
Udienze generali 1980 - Cristo ci chiama a ritrovare le forze vive dell’uomo nuovo
1. Un indispensabile completamento delle parole pronunziate da Cristo nel Discorso della montagna sulle quali abbiamo centrato il ciclo delle nostre presenti riflessioni, dovrà essere l’analisi della purezza. Quando Cristo, spiegando il giusto significato del comandamento "Non commettere adulterio", fece richiamo all’uomo interiore, specificò al tempo stesso la dimensione fondamentale della purezza, con cui vanno contrassegnati i reciproci rapporti tra l’uomo e la donna nel matrimonio e fuori del matrimonio. Le parole: "Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore" (Mt 5,27-28) esprimono ciò che contrasta con la purezza. Ad un tempo, queste parole esigono la purezza che nel Discorso della montagna è compresa nell’enunciato delle beatitudini: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" (Mt 5,8). In tal modo Cristo rivolge al cuore umano un appello: lo invita, non lo accusa, come già abbiamo precedentemente chiarito.
2. Cristo vede nel cuore, nell’intimo dell’uomo la sorgente della purezza - ma anche dell’impurità morale - nel significato fondamentale e più generico della parola. Ciò è confermato, ad esempio, dalla risposta data ai farisei, scandalizzati per il fatto che i suoi discepoli "trasgrediscono la tradizione degli antichi, poiché non si lavano le mani quando prendono cibo" (Mt 15,2). Gesù disse allora ai presenti: "Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo" (Mt 15,11). Ai suoi discepoli, invece, rispondendo alla domanda di Pietro, così spiegò queste parole: "...ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo. Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende immondo l’uomo" (cfr Mt Mt 15,18-20 cfr Mc Mc 7,20-23).
Quando diciamo "purezza", "puro", nel significato primo di questi termini, indichiamo ciò che contrasta con lo sporco. "Sporcare" significa "rendete immondo", "inquinare". Ciò si riferisce ai diversi ambiti del mondo fisico. Si parla, ad esempio, di una "strada sporca", di una "stanza sporca", si parla anche dell’"aria inquinata". È così pure, anche l’uomo può essere "immondo", quando il suo corpo non è pulito. Per togliere le lordure del corpo, bisogna lavarlo. Nella tradizione dell’Antico Testamento si attribuiva una grande importanza alle abluzioni rituali, ad esempio il lavarsi le mani prima di mangiare, di cui parla il testo citato. Numerose e particolareggiate prescrizioni riguardavano le abluzioni del corpo in rapporto all’impurità sessuale, intesa in senso esclusivamente fisiologico, a cui abbiamo accennato in precedenza (cfr Lv Lv 15). Secondo lo stato della scienza medica del tempo, le varie abluzioni potevano corrispondere a prescrizioni igieniche. In quanto erano imposte in nome di Dio e contenute nei Libri Sacri della legislazione anticotestamentaria, l’osservanza di esse acquistava, indirettamente, un significato religioso; erano abluzioni rituali e, nella vita dell’uomo dell’Antica Alleanza, servivano alla "purezza" rituale.
3. In rapporto alla suddetta tradizione giuridico-religiosa dell’Antica Alleanza si è formato un modo erroneo di intendere la purezza morale(1). La si capiva spesso in modo esclusivamente esteriore e "materiale". In ogni caso, si diffuse una tendenza esplicita ad una tale interpretazione. Cristo vi si oppone in modo radicale: nulla rende l’uomo immondo "dall’esterno", nessuna sporcizia "materiale" rende l’uomo impuro in senso morale, ossia interiore. Nessuna abluzione, neppure rituale, è idonea di per sé a produrre la purezza morale. Questa ha la sua sorgente esclusiva nell’interno dell’uomo: essa proviene dal cuore. È probabile che le rispettive prescrizioni dell’Antico Testamento (quelle, ad esempio, che si trovano nel Levitico) (Lv 15,16-24 Lv 18,1 Lv 12,1-5) servissero, oltre che a fini igienici, anche ad attribuire una certa dimensione di interiorità a ciò che nella persona umana è corporeo e sessuale. In ogni caso Cristo si è ben guardato dal collegare la purezza in senso morale (etico) con la fisiologia e con i relativi processi organici. Alla luce delle parole di Matteo 15,18-20, sopra citate, nessuno degli aspetti dell’"immondezza" sessuale, nel senso strettamente somatico, biofisiologico, entra di per sé nella definizione della purezza o della impurità in senso morale (etico).
