GPII 1982 Insegnamenti - La partenza da - Fatima (Portogallo)

La partenza da - Fatima (Portogallo)

Titolo: Rimaniamo uniti nell'amore di Cristo

Testo:

Cari fratelli e sorelle.

E' arrivato per me il momento di lasciare Fatima, per continuare il mio viaggio apostolico, la mia missione pastorale nella vostra patria.

Sono venuto per un "Magnificat" con voi, protratto nel corso di tutti gli atti e cerimonie di questo pellegrinaggio; è stata la Madonna a presiedere; io, come suo figlio, fratello tra fratelli, ho partecipato per confermare la mia fraternità nella fede e, come successore dell'apostolo san Pietro, per essere araldo e portavoce della Madre di Dio e nostra Madre, proclamando la misericordia dell'Altissimo, il mistero del rapporto della giustizia con l'amore divino, manifestato in Gesù Cristo, morto e risorto (cfr. DM 5).

Ho iniziato il pellegrinaggio con il cantico della misericordia di Dio nel cuore; e, alla partenza, desidero dirvi che la mia anima continua a vibrare di questo cantico; e "cantero senza fine le grazie del Signore" (Ps 89 [88],2) nel coro dell'attuale generazione della Chiesa, che ha come prima solista la Madre della divina misericordia. Con il sacrificio del proprio cuore, soprattutto ai piedi della Croce, Ella ebbe una singolare partecipazione nella rivelazione della misericordia: desidera condurci sempre, attraverso i cammini della misericordia, alla speranza; a "Gesù Cristo, nostra speranza" (1Tm 1,1).

Veniamo qui a pregare, in atteggiamento di amore grato al "Signore che è misericordioso e ricco di compassione" (Jc 5,11). Sentendo quanto abbiamo bisogno, personalmente, di continuare ad appellarci alla misericordia divina, imploriamo: "Rimetti a noi, Signore, i nostri debiti" (cfr. Mt 6,12); e sentendo profondamente quanto gli uomini della nostra epoca lo offendano e lo rifiutino, preghiamo, con Cristo in Croce: "Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34).

Ma preghiamo anche, mossi da un impulso d'amore per tutti gli uomini, nostri fratelli, senza eccezione, augurando il vero bene a ognuno di loro: fanciulli, giovani, adulti, padri di famiglia, anziani e malati, in qualunque latitudine della terra essi si trovino. E vorremmo che essi lo sapessero. Si, desidereremmo che l'intera famiglia umana conoscesse il "dono di Dio" (cfr. Jn 4,10), in Gesù Cristo, il dono dell'amore e della misericordia, e si sentisse spinta a coltivare la misericordia, inderogabile cammino della pace, ad ascoltare la Parola, che continua ad echeggiare in questa montagna di Fatima, proveniente dalla montagna della Galilea: "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia" (Mt 5,7).

Vivrà "sempre nella mia anima", potete starne certi, "questo grido immortale - o Fatima addio", dopo avere elevato da qui, uniti, le nostre suppliche, guidati dalla fede, dalla speranza e dalla carità. E' giunta l'ora della separazione. Ma io credo che continueremo ad essere molto uniti nell'amore di Cristo, separandoci con la gioia di aver compiuto un imperativo di questo amore, con la nostra "penitenza e preghiera".

Sono profondamente grato a tutti voi, che vi siete impegnati e avete lavorato con solerzia ed entusiasmo, qui a Fatima, per organizzare nei minimi particolari questo pellegrinaggio. Avete fatto tutto, certamente, per glorificare Dio e per devozione alla Madonna; ma avrà senz'altro influito anche l'amore al Papa: Grazie a tutti! E affinché si conservi e si rinnovi sempre la gioia di questo incontro, al dirvi "addio", "fino a quando Dio vorrà", vi do, insieme alla mia benedizione, questo ricordo di congedo dalla Madre: "Fate tutto ciò che lui - Cristo - vi dirà!". Non dimenticatevene! Vi benedica Dio Onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo! Pregate per il Papa! Addio! Arrivederci alla prossima volta!




1982-05-13 Data estesa: Giovedi 13 Maggio 1982




L'incontro con il Corpo Diplomatico - Lisbona Portogallo)

Titolo: Preparate vie sempre più umane per risolvere le controversie internazionali

Testo:

Eccellenze, Signore e Signori.


1. Sono venuto nel caro Portogallo anzitutto per compiere un pellegrinaggio a nostra Signora di Fatima, e nello stesso tempo per una visita pastorale ai figli di questo Paese che professano quasi all'unanimità la fede cattolica, e per un incontro con i loro governanti che hanno avuto, anch'essi, l'amabilità di invitarmi e di accogliermi cordialmente.

Ho desiderato fermarmi almeno in alcune grandi città e stabilire un dialogo con i diversi ambienti. Ma era mio desiderio inoltre riservare un momento ai diplomatici stranieri accreditati dai loro Governi presso il Portogallo, avendo viva coscienza dell'importanza della vostra missione per la pace, la sicurezza e i rapporti fraterni fra i popoli.

Sono felice di salutare, attraverso di voi, ognuno dei Paesi che voi rappresentate; ho avuto la gioia di visitarne già un certo numero, grazie al cortese invito delle autorità civili e degli episcopati locali, e conservo il ricordo della simpatica accoglienza dei vostri compatrioti. D'altra parte molti di voi hanno colleghi del loro Paese che assicurano una presenza diplomatica presso la Santa Sede. Mi è sempre gradito e utile incontrarli e confidare loro le preoccupazioni della Chiesa cattolica, specialmente riguardo alla pace internazionale. Mi permetto di parlarne anche con voi.


