
Udienze generali 1991 2252
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1. Secondo il Concilio Vaticano II, "la Chiesa è in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano" (LG 1). Questa dottrina, proposta fin dall'inizio della costituzione dogmatica sulla Chiesa, richiede qualche chiarificazione, che faremo nella presente catechesi. Cominciamo col notare che il testo appena riportato sulla Chiesa come "sacramento" si trova nella Costituzione Lumen Gentium nell'ambito del primo capitolo, che porta il titolo: "Il Mistero della Chiesa" (De Ecclesiae Mysterio). Occorre dunque cercare la spiegazione di questa sacramentalità attribuita alla Chiesa dal Concilio nel contesto del mistero ("mysterium") come è inteso in quel primo capitolo della Costituzione.
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2. La Chiesa è mistero divino, perché si attua in essa il disegno (o piano) divino della salvezza dell'umanità, cioè "il mistero del regno di Dio" rivelato nella parola e nell'esistenza stessa di Cristo. Questo mistero è rivelato da Gesù prima di tutto agli Apostoli: "A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole" (Mc 4,11). Il significato delle parabole del Regno, alle quali abbiamo dedicato una precedente catechesi, trova la sua prima fondamentale realizzazione già nell'Incarnazione e il suo compimento nel tempo che va dalla pasqua della Croce e della Risurrezione di Cristo alla Pentecoste in Gerusalemme, dove gli Apostoli e i membri della prima comunità ricevettero il Battesimo dello Spirito di verità, che li rese capaci di dare testimonianza a Cristo. Fu in quello stesso tempo che l'eterno mistero del disegno divino della salvezza dell'umanità si rivesti della forma visibile della Chiesa-nuovo popolo di Dio.
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3. Le lettere paoline lo esprimono in modo particolarmente esplicito ed efficace.
L'Apostolo, infatti, annuncia Cristo "secondo la rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora" (Rm 16,25-26). "Il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi, ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo ai pagani, cioè Cristo in voi, speranza della gloria" (Col 1,26-27): questo è il mistero rivelato per la consolazione dei cuori, per l'ammaestramento nella carità, per il raggiungimento di una piena intelligenza della ricchezza che contiene (cfr. Col 2,2). E nello stesso tempo l'Apostolo chiede ai Colossesi di pregare "perché Dio ci apra la porta della (e per la) predicazione e possiamo annunciare il mistero di Cristo", augurando a se stesso "che possa davvero manifestarlo, parlandone come devo" (Col 4,3-4).
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4. Se tale mistero divino, ossia il mistero della salvezza dell'umanità in Cristo, è sopratutto il mistero di Cristo, esso è pero destinato "agli uomini". Leggiamo infatti nella lettera agli Efesini: "Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che i Gentili cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo, del quale - aggiunge l'Apostolo - sono divenuto ministro per il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù dell'efficacia della sua potenza" (Ep 3,5-7).
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5. Questo insegnamento di Paolo è ripreso e riproposto dal Concilio Vaticano II, che dice: "Cristo, quando fu elevato in alto da terra, attiro tutti a sé (cfr. Jn 12,32); risorgendo dai morti (cfr. Rm 6,9) immise negli Apostoli il suo Spirito vivificatore, e per mezzo di Lui costitui il suo Corpo, che è la Chiesa, quale universale sacramento della salvezza" (LG 48). E ancora: "Dio ha convocato tutti coloro che guardano con fede Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace, e ne ha costituito la Chiesa, perché sia per tutti e per i singoli sacramento visibile di questa unità salvifica" (LG 9). Dunque l'eterna iniziativa del Padre che concepisce il piano salvifico, manifestato all'umanità e attuato in Cristo, costituisce il fondamento del mistero della Chiesa, nella quale il mistero, per opera dello Spirito Santo, viene partecipato agli uomini, a cominciare dagli Apostoli. Per questa partecipazione al mistero di Cristo la Chiesa è il Corpo di Cristo. L'immagine e il concetto paolino di "corpo di Cristo" esprimono contemporaneamente la verità del mistero della Chiesa e la verità del suo carattere visibile nel mondo e nella storia dell'umanità.