4. Il suddetto enunciato (Mt 15,18-20) è soprattutto importante per ragioni semantiche. Parlando della purezza in senso morale, cioè della virtù della purezza, ci serviamo di un’analogia, secondo la quale il male morale viene paragonato appunto alla immondezza. Certamente tale analogia è entrata a far parte, fin dai tempi più remoti, dell’ambito dei concetti etici. Cristo la riprende e la conferma in tutta la sua estensione: "Ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo". Qui Cristo parla di ogni male morale, di ogni peccato, cioè di trasgressioni dei vari comandamenti, ed enumera "i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie", senza limitarsi ad uno specifico genere di peccato. Ne deriva che il concetto di "purezza" e di "impurità" in senso morale è anzitutto un concetto generale, non specifico: per cui ogni bene morale è manifestazione di purezza, ed ogni male morale è manifestazione di impurità. L’enunciato di Matteo 15,18-20 non restringe la purezza ad un unico settore della morale, ossia a quello connesso al comandamento "Non commettere adulterio" e "Non desiderare la moglie del tuo prossimo", cioè a quello che riguarda i rapporti reciproci tra l’uomo e la donna, legati al corpo e alla relativa concupiscenza. Analogamente possiamo anche intendere la beatitudine del Discorso della montagna, rivolta agli uomini "puri di cuore", sia in senso generico, sia in quello più specifico. Soltanto gli eventuali contesti permetteranno di delimitare e di precisare tale significato.
5. Il significato più ampio e generale della purezza è presente anche nelle lettere di San Paolo, in cui gradualmente individueremo i contesti che, in modo esplicito, restringono il significato della purezza all’ambito "somatico" e "sessuale", cioè a quel significato che possiamo cogliere dalle parole pronunziate da Cristo nel Discorso della montagna sulla concupiscenza, che si esprime già nel "guardare la donna", e viene equiparata ad un "adulterio commesso nel cuore" (cfr Mt Mt 5,27-28).
Non è San Paolo l’autore delle parole sulla triplice concupiscenza. Esse, come sappiamo, si trovano nella prima lettera di Giovanni. Si può, tuttavia, dire che analogamente a quella che per Giovanni (1Jn 2,16-17) è contrapposizione all’interno dell’uomo tra Dio e il mondo (tra ciò che viene "dal Padre" e ciò che viene "dal mondo") - contrapposizione che nasce nel cuore e penetra nelle azioni dell’uomo come"concupiscenza degli occhi, concupiscenza della carne e superbia della vita" - San Paolo rileva nel cristiano un’altra contraddizione: l’opposizione e insieme la tensione tra la "carne" e lo "Spirito" (scritto con la maiuscola, cioè lo Spirito Santo): "Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste" (Ga 5,16-17). Ne consegue che la vita "secondo la carne" è in opposizione alla vita "secondo lo Spirito". "Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito" (Rm 8,5).
Nelle successive analisi cercheremo di mostrare che la purezza - la purezza di cuore, di cui ha parlato Cristo nel Discorso della montagna - si realizza propriamente nella vita "secondo lo Spirito".
Saluti:
Ad alcuni giovani ufficiali
Ad alcuni pellegrini giunti dal Guatemala
Ad un gruppo di Missionarie del Sacro Cuore di Gesù
Rivolgo un particolare saluto alle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, le quali, accompagnate dalla Superiora Generale, sono convenute in Roma in occasione del centenario della fondazione dell’istituto ad opera di Santa Francesca Saveria Cabrini. Mentre vi ringrazio, carissime figlie, per la vostra visita, formulo l’auspicio che la vostra Congregazione tanto benemerita per l’assistenza morale e materiale agli emigranti e per l’educazione della gioventù possa crescere in spirito di totale dedizione a Cristo ed alla Chiesa per il bene di tanti fratelli bisognosi di aiuto. Con la mia Benedizione Apostolica.