2. Osservo anzitutto che voi siete in missione in un Paese che offre al vostro sguardo e al vostro cuore aspetti molto interessanti e suscettibili di arricchire la vostra esperienza. Il Portogallo ha una storia radicata in un'antica civiltà, che si è propagata nell'area dei paesi latini e quindi impregnata di valori cristiani. Ma essa si è allo stesso modo aperta agli orizzonti più lontani e più diversi degli altri continenti. Così la nazione lusitana ha segnato con la sua impronta vaste regioni dell'America del Sud, dell'Africa e anche dell'Asia. Anche se ora il Portogallo sottolinea specialmente il suo inserimento europeo, in sempre più stretta unione con i Paesi di questo continente di cui condivide l'unità spirituale e la vita economica, la sua cultura e la sua lingua, largamente diffuse, restano una chiave per capire bene la storia e molti degli aspetti attuali di quei grandi popoli, che, al di là dei mari, hanno ormai preso in mano il proprio destino. Penso pure ai Paesi più vicini che accolgono oggigiorno tanti lavoratori emigrati portoghesi. Auspico che il tempo della vostra missione a Lisbona vi dia la possibilità di familiarizzare non solo con le realtà politiche, sociali ed economiche di questo Paese, ma anche con tutte le ricchezze culturali espresse da questo dinamico popolo. Possa la vostra simpatia rivolgersi anche a tutti coloro che hanno beneficiato nel mondo della cultura portoghese!


3. Siete voi che, a nome dei vostri governi, rappresentate presso il Portogallo le vostre rispettive patrie con i loro diversi interessi. La via diplomatica che è vostro campo, presuppone un profondo spirito di osservazione e di ascolto e l'arte di negoziare per promuovere la comprensione, l'intesa e la collaborazione attraverso mezzi ragionevoli. Sono dunque i propri Paesi che i diplomatici sono chiamati a servire, ma anche - e io lo auguro con tutto il cuore - il bene di tutti i popoli, cioè condizioni che garantiscano a tutti la sicurezza e il progresso. Ogni Paese, infatti, ne è responsabile per la sua parte, per il giusto motivo che gli elementi che regolano la vita pacifica internazionale sono sempre meno dissociabili. Questo fatto presuppone un certo numero di convinzioni delle quali ho spesso parlato davanti ai Corpi diplomatici o ai responsabili della comunità internazionale e che mi permetto di ricordare, oggi, davanti a voi.


4. C'è anzitutto l'accesso normale dei popoli all'indipendenza politica, che dà ai loro rappresentanti la possibilità di gestire liberamente le questioni del loro Paese, nell'interesse e con la corresponsabilità dell'insieme dei loro compatrioti. E bisognerebbe che questa libertà fosse autentica e non ci fossero ingerenze da parte delle altre nazioni attraverso la scappatoia di ideologie estranee al Paese. Ogni potere politico, in effetti, ha senso e giustificazione soltanto nella ricerca del bene comune per tutti. Esso trova la sua limitazione nell'accettazione delle convenzioni internazionali e nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone, che nessuno potrebbe violare e che sono garantiti dalla coscienza umana e, per i credenti, dall'Autore della coscienza, il Creatore degli uomini.

La diplomazia si occupa più specificatamente delle controversie che nascono fra i popoli. Esse possono in realtà degenerare in conflitti locali, sempre riprovevoli per la perdita di vite umane, per le assurde distruzioni e per i sentimenti di inimicizia che generano, spesso in modo duraturo, fra le nazioni.

Esse potrebbero persino condurre a guerre più estese, con rischi di annientamento difficilmente calcolabili. Queste controversie hanno generalmente fondamenti seri, ma assumono tale ampiezza perché sono spesso esacerbate dalle passioni, passioni che complicano le situazioni e non permettono di vedere oggettivamente la realtà.

Ed è là che appunto il ruolo della diplomazia è di capitale importanza, per affrontare più serenamente i problemi e trovare soluzioni ragionevoli, senza trascurare la giustizia e senza ledere il legittimo orgoglio nazionale.

D'altra parte sarà ben difficile mantenere la pace finché cresce il fossato che separa i popoli ricchi da quelli che spesso non hanno neppure il minimo per la sopravvivenza. E' vostro punto d'onore e vostro dovere in quanto esperti, essere i primi a cogliere l'importanza di tali poste in gioco - penso ad esempio ai rapporti Nord-Sud - e di contribuire a farla comprendere attorno a voi.


5. Il quadro di questo breve incontro non permette di prolungare l'esposizione di tanti gravi problemi che si pongono nel campo della giustizia, della pace, dello sviluppo. Ma desidero sottolineare almeno la difficile e penosa situazione di coloro che sono sradicati dal loro Paese.

Il Portogallo, da parte sua, ha dovuto e saputo accogliere un elevatissimo numero di cittadini portoghesi che avevano lasciato i territori d'oltremare all'epoca dell'indipendenza di questi ultimi, e si può facilmente immaginare la precaria situazione di questa gente e il peso enorme che il fatto rappresentava per il Paese, che con grandi sforzi si adoperava per integrarli e offrire loro un nuovo inserimento nella vita nazionale.

In parecchi luoghi del mondo vi è una situazione più difficile, e io direi tragica, e cioè quella di uomini, donne e bambini che non hanno più patria.

