GPII 1990 Insegnamenti - Agli scrittori de "La Civiltà Cattolica" - Città del Vaticano (Roma)

Agli scrittori de "La Civiltà Cattolica" - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Vostro compito aiutare i lettori a pensare cristianamente

Cari fratelli!


1. Al felice compiersi dei 140 anni di vita della vostra rivista "La Civiltà Cattolica", sono lieto di accogliere con vivo affetto, per la seconda volta, il collegio degli scrittori che la redige e la comunità religiosa che collabora nelle diverse fasi della pubblicazione. Ben consapevole del servizio intelligente e devoto che rendete alla Santa Sede e alla Chiesa, desidero anzitutto ringraziare insieme con voi "il Padre della luce, dal quale discende ogni dono perfetto" (Jc 1,17) per il lungo e fruttuoso periodo di vita concesso alla vostra rivista, e per il lavoro da voi compiuto in continuità spirituale con i padri Gesuiti, vostri predecessori in un'opera che va al di là della vita delle singole persone.

Desidero poi esprimere a voi tutti la mia personale gratitudine. Il lavoro che fate è duro e difficile e richiede impegno costante e sacrifici non piccoli, perché si svolge in massima parte nell'oscurità e nell'anonimato.

Tuttavia, siate certi che esso è benedetto da Dio e ricco di frutti abbondanti: adempie infatti a un servizio che la Santa Sede apprezza molto e sul quale è sicura di poter contare in ogni circostanza. Esso, peraltro, incontra anche il favore del pubblico, come dimostra l'alto numero di sacerdoti e laici che leggono "La Civiltà Cattolica" e trovano in essa indicazioni utili per interpretare gli avvenimenti del mondo di oggi alla luce della fede.


2. L'epoca in cui, per espressa volontà del mio predecessore Pio IX, esule a Gaeta, "La Civiltà Cattolica" vide la luce, era fortemente segnata da un laicismo e da un anticlericalismo, che non solo osteggiavano la Chiesa e il Romano Pontefice, ma minavano pure le basi stesse della civiltà cristiana, attaccando con violenza la fede e la morale cattolica. La vostra rivista sorse precisamente con lo scopo di difendere i valori cristiani, la Chiesa e il Papa. Inizialmente l'atteggiamento e lo stile della rivista furono combattivi e spesso anche aspramente polemici, in sintonia con il clima generale di tensione, quando non addirittura di lotta frontale, allora imperante. Oggi la situazione è molto cambiata. Col Concilio Vaticano II la Chiesa desidera "stabilire un dialogo che sia ispirato dal solo amore della verità" con tutti gli uomini, anche con coloro che non condividono la fede cristiana, ma "hanno il culto di alti valori umani", e perfino "con coloro che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano in varie maniere" (GS 92).

Questo pero non significa che sia venuta meno la necessità di difendere la fede e la morale cristiana dagli attacchi del materialismo scientista e ateo, del secolarismo irreligioso, della non-credenza spesso aggressiva nei confronti della religione e del messaggio cristiano. La difesa della fede e della Chiesa resta, dunque, il primo compito de "La Civiltà Cattolica" anche oggi. Un compito, tuttavia, che occorre svolgere in spirito di carità e di dialogo, senza asprezze polemiche, se pure nel rispetto rigoroso della verità.

Anche oggi, e forse soprattutto oggi, resta vero che la migliore difesa della fede cristiana è la presentazione di essa in maniera comprensibile per gli uomini del proprio tempo. La verità cristiana ha una straordinaria forza intrinseca di convincimento e di attrazione sugli spiriti sinceri e aperti a Dio: dipende dai cristiani il proporla nella sua integrità, e quindi nella sua grandezza e bellezza, come anche nella sua capacità di rispondere alle esigenze più alte e più profonde.


3. "La Civiltà Cattolica" non è una rivista specializzata in un particolare settore scientifico, ma è una rivista di cultura generale, che si apre su un ampio ventaglio di problemi, con una speciale attenzione all'attualità ecclesiale, sociale e politica. Il suo carattere specifico è il taglio con cui affronta i problemi e legge gli avvenimenti. E' un taglio specificamente "cattolico", nel senso che intende giudicare idee e avvenimenti alla luce della dottrina cattolica, come è espressa dall'insegnamento della Chiesa, in modo che il lettore sia aiutato a pensare "cristianamente" la realtà odierna.

Ciò comporta una piena e generosa adesione al magistero della Chiesa, che ha "l'ufficio di interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa" e ha ricevuto "un carisma certo di verità". Nella sua lunga storia, "La Civiltà Cattolica" si è distinta proprio per la sua fedeltà al magistero vivo della Chiesa, il cui insegnamento non solo ha accettato con profonda docilità, ma ha cercato di diffondere alacremente nel mondo della cultura. Vi esorto a perseverare in questa linea e a continuare con intelligenza e tenacia in quest'opera di difesa e di diffusione del pensiero della Chiesa, specialmente negli ambienti che sono lontani da essa o che l'avversano, spesso forse più per ignoranza di quello che la Chiesa veramente pensa e dice, che per volontaria opposizione ad essa.

Lo sforzo che, in particolare con la pubblicazione delle encicliche e con i miei viaggi apostolici, sto compiendo è di portare gli uomini di oggi ad "aprire le porte a Cristo, redentore dell'uomo". Sono perciò grato a "La Civiltà Cattolica" per l'aiuto che mi offre in questo compito, dando largo spazio agli insegnamenti pontifici, seguendo con attenzione e con accurata informazione i viaggi apostolici, sforzandosi di fare comprendere nel loro vero significato i gesti che il Papa compie nello svolgimento del suo mandato apostolico.


4. "La Civiltà Cattolica" ha sempre avuto un vincolo particolare col Papa e con la Santa Sede: un vincolo di amore e di fedeltà che i miei predecessori, da Pio IX a Paolo VI, hanno riconosciuto come carattere essenziale della vostra rivista. E' mio vivo desiderio che questo vincolo non solo si mantenga, ma si rafforzi. Ciò impone a voi tutti uno sforzo costante di fedeltà alla Santa Sede e alle sue direttive, anche se questo può costare talvolta sacrifici e rinunzie a giudizi e punti di vista personali. Siate sicuri che questi sacrifici e queste rinunzie, compiuti nello spirito del voto di speciale obbedienza al Papa che è proprio della Compagnia di Gesù, non mancheranno di produrre frutti spirituali per il bene della Chiesa e per la vostra vita religiosa.


5. La Chiesa cattolica è andata accrescendo la sua presenza nel mondo, in adempimento del suo carattere "cattolico", cioè universale; soprattutto nel corso di questo secolo essa è apparsa sempre più chiaramente come la "Chiesa di tutti" e la "Chiesa per tutti". Ciò fa si che essa, oggi più di ieri, debba prendere a suo carico, certamente sotto il profilo religioso e morale, tutti i problemi che angustiano il mondo, e debba venire la coscienza morale dell'umanità, facendosi voce di coloro che non hanno voce e non riescono a farsi sentire.