A dirigenti ed atleti del Centro Nazionale Sportivo "Libertas"
Inoltre, saluto il gruppo di vecchi Dirigenti ed Atleti del Centro Nazionale Sportivo "Libertas", premiati con l’"Alloro d’oro Libertas". A voi auguro di saper conservare sempre l’interiore giovinezza di spirito, connessa anche con lo sport, e di saperla pure infondere negli altri.
Ai giovani
Carissimi giovani, nel rivolgervi il mio saluto, esprimo un caloroso, particolare benvenuto agli Alunni di una Scuola Media di Castellammare di Stabia, accompagnati dalla Preside, dai Professori e dai Genitori, come pure dal Parroco e da un gruppo di laici impegnati nell’apostolato, appartenenti alla Parrocchia di Santa Maria la Carità, ed inoltre da una rappresentanza della civica amministrazione. Così intendo salutare cordialmente gli Alunni ed ex Alunni del Collegio Nazareno di Roma, che accompagnano il ragazzo Pasquale Meola, premiato come "Alunno più buono d’Italia" per il 1980, al quale dirigo felicitazioni e voti.
Cari giovani, è ancor viva la gioia nei nostri cuori per la festa dell’Immacolata. "Tutta bella sei, Maria", abbiamo esclamato con la Chiesa, nell’ammirare il prodigio della sua intemerata santità. Grandi cose abbiamo cantato di Maria, perché da lei è nato il sole di giustizia. Alla Vergine purissima, splendente di bellezza, gloria ed onore dell’umanità rinnovata, affidate, o giovani, i vostri propositi di vita cristiana, le vostre aspirazioni ad una società più armoniosa e più giusta, le vostre speranze per il domani. Invocando su di voi la sua protezione, vi benedico con affetto.
Agli ammalati
Cari ammalati, anche voi invito a dirigere un pensiero di fervida devozione a Maria, letizia dei nostri cuori, consolatrice di tutti i sofferenti. Anche se siamo provati dal dolore, non possiamo tralasciare di allietarci nel nostro Dio, che ci ha rivestiti di vesti di salvezza e di un manto di santità, per essere capaci di trasformare la nostra pena in amorosa offerta, ad imitazione della Madonna, la Corredentrice. Maria alimenti in voi sentimenti di serenità e di speranza, ed avvalori anche la Benedizione, che vi imparto con tutto il cuore.
Agli sposi novelli
Ed ora il mio augurio si rivolge a voi, cari sposi novelli, che in Cristo siete stati benedetti con ogni benedizione spirituale, ricevendo nel sacramento del matrimonio un tesoro di grazia, destinato ad alimentare il vostro amore fino alla perfezione della carità. Andate incontro al Signore, nell’assolvimento quotidiano dei vostri reciproci doveri, in santità e purezza di spirito, e chiedete a Maria, vergine e madre, di rendere la vostra unione sempre più profonda e pura, il vostro amore sempre più generoso e fedele. Vi accompagni la mia Benedizione.
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Salutando il folto gruppo di pellegrini polacchi presenti, il Santo Padre improvvisa il seguente discorso.
Traduzione italiana:
Desidero aggiungere un particolare saluto a tutti voi qui presenti, e anche a tutti i miei connazionali in occasione delle prossime festività natalizie, e una particolare espressione di solidarietà per la situazione che la nostra patria sta vivendo in questo momento. Intendo dire che la preghiera per la patria che l’episcopato polacco ha proposto negli ultimi giorni annunciandone la recita in tutte le chiese della Polonia è anche la mia preghiera, la mia preghiera quotidiana, poiché le vicende della nostra comune patria, e i problemi ad essa legati dell’ordine e della pace del mondo, stanno a cuore a me, a tutti noi. Auguro quindo buone feste e auguro la pace, quella di cui ci parla il Natale: “Pace agli uomini di buona volontà”. Siamo uomini di buona volontà, meritiamo la pace.
