Udienze generali 1980 - La concupiscenza del corpo deforma i rapporti uomo-donna


Castel Gandolfo

Mercoledì, 30 luglio 1980

Nella volontà del dono reciproco la comunione delle persone


1. Le riflessioni che andiamo svolgendo nell’attuale ciclo sono inerenti alle parole, che Cristo pronunziò nel Discorso della montagna sul "desiderio" della donna da parte dell’uomo. Nel tentativo di procedere a un esame di fondo su ciò che caratterizza l’"uomo della concupiscenza", siamo nuovamente risaliti al Libro della Genesi. Quivi, la situazione venutasi a creare nel rapporto reciproco dell’uomo e della donna è delineata con grande finezza. Le singole frasi di Genesi 3 sono molto eloquenti. Le parole di Dio-Jahvè rivolte alla donna in Genesi 3,16: "Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà", sembrano rivelare, ad un’analisi approfondita, in che modo il rapporto di reciproco dono, che esisteva tra loro nello stato di innocenza originaria, si sia mutato, dopo il peccato originale, in un rapporto di reciproca appropriazione.

Se l’uomo si rapporta alla donna così da considerarla soltanto come oggetto di cui appropriarsi e non come dono, in pari tempo condanna se stesso a diventare anch’egli, per lei, soltanto oggetto di appropriazione, e non dono. Pare che le parole di Genesi 3,16 trattino di tale rapporto bilaterale, sebbene direttamente sia detto soltanto: "egli ti dominerà". Inoltre, nell’appropriazione unilaterale (che indirettamente è bilaterale) scompare la struttura della comunione tra le persone; entrambi gli esseri umani divengono quasi incapaci di attingere la misura interiore del cuore, volta verso la libertà del dono e il significato sponsale del corpo, che le è intrinseco. Le parole di Genesi 3,16 sembrano suggerire che ciò avviene piuttosto a spese della donna, e che in ogni caso essa lo sente più dell’uomo.

2. Almeno a questo particolare vale la pena di volgere ora l’attenzione. Le parole di Dio-Jahvè secondo Genesi 3,16: "Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà", e quelle di Cristo secondo Matteo 5,27-28: "Chiunque guarda una donna per desiderarla...", permettono di scorgere un certo parallelismo. Forse, qui non si tratta del fatto che soprattutto la donna diviene oggetto di "desiderio" da parte dell’uomo, ma piuttosto che - come già in precedenza abbiamo messo in rilievo - l’uomo "dal principio" avrebbe dovuto essere custode della reciprocità del dono e del suo autentico equilibrio. L’analisi di quel "principio" (Gn 2,23-25) mostra appunto la responsabilità dell’uomo nell’accogliere la femminilità quale dono e nel mutuarla in un vicendevole, bilaterale contraccambio. Con ciò è in aperto contrasto il ritrarre dalla donna il proprio dono mediante la concupiscenza. Sebbene il mantenimento dell’equilibrio del dono sembri esser stato affidato ad entrambi, spetta soprattutto all’uomo una speciale responsabilità, come se da lui maggiormente dipendesse che l’equilibrio sia mantenuto oppure infranto o perfino - se già infranto - eventualmente ristabilito. Certamente, la diversità dei ruoli secondo questi enunciati, ai quali facciamo qui riferimento come a testi-chiave, era anche dettata dall’emarginazione sociale della donna nelle condizioni di allora (e la S. Scrittura dell’Antico e del Nuovo Testamento ne fornisce sufficienti prove); nondimeno, vi è racchiusa una verità, che ha il suo peso indipendentemente da specifici condizionamenti dovuti agli usi di quella determinata situazione storica.

3. La concupiscenza fa sì che il corpo divenga quasi "terreno" di appropriazione dell’altra persona. Com’è facile intendere, ciò comporta la perdita del significato sponsale del corpo. Ed insieme a ciò acquista un altro significato anche la reciproca "appartenenza" delle persone, che unendosi così da essere a "una sola carne" (Gn 2,24) vengono in pari tempo chiamate ad appartenere l’una all’altra. La particolare dimensione dell’unione personale dell’uomo e della donna attraverso l’amore si esprime nelle parole "mio... mia". Questi pronomi, che da sempre appartengono al linguaggio dell’amore umano, ricorrono, spesso nelle strofe del Cantico dei Cantici e anche in altri testi biblici.(cfr Ct 1,9 Ct 1,13 Ct 1,14 Ct 1,15 Ct 1,16 Ct 2,2 Ct 2,3 Ct 2,8 Ct 2,9 Ct 2,10 Ct 2,13 Ct 2,14 Ct 2,16 Ct 2,17 Ct 3,2 Ct 3,4 Ct 3,5 Ct 4,1 Ct 4,10 Ct 5,1 Ct 5,2 Ct 5,4 Ct 6,2 Ct 6,3 Ct 6,4 Ct 6,9 Ct 7,11 Ct 8,12 Ct 8,14 cfr Ez 16,8 Os 2,18 Tb 8,7). Sono pronomi che nel loro significato "materiale" denotano un rapporto di possesso, ma nel nostro caso indicano l’analogia personale di tale rapporto. L’appartenenza reciproca dell’uomo e della donna, specialmente quando si appartengono come coniugi "nell’unità del corpo", si forma secondo questa analogia personale. L’analogia - come è noto - indica ad un tempo la somiglianza ed anche la carenza di identità (cioè una sostanziale dissomiglianza). Possiamo parlare dell’appartenenza reciproca delle persone soltanto se prendiamo in considerazione una tale analogia. Infatti, nel suo significato originario e specifico, l’appartenenza presuppone il rapporto del soggetto all’oggetto: rapporto di possesso e di proprietà. È un rapporto non soltanto oggettivo, ma soprattutto "materiale": appartenenza di qualcosa, quindi di un oggetto a qualcuno.

