GP2 Discorsi 2003 198

MESSAGGIO DI GIOVANNI PAOLO II


AL VESCOVO DI SAINT-BRIEUC ET TRÉGUIER (FRANCIA)


IN OCCASIONE DEL VII CENTENARIO


DELLA NASCITA DI SANT’IVO


1. Il 19 maggio 2003 la Diocesi di Saint-Brieuc e Tréguier celebra il settimo centenario del dies natalis di Ivo Hélory di Kermatin, figlio della Bretagna. In occasione di questa ricorrenza, che si colloca nel quadro dell'anno dedicato a sant'Ivo, mi unisco a voi nella preghiera, così come a tutte le persone riunite per i festeggiamenti e a tutti i vostri diocesani, ricordando con emozione la mia visita in terra bretone, a Sainte-Anne d'Auray, nel 1996. Apprezzo l'accoglienza e il sostegno che le Autorità locali hanno dato alle diverse manifestazioni religiose; esprimo la mia gratitudine al foro di Saint-Brieuc per avere, in questa occasione, suscitato una serie di riflessioni sulle questioni giuridiche. Ciò testimonia il grande interesse della società civile per un personaggio che ha saputo unire una funzione sociale alla missione ecclesiale, traendo dalla propria vita spirituale la forza per l'azione nonché per l'unificazione del suo essere.

199 2. Il 19 maggio 1347 Papa Clemente VI elevò Ivo Hélory alla gloria degli altari. La testimonianza della gente semplice delle campagne, raccolta all'epoca del processo di canonizzazione, è senz'altro l'omaggio più bello che si possa rendere a colui che ha consacrato tutta la propria vita a servire Cristo servendo i poveri, come magistrato, come avvocato e come prete. Sant'Ivo si è impegnato a difendere i principi di giustizia ed equità, attento a garantire i diritti fondamentali della persona, il rispetto della sua dignità primaria e trascendente, e la tutela che la legge deve assicurarle. Egli continua ad essere, per tutti coloro che esercitano una professione giuridica, e di cui è il santo patrono, il cantore della giustizia, che è ordinata alla riconciliazione e alla pace, per tessere nuove relazioni tra gli uomini e tra le comunità e per edificare una società più equa. Rendo grazie per l'esempio luminoso che egli offre oggi ai cristiani e, più in generale, a tutti gli uomini di buona volontà, invitandoli a procedere sui cammini della giustizia, del rispetto del diritto e della solidarietà verso i più poveri, al fine di servire la verità e di partecipare a "una nuova "fantasia della carità"" (Novo Millennio ineunte NM 50).

3. Sant'Ivo scelse di spogliarsi progressivamente di tutto per essere radicalmente conformato a Cristo, volendolo seguire nella povertà, al fine di contemplare il volto del Signore in quello degli umili con i quali ha voluto identificarsi (cfr Mt 25). Servitore della Parola di Dio, la meditò per farne scoprire i tesori a tutti coloro che cercano l'acqua viva (cfr Is 41,17). Percorse instancabilmente le campagne per soccorrere materialmente e spiritualmente i poveri, chiamando i suoi contemporanei a rendere testimonianza a Cristo Salvatore attraverso una esistenza quotidiana di santità. Tale prospettiva consentì "all'annuncio di Cristo di raggiungere le persone, plasmare le comunità, incidere in profondità mediante la testimonianza dei valori evangelici nella società e nella cultura" (Novo Millennio ineunte NM 29).

4. I valori proposti da sant'Ivo conservano un'attualità sorprendente. La sua preoccupazione di promuovere una giustizia equa e di difendere i diritti dei più poveri, invita oggi gli artefici della costruzione europea a non tralasciare nessuno sforzo affinché i diritti di tutti, in particolare dei più deboli, siano riconosciuti e tutelati. L'Europa dei diritti umani deve fare in modo che gli elementi oggettivi del diritto naturale rimangano alla base delle leggi positive. In effetti, sant'Ivo fondava la sua condotta di giudice sui principi del diritto naturale, che ogni coscienza formata, illuminata e attenta, può scoprire per mezzo della ragione (cfr san Tommaso d'Aquino, Summa theologica, I-II, q. 91, a. 1-2), e sul diritto positivo, che attinge dal diritto naturale i suoi principi fondamentali, grazie ai quali si possono elaborare delle norme giuridiche eque, evitando così che esse siano un puro arbitrio o un semplice atto di forza. Nel suo modo di amministrare la giustizia, sant'Ivo ci ricorda anche che il diritto è concepito per il bene delle persone e dei popoli, e che la sua funzione fondamentale è quella di tutelare la dignità inalienabile dell'individuo in ogni fase della sua esistenza, dal concepimento alla morte naturale. Allo stesso modo, il santo bretone si preoccupava di difendere la famiglia nelle persone che la compongono e nei suoi beni, mostrando che il diritto svolge un ruolo importante nei legami sociali e che la coppia e la famiglia sono fondamentali per la società e il suo avvenire.