In questa situazione una rivista come la vostra deve necessariamente aprirsi ai grandi problemi del mondo di oggi: sociali, politici, economici, morali e religiosi. Il problema ecumenico, il dialogo delle culture, l'inculturazione della fede, i problemi dell'indifferenza religiosa, del secolarismo e dell'ateismo, il problema della fame, del sottosviluppo e dell'ambiente devono essere i temi sui quali la vostra rivista s'impegna a riflettere, seguendo le indicazioni da me date in particolare nell'enciclica "Sollicitudo Rei Socialis" e facendo come ho detto nell'enciclica "Redemptor Hominis" dell'uomo la "via" della Chiesa.


6. Desidero, infine, ricordarvi di essere fedeli al metodo di lavoro che ha sempre caratterizzato fin dal suo nascere "La Civiltà Cattolica". Anzitutto, la ricerca assidua della verità, sia in campo teologico e filosofico, sia in campo scientifico e storico, sia nel campo dell'attualità. Siate convinti che la migliore difesa della fede e della Chiesa è il dire sempre la verità, nella misura, evidentemente, in cui la verità può essere percepita nel groviglio delle situazioni e nel pluralismo di voci contrastanti.

Il secondo carattere del vostro metodo di lavoro deve essere la serietà scientifica, assicurata dalla competenza e dall'accuratezza della ricerca, in modo da giungere ad avere una sicurezza dottrinale che sia per i vostri lettori una garanzia. Già il mio predecessore Paolo VI esprimeva il desiderio che "La Civiltà Cattolica" costituisse un valido "punto di riferimento" in mezzo al mutare degli eventi e all'affermarsi di nuovi modi di pensare, che talvolta sono soltanto mode passeggere. Ritengo anch'io che questa funzione, che "La Civiltà Cattolica" svolge in stretta sintonia con il pensiero e le direttive della Santa Sede, debba essere mantenuta.

So poi che, istituzionalmente, il lavoro degli scrittori de "La Civiltà Cattolica" è collegiale, cosicché quanto appare sulla rivista è frutto di riflessione comune e impegna la responsabilità di tutto il collegio. Desidero che questo carattere collegiale del vostro lavoro sia mantenuto, anche se non è facile lavorare insieme e se quella certa dose di anonimato che esso comporta può costare non poco. E' chiaro, pero, che la collegialità nel lavoro assicura alla rivista una maggiore autorevolezza.

Carissimi, questi pensieri ho voluto parteciparvi in una ricorrenza per voi significativa. Confido che essi valgano a confortarvi nel vostro lavoro, orientandolo "alla maggior gloria di Dio" e al miglior servizio della Chiesa e degli uomini, che ad essa guardano come a "colonna e sostegno della verità" (1Tm 3,15).

Invoco su di voi dal divino Spirito copiosi doni di sapienza, di consiglio, di fortezza nella vostra quotidiana fatica e, in pegno di essi, vi imparto la mia benedizione.

Data: 1990-01-19

Venerdi 19 Gennaio 1990

Messa per l'Almo Collegio Capranica - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La vostra formazione sia incentrata su Cristo pastore e maestro

Siamo riuniti attorno all'altare del Signore per celebrare il sacrificio eucaristico con voi e per voi, cari superiori e alunni del Collegio Capranica, in preparazione alla festa di santa Agnese, patrona del vostro Istituto. Il mistero della divina elezione, che ha guidato il vostro animo giovanile verso la scelta del sacerdozio ha certamente la sua radice più profonda nell'ambiente familiare segnato da una fede vissuta e sincera e dagli esempi quotidiani di una vita leale, laboriosa e timorata di Dio.

Cari seminaristi, siate sempre generosi nel vostro impegno quotidiano; siate ferventi nella vostra formazione spirituale, dalla quale nasce la personalità sacerdotale fondata sulla preghiera, sull'assiduo studio teologico, come sull'attento confronto con le istanze culturali della società odierna, a cui siete destinati domani come ministri di Dio. La vostra formazione sia incentrata su Cristo pastore e maestro, che dovete impersonare in mezzo alle vostre future comunità.

Siate docili alle disposizioni dei superiori, i quali non cessano di prodigarsi e di spendersi perché il vostro collegio sia sereno, ordinato e adatto al maturare della vostra vocazione e al fiorire del vostro sacerdozio.

Il Signore Gesù, che fra poco si renderà presente sull'altare, fecondi queste intenzioni e le conduca con la protezione di Maria santissima e di sant'Agnese alla piena realizzazione.

Data: 1990-01-20

Sabato 20 Gennaio 1990

Messaggio ai Vescovi dell'America - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La dignità della persona è salvaguardata e affermata attraverso l'amorevole obbedienza alla legge di Dio

Ai miei fratelli Vescovi dal Nord e Centro America dai Caraibi e dalle Filippine


1. Vi accolgo con grande gioia nel nome di nostro Signore Gesù Cristo. Siete venuti dalle lontane diocesi del Canada, dei Caraibi, del Centro America, del Messico, delle Filippine e dagli Stati Uniti per il nono Convegno organizzato dal "Pope John XXIII Medical-Moral Research and Education Center". Mi unisco a voi ancora una volta quest'anno per ringraziare i Cavalieri di Colombo per la loro generosa assistenza nel rendere possibile questi giorni di studio e preghiera.

Il tema generale dell'incontro di quest'anno fa riferimento allo straordinario dono dello Spirito Santo che fu il Concilio Vaticano II. Le vostre riflessioni sul "Venticinquesimo Anniversario del Concilio Vaticano II: Uno Sguardo al Passato e uno al Futuro" vi offrono l'opportunità di sottolineare la passata, la presente e la futura fertilità del Concilio nella vita e nella missione della Chiesa. E' vero che il Concilio Vaticano II ha rappresentato una grande effusione dello Spirito Santo sul Popolo dio Dio. Come ho affermato nella mia Lettera Enciclica "Dominum et Vivificantem": "Seguendo la guida dello Spirito di verità e testimoniando con esso, il Concilio ha confermato la presenza dello Spirito Santo - il Consigliere. In un certo senso, il Concilio ha reso lo Spirito nuovamente "presente" nella nostra difficile epoca. Alla luce di questa convinzione si può cogliere più chiaramente la grande importanza di tutte le iniziative finalizzate a completare il Concilio Vaticano Secondo, il suo insegnamento e il suo slancio pastorale ed ecumenico" (Ioannis Pauli PP: II Dominum et Vivificantem, DEV 26).


2. Partendo dalla ricchezza dell'insegnamento del Concilio, il vostro dibattito si focalizzerà su tre specifici temi del magistero della Chiesa che profondamente influiscono sulla sua missione: la dignità della persona umana, la legge morale oggettiva e la relazione fra la Chiesa ed il mondo.

La Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel Mondo Moderno "Gaudium et Spes" include un intero capitolo sulla dignità della persona umana (cfr. GS 12-22). Insegna che l'inalienabile dignità dell'uomo scaturisce dal fatto che egli è fatto ad immagine di Dio, che è capace di conoscere ed amare il suo Creatore, e che esso ha ricevuto dominio sopra tutte le altre creature che devono essere responsabilmente usate per la gloria di Dio (cfr. GS 12). In poche parole, la persona umana è la sola creatura sulla terra che Dio ha voluto per puro amore (cfr. GS 24).

Questi principi sono i fondamenti dell'antropologia Cristiana, che, basata sul Vangelo, conduce l'uomo alla scoperta della piena verità su se stesso, vale a dire, la sua appartenenza a Cristo. Chiunque è in Cristo è innalzato allo sto di figlio di Dio, oggetto di divina condiscendenza. Il mistero dell'amore vivificante di Dio per i propri figli preannuncia ed è la vera fonte della nostra definitiva glorificazione: "la gloria di Dio è l'uomo vivente, e la vita dell'uomo è la visione di Dio" (cfr. S.Ireneo, Adversus Haereses, IV, 20, 7; cfr. Ioannis Pauli PP. II Dominium et Vivificantem, 59). Qui giace la nostra più grande dignità ed il nostro più alto destino.


3. Inoltre, come le vostre riflessioni indicheranno, fattore costitutivo della dignità dell'essere umano in quanto persona redenta da Cristo è la capacità di conoscere ed osservare la legge morale oggettiva. Parlando della responsabile trasmissione della vita, i Padri del Concilio hanno chiaramente insegnato che nel fare una scelta morale, "il carattere morale di un comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato secondo criteri oggettivi, che hanno il loro fondamento nella dignità stessa della persona umana e dei suoi atti" (GS 51). Nel cuore dell'uomo c'è una legge inscritta da Dio, una legge che l'uomo "non è lui ha darsi" (GS 16 cfr. etiam 51 et Rm 2,15-16). In questo modo, l'innata dignità della persona è salvaguardata ed affermata grazie all'obbedienza alla legge di Dio, la regola di ogni attività morale.


4. Infine, la vostra discussione verterà sul rapporto della Chiesa con il mondo.

Infatti, il fermento del Vangelo arricchisce il mondo nella stessa misura con cui i fedeli cristiani portano effettiva testimonianza, nelle loro vite e nei loro lavoro, della verità sulla dignità umana e dirigono le loro azioni secondo la legge morale. "I cristiani, in cammino verso la città celeste", hanno insegnato i Padri del Concilio, "devono ricercare e gustare le cose di lassù; questo tuttavia non diminuisce, anzi aumenta l'importanza del loro dovere di collaborare con tutti gli uomini per la costruzione di un mondo più umano. E in verità il mistero della fede cristiana offre loro eccellenti stimoli e aiuti per risolvere con maggior impegno questo compito..." (GS 57 cfr. etiam GS 23-32 GS 40-45 GS 53-90).


5. Cari fratelli, desidero esprimervi il mio fraterno incoraggiamento affinché poniate la massima attenzione ai temi dell'incontro. Possa la vostra discussione servirvi per rinnovare il vostro senso di responsabilità pastorale, sfidati come siete dalla profonda confusione riguardante i fondamentali principi della vita e dell'agire che tocca oggi molte persone. Sviluppando una sempre maggiore conoscenza e un sempre maggior controllo sul mondo che lo circonda, l'uomo è sempre meno capace di capire se stesso e lo scopo della sua vita. Le vostre genti guardano alla Chiesa per una guida saggia ed autentica che li aiuti a scoprire la loro vocazione umana e cristiana ed a rispondere ad essa con fiducia.

Possa lo Spirito Santo ispirarvi ed illuminarvi in modo che voi, come pastori zelanti della Chiesa, possiate spiegare le verità della fede ed applicarle con coraggio e compassione. Possa Maria, Fonte di Saggezza e Madre della Chiesa, intercedere per voi nel vostro servizio al suo Figlio Divino e al suo Vangelo. Su tutti voi impartisco la mia Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 20 gennaio 1990.

(Traduzione dall'inglese)

Data: 1990-01-20

Sabato 20 Gennaio 1990

Agli Amministratori di Roma - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Fieri di rispondere con urgenza alla sfida di saldi valori morali

Onorevole signor sindaco, signori componenti della Giunta e del Consiglio comunale di Roma!


1. Si rinnova oggi il tradizionale e sempre gradito incontro, che offre a voi l'occasione di porgere al Papa gli auguri per il nuovo anno e a me di ricambiarli con tutto il cuore.

Le sono grato, signor sindaco, per il nobile indirizzo che ha voluto rivolgermi a nome anche dei suoi collaboratori. Prendo atto con compiacimento dei propositi di generosa dedizione al servizio di questa amata Città che, anche per la singolare missione ad essa riservata dalla Provvidenza, presenta alcuni problemi amministrativi particolarmente delicati e complessi.

Quest'incontro avviene all'inizio non soltanto dell'anno, ma anche del vostro mandato di amministratori, essendo recente il vostro insediamento in Campidoglio. Ciò conferisce alla presente circostanza uno speciale significato, giacché l'avvio di un nuovo ciclo di attività amministrativa comporta sempre un rilancio dell'impegno di lavoro, nella prospettiva di precisi obiettivi da raggiungere.

Il Vescovo di Roma, che ormai da lungo tempo intrattiene un dialogo aperto con i responsabili della vita politica cittadina, s'avvale volentieri dell'odierna opportunità per porgervi i suoi voti di concorde e proficuo lavoro a vantaggio dell'Urbe e del suo progresso materiale e morale conformemente alla vocazione storica e alla funzione secolare, che le sono proprie.


2. Parlo a ragion veduta di "dialogo", perché tra l'Autorità ecclesiastica e quella civile, pur nel rispetto delle peculiari sfere di competenza, devono instaurarsi rapporti non semplicemente di buon vicinato, ma di fattiva e costante collaborazione, tali da consentire ad entrambe di recare un contributo effettivo alla soluzione dei molteplici problemi propri di una grande metropoli. La Chiesa, infatti, lungi dall'assumere atteggiamenti di distacco o addirittura di antagonismo, si sente invece parte viva della comunità civile, al cui bene globale intende concorrere, forte della propria ispirazione ideale, unitamente alle altre comunità, strutture e organizzazioni dell'Urbe.

Nell'esortazione apostolica "Christifideles Laici" (CL 42), che ho dedicato alla "vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo", ho espresso il convincimento che "stile e mezzo per il realizzarsi di una politica che intenda mirare al vero sviluppo umano è la solidarietà". Tale solidarietà - come avevo già detto nell'enciclica "Sollicitudo Rei Socialis" (SRS 38) - "non è un sentimento di vaga comprensione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone vicine e lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune, ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siano veramente responsabili di tutti".


3. Questa, illustri signori, è la norma di fondo, a cui deve ispirarsi ogni amministratore della cosa pubblica: favorire tra i cittadini una solidarietà che sia davvero sollecitudine per la totalità dei componenti la comunità urbana nella totalità delle loro esigenze autenticamente umane. E' proprio di questa solidarietà che ha bisogno Roma per affrontare i suoi problemi antichi e nuovi, per dare risposte forti e valide a quella crisi di identità che rischia di pregiudicarne la nobilissima missione e di sfigurarne il volto.

