Udienze generali 1996 - Mercoledì, 27 novembre 1996

Mercoledì, 27 novembre 1996




1. La contemplazione del mistero della nascita del Salvatore ha condotto il popolo cristiano non solo a rivolgersi alla Vergine Santa come alla Madre di Gesù, ma anche a riconoscerla Madre di Dio. Tale verità fu approfondita e percepita come appartenente al patrimonio della fede della Chiesa già dai primi secoli dell’era cristiana, fino ad essere solennemente proclamata dal Concilio di Efeso nell’anno 431.

Nella prima comunità cristiana, mentre cresce tra i discepoli la consapevolezza che Gesù è il Figlio di Dio, risulta sempre più chiaro che Maria è la Theotokos, la Madre di Dio. Si tratta di un titolo che non appare esplicitamente nei testi evangelici, sebbene in essi sia ricordata “la Madre di Gesù” e venga affermato che Egli è Dio (Jn 20,28 cf. Jn 5,18 Jn 10,30 Jn 10,33). Maria viene comunque presentata come Madre dell’Emmanuele, che significa Dio con noi (cf. Mt Mt 1,22-23).

Già nel III secolo, come si deduce da un’antica testimonianza scritta, i cristiani dell’Egitto si rivolgevano a Maria con questa preghiera: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta” (Dalla Liturgia delle Ore). In questa antica testimonianza, per la prima volta, l’espressione Theotokos, “Madre di Dio”, appare in forma esplicita.

2. Nella mitologia pagana, succedeva spesso che qualche dea fosse presentata come madre di qualche dio. Zeus, ad esempio, dio supremo, aveva per madre la dea Rea. Tale contesto ha forse facilitato, da parte dei cristiani, l’uso del titolo “Theotokos”, “Madre di Dio”, per la madre di Gesù. Bisogna tuttavia notare che questo titolo non esisteva, ma fu creato dai cristiani per esprimere una fede che non aveva niente a che vedere con la mitologia pagana, la fede nel concepimento verginale, nel seno di Maria, di Colui che era da sempre il Verbo eterno di Dio.

Con il IV secolo, il termine Theotokos è ormai di uso frequente in Oriente e in Occidente. La pietà e la teologia fanno riferimento sempre più frequentemente a tale termine, ormai entrato nel patrimonio di fede della Chiesa.
Si comprende perciò il grande movimento di protesta, che si sollevò nel V secolo, quando Nestorio mise in dubbio la legittimità del titolo “Madre di Dio”. Egli, infatti, essendo propenso a ritenere Maria soltanto madre dell’uomo Gesù, sosteneva che fosse dottrinalmente corretta solo l’espressione “Madre di Cristo”. A tale errore Nestorio era indotto dalla sua difficoltà ad ammettere l’unità della persona di Cristo e dall’interpretazione erronea della distinzione fra le due nature - divina e umana -, presenti in Lui.
Il Concilio di Efeso, nell’anno 431, condannò le sue tesi e, affermando la sussistenza della natura divina e della natura umana nell’unica persona del Figlio, proclamò Maria Madre di Dio.

3. Le difficoltà e le obiezioni mosse da Nestorio ci offrono ora l’occasione per alcune riflessioni utili per comprendere e interpretare correttamente tale titolo. L’espressione Theotokos, che letteralmente significa “colei che ha generato Dio”, a prima vista può risultare sorprendente; suscita, infatti, la domanda su come sia possibile che una creatura umana generi Dio. La risposta della fede della Chiesa è chiara: la divina maternità di Maria si riferisce solo alla generazione umana del Figlio di Dio e non invece alla sua generazione divina. Il Figlio di Dio è stato da sempre generato da Dio Padre e gli è consustanziale. In questa generazione eterna Maria non ha evidentemente nessun ruolo. Il Figlio di Dio, però, duemila anni fa, ha assunto la nostra natura umana ed è stato allora concepito e partorito da Maria.

Proclamando Maria “Madre di Dio” la Chiesa intende, quindi, affermare che Ella è la “Madre del Verbo incarnato, che è Dio”. La sua maternità non riguarda, pertanto, tutta la Trinità, ma unicamente la seconda Persona, il Figlio che, incarnandosi, ha assunto da lei la natura umana.

La maternità è relazione tra persona e persona: una madre non è madre soltanto del corpo o della creatura fisica uscita dal suo grembo, ma della persona che genera. Maria, dunque, avendo generato secondo la natura umana la persona di Gesù, che è persona divina, è Madre di Dio.

4. Proclamando Maria “Madre di