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6. Il termine greco mysterion è stato tradotto in latino come sacramentum. In questo senso lo usa il magistero conciliare nei testi sopra riportati. Nella Chiesa latina, la parola "sacramentum" ha preso un senso teologico più specifico, designando i sette sacramenti. E' chiaro che l'applicazione di questo senso alla Chiesa non può essere fatta che in modo analogico. Infatti, secondo l'insegnamento del Concilio di Trento, un sacramento "è il segno di una cosa santa e l'espressione visibile della grazia invisibile" (cfr. DS 1639). Senza dubbio, tale definizione può essere riferita in senso analogico alla Chiesa. Bisogna pero notare che questa definizione non basta per esprimere ciò che la Chiesa è. Essa è segno, ma non è soltanto segno; è anche, in se stessa, frutto dell'opera redentrice. I sacramenti sono dei mezzi di santificazione; la Chiesa invece è l'assemblea delle persone santificate; essa costituisce quindi lo scopo dell'intervento salvifico (cfr. Ep 5,25-27). Fatte queste precisazioni, il termine "sacramento" può essere applicato alla Chiesa. La Chiesa, infatti, è il segno della salvezza compiuta da Cristo e destinata a tutti gli uomini mediante l'opera dello Spirito Santo. Il segno è visibile: la Chiesa, come comunità del popolo di Dio, ha carattere visibile. Il segno è anche efficace, in quanto l'adesione alla Chiesa procura agli uomini l'unione con Cristo e tutte le grazie necessarie alla salvezza.
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7. Quando si parla dei sacramenti come segni efficaci della grazia salvifica istituiti da Cristo e celebrati in suo nome dalla Chiesa, l'analogia della sacramentalità in rapporto alla Chiesa rimane per il legame organico tra Chiesa e sacramenti, ma bisogna tener presente che non si tratta di una sostanziale identità. Non si può infatti attribuire a tutto l'insieme delle funzioni e dei ministeri della Chiesa la istituzione divina e l'efficacia dei sette sacramenti.
Inoltre, nell'Eucaristia vi è una presenza sostanziale di Cristo, che non si può certo estendere a tutta la Chiesa. Rimandiamo a un altro momento una maggiore spiegazione di queste differenze. Ma possiamo concludere questa catechesi con la gioiosa osservazione che il legame organico tra la Chiesa-Sacramento e i singoli sacramenti è particolarmente stretto ed essenziale proprio nei riguardi dell'Eucaristia. Infatti, in quanto la Chiesa (come sacramento) celebra l'Eucaristia, in tanto l'Eucaristia attua, fa presente, la Chiesa.
La Chiesa si esprime nell'Eucaristia, e l'Eucaristia fa la Chiesa.
Specialmente nell'Eucaristia la Chiesa è e diventa sempre più il sacramento "dell'intima unione con Dio" (cfr. LG 1).
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1. Già nell'Antico Testamento si parla di una sorta di sponsalità tra Dio e il suo popolo, cioè Israele. così leggiamo nella terza parte delle profezie di Isaia: "Poiché il tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è il suo nome; tuo redentore è il Santo d'Israele, è chiamato Dio di tutta la terra" (Is 54,5). La nostra catechesi sulla Chiesa come "sacramento dell'unione con Dio" (Mysterium Ecclesiae: LG 1) ci riporta a quell'antico fatto dell'alleanza di Dio con Israele, il popolo eletto, che è stata la preparazione al mistero fondamentale della Chiesa, prolungamento del mistero stesso dell'Incarnazione. Lo abbiamo visto nelle catechesi precedenti. In quella odierna vogliamo sottolineare che l'alleanza di Dio con Israele è presentata dai profeti come un legame sponsale. Anche questo particolare aspetto del rapporto di Dio col suo popolo ha un valore figurativo e preparatorio del legame sponsale tra Cristo e la Chiesa, nuovo popolo di Dio, nuovo Israele costituito da Cristo con il sacrificio della Croce.
