Udienze generali 1990 - Mercoledì, 5 dicembre 1990

Mercoledì, 5 dicembre 1990




1. Se lo Spirito Santo è l’anima della Chiesa, secondo la tradizione cristiana fondata sull’insegnamento di Cristo e degli apostoli, come abbiamo visto nella precedente catechesi, dobbiamo subito aggiungere che san Paolo, nello stabilire la sua analogia della Chiesa col corpo umano, ci tiene a sottolineare che “noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo . . . e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito” (1Co 12,13). Se la Chiesa è come un corpo, e lo Spirito Santo è come la sua anima, cioè il principio della sua vita divina; se lo Spirito, d’altra parte, diede inizio, il giorno di Pentecoste, alla Chiesa scendendo sulla primitiva comunità in Gerusalemme (cf. At Ac 1,13), egli non può non essere, da quel giorno e per tutte le sempre nuove generazioni che si inseriscono nella Chiesa, il principio, la fonte dell’unità, come lo è l’anima nel corpo umano.

2. Diciamo subito che secondo i testi del Vangelo e di san Paolo si tratta dell’unità nella molteplicità. Lo esprime chiaramente l’apostolo nella Prima Lettera ai Corinzi: “Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra, e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo” (1Co 12,12).

Posta questa premessa di ordine ontologico sull’unità del “Corpus Christi”, si spiega l’esortazione che troviamo nella Lettera agli Efesini (4, 3): “Cercate di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace”. Come si vede, non si tratta di un’unità meccanica, e nemmeno solo organica (come quella di ogni essere vivente), ma di una unità spirituale che comporta un impegno etico. Secondo Paolo, infatti, la pace è frutto della riconciliazione mediante la croce di Cristo, “per mezzo del quale possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito” (Ep 2,18). “Gli uni e gli altri”: è un’espressione che in questo testo si riferisce ai convertiti dal giudaismo e dal paganesimo, dei quali l’apostolo sostiene e descrive a lungo la riconciliazione con Dio che di tutti fa un popolo solo, un solo corpo, in un solo Spirito. Ma il discorso vale per tutti i popoli, le nazioni, le culture, da cui provengono i credenti in Cristo. Di tutti si può ripetere con san Paolo ciò che si legge nel seguito del testo: “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio Santo del Signore; in lui anche voi (convertiti dal paganesimo) insieme con gli altri (provenienti dal giudaismo) venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito” (Ep 2,19-22).

3. “In lui (Cristo) ogni costruzione cresce”. Vi è dunque un dinamismo nell’unità della Chiesa, che tende alla partecipazione sempre più piena dell’unità trinitaria di Dio stesso. L’unità di comunione ecclesiale è una somiglianza della comunione trinitaria, vertice di altezza infinita, a cui mirare in ogni tempo. È il saluto e l’augurio che nella liturgia rinnovata dopo il Concilio viene rivolto ai fedeli all’inizio della Messa, con le stesse parole di Paolo: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti voi” (2Co 13,13). Esse racchiudono la verità dell’unità nello Spirito Santo come unità della Chiesa, che sant’Agostino commentava così: “La comunione dell’unità della Chiesa . . . è quasi un’opera propria dello Spirito Santo con la compartecipazione del Padre e del Figlio, poiché lo Spirito stesso è in un certo modo la comunione del Padre e del Figlio . . . Il Padre e il Figlio possiedono in comune lo Spirito Santo, perché è lo Spirito di entrambi” (Sermo 71, 20. 33: PL 38, 463-464).

4. È un cardine dell’ecclesiologia questo concetto dell’unità trinitaria nello Spirito Santo, come fonte dell’unità della Chiesa in forma di “comunione”, come ripetutamente afferma il Concilio Vaticano II. Citiamo qui le parole conclusive del paragrafo 4 della costituzione Lumen gentium, dedicato allo Spirito santificatore della Chiesa, dove viene riproposto un famoso testo di san Cipriano di Cartagine (De oratione dominica, 23: PL 4, 536): “Così la Chiesa universale si presenta come “un popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”” (Lumen gentium LG 4).