La figura e la vita di sant'Ivo possono quindi aiutare i nostri contemporanei a comprendere il valore positivo e umanizzante del diritto naturale. "Un'autentica concezione del diritto naturale, inteso come tutela dell'eminente e inalienabile dignità di ogni essere umano, è garanzia di uguaglianza e dà contenuto vero a quei "diritti dell'uomo"" (Discorso ai partecipanti all'VIII Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita, 27 febbraio 2002, n. 6). Per questo, quindi, occorre proseguire le ricerche intellettuali al fine di ritrovare le radici, il significato antropologico e il contenuto etico del diritto naturale e della legge naturale, nella prospettiva filosofica dei grandi pensatori della storia, come Aristotele e san Tommaso d'Aquino. Spetta in particolare ai giuristi, a tutti gli uomini di legge, agli storici del diritto e ai legislatori stessi di avere sempre, come chiedeva san Leone Magno, un profondo "amore per la giustizia" (cfr Sermone sulla Passione, n. 59), e di cercare di fondare sempre le loro riflessioni e le loro pratiche su principi antropologici e morali che pongano l'uomo al centro dell'elaborazione del diritto e della pratica giuridica. Questo rivelerà che tutte le branche del diritto sono un servizio eminente alla persona e alla società. In questo spirito, sono lieto che alcuni giuristi abbiano approfittato dell'anniversario di sant'Ivo per organizzare successivamente due convegni sulla vita e l'influenza del loro santo patrono e sulla deontologia degli avvocati europei, manifestando così il loro attaccamento a una ricerca epistemologica ed ermeneutica della scienza e della pratica giuridica.

5. "N'an neus ket en Breiz, n'an neus ket unan, n'an neus ket eur Zant evel Zan Erwan", "non vi è in Bretagna, non ve n'è uno solo, non vi è un altro santo come sant'Ivo". Queste parole, tratte dal cantico a sant'Ivo, esprimono tutto il fervore e la venerazione con cui le folle di pellegrini, insieme ai loro Vescovi e ai loro sacerdoti, ma anche tutti i magistrati, gli avvocati e i giuristi, continuano oggi a onorare colui che la pietà popolare ha soprannominato "il padre dei poveri". Possa sant'Ivo aiutarli a realizzare pienamente le loro aspirazioni a praticare e a esercitare la giustizia, ad amare la misericordia e a camminare umilmente con il loro Dio (cfr Mi 6,8)!

6. In questo mese di Maria, Monsignore, la affido all'intercessione di Nostra Signora del Rosario. Chiedo a Dio di sostenere i sacerdoti, affinché siano testimoni santi e retti della misericordia del Signore e facciano scoprire ai loro fratelli la gioia che vi è nel condurre un'esistenza personale e professionale nella rettitudine morale. Prego anche sant'Ivo perché sostenga la fede dei fedeli, in particolare dei giovani, affinché non abbiano paura di rispondere con generosità alla chiamata di Cristo a seguirlo nella vita sacerdotale o nella vita consacrata, felici di essere servitori di Dio e dei loro fratelli. Incoraggio i seminaristi e il gruppo animatore del Seminario Maggiore Saint-Yves di Rennes a pregare con fiducia il loro santo patrono, specialmente in questo periodo di preparazione alle ordinazioni diaconali e sacerdotali. Infine, affido al Signore tutti coloro che hanno un incarico giuridico o giudiziario nella società, affinché svolgano sempre la loro missione in una prospettiva di servizio.

Le imparto con affetto la Benedizione Apostolica, che estendo al Cardinale Mario Francesco Pompedda, mio Inviato speciale, a tutti i Vescovi presenti, ai sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi, alle religiose, alle persone che partecipano al Dibattito storico e giuridico, alle diverse Autorità presenti e a tutti i fedeli riuniti a Tréguier in occasione di questa commemorazione.