Voglio parlare dei rifugiati che, per via delle loro opinioni politiche, dei loro sentimenti religiosi, delle diverse etnie o semplicemente in seguito ai rivolgimenti provocati da guerre o da rivoluzioni, sono sottoposti a tali timori e a tali pressioni o difficoltà di vita, a tale mancanza di libertà o anche a tali minacce che sono praticamente costretti all'esilio lontani dalla loro patria, dovendo fuggire talvolta a rischio della vita, o restare costretti in campi profughi, in attesa di un'eventuale patria d'adozione, ove, in ogni caso, essi riprenderanno un altro tipo di vita senza alcun mezzo. Si tratta di una delle piaghe terribili di cui soffre il nostro mondo contemporaneo, come se gli uomini non fossero più capaci di riservare un posto vivibile ai loro simili. E' una situazione che deve stare a cuore a tutti coloro che hanno delle responsabilità negli affari internazionali. Come ho fatto davanti al Corpo diplomatico riunito a Nairobi, il 6 maggio 1980, e in altre circostanze, io ripeto il mio appello alle Autorità di ciascuna Nazione perché si sentano onorate di permettere a tutti i loro concittadini di vivere a casa loro in una giusta libertà senza costringerli all'esilio, mentre incoraggio vivamente i Paesi di accoglienza e la comunità internazionale a procurare agli attuali rifugiati una vita veramente umana.

Eccellenze, Signore e Signori, è precisamente per preparare delle vie sempre più umane che siete chiamati a lavorare, secondo una missione nobile come la vostra. Prego Dio che vi dia la sua luce e la sua forza perché possiate contribuire in ciò il più possibile, e gli chiedo di benedire le vostre persone, le vostre famiglie e i vostri Paesi. A tutti e a ciascuno, ripeto i miei voti augurali e vi ringrazio di aver voluto partecipare a questo incontro.




1982-05-13 Data estesa: Giovedi 13 Maggio 1982




L'incontro con i lavoratori della terra - Vila Vicosa (Portogallo)

Titolo: Non basta proclamare i diritti dei contadini, occorre creare le condizioni perché siano rispettati

Testo:

Amato fratello, Monsignor Maurilio de Gouveia, Arcivescovo di vora, amati fratelli nell'Episcopato, eccellentissime Autorità, carissimi fratelli e sorelle presenti e cari agricoltori e lavoratori di queste terre portoghesi.


1. "Andate anche voi alla mia vigna ed avrete il salario giusto" (Mt 20,4).

In questo ed altri brani evangelici Gesù si esprime per mezzo di parabole, il cui contenuto è preso dal mondo che gli è intorno. In esse il Maestro Divino si riferisce, molte volte, al lavoro dei campi. Così avviene, nel testo della celebrazione della Parola di oggi, con la parabola dei lavoratori della vigna. Cristo, per mezzo di esempi colti dal mondo creato e di fatti conosciuti dai suoi ascoltatori, li introduce nella realtà soprasensibile ed indivisibile del Regno di Dio. In verità, era così che lui faceva comprendere agli uomini il suo regno spirituale.

L'uomo che lavora onestamente, come essere libero ed intelligente, continua l'opera della creazione, realizzando la comunione con Dio; diventando partecipe della Redenzione fino ad arrivare alla graduale e piena partecipazione alla Vita divina. E' in questa prospettiva che mediteremo la parabola, cari figli del Portogallo e specialmente delle regioni del Ribatejo, Alentejo e Algarve, ed anche con voi cari nomadi e pellegrini venuti da altre terre portoghesi o dalla vicina Spagna. Ringrazio il signor Arcivescovo di vora, per le sue amabili parole di saluto e, ugualmente, il giovane lavoratore che si è fatto interprete dei sentimenti dei suoi compagni.

Anch'io vi saluto e voglio dirvi, a tutti voi che vivete nel duro lavoro di coltivare la terra: la mia presenza qui, ed anche quella del signor Arcivescovo di vora e di altri Vescovi del Portogallo e della Spagna, è segno concreto che la Chiesa comprende e riconosce le vostre legittime aspirazioni di giustizia, progresso e pace nell'impegno della vostra professione. La Chiesa, il Papa, i Vescovi del Portogallo sono con voi per aiutarvi a vincere incomprensioni ed ingiustizie, per dare la mano ai più poveri e sfavoriti, dentro la sfera della sua missione, perché tutti possano progredire e partecipare con serenità agli alti valori umani e cristiani di un lavoro degno e produttivo. Qui, nel Santuario di nostra Signora della Concezione di Vila Vicosa, sotto lo sguardo della "Regina" del Portogallo, coronata da Dom Joao Quarto, facciamo la nostra riflessione, chiedendo allo Spirito Santo, Spirito di verità e di amore, che ci illumini ed assista.


2. La parabola dei lavoratori della vigna, che è stata appena letta, include due importanti verità di ordine soprannaturale. La prima è che la giustizia del Regno di Dio si realizza anche mediante l'opera dell'uomo, attraverso "il suo lavoro nella vigna del Signore". Ciascuno è invitato da lui, per "costruire" il mondo nei vari modi, momenti ed aspetti della vita umana e terrestre. La seconda verità è che il dono del Regno di Dio, offerto all'umanità, sta sopra ogni e qualunque misura che gli uomini di solito usano per valutare la relazione tra lavoro e salario. Questo dono trascende l'uomo. Essendo soprannaturale, non si può misurare con criteri puramente umani.

Il testo evangelico dei lavoratori della vigna e gli altri dell'odierna celebrazione, c'invitano ad una riflessione sul Lavoro dell'uomo, specialmente sul lavoro della terra, nella prospettiva dell'ordine e della giustizia che dovrebbero regnare nella società.

La Chiesa, come ben sapete, ha dedicato molta attenzione a questi problemi della chiamata "Questione sociale", soprattutto nell'ultimo secolo.

Nonostante la sua primordiale attenzione sia andata all'industria e al lavoro industriale, anche il lavoro dell'uomo che coltiva la terra ha costituito parte esplicita ed importante dell'insegnamento della Chiesa, fin dal tempo dell'enciclica "Rerum Novarum" di Leone XIII. Così Pio XI denunciava l'influenza negativa del capitalismo industriale sull'agricoltura, deplorando la situazione di tanti contadini, "ridotti ad una condizione di vita inferiore, privati della speranza di raggiungere qualsiasi porzione di terra e, per conseguenza, soggetti per sempre alla condizione di proletari, se non si utilizzano rimedi opportuni ed efficaci" ("Quadragesimo Anno", III, 59).