4. I termini "mio... mia", nell’eterno linguaggio dell’amore umano, non hanno - certamente - tale significato. Essi indicano la reciprocità della donazione, esprimono l’equilibrio del dono - forse proprio questo in primo luogo - cioè quell’equilibrio del dono, in cui si instaura la reciproca communio personarum. E se questa viene instaurata mediante il dono reciproco della mascolinità e della femminilità, si conserva in essa anche il significato sponsale del corpo. Invero, le parole "mio... mia" nel linguaggio d’amore sembrano una radicale negazione di appartenenza nel senso in cui un oggetto-cosa materiale appartiene al soggetto-persona. L’analogia conserva la sua funzione finché non cade nel significato suesposto. La triplice concupiscenza, ed in particolare la concupiscenza della carne, toglie alla reciproca appartenenza dell’uomo e della donna la dimensione che è propria dell’analogia personale, in cui i termini "mio... mia" conservano il loro significato essenziale. Tale significato essenziale sta al di fuori della "legge di proprietà", al di fuori del significato dell’"oggetto di possesso"; la concupiscenza, invece, è orientata verso quest’ultimo significato. Dal possedere, l’ulteriore passo va verso il "godimento": l’oggetto che posseggo acquista per me un certo significato in quanto ne dispongo e me ne servo, lo uso. È evidente che l’analogia personale dell’appartenenza si contrappone decisamente a tale significato. E questa opposizione è un segno che ciò che nel rapporto reciproco dell’uomo e della donna "viene dal Padre" conserva la sua persistenza e continuità nei confronti di ciò che viene "dal mondo". Tuttavia, la concupiscenza di per sé spinge l’uomo verso il possesso dell’altro come oggetto, lo spinge verso il "godimento", che porta con sé la negazione del significato sponsale del corpo. Nella sua essenza, il dono disinteressato viene escluso dal "godimento" egoistico. Non ne parlano forse già le parole di Dio-Jahvè rivolte alla donna in Genesi 3,16?

5. Secondo la prima lettera di Giovanni 2,16, la concupiscenza mostra soprattutto lo stato dello spirito umano. Anche la concupiscenza della carne attesta in primo luogo lo stato dello spirito umano. A questo problema converrà dedicare un’ulteriore analisi.

Applicando la teologia giovannea al terreno delle esperienze descritte in Genesi 3, come pure alle parole pronunziate da Cristo nel Discorso della montagna (Mt 5,27-28), ritroviamo, per così dire, una dimensione concreta di quella opposizione che - insieme al peccato - nacque nel cuore umano tra lo spirito e il corpo. Le sue conseguenze si fanno sentire nel rapporto reciproco delle persone, la cui unità nell’umanità è determinata fin dal principio dal fatto che sono uomo e donna. Da quando nell’uomo si è installata "un’altra legge, che muove guerra alla legge della mente" (Rm 7,23), esiste quasi un costante pericolo di tale modo di vedere, di valutare, di amare, così che "il desiderio del corpo" si manifesta più potente del "desiderio della mente". Ed è proprio questa verità circa l’uomo, questa componente antropologica che dobbiamo tener sempre presente, se vogliamo comprendere sino in fondo l’appello rivolto da Cristo al cuore umano nel Discorso della montagna.

Saluti:

Ad un gruppo di religiose francesi

Ai giovani del Centro spirituale "Notre-Dame de Vie"

Ad un gruppo di religiose di Malta

Ad un pellegrinaggio inglese

Al movimento giovanile delle "Pontificie Opere Missionarie"

Il mio pensiero e il mio saluto si rivolgono adesso a voi, giovani qui presenti, che venite da tutte le parti del mondo in questo periodo di riposo dai vostri normali impegni di studio. Vedendo uomini e città avrete la possibilità di arricchire la vostra conoscenza; ma cercate di mantenere sempre intatta la freschezza della vostra giovinezza e la solidità della vostra fede cristiana, vissuta nella gioia continua, che proviene dalla profonda amicizia con Cristo. Un particolare saluto rivolgo a voi, responsabili e membri del Movimento giovanile della "Pontificie Opere Missionarie", che in questi giorni celebrate a Roma il vostro Convegno sul tema: "Missione - Vocazione - Catechesi", ed auspico che portiate sempre nel vostro cuore e diffondiate specialmente tra i vostri coetanei l’ardore e l’impegno della testimonianza personale al messaggio di Gesù.

