GPII 1982 Insegnamenti - Recita dell'"Angelus Domini" - Castel Gandolfo (Roma)

Recita dell'"Angelus Domini" - Castel Gandolfo (Roma)

Titolo: La preghiera della Chiesa per i suoi pastori nel mondo

Testo:


1. Al centro della liturgia della domenica odierna si trova la Figura del Buon Pastore. E' figura particolarmente amata nel Vangelo - e perciò la Chiesa così spesso ritorna su di essa.

Oggi lo fa, ricorrendo alle parole della parabola evangelica, ma prima di tutto mediante le parole del Salmo: "Il Signore è il mio pastore: / non manco di nulla" (Ps 22 [23],1).

Nella liturgia rinnovata queste parole sono diventate a noi ancora più vicine. Ci piace cantarle, comprendendo bene il significato della metafora che si racchiude nelle parole del Salmo: "su pascoli erbosi mi fa riposare, / ad acque tranquille mi conduce. / Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, / per amore del suo nome" (v. 2-3).

Cantiamo spesso queste parole per aprire davanti al Signore tutta la nostra anima - e tutto ciò che la travaglia: "Se dovessi camminare in una valle oscura, / non temerei alcun male, perché tu sei con me..." (v. 4).

Il nostro pellegrinaggio terrestre non è un andar raminghi per vie impervie. C'è un Pastore che ci conduce, che vuole il nostro bene e la nostra salvezza - non soltanto in questa vita, ma anche nell'eternità: "Felicità e grazia mi saranno compagne / tutti i giorni della mia vita, / e abitero nella casa del Signore / per lunghissimi anni" (v. 6).


2. La liturgia della domenica odierna rivolge contemporaneamente la nostra attenzione verso quegli uomini, che il Signore chiama ad una particolare partecipazione nella sua sollecitudine pastorale per l'uomo.

Il profeta Geremia indica con parole forti quanto grande è la responsabilità dei pastori di ogni nazione.

Ecco perché nasce in noi, riuniti per l'"Angelus" domenicale, il bisogno della preghiera per i Pastori della Chiesa nel mondo intero.

Che il "bastone pastorale" sia una "consolazione" per ogni ovile a loro affidato.

Che si compiano quelle parole profetiche, che tanto spesso sentiamo e cantiamo: "Davanti a me tu prepari una mensa / sotto gli occhi dei miei nemici; / cospargi di olio il mio capo. / Il mio calice trabocca" (v. 6).

Che si compiano queste parole! Che i Pastori - degni seguaci del Buon Pastore - ovunque nel mondo, possano preparare "una mensa del Verbo Divino" ed una "mensa dell'Eucaristia"! Che nei sacramenti, ungendo con i sacri olii, trasmettano la "ricchezza della grazia divina" (Ep 1,7) a quanti sono "in via" verso la Patria eterna.


3. Gesù dice nel Vangelo odierno agli Apostoli: "Venite in disparte in un luogo solitario, e riposatevi un po'" (Mc 6,31). Raccomandiamo alla sollecitudine del Buon Pastore tutti coloro che ora riposano, approfittando della sospensione del lavoro.

Soprattutto raccomandiamo a lui coloro che cercano i luoghi solitari per rinnovarsi spiritualmente. Coloro che - proprio durante le vacanze - cercano il raccoglimento e fanno gli esercizi spirituali.

Si compiano su di loro le promesse della liturgia odierna, legate alla figura del Buon Pastore!


4. Nelle intenzioni della nostra preghiera non possiamo dimenticare coloro che soffrono, i nostri fratelli colpiti da calamità, da malattie e, soprattutto, dagli orrori della guerra. Pensiamo alle numerose vittime del conflitto tra l'Iran e l'Irak, ripreso nei giorni recenti. Ricordiamo le sofferenze della popolazione di Beirut, assediata da varie settimane, sotto frequenti bombardamenti, e priva del necessario.

Preghiamo il Signore, per intercessione di Maria, di alleviare tanti dolori e di consolare coloro che sono nell'angoscia e nel pericolo.


[Omissis. Seguono i saluti in altre lingue: francese, inglese, tedesca, spagnola, portoghese]




1982-07-18 Data estesa: Domenica 18 Luglio 1982




A Castel Gandolfo - Roma

Titolo: Incontro con una corale giapponese

Testo:

Dio sia lodato! Dilettissime alunne della scuola "Akita Seirei Tandai", vi ringrazio di vero cuore per avermi fatto ascoltare tanti vostri bei canti.

Voi desiderate costruire l'amicizia con tutti i giovani del mondo, attraverso la musica. Incominciatela a costruire soprattutto con l'amore dello Spirito Santo, del quale la vostra scuola ne porta il nome. Che sia un'amicizia fresca e profumata come i fiori di ciliegio che sono il simbolo del Giappone.

Ed io, insieme alla Madonna, benedico la vostra missione.

Vi ringrazio ancora di cuore! Dio sia lodato!




1982-07-20 Data estesa: Martedi 20 Luglio 1982








Messaggio alla Chiesa in Lituania

Testo:

Mossi da carità e premura verso la Chiesa Lituana, a Noi carissima, ci rivolgiamo a Voi, Fratelli nell'Episcopato, nello stesso fausto giorno in cui viene consacrato un nuovo Vescovo, Antonio Vaicius, che in qualità di Amministratore Apostolico, governi la diocesi di Telsiai e la Prelatura di Klaipeda. Anche Noi siamo pervasi dalla gioia di codesta comunità cattolica, specialmente per il fatto che, allo stesso tempo, il degnissimo pastore d'anime Vincenzo Sladkevicius riprende il suo ufficio episcopale come Amministratore Apostolico di Kaisiadorys.

Il Vescovo è certamente un dono inestimabile di Dio, fatto alla Chiesa; il Vescovo infatti succede agli Apostoli e, con l'imposizione delle mani e delle parole della consacrazione, riceve la grazia dello Spirito Santo e il carattere sacro, per cui, in modo eminente e visibile, fa l'ufficio di Cristo stesso, maestro, pastore e pontefice, ed agisce nella sua persona, per edificare il popolo di Dio nella verità e nella santità ed aver cura di esso con la preghiera, la predicazione e tutte le opere di carità.

I presbiteri, poi, partecipi dell'unico sacerdozio di Cristo per servire il popolo di Dio, a causa di questa partecipazione nel sacerdozio e nella missione, riconoscono il Vescovo come loro padre e gli obbediscono rispettosamente.

Infine, tutta la comunità cattolica, la cui fede è stata provata con tante difficoltà ed asprezze, trovi nel suo pastore difesa, ardore di spirito e conforto per perseverare nella fede, forte nella speranza, fondata sulla carità, di modo che possa coltivare i valori e le virtù cristiane, che arricchiscono l'erudizione e la dottrina della Nazione.

Affidiamo la famiglia cattolica Lituana alla Genitrice di Dio, Madre di misericordia, mentre con cuore amorevolissimo impartiamo la Benedizione Apostolica ai Vescovi, ai sacerdoti, ai chiamati al sacerdozio, ai consacrati al culto divino e a tutti i fedeli.


GIOVANNI PAOLO II [Traduzione dal latino]




1982-07-23 Data estesa: Venerdi 23 Luglio 1982




Messaggio al direttore generale dell'Unesco - Città del Messico (Messico)

Titolo: Il progresso della cultura per un mondo più giusto e fraterno

Testo:

A sua Eccellenza signor Amadou Mahtar M'Bow, Direttore Generale dell'UNESCO.


1. La Conferenza sulle politiche culturali, questa manifestazione mondiale organizzata dall'UNESCO che è sul punto di aprirsi in Messico, riveste una grande importanza.

Sarà l'occasione propizia per fare un bilancio dell'esperienza acquisita in materia di politiche e di interventi nel campo della cultura, dopo la Conferenza intergovernativa sugli aspetti istituzionali, amministrativi e finanziari delle politiche culturali, organizzata dall'UNESCO nel 1970.

Chi non lo vede in effetti? Dopo la Conferenza di Venezia, il decennio scorso ha visto il prodursi di cambiamenti importanti nella vita dell'umanità. Ed è venuto il momento di suscitare una riflessione approfondita sui problemi fondamentali della cultura nel mondo contemporaneo.  sufficiente sottolineare la necessità di rafforzare la cooperazione culturale internazionale, come anche la dimensione culturale dello sviluppo, perché divenga sempre più chiaro che il progresso culturale è intimamente legato alla costruzione di un mondo più giusto e più fraterno.

Cosciente di ciò che potrà significare questa Conferenza per l'avvenire, e in ragione degli stretti legami che uniscono la Chiesa cattolica all'Organizzazione che voi dirigete con tanta competenza e devozione, la Santa Sede si farà rappresentare nell'incontro in Messico da una Delegazione d'osservazione, col desiderio di esprimere così il suo interesse, la sua stima insieme ai suoi fervidi voti di pieno successo.


2. Dopo la nascita dell'UNESCO, la Chiesa cattolica ha sempre seguito con attenzione i suoi programmi, soprattutto nel campo della cultura, e si è sempre mostrata disponibile ad ogni possibile cooperazione.

E' sua intenzione proseguire in questo atteggiamento per l'avvenire, in modo generoso, senza sottintesi, con una grande apertura di spirito, e con la convinzione che essa continuerà a trovare la medesima disposizione da parte dell'UNESCO.


3. Riflettere sulla Chiesa e sui suoi rapporti con la cultura significa trovare nel suo passato millenario un motivo di giusto orgoglio, trarre dalla sua attuale attività una preziosa testimonianza del valore della sua missione e condurre tutti i suoi figli nell'esaltante compito di preparazione e di formulazione del suo programma per l'avvenire.

Considerare d'altronde l'azione dell'UNESCO in favore della cultura significa considerare i popoli del mondo che si stringono la mano al di sopra delle frontiere e che, riconoscendo il valore immenso di ogni cultura, vogliono favorire lo sviluppo della mutua comprensione come anche lo sviluppo comune e fecondo finalizzato all'elevazione integrale dell'umanità.


4. In effetti, i rapporti della Chiesa con l'UNESCO trovano molto giustamente il loro posto nella vasta rete delle relazioni che la Chiesa intrattiene con il mondo delle organizzazioni internazionali. Questa rete, che voi ben conoscete, concerne non solo la Santa Sede ma anche la base viva della Chiesa stessa.

Queste sono le esigenze dell'umanità, viste alla luce di Dio, che sollecitano l'intelligenza e la carità in vista di un'iniziativa internazionale che impegna la responsabilità della Chiesa di fronte agli uomini, e in maniera specifica la responsabilità dei cristiani nei loro settori di lavoro.

E i cristiani saranno presenti con tutta la ricchezza della loro anima; essi porteranno un contributo di eccezionale valore alla costruzione dell'avvenire, agendo secondo la loro coscienza cristiana, sapendo che l'organizzazione non rappresenta tutto ma che bisogna avere un rispetto convinto delle intime leggi della vita.


5. L'uomo è il centro, l'asse al quale si riferisce e si indirizza ogni proposito sulla cultura. Non è possibile stabilire una separazione tra la concezione dell'uomo e la promozione della cultura. E non si saprà avere questa concezione dell'uomo senza tornare alla dimensione spirituale e morale dell'uomo stesso.

E' precisamente questa dimensione spirituale, intrinseca all'essere umano in tutta la sua profondità, che potrà far evitare le definizioni parziali e incomplete della cultura e che permetterà che la cultura serva al bene autentico dell'uomo e della società, alla promozione di una qualità sempre migliore della vita, dell'individuo e della società.

Tutto questo ci aiuta a comprendere che una autentica politica culturale deve mirare all'uomo nella sua totalità, cioè in tutte le sue dimensioni personali - senza dimenticare gli aspetti etici e religiosi - e nelle sue dimensioni sociali.

Ne consegue che le politiche culturali non potranno fare astrazione dalla visione spirituale dell'uomo nella promozione della cultura. Esse dovranno dunque, negli anni futuri, perseguire in modo più decisivo i seguenti obiettivi: - orientamento più marcato della cultura verso la ricerca disinteressata della verità e dei valori umani; riscoperta di questi valori come risposta a modelli di vita che non sono che apparentemente più avanzati; - promozione di una cultura che faccia sempre di più risaltare la dignità della persona umana, della vita umana, del suo rispetto e della sua difesa, cioè una cultura che tenda effettivamente alla promozione della vita umana e non alla sua distruzione; - rimettere la tecnica al suo giusto posto, precisando bene che essa deve essere al servizio dell'uomo. In questo campo, è urgente dedicarsi ad una riflessione sull'etica. Una evoluzione scientifica e tecnica che volesse fare a meno dei valori etici si rivolgerebbe progressivamente contro l'uomo stesso.


6. Al termine di questo messaggio, vorrei, signor Direttore Generale, presentarle il mio saluto deferente e cordiale per lei stesso e per tutti i suoi collaboratori dell'UNESCO, mentre formulo i miei migliori voti per i lavori della Conferenza del Messico.

Che Dio benedica l'UNESCO e tutte le sue felici iniziative!




1982-07-24 Data estesa: Sabato 24 Luglio 1982




L'omelia alla Messa per i dipendenti delle ville pontificie - Castel Gandolfo (Roma)

Titolo: Sentirsi corresponsabili dei drammi dell'uomo che ha fame

Testo:


1. "Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribui a quelli che si erano seduti" (Jn 6,11). La scena evangelica della moltiplicazione dei pani ha un precedente particolarmente significativo nel fatto dell'Antico Testamento, riferito nella prima lettura dell'odierna Liturgia: anche là i pochi pani d'orzo e farro, offerti come primizia al profeta Eliseo, bastarono per sfamare cento persone ed anzi, a pasto finito, risultarono anche sovrabbondanti. Non diversamente nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, dopo che la folla - in questo caso si trattava di diverse migliaia di persone - ebbe mangiato a sazietà, si poterono riempire ben dodici canestri con i pezzi di pane avanzati.

Abbondanza dunque; possibilità offerta a tutti di mangiare a sazietà.

Sta qui il messaggio essenziale della Liturgia di oggi. In essa riecheggia un annuncio caratteristico dei profeti, i quali avevano parlato dei tempi del futuro Messia come di un periodo di grande abbondanza: "I poveri mangeranno e saranno saziati", era detto nel Salmo 21 (v. 27). E il profeta Isaia, a sua volta, aveva predetto: " Il Signore degli eserciti preparerà su questo monte / un banchetto di grasse vivande, per tutti i popoli, / un banchetto di vini eccellenti / di cibi succulenti, di vini raffinati" (25,6).


2. Questo il messaggio. Noi lo raccogliamo nel nostro cuore e vi riflettiamo sopra in atteggiaoento di fede. Sappiamo che il pieno avveramento di questa predizione profetica si avrà soltanto al compimento del periodo escatologico, che la venuta di Cristo sulla terra ha appena inauguato. Quando Cristo tornerà nella gloria per cocludere solennemente la storia del mondo, allora finalmente l'umanità raggiungerà quell'abbondaza di ogni bene, nella quale troveranno appagamento tutte le attese dei "poveri".

La "piena sazietà" è dunque una meta verso la quale anche l'umanità di oggi, umanità dell'èra messianica, è ancora in cammino. Questo non toglie, tuttavia, che già nel tempo presente qualcosa di quella pienezza debba poter essere sperimentata. Il tempo escatologico, infatti, è già cominciato, anche se, come ho detto, esso "non" si è "ancora" pienamente realizzato.

La conseguenza di ciò è evidente: è dovere dei cristiani, i "figli del Regno" (Mt 13,38), impegnarsi con generosa sollecitudine perché già ora chi manca dei beni necessari alla vita riesca a venirne quanto prima in possesso, così da poter sfamare se stesso ed i membri della propria famiglia.


3. Il problema della fame nel mondo si pone oggi con tragica urgenza, anche perché la sua soluzione, non che avvicinarsi, col passare del tempo sembra invece allontanarsi sempre più. Lo squilibrio economico tra le nazioni sviluppate e le altre continua, infatti, a registrare una preoccupante progressione.

Sono molte ormai le voci che si levano a denunciare lo scandalo di questa situazione, in cui una minoranza di persone fortunate prospera e si arricchisce ignorando una maggioranza di sventurati esposti spesso, oltre che all'umiliazione del sottosviluppo e della dipendenza economica, all'esperienza stessa del deperimento organico e della morte prematura per mancanza di una alimentazione sufficiente. E' ormai necessario ed urgente che dalle parole si passi ai fatti con iniziative concrete, tra le quali non dovrà mancare quella del "raccogliere i pezzi avanzati" secondo l'ammonimento evangelico, perché una delle ragioni dei paurosi squilibri ai quali ho appena accennato è da ricercarsi nello sperpero delle risorse disponibili, a cui si abbandonano da anni i popoli ricchi, storditi dall'abitudine ad un consumismo sfrenato.

Bisogna giungere ai fatti, come singoli e come comunità. Gesù sazio concretamente degli uomini che avevano fame, offrendo con tale gesto un esempio normativo alla sua Chiesa, che nei secoli ha sentito di non potersi disinteressare di chi aveva fame e sete, di chi era nudo o pellegrino, di chi era infermo o carcerato (cfr. Mt 25,35-36), di chi in una parola pativa la carenza di qualche bene vitale, senza con ciò venir meno alle attese del suo Signore. La Chiesa, oggi come sempre, ha la vocazione nativa di mettersi al servizio dei poveri, per continuare ad essere, anche nel mondo contemporaneo, un "segno" per tutti coloro che, con la fame del pane terreno, portano in cuore l'aspirazione ai beni eterni.


4. Si, anche l'aspirazione ai beni eterni. Infatti "non di solo pane vive l'uomo", è detto nel Vangelo (cfr. Mt 4,4). Lo sviluppo ed il benessere non bastano a colmare le attese del nostro cuore. I bisogni dell'uomo trascendono l'ambito puramente temporale e sconfinano nell'eterno.

Non a caso, pertanto, l'evangelista Giovanni ha fatto del racconto della moltiplicazione dei pani un "segno", un'immagine anticipatrice dell'Eucaristia: i termini che egli usa ("prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribui") trovano un esatto riscontro nel racconto della Cena. Dal miracolo avvenuto sul pendio della montagna di Galilea siamo così portati a riflettere su quest'altro convito, che Gesù imbandisce sulla mensa dell'altare per noi, pellegrini in cammino sulle strade del mondo.

Il pane, che qui viene offerto, è il corpo di Cristo e il vino è il suo sangue: un "alimento" che può sfamare il nostro cuore per l'eternità. Un "alimento", tuttavia, che ci impegna già durante il tempo della nostra vita quaggiù: "Colui che mangia di me vivrà per me", ha detto Gesù (Jn 6,57). "Vivere per Gesù" significa adempierne i comandamenti e, in particolare, il "comandamento massimo", quello dell'amore. Come potrebbe non amare Cristo e, in lui, i fratelli e le sorelle che vivono nel mondo chi, sedendo alla stessa mensa con loro, consuma il medesimo pasto divino?


5. Quanto opportune appaiono, allora, le esortazioni che ci ha rivolto san Paolo nella seconda lettura della Messa odierna! Egli ci ha raccomandato di comportarci "con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandoci a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace" (Ep 4,2s).

Non si è trattato di un generico invito alla comprensione fraterna. San Paolo ha messo espressamente in evidenza il fondamento ontologico di tale esortazione all'amore vicendevole: ricordiamo bene quella martellante serie di "un solo" ("un corpo solo, un solo Spirito, una sola speranza, un solo Signore, un solo battesimo", ecc.), da cui l'Apostolo ha tratto la giustificazione del dovere di coltivare l'unione fraterna. In un'altra lettera, la prima ai Corinzi, egli ha completato la serie con l'appello all'"unico pane", partecipando al quale tutti diventiamo "un solo corpo" (cfr. 1Co 10,17).

Il cristiano sconfessa se stesso, se non sa essere un uomo di unità e di pace. Qui la riflessione si fa necessariamente personale ed intima: ciascuno deve interrogare se stesso, sottoponendo la propria vita (quella di famiglia, di lavoro, di società) al giudizio della Parola di Dio, per vedere fin dove essa è in sintonia con le esigenze che scaturiscono dalla vocazione all'unità nell'amore.

E' chiamato in causa il settore dei pensieri e dei sentimenti, delle parole e dei giudizi, degli atteggiamenti e delle iniziative concrete. Lasciamoci guidare da Cristo in questa salutare "revisione di vita". Sarà talvolta un'esperienza piuttosto scomoda, da cui potranno essere messe in questione certe abitudini mentali ed operative che ritenevamo acquisite. Ma sarà un'esperienza "liberante", grazie alla quale ci sarà dato di scoprire nuove possibilità di superamento del nostro egoismo e di incontro con gli altri, che è come dire nuove possibilità di gioia. Non ha detto infatti Gesù che "vi è più gioia nel dare che nel ricevere" (Ac 20,35)? Perché dunque non provare a prenderlo in parola?




1982-07-25 Data estesa: Domenica 25 Luglio 1982




Recita dell'"Angelus Domini" - Castel Gandolfo (Roma)

Titolo: Prevalgano i programmi dello sviluppo e dell'alimentazione su quelli dell'odio e degli armamenti

Testo:


1. "Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?" (Jn 6,5), così Cristo domando a Filippo nei pressi del lago di Tiberiade, quando vide "che una grande folla veniva da lui" (v. 5).

Doveva parlare a quegli uomini sull'Eucaristia - proprio là nei pressi del lago di Galilea, dove si compi il primo annunzio dell'Eucaristia - ma prima egli ebbe cura del cibo per il loro corpo.

La Chiesa ci ricorda nella liturgia della domenica odierna quel colloquio con l'apostolo Filippo, come pure il miracolo della moltiplicazione di cinque pani e di due pesci.

"E quando furono saziati, (Gesù) disse ai discepoli: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto"" (Jn 6,12).


2. Nella liturgia odierna adoriamo e ringraziamo Dio anche per tutto il bene spirituale e materiale, che è necessario all'uomo per vivere: "Gli occhi di tutti sono rivolti a te, in attesa, / e tu provvedi loro il cibo a suo tempo. / Tu apri la tua mano / e sazi la fame di ogni vivente" (Ps 144 [145],15-16). "Ti lodino, Signore, tutte le tue opere" (v. 10).

Che la vostra preghiera odierna dell'"Angelus Domini" sia adorazione di Dio, sia ringraziamento per tutto il bene che il Creatore ha destinato all'uomo nel mondo! In particolare ringraziamo per il buon raccolto della terra, per i prodotti e i frutti della terra, che servono a mantenere l'uomo in vita.

Ripetiamo, con questo pensiero, le parole del Salmo pronunciate alcune migliaia di anni fa.

Nel corso di queste migliaia di anni i beni creati, le ricchezze del mondo materiale sono stati partecipati all'uomo in misura incomparabilmente maggiore. L'uomo contemporaneo deve quindi ancor di più ringraziare Colui, da cui questi beni, prima di tutto, provengono. Purtroppo non avviene forse il contrario? L'uomo non dimentica, sempre di più, il dovere di questo ringraziamento? E perciò - seguendo il pensiero della liturgia odierna - cerchiamo ancor di più di ringraziare Dio per tutti i beni del creato, che servono all'uomo.

Ringraziamo gli uomini, le istituzioni, le organizzazioni (l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura: FAO; il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo: IFAD; il Programma Alimentare Mondiale: PAM; il Consiglio Mondiale dell'Alimentazione: WFC), che lavorano in questa direzione.


3. Il Vangelo odierno esprime la particolare sollecitudine di Cristo per assicurare il cibo ai suoi ascoltatori.

Questa sollecitudine assume un significato attuale quando pensiamo agli uomini, ai gruppi, alle società, che in tante parti del mondo soffrono la fame. Si calcola che oggi nel mondo vi siano circa 750 milioni di persone vittime della fame, e che per l'anno duemila il numero potrebbe arrivare al miliardo.

Cristo si prende cura dei suoi ascoltatori affamati. Se ne prende cura anche perché non vadano perduti neppure i più piccoli pezzi di pane con il quale li ha nutriti.

Non è forse una grande sollecitudine della Chiesa e dell'umanità contemporanea far si che queste risorse, esistenti nel mondo, non vadano perdute, non siano destinate a scopi di autodistruzione dell'uomo, ma servano al suo vero bene e al suo legittimo sviluppo? Preghiamo perché prevalga la vittoria dei programmi dedicati allo sviluppo, all'alimentazione, alla solidarietà, su quelli dell'odio, degli armamenti e della guerra.

"Ti lodino, Signore, tutte le tue opere"! (Ps 144 [145],10).

[Omissis. Seguono i saluti in altre lingue: francese, inglese, tedesca, spagnola, portoghese] Ai fedeli italiani Saluto volentieri il gruppo degli "Atleti della Fiaccola" di Borgo di Montoro, della provincia di Avellino.

La loro Fiaccola della Pace, che benediro e accendero fra breve, sia non solo portatrice di lieti messaggi ai loro compaesani, ma anche un più generale stimolo a ben operare, come dice il Vangelo, "con la cintura ai fianchi e le lucerne accese" (Lc 12,35).




1982-07-25 Data estesa: Domenica 25 Luglio 1982




Messaggio all'Assemblea Mondiale sui problemi dell'invecchiamento della popolazione - Vienna (Austria)

Titolo: Una visione umana e cristiana della vecchiaia

Testo:

Signor Presidente.

Già in diverse occasioni la Santa Sede ha salutato con interesse e speranza l'iniziativa delle Nazioni Unite di promuovere un'Assemblea mondiale sul problema dell'invecchiamento della popolazione e delle sue conseguenze su ogni persona e dunque sulla società. Da quando questa decisione è stata confermata, si assiste all'espansione e all'approfondimento di una presa di coscienza di questo fenomeno demografico della nostra epoca, che obbliga i paesi e la società internazionale ad interrogarsi sulla sorte, i bisogni, i diritti, le capacità specifiche delle generazioni anziane, il cui numero va crescendo. Oltre che alle persone, questa riflessione deve essere estesa all'organizzazione stessa della società in funzione di questo strato della sua popolazione.

Un attento studio dei lavori preparatori di questa Assemblea mondiale e del Piano d'azione attualmente sottoposto all'esame di tutti i paesi membri delle Nazioni Unite mette in rilievo numerosi punti che trovano una particolare adesione da parte della Santa Sede. Mi permetto di citarli: l'attenzione rivolta alle persone anziane in quanto tali e alla qualità della loro vita oggi; il rispetto dei loro diritti a rimanere membri attivi in una società che essi hanno contribuito ad edificare; la volontà di promuovere un'organizzazione sociale nella quale ciascuna generazione possa apportare il suo contributo in unità con le altre; infine l'appello alla creatività di ogni ambiente socio-culturale affinché vi si trovino delle risposte soddisfacenti al mantenere gli anziani in attività che corrispondano alla loro grande diversità di origine e di educazione, di capacità e di esperienza, di cultura e di fede. I temi sopra menzionati mostrano già che non si tratta di problemi astratti o solamente tecnici, ma al contrario della sorte di persone umane con la loro storia particolare, fatta di radici familiari, di legami sociali, di successi o insuccessi professionali, che hanno segnato o segnano ancora la loro esistenza.

Alla vostra importante Assemblea, volta a queste realtà al fine di approfondirle e trovare soluzioni concrete e giudiziose, la Chiesa vorrebbe offrire il contributo della sua riflessione, della sua esperienza e della sua fede nell'uomo. In pratica, essa vi propone la sua visione umana e cristiana della vecchiaia, la sua convinzione riguardo alla famiglia e alle istituzioni di tipo familiare come luoghi più favorevoli al pieno sviluppo delle persone anziane, e il suo sostegno per l'interessamento della società contemporanea al servizio delle generazioni più anziane.


I.

Mi ricordo con emozione del mio incontro con degli anziani nel novembre del 1980 nella Cattedrale di Monaco. Avevo allora sottolineato che la vecchiaia umana è uno stadio naturale dell'esistenza e che essa deve generalmente esserne il coronamento. Questa visione suppone evidentemente che la vecchiaia - quando ci si arrivi - sia compresa come un elemento che ha il suo valore particolare all'interno di tutta la vita umana, ed essa richiede ugualmente una concezione esatta della persona che è insieme corpo e anima. E' in questa prospettiva che la Bibbia parla spesso dell'età avanzata o degli anziani con rispetto e ammirazione.

Il libro dell'Ecclesiastico, per esempio, dopo aver fatto l'elogio della saggezza unita ai capelli bianchi (Si 25,4-6), intraprende un lungo panegirico degli antenati i cui "corpi sono stati seppelliti nella pace, mentre il loro nome è vivo per generazioni" (cfr. 44-51). E il Nuovo Testamento è pieno di venerazione per gli anziani. San Luca ci mostra con emozione la figura del vecchio Simeone e della profetessa Anna che accolgono Cristo nel Tempio. E, all'epoca delle prime comunità cristiane, noi vediamo gli Apostoli designare degli anziani per vegliare sulle loro giovani fondazioni. La Chiesa si rallegra vivamente che il Piano d'azione sia aperto a questa concezione della vecchiaia vista non solamente come un processo inesorabile di degradazione biologica o come un periodo staccato dalle altre stagioni dell'esistenza, ma come una fase possibile di sviluppo naturale della vita di tutto l'essere umano, di cui essa rappresenta la fine.

E' che in verità la vita è un dono di Dio agli uomini, creati per amore a sua immagine e somiglianza. Questa comprensione della dignità sacra della persona umana porta a dare un valore a tutte le tappe della vita. E' una questione di coerenza e di giustizia. E' infatti impossibile apprezzare veramente la vita di un anziano senza apprezzare veramente la vita di un bambino fin dall'inizio del suo concepimento. Nessuno sa fino a che punto si può arrivare se la vita non è più rispettata come un bene inalienabile e sacro. Bisogna dunque affermare fermamente, con la Congregazione per la Dottrina della Fede nella sua Dichiarazione sull'eutanasia del 5 maggio 1980, che "niente né nessuno può autorizzare la soppressione di un essere umano innocente, feto o embrione, bambino o adulto, vecchio, malato incurabile o agonizzante... C'è qui la violazione di una legge divina, offesa alla dignità della persona umana, crimine contro la vita, attentato contro l'umanità". Ed è molto opportuno aggiungere ancora ciò che la stessa Dichiarazione dice circa l'uso di mezzi terapeutici: "E' oggi molto importante proteggere nel momento della morte la dignità della persona umana e la concezione cristiana della vita contro una tecnicità che rischia di diventare abusiva". La morte fa parte del nostro orizzonte umano e ad esso fornisce la sua vera e misteriosa dimensione. Il mondo contemporaneo, soprattutto l'Occidente, ha bisogno di imparare a reinserire la morte nella vita umana. Chi non può augurare ai propri simili e desiderare per se stesso di accogliere e di assumere questo ultimo atto dell'esistenza terrena nella dignità e la serenità, certamente possibile ai credenti? Vorrei ora con voi guardare le caratteristiche dell'età avanzata. Alcune sono dolorose, difficili da accettare, soprattutto quando si è soli. Altre sono fonte di ricchezza, per sé e per gli altri. Insieme, esse fanno parte dell'esperienza umana di coloro che sono vecchi oggi e di coloro che lo saranno domani.

Gli aspetti fondamentali della terza e della quarta età riguardano naturalmente l'indebolimento delle forze fisiche, la minor vivacità delle facoltà spirituali, un distacco progressivo da attività alle quali si era attaccati, le malattie e le invalidità che sopraggiungono, la prospettiva di separazioni affettive per la partenza verso l'al di là. Queste caratteristiche rattristanti possono essere trasformate da convinzioni filosofiche e soprattutto dalle certezze della fede per coloro che hanno la gioia di credere. Per questi ultimi, infatti, l'ultima tappa della vita terrena può essere vissuta come un misterioso accompagnamento del Cristo Redentore, che percorre il suo doloroso cammino di croce prima dell'alba radiosa della Pasqua. Ma, più ampiamente, si può affermare che il modo in cui la civiltà assume la vecchiaia e la morte come un elemento costitutivo della vita, e il modo in cui essa reca gli aiuti necessari ai suoi membri anziani a vivere la loro morte, sono un criterio che decide del rispetto che essa ha nei confronti dell'uomo.

Esistono allo stesso tempo aspetti benefici della vecchiaia. E' il periodo in cui uomini e donne possono raccogliere l'esperienza di tutta la loro vita, discernere tra l'accessorio e l'essenziale, raggiungere un livello di grande saggezza e di profonda serenità. E' l'epoca in cui dispongono di molto tempo, e addirittura di tutto il loro tempo, per amare coloro che abitualmente o occasionalmente li circondano, con un disinteresse, una pazienza e una gioia discreta di cui molti anziani forniscono un ammirevole esempio. E' anche, per i credenti, la felice possibilità di meditare sugli splendori della fede e di pregare di più.

La fecondità di questi valori e la loro sopravvivenza sono legate a due condizioni indissociabili. La prima richiede dalle persone anziane che esse stesse accettino profondamente la loro età e ne apprezzino le possibili risorse. La seconda condizione riguarda la società d'oggi. Bisogna diventare capaci di riconoscere i valori morali, affettivi, religiosi che caratterizzano lo spirito e il cuore degli anziani e bisogna operare per il loro inserimento nella nostra civiltà che soffre di un divario inquietante tra il suo livello tecnico e il suo livello etico. Le persone anziane, infatti, non possono che vivere difficilmente in un mondo divenuto incosciente della sua propria dimensione spirituale. Esse arrivano al punto di disprezzare se stesse, quando vedono che al primo posto sta il rendimento dei cittadini e che le altre risorse delle persone umane sono ignorate o sottaciute. Un tale clima va contro lo sviluppo e la fecondità della vecchiaia e fa sorgere necessariamente il ripiegamento su di sé, dolorosi sentimenti d'inutilità e alla fine la disperazione. Ma, occorre sottolinearlo ancora, è tutta la società che si priva di elementi arricchenti e regolatori, quando si azzarda a riconoscere come validi per il suo sviluppo solo i suoi membri giovani e adulti in pieno possesso delle loro forze, e a relegare gli altri tra gli improduttivi, benché numerose esperienze, condotte in modo giusto, provano il contrario.


II.

Nella mia esortazione apostolica "Familiaris Consortio", ho ricordato, alla luce delle origini divine della famiglia umana, che la sua essenza e i suoi compiti sono definiti dall'amore: "Costituita in quanto "comunità di vita e d'amore" la famiglia... riceve la missione di mantenere, rivelare e comunicare l'amore... Tutti i membri della famiglia, ciascuno secondo i propri doni, hanno la grazia e la responsabilità di costruire, giorno dopo giorno, la comunione delle persone, facendo della famiglia una "scuola di umanità più completa e più ricca"" (FC 17 FC 21).

Questo permette di intravvedere le possibilità offerte dalla famiglia alle persone anziane, sia per il fedele sostegno che gli anziani hanno il diritto di attendersi da essa sia per il loro possibile contributo alla sua vita e alla sua missione. E' ben vero che le condizioni di integrazione degli anziani nella casa dei loro figli o di altri parenti non ci sono sempre e che questa integrazione si rivela addirittura qualche volta impossibile. E' in questo caso allora che bisogna ricercare un'altra soluzione, da parte dei figli o di altri membri della famiglia, per conservare dei legami regolari e calorosi con colui o colei che ha dovuto entrare in una casa di riposo. Detto questo, è ben certo che, rimanendo in mezzo a loro, le persone anziane possono farli beneficiare, con l'opportunità e la discrezione sempre richieste, dell'affetto e della saggezza, della comprensione e dell'indulgenza, dei consigli e del conforto, della fede e della preghiera, che sono, per la maggior parte del tempo, i carismi della sera della vita. Comportandosi così, essi contribuiscono ugualmente a mettere in giusto valore, soprattutto con il loro esempio, dei comportamenti spesso al giorno d'oggi svalutati, quali l'ascolto, la dimenticanza di sé, la serenità, il dono gratuito, l'interiorità, la gioia discreta e incoraggiante... Bisognerebbe ancora sottolineare che la presenza abituale o episodica degli anziani in mezzo a loro è spesso un prezioso fattore di unità e di comprensione tra generazioni necessariamente diverse e complementari. Così questo rafforzarsi dei legami nell'ambito della vita familiare, così come ho appena esposto e secondo le possibili modalità, può essere una fonte di equilibrio e di vitalità, d'umanità e di spiritualità per questa fondamentale cellula di ogni società che porta il nome più ricco di fascino in tutte le lingue del mondo, "famiglia".


III.

Con l'evoluzione demografica attuale, la società vede dunque aprirsi davanti a sé un nuovo campo d'azione al servizio della persona umana, al fine di garantire agli anziani il posto che a loro spetta nella comunità civile e di favorire il loro specifico contributo al suo sviluppo.

Le generazioni più anziane che, in certi sistemi legislativi e sociali, sempre prima si vedono costretti a ritirarsi dal circuito della produzione economica, s'interrogano - a volte con angoscia - sul ruolo e sulla funzione che a loro riserva questo nuovo tipo di società. In che modo essi potranno utilizzare questo precoce pensionamento, che viene loro imposto? La società attuale, nella sua evoluzione e nei suoi orientamenti, attende ancora qualcosa dai suoi membri più anziani, pensionati? Sembrerebbe che di fronte a questo problema nuovo e vasto, la società tutta intera e, ben inteso, i suoi responsabili, dovranno esaminare seriamente soluzioni suscettibili di rispondere alle aspirazioni delle persone anziane.

Queste soluzioni non possono essere di un solo tipo. E' normale che la società favorisca il mantenimento degli anziani nelle loro famiglie e nel loro ambito di vita qualora questa soluzione si dimostri possibile e desiderabile, tuttavia altri mezzi devono essere offerti alla terza e alla quarta età. A questo proposito, una società veramente cosciente dei suoi doveri verso le generazioni che hanno contribuito a fare la storia del paese deve saper costruire istituzioni appropriate. E per essere in continuità con ciò che gli anziani hanno conosciuto e vissuto, non può essere che particolarmente desiderabile che queste istituzioni siano di tipo familiare, cioè che esse si sforzino di procurare agli anziani quel calore umano, che se è necessario in ogni epoca della vita, lo è particolarmente in quella dell'anzianità, ma nello stesso tempo una certa autonomia, compatibile con le esigenze della vita comunitaria, un ventaglio di attività corrispondente alle loro capacità fisiche e professionali ed infine tutte le cure richieste dall'eta che avanza. Certamente, già esistono realizzazioni di questo tipo. Ma esse devono sicuramente essere sviluppate. Permettetemi a questo proposito di ricordarvi l'azione caritativa della Chiesa attraverso tanti Istituti dedicati alle persone anziane, e ormai da lungo tempo! Che siano lodati e incoraggiati! Una società si onora in modo particolare facendo convergere al massimo, nel rispetto dovuto agli anziani e alle diverse istituzioni che li accolgono, questi cammini di servizio all'uomo.

Mi sembra utile ricordare ancora, anche se brevemente, alcuni dei nuovi servizi che la società potrebbe rendere ai pensionati e alle persone anziane per assicurare loro un posto ed un ruolo nella comunità umana. Penso alla formazione permanente praticata in numerosi paesi e generatrice, per coloro, uomini e donne, che ne beneficiano non solo di arricchimento personale, ma anche di capacità di adattamento e di partecipazione alla vita quotidiana della società.

Effettivamente, gli anziani possiedono riserve di sapere e di esperienza che, mantenute e al tempo stesso completate da un adatto processo di formazione permanente, potrebbero essere investiti nei settori vitali dell'educazione ai servizi socio-caritativi. Su questo piano, iniziative innovatrici potrebbero essere ricercate con gli interessati stessi o con le associazioni che li rappresentano. Penso inoltre che la società deve ingegnarsi, tenendo accuratamente conto delle capacità individuali degli anziani e delle situazioni molto differenti nei continenti, a stabilire la possibilità di una certa diversificazione di attività. Tra noiosa uniformità e esagerata fantasia, vi è la possibilità di trovare una giudiziosa articolazione tra lavoro professionale o altro, lettura o studio, tempo libero, incontri liberi o organizzati con altre persone o altri ambienti, tempi di meditazione serena e di preghiera. Un servizio che la società può ancora rendere alle generazione più anziane, è l'incoraggiare la creazione, quando ciò è possibile, di associazioni di persone anziane e di sostenere quelle che già esistono. Esse hanno già portato frutti, facendo uscire dall'isolamento e dalla penosa impressione di essere ormai inutili coloro che pervenivano allo stadio del pensionamento e dell'anzianità. Tali associazioni hanno bisogno di essere riconosciute dai responsabili della società come espressione legittima della voce degli anziani, e, tra loro, di coloro che sono i più diseredati.

Infine, penso al ruolo che i mezzi di comunicazione sociale, particolarmente la televisione e la radio, potranno e dovranno giocare, al fine di diffondere una immagine più giusta e rinnovata dell'età anziana, del suo possibile contributo alla vitalità ed all'equilibrio della società. Ciò esige che i responsabili dei mezzi audiovisivi e della stampa siano convinti o almeno rispettosi di una concezione della vita umana fondata non più solamente sulla sua utilità economica e puramente materiale ma sul suo senso pieno, che può conoscere sviluppi e realizzazioni ammirevoli fino al termine del cammino terreno, soprattutto quando l'ambiente favorisce una tale possibilità.

Al termine di queste riflessioni e di questi suggerimenti, non mi rimane, signor Presidente, che augurare che le conclusioni dell'Assemblea mondiale di Vienna sul problema dell'invecchiamento portino progressivamente dei frutti abbondanti e duraturi. In questo campo, come in molti altri già studiati e promossi dall'Assemblea delle Nazioni Unite, l'infanzia, il mondo degli handicappati, ecc. ne va in definitiva del presente e dell'avvenire della civiltà umana. Tutta la cultura, in qualunque continente o in qualunque paese e in ogni epoca della storia, non può trarre il suo valore e la sua luce che dal primato continuamente riconosciuto allo sviluppo integrale della persona umana, dalla prima all'ultima tappa del suo cammino terreno, e questo contro la tentazione di una società presa dalla vertigine della produzione di cose materiali e del loro consumo. Possano i responsabili del mondo attuale operare in accordo per una vera promozione dell'uomo e condurre i loro popoli in questa scia! Questo non è solo l'oggetto dei miei ardenti voti ma anche della mia costante preghiera di fronte a Dio, Autore di ogni bene.

Dal Vaticano, 22 luglio 1982.




1982-07-26 Data estesa: Lunedi 26 Luglio 1982










GPII 1982 Insegnamenti - Recita dell'"Angelus Domini" - Castel Gandolfo (Roma)