(1) Accanto a un sistema complesso di prescrizioni riguardanti la purezza rituale in base al quale si è svolta la casuistica legale, esisteva tuttavia nell’Artico Testamento il concetto di una purezza morale, che veniva tramandato mediante due correnti. I Profeti esigevano un comportamento conforme alla volontà di Dio, il che suppone la conversione del cuore, l’ubbidienza interiore e la totale rettitudine dinanzi a lui [cf. per es Is 1,10-20; Ger 4,14; 24,7; Ez 36,25ss.]. Un simile atteggiamento viene richiesto anche dal Salmista: "Chi salirà al monte del Signore...? / Chi ha mani innocenti e cuore puro... / Otterrà benedizione dal Signore" (). Secondo la tradizione sacerdotale, l’uomo che è cosciente della sua profonda peccaminosità, non essendo capace di compiere con le proprie forze la purificazione, supplica Dio perché realizzi quella trasformazione del cuore, che può unicamente essere opera di un suo atto creatore: "Crea in me, o Dio un cuore puro... / lavami e sarò più bianco della neve... / un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi" (). Entrambe le correnti dell’Antico Testamento s’incontrano nella beatitudine dei "puri di cuore" [Mt 5,8], anche se la sua formulazione verbale sembra essere più vicina al Salmo 24 [cf. J. Dupont, Les Béatitudes, vol. III: Les Evangelistes, Paris 1973, Gabalda, pp. 603-604].
1. "La carne... ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne". Vogliamo oggi approfondire queste parole di San Paolo nella lettera ai Galati (Ga 5,17), con cui la settimana scorsa abbiamo terminato le nostre riflessioni sul tema del giusto significato della purezza. Paolo ha in mente la tensione esistente nell’intimo dell’uomo, appunto nel suo "cuore". Non si tratta qui soltanto del corpo (la materia) e dello spirito (l’anima), come di due componenti antropologiche essenzialmente diverse, che costituiscono dal "principio" l’essenza stessa dell’uomo. Però viene presupposta quella disposizione di forze formatasi nell’uomo col peccato originale e a cui partecipa ogni uomo "storico". In tale disposizione, formatasi nell’intimo dell’uomo, il corpo si contrappone allo spirito e facilmente prende il sopravvento su di esso(1). La terminologia paolina, tuttavia, significa qualcosa di più: qui il predominio della "carne" sembra quasi coincidere con quella che, secondo la terminologia giovannea, è la triplice concupiscenza che "viene dal mondo". La "carne", nel linguaggio delle lettere di San Paolo(2), indica non soltanto l’uomo "esteriore", ma anche l’uomo "interiormente" assoggettato al "mondo" (3), in certo senso chiuso nell’ambito di quei valori che appartengono solo al mondo e di quei fini che esso è capace di imporre all’uomo: valori, pertanto, ai quali l’uomo in quanto "carne" è appunto sensibile. Così il linguaggio di Paolo sembra allacciarsi ai contenuti essenziali di Giovanni, ed il linguaggio di entrambi denota ciò che viene definito da vari termini dell’etica e dell’antropologia contemporanee, come ad esempio: "Autarchia umanistica", "secolarismo" o anche, con significato generale, "sensualismo". L’uomo che vive "secondo la carne" è l’uomo disposto soltanto a ciò che viene "dal mondo": è l’uomo dei "sensi", l’uomo della triplice concupiscenza. Lo confermano le sue azioni, come diremo fra poco.
2. Tale uomo vive quasi al polo opposto rispetto a ciò che "vuole lo Spirito". Lo Spirito di Dio vuole una realtà diversa da quella voluta dalla carne, ambisce una realtà diversa da quella che la carne ambisce e ciò già all’interno dell’uomo, già alla sorgente interiore delle aspirazioni e delle azioni dell’uomo: "Sicché voi non fate quello che vorreste" (Ga 5,17).
Paolo esprime ciò in modo ancor più esplicito, scrivendo altrove del male che fa, sebbene non lo voglia, e dell’impossibilità - o piuttosto della possibilità limitata - nel compiere il bene che "vuole" (cf. Rm Rm 7,19). Senza entrare nei problemi di una esegesi particolareggiata di questo testo, si potrebbe dire che la tensione tra la "carne" e lo "spirito" è, prima, immanente, anche se non si riduce a questo livello. Essa si manifesta nel suo cuore quale "combattimento" tra il bene e il male. Quel desiderio, di cui Cristo parla nel discorso della montagna (cfr Mt 5,27-28), sebbene sia un atto "interiore", rimane certamente - secondo il linguaggio paolino - una manifestazione della vita "secondo la carne". Nello stesso tempo, quel desiderio ci consente di costatare come all’interno dell’uomo la vita "secondo la carne" si opponga alla vita "secondo lo Spirito", e come quest’ultima, nello stato attuale dell’uomo, data la sua peccaminosità ereditaria, sia costantemente esposta alla debolezza ed insufficienza della prima, alla quale spesso cede, se non viene interiormente rafforzata per fare appunto ciò "che vuole lo Spirito". Possiamo dedurne che le parole di Paolo, che trattano della vita "secondo la carne" e "secondo lo Spirito", siano al tempo stesso una sintesi ed un programma; ed occorre intenderle in questa chiave.