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2. Nell'Antico Testamento, oltre al testo di Isaia citato all'inizio, ne troviamo anche altri, specialmente nei libri di Osea, di Geremia, di Ezechiele, in cui l'alleanza di Dio con Israele è interpretata in analogia al patto matrimoniale degli sposi. Sempre in forza di questo paragone, questi profeti scagliano contro il popolo eletto l'accusa di essere come una sposa infedele e adultera. così Osea: "Accusate vostra madre, accusatela perché essa non è più mia moglie e io non sono più suo marito" (Os 2,4). Ugualmente Geremia: "Come una donna è infedele al suo amante così voi, casa d'Israele, siete stati infedeli a me" (Jr 3,20). E ancora, avendo davanti agli occhi l'infedeltà di Israele alla legge dell'alleanza, e specialmente i ripetuti peccati di idolatria, Geremia aggiunge la rampogna: "Tu ti sei disonorata con molti amanti e osi tornare da me? Oracolo del Signore" (Jr 3,1). Infine Ezechiele: "Tu pero, infatuata per la tua bellezza e approfittando della tua fama, ti sei prostituita concedendo i tuoi favori ad ogni passante" (Ez 16,15 cfr. Ez 16,29 Ez 16,32).
Tuttavia bisogna dire che le parole dei profeti non contengono un rifiuto assoluto e definitivo della sposa adultera, bensi piuttosto un invito alla conversione e una promessa di riaccettazione della convertita. così Osea: "Ti faro (nuovamente) mia sposa per sempre, ti faro mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell'amore, ti fidanzero con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore" (Os 2,21-22). Analogamente Isaia: "Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprendero con immenso amore. In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore" (Is 54,7-8).
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3. Questi annunci dei profeti vanno oltre il confine storico di Israele, e oltre la dimensione etnica e religiosa del popolo che non ha mantenuto l'alleanza. Essi devono essere collocati nella prospettiva di una nuova alleanza, indicata come cosa che avverrà in futuro. Si veda in particolare Geremia: "Io concludero un'alleanza con la casa d'Israele dopo quei giorni... Porro la mia legge nel loro animo la scrivero sul loro cuore. Allora io saro il loro Dio ed essi il mio popolo" (Jr 31,33). Qualcosa di simile annuncia Ezechiele, dopo aver promesso agli esiliati il ritorno in patria: "Daro loro un cuore nuovo e una spirito nuovo mettero dentro di loro; togliero dal loro petto il cuore di pietra e daro loro un cuore di carne, perché seguano i miei decreti e osservino le mie leggi, e le mettano in pratica; saranno il mio popolo e io saro il loro Dio" (Ez 11,19-20).
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4. La realizzazione di questa pro messa di nuova alleanza ha il suo inizio in Maria. L'annunciazione è la prima manifestazione di questo inizio. Infatti in quel momento sentiamo la Vergine di Nazareth rispondere con l'obbedienza della fede all'eterno disegno divino della salvezza dell'uomo mediante l'Incarnazione del Verbo: quella incarnazione del Figlio di Dio significa il compimento degli annunzi messianici, e nello stesso tempo l'albeggiare della Chiesa come popolo della Nuova Alleanza. Maria si rende conto della dimensione messianica dell'annuncio che riceve e del si con cui vi risponde. L'evangelista Luca sembra voler mettere in rilievo questa dimensione, con la particolareggiata descrizione del dialogo tra l'Angelo e la Vergine, e poi con la formulazione del Magnificat.