5. Occorre far notare che la “communio” ecclesiale si manifesta nella prontezza e nella costanza della permanenza nell’unità, secondo la raccomandazione di Paolo che abbiamo ascoltato, indipendentemente dalla molteplice pluralità e differenza tra persone, gruppi etnici, nazioni, culture. Lo Spirito Santo, fonte di questa unità, insegna la reciproca comprensione e indulgenza (o almeno la tolleranza), mostrando a tutti la ricchezza spirituale di ognuno; insegna la reciproca elargizione dei rispettivi doni spirituali, il cui fine è di unire gli uomini, e non di dividerli tra di loro. Come dice l’apostolo: “Un solo corpo, un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo” (Ep 4,4-5). Sul piano spirituale ed etico, ma con profondi riflessi su quello psicologico e su quello sociale, la forza che unisce è soprattutto l’amore condiviso e praticato secondo il comandamento di Cristo: “Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato” (Jn 13,34 Jn 15,12). Secondo san Paolo, quest’amore è il dono supremo dello Spirito Santo.

6. Purtroppo questa unità dello e nello Spirito Santo, che è propria del corpo di Cristo, viene osteggiata dal peccato. È successo così che, nel volgere dei secoli, i cristiani hanno sperimentato non poche divisioni, alcune delle quali molto grandi e stabilizzate. Tali divisioni si spiegano - ma non si giustificano - con le debolezze e limitazioni insite nella natura umana ferita, quale permane e si manifesta anche nei membri della Chiesa e negli stessi suoi capi. Ma dobbiamo altresì proclamare la nostra convinzione, fondata su una certezza di fede e sull’esperienza della storia, che lo Spirito Santo lavora instancabilmente all’edificazione dell’unità e della comunione, nonostante la debolezza umana. È la convinzione espressa dal Concilio Vaticano II nel decreto Unitatis redintegratio sull’ecumenismo, quando riconosce che “oggi, per impulso della grazia dello Spirito Santo, in più parti del mondo con la preghiera, la parola e l’opera si fanno molti sforzi per avvicinarsi a quella pienezza di unità, che Gesù Cristo vuole” (Unitatis redintegratio UR 4). “Unum corpus, unus Spiritus”. Il tendere sinceramente a questa unità nel corpo di Cristo deriva dallo Spirito Santo e soltanto per opera sua può portare alla piena attuazione dell’ideale dell’unità.

7. Ma nella Chiesa lo Spirito Santo, oltre l’unità dei cristiani, opera l’universale apertura verso l’intera famiglia umana, ed è fonte della comunione universale. Sul piano religioso deriva da questa fonte eccelsa e profonda l’attività missionaria della Chiesa, dai tempi degli apostoli fino ai nostri tempi. La tradizione dei Padri ci attesta che fin dai primi secoli la missione venne svolta con attenzione e comprensione per quei “semi del Verbo” (“semina Verbi”) contenuti nelle diverse culture e religioni non cristiane, alle quali l’ultimo Concilio ha dedicato un apposito documento (Nostra aetate ). E questo perché lo Spirito che “soffia dove vuole”(cf. Gv Jn 3,8) è fonte di ispirazione per tutto ciò che è vero, buono e bello, secondo la magnifica sentenza di un ignoto autore dei tempi di Papa Damaso (366-384), che afferma: “Ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo” (cf. PL 191, 1651). San Tommaso, che ama ripetere più volte nelle sue opere questo bel testo, così lo commenta nella Somma: “Qualunque verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo che infonde la luce naturale (dell’intelligenza) e muove a intendere e ad esprimere la verità”. Lo Spirito poi - prosegue l’Aquinate - interviene col dono della grazia, aggiunto alla natura, quando si tratta di “conoscere e di esprimere certe verità, e specialmente le verità di fede, alle quali si riferisce l’apostolo quando afferma che “nessuno può dire Signore Gesù se non nello Spirito Santo” (1Co 12,3)” (Summa theologiae, I-II, q. 109, a. 1, ad 1). Discernere e far emergere in tutta la loro ricchezza verità e valori presenti nel tessuto delle culture è un compito fondamentale dell’azione missionaria, alimentata nella Chiesa dallo Spirito di Verità, che come Amore porta alla conoscenza più perfetta nella carità.