Dal Vaticano, 13 maggio 2003

GIOVANNI PAOLO II



AI PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA GENERALE


DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA


Martedì, 20 maggio 2003




Carissimi Fratelli nell'Episcopato!

1. "Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo" (Ep 1,2). Sono lieto di salutarvi con queste parole dell'Apostolo Paolo. Saluto il vostro Presidente, Cardinale Camillo Ruini, e lo ringrazio per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi. Saluto gli altri Cardinali italiani, i Vicepresidenti della vostra Conferenza e il Segretario Generale. Saluto con fraterno affetto ciascuno di voi e desidero testimoniarvi la vicinanza nella preghiera, l'apprezzamento e la solidarietà con cui accompagno la vostra opera di Pastori della diletta Nazione italiana.

200 2. Avete posto come tema centrale di questa vostra 51.ma Assemblea Generale l'iniziazione cristiana: scelta quanto mai opportuna, perché la formazione del cristiano e la trasmissione della fede alle nuove generazioni hanno un'importanza decisiva, resa ancora più grande dall'attuale contesto sociale e culturale, nel quale molti fattori concorrono a rendere più difficile, e per così dire "contro corrente", l'impegno di diventare autentici discepoli del Signore, mentre la velocità e la profondità dei cambiamenti fanno crescere la distanza e a volte quasi l'incomunicabilità tra le generazioni.

E' giusto dunque, come avete affermato negli Orientamenti pastorali per il presente decennio, assumere come criterio di rinnovamento "la scelta di configurare la pastorale secondo il modello dell'iniziazione cristiana": ("Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia", n. 59).

3. In una situazione che richiede un forte impegno di nuova evangelizzazione, gli stessi itinerari di iniziazione cristiana devono dare ampio spazio all'annuncio della fede e proporne le motivazioni fondamentali, in modo proporzionato all'età e alla preparazione delle persone.

E' poi di grande importanza dare inizio assai presto all'educazione cristiana dei bambini, in modo che essa sia vitalmente assimilata fin dai primi anni: le famiglie vanno rese consapevoli di questa loro nobilissima missione ed aiutate ad adempierla, anche integrando le loro eventuali carenze. Nessun bambino battezzato, infatti, deve restare privo del nutrimento che fa crescere il germe in lui posto dal Battesimo.

Per parte loro i sacerdoti, i catechisti e i formatori sono chiamati a coltivare il colloquio personale con ragazzi, adolescenti e giovani, non nascondendo la grandezza della chiamata di Dio e l’esigente impegno della risposta, e facendo loro gustare, al tempo stesso, la vicinanza misericordiosa del Signore Gesù e la cura materna della Chiesa.

4. Conosco e condivido la grande sollecitudine con la quale seguite il cammino della società italiana, preoccupati soprattutto di favorire la coesione interna della Nazione. Giustamente voi sottolineate l’importanza che, per la salute morale e sociale della Nazione, ha la famiglia. Sono di buon auspicio i segnali di una rinnovata attenzione nei suoi confronti che provengono sia dal mondo della cultura sia dai responsabili della vita pubblica.

All’attenzione della vostra Assemblea sono inoltre la riforma del sistema scolastico italiano e le nuove prospettive che si aprono per l’insegnamento della religione cattolica.Alla funzione educativa e formativa della scuola possano partecipare a pieno titolo sia gli insegnanti di religione sia la scuola cattolica, che ancora attende di vedere adeguatamente riconosciuto il proprio ruolo e contributo educativo, in un quadro di effettiva parità.

Insieme con voi, Fratelli Vescovi, speciale vicinanza desidero poi esprimere a tutte le persone e le famiglie che sono prive di lavoro e versano in condizioni difficili. Nonostante i miglioramenti intervenuti, esistono ancora, particolarmente in alcune regioni meridionali, aree in cui i giovani, le donne, e a volte anche padri di famiglia rimangono disoccupati, con grave danno per loro e per il Paese. L'Italia ha bisogno di una crescita di fiducia e di iniziativa, per poter offrire a tutti prospettive migliori e più incoraggianti.

5 Abbiamo da poco celebrato il 40.mo anniversario dell'Enciclica Pacem in terris. Questa grande eredità del Beato Giovanni XXIII indica a noi e a tutti i popoli del mondo la strada per costruire un ordine di verità e di giustizia, di amore e di libertà e, quindi, di autentica pace.