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5. Dal dialogo e dal cantico traspare l'umiltà di Maria, ma anche l'intensità con cui anch'essa ha vissuto nel suo spirito l'attesa dell'attuazione della promessa messianica fatta ad Israele. Le parole dei profeti sull'alleanza sponsale di Dio con il popolo eletto, raccolte e meditate nel suo cuore, in questi momenti decisivi riferiti da Luca, echeggiano nel suo cuore. Lei stessa desiderava di impersonare in sé l'immagine di quella sposa assolutamente fedele e totalmente donata allo Sposo divino, e perciò diventa l'inizio del nuovo Israele, ossia di quel popolo voluto dal Dio dell'alleanza, nel suo cuore sponsale. Maria, che sia nel dialogo sia nel cantico non usa una terminologia improntata all'analogia della sponsalità, fa ben di più: conferma e consolida una consacrazione già in atto, che diventa l'abituale sua condizione di vita. Replica infatti all'Angelo dell'annunciazione: "Non conosco uomo" (Lc 1,34). Come a dire: Sono vergine donata a Dio, e non intendo lasciare questo Sposo, perché non penso che Dio lo voglia: Lui, così geloso di Israele, così severo con chi lo ha tradito, così insistente nel suo misericordioso richiamo alla riconciliazione!
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6. Maria è ben consapevole dell'infedeltà del suo popolo, e vuole essere personalmente una sposa fedele allo Sposo divino sommamente amato. E l'Angelo le annuncia la realizzazione in lei della nuova alleanza di Dio con l'umanità in una dimensione impensata, come maternità verginale per opera dello Spirito Santo. "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo" (Lc 1,35). La Vergine di Nazareth per opera dello Spirito Santo diventa in modo verginale la madre del Figlio di Dio. Il mistero dell'Incarnazione comprende nel suo ambito questa maternità di Maria, divinamente operata per virtù dello Spirito Santo. Li è dunque l'inizio della Nuova Alleanza, nella quale Cristo, quale Sposo divino, unisce a sé l'umanità, chiamata a essere la sua Chiesa come popolo universale della Nuova Alleanza.
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7. Già in quel momento dell'Incarnazione, Maria come Vergine Madre diventa figura della Chiesa nel suo carattere ad un tempo verginale e materno. "Infatti - spiega il Concilio Vaticano II -nel mistero della Chiesa, la quale è pure giustamente chiamata madre e vergine, la Beata Vergine Maria è andata innanzi, presentandosi in modo eminente e singolare quale vergine e quale madre" (LG 63). Ben a ragione il messaggero inviato da Dio fino dal primo momento saluta Maria con la parola Chaire (= gioisci). In questo saluto risuona l'eco di tante parole profetiche dell'Antico Testamento: "Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso" (Za 9,9).
"Rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!... E' il Signore in mezzo a te... Non temere, Sion, ...un salvatore potente... ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia" (So 3,14-17). "Non temere, o terra, ma rallegrati e gioisci, poiché cose grandi ha fatto il Signore... Figli di Sion, rallegratevi, gioite nel Signore vostro Dio" (Jon 2,21).
Maria e la Chiesa sono dunque il termine realizzativo di queste profezie, sulla soglia del Nuovo Testamento. Anzi si può dire che su questa soglia si trova la Chiesa in Maria, e Maria nella Chiesa e come Chiesa. E' una delle meravigliose opere di Dio che sono oggetto della nostra fede.
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1. "Poiché tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti; tuo redentore è il Santo d'Israele" (Is 54,5). Ancora una volta riportiamo queste parole di Isaia, per ricordare che i profeti dell'Antico Testamento vedevano in Dio lo Sposo del popolo eletto. Israele era raffigurato come una sposa, spesso infedele a causa dei suoi peccati, specialmente per le cadute nell'idolatria. Il Signore degli eserciti tuttavia permaneva nella sua fedeltà verso il popolo eletto. Rimaneva come "redentore, il Santo di Israele". Sul terreno preparato dai profeti, il Nuovo Testamento presenta Gesù Cristo come Sposo per il nuovo Popolo di Dio: è lui quel "redentore, il Santo di Israele" previsto e annunciato da lontano; è in lui che si sono compiute le profezie: il Cristo-Sposo.