3. Troviamo la medesima contrapposizione della vita a secondo la carne" alla vita "secondo lo Spirito" nella Lettera ai Romani. Anche qui (come del resto nella lettera ai Galati) essa viene collocata nel contesto della dottrina paolina circa la giustificazione mediante la fede, cioè mediante la potenza di Cristo stesso operante nell’intimo dell’uomo per mezzo dello Spirito Santo. In tale contesto Paolo porta quella contrapposizione alle sue conseguenze estreme quando scrive: "Quelli... che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione" (Rm 8,5-10).
4. Si vedono con chiarezza gli orizzonti che Paolo delinea in questo testo: egli risale al "principio" - cioè, in questo caso, al primo peccato da cui ebbe origine la vita "secondo la carne" e che ha creato nell’uomo il retaggio di una predisposizione a vivere unicamente siffatta vita, insieme all’eredità della morte. Al tempo stesso Paolo prospetta la vittoria finale sul peccato e sulla morte, di cui è segno e preannunzio la risurrezione di Cristo: "Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi" (Rm 8,11). E in questa prospettiva escatologica, San Paolo pone in rilievo la "giustificazione in Cristo, destinata già all’uomo "storico"", ad ogni uomo di "ieri, oggi e domani" della storia del mondo ed anche della storia della salvezza: giustificazione che è essenziale per l’uomo interiore, ed è destinata appunto a quel "cuore" al quale Cristo si è richiamato, parlando della "purezza" e dell’"impurità" in senso morale. Questa "giustificazione" per fede non costituisce semplicemente una dimensione del piano divino della salvezza e della santificazione dell’uomo, ma è, secondo San Paolo, un’autentica forza che opera nell’uomo e che si rivela ed afferma nelle sue azioni.
5. Ecco, di nuovo, le parole della lettera ai Galati: "Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere..." (Ga 5,19-21). "Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé..." (Ga 5,22-23). Nella dottrina paolina, la vita "secondo la carne" si oppone alla vita "secondo lo Spirito" non soltanto all’interno dell’uomo, nel suo "cuore", ma, come si vede, trova un ampio e differenziato campo per tradursi in opere. Paolo parla, da un lato, delle "opere" che nascono dalla "carne" - si potrebbe dire: dalle opere in cui si manifesta l’uomo che vive "secondo la carne" - e, d’altro lato, egli parla del "frutto dello Spirito", cioè delle azioni(4), dei modi di comportarsi, delle virtù, in cui si manifesta l’uomo che vive "secondo lo Spirito". Mentre nel primo caso abbiamo a che fare con l’uomo abbandonato alla triplice concupiscenza, della quale Giovanni dice che viene "dal mondo", nel secondo caso siamo di fronte a ciò, che già prima abbiamo chiamato l’ethos della Redenzione. Ora soltanto siamo in grado di chiarire pienamente la natura e la struttura di quell’ethos. Esso si esprime e si afferma attraverso ciò che nell’uomo, in tutto il suo "operare", nelle azioni e nel comportamento, è frutto del dominio sulla triplice concupiscenza: della carne, degli occhi e della superbia della vita (di tutto ciò di cui può essere giustamente "accusato" il cuore umano e di cui possono essere continuamente "sospettati" l’uomo e la sua interiorità).