Tra le molte regioni del mondo, prive del fondamentale bene della pace, da troppo tempo dobbiamo purtroppo annoverare la Terra Santa. Desidero esprimere a voi, Vescovi italiani, il mio vivo apprezzamento per l’iniziativa di inviare colà una vostra rappresentanza, subito dopo la Pasqua, per portare una testimonianza di concreta solidarietà in particolare alle comunità cristiane che là vivono e versano in condizioni di gravissima difficoltà.

6. Nella Messa in Cena Domini del Giovedì Santo ho firmato l’ Enciclica Ecclesia de Eucharistia. Affido anzitutto a voi Vescovi, e ai vostri sacerdoti l'intenzione con la quale l'ho scritta, affinché noi per primi, entriamo sempre più profondamente, attraverso l'Eucaristia, nel Mistero della Pasqua, nel quale si attua la salvezza nostra e del mondo.

201 Carissimi Vescovi italiani, vi assicuro la mia quotidiana preghiera per voi e per le comunità di cui siete Pastori. La Vergine Maria, a cui con particolare fiducia si rivolgono i fedeli in questo "Anno del Rosario", interceda perché in tutto il Popolo di Dio si rafforzi la fede, crescano la comunione e il coraggio della missione.

A tutti ed a ciascuno la mia Benedizione!


ALLA DELEGAZIONE DEL "WORLD JEWISH CONGRESS"


Venerdì, 22 maggio 2003




Cari Amici,

È per me un grande piacere accogliere in Vaticano i distinti rappresentanti del Congresso Ebraico Mondiale e del Comitato Internazionale Ebraico per le Consultazioni Interreligiose. La vostra visita richiama alla mente i vincoli di amicizia che si sono sviluppati tra noi da quando il Concilio Vaticano II ha pubblicato la Dichiarazione Nostra aetate e ha posto i rapporti tra ebrei e cattolici su una base nuova e positiva.

La Parola di Dio è lampada e luce per il nostro cammino; ci mantiene vivi e ci dona nuova vita (cfr ). Questa parola viene data ai nostri fratelli e alle nostre sorelle ebrei soprattutto nella Torah. Per i cristiani questa parola trova il suo compimento in Gesù Cristo. Sebbene comprendiamo e interpretiamo questo retaggio in modo differente, entrambi ci sentiamo obbligati a dare una testimonianza comune della paternità di Dio e del suo amore per le sue creature.

Anche se il mondo attuale spesso è segnato dalla violenza, dalla repressione e dallo sfruttamento, tali realtà non rappresentano l'ultima parola sul nostro destino umano. Dio promette Nuovi Cieli e una Nuova Terra (cfr Is 65,17 Ap 21,1). Sappiamo che Dio asciugherà tutte le lacrime (cfr Is 25,8) e che non vi saranno più il lutto e l'affanno (cfr Ap 21,4). Gli ebrei e i cristiani credono che la vita sia un cammino verso l'adempimento delle promesse di Dio.

Alla luce del ricco retaggio comune che condividiamo, possiamo considerare il presente come un'opportunità invitante per un impegno comune a favore della pace e della giustizia nel nostro mondo. La difesa della dignità di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, è una causa che deve coinvolgere tutti i credenti. Questo genere di cooperazione pratica tra cristiani ed ebrei esige coraggio e discernimento, oltre alla fiducia nel fatto che è Dio a realizzare il bene dai nostri sforzi: "Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori" (Ps 127,1).

Cari amici, desidero esprimere il mio incoraggiamento per il vostro impegno a recare aiuto ai bambini sofferenti in Argentina. È mia fervente speranza e preghiera che l'Onnipotente benedica tutti i vostri piani e progetti. Possa Egli accompagnarvi e dirigere i vostri passi sulla via della pace (cfr Lc 1,79)!


AI MEMBRI DEL MOVIMENTO ITALIANO PER LA VITA


Giovedì, 22 maggio 2003

Carissimi Fratelli e Sorelle!


202 1. Vi sono grato della visita e vi saluto con affetto. Saluto i membri del Consiglio Direttivo del Movimento per la Vita e in modo speciale il Presidente, l'Onorevole Carlo Casini. Lo ringrazio per le parole che mi ha rivolto a nome dei presenti. Saluto ognuno di voi e, attraverso di voi, i volontari e quanti fanno parte del vostro Sodalizio, che ha creato in ogni regione d'Italia numerosi centri di aiuto alla vita e case di accoglienza.