La solidarietà deve valere, innanzitutto, tra le persone, le famiglie, i ceti sociali, perché senza una grande e rinnovata tensione alla compattezza tra i cittadini non può esserci un vero progresso. La solidarietà deve poi sussistere tra le generazioni, perché ogni stagione della vita ha un suo contributo da offrire all'edificazione di una migliore convivenza. La solidarietà deve inoltre instaurarsi tra i cittadini e gli stranieri, perché Roma continui ad essere un punto di riferimento nel dialogo tra popoli e culture diverse. La solidarietà, infine, va promossa tra parte e parte del territorio urbano, tra il centro e la periferia, come anche tra l'ambito proprio della città e quello più vasto, e pur col primo intimamente connesso, della provincia e dell'intera regione.


4. Un forte impegno civile, che si ispira a una simile visione della solidarietà, potrà ben orientare l'esame e l'eventuale elaborazione di quei nuovi assetti istituzionali, che ella, signor sindaco, ha voluto evocare e che da molte parti sono ritenuti necessari per un più efficace governo di Roma, che è, al contempo, capitale della Nazione italiana e centro della cristianità.

Ma qualsiasi adeguamento amministrativo, che le forze politiche decidano di attuare, sarà per sé insufficiente ad assicurare l'effettiva soluzione delle difficoltà vecchie e nuove di cui risente e soffre la vita cittadina, se mancherà il sostegno dei valori morali, sui quali deve reggersi ogni ordinata convivenza.

Tali valori hanno la loro fonte nella dignità della persona umana, creata a immagine di Dio, e nel trascendente destino a cui egli l'ha chiamata.

La Chiesa, esperta qual è in umanità, sa di poter recare, al riguardo, un significativo contributo, attinto all'insegnamento perennemente valido del suo divin fondatore, Gesù Cristo. In una società tentata di porre nella ricerca dei beni materiali e nell'indiscriminata soddisfazione di qualsiasi desiderio o pulsione il criterio supremo delle proprie scelte, la Chiesa sente il gravissimo dovere di richiamare ai suoi figli e, in generale, a tutti gli uomini di buona volontà quei valori di ordine spirituale, nei quali soltanto l'essere umano può trovare l'appagamento pieno delle sue aspirazioni più profonde.

Per la sua millenaria tradizione di civiltà, arricchita e nobilitata dalla rivelazione cristiana, Roma deve sentire la fierezza di non essere seconda a nessun'altra città nel rispondere a quella urgenza, direi anzi a quella sfida di saldi valori morali, a cui le persone più sensibili prestano oggi rinnovata attenzione.


5. La comunità cristiana, che vive e opera nella Città, intende assumere pienamente le proprie responsabilità in questo impegno di ripresa morale, da cui dipende in larga misura il raggiungimento di quelle mete di giustizia e di progresso, che sono nei desideri di tutti. A questo fine essa sta preparando il Sinodo pastorale diocesano, nel quale vuole mettersi in ascolto della Città per coglierne con ampia e profonda analisi di carattere socio-religioso, attese e frustrazioni, disagi e speranze, così da poter offrire un apporto costruttivo nella ricerca delle soluzioni.

I problemi che si intravedono sono numerosi e gravi. Molti di essi sono anche annosi e, come tali, a tutti ben noti: la carenza di alloggi, ad esempio, che intralcia il cammino delle famiglie in formazione e si proietta come ombra minacciosa su quelle sottoposte a sfratto; la disoccupazione, che continua ad affliggere in larga misura il mondo giovanile, colpendo in modo particolare i soggetti più deboli; la dolorosa situazione di solitudine, di emarginazione e persino di abbandono di un gran numero di poveri, di anziani, di immigrati; le disfunzioni dei servizi socio-sanitari, da tante parti lamentate, ma lungi ancora dall'essere corrette; la congestione del traffico, che rende difficile la circolazione, creando gravi disagi ai cittadini; le barriere urbane, con le difficoltà che ne derivano per i disabili; il progressivo degrado ambientale, che suscita crescente allarme nella pubblica opinione; il fenomeno sempre più preoccupante della criminalità, particolarmente giovanile... E non parlo di altri problemi di ordine spirituale e morale, che come tali più sollecitano e preoccupano la Chiesa in quei settori che sono di sua più diretta e specifica competenza. Agli uni e agli altri il prossimo Sinodo romano dovrà rivolgere le sue attenzioni e premure.

Quel che occorre, comunque, è di coordinare le forze e di agire con tempestività e decisione. Se la città è fatta per l'uomo, nulla può essere trascurato o rinviato di quanto può contribuire a dare ad essa un volto a misura d'uomo. Roma, poi, che per la sua storia civile e religiosa vanta un patrimonio di valori unico al mondo, deve impegnarsi per offrire agli abitanti e ai visitatori spazi di arricchimento spirituale e stimoli per l'elevazione sul piano etico e autenticamente umano.


6. Confido, illustri signori, che in queste mie riflessioni voi vorrete scorgere l'amore profondo che nutro per questa Città e il desiderio sincero che mi muove a recare un contributo al vostro non facile lavoro di amministratori.

Con questi sentimenti rinnovo a voi e ai vostri collaboratori i miei auguri cordiali, mentre invoco le benedizioni di Dio su tutti i cittadini e gli ospiti dell'Urbe, per i quali auspico un anno di operosa concordia e di ordinato progresso nella giustizia, nella libertà, nella pace.

Data: 1990-01-20

Sabato 20 Gennaio 1990

All'Angelus - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Chiediamo il dono dell'unità affinché gli uomini accolgano Cristo

Carissimi fratelli e sorelle.


1. Si sta svolgendo nel mondo la "Settimana di preghiere per l'unità dei cristiani". Vorrei oggi attirare la vostra attenzione su questa iniziativa particolarmente importante per la comunità cristiana, impegnata a testimoniare la sua fede in mezzo al mondo.

Il Signore Gesù ha legato all'unità dei suoi discepoli la divulgazione del Vangelo fra le genti. Alla vigilia della sua passione e morte per la redenzione degli uomini, egli ha pregato per i suoi discepoli e per tutti coloro che avrebbero creduto in lui. Rivolgendosi al Padre celeste ha chiesto esplicitamente: "Che tutti siano una cosa sola... affinché il mondo creda" (Jn 17,21).

Opportunamente, quindi, si è scelto per questa "Settimana di preghiere" proprio questo tema centrale, con l'invito a tutti i cristiani - cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti - ad unirsi alla stessa preghiera di Cristo.

Nel nome di Cristo, noi, dunque, chiediamo al Padre il dono dell'unità "affinché il mondo creda", affinché l'intera umanità possa accogliere la parola di Dio e costituirsi in comunità concorde e pacifica, consacrata nella verità.