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2. Il primo a presentare Gesù in questa luce è Giovanni Battista nella sua predicazione sulle rive del Giordano: "Non sono il Cristo" - egli avverte i suoi ascoltatori- "ma io sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo" (Jn 3,28-29). Come si vede, la tradizione sponsale dell'Antico Testamento echeggia nella consapevolezza che questo austero messaggero del Signore ha della sua missione in relazione alla identità del Cristo. Egli sa chi è e "che cosa gli è stato dato dal cielo". Tutto il suo servizio in mezzo al popolo è rivolto verso lo Sposo che deve venire. Giovanni presenta se stesso come "l'amico dello sposo", e confessa che la sua gioia più grande sta nel fatto che gli è stato dato di udirne la voce. Per questa gioia è disposto ad accettare la propria "diminuzione", ossia a far posto a Colui che deve manifestarsi, che è più grande di lui, e per il quale è pronto a dare la vita, poiché sa che, secondo il disegno divino della salvezza, ora deve "crescere" lo Sposo, "il Santo di Israele": "Egli deve crescere e io diminuire" (Jn 3,30).
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3. Gesù di Nazareth viene dunque introdotto in mezzo al suo popolo come lo Sposo che era stato annunziato dai profeti. Lo conferma egli stesso quando, alla domanda dei discepoli di Giovanni: "Perché... i tuoi discepoli non digiunano?" (Mc 2,18), risponde: "Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo, e allora digiuneranno" (Mc 2,19-20). Con questa risposta Gesù fa capire che l'annuncio dei profeti su Dio-Sposo, sul "Redentore, il Santo di Israele", trova in lui stesso il suo compimento. Egli rivela la sua consapevolezza del fatto di essere Sposo tra i discepoli, ai quali pero, alla fine, "sarà... tolto lo sposo". Consapevolezza sia della messianità, sia della Croce sulla quale compirà il suo sacrificio in obbedienza al Padre, come predetto dai profeti (cfr. Is 42,1-9 Is 49,1-7 Is 50,4-11 52,13-53,12).
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4. Ciò che emerge nella dichiarazione di Giovanni sulle rive del Giordano, ed anche nella risposta di Gesù alla domanda dei discepoli del Battista, ossia che è ormai venuto lo Sposo annunziato dai profeti, trova conferma anche nelle parabole.
In esse l'espressione del motivo sponsale è indiretta, ma sufficientemente trasparente. Gesù dice che "il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio" (Mt 22,2). Tutto l'insieme della parabola lascia capire che Gesù parla di sé, ma lo fa in terza persona, come è proprio del discorso in parabole. Nel contesto della parabola del re che invita alla festa di nozze di suo figlio, Gesù con l'analogia del banchetto nuziale mette in risalto la verità sul regno di Dio, che lui stesso porta nel mondo, e gli inviti di Dio al banchetto dello Sposo, ossia alla accettazione del messaggio di Cristo nella comunione del nuovo popolo, che la parabola presenta come convocato a nozze. Ma aggiunge il riferimento ai rifiuti dell'invito, che Gesù ha sotto gli occhi nella realtà di molti dei suoi uditori. Aggiunge pure, per tutti gli invitati del suo tempo e di tutti i tempi, la necessità di un atteggiamento degno della vocazione ricevuta, simboleggiato dalla "veste nuziale" che devono indossare coloro che intendono partecipare al banchetto, tanto che chi non la indossa viene allontanato dal re, cioè da Dio Padre che chiama alla festa del suo Figlio nella Chiesa.
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5. Sembra che nel mondo d'Israele, in occasione dei grandi banchetti, fossero messe nell'atrio del convito, a disposizione degli invitati, le vesti da indossare. Ciò farebbe capire ancor più il significato di quel particolare della parabola di Gesù: cioè la responsabilità non solo di chi rifiuta l'invito, ma anche di coloro che pretendono di parteciparvi senza mettersi nelle condizioni richieste per esserne degni. così è per chi ritenesse e professasse di essere seguace di Cristo e membro della Chiesa, senza procurarsi la "veste nuziale" della grazia, generatrice di fede viva, di speranza, di carità. E' vero che questa "veste" - interiore più che esterna - viene data da Dio stesso, autore della grazia e di ogni bene dell'anima. Ma la parabola sottolinea la responsabilità di ciascun invitato, qualunque sia la sua provenienza, circa il si che deve dare al Signore che chiama e circa l'accettazione della sua legge, la rispondenza totale alle esigenze della vocazione cristiana, la partecipazione sempre più piena alla vita della Chiesa.