Ma fu soprattutto il Papa Giovanni XXIII, discendente da una famiglia di campagna, che dedico speciale attenzione ai problemi della vita agricola, rivendicando per l'agricoltura il posto che le compete. Nella "Mater et Magistra" egli raccomanda non solo di superare lo squilibrio esistente tra i vari settori di ogni Paese, ma tratta anche del problema in una prospettiva mondiale, mettendo in evidenza la necessità di nuovi equilibri e della cooperazione solidaria dei Paesi ricchi e prevalentemente industrializzati con i poveri, in via di sviluppo e con un'economia agricola in ritardo.

Nei nostri tempi di accentuate tensioni economiche e sociali, prevale la visione unilaterale del progresso, rivolta prevalentemente all'industrializzazione. Ma è consolante vedere anche che si sta ponendo in evidenza la necessità di restituire all'agricoltura il posto che le compete nell'ambito dello sviluppo di ogni nazione e del progresso internazionale. Proprio recentemente i vostri Vescovi, alla luce dell'enciclica "Laborem Exercens", mostravano la necessità di "attaccare con decisione le croniche infermità dell'agricoltura in Portogallo, nella linea del riconoscimento della dignità e dei diritti degli uomini, delle donne e delle famiglie dei campi". Osservavano molto bene loro "che non basta proclamare diritti", ma è urgente "creare le condizioni economiche, sociali e culturali, affinché sia possibile soddisfare a questi diritti, e così gli agricoltori, specialmente i giovani, si sentano veramente stimolati a fissarsi alla terra e al lavoro agricolo". E' una sfida per tutti e alla quale "gli stessi lavoratori rurali non possono lasciare di rispondere, aprendosi a nuove forme di associazione e cooperazione tra di loro e ad opportune iniziative di modernizzazione di tecniche e di cultura".


3. Per la nostra visione dei problemi del lavoro dei campi perché sia quello che dev'essere, dobbiamo fissare il pensiero - in continuità con la tradizione della dottrina sociale della Chiesa - sulla dignità e posizione dell'uomo in questo mondo. In verità è l'uomo che realizza il lavoro ed è per causa degli uomini che tutto il lavoro umano dev'essere fondato nella giustizia, ispirata e valorizzata dal reale ed effettivo amore al prossimo.

Attraverso il Salmo 8, recitato poco fa, possiamo comprendere cos'è l'Uomo nel pensiero di Dio e nell'ordine della creazione. Nella presenza del Signore, il Salmista fa a se stesso questa domanda: "Cos'è l'uomo?". In certo modo, la domanda è fatta allo stesso Dio: "Quando contemplo i cieli, opera delle tue mani, / la luna e le stelle che tu hai fissate, / cos'è l'uomo, che ti ricordi di lui, / il figlio dell'uomo, perché te ne curi?" (Ps 8,4s.).

Queste parole parlano della piccolezza dell'uomo, in confronto con le grandi opere della creazione. Allo stesso tempo proclamano la sua incomparabile dignità. Difatti, nonostante la piccolezza dell'uomo, Dio "si ricorda di lui e se ne cura". La dignità umana eccelle ancor più con le frasi che il salmista aggiunge: "Gli hai dato il dominio sulle opere delle tue mani, / tutto hai posto sotto i suoi piedi" (v. 7).

Nell'enciclica "Laborem Exercens" io ho voluto esaltare la figura preminente dell'"uomo che lavora". Questa è la "chiave essenziale" per l'interpretazione e la soluzione dei problemi sociali. Con la parola "Lavoro" indico tutta l'attività umana, a partire dalla più modesta e di esecuzione umile, fino alla più elevata. Anche al lavoro della terra si devono applicare i criteri o principi generali esposti in quell'enciclica, nella quale dedico alcune pagine "alla dignità del lavoro agricolo" (LE 21).


4. Carissimi lavoratori rurali, uomini e donne, giovani ed anziani: Anche a voi il Signore della vigna si dirige nel Vangelo con l'invito: "Va anche tu alla mia vigna e io ti daro il salario giusto". Anche se concisa, questa frase ci porta allo studio di vari problemi, la cui soluzione può essere ottenuta solo mediante l'applicazione dei fondamentali principi etici, di valore universale, in cui si basa il reale progresso della società. Applicandoli bisogna dare importanza alle situazioni particolari, ai diversi modi e gradi di sviluppo di ogni zona umana. In una parola, è necessario guardare alle esigenze della giustizia e attribuire il primato morale a ciò che deriva dalla verità totale sull'uomo.

Il mondo contemporaneo, nonostante l'enorme progresso scientifico e della tecnica, vive sotto il terrore di una grande catastrofe, che potrà capovolgere i suoi grandi successi, se la guerra prevarrà sulla pace. Per questo, le spese per gli armamenti dovrebbero essere ridotte, per garantire a tutti i paesi un minimo di condizioni necessarie allo sviluppo globale, specialmente per quello che si riferisce al settore agricolo ed alimentare. Lo stato di povertà assoluta di certi gruppi umani di molti Paesi, con economia arretrata, offende la dignità di milioni di persone costrette a vivere in condizioni di degradante miseria. E' perciò urgente dare ai lavoratori dei campi la possibilità di realizzare concretamente i diritti umani fondamentali.


5. Nella prima lettura biblica, tratta dal libro di Amos, si parla di edificare dalle rovine, cioè di "ricostruzione". Se è difficile costruire, costa ancora di più, dopo certe fasi di declino, incontrare nuove forme di equilibrio e di rinnovamento, per superare concetti o processi antiquati e produrre più e meglio.