La mia Apostolica Benedizione confermi questi miei auguri.

Ai malati

Ed a voi, carissimi fratelli ammalati, che nella sofferenza e nelle infermità siete in special modo uniti a Gesù, indirizzo un saluto pieno di affetto e di cordialità e, interpretando anche i sentimenti di coloro che sono presenti a questa Udienza, vi auguro che possiate vivere in pienezza la "beatitudine delle lacrime", proclamata da Cristo per i suoi seguaci più fedeli. La via della Croce è umanamente molto dura, ma essa porta alla luce, alla pace, alla gioia senza fine.

A voi tutti imparto di cuore una particolare Benedizione Apostolica, raccomandando me e tutta la Chiesa alle vostre preghiere, rese preziose dal dolore.

Alle coppie di sposi novelli

Né posso dimenticare in questa circostanza i numerosi sposi novelli: a voi auguro che il vostro amore, consacrato da Dio nel Matrimonio, si mantenga sempre fervido in mezzo al fluttuare delle umane vicende e si rinsaldi sempre più, animato dalle virtù cristiane, specialmente dalla mutua fedeltà, che sono il tesoro prezioso delle famiglie, secondo il piano di Dio, che, "dal principio", ha voluto sacro, inviolabile ed indissolubile il vincolo che vi unisce per tutta la vita.

E’ con vera gioia che imparto alle vostre nascenti famiglie cristiane la mia speciale Benedizione Apostolica.



                                                                                       Agosto 1980



Castel Gandolfo

Mercoledì, 6 agosto 1980

Il discorso della Montagna agli uomini del nostro tempo


1. Proseguendo il nostro ciclo, riprendiamo oggi il Discorso della montagna, e precisamente l’enunciato: "Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore" (Mt 5,28).

Nel suo colloquio con i farisei, Gesù, facendo riferimento al "principio", (cf. le analisi precedenti.) pronunciò le seguenti parole riguardo al libello di ripudio: "Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così" (Mt 19,8). Questa frase comprende indubbiamente un’accusa. "La durezza di cuore" (Il termine greco sklerokardia è stato foggiato dai Settanta per esprimere ciè che nell’ebraico significava: "incirconcisione di cuore" [cf. ex. gr Dt 10,16 Jr 4,4 Si 3,26ss.] e che, nella traduzione letterale del Nuovo Testamento, appare una sola volta [Ac 7,51]. La "incirconcisione" significava il paganesimo", l’"impudicizia", la "distanza dall’Alleanza con Dio"; la "incirconcisione di cuore" esprimeva l’indomita ostinazione nell’opporsi a Dio. Lo conferma l’apostrofe del diacono Stefano: "O gente testarda e pagana nel cuore [letteralmente: non circoncisa di cuore]... voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo: come i vostri padri, così anche voi" [Ac 7,51]. Occorre dunque intendere la "durezza di cuore" in tale contesto filologico) indica ciò che, secondo l’ethos del popolo dell’Antico Testamento, aveva fondato la situazione contraria all’originario disegno di Dio-Jahvè secondo Genesi Gn 2,24. Ed è là che bisogna cercare la chiave per interpretare tutta la legislazione di Israele nell’ambito del matrimonio e, in senso più lato, nell’insieme dei rapporti tra uomo e donna. Parlando della "durezza di cuore", Cristo accusa, per così dire, l’intero "soggetto interiore" che è responsabile della deformazione della Legge. Nel Discorso della montagna (Mt 5,27-28), egli fa anche un richiamo al "cuore", ma le parole qui pronunciate non sembrano soltanto di accusa.