6. Se la padronanza nella sfera dell’ethos si manifesta e realizza come "amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" - come leggiamo nella lettera ai Galati - allora dietro a ciascuna di queste realizzazioni, di questi comportamenti, di queste virtù morali sta una specifica scelta, cioè uno sforzo della volontà, frutto dello spirito umano permeato dallo Spirito di Dio, che si manifesta nello scegliere il bene. Parlando col linguaggio di Paolo: "Lo Spirito ha desideri contrari alla carne" (Ga 5,17) e in questi suoi "desideri" si dimostra più forte della "carne" e dei desideri generati dalla triplice concupiscenza. In questa lotta tra il bene e il male, l’uomo si dimostra più forte grazie alla potenza dello Spirito Santo, che operando dentro lo spirito umano fa sì che i suoi desideri fruttifichino in bene. Queste sono quindi non soltanto - e non tanto - "opere" dell’uomo, quanto "frutto", cioè effetto dell’azione dello "Spirito" nell’uomo. E perciò Paolo parla del "frutto dello "Spirito"", intendendo questa parola con la maiuscola.
Senza penetrare nelle strutture dell’interiorità umana mediante le sottili differenziazioni forniteci dalla teologia sistematica (specialmente a partire da Tommaso d’Aquino) ci limitiamo all’esposizione sintetica della dottrina biblica, che ci consente di comprendere, in modo essenziale e sufficiente, la distinzione e la contrapposizione della "carne" e dello "Spirito".
Abbiamo osservato che tra i frutti dello Spirito l’apostolo pone anche il "dominio di sé". Occorre non dimenticarlo, perché nelle ulteriori nostre riflessioni riprenderemo questo tema per trattarlo in modo più particolareggiato.
Saluti:
A numerosi sacerdoti e religiosi presenti
Un saluto particolarmente affettuoso rivolgo ora a due gruppi particolari: ai Sacerdoti impegnati a vivere lo spirito di unità del Movimento dei Focolari presso il Centro Mariapoli di Rocca di Papa, e ai Religiosi appartenenti a vari Istituti, che operano nei territori di Missione.
Carissimi, siate benvenuti a questo incontro col Papa. Valga esso a rinsaldare i vincoli della vostra fede in Cristo, che ogni giorno rendete presente, nel sacrificio eucaristico, in mezzo alle comunità cristiane, e, in pari tempo, vi serva a stimolare ancora di più quella carità sacerdotale che già prodigate verso i fratelli affidati alle vostre sollecitudini. Vi sia di conforto e di sostegno la mia speciale Benedizione.
Agli appartenenti al Movimento romano Gruppo Servizi Anziani
Una parola di saluto e di compiacimento va ora al migliaio di persone appartenenti al Movimento romano Gruppi Servizi Anziani, e presenti a questa Udienza per iniziativa dell’Opera Diocesana di Assistenza.
So che siete venuti per porgermi gli auguri di Buon Natale: vi ringrazio sinceramente per il gesto delicato, che contraccambio di vero cuore, invocando per voi dal Salvatore divino pienezza di grazie e di consolazioni. Il mistero del Natale, ormai imminente, col lieto annuncio degli angeli e con le care tradizioni religiose, vi riempia il cuore di gioia e vi faccia sentire meno soli, ma circondati più del solito dall’affetto dei vostri familiari e di quanti si prodigano in vostro favore. A questo fine vi benedico con grande effusione di affetto.
Al Consiglio dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra
Mi è caro porgere un cordiale saluto ed esprimere il mio apprezzamento ai componenti il Consiglio dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra per l’opera svolta a sollievo delle tante sofferenze provocate dal secondo conflitto mondiale. Carissimi figli, la fede cristiana vi ispiri sempre più sentimenti di fraterna solidarietà verso quanti altri hanno bisogno di aiuto, specialmente gli umili ed i meno provveduti. Con la mia Benedizione Apostolica.
Ai giovani
E ora un cordiale saluto ai giovani presenti a questa Udienza. La giovinezza è il sinonimo di entusiasmo, di generosità, di desiderio di costruire e di donare: non posso non citare al riguardo lo slancio delle migliaia di giovani che sono spontaneamente accorsi da ogni parte d’Italia nelle zone sconvolte dal terremoto, per offrire le loro energie a favore delle popolazioni colpite.
Tenete sempre aperto questo vostro entusiasmo a Cristo Signore: Egli vi darà motivo di sentirvi spinti a migliorare quando assumerete nella società le vostre responsabilità.
Per questo vi ricordo nella preghiera e vi benedico.