8. È lo Spirito Santo che effonde nella Chiesa se stesso come Amore, energia salvifica, che tende a raggiungere tutti gli uomini, tutto il creato. Questa energia d’amore finisce col vincere le resistenze, anche se, come sappiamo dall’esperienza e dalla storia, deve continuamente lottare con il peccato e con tutto ciò che nell’essere umano è contrario all’amore, cioè l’egoismo, l’odio, l’emulazione invidiosa e distruttiva. Ma l’apostolo ci assicura che “l’amore edifica” (1Co 8,1). Dipenderà dall’amore anche la costruzione della sempre nuova e sempre antica unità.

Ad un folto gruppo di pellegrini francesi


Ai fedeli di lingua inglese

A due gruppi musicali giapponesi

Sia lodato Gesù Cristo!

Saluto voi, componenti del gruppo “Tenrikyo” e del gruppo “Koto” e vi ringrazio per la vostra visita annuale qui in Vaticano. Un ringraziamento particolare per la bella esibizione con l’arpa giapponese, il “Koto”. La buona musica rasserena il cuore e infonde pensieri di pace. Voi considerate il vostro strumento musicale come un simbolo di unità. Vi auguro, perciò, carissimi, di far crescere, mediante i vostri concerti, sentimenti di unità e di pace in mezzo alla gente.

Con questo augurio vi benedico di cuore.

Sia lodato Gesù Cristo!

Ad un folto pellegrinaggio della diocesi tedesca di Bozen-Brixen

Ai fedeli di espressione linguistica spagnola


Ai fedeli provenienti da Paesi di lingua portoghese

Ai connazionali polacchi


Ai diversi gruppi provenienti da diocesi e parrocchie italiane

Saluto ora i pellegrini di lingua italiana, venuti da varie regioni della Penisola.

Il mio pensiero va anzitutto ai gruppi del Volontariato Vincenziano della Puglia, presenti con il loro Assistente Regionale. Carissimi, abbiate sempre gli occhi aperti sulle situazioni di povertà tipiche del nostro tempo: esse esigono spesso dedizione pronta, generosa, urgente. Un cordiale saluto poi va ai numerosi giovani dell’Istituto Nazareno, ai loro educatori e familiari, agli ex alunni. Esprimo il mio compiacimento per la bella iniziativa di premiare ogni anno i più significativi gesti di bontà compiuti dai giovani.

Mi è gradito poi salutare gli aderenti al “Lions Clubs” del distretto di Bari ed incoraggiare le numerose iniziative sociali e culturali che essi promuovono in collaborazione con la Chiesa locale.

Sono presenti pure numerosi aderenti alla Federazione italiana braccianti, impiegati e tecnici agricoli, che celebrano il XL anniversario di fondazione del loro sodalizio. Il mio augurio sincero a tutti voi, cari lavoratori, che promuovete ogni forma di partecipazione e di solidarietà, consapevoli che l’aggiornamento dell’agricoltura è una garanzia per risolvere i problemi della fame delle popolazioni più povere.

Saluto, infine, i fedeli della parrocchia di San Tommaso Apostolo in Castelfusano e l’Associazione dei donatori volontari di sangue di Piansano, in diocesi di Viterbo.

Ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli

Con il pensiero rivolto alla vicina solennità dell’Immacolata, porgo, oggi, il saluto ai giovani, ai malati, agli sposi novelli, presenti a questa Udienza. La Madre del Cristo, preservata dalla colpa di origine in vista dei meriti del Redentore, è venerata dalla Chiesa come il modello dei credenti, chiamati ad essere santi ed immacolati al cospetto di Dio nella carità (cf. Ef Ep 1,4). Maria, la piena di grazia, ci precede così e ci accompagna nel cammino della nostra perfezione cristiana.