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6. Anche nella parabola delle dieci vergini, "che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo" (Mt 25,1), si trova l'analogia sponsale usata da Gesù per far capire il suo pensiero circa il regno di Dio e la Chiesa in cui esso si concretizza. Vi si ritrova anche la sua insistenza sulla necessità della disposizione interiore, senza la quale non si può partecipare al banchetto di nozze. In questa parabola Gesù richiama alla prontezza, alla vigilanza, all'impegno fervoroso nell'attesa dello Sposo. Solo cinque tra le dieci vergini si erano adoperate perché le loro lampade ardessero all'arrivo dello Sposo. Alle altre, improvvide, manco l'olio. "Arrivo lo Sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa" (Mt 25,10). E' un riferimento delicato ma inequivocabile alla sorte di chi manca di disposizione interiore all'incontro con Dio, e quindi di fervore e di perseveranza nell'attesa; un riferimento, dunque, al rischio di vedersi chiudere in faccia la porta. Ancora una volta troviamo il richiamo al senso di responsabilità di fronte alla vocazione cristiana.
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7. A questo punto, tornando dalla parabola alla narrazione evangelica dei fatti, dobbiamo rievocare il banchetto di nozze a Cana di Galilea, dove Gesù fu invitato insieme ai discepoli (cfr. Jn 2,1-11). Secondo l'evangelista Giovanni, in quella circostanza egli fece il primo miracolo, cioè il primo segno comprovante la sua missione messianica. E' lecito interpretare quel suo gesto come un modo di far capire, indirettamente, che lo Sposo annunziato dai profeti era presente in mezzo al suo popolo, Israele. Tutto il contesto della cerimonia nuziale prende in questo caso uno speciale significato. In particolare, notiamo che Gesù opera quel suo primo "segno" su richiesta di sua Madre. Ci è caro ricordare qui ciò che abbiamo detto nella catechesi precedente: Maria è l'inizio e la figura della Chiesa-Sposa della Nuova Alleanza. Concludiamo con la rilettura di quelle parole finali della pagina giovannea: "così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifesto la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui" (Jn 2,11).
In quel così si trova affermato che lo Sposo è già all'opera.
E accanto a lui comincia a delinearsi la figura della Sposa della Nuova Alleanza, la Chiesa, presente in Maria e in quei discepoli al banchetto nuziale.
Ai pellegrini ...
Ai gruppi di pellegrini italiani
Rivolgo ora un cordiale pensiero ai pellegrini di lingua italiana.
In particolare, saluto le Suore Catechiste di Gesù Redentore, guidate dalla Madre Generale Maria Pia De Falco, e accompagnate da Monsignor Giuseppe Molinari, Vescovo di Rieti, e dai rappresentanti di varie comunità dell’Italia e dell’Uruguay, in cui esse operano. Mi associo alla vostra preghiera affinché le celebrazioni del 50 anniversario di fondazione portino all’intero Istituto frutti abbondanti di crescita spirituale e apostolica.
Saluto parimenti il qualificato gruppo dell’Istituto Figlie di San Paolo, le quali prendono parte a questa Udienza a conclusione di uno speciale incontro di approfondimento del carisma peculiare che IL Signore ha loro affidato per il servizio del Vangelo nella società odierna.
Saluto anche i membri dell’Associazione Internazionale Cavalieri di San Marco, con sede in Venezia. Colgo l’occasione per augurare ogni bene e per esortarvi a ben continuare nella vostra attività.