La vostra Associazione da 25 anni - da quando, cioè, il 22 maggio del 1978 venne legalizzato l'aborto in Italia - non ha mai smesso di operare a difesa della vita umana, uno dei valori cardini della civiltà dell'amore.

2. Non è la prima volta che ho l'opportunità di incontrarvi. In questi anni, infatti, diversi contatti ho avuto con il vostro Movimento. Ricordo, in particolare, la visita che feci a Firenze, nel 1986, al primo Centro di aiuto alla vita costituito in Italia. In più circostanze, poi, ho manifestato apprezzamento per le attività che svolgete, incoraggiandovi a compiere ogni sforzo perché sia effettivamente riconosciuto a tutti il diritto alla vita. Rinnovo questi sentimenti ora, mentre sta per terminare il mandato del Consiglio Direttivo del vostro Movimento e nell'imminenza dell'assemblea dell’inizio di giugno, che delineerà le strategie del lavoro futuro.

Dio voglia che strettamente uniti tra di voi continuiate ad essere una forza di rinnovamento e di speranza nella nostra società. Il Signore vi aiuti a operare incessantemente perché tutti, credenti e non credenti, comprendano che la tutela della vita umana fin dal concepimento è condizione necessaria per costruire un futuro degno dell'uomo.

3. La venerabile Madre Teresa di Calcutta, che voi considerate come presidente spirituale dei Movimenti per la Vita del mondo, nel ricevere il premio Nobel per la pace ebbe il coraggio di affermare di fronte ai responsabili delle Comunità politiche: "Se accettiamo che una madre possa sopprimere il frutto del suo seno, che cosa ci resta? L'aborto è il principio che mette in pericolo la pace nel mondo".

E' vero! Non può esserci pace autentica senza rispetto della vita, specie se innocente e indifesa qual è quella dei bambini non ancora nati. Un'elementare coerenza esige che chi cerca la pace difenda la vita. Nessuna azione per la pace può essere efficace se non ci si oppone con la stessa forza agli attacchi contro la vita in ogni sua fase, dal suo sorgere sino al naturale tramonto. Il vostro, pertanto, non è soltanto un Movimento per la Vita, ma anche un autentico Movimento per la pace, proprio perché si sforza di tutelare sempre la vita.

4. Insidie ricorrenti minacciano la vita nascente. Il lodevole desiderio di avere un figlio spinge talora a superare frontiere invalicabili. Embrioni generati in soprannumero, selezionati, congelati, vengono sottoposti a sperimentazione distruttiva e destinati alla morte con decisione premeditata.

Consapevoli della necessità di una legge che difenda i diritti dei figli concepiti, come Movimento vi siete impegnati di ottenere dal Parlamento italiano una norma rispettosa, il più concretamente possibile, dei diritti del bambino non ancora nato, anche se concepito con metodiche artificiali di per sé moralmente inaccettabili. Colgo l'occasione per auspicare che si concluda rapidamente l'iter legislativo in corso e si tenga conto del principio che tra i desideri degli adulti e i diritti dei bambini ogni decisione va misurata sull'interesse dei secondi.

5. Non scoraggiatevi e non stancatevi, carissimi Fratelli e Sorelle, di proclamare e testimoniare il vangelo della vita; siate al fianco delle famiglie e delle madri in difficoltà. Specialmente a voi, donne, rinnovo l’invito a difendere l'alleanza tra la donna e la vita, e di farvi "promotrici di un ‘nuovo femminismo’ che, senza cadere nella tentazione di rincorrere modelli ‘maschilisti’, sappia riconoscere ed esprimere il vero genio femminile in tutte le manifestazioni della convivenza civile, operando per il superamento di ogni forma di discriminazione, di violenza e di sfruttamento" (Evangelium vitae
EV 99).

Iddio non vi farà mancare l’aiuto necessario per condurre a buon fine le molteplici vostre attività, se a Lui ricorrerete con intensa e incessante preghiera. Anch'io vi assicuro la mia vicinanza spirituale e, mentre invoco la materna protezione di Maria, imparto su di voi, sulle vostre famiglie e sul vostro Movimento una speciale Benedizione.


AD UNA DELEGAZIONE DELLA MACEDONIA


Venerdì, 23 maggio 2003




203 Caro Primo Ministro,
Distinti Amici,

La festa dei santi Cirillo e Metodio vi ha, ancora una volta, condotti a Roma, dove sono conservate le reliquie di san Cirillo, ed io sono lieto di salutarvi. Ringrazio il Presidente del Governo della ex-Repubblica Jugoslava di Macedonia per le sue gentili parole e i suoi buoni auspici. È mia fervente preghiera che il vostro Paese sia sempre più rafforzato nel suo impegno per l'unità e la solidarietà, ideali che i santi fratelli di Salonicco hanno incarnato in modo tanto efficace nella loro vita dedicata a predicare la fede cristiana.