2. La comunità cristiana nel suo insieme è impegnata su questa via e veri progressi si stanno compiendo. Oggi vorrei anche presentare alla vostra preghiera una speciale intenzione. Ho inviato in questi giorni a Mosca una mia delegazione, che vi ha incontrato i rappresentanti del patriarcato ortodosso allo scopo di trovare insieme i modi per risolvere, nella fraternità, i problemi che si pongono in Ucraina occidentale. Auspico fermamente che sia evitato tutto ciò che potrebbe fare ostacolo o essere contrario all'attuale sforzo di riconciliazione e di rinnovata e approfondita fraternità.


3. Affidiamo, in questo momento, la nostra preghiera alla Vergine santissima, chiedendole di interporre la sua celeste intercessione presso il Figlio. Davanti a lei, Madre di Cristo e Madre nostra, noi ci sentiamo veri fratelli e sorelle nell'ambito del popolo messianico in cammino verso la comune patria del cielo.

Affretti Maria il momento in cui tutti i credenti possano testimoniare nella comunione piena la loro fede nell'unico Signore, il Figlio di Dio, concepito nel suo seno verginale per opera dello Spirito Santo.

Data: 1990-01-21

Domenica 21 Gennaio 1990

Nella Basilica di San Paolo fuori le Mura - Roma

Titolo: Al termine della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani

Quest'anno manchero a un appuntamento che mi è molto caro. A causa del mio prossimo viaggio in Africa non potro essere presente nella basilica di San Paolo fuori le Mura per presiedere, come ho fatto ogni anno, alla solenne celebrazione conclusiva della "Settimana di preghiere" giovedi, 25 gennaio. Invito pero i fedeli a prendere parte alla celebrazione che sarà guidata dal card. Giovanni Willebrands.

Io saro presente con il pensiero e con la preghiera, affinché questa manifestazione visibile della nostra volontà di pregare per l'unità dei cristiani si aggiunga a quelle che, in tutto il mondo, vedranno uniti e concordi i cristiani nel loro impegno davanti a Dio di operare e pregare per il ristabilimento dell'unità.

Data: 1990-01-21

Domenica 21 Gennaio 1990

Omelia alla parrocchia della SS.ma Annunziata - Roma

Titolo: Molto cammino ancora da compiere verso l'unità dei cristiani

"Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, siate in perfetta unione di pensieri e di intenti" (1Co 1,10).


1. Raccogliamo, fratelli e sorelle, questo pressante appello dell'apostolo Paolo all'unità, nel contesto di queste prime domeniche del tempo liturgico "ordinario", che ci riportano agli inizi della missione del nostro Salvatore.

E' nella terra di Zabulon e di Neftali, la "Galilea delle genti", immagine dell'Israele circondato dalle tenebre dell'incredulità e dell'idolatria, che Gesù comincia il suo ministero di Inviato di Dio per la salvezza del mondo.

Egli appare sulla scena delle vicende umane per riunire le pecore disperse e sbandate d'Israele e farne il popolo della nuova alleanza. Egli viene come "luce", per dissipare queste tenebre e dare forma a una nuova umanità, riunita nella pace e nella gioia.

A questo disegno di riconciliazione e di comunione sono orientate già le prime parole e i primi atti del Redentore. La venuta del Regno che in lui si compie, e quindi la realizzazione del progetto divino della comunione, passa infatti prima di tutto attraverso la conversione e l'adesione alla "buona notizia", di cui Gesù è annunciatore. Si tratta, per l'uomo, di abbandonare la via che conduce al peccato e alla morte e di intraprendere un cammino di rinnovamento nella mentalità e nello stile di vita, al seguito di Cristo, luce del mondo, e in piena docilità al suo messaggio.

In questa prospettiva la chiamata-risposta dei primi discepoli acquista valore esemplare: è anzitutto la testimonianza concreta di chi è disponibile alla proposta e lascia tutto per seguire il Maestro, unendosi a lui; nello stesso tempo, diventa l'iniziale realizzazione di quella "convocazione" degli uomini intorno a Cristo concretamente costituita dalla Chiesa, nuovo Israele, "segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano" (LG 1). Di questa Chiesa infatti gli apostoli sono i primi testimoni e costruttori: "Vi faro pescatori di uomini", dice loro Gesù (Mt 4,19).


2. Vogliamo cogliere l'attualità di questo messaggio nella luce dell'"oggi", che la Chiesa di Roma sta vivendo. Anzitutto della "Settimana di preghiera per l'unità", che si svolge in questi giorni, e poi del cammino sinodale già intrapreso.

La prima conversione che i discepoli del Signore sono chiamati a realizzare aderendo a Cristo, luce di verità e parola di vita, consiste appunto nell'accoglienza della comunione come dono dello Spirito. L'amore di Cristo, che è in loro, si manifesterà di conseguenza nell'impegno a diffondere e dilatare la comunione con i fratelli, senza soffocare per questo le legittime diversità, che sono pure dono dello Spirito. Assolutizzare il ruolo di coloro che sono semplici strumenti, inseguendo maestri di sapienza umana fino a creare contrapposizioni e lacerazioni all'interno del tessuto ecclesiale, è un gravissimo attentato al disegno di comunione che Dio ha per l'umanità e soprattutto un peccato grande che divide la Chiesa, separando il corpo da Cristo che ne è il suo capo. I battezzati non sono di Paolo, di Apollo, di Cefa, ma appartengono soltanto a Cristo che è morto e risorto "per riunire i figli di Dio dispersi" (Jn 11,52) e farne un solo corpo. Contrapporsi e dividersi significa rompere l'unità da lui voluta, ignorare il senso del suo sacrificio pasquale, compromettere l'efficacia dell'annuncio evangelico. La luce di Cristo, infatti, risplenderà sul mondo nella misura in cui le Chiese e ogni comunità cristiana daranno testimonianza di unità. Lo ha detto Gesù: "Siano una cosa sola, affinché il mondo creda" (Jn 17,21).


3. Queste riflessioni, carissimi fratelli e sorelle, sono anche di stimolo per approfondire e sviluppare alcuni aspetti dell'impegno di comunione e di missione al quale la Chiesa di Roma, in tutte le sue articolazioni, è sollecitata con il Sinodo pastorale diocesano.

Un primo aspetto concerne il compito ecumenico, l'impegno cioè di lavorare al ristabilimento dell'unità fra i cristiani, compromessa dalle divisioni avvenute nel corso dei secoli. E' stato questo uno dei principali intenti del Concilio Vaticano II ed è tuttora uno degli obiettivi fondamentali della missione ecclesiale, conseguenza naturale della visione della Chiesa come popolo di Dio, uno e unico, in cammino nella storia e in dialogo con tutti gli uomini.

La Chiesa di Dio che è in Roma, per la sua singolare identità e vocazione, è chiamata ad assumere con particolare forza e determinazione questo compito, in quanto sede del successore di Pietro, di colui cioè al quale è stato affidato in modo particolare il ministero dell'unità.