2. Dobbiamo riflettere ancora una volta su di esse, inserendole il più possibile nella loro dimensione "storica". L’analisi finora fatta, mirante a mettere a fuoco "l’uomo della concupiscenza" nel suo momento genetico, quasi nel punto iniziale della sua storia intrecciata con la teologia, costituisce un’ampia introduzione soprattutto antropologica, al lavoro che ancora occorre intraprendere. La successiva tappa della nostra analisi dovrà essere di carattere etico. Il Discorso della montagna, ed in particolare quel passo che abbiamo scelto come centro delle nostre analisi, fa parte della proclamazione del nuovo ethos: l’ethos del Vangelo. Nell’insegnamento di Cristo, esso è profondamente connesso con la coscienza del "principio", quindi con il mistero della creazione nella sua originaria semplicità e ricchezza; e, al tempo stesso, l’ethos, che Cristo proclama nel Discorso della montagna, è realisticamente indirizzato all’"uomo storico", divenuto l’uomo della concupiscenza. La triplice concupiscenza, infatti, è retaggio di tutta l’umanità, e il "cuore" umano realmente ne partecipa. Cristo, che sa "quello che c’è in ogni uomo" (Jn 2,25 cf. Ap Ap 2,23 Ac 1,24), non può parlare altrimenti, se non con una simile consapevolezza. Da questo punto di vista, nelle parole di Matteo 5,27-28 non prevale l’accusa ma il giudizio: un giudizio realistico sul cuore umano, un giudizio che da una parte ha un fondamento antropologico, e, dall’altra, un carattere direttamente etico. Per l’ethos del Vangelo è un giudizio costitutivo.

3. Nel Discorso della montagna, Cristo si rivolge direttamente all’uomo che appartiene ad una società ben definita. Anche il Maestro appartiene a quella società, a quel popolo. Quindi bisogna cercare nelle parole di Cristo un riferimento ai fatti, alle situazioni, alle istituzioni, alle quali era quotidianamente familiarizzato. Bisogna che sottoponiamo tali riferimenti ad un’analisi almeno sommaria, affinché emerga più chiaramente il significato etico delle parole di Matteo 5,27-28. Tuttavia, con queste parole, Cristo si rivolge anche, in modo indiretto ma reale, ad ogni uomo "storico" (intendendo questo aggettivo soprattutto in funzione teologica). E quest’uomo è proprio l’"uomo della concupiscenza", il cui mistero e il cui cuore è noto a Cristo ("egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo") (Jn 2,25). Le parole del Discorso della montagna ci consentono di stabilire un contatto con l’esperienza interiore di quest’uomo quasi ad ogni latitudine e longitudine geografica, nelle varie epoche, nei diversi condizionamenti sociali e culturali. L’uomo del nostro tempo si sente chiamato per nome da questo enunciato di Cristo, non meno dell’uomo di "allora", a cui il Maestro direttamente si rivolgeva.

4. In ciò risiede l’universalità del Vangelo, che non è affatto una generalizzazione. Forse proprio in questo enunciato di Cristo, che qui sottoponiamo ad analisi, ciò si manifesta con particolare chiarezza. In virtù di questo enunciato, l’uomo di ogni tempo e di ogni luogo si sente chiamato, in modo adeguato, concreto, irripetibile: perché appunto Cristo fa appello al "cuore" umano, che non può essere soggetto ad alcuna generalizzazione. Con la categoria del "cuore", ognuno è individuato singolarmente ancor più che per nome, viene raggiunto in ciò che lo determina in modo unico e irripetibile, è definito nella sua umanità "dall’interno".

5. L’immagine dell’uomo della concupiscenza concerne anzitutto il suo intimo (Mt 15,19-20). La storia del "cuore" umano dopo il peccato originale è scritta sotto la pressione della triplice concupiscenza, a cui si collega anche la più profonda immagine dell’ethos nei suoi vari documenti storici. Tuttavia, quell’intimo è pure la forza che decide del comportamento umano "esteriore", ed anche della forma di molteplici strutture e istituzioni a livello di vita sociale. Se da queste strutture ed istituzioni deduciamo i contenuti dell’ethos, nelle sue varie formulazioni storiche, sempre incontriamo questo aspetto intimo, proprio dell’immagine interiore dell’uomo. Questa infatti è la componente più essenziale. Le parole di Cristo nel Discorso della montagna, e specialmente quelle di Matteo 5,27-28, lo indicano in modo inequivocabile. Nessuno studio sull’ethos umano può passarvi accanto con indifferenza.

Perciò, nelle nostre successive riflessioni, cercheremo di sottoporre ad un’analisi più particolareggiata quell’enunciato di Cristo, che dice: "Avete inteso che fu detto: Non commetterete adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore" (oppure: "già l’ha resa adultera nel suo cuore").

Per comprendere meglio questo testo, analizzeremo prima le sue singole parti, al fine di ottenere poi una più approfondita visione globale. Prenderemo in considerazione non soltanto i destinatari di allora che hanno ascoltato con i propri orecchi il Discorso della montagna, ma anche, per quanto possibile, quelli contemporanei, gli uomini del nostro tempo.

Saluti:

Al pellegrinaggio proveniente dal Cameroun

Al gruppo "Entre Jeunes"

Ad un gruppo di visitatori di lingua inglese


Ai partecipanti al Convegno Nazionale della "Crociata del Vangelo"

Sono lieto di dare il benvenuto, e di rivolgere il mio incoraggiamento ai numerosi partecipanti al Convegno Nazionale della "Crociata del Vangelo", che si svolge in questi giorni a Riano Flaminio.