Durante la loro vita terrena, questi due santi sono stati ponti che collegavano l'Oriente e l'Occidente. Attraverso i valori insegnati e l'esempio dato, essi hanno unito culture e tradizioni differenti in una ricca eredità per l'intera famiglia umana. Infatti, la loro testimonianza di vita rivela una verità senza età che il mondo del Terzo Millennio deve riscoprire con urgenza: solo nella carità e nella giustizia la pace può diventare una realtà che avvolge tutti i cuori umani, superando l'odio e vincendo il male con il bene. Questa carità e questa giustizia diventano realtà tangibili quando le persone di buona volontà in ogni parte del mondo si dedicano, come i fratelli Cirillo e Metodio, senza compromessi, "alla causa della riconciliazione, dell'amichevole convivenza, dello sviluppo umano e del rispetto dell'intrinseca dignità di ogni nazione" (Lettera Enciclica Slavorum apostoli, n. 1).

Signore e Signori, questo pellegrinaggio annuale a Roma non è solo un omaggio a san Cirillo, ma è anche una testimonianza dei vincoli di amicizia esistenti tra la vostra nazione e la Chiesa cattolica. Vi incoraggio a far sì che questi vincoli diventino sempre più forti, soprattutto nelle vostre comunità locali, producendo in tal modo frutti di accresciuta buona volontà e atteggiamenti di maggiore cooperazione verso la Chiesa cattolica nel vostro Paese. Possa Dio Onnipotente colmare la vostra mente e il vostro cuore della sua pace, e possa Egli benedire in abbondanza il popolo della ex-Repubblica Jugoslava di Macedonia!


AI VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DELL’INDIA


IN VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM"


Venerdì, 23 maggio 2003


Cari Fratelli Vescovi;

1. Mentre inizia questa serie di visite ad Limina dei Vescovi di rito latino dell'India, porgo un cordiale benvenuto a voi, Pastori delle Province Ecclesiastiche di Calcutta, Guwahati, Imphal e Shillong. Insieme rendiamo grazie a Dio per le grazie concesse alla Chiesa nel vostro Paese e ricordiamo le parole che Nostro Signore ha rivolto ai suoi discepoli quando è asceso al cielo: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20). In questo tempo pasquale siete qui, presso le tombe dei Santi Pietro e Paolo, per esprimere nuovamente il vostro rapporto particolare con la Chiesa universale e con il Vicario di Cristo.

Ringrazio l'Arcivescovo Sirkar per i cordiali sentimenti e i buoni auspici che mi ha trasmesso a nome dell'Episcopato, del clero, dei religiosi e dei fedeli delle Province Ecclesiastiche qui rappresentate. Per grazia di Dio ho potuto visitare la vostra patria in due occasioni e ho potuto sperimentare di prima persona la calorosa ospitalità indiana, che fa parte della ricca eredità culturale che caratterizza la vostra Nazione. Sin dagli albori del cristianesimo, l'India ha celebrato il mistero della salvezza contenuto nell'Eucaristia, che vi unisce misticamente con altre comunità di fede nella "contemporaneità" del Sacrificio Pasquale (Ecclesia de Eucharistia, n. 5). Prego affinché i fedeli dell'India continuino a crescere nell'unità mentre la loro partecipazione alla celebrazione della Messa li conferma nella forza e nell'intento.

2. Dobbiamo sempre tenere presente che "la Chiesa evangelizza in obbedienza al comandamento di Cristo, nella consapevolezza che ogni persona ha il diritto di udire la Buona Novella di Dio che rivela e dona se stesso in Cristo" (Ecclesia in Asia, n. 20). Per secoli i cattolici in India hanno portato avanti il lavoro essenziale dell'evangelizzazione, in particolare nel campo dell'educazione e dei servizi sociali, offerti generosamente sia ai cristiani sia ai non cristiani. In alcune parti della vostra nazione il cammino verso una vita in Cristo è tuttora un cammino di grandi stenti. È piuttosto sconcertante che alcune persone che desiderano diventare cristiane debbano ricevere il permesso delle autorità locali, mentre altre hanno perso il loro diritto all'assistenza sociale e al sostegno alla famiglia. Altre ancora sono state messe al bando o cacciate dai loro villaggi. Purtroppo certi movimenti fondamentalisti stanno creando confusione in alcuni cattolici e stanno perfino sfidando direttamente qualsiasi tentativo di evangelizzazione. È mia speranza che, come guide nella fede, voi non siate scoraggiati da queste ingiustizie, ma che piuttosto continuiate a coinvolgere la società in modo tale che queste tendenze allarmanti possano essere invertite.