Molto cammino è stato fatto in questo senso negli ultimi tempi: sono caduti tanti pregiudizi, si è avviato un proficuo scambio teologico, si è dato più spazio alla preghiera comune. Molto cammino pero rimane ancora da compiere. Deve maturare in molti cristiani una più profonda mentalità ecumenica che comporti rispetto ed accoglienza vicendevoli: devono approfondirsi l'ascolto e il dialogo reciproci, senza tuttavia indulgere a compromessi che intacchino i contenuti della fede e della morale cristiana; devono crescere le occasioni e i luoghi di incontro per camminare insieme incontro al Signore. Tutto ciò comporta un'adeguata "strategia", nella quale il primo posto va riservato alla conversione personale, al rinnovamento spirituale e alla preghiera. Grande importanza sarà pure attribuita all'educazione ecumenica da assicurare a tutti i livelli e nelle sedi più idonee; alla messa in atto dei mezzi più opportuni per la ricerca dei valori comuni; all'amore appassionato per la verità che tutti sono chiamati a servire.

Il compito ecumenico, in tale prospettiva, non può considerarsi un'esigenza facoltativa e un impegno riservato a pochi addetti ai lavori, ma si pone come dovere di ogni cristiano e quindi come dimensione fondamentale di tutta la vita e missione della Chiesa.


4. C'è ancora un aspetto della comunione ecclesiale che merita di essere sottolineato, alla luce del messaggio biblico appena ascoltato: riguarda l'armonizzazione dei carismi personali e comunitari, con i quali lo Spirito arricchisce la Chiesa e la rende più idonea alla missione. L'unità della Chiesa non è rigida uniformità e neppure livellamento e appiattimento; è frutto piuttosto di doni ed esperienze diverse, che fanno pensare alle membra molteplici e differenti di un unico corpo. Come tale è una ricchezza da coltivare e da promuovere, nel rispetto e nella valorizzazione dei singoli carismi, che vanno tuttavia sempre finalizzati all'edificazione della comunità e al servizio che essa deve rendere agli uomini, affinché venga il regno di Dio.

Purtroppo, come ai tempi di Paolo nella Chiesa di Corinto, così anche ai giorni nostri nelle nostre comunità, può accadere che un esercizio scorretto dei carismi generi conflitto, contrapposizioni e divisioni. Ciò avviene o perché ci si chiude nel particolarismo di un piccolo gruppo, assolutizzando la propria esperienza, ovvero perché si mira più all'affermazione personale che non alla costruzione della comunità. E' questa una tentazione del maligno, che tende sempre a seminare divisione nella Chiesa. Se assecondata, la tentazione può diventare un grande peccato che lacera il corpo di Cristo e arreca grave pregiudizio alla credibilità del messaggio evangelico. Bisogna guardarsi da questo pericolo, facendo si che la vivacità dei carismi, che caratterizza anche la presente stagione ecclesiale, diventi sorgente di comunione ed espressione concreta di quell'"unità sinfonica" che nasce e si afferma mettendo insieme doni e beni elargiti dallo Spirito per il fine comune dell'evangelizzazione e della missione.


5. Auspico, carissimi fedeli della parrocchia della SS.ma Annunziata, che anche nella vostra comunità si attui tale "unità sinfonica" di carismi e di iniziative pastorali. Sono lieto di questo incontro con voi e con i vostri pastori: saluto il cardinale vicario e mons. Clemente Riva, vescovo responsabile di questo settore della città; saluto il vostro parroco, don Carmine Vitale di Maio, col coadiutore e gli altri sacerdoti e diaconi che con lui collaborano, sacerdoti non solo della parrocchia, ma anche della prefettura; saluto tutti voi, che partecipate a questa celebrazione eucaristica animandola con i vostri canti e col fervore della vostra preghiera.

Vedo qui rappresentata la realtà complessa e articolata della parrocchia: gli esponenti dei Consigli parrocchiali, i catechisti con i loro aiuti, i membri delle varie Associazioni, Gruppi, Movimenti, quipes, Organismi, dal cui impegno dipende in notevole misura l'animazione spirituale di una comunità che conta ormai circa 35.000 abitanti.

Vi esorto a perseverare nell'adesione operosa alle iniziative intraprese sotto la guida dei vostri pastori, cercando di moltiplicare i momenti di comunione nelle celebrazioni liturgiche, negli incontri di catechesi, nelle attività caritative. E' infatti in tali esperienze di comunione che si ravviva nell'animo di ciascuno la consapevolezza della chiamata ad essere annunciatore del messaggio evangelico tra fratelli.

Nella vostra testimonianza a Cristo vi guidi sempre l'ammonimento dell'apostolo Paolo, a cui ho fatto cenno all'inizio del mio dire: "Non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d'intento". Tutto deve compiersi nella verità e nella carità, che è il vincolo dell'unità, vera origine e ragion d'essere della comunità e finalmente nella concretezza della Chiesa locale, "casa comune", a cui presiede il vescovo che in essa è principio visibile e garante della comunione.

"Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita". Si, fratelli e sorelle, chiediamo al Signore che conceda a tutti i cristiani di ritrovarsi nella casa comune, per gustare insieme la dolcezza del Signore e la gioia della comunione.

"Che tutti siano una cosa sola, perché il mondo creda...". Amen! (Alla popolazione del quartiere:) Carissimi fratelli e sorelle, parrocchiani della SS.ma Annunziata, la vostra parrocchia porta questo nome, questo titolo, e ciò vuol dire che qui, in questa comunità cristiana, deve risuonare quasi continuamente l'annuncio salvifico, l'annuncio divino, per la prima volta risuonato davanti alla Vergine di Nazaret. Deve risuonare lo stesso annuncio: annuncio dell'Incarnazione del Figlio di Dio, annuncio dell'Emmanuele, annuncio, nello stesso tempo, della nostra elevazione, in questo Figlio di Dio, a figli di Dio. Questo annuncio deve risuonare nella vostra parrocchia in modo speciale. Deve risuonare nella chiesa, che sta al centro del quartiere, deve risuonare sui palazzi più vicini ma anche più lontani, dove si vedono anche gli altri parrocchiani.

Io saluto tutti di cuore e porto tutti voi nella chiesa della vostra parrocchia come una comunità cristiana, per presentarvi all'altare come una risposta a questo annuncio. Se risuona l'annuncio di Nazaret, l'annuncio fatto alla Vergine Maria, la nostra risposta è avvicinarsi all'altare, perché su questo altare, che significa Cristo, la realtà dell'Emmanuele, Dio con noi, sempre si rinnova, sempre è viva, è presente, dà una dimensione alla nostra vita, dà un senso alla nostra vita: un senso umano, ma anche sovraumano, soprannaturale, perché l'anima dell'uomo è inquieta come diceva Agostino, fino a quando non trova in Dio il suo riposo, il suo ultimo destino. Qui sulla terra siamo giustamente preoccupati per la pace. Ecco, colui che è annunciato a Nazaret, che è annunciato oggi, è il Principe della pace. Nel suo nome voglio piantare questo albero significativo, simbolico, perché sia anche una preghiera per la pace, tanto necessaria dappertutto, in ogni cuore umano, nelle famiglie, le comunità più consistenti e fondamentali, nei quartieri, negli ambienti, nelle città, nei popoli, nel mondo intero. Che questo albero della pace, ad onore del Principe della pace, sia una preghiera per la pace di tutti noi.