So che siete venuti da ogni parte d’Italia per il vostro annuale incontro di studio, di riflessione e di preghiera; e, mentre mi compiaccio sinceramente con voi per l’impegno che ponete nell’approfondire la conoscenza del Vangelo, perché la sua luce vi illumini nel cammino della vita, auspico che sia sempre più vivo in voi il desiderio di ascoltare, come Maria di Betania ai piedi di Gesù, la sua voce che ci parla. Solo Lui ha parole di vita eterna, solo Lui è "la via, la verità e la vita". Nel Vangelo vi è la sua Parola, nel Vangelo vi è la sua arcana presenza, che ci attira, ci riscalda, ci sprona a vivere secondo la sua Legge, per essere in questo mondo, spesso tanto arido e crudele, fiaccole di fede e di amore, per la gloria del Padre.

Questo vi auguro con grande affetto, mentre a tutti imparto la Apostolica Benedizione.

A numerosi pellegrini

Sono presenti all’odierna Udienza numerosi pellegrini di varie parti d’Italia e tra di essi le partecipanti all’Assemblea Generale della Piccola Famiglia Francescana, Istituto Secolare che celebra il 50° di fondazione; il pellegrinaggio parrocchiale proveniente da Introdacqua, diocesi di Sulmona, e quello di Monte San Giovanni Campano, diocesi di Veroli.

A tutti rivolgo il mio affettuoso saluto e, nel raccomandarvi di essere sempre coerenti testimoni del Vangelo con le parole e con la vita, vi imparto di cuore la propiziatrice Benedizione Apostolica, che volentieri estendo a quanti vi sono cari.

Ai giovani

Siete venuti numerosi da varie località, cari giovani, a questa Udienza, ed io vi ringrazio della vostra partecipazione. Oggi la Liturgia ci fa festeggiare un misterioso e consolante episodio della vita di Gesù: la Trasfigurazione del suo aspetto corporeo, investito dalla gloria del Padre, sul Monte Tabor. Collegandomi a quel fatto, voglio ripetervi una frase del mio messaggio ai giovani di Parigi: "abbiate un grandissimo rispetto del vostro corpo e di quello altrui! Che il vostro corpo sia a servizio del vostro io profondo! Che i vostri gesti, i vostri sguardi siano sempre il riflesso della vostra anima! L’adorazione del corpo? No, giammai! Disprezzo del corpo? Ancora meno! Padronanza del corpo? Si! Più ancora: trasfigurazione del corpo!".

questo vi auguro con affetto. Vi aiuti la mia paterna Benedizione.

Agli ammalati

Anche a voi, carissimi ammalati, rivolgo il mio amorevole e riconoscente saluto.

Due anni fa, la sera della Domenica 6 agosto, il Papa Paolo VI lasciava questa terra per il cielo. Per l’"Angelus" di quel giorno aveva scritto: "La Trasfigurazione del Signore getta una luce abbagliante sulla nostra vita quotidiana... Quel corpo che si trasfigura davanti agli occhi attoniti degli apostoli, è il Corpo di Cristo nostro fratello, ma è anche il nostro corpo chiamato alla gloria; quella luce che lo inonda è e sarà anche la nostra parte di eredità e di splendore".

Queste ultime parole del grande Pontefice vi siano di consolazione e di incoraggiamento nelle vostre pene, insieme alla mia Benedizione.

Alle coppie di sposi novelli

Carissimi sposi novelli, nel vostro viaggio di Nozze avete voluto inserire anche la visita al Papa. Vi ringrazio di cuore per questo vostro gentile pensiero, e con grande affetto a tutti porgo il mio saluto più sentito. E, nella luce della Trasfigurazione, auguro anche a voi di mantenere vivo il significato di quel miracolo nella vostra nuova vita: che la luce della fede e della grazia risplenda sempre nella fedeltà del vostro amore.

Questo è l’augurio che vi faccio, perché possiate sempre essere felici nel Signore, mentre vi accompagno con la mia Benedizione.

Papa Montini a due anni dalla scomparsa

E ora, prima di cantare tutti insieme il Pater noster, non posso dimenticare che, due anni fa, il mio Predecessore Paolo VI stava per concludere la sua lunga e operosa giornata terrena. Tra poche ore, egli si presentava a Cristo Signore per contemplare il suo Volto, per dirgli, con Pietro e come Pietro: Rabbi, bonum est nos hic esse: "Maestro, è bello per noi stare qui" (Mc 9,5); è bello stare con Te, per sempre!

In quest’ora del tramonto, che il ricordo colora di mestizia, rivolgiamo il pensiero a quel grande Pontefice, che veramente si è speso fino all’ultimo per il servizio della Chiesa, da lui amata come la pupilla degli occhi, da lui esaltata, da lui difesa dagli opposti contrasti, da lui guidata sulle onde talora mosse dal rinnovamento post-conciliare, da lui illustrata in una catechesi instancabile che ne ha esposto mirabilmente l’intima natura, la realtà nascosta e visibile insieme, l’organica struttura esterna e il carisma dello Spirito che la muove all’interno, la configurazione "mariana" di obbedienza e di servizio, nel "sì" detto dall’uomo a Dio, senza limiti.