Agli ammalati
A voi, cari ammalati qui presenti, che rappresentate i tanti che soffrono, nel corpo come nello spirito, nelle loro case, nei luoghi di cura, negli ospedali.
Voi avete costantemente un posto particolare nel cuore del Papa, poiché in voi c’è l’immagine di Cristo sofferente che redime il mondo e gli offre in tale modo il germe della speranza.
Il Signore vi ricolmi, insieme con tutti quelli che vi aiutano e vi assistono, dell’abbondanza dei suoi favori celesti e vi conceda di vivere un natale lieto e santo.
Alle coppie di sposi novelli
Infine, come sempre, un pensiero ed una parola ai novelli sposi, che sono venuti a Roma per attingere alla Cattedra di S. Pietro quegli insegnamenti che illuminano il cammino a due iniziato di recente davanti all’altare.
Io vi sono vicino con la mia preghiera perché i propositi che avete manifestato davanti all’altare rimangano sempre saldi: propositi di volervi sempre bene, nella prosperità e nelle difficoltà, consapevoli di essere collaboratori di Dio nel compito sublime della trasmissione della vita.
Per questo vi accompagni la mia Apostolica Benedizione.
(1) "Paul never, like the Greeks, identified "sinful flesh" with the physical body... Flesh, then, in Paul is not to be identified with sex or with the physical body. It is closer to the Hebrew thought of the physical personality - the self including physical and psychical elements as vehicle of the outward life and the lower levels of experience. It is man in his humanness with all the limitations, moral weakness, vulnerability, creatureliness and mortality, which being human implies... Man is vulnerable both to evil and to good; he is a vehicle, a channel, a dwellingplace, a temple, a battlefield [Paul uses each metaphor] for good and evil. Which shall possess, indwell, master him-whether sin, evil, the spirit that now worketh in the children of disobedience, or Christ, the Holy Spirit, faith, grace-it is for each man to choose. That he can so choose, brings to view the other side of Paul’s conception of human nature, man’s conscience and the human spirit" [R. E. O. White, Biblical Ethics, Exeter 1979, Paternoster Press, pp. 135-138].
(2) L’interpretazione della parola greca "sarx" "carne" nelle Lettere di Paolo dipende dal contesto della Lettera. Nella Lettera ai Galati, per est, si possono specificare almeno due distinti significati di "sarx". Scrivendo ai Galati, Paolo combatteva con due pericoli, che minacciavano la giovane comunità cristiana. Da una parte, i convertiti dal giudaismo tentavano di convincere i convertiti dal paganesimo ad accettare la circoncisione, che era obbligatoria nel Giudaismo. Paolo rimprovera loro "di vantarsi della carne", cioè di rimettere la speranza nella circoncisione della carne. "Carne" in questo contesto [Gal 3,1-5.12; 6,12-18] significa quindi "circoncisione", come simbolo di una nuova sottomissione alle leggi del giudaismo. Il secondo pericolo, nella giovane chiesa galata, proveniva dall’influsso dei "Pneumatici" i quali intendevano l’opera dello Spirito Santo piuttosto come divinizzazione dell’uomo che come potenza operante in senso etico. Ciò li conduceva a sottovalutare i principii morali. Scrivendo loro, Paolo chiama "carne" tutto ciò che avvicina l’uomo all’oggetto della sua concupiscenza e lo alletta con la promessa seduttrice di una vita apparentemente più piena [cf. Gal 5,13-6,10]. La "sarx", quindi, "si vanta" ugualmente della "Legge" come della sua infrazione, ed in entrambi i casi promette ciò che non può mantenere. Paolo distingue esplicitamente tra l’oggetto dell’azione e la sarx. Il centro della decisione non è nella "carne": "Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne" [Gal 5,16]. L’uomo cade nella schiavitù della carne quando si affida alla "carne" e a ciò che essa promette [nel senso della "Legge" o della infrazione della legge]. [cf. F. Mussner, Der Galaterbrief, Herders Theolog. Kommentar zum NT, IX Freiburg 1974, Herder, p. 367; R. Jewett, Paul’s Anthropological Terms, A Study of Their Use in Confict Settings, Arbeiten zur Geschichte des antiken Judentums und des Urchristentums, X, Leiden 1971 Brill, pp. 95-106].