Questa riflessione sia di stimolo per voi, carissimi giovani, che vi preparate alla vita e alle future responsabilità, ispirandovi agli ideali della fede; doni coraggio, speranza, conforto a voi, cari ammalati, e vi faccia accettare la sofferenza come espressione redentrice; susciti in voi, sposi novelli, desideri di santità nel formare la vostra famiglia, secondo il modello della Casa di Nazaret. A tutti la mia Benedizione Apostolica.




Mercoledì, 12 dicembre 1990




1. Il Concilio Vaticano II ha messo in risalto lo stretto rapporto che vi è nella Chiesa tra il dono dello Spirito Santo e la vocazione e aspirazione dei fedeli alla santità: “Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato “il solo Santo”, amò la Chiesa come sua sposa e diede se stesso per lei, al fine di santificarla (cf. Ef Ep 5,25-26), e la congiunse a sé come suo corpo, e l’ha riempita del dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio. Perciò tutti nella Chiesa . . . sono chiamati alla santità . . . Questa santità della Chiesa costantemente si manifesta e si deve manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei fedeli; si esprime in varie forme presso i singoli, i quali nel loro grado di vita tendono alla perfezione della carità e edificano gli altri (Lumen gentium LG 39). È un altro fondamentale aspetto dell’azione dello Spirito Santo nella Chiesa: essere fonte di santità.

2. La santità della Chiesa, come risulta dal testo del Concilio appena riferito, ha il suo inizio in Gesù Cristo, Figlio di Dio che si è fatto uomo per opera dello Spirito Santo e nacque dalla Vergine santissima Maria. La santità di Gesù nel suo stesso concepimento e nella sua nascita per opera dello Spirito Santo è in profonda comunione con la santità di colei che Dio ha scelto come sua Madre. Come nota ancora il Concilio, “presso i santi Padri invalse l’uso di chiamare la Madre di Dio la tutta santa e immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa nuova creatura” (Lumen gentium LG 56). È la prima e più alta realizzazione di santità nella Chiesa, per opera dello Spirito Santo che è Santo e Santificatore. La santità di Maria è tutta ordinata alla santità suprema dell’umanità di Cristo, che lo Spirito Santo consacra e ricolma di grazia dagli inizi terreni alla conclusione gloriosa della sua vita, quando Gesù si manifesta “costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti” (Rm 1,4).

3. Questa santità ecclesiale, nel giorno della Pentecoste, rifulge non solo in Maria, ma anche negli apostoli e nei discepoli, che con lei “furono tutti pieni di Spirito Santo” (Ac 2,4). Da allora sino alla fine dei tempi questa santità, la cui pienezza è sempre Cristo, dal quale riceviamo ogni grazia (cf. Gv Jn 1,16), viene concessa a tutti coloro che tramite l’insegnamento degli apostoli si aprono all’azione dello Spirito Santo, come chiedeva l’apostolo Pietro nel discorso della Pentecoste: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; e riceverete il dono dello Spirito Santo” (Ac 2,38).

In quel giorno ha inizio la storia della santità cristiana, alla quale sono chiamati sia gli israeliti che i pagani, che, come scrive san Paolo, “per mezzo di Cristo possono presentarsi, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito” (Ep 2,18). Tutti sono chiamati a diventare, secondo il testo già riferito nella precedente catechesi, “concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo del Signore . . . per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito” (Ep 2,19-22). Questo concetto del tempio è caro all’apostolo, che in un altro testo chiede: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi?”. E ancora: “Il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo” (1Co 3,16 1Co 3,19).

È chiaro che nel contesto delle lettere ai Corinzi e agli Efesini il tempio non è soltanto uno spazio architettonico. È l’immagine rappresentativa della santità operata dallo Spirito Santo negli uomini viventi in Cristo, uniti nella Chiesa. E la Chiesa è lo “spazio” di questa santità.