Dentro una strategia nazionale di sviluppo, adattata alle concrete condizioni di capacità e di cultura proprie, lo sviluppo armonico e progressivo dell'agricoltura ha bisogno di essere inquadrato in un programma globale dei diversi settori dell'economia nazionale, che tenga in considerazione gli obiettivi umani fondamentali; cioè, non appena l'effettivo aumento della produzione, ma anche un'equa distribuzione del prodotto del lavoro. Con tale inquadramento in un programma globale, si deve badare a garantire l'esistenza di infrastrutture adeguate, di opportune condizioni di credito, di mezzi moderni e sufficienti di trasporto e di lavoro, col rispettivo commercio interno ed esterno dei prodotti agricoli, all'interno di uno spirito creativo e di sana competizione.


6. "Vi daro quello che è giusto", dice il padrone della parabola evangelica. Sono parole di importanza capitale, perché si riferiscono alla grave problematica del salario giusto e dei diritti umani e della dignità del lavoratore dei campi (LE 16-23). In questo punto occorre riconoscere il posto privilegiato di chi lavora la terra, sia che si tratti di agricoltori proprietari o di semplici lavoratori non proprietari. Le grandi imprese devono utilizzare la terra, facendola produrre sempre di più, con l'opportuna partecipazione dei lavoratori, e subordinando il rendimento e l'utilità proprie al diritto del giusto salario di quanti contribuiscono per la produzione, senza perdere di vista la funzione sociale della proprietà.

Per questo, sono da apprezzare le iniziative e azioni congiunte di grandi associazioni di agricoltori e lavoratori, senza trascurare il valore economico delle imprese agricole di gruppi più ridotti, di famiglie e perfino di singoli, con possibilità di sfruttamento vantaggioso della proprietà. Sarebbe ottimo se i contadini potessero lavorare in terra propria, creando imprese agrarie veramente funzionali.


7. Carissimi agricoltori e lavoratori rurali; con spirito di collaborazione, voi dovete essere gli artefici del progresso dell'agricoltura, come elemento importante dello sviluppo economico e sociale della vostra patria. Cercate, dunque, di sviluppare lo spirito di iniziativa, promuovendo l'inserzione di giovani qualificati nelle imprese agricole. Permettete che vi ricordi: i principi espressi nella "Laborem Exercens" sull'uomo che lavora, in particolare sul lavoratore del campo, si applicano anche alla donna che lavora la terra.

Pero, come ben sapete, il desiderato progresso agricolo non può esserci senza sufficiente istruzione e formazione professionale, che segua la modernizzazione dei metodi e mezzi dell'attività agricola. Per questo non possiamo lasciare di raccomandare lo sforzo di quanti in Portogallo lavorano in questo senso.

Ricordano pero i vostri Vescovi, nel citato documento, che "la riforma agraria non può essere un modo strumentale per ottenere interessi faziosi, perché tocca la vita degli uomini dell'agricoltura in tale dimensione e profondità che è criminoso fare di essa uno strumento di parte. La riforma agraria deve essere la riforma dell'agricoltura in Portogallo, nel senso di personalizzare il lavoro agricolo. E' importante far notare, in questo punto, il dovere che tutti attuino con metodi che rispettino la libertà, l'autonomia e la partecipazione responsabile dei contadini e di tutti i cittadini, nel fomento della giustizia sociale".


8. Ritorniamo, carissimi lavoratori del campo, ancora una volta alla parabola evangelica. Essa ci insegna che l'uomo non solo vive nel mondo, nella società, in uno stato o nazione, ma è pure chiamato, allo stesso tempo, al Regno di Dio, di cui parla l'immagine della vigna. Il lavoro umano della terra (e per la terra) e la costruzione del Regno di Dio si incontrano e si uniscono tra di loro. Il Regno di Dio non può essere valutato dalle dimensioni di ordine sociale e terreno. La sua edificazione avviene non solo per il merito, ma anche per la grazia, e soprattutto per la grazia, la quale fa diventare possibile ogni e qualunque merito. Come frutto della grazia e del merito, il Regno di Dio non è un premio corrispondente al merito, come sarebbe il salario in ordine al lavoro prestato, ma è, prima di tutto, un dono soprannaturale: un Dono che è sopra ogni merito.

Tutti noi siamo cittadini della patria celeste. Il nostro lavoro è di straordinaria importanza per la consecuzione del bene comune. Ma noi siamo pure cittadini del Regno di Dio, che non è di questo mondo e che arriva a noi come dono divino e come vocazione cristiana.

Il Signore ci invita a rispondere a questa vocazione e ad unirci a lui, attraverso la preghiera che significa il nostro lavoro di cristiani. "Ora et labora" - prega e lavora - è un principio antico dato da san Benedetto ai suoi monaci. Unire il lavoro alla preghiera e facendo del lavoro preghiera, vi darà coraggio, costanza e serenità per vincere difficoltà ed incomprensioni, farà più gioioso il vostro lavoro, con le migliori incidenze nel vostro essere cristiani, nella costruzione di una società migliore e più felice.

Mi piace rievocare qui la figura tradizionale e cristiana del lavoratore rurale di queste terre portoghesi, che, da quello che mi hanno raccontato, al suono dell'Ave-Maria o delle "Trinità" e, già a casa, al suono delle "Anime", nel campanile delle Chiese, sospende, per un momento, la sua attività per elevare il pensiero all'Alto, pregando a Dio, donatore di tutti i beni.


9. "O Signore nostro Dio, com'è grande il tuo nome in tutta la terra"! Qui, in questo Santuario della Vergine Immacolata, oggi il Vescovo di Roma, e successore di san Pietro, eleva a te le mani, il pensiero ed il cuore, insieme con tutti i figli e figlie della Nazione portoghese in unione soprattutto con quelli che coltivano la terra col lavoro delle loro mani e col sudore del loro volto.