Come dimenticare le sue parole e i suoi discorsi, sempre incisivi e alati? Come non ricordare i suoi grandi documenti come la "Populorum Progressio", la "Humanae Vitae", la "Sacerdotalis Caelibatus", la "Octogesima Adveniens", la "Marialis Cultus", la "Gaudete in Domino", la "Evangelii Nuntiandi"? Come non riandare ai suoi viaggi apostolici, che hanno definitivamente aperto le vie del mondo all’odierna testimonianza del Successore di Pietro?

Nel giorno della sua Trasfigurazione, il Signore lo ha chiamato a contemplare la sua gloria; e sappiamo, come hanno testimoniato i suoi più intimi collaboratori, che in quell’ultimo pomeriggio della sua vita, la preghiera che continuamente salì alle sue labbra, nel venir meno delle energie fisiche, fu proprio il Pater Noster Nel ricordarlo insieme, stasera, con le stesse parole del Pater, chiediamo al Padre Celeste che lo inondi della sua luce eternamente raggiante, e conceda a noi tutti di seguirne fedelmente gli insegnamenti e gli esempi, che tuttora ci edificano e commuovono.
***


Prima di concludere l’udienza generale il Santo Padre ricorda la tragica sciagura di Bologna.

In questa giornata di lutto nazionale per l’Italia, in occasione dell’orribile strage perpetrata sabato scorso nella stazione ferroviaria di Bologna, rinnovo tutto il mio dolore per quel tragico avvenimento, che ha stroncato numerose vite, particolarmente di giovani e di bambini, causato tanti feriti, e gettato nel dolore intere famiglie. Non ci sono parole per esprimere adeguatamente la pena, l’esecrazione, il raccapriccio davanti a crimini così vili, così assurdi, che dimostrano a quali abissi possa giungere la mente di crudeli assassini, quando si dimentica il rispetto dovuto ai fratelli, calpestando in modo così barbaro ogni elementare senso di umanità.

Io levo la mia accorata preghiera a Dio, affinché tocchi il cuore di chi si è potuto macchiare di colpa tanto grave; e mentre raccomando al Suo amore le povere innocenti vittime, il mio pensiero affettuoso va a quanti, in questo momento, soffrono nel corpo e nello spirito, li benedico tutti, e benedico l’Italia affinché, nella mutua concordia, nella fedeltà alle sue forti tradizioni cristiane, nella volontà invitta di edificare la pace, bene sommo delle Nazioni, prosegua il suo cammino di sereno progresso, con l’aiuto onnipotente di Dio.





Castel Gandolfo

Mercoledì, 13 agosto 1980

Il contenuto del comandamento “non commettere adulterio”


1. L’analisi dell’affermazione di Cristo durante il Discorso della montagna, affermazione che si riferisce all’"adulterio", e al "desiderio" che egli chiama "adulterio commesso nel cuore", bisogna svolgerla iniziando dalle prime parole. Cristo dice: "Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio..." (Mt 5,27). Egli ha in mente il comandamento di Dio, quello che nel Decalogo si trova al sesto posto, e fa parte della cosiddetta seconda Tavola della Legge, che Mosè aveva ottenuto da Dio-Jahvè.

Poniamoci dapprima dal punto di vista dei diretti ascoltatori del Discorso della montagna, di quelli che hanno sentito le parole di Cristo. Essi sono figli e figlie del popolo eletto - popolo che da Dio-Jahvè stesso - aveva ricevuto la "Legge", aveva ricevuto anche i "Profeti" i quali ripetutamente, lungo i secoli, avevano biasimato proprio il rapporto mantenuto con quella Legge, le molteplici trasgressioni di essa. Anche Cristo parla di simili trasgressioni. Ma ancor più Egli parla di una tale interpretazione umana della Legge, in cui si cancella e sparisce il giusto significato del bene e del male, specificamente voluto dal Divino Legislatore. La legge infatti è soprattutto un mezzo, mezzo indispensabile affinché "sovrabbondi la giustizia" (parole di Matteo Mt 5,20, nell’antica traduzione). Cristo vuole che tale giustizia "superi quella degli scribi e dei farisei". Egli non accetta l’interpretazione che lungo i secoli essi hanno dato all’autentico contenuto della Legge, in quanto hanno sottoposto in certa misura tale contenuto, ossia il disegno e la volontà del Legislatore, alle svariate debolezze ad ai limiti della volontà umana, derivanti appunto dalla triplice concupiscenza. Era questa una interpretazione casistica, che si era sovrapposta all’originaria visione del bene e del male, collegata con la Legge del Decalogo. Se Cristo tende alla trasformazione dell’ethos, lo fa soprattutto per recuperare la fondamentale chiarezza dell’interpretazione: "Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire ma per dare compimento" (Mt 5,17). Condizione del compimento è la giusta comprensione. È questo si applica, tra l’altro, al comandamento: "non commettere adulterio".