4. Anche l’apostolo Pietro parla lo stesso linguaggio e ci dà lo stesso insegnamento. Infatti, rivolgendosi ai “fedeli dispersi” (tra i pagani), egli ricorda loro che sono stati “eletti secondo la prescienza di Dio Padre, mediante la santificazione dello Spirito, per obbedire a Gesù Cristo e per essere aspersi dal suo sangue”. In virtù di questa santificazione nello Spirito Santo tutti vengono “impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo” (1P 1,1-2 1P 2,5).

È significativo questo legame particolare stabilito dall’apostolo tra la santificazione e l’offerta di “sacrifici spirituali”, che in realtà è partecipazione al sacrificio stesso di Cristo, e al suo sacerdozio. È uno dei temi fondamentali della Lettera agli Ebrei. Ma anche nella Lettera ai Romani (Rm 15,16) l’apostolo Paolo parla dell’“oblazione gradita a Dio, santificata dallo Spirito Santo”, la quale oblazione diventano gli uomini (pagani) per mezzo del Vangelo. E nella seconda Lettera ai Tessalonicesi (2, 13) esorta a rendere grazie a Dio perché “ci ha scelti come primizia per la salvezza, attraverso l’opera santificatrice dello Spirito e la fede nella verità”: tutti segni della coscienza, comune ai cristiani dei primi tempi, dell’opera dello Spirito Santo come autore della santità in loro e nella Chiesa, e quindi della qualità di tempio di Dio e dello Spirito che era stata loro concessa.

5. San Paolo insiste nel ribadire che lo Spirito Santo opera la santificazione umana e forma la comunione ecclesiale dei credenti, partecipi della sua stessa santità. Infatti gli uomini, “lavati, santificati e giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo”, diventano santi “nello Spirito del nostro Dio”. “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” (1Co 6,11 1Co 6,17). E questa santità diventa il vero culto del Dio vivo: il “culto nello Spirito di Dio” (Ph 3,3).

Questa dottrina di Paolo va messa in relazione con le parole di Cristo riportate nel Vangelo di Giovanni, sui “veri adoratori”, che “adorano il Padre in spirito e verità . . . Il Padre vuole avere tali adoratori” (Jn 4,23-24). Questo culto “in spirito e verità” ha in Cristo la radice da cui si sviluppa tutta la pianta, da lui vivificata mediante lo Spirito, come dirà Gesù stesso nel cenacolo: “Egli (lo Spirito Santo) mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Jn 16,14). Tutto l’“opus laudis” nello Spirito Santo è il “vero culto” reso al Padre dal Figlio-Verbo incarnato, e partecipato ai credenti dallo Spirito Santo. È dunque anche la glorificazione del Figlio stesso nel Padre.

6. La partecipazione dello Spirito Santo ai credenti e alla Chiesa avviene anche sotto tutti gli altri aspetti della santificazione: la purificazione dal peccato (cf. 1P 4,8), l’illuminazione dell’intelletto (Jn 14,26 1Jn 2,27), l’osservanza dei comandamenti (Jn 14,23), la perseveranza nel cammino verso la vita eterna (Ep 1,13-14 Rm 8,14-16), l’ascolto di ciò che lo Spirito stesso “dice alle Chiese” (Ap 2,7). Nella considerazione di quest’opera di santificazione, san Tommaso d’Aquino, nella catechesi sul Simbolo degli apostoli, trova agevole il passaggio dall’articolo sullo Spirito Santo a quello sulla “santa Chiesa cattolica”. Scrive infatti: “Come vediamo che in un uomo c’è un’anima e un corpo, e tuttavia ci sono diverse membra, così la Chiesa cattolica è un solo corpo con diversi membri. L’anima che vivifica questo corpo è lo Spirito Santo. E dunque, dopo la fede nello Spirito Santo, ci è comandato di credere la santa Chiesa cattolica, come diciamo nel Simbolo. Ora la Chiesa significa congregazione: e dunque la Chiesa è la congregazione dei fedeli, e ogni cristiano è come un membro della Chiesa, che è santa . . . per il lavacro nel Sangue di Cristo, per l’unzione con la grazia dello Spirito Santo, per l’inabitazione della Trinità, per l’invocazione del nome di Dio nel tempio dell’anima, che non bisogna più violare” (S. Tommaso, In Symb. Apost., a. 9) E, dopo aver illustrato le note della Chiesa, l’Aquinate passa all’articolo sulla comunione dei santi: “Come nel corpo naturale l’operazione di ciascun membro confluisce nel bene di tutto il corpo, così avviene nel corpo spirituale, cioè la Chiesa. Poiché tutti i fedeli sono un solo corpo, il bene di ognuno viene comunicato all’altro: secondo la fede degli apostoli vi è dunque nella Chiesa la comunione dei beni, in Cristo che, come capo, comunica il suo bene a tutti i cristiani, come a membri del suo corpo” (san Tommaso, In Symb. Apost., a. 10).