(3) Paolo sottolinea nelle sue Lettere il carattere drammatico di ciò che si svolge nel mondo. Poiché gli uomini, per la loro colpa, hanno scordato Dio, "perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore [Rm 1,24], da cui proviene anche tutto il disordine morale, che deforma sia la vita sessuale [Rm 1,24-27] che il funzionamento della vita sociale ed economica[Rm 1,29-32] e perfino culturale": infatti, "pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farlo, ma anche approvano chi le fa" [Rm 1,32]. Dal momento che a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo [Rm 5,12], "il dio di questo mondo ha acciecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo" [2Cor 4,4] e perciò anche "l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia" [Rm 1,18]. Perciò "la creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio... e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio" [Rm 8,19-21], quella libertà per la quale "Cristo ci ha liberati" [Gal 5,1]. Il concetto di "mondo" in S. Giovanni ha diversi significati: nella sua prima Lettera, il mondo è il luogo in cui si manifesta la triplice concupiscenza [1Gv 2,15-16] e in cui i falsi profeti e gli avversari di Cristo cercano di sedurre i fedeli; ma i cristiani vincono il mondo grazie alla loro fede [1Gv 5,4]; il mondo, infatti, tramonta insieme con le sue concupiscenze, e chi realizza la volontà di Dio vive in eterno [cf. 1Gv 2,17].[cf. P. Grelot, "Monde": Dictionnaire de Spiritualité, Ascétique et mystique, doctrine et histoire, fascicules 68-69, Beauchesne, pp. 1628ss. Inoltre: J. Mateos, J. Barreto, Vocabolario teologico del Evangelio de Juan, Madrid 1980, Edic. Cristiandad, pp. 211-215].
(4) Gli esegeti fanno osservare che sebbene, a volte, per Paolo il concetto di "frutto" si applica anche alle "opere della carne" [p. es: Rm 6,21; 7,5], tuttavia "il frutto dello Spirito" non viene mai chiamato "opera". Infatti per Paolo "le opere" sono gli atti propri dell’uomo [o ciò in cui Israele ripone, senza ragione, la speranza], di cui egli risponderà davanti a Dio. Paolo evita anche il termine "virtù", "areté"; esso si trova una sola volta in senso molto generale, in Phil. 4, 8. Nel mondo greco questa parola aveva un significato troppo antropocentrico; particolarmente gli stoici mettevano in rilievo l’autosufficienza o autarchia della virtù. Invece il termine "frutto dello Spirito" sottolinea l’azione di Dio nell’uomo. Questo "frutto" cresce in esso come il dono di una vita, il cui unico Autore è Dio; l’uomo può, al massimo, favorire le condizioni adatte, affinché il frutto possa crescere e maturare. Il frutto dello Spirito, in forma singolare, corrisponde in qualche modo alla "giustizia" dell’Antico Testamento, che abbraccia l’insieme della vita conforme alla volontà di Dio; corrisponde anche, in un certo senso, alla "virtù" degli stoici, che era indivisibile. Lo vediamo p. es. in Ef 5, 9. 11: "Il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità... non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre...".Tuttavia "il frutto dello Spirito" è differente sia dalla "giustizia" che dalla "virtù", perché esso [in tutte le sue manifestazioni e differenziazioni che si vedono nei cataloghi delle virtù] contiene l’effetto dell’azione dello Spirito, che nella Chiesa è fondamento e attuazione della vita del cristiano. [cf. H. Schlier, Der Brief an die Galater, Meyer’s Kommentar Göttingen 19715 Vandenhoeck-Ruprecht, pp. 255-264; O. Bauerfeind, areté: Theological Dictionary of The New Testament, ed. G. Kittel G. Bromley, vol. 1, Grand Rapids 19789, Erdmans, p. 460; W. Tatarkiewicz, Historia Filozofii, t. 1, Warszawa 1970, PWN pp. 121; E. Kamlah, Die Form der katalogischen Paränese im Neuen Testament, Wissenschaftliche Untersuchungen zum Neuen Testament, 7, Tübingen 1964, Mhr, p. 14].
Udienze generali 1980 - Cristo ci chiama a ritrovare le forze vive dell’uomo nuovo