(Ai bambini:) Mi piace molto il canto che avete eseguito prima, soprattutto le parole: "l'egoismo cancelliamo". Subito mi viene in mente colui che ci ha insegnato a cancellare l'egoismo nel modo più assoluto, radicale: voi sapete bene che è stato Gesù. Egli che, pur essendo Figlio di Dio, si è fatto Figlio dell'uomo, Figlio della Vergine, di Maria, uno di noi, ci ha insegnato a dare se stessi già dal primo momento della sua venuta, già a Betlemme, nella culla di Betlemme, poi durante tutta la sua vita, specialmente nella sua vita missionaria, messianica, e infine attraverso il suo sacrificio di croce. Egli ha offerto se stesso per i peccati di tutto il mondo, di tutti noi. E' questo l'esempio supremo, trascendente che mostra come cancellare l'egoismo e sostituirlo con l'amore, perché non si può cancellare l'egoismo in altro modo, ma solamente sostituirlo: ciascuno di noi porta in sé un po' di questo egoismo, egocentrismo. Allora, se vogliamo cancellarlo, come avete cantato, si deve sostituire o piuttosto eliminare questo egoismo facendo entrare in noi l'amore, il vero amore che ci ha insegnato Cristo.

Io vi ringrazio per questo incontro. Esso dà prova anche di un'altra cosa che avete cantato: avete detto "tutti insieme camminiamo". Per l'appunto siete qui tutti insieme, bambini, ragazzi, ragazze, giovani di questa parrocchia della SS.ma Annunziata. Insieme con voi sono anche i vostri genitori, i vostri insegnanti, catechisti, catechiste, i vostri sacerdoti, tutti insieme. E di questo insieme, di questo "camminare insieme", Cristo è il buon pastore. Egli amava tanto parlare di se stesso come il buon pastore, facendo questa analogia tra l'ovile, il gregge e la comunità, la Chiesa.

La Chiesa è un insieme in cui tutti, cercando di cancellare l'egoismo, cercando di far entrare al posto dell'egoismo il vero amore, camminiamo con Cristo, guardando al suo amore, al suo Vangelo e al suo esempio, guardando soprattutto al suo sacrificio che ci è rimasto come un sacramento, come l'Eucaristia: guardando, partecipando e vivendo. E voi ragazzi, bambini, giovani adesso imparate questo grande mistero della nostra fede, vivete il periodo di una iniziazione cristiana, sacramentale, per costruire la vostra vita cristiana, vita autenticamente cristiana, sulla base di questa iniziazione, di questi sacramenti, soprattutto della Confessione, della Penitenza, dell'Eucaristia, della Cresima. Io vi auguro di cuore che questo vostro sforzo sia fruttuoso. Lo auguro ai vostri insegnanti, catechisti, genitori, lo auguro al parroco, ai sacerdoti e anche a ciascuno e a ciascuna di voi, perché è un'opera comune, uno sforzo che si fa comunitariamente. E poi vi ringrazio per la vostra bella accoglienza, per questo canto, per il vostro sorriso e anche per questa attenzione con cui seguite le parole del Papa.

Come avete già detto, tra pochi giorni devo andare in Africa ad incontrare altri bambini di un altro colore, di un'altra razza, ma vostri fratelli e vostre sorelle viventi in questo grande continente, in condizioni e situazioni molto più difficili, qualche volta nella miseria, specialmente in questi Paesi che devo attraversare: sono Paesi dell'Africa desertica, del Sahara, del Sahel. Allora io salutero questi bambini e voi fate quello che mi avete promesso: pregate insieme con il Papa e con questi bambini africani durante la mia visita, perché questa visita serva a mostrare, a manifestare l'unità della Chiesa, che vuol dire anche unità dei bambini romani, degli italiani, dei bianchi e di questi africani di Capo Verde, della Guinea Bissau, del Mali, del Burkina Faso, del Ciad, di tutti questi bambini africani neri. Certamente anche loro saranno contenti di vedere il Papa, come è contento il Papa di incontrare loro.

(Al gruppo famiglie:) Vi saluto tutti nel nome della Sacratissima Famiglia, Gesù, Maria, san Giuseppe. Vi saluto tutti in questo nome, in questo segno, perché è un nome, è un segno l'opera della famiglia, è un segno divino. E' indicativo che Gesù abbia trascorso trent'anni della sua vita messianica, redentrice, nella famiglia. Questo ci dimostra il ruolo che ha la famiglia nell'opera della redenzione e della salvezza. Questo ruolo, possiamo dire medio, universale, in diversi ambienti e nell'ambito della missione della Chiesa universale, della diocesi, della Chiesa di Roma, della parrocchia, è della famiglia, Chiesa domestica. Certamente non viene ricompresa nell'elenco delle chiese della diocesi di Roma ogni chiesa domestica; in quello che leggiamo nei registri dei battesimi troviamo anche la Chiesa domestica. Essa ha tuttavia la sua importanza, il suo posto, non solamente nella conoscenza di Dio, ma soprattutto nell'amore di Dio. Questo ha voluto mostrarci Gesù facendosi uomo, facendosi bambino, nascendo e vivendo nella famiglia: una famiglia povera, una famiglia anche emigrata, esclusa dalla sua patria, una famiglia operaia, umile.

Tutto questo possiede un significato per noi. Tutto questo diviene oggetto della meditazione, della contemplazione. Tutto questo costituisce un'ispirazione per ogni famiglia umana, per ogni famiglia cristiana realizzata nel sacramento del matrimonio. E' per questo che io vi ho detto all'inizio: vi saluto nel nome della Sacra Famiglia. E nel nome della Sacra Famiglia vi auguro tutti quei beni, quelle grazie che attraverso la Sacra Famiglia sono destinate ad ogni famiglia umana, a ogni famiglia di questa parrocchia, ad ogni vostra famiglia. Mi avete dato una grande gioia con questo incontro, la gioia di toccare da vicino questi piccoli parrocchiani appena battezzati che sono la vostra gioia e contemplano che nella Chiesa deve essere la gioia, questa gioia che emanano i bambini, questa gioia significa che noi tutti siamo pienamente chiamati a essere figli, figli del Figlio. Vi auguro anche una buona vita matrimoniale, coniugale, familiare, una buona educazione per i vostri figli. Che la Sacra Famiglia sempre vi aiuti in questa vostra grande vocazione di essere sposi, di essere genitori, di essere Chiesa domestica.

(Al consiglio pastorale:) Si può dire che le parole in cui si trova tutto sono queste: siamo tutti Chiesa. Questo è l'insegnamento, il magistero del Concilio Vaticano II, ma non soltanto di questo Concilio della nostra epoca, del nostro secolo. Questo corrisponde alla realtà della Chiesa dall'inizio. Forse negli Atti degli apostoli troviamo un'espressione certamente più breve di quella dei documenti del Vaticano II, ma ancora più essenziale. E si può dire anche di quella: siamo tutti Chiesa.

Siamo tutti Chiesa vuol dire che siamo tutti in Cristo: in Cristo, Figlio di Dio, che ci ha redenti, in Cristo che ci ha dato il suo Spirito e, attraverso questo suo Spirito, ci fa suo corpo. Nello stesso tempo, siamo tutti Chiesa come un popolo. Una volta era il popolo dell'Antica alleanza, Israele, adesso è il nuovo popolo di Israele, la Chiesa nuovo popolo, popolo composto da tanti popoli, da tanti gruppi etnici, culturali, storici. Tutto questo è la Chiesa, cioè, siamo noi.

E' molto importante per una parrocchia avere questa consapevolezza: Chiesa siamo noi, parrocchia siamo noi. Sarebbe controproducente pensare altrimenti, per esempio, pensare che la Chiesa siano il Papa, i vescovi, il cardinale vicario di Roma, mons. Riva, il parroco, il suo cooperatore. Certamente anche noi siamo Chiesa, anzi, siamo ministri di questa Chiesa. Pero la Chiesa siamo noi. E tutti, tutti quelli che siamo Chiesa, partecipiamo in Cristo come sacerdoti, partecipiamo del suo sacerdozio, partecipiamo anche in Cristo come profeta, alla sua missione profetica e alla sua missione regale: Cristo sacerdote, profeta, re. Noi siamo partecipi di questo Cristo sacerdote, profeta, re. E così, essendo partecipi di Cristo, siamo tutti corresponsabili di quello che Cristo ci ha portato, ci porta sempre attraverso il suo Spirito. E questa responsabilità, responsabilità del popolo di Dio, si esprime attraverso diversi carismi, e poi attraverso le diverse forme dell'apostolato, apostolato dei laici.

Penso che questo Consiglio pastorale della parrocchia in un certo senso sintetizzi tutti questi carismi, o almeno simboleggi, sintetizzi tutte queste forme di apostolato che sono proprie dei parrocchiani. Io vi vedo qui riuniti in un gruppo di trenta persone e penso ai 35.000 parrocchiani che costituiscono la vostra comunità. Formalmente, numericamente si vede una rappresentanza valida, consapevole, corresponsabile, responsabile per poter portare avanti l'opera del Vangelo, l'opera dei sacramenti, l'opera della grazia di Dio, per poter portare avanti l'opera di Cristo messia, di Cristo sacerdote, di Cristo re, di Cristo profeta. Vi ringrazio perché siete così, perché siete Consiglio pastorale, perché insieme con il vostro parroco, con i sacerdoti, e non solamente con loro ma anche con mons. Riva, con il cardinale vicario, con me, portate l'opera della redenzione, della salvezza, l'opera di Cristo. Vi sono grato per questo, per questa vostra partecipazione alla missione della Chiesa, alla missione del vescovo della Chiesa di Roma, che è il Papa. E vi auguro una buona continuazione e buoni frutti di questo impegno pastorale. Consiglio pastorale vuol dire anche impegno pastorale: noi tutti siamo chiamati non solamente in forza del nostro sacerdozio sacramentale, ma in forza del nostro sacerdozio comune, battesimale. Vorrei augurare a tutti voi, carissimi fratelli e sorelle, anche di arricchirvi attraverso questa consapevolezza e questo impegno, perché veramente sono i grandi doni, i grandi beni a cui partecipate come persone, come famiglie, come associazioni, come comunità. Voi partecipate di questi beni, di questi doni.

Portateli agli altri: i beni divini hanno un'altra caratteristica: che non possono essere solamente posseduti, privatizzati, ma devono essere condivisi, portati agli altri. E Cristo è il primo esempio di questa caratteristica della Grazia divina, dei doni divini. Concludo ringraziando ancora una volta e augurando tutto il bene per questa parrocchia che è cresciuta così rapidamente: se c'è una crescita rapida della società, una crescita demografica, numerica della parrocchia, occorre anche una crescita rapida, abbondante nel senso carismatico, nel senso della grazia, nel senso della vita divina. Questo vi auguro di cuore.

(Ai giovani:) E' molto significativo che la vecchia chiesa serva per l'incontro con i giovani. Non c'è contraddizione tra le due cose, piuttosto c'è una complementarità. La vostra presenza qui ci dice che la Chiesa è sempre giovane e sempre deve ringiovanire attraverso i giovani. Conserviamo ancora tutti nella memoria quella speciale esperienza giovanile europea che abbiamo vissuto insieme a Santiago di Compostela, lo scorso anno, nel mese di agosto. Si vede che i giovani europei, specialmente dei Paesi più vicini, i giovani italiani, fra loro molto numerosi, hanno intrapreso un cammino spirituale, hanno ritrovato questa consapevolezza che c'è Cristo Gesù ieri, oggi e per sempre, e non c'è un altro nome sotto il sole che dà salvezza. Salvezza vuol dire realizzazione, possiamo dire autorealizzazione di quello che ciascuno di noi è, o deve essere, deve diventare: è trovare se stesso.

Tutti siamo alla ricerca di noi stessi, della nostra umanità, della nostra personalità, della finalità umana e cristiana della nostra vita. Questa ricerca corrisponde alla verità della persona umana: l'uomo deve cercare, è uno che sempre si trova in cammino, è un camminatore dell'Assoluto. così lo definisco, e molto giustamente. Il Concilio Vaticano II, parlando di questa ricerca, si esprime così: l'uomo è l'unica creatura del mondo che Dio ha voluto per se stesso, ha voluto come autofinalità. Ma questo essere umano, così scelto da Dio, così marcato da Dio con una autofinalità, non può trovare se stesso se non attraverso il dono disinteressato di se stesso. Questa non è una definizione, è piuttosto una descrizione, molto precisa, di quello che l'uomo è, che la persona umana è. La ricerca di se stesso è propria in lui: è veramente un camminatore che deve avere un bastone. Non solamente il Papa. Ciascuno di noi deve compiere uno speciale "turismo", il "turismo" della nostra umanità. Il Vangelo ci dà tanti orientamenti preziosi, importanti, efficaci, per questo "turismo" attraverso la nostra umana ricerca, attraverso la nostra vocazione.

Vi auguro, in questa bella circostanza, di riflettere su queste proposte che vi lascio, e poi di riflettere sulle parole dell'"Angelus Domini". La Chiesa ripete queste parole ogni giorno, tre volte, e lo fa perché veramente queste parole sintetizzano tutta la grande storia dell'uomo ma soprattutto tutta la storia di Dio nell'uomo, o dell'uomo in Dio. Come ha proposto il vostro collega, terminiamo recitando l'"Angelus Domini" in questa chiesa, in questa parrocchia che è dedicata all'Annunciazione. E l'"Angelus Domini" ci ricorda l'Annunciazione.

Data: 1990-01-21

Domenica 21 Gennaio 1990


GPII 1990 Insegnamenti - Agli scrittori de "La Civiltà Cattolica" - Città del Vaticano (Roma)