Rivolgo un particolare pensiero al gruppo di Presidenti di Associazioni ed Organizzazioni Cattoliche per la famiglia, provenienti da tutta l’Europa. Vi ringrazio per la vostra visita e per l’opera che voi promuovete in favore delle famiglie e, in particolare, per il lavoro che svolgete in preparazione all’Anno Internazionale della Famiglia, nel 1994. Il Signore ve ne renda merito.
Ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli
Rivolgo ora il mio saluto ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli.
In questo periodo di Avvento la Liturgia ci fa ascoltare le parole del profeta Isaia. In una lettura di questi giorni egli ci ha indirizzato questo messaggio: “Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono, ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza” (Is 40, 30-31).
Cari giovani, crescete in tale speranza. Ogni vostra stanchezza finisce, quando accogliete pienamente il Signore Gesù con la sua verità e il suo amore. Egli viene incontro ai vostri passi e ad ogni vostra ricerca. Accoglietelo pienamente e coglierete in pienezza il senso della propria esistenza.
Il peso delle vostre sofferenze, cari ammalati, potrebbe essere motivo di inciampo: Gesù Bambino, Redentore dell’uomo, venendo nella vostra vita apra il vostro cuore alla speranza e dia senso ad ogni sofferenza e sacrificio.
La vostra nascente famiglia si ispiri, cari sposi novelli, alla verità e all’amore del Natale. Sappiate vivere il messaggio di comunione e di redenzione del Vangelo, per avere la forza di accogliere ogni dono ed ogni responsabilità nella vostra famiglia.
A tutti imparto di cuore la mia benedizione.
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1. Scrive San Paolo agli Efesini: "Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei" (Ep 5,25). Come si vede, l'analogia dell'amore sponsale, ereditata dai profeti dell'Antica Alleanza, riapparsa nella predicazione di Giovanni Battista, ripresa da Gesù e passata nei vangeli, è riproposta dall'apostolo Paolo. Il Battista e i Vangeli presentano il Cristo come Sposo: lo abbiamo visto nella catechesi precedente. Sposo del nuovo Popolo di Dio, che è la Chiesa. Sulla bocca di Gesù e del suo Precursore l'analogia ricevuta dall'Antica Alleanza era usata per annunciare che era venuto il tempo della sua reale attuazione. Furono gli eventi pasquali a darle pienezza di significato. Proprio in riferimento a tali eventi l'Apostolo può scrivere nella lettera egli Efesini che "Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei". In queste parole vi è l'eco dei profeti che nell'Antica Alleanza avevano usato l'analogia per parlare dell'amore sponsale di Dio per il popolo eletto, Israele; vi è almeno implicitamente il riferimento all'applicazione che Gesù ne aveva fatto a se stesso, presentandosi quale Sposo, come doveva essere stato detto dagli Apostoli alle prime comunità, nelle quali nacquero i Vangeli; vi è un approfondimento della dimensione salvifica dell'amore di Cristo Gesù, che è nello stesso tempo sponsale e redentivo: "Cristo ha dato se stesso per la Chiesa", ricorda l'Apostolo.
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2. Ciò risulta con evidenza anche maggiore se si considera che la lettera agli Efesini mette in diretta relazione l'amore sponsale di Cristo per la Chiesa e il sacramento che unisce come sposi l'uomo e la donna, consacrandone l'amore.
Leggiamo infatti: "E voi mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola (riferimento al Battesimo), al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata" (Ep 5,25-27). Poco più oltre nella lettera, l'Apostolo stesso sottolinea il grande mistero dell'unione sponsale perché la mette "in riferimento a Cristo e alla Chiesa" (Ep 5,32). Il significato essenziale del suo discorso è che nel matrimonio e nell'amore sponsale cristiano si riflette l'amore sponsale del Redentore per la sua Chiesa: amore redentivo, carico di potenza salvifica, operante nel mistero della grazia con cui il Cristo partecipa la vita nuova alle membra del suo Corpo.