2. Chi segue nelle pagine dell’Antico Testamento la storia del popolo eletto dai tempi di Abramo, vi troverà abbondanti fatti che attestano come questo comandamento era messo in pratica e come, in seguito a tale pratica veniva elaborata l’interpretazione casistica della legge. Prima di tutto è noto che la storia dell’Antico Testamento è teatro della sistematica defezione dalla monogamia: il che per la comprensione del divieto: "non commettere adulterio", doveva avere un significato fondamentale. L’abbandono della monogamia, specialmente al tempo dei Patriarchi, era stato dettato dal desiderio della prole, di una numerosa prole. Questo desiderio era così profondo, e la procreazione, quale fine essenziale del matrimonio, era così evidente, che le mogli, le quali amavano i mariti, quando non erano in grado di dare loro la prole, chiedevano di loro iniziativa ai mariti, dai quali erano amate, di poter prendere "sulle proprie ginocchia", ossia di accogliere la prole data alla vita da un’altra donna, ad esempio dalla serva, cioè dalla schiava. Così fu nel caso di Sara riguardo ad Abramo (cf. Gen Gn 16,2), oppure nel caso di Rachele riguardo a Giacobbe (cf. Gen Gn 30,3).

Queste due narrazioni rispecchiano il clima morale in cui veniva praticato il Decalogo. Illustrano il modo in cui l’ethos israelitico era preparato ad accogliere il comandamento "non commettere adulterio", e quale applicazione trovava tale comandamento nella più antica tradizione di questo popolo. L’autorità dei patriarchi era, di fatto, la più alta in Israele e possedeva un carattere religioso. Era strettamente legata all’Alleanza ed alla Promessa.

3. Il comandamento "non commettere adulterio" non cambiò questa tradizione. Tutto indica che l’ulteriore suo sviluppo non si limitava ai motivi (piuttosto eccezionali) che avevano guidato il comportamento di Abramo e Sara, o di Giacobbe e Rachele. Se prendiamo come esempio i rappresentanti più illustri di Israele dopo Mosè, i re di Israele Davide e Salomone, la descrizione della loro vita attesta lo stabilirsi della poligamia effettiva, e ciò indubbiamente per motivi di concupiscenza.

Nella storia di Davide, il quale pure aveva più mogli, deve colpire non soltanto il fatto che avesse preso la moglie di un suo suddito, ma anche la chiara coscienza d’aver commesso adulterio. Questo fatto, così come la penitenza del re, sono descritti in modo dettagliato e suggestivo (cf. 2Sam 2S 11,2-27). Per adulterio si intende soltanto il possesso della moglie altrui, mentre non lo è il possesso di altre donne come mogli accanto alla prima. Tutta la tradizione dell’Antica Alleanza indica che alla coscienza delle generazioni susseguitesi nel popolo eletto, al loro ethos non è giunta mai l’esigenza effettiva della monogamia, quale implicazione essenziale ed indispensabile del comandamento "non commettere adulterio".

4. Su questo sfondo bisogna anche intendere tutti gli sforzi che mirano ad introdurre il contenuto specifico del comandamento "non commettere adulterio" nel quadro della legislazione promulgata. Lo confermano i Libri della Bibbia, nei quali si trova ampiamente registrato l’insieme della legislazione antico-testamentaria. Se si prende in considerazione la lettera di tale legislazione, risulta che essa lotta con l’adulterio in modo deciso e senza riguardi, usando mezzi radicali, compresa la pena di morte (cfr Lv Lv 20,10 Dt 22,22). Lo fa però sostenendo l’effettiva poligamia, anzi legalizzandola pienamente, almeno in modo indiretto. Così dunque l’adulterio è combattuto solo nei limiti determinati e nell’ambito delle premesse definitive, che compongono l’essenziale forma dell’ethos antico-testamentario.

Per adulterio vi si intende soprattutto (e forse esclusivamente) l’infrazione del diritto di proprietà dell’uomo nei riguardi di ogni donna che sia la propria moglie legale (di solito: una tra tante); non si intende invece l’adulterio come appare dal punto di vita della monogamia stabilita dal Creatore. Sappiamo, ormai, che Cristo fece riferimento al "principio" proprio riguardo a questo argomento (cfr Mt Mt 19,8).