Occorre altresì osservare che gli ostacoli alla conversione non sono sempre esterni, ma possono presentarsi anche all'interno delle nostre comunità. Ciò avviene quando i membri delle altre religioni vedono disaccordo, scandalo e disunità in seno alle nostre istituzioni cattoliche. Per questa ragione è importante che i sacerdoti, i religiosi e i laici lavorino insieme e soprattutto collaborino con il loro Vescovo, che è segno e fonte di unità. Il Vescovo ha la responsabilità di sostenere quanti sono impegnati nel compito vitale dell'evangelizzazione assicurando che essi non perdano mai lo zelo missionario, che è al centro della nostra vita in Cristo. Sono convinto che, in ragione di queste sfide, continuerete a predicare la Buona Novella con sempre maggiore coraggio e convinzione. "Ciò che conta - qui come in ogni settore della vita cristiana - è la fiducia che viene dalla fede, cioè dalla certezza che non siamo noi i protagonisti della missione, ma Gesù Cristo e il suo Spirito" (Redemptoris missio RMi 36).

204 3. Fondamentale per uno sforzo di evangelizzazione sostenuto è lo sviluppo di una Chiesa locale a sua volta matura che diventi missionaria (cfr Redemptoris missio RMi 48). Ciò presuppone l'eventuale formazione di un clero locale ben preparato, non solo capace di prendersi cura dei bisogni di quanti gli sono stati affidati, ma anche pronto ad abbracciare la missione ad gentes.

Come ho detto in occasione della mia prima visita pastorale in India: "Una vocazione è sia un segno di amore sia un invito all'amore (...). La decisione di dire "sì" alla chiamata di Cristo comporta molte conseguenze importanti: la necessità di rinunciare ad altri progetti, la disponibilità a lasciarsi dietro persone care, la prontezza a iniziare, con profonda fiducia, il cammino che porterà a una unione sempre più stretta con Cristo" (Omelia a Pune, 10 febbraio 1986, n. 3).

L'impegno a seguire Cristo come sacerdote richiede la migliore formazione possibile. "Per servire la Chiesa come Cristo vuole, i Vescovi e i sacerdoti hanno bisogno di una solida e permanente formazione, che offra loro opportunità di rinnovamento umano, spirituale e pastorale; abbisognano, pertanto, di corsi di teologia, di spiritualità e di scienze umane" (Ecclesia in Asia, n. 43).

I candidati al sacerdozio devono comprendere nella maniera più completa possibile il Mistero che celebreranno e il Vangelo che predicheranno. Un plauso va alle iniziative che avete già preso per assicurare che i vostri istituti di formazione sacerdotale raggiungano gli alti livelli di educazione e formazione necessari per il clero attuale, e vi incoraggio a proseguire nel vostro sforzo, assicurando che tutti coloro che sono chiamati siano veramente preparati ad agire "nel nome e nella persona di lui capo e pastore della Chiesa" (Pastores dabo vobis PDV 35).

4. Attraverso il Corpo e il Sangue di Cristo, la Chiesa riceve la forza spirituale necessaria per diffondere la Buona Novella. "Così l'Eucaristia si pone come fonte e insieme come culmine di tutta l'evangelizzazione, poiché il suo fine è la comunione degli uomini con Cristo e in Lui col Padre e con lo Spirito Santo" (Ecclesia de Eucharistia, n. 22). Come Vescovi siete ben consapevoli che ogni Diocesi è responsabile dell'evangelizzazione di base e della formazione permanente dei laici. In India, come in molti altri Paesi, gran parte di questo lavoro viene svolto dai catechisti. Questi operai della vigna del Signore sono molto più che insegnanti. Non solo educano le persone nei principi della fede, ma svolgono anche molti altri compiti che integrano la missione della Chiesa. Tra questi vi sono: lavorare con le persone in piccoli gruppi, assistere con i servizi di preghiera e la musica, preparare i fedeli a ricevere i Sacramenti, in particolare il Sacramento del Matrimonio, formare gli altri catechisti, seppellire i morti e, spesso, aiutare il sacerdote nell'amministrazione quotidiana della parrocchia o della stazione esterna. Per essere efficaci in questo apostolato, i catechisti non hanno bisogno solo di una preparazione adeguata, ma devono anche sapere che i Vescovi e i sacerdoti sono lì per offrire loro il sostegno spirituale e morale necessario per una trasmissione efficace della Parola di Dio (cfr Catechesi tradendae CTR 24, 63, 64).

