoli nel cenacolo in attesa della pentecoste, era presente come Madre del Signore glorificato. Era non solo colei che "avanzo nella peregrinazione della fede" e serbo fedelmente la sua unione col Figlio "sino alla croce", ma anche la "serva del Signore", lasciata da suo Figlio come madre in mezzo alla chiesa nascente: "Ecco la tua madre". così comincio a formarsi uno speciale legame tra questa madre e la chiesa. La chiesa nascente era, infatti, frutto della croce e della risurrezione del suo Figlio. Maria, che sin dall'inizio si era donata senza riserve alla persona e all'opera del Figlio, non poteva non riversare sulla chiesa, sin dal principio, questa sua donazione materna. Dopo la dipartita del Figlio, la sua maternità permane nella chiesa come mediazione materna: intercedendo per tutti i suoi figli, la Madre coopera all'azione salvifica del Figlio-Redentore del mondo. Difatti, il concilio insegna: "La maternità di Maria nell'economia della grazia perdura senza soste... fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti". Con la morte redentrice del suo Figlio, la materna mediazione della serva del Signore ha raggiunto una dimensione universale, perché l'opera della redenzione comprende tutti gli uomini. così si manifesta in modo singolare l'efficacia dell'unica ed universale mediazione di Cristo "fra Dio e gli uomini".

La cooperazione di Maria partecipa, nel suo carattere subordinato, all'universalità della mediazione del Redentore, unico mediatore. Ciò indica chiaramente il concilio con le parole sopra riportate.

"Difatti, - leggiamo ancora - assunta in cielo, non ha deposto questa funzione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua ad ottenerci le grazie della salute eterna". Con questo carattere di "intercessione", che si manifesto per la prima volta a Cana di Galilea, la mediazione di Maria continua nella storia della chiesa e del mondo. Leggiamo che Maria "con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora pellegrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata". In questo modo la maternità di Maria perdura incessantemente nella chiesa come mediazione che intercede, e la chiesa esprime la sua fede in questa verità invocando Maria "con i titoli di avvocata, ausiliatrice, soccorritrice, mediatrice".

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41. Per la sua mediazione subordinata a quella del Redentore, Maria contribuisce in maniera speciale all'unione della chiesa pellegrinante sulla terra con la realtà escatologica e celeste della comunione dei santi, essendo stata già "assunta in cielo". La verità dell'assunzione, definita da Pio XII, è riaffermata dal concilio Vaticano II, che così esprime la fede della chiesa: "Infine, l'Immacolata vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo, e dal Signore esaltata quale regina dell'universo, perché fosse più pienamente conformata col Figlio suo, Signore dei dominanti (cfr.
Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte". Con questo insegnamento Pio XII si collegava alla tradizione, che ha trovato molteplici espressioni nella storia della chiesa, sia in oriente che in occidente.

Col mistero dell'assunzione al cielo, si sono definitivamente attuati in Maria tutti gli effetti dell'unica mediazione di Cristo Redentore del mondo e Signore risorto: "Tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno pero nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo" (1Co 15,22-23). Nel mistero dell'assunzione si esprime la fede della chiesa, secondo la quale Maria è "unita da uno stretto e indissolubile vincolo" a Cristo, perché, se madre-vergine era a lui singolarmente unita nella sua prima venuta, per la sua continuata cooperazione con lui lo sarà anche in attesa della seconda; "redenta in modo più sublime in vista dei meriti del Figlio suo", ella ha anche quel ruolo, proprio della madre, di mediatrice di clemenza nella venuta definitiva, quando tutti coloro che sono di Cristo saranno vivificati, e "l'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte" (1Co 15,26).

A tale esaltazione dell'"eccelsa figlia di Sion" mediante l'assunzione al cielo, è connesso il mistero della sua eterna gloria. La Madre di Cristo è, infatti, glorificata quale "regina dell'universo". Colei che all'annunciazione si è definita "serva del Signore", è rimasta per tutta la vita terrena fedele a ciò che questo nome esprime, confermando così di essere una vera "discepola" di Cristo, il quale sottolineava fortemente il carattere di servizio della propria missione: il Figlio dell'uomo "non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" (Mt 20,28). Per questo, Maria è diventata la prima tra coloro che, "servendo a Cristo anche negli altri, con umiltà e pazienza conducono i loro fratelli al Re, servire al quale è regnare", ed ha conseguito pienamente quello "stato di libertà regale", proprio dei discepoli di Cristo: servire vuol dire regnare! "Cristo, fattosi obbediente fino alla morte e perciò esaltato dal Padre (cfr. Ph 2,8-9), è entrato nella gloria del suo Regno; a lui sono sottomesse tutte le cose, fino a che egli sottometta al Padre se stesso e tutte le creature, affinché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1Co 15,27-28)". Maria, serva del Signore, ha parte in questo regno del Figlio. La gloria di servire non cessa di essere la sua esaltazione regale: assunta in cielo, ella non termina quel suo servizio salvifico, in cui si esprime la mediazione materna, "fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti". così colei, che qui sulla terra "serbo fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce", continua a rimanere unita con lui, mentre ormai "tutto è sottomesso a lui, fino a che egli sottometta al Padre se stesso e tutte le creature". così nella sua assunzione al cielo, Maria è come avvolta da tutta la realtà della comunione dei santi, e la stessa sua unione col Figlio nella gloria è tutta protesa verso la definitiva pienezza del Regno, quando "Dio sarà tutto in tutti".

Anche in questa fase la mediazione materna di Maria non cessa di essere subordinata a colui che è l'unico Mediatore, fino alla definitiva attuazione della "pienezza del tempo", cioè fino a "ricapitolare in Cristo tutte le cose" (Ep 1,10).



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