7. La logica di questo discorso è fondata sul fatto che la santità, di cui è fonte lo Spirito Santo, deve accompagnare la Chiesa e i suoi membri durante tutta la peregrinazione fino alle dimore eterne. Per questo nel Simbolo sono collegati tra loro gli articoli sullo Spirito Santo, la Chiesa e la comunione dei santi: “Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi”. Il perfezionamento di questa unione - comunione dei santi - sarà il frutto escatologico della santità che sulla terra viene concessa dallo Spirito Santo alla Chiesa nei suoi figli, in ogni persona, in ogni generazione, lungo tutta la storia. E anche se in questa peregrinazione terrena i figli della Chiesa più volte “rattristano lo Spirito Santo”, la fede ci dice che essi, “segnati” con questo Spirito “per il giorno della redenzione” (Ep 4,30), possono - nonostante le loro debolezze e i loro peccati - avanzare lungo le vie della santità, sino alla conclusione del cammino. Le vie sono molteplici, e grande è anche la varietà dei santi nella Chiesa. “Una stella differisce dall’altra nello splendore” (1Co 15,41). Ma “vi è un solo Spirito”, che col suo proprio modo e stile divino realizza in ciascuno la santità. Perciò possiamo accogliere con fede e speranza l’esortazione dell’apostolo Paolo: “Fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore” (1Co 15,58).

Ai pellegrini di lingua francese

Ai fedeli di espressione inglese

Ai gruppi di lingua tedesca

Ai pellegrini di espressione spagnola

Ai fedeli di lingua portoghese

Ad un gruppo di pellegrini giapponesi

Al dilettissimo popolo giapponese,

In occasione del Natale e del Capodanno - ricorrenze particolarmente care a voi giapponesi - tramite la televisione auguro di cuore serena prosperità e pace, e soprattutto una grande felicità spirituale.

Buon Natale e Capodanno!

Ai suoi connazionali polacchi


Ai gruppi di fedeli di espressione italiana

Saluto con affetto i vari gruppi di lingua italiana. In particolare mi rivolgo al folto gruppo delle Focolarine, provenienti da diversi continenti, le quali hanno preso parte al loro ritiro annuale sul tema “Lo Spirito Santo, doni ed effetti della sua presenza fra noi”. Auguro di cuore che questo incontro spirituale serva a rinvigorire il vostro impegno di unità nella Chiesa e a rendere sempre più operante la carità che vi anima.

Ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli

Ed ora rivolgo uno speciale saluto ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Questo tempo di Avvento, a mano a mano che ci avvicina alla celebrazione del Natale, ci dispone ad aprire lo spirito alla luce del Mistero di Betlemme. L’attesa del Salvatore spinga voi, giovani, ad essere sempre più decisi e generosi nel corrispondere a tutte le esigenze della vocazione cristiana; incoraggi voi, ammalati, oggi così numerosi per la presenza del gruppo dell’Associazione AMAMI di Napoli e di quello del Centro Diurno Handicappati di Frosinone; carissimi, fidatevi del provvidenziale piano divino che vi domanda partecipazione ed abbandono nei confronti della sua volontà. Il mistero del Natale sia di stimolo per voi, sposi novelli, perché facciate della vostra famiglia il tempio dell’accoglienza e del rispetto della vita. Contemplando con Maria il mistero di Dio che si fa Uomo, camminiamo verso il Signore che viene a salvarci. Sia per tutti di conforto la mia speciale Benedizione.