5. Molto significativa è, inoltre, la circostanza in cui Cristo prende le parti della donna sorpresa in adulterio e la difende dalla lapidazione. Egli dice agli accusatori: "Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra contro di lei" (Jn 8,7). Quando essi lasciano le pietre e si allontanano, dice alla donna: "Va’ e d’ora in poi non peccare più" (Jn 8,11). Cristo identifica dunque chiaramente l’adulterio con il peccato. Quando invece si rivolge a coloro che volevano lapidare la donna adultera, non fa richiamo alle prescrizioni della legge israelitica, ma esclusivamente alla coscienza. Il discernimento del bene e del male inscritto nelle coscienze umane può mostrarsi più profondo e più corretto che non il contenuto di una norma legale.

Come abbiamo visto, la storia del Popolo di Dio nell’Antica Alleanza (che abbiamo cercato di illustrare soltanto attraverso alcuni esempi) si svolgeva, in notevole misura, al di fuori del contenuto normativo racchiuso da Dio nel comandamento "non commettere adulterio"; passava, per così dire, accanto ad esso. Cristo desidera raddrizzare queste storture. Di qui le parole da Lui pronunciate nel Discorso della montagna.

Saluti:

Al complesso musicale "Living Sound"

Ad un gruppo slovacco

Ai giovani

Saluto, ora, voi giovani, tra i quali 350 Volontari e Volontarie del Movimento dei Focolari provenienti da varie Nazioni dei cinque Continenti, convenuti al "Centro Mariapoli" di Rocca di Papa per l’annuale corso di studio e di spiritualità.

Carissimi, mentre vi ringrazio di cuore per la vostra presenza, richiamo la vostra attenzione sulla imminente festività della Madonna Assunta in Cielo. Sappiamo che Maria Immacolata, Sposa dello Spirito Santo, Madre di Cristo e della Chiesa, primizia dei redenti, al termine della sua vita terrena è stata elevata, in anima e corpo, alla gloria celeste. Tale mirabile evento insegna che il destino dell’uomo non si esaurisce nel tempo, ma si proietta e completa nel Cielo, accanto a Dio.

Il messaggio di fede e di speranza cristiana, derivante dalla prossima celebrazione mariana, riecheggi sempre nel vostro cuore.

Ai malati

Mi è molto gradito rivolgere anche a voi, cari ammalati, il mio affettuoso e riconoscente pensiero.

Come dice l’apostolo Paolo: "Noi sappiamo che la nostra patria è il cielo, donde inoltre aspettiamo quale Salvatore il Signore Nostro Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro corpo di miseria, conformandolo al suo corpo di gloria".

Maria Santissima ha già raggiunto la patria e dopo l’esilio terreno c’è stato subito per Lei l’ingresso nella gloria! A Lei, dunque, siano dirette le vostre pene, le vostre ansie, le vostre speranze, nella certezza che non mancherà il suo aiuto per raggiungerLa dopo questo esilio terreno.

Con tale augurio vi benedico tutti e di cuore.

Agli sposi novelli

Nel rivolgere, poi, il mio cordiale saluto ai novelli sposi, desidero indirizzare ad essi una parola di esortazione e di augurio. Ricevendo il Sacramento del Matrimonio, voi avete iniziato un nuovo cammino nella vostra vita. Auspico che esso sia sempre simile a quello che la Vergine Santissima compì durante la sua esistenza terrena e concluse poi con la gloriosa assunzione in Cielo. Confermo questi voti con una particolare Benedizione, che estendo a tutte le persone a voi care.

Per le vittime del ciclone "Allen"

Desidero esprimere, in questo momento, tutta la mia sollecitudine e solidarietà ai Paesi della zona dei Caraibi, che sono stati gravemente provati, nei giorni scorsi, dalla furia devastatrice del ciclone "Allen". Esso, come sapete, ha provocato numerose vittime e feriti tra le popolazioni, causando danni incalcolabili alle città e alle colture. Sono disastri naturali che fanno riflettere sulla fragilità dell’uomo, così impotente e indifeso davanti alle forze scatenate della natura; ma devono anche indurre a comune senso di responsabilità nel condividere, spiritualmente e materialmente, le sofferenze dei fratelli: è proprio in tali frangenti che si dimostra la realtà dell’amore che compatisce, si fa vicino a chi ha bisogno, e provvede, secondo le possibilità, alle necessità del prossimo.

Posso assicurare che varie istituzioni caritative internazionali cattoliche stanno venendo incontro ai più stringenti appelli di aiuto, per coloro che hanno perduto la vita in questa triste circostanza, sono vicino a quanti hanno subito danni fisici o materiali; e invito tutti voi a unire le vostre preghiere e le vostre sollecitudini alle mie, perché è bello che, in questi incontri di tanti fedeli col Papa - nei quali si sente più viva la magnifica realtà di comunione che è la Chiesa - i nostri fratelli e le nostre sorelle nel mondo non si sentano dimenticati, ma sappiano che la Chiesa intera li tiene nel suo cuore.





Udienze generali 1980 - La concupiscenza del corpo deforma i rapporti uomo-donna