All'unisono con loro, o Padre di bontà e Signore di tutto l'universo, imploro la tua benedizione sul loro duro lavoro. Benedici, Signore, i loro campi e le loro fatiche! Scenda copiosa la tua benedizione sulle loro famiglie e su tutte le loro comunità! Benedici, Signore, la loro Patria, il Portogallo! Creatore dell'Universo, è frutto del lavoro di questa gente il pane e il vino che ogni giorno offriamo nel Sacrificio eucaristico, perché si trasformino nel Corpo e Sangue del tuo Figlio Gesù Cristo. E' un lavoro che serve per l'Eucaristia! Che queste terre, tutti i campi del Portogallo, dal Minho a Tràs-os Montes all'Algarve, siano sempre favoriti da raccolti abbondanti. Che la grazia del tuo Regno inondi i cuori di tutti i suoi abitanti! Nel tuo Regno di giustizia, di pace e di amore, concedi, Signore, il premio eterno a tutti loro. Tu sei questo premio, allo stesso tempo il vincolo sacro per unirli nell'amore e nella pace, che non avranno mai fine.




1982-05-14 Data estesa: Venerdi 14 Maggio 1982




La visita all'università cattolica portoghese - Lisbona (Portogallo)

Titolo: Il bene culturale di ciascuno come valore anche per gli altri

Testo:

Signor Cardinale Gran Cancelliere, signor Rettore, signori Professori e alunni dell'Università Cattolica portoghese, amati fratelli e sorelle in Cristo.

"Siate sempre irrobustiti dallo Spirito Santo, che Cristo abiti tramite la fede nei vostri cuori e siate ripieni di tutta la pienezza di Dio" (cfr. Ep 4,16ss)!


1. E' per me motivo di gioia potervi salutare personalmente qui, nella sede centrale dell'Università Cattolica portoghese. Gioia di colui che si sente a proprio agio tra i giovani e in essi deposita tante speranze; gioia per la vostra gioia, da cui mi sento contagiato; gioia perché l'Università Cattolica fa parte della mia vita, come perenne gratitudine, per ciò che mi ha dato e mi ha offerto occasione di dare, soprattutto a Cracovia, e come rimpianto. Qui, in qualche modo, sto cancellando i rimpianti. Grazie! In voi e per vostro mezzo io vedo i numerosi professori e alunni cattolici, partiti dalla vostra patria, che insegnano e studiano nelle diverse Università e Istituti di insegnamento superiore. A tutti va il mio saluto affettuoso, con simpatia, apprezzamento e stima, per essere tutti sintonizzati sullo stesso ideale, quello di camminare insieme a Cristo e di contribuire ad instaurare il suo regno nel proprio ambiente.

E rivolgendomi soprattutto ai giovani, desidero dir loro: su di voi convergono sguardi pieni di speranza, che non vorrete certo deludere. Voi siete motivo di legittimo orgoglio per i vostri genitori, parenti ed amici; da voi si attende fermezza nella concezione integrale dell'uomo, della vita, della società, non separata dai valori morali e religiosi, per l'irradiazione della cultura e della civiltà cristiana. Voi, per ciò che siete, costituite la promessa di un mondo più giusto, più umano e più fraterno; promessa che manterrete, se sarete coscienti e impegnati a vivere la vostra scelta, il vostro impegno con Cristo, di "essere fermento nella massa" (cfr. 1Co 5,6).


2. Ci incontriamo oggi in questa giovane Università. Era una istituzione di cui si aveva bisogno "in un Paese di tradizione cattolica e in cui il cristianesimo è il clima spirituale prevalente di cui si alimenta la cosciemza dei portoghesi", scrivevano i miei fratelli Vescovi, in occasione della solenne inaugurazione nel 1967. Giovane in età, essa si faceva subito carico fin dalla nascita di una antica tradizione e di una preziosa eredità, che fu allo stesso tempo gloria della Nazione, sempre legata alla fama che avevano guadagnato nel mondo le Scuole di Filosofia e di Teologia di Coimbra e i Teologi che erano intervenuti al Concilio di Trento.


In virtù di questa eredità, certo l'Università Cattolica venne fondata in Portogallo anche come atto di chiaroveggenza, cosa che lo stesso Episcopato nel


1965 esprimeva in questi termini: si decide di creare l'Università Cattolica, "di fronte a ciò che già è stato designato come la "disfatta spirituale dell'Europa", per poter presentare sul piano universitario e con il rigore del metodo scientifico, la verità totale e universale, a cui aspira il nostro cuore, e offrire le chiavi che aprano il "mistero" che l'uomo continuamente vuol conoscere, quando si domanda chi è, da dove viene e dove va; tutta la problematica della cultura umana - l'umanesimo, l'ordine sociale, il senso della storia - dipende dalla risposta a queste domande" (Nota del 16 gennaio 1965).

Nonostante le difficoltà, non solo finanziarie - di cui sono venuto a conoscenza preparando questo incontro - la Provvidenza divina è venuta in aiuto alla buona volontà di coloro che in lei confidavano. E mi auguro che così continui ad essere, affinché l'Università Cattolica prosegua il suo cammino e si affermi sempre di più nella stima di tutti, realizzando i propri obiettivi.


3. Subito agli inizi del mio pontificato, come ben ricordate, ho indirizzato a tutta la Chiesa una costituzione apostolica - "Sapientia Christiana" - in cui sono contenute la definizione degli obiettivi e alcune linee direttive per le istituzioni cattoliche di insegnamento superiore. L'attività di ricerca e di insegnamento a tale livello, introdotta nella vita della Comunità ecclesiale e integrata nelle condizioni del mondo attuale, in cui avvengono trasformazioni rapide e profonde, dovrà convergere in un ripensamento costante del campo scientifico, al fine di informare cristianamente la cultura.