Mercoledì, 19 dicembre 1990




“E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio dicendo: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama!” (Lc 2,13-14).

1. Carissimi fratelli e sorelle, questa udienza generale si svolge durante la novena in preparazione al Natale, cioè in preparazione alla commemorazione liturgica della nascita di Gesù, il Messia preannunziato dai profeti e atteso dal popolo d’Israele. Ogni anno risuona nei nostri animi il cantico gioioso degli angeli, che annunziano ai pastori lo strepitoso avvenimento, invitandoli a recarsi a Betlemme per vedere il Salvatore, il Cristo Signore, avvolto in fasce e giacente in una mangiatoia (cf. Lc Lc 2,11).

Anche noi ci muoviamo spiritualmente verso Betlemme, camminiamo ansiosi e commossi verso il povero presepe, dove Maria santissima ha deposto il neonato Bambino “perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2,7).

Il Natale è una Festa universale; anche chi non crede percepisce in questa ricorrenza qualcosa di diverso e di trascendente. Il cristiano, però, sa che essa celebra l’avvenimento centrale della storia umana: l’incarnazione del Verbo divino per la redenzione dell’umanità.

L’autore della Lettera agli Ebrei, scrivendo in un tempo ancora relativamente vicino a tale fatto unico e straordinario, annotava (He 1,1-3): “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questo Figlio . . . è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola . . .”.

Noi sappiamo che quel Bambino umile e povero, nascosto e inerme, è Dio stesso, fattosi uomo per noi. Egli è la luce degli uomini, che splende nelle tenebre, la vita spirituale, che vivifica l’anima e la verità che proietta il suo chiarore sul senso ultimo dell’esistenza. Afferma l’apostolo Giovanni: “La grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo . . . Dio nessuno l’ha mai visto; proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Jn 1,17-18).

2. Dobbiamo meditare attentamente sul perché Gesù si è incarnato: è importante che ciò sia sempre presente al nostro spirito se vogliamo che il Natale non si riduca a festa solamente sentimentale o consumistica, ricca di regali e di auguri, ma povera di autentica fede cristiana. Il Natale, infatti, ci fa riflettere, da una parte, sulla drammaticità della storia umana, nella quale gli uomini, feriti dal peccato, sono perennemente alla ricerca di verità, di perdono, di misericordia, di redenzione, e, dall’altra, sulla bontà di Dio, che è venuto incontro all’uomo per comunicargli direttamente la Verità che salva e per renderlo partecipe della sua amicizia e della sua vita.

Il Natale è la festa dell’Amore divino: per amore egli ci ha creati, per amore ci ha redenti in Cristo e ci attende nel suo regno. San Bernardo, il grande dottore della Chiesa - di cui quest’anno abbiamo celebrato il IX centenario della morte - nel sermone terzo sull’Avvento afferma: “Cristo venne non solo tra noi ma per noi . . . A ben considerare siamo miserabilmente oppressi da tre infermità: siamo facili alle seduzioni, deboli nell’azione, fragili nella resistenza. Se vogliamo discernere il bene dal male, ci inganniamo; se tentiamo di fare il bene, ci manca la forza; se ci sforziamo di resistere al male, siamo abbattuti e vinti. Necessaria quindi la venuta del Salvatore e necessaria la presenza di Cristo tra gli uomini così oppressi. Oh, venga e abitando in noi, con la grazia della fede illumini la nostra cecità; rimanendo con noi, soccorra la nostra debolezza; elevandosi a nostra difesa, protegga la nostra fragilità e combatta per noi”.

Il Natale deve anche ravvivare nei credenti il desiderio di portare a tutta l’umanità la luce di Cristo. Pur riconoscendo quanto c’è di vero e di buono nelle altre tradizioni religiose, il cristiano sa che Gesù solo, il Divin Salvatore nato a Betlemme, è via, verità e vita. Il Natale diventa, perciò, festa di grande responsabilità: adorando Gesù Bambino nella mangiatoia di Betlemme, ciascuno comprende di avere un proprio ruolo da svolgere nell’annuncio della buona novella. Nascendo nell’umiltà e nella povertà, Dio ha, per così dire, limitato la sua onnipotenza per render noi suoi potenti strumenti nel disegno provvidenziale della salvezza!