5. Tutti i fedeli cristiani sono chiamati a "impegnarsi a cambiare la loro vita e a renderla in un certo modo interamente eucaristica. Questo significa l'amore per i poveri e il desiderio di alleviare le loro sofferenze. Infatti è indegno di una comunità cristiana partecipare alla Cena del Signore nella divisione e nell'indifferenza verso i poveri" (cfr Ecclesia de Eucharistia, n. 20). L'India ha la fortuna di avere un ricordo diretto della vocazione della Chiesa a servire i più deboli nella testimonianza e nell'esempio di Madre Teresa di Calcutta, che sarà presto beatificata. La sua vita di gioioso sacrificio e di amore incondizionato per i poveri suscita in noi il desiderio di fare lo stesso. Poiché amare i più piccoli tra noi senza aspettarsi niente in cambio significa amare veramente Cristo. "Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere" (Mt 25,35).

Cari Vescovi, anche voi, come Madre Teresa, siete chiamati a essere mirabili esempi di semplicità, umiltà e carità verso quanti sono stati affidati alle vostre cure. Sono rinfrancato dai modi in cui già dimostrate amore per i poveri. Le vostre Diocesi vantano molti programmi atti ad assisterli: case per i bisognosi, lebbrosari, orfanotrofi, ostelli, centri per le famiglie e centri di formazione professionale, tanto per menzionarne alcuni. Mentre la Chiesa in India continua a far fronte a queste sfide malgrado la seria mancanza di personale e di risorse, prego affinché prendiate l'esempio di Madre Teresa come modello per le opere di carità nelle vostre comunità.

6. Il mondo attuale è talmente infatuato delle cose materiali che spesso le persone benestanti si ritrovano prese nella folle corsa per avere di più, in un futile tentativo di colmare il vuoto della loro esistenza quotidiana. Si tratta di una tendenza particolarmente allarmante tra i nostri giovani, molti dei quali vivono nella povertà spirituale, cercando risposte in modi che suscitano solo altre domande. Per il cristiano, però, deve essere diverso. I nostri occhi sono stati aperti da Gesù Cristo e quindi siamo capaci di riconoscere l'insensatezza di tali tentazioni. Tutti i cristiani, e in modo particolare i Vescovi, i sacerdoti e i religiosi, sono chiamati a restare da parte, vivendo una vita di povertà evangelica semplice e tuttavia appagante, testimoniando che Dio è la vera ricchezza del cuore umano.

In un mondo in cui molte persone hanno così tante domande, è solo attraverso Cristo che esse possono sperare di trovare risposte certe. Talvolta, però, la chiarezza della risposta viene confusa da una cultura moderna che non rispecchia solo una crisi della coscienza e del senso di Dio, ma anche un "progressivo affievolirsi del senso del peccato" (cfr Reconciliatio et paenitentia RP 18). In effetti, solo una partecipazione attiva e impegnata al mistero della riconciliazione può portare una vera pace e una risposta autentica ai fardelli che gravano sull'anima. Sono lieto di apprendere che in molte vostre Diocesi i fedeli ricorrono spesso alla grazia del Sacramento della Riconciliazione e vi incoraggio a continuare a sottolineare l'importanza di tale Sacramento.

7. Cari Fratelli Vescovi, mentre ritornate alle vostre rispettive Diocesi, è mia speranza che portiate con voi un rinnovato senso delle vostre responsabilità pastorali. Prego affinché siate colmati dello stesso zelo dei primi discepoli, ai quali Cristo, ascendendo, ha lasciato la missione: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che io ho comandato" (Mt 28,19-20).

All'intercessione di Maria, donna dell'Eucaristia, affido le sofferenze e le gioie delle vostre Chiese locali e dell'intera comunità cattolica nel vostro Paese. A tutti voi e al clero, ai religiosi e ai laici delle vostre Diocesi imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica.


GP2 Discorsi 2003 198