E se è vero che una Università ha come scopo quello di formare uomini per l'uomo e verso l'uomo, una Università Cattolica deve avere anch'essa come scopo quello di formare uomini che, mantenendo una posizione in favore dell'uomo, lo porti ad incontrare Cristo, per il quale e dal quale tutto è stato creato, poiché "piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificandole con il sangue della sua croce" (Col 1,19-20).


4. Esiste una indispensabile piattaforma, che ho già presentato in altre occasioni, poggiata sulla "pietra angolare" Cristo, "centro del cosmo e della storia" (RH 1) su cui deve essere edificata l'opera di una Università o Istituto di insegnamento superiore che si pregi della definizione di "cattolica".

Il primo elemento o fondamento di tutta questa piattaforma sarà costituito dalla competenza e serietà della ricerca e dell'insegnamento, con un senso completo dell'uomo-persona, nel suo rapporto con Dio e con la natura e inserito nella famiglia umana; realtà questa, che esige un adeguato senso della storia e un realismo sereno e critico, nell'analisi dei fatti e dei problemi, senza mai perdere di vista il genuino bene della comunità e di tutta la società.

Il secondo elemento deve consistere nel comune intento in cui dovrà incentrarsi il dinamismo di tali Università e Istituti: dotare coloro che la frequentano di una solida preparazione, fatta di conoscenze scientifiche e tecniche di prim'ordine, insieme con la formazione cristiana, che li conduca a fare una sintesi personale di cultura e di fede e li renda atti ad assumere responsabilmente incarichi importanti nella società, in cui devono vivere la testimonianza cristiana.

Infine, condizione affinché i due elementi precedenti divengano realtà, le Università e Istituti similari cattolici devono arrivare a instaurare tra la propria popolazione - docente, discente e di coloro che qui prestanoservizio - più che uno spirito comunitario, autentiche comunità in cui si viva un cristianesimo operante e capace di conquistare le simpatie di tutti: una comunità in cui la seria applicazione allo studio e alla ricerca scientifica, mirando alla verità, si svolga in uno spazio e ambiente di vita cristiana condivisa.

Sono certo che vi anima questo senso della vostra identità, di ciò che vi distingue come "cattolici", che non può mai rimanere pura qualificazione sociale, ma deve tradursi in vita e testimonianza. L'affermazione di Dio e dei suoi diritti di Creatore e Signore, della sua rivelazione e della Chiesa cattolica come custode e interprete di questa rivelazione, dotata di un Magistero vivo, costituiscono il fondamento su cui costruisce colui che vuole "essere unito" a Cristo e "non disperdersi" (cfr. Lc 11,23). La continua presa di coscienza dell'indole ecclesiale dei vostri Istituti deve portarvi a vivere la preoccupazione di soddisfare sempre il maggior bene della Chiesa universale e delle vostre Chiese locali, nella cui orbita vivete e operate.


5. Sulla base di una lunga esperienza vissuta durante lunghi anni di insegnamento universitario, non mi stancherei mai di far risaltare il compito dell'Università nei due "banchi" di lavoro in cui si svolge la sua opera e si manifesta la sua vitalità: quello della ricerca e quello dell'istruzione scientifica. Entrambe le attività corrispondono al desiderio di conoscere, a una profonda aspirazione che è nel cuore dell'uomo: di maggiore verità, per la pienezza nell'amore.

Per realizzare queste sue finalità, l'Università dovrà usufruire di strumenti di lavoro adeguati, e aggiornare continuamente i metodi, per meritare la stima del mondo della cultura, mantenere la credibilità e offrire nel campo scientifico quel contributo che lo stesso mondo della cultura e la Chiesa attendono.

La verità e l'autentica scienza non si possono mai aspettare da fattori aleatori; sono conquiste che devono essere fatte ricorrendo ai mezzi adatti, percorrendo le vie della serietà e dell'applicazione, in continua, paziente e coordinata ricerca. Quando inoltre, l'oggetto della ricerca è l'uomo - l'ho sottolineato diverse volte - non si può mai perdere di vista la dimensione spirituale nella globalità della sua natura, a rischio di cadere in una visione depauperante dello stesso uomo. E, per il cristiano, si impone nella sua ricerca, come nel suo insegnamento, il rifiutare ogni visione parziale della. realtà umana e il lasciarsi illuminare dalla sua fede nella creazione dell'uomo da parte di Dio e nella redenzione realizzata da Cristo.

Come è ben noto, la Chiesa, fedele al suo divino Fondatore, che indico la verità come via dell'autentica libertà (cfr. Jn 8,32) ha sempre appoggiato le istituzioni che si dedicano all'insegnamento e alla ricerca della verità e della conquista del mondo tramite la scienza; si può perfino dire, in prospettiva storica, che le compete l'onorevole titolo di fondatrice delle Università che, col passar del tempo, divennero famose e prototipi esemplari per similari istituzioni.

Non c'è pertanto contraddizione tra la cultura e la fede, secondo quanto ha insistentemente sottolineato il Concilio Ecumenico Vaticano II; al contrario, ci può essere reciproca illuminazione e arricchimento. Da qui si ricava una particolare responsabilità degli studiosi cristiani e delle istituzioni cattoliche di insegnamento superiore: quella di contribuire ad eliminare un grande squilibrio tra la cultura generale e l'approfondimento della fede che, in non pochi casi, sembra essersi precocemente anchilosato, con inevitabili riflessi nel comportamento cristiano e nella presenza al mondo.


7. In una Università Cattolica, ogni attività, con l'indispensabile sigillo dell'onestà intellettuale e della serietà accademica, si situa all'interno della missione evangelizzatrice della Chiesa. Questa missione evangelizzatrice - come avete avuto occasione di vedere nella citata costituzione apostolica "Sapientia Christiana" - ha come fine "di portare la Buona Novella a tutti i ceti dell'umanità, ...e penetrare con la luce del Vangelo le loro opere, le loro iniziative, tutta la loro vita" (cfr. n. 1). così, cadrebbe qui a proposito situare ognuno dei protagonisti della vita universitaria nell'ambito che spetta loro in questa opera comune. Ma so che voi siete coscienti di questo vostro compito e che, per aiutarvi a camminare con Cristo nella Chiesa, non mancheranno anche iniziative tra di voi, in una linea di pastorale delle intelligenze; e sono certo che Vescovi, sacerdoti, religiosi, laici impegnati - in breve, tutti gli operatori della pastorale -dedicheranno il migliore interesse all'elevazione umana e cristiana degli universitari, facendo rientrare Dio nella programmazione e realizzazione delle attività accademiche, affinché possa da qui elevarsi la religiosa lode della Sapienza.


8. Intanto, riflettendo sulla figura del professore, in particolare sul professore delle discipline sacre e soprattutto sul teologo, credo sia comune la persuasione e l'attesa di incontrare in lui qualcosa in più del semplice comunicatore di scienza: un educatore della vita cristiana. In effetti, un uomo o una donna educati in un istituto cattolico di insegnamento superiore dovrebbero normalmente sentirsi preparati ad affrontare la vita con qualche cosa in più della semplice competenza professionale e capacità di produzione. Bisogna sentirsi cristiani. In particolare, cristiani coscienti del fatto che la qualità della propria cultura e competenza, come valori personali acquisiti, sono dono di Dio anche per servire la Comunità dove essi sono chiamati ad operare. E questa convinzione dovrebbero poterla assorbire anche dall'insegnamento e dalla testimonianza dei professori.

Riferendomi in particolare ai teologi, desidererei approfittare ancora una volta dell'occasione per esprimere loro gratitudine e apprezzamento per il loro lavoro. Questo lavoro, guidato anch'esso dall'idea che il sapere teologico è "un talento" (cfr. Mt 25,16) e dalla funzione sociale della scienza, come bene personale, possiede uno spazio di autonomia scientifica e vie di legittima libertà, di quella libertà per cui Cristo ci ha liberato (cfr. Ga 5,1ss); ma tutte queste vie passano attraverso la fede, che agisce tramite la carità, in obbedienza alla verità.

Questo passaggio obbligatorio porta tali vie a confluire nel legame con il Magistero e la Gerarchia, cosa che non toglie la libertà d'indagine, di opinioni personali e di dibattiti a livello scientifico tra teologi. Come si sa, la Gerarchia, mentre dà le linee direttive dell'unità cattolica, ha nello stesso tempo bisogno e molto può trarre dal lavoro teologico.

A determinare ancora queste vie esistono i diritti della Comunità ecclesiale ad essere informata e formata nel suo senso della fede. così, non si possono lanciare tra un pubblico non specializzato ipotesi o posizioni liberamente discusse tra esperti e specialisti, ma che non sono in condizione di essere accolte dai fedeli senza turbamento. Sebbene ci sia connessione tra il piano dell'evangelizzazione e il piano della ricerca teologica, non si può dimenticare che esistono una pedagogia e degli imperativi nella gradualità dell'annuncio. A guidare il cammino dei teologi nel proprio lavoro deve essere, pertanto, la preoccupazione di servire il regno di Dio, con tutto l'amore. Quando a questo amore vengono sovrapposte finalità meno costruttive o chiare, sfruttare questo bene che si possiede può tramutarsi in abuso, con ripercussioni nel campo della carità, la quale non è mai sconveniente, né cerca il proprio interesse... "ma si compiace della verità" (cfr. 1Co 13,6). Ciò ovviamente senza porre in causa l'autonomia che compete alla scienza, la quale non si riduce a semplice ausiliaria della fede.

Il determinato principio dell'esporre, con le sue implicazioni pratiche, è valido non solo per i teologi e cultori delle scienze sacre, ma per tutti: quanto più grande è il "bene" culturale di qualcuno, tanto più questo deve essere sfruttato anche come valore "per gli altri", in maniera cosciente, attiva, responsabile e cristiana. Pensare e produrre intellettualmente è una responsabilità; e principio indeclinabile per i lavoratori intellettuali cattolici è il pensar bene, alla luce della dignità umana e in quella luce che il Maestro, eterna Sapienza, ci ha dato in se stesso quando ci ha detto: "Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre" (Jn 8,12).

Amati fratelli e sorelle.

Ricordate certamente una domanda che mi ponevo agli inizi del mio pontificato, e che volli condividere con tutta la Chiesa - con la coscienza ravvivata e sviluppata dal Concilio Vaticano II - in fase di ricerca, in molti campi: "In che modo sarà conveniente proseguire?". E lascio nella risposta data allora, e sempre viva nel mio spirito, la sintesi di tutto ciò che ho inteso trasmettervi: "l'unico orientamento dello spirito, l'unico indirizzo dell'intelletto, della volontà e del cuore è per noi questo: verso Cristo, Redentore dell'uomo; verso Cristo, Redentore del mondo" (RH 7).

Riconfermandovi la gioia che ha costituito per me questa visita e incontro, desidero assicurarvi che continuero ad essere presente tra voi, con amicizia; spero che anche voi continuerete a tenermi presente come amico, e che coltiveremo questa nostra amicizia nella preghiera. E chiedendo alla Madonna, la Sede della Sapienza - che il Portogallo venera con particolare amore nel Santuario di Fatima, meta del pellegrinaggio apostolico che sto realizzando - che vi protegga con il suo manto materno vi do, di cuore, la mia benedizione.




1982-05-14 Data estesa: Venerdi 14 Maggio 1982





GPII 1982 Insegnamenti - La partenza da - Fatima (Portogallo)