3. Prepariamoci, pertanto, al Natale con profonda serietà e devozione, coscienti che il ricordo liturgico della natività del Redentore deve rendere la vita cristiana sempre più credibile e convincente. Gesù, nato povero e lontano dalla casa di Nazaret, ha voluto intorno a sé persone semplici e umili, come Maria e Giuseppe, i pastori, i magi. Ci insegna così, che per Dio i veri valori stanno nell’umiltà, nel nascondimento, nell’accettazione serena e lieta della sua volontà, nella carità pronta a chinarsi sulle tante necessità e sui tanti bisogni del fratello. Il Natale, festa dell’Amore di Dio verso gli uomini, diventa in tal modo, anche la festa della nostra carità verso i fratelli.

Mentre porgo a tutti voi i più sentiti auguri di Buon Natale, auspico di cuore che possiate essere testimoni e messaggeri di questa carità. Portate serenità e calore nelle vostre case, nelle vostre parrocchie, dovunque si svolge la vostra vita.

Maria santissima, tabernacolo del Verbo incarnato, vi accompagni in questa novena così che possiate celebrare santamente il Natale, nella gioia della fede e nell’impegno della carità!

Ai fedeli di lingua francese

Ai presenti di espressione inglese


Ai pellegrini di lingua tedesca

Ai pellegrini del Giappone

Al dilettissimo popolo giapponese.

In occasione del Natale e del Capodanno - ricorrenze particolarmente care a voi giapponesi - tramite la televisione auguro di cuore serena prosperità e pace, e soprattutto una grande felicità spirituale.

Buon Natale e Capodanno!

Ai pellegrini di lingua spagnola



Ai fedeli di lingua portoghese

Ai fedeli venuti dalla Polonia


Ai pellegrini venuti da diverse parti d’Italia

Saluto ora i pellegrini di lingua italiana, ed in primo luogo le aderenti al Movimento Italiano delle Casalinghe. Auspico che tale movimento, che si preoccupa della promozione spirituale e sociale della donna, trovi risposte giuste circa l’interrogativo sulla sua dignità umana e sul ruolo che essa è chiamata a svolgere nella famiglia e nella società.

Il mio pensiero va poi ai membri della Società Operaia di Mutuo Soccorso della città di Anagni, che celebrano il 120° anno di fondazione del loro sodalizio. Mi compiaccio per tutto quello che tale Associazione ha operato nella difesa dei diritti dei lavoratori. Vi esorto a proseguire nell’importante opera di formazione allo spirito di solidarietà, secondo gli insegnamenti sociali della Chiesa.

Un particolare saluto va pure alle persone anziane della casa di riposo “Villa Santa Teresa” di Bagno a Ripoli.

Ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli
Nel clima di attesa, che la Novena in preparazione al Santo Natale rende più intensa e lieta, porgo il mio saluto ai giovani, ai malati ed alle coppie degli sposi novelli. Per ciascuno di voi, carissimi, chiedo al Signore Gesù di ricolmarvi della sua grazia: faccia crescere sino a piena maturità voi giovani, che vi preparate alla vita e alla testimonianza cristiana; conforti le sofferenze di voi ammalati, perché sappiate comprendere sempre meglio il valore salvifico del dolore, accettato per amore ed offerto per la salvezza del mondo; e, infine, corrobori i propositi e i progetti di voi sposi, che avete dato inizio ad un nuovo focolare. Auguro che tutti voi, che prendete parte a questa Udienza, possiate gioire della luce e della pace che provengono dall’Avvento del Salvatore divino. A tutti la mia Benedizione Apostolica e l’augurio di un felice Natale, nella grazia del Signore.















Udienze generali 1990 - Mercoledì, 5 dicembre 1990