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3. E' per questo che nello svolgimento del suo discorso l'Apostolo ricorre al passo del Genesi che, parlando dell'unione dell'uomo con la donna, dice: "I due formeranno una carne sola" (Ep 5,31 Gn 2,24). Ispirandosi a questa affermazione, l'Apostolo scrive: "I mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; ma al contrario (ognuno) la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa" (Ep 5,28-29). Si può dire che nel pensiero di Paolo l'amore sponsale rientra in una legge di uguaglianza che l'uomo e la donna attuano in Gesù Cristo (cfr. 1Co 7,4). Tuttavia quando l'Apostolo constata: "Il marito... è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo Corpo" (Ep 5,23), l'uguaglianza, la parità interumana viene superata, perché c'è un ordine nell'amore. L'amore del marito per la moglie è partecipazione dell'amore di Cristo per la Chiesa. Orbene Cristo, Sposo della Chiesa, è stato primo nell'amore, perché ha attuato la salvezza (cfr. Rm 5,6 1Jn 4,19). Quindi egli è allo stesso tempo "Capo" della Chiesa, suo "Corpo", che egli salva, nutre e cura con ineffabile amore. Questo rapporto tra Capo e Corpo non annulla la reciprocità sponsale, ma la rafforza. E' proprio la precedenza del Redentore nei riguardi dei redenti (e dunque della Chiesa) che rende possibile tale reciprocità sponsale, in forza della grazia che il Cristo stesso elargisce. Questa è l'essenza del mistero della Chiesa come Sposa di Cristo-Redentore, verità ripetutamente testimoniata e insegnata da San Paolo.
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4. L'Apostolo non è un testimone distaccato e disinteressato, come se parlasse o scrivesse a titolo accademico o notarile. Nelle sue lettere si rivela profondamente coinvolto nell'impegno di inculcare questa verità. Come scrive ai Corinzi: "Io provo... per voi una specie di gelosia divina, avendovi promessi a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo" (2Co 11,2). In questo testo Paolo presenta se stesso come l'amico dello Sposo, la cui ardente preoccupazione è di favorire la perfetta fedeltà della sposa all'unione coniugale.
Difatti prosegue: "Temo... che, come il serpente nella sua malizia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qualche modo traviati dalla loro semplicità e purezza nei riguardi di Cristo" (2Co 11,3). Questa è la gelosia dell'Apostolo!
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5. Anche nella prima lettera ai Corinzi leggiamo la stessa verità della lettera agli Efesini e della seconda lettera ai Corinzi stessi, su citate. Scrive infatti l'Apostolo: "Non sapete voi che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prendero dunque le membra di Cristo e ne faro membra di una prostituta: Non sia mai!" (1Co 6,15). Anche qui è facile avvertire quasi un'eco dei profeti dell'Antica Alleanza che accusavano il popolo di prostituzione, specialmente per le sue cadute nell'idolatria. A differenza dei profeti che parlavano di "prostituzione" in senso metaforico, per stigmatizzare qualsiasi grave colpa d'infedeltà alla legge di Dio, Paolo parla effettivamente di rapporti sessuali con prostitute e li dichiara assolutamente incompatibili con l'essere cristiani. Non è pensabile prendere membra di Cristo e farne membra di una prostituta. Paolo precisa poi un punto importante: mentre la relazione di un uomo con una prostituta si attua solo al livello della carne e provoca quindi un divorzio tra carne e spirito, l'unione con Cristo si attua al livello dello spirito e corrisponde quindi a tutte le esigenze dell'amore autentico: "O non sapete, scrive l'Apostolo, che chi si unisce alla prostituta forma con essa un solo corpo? I due saranno, è detto, una sola carne.
Invece chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito" (1Co 6,16-17).
Come si vede l'analogia usata dai profeti per condannare con tanta passione la profanazione, il tradimento dell'amore sponsale di Israele col suo Dio, serve qui all'Apostolo per mettere in risalto l'unione con Cristo, che è l'essenza della Nuova Alleanza, e per precisarne le esigenze per la condotta cristiana: "Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito".
Udienze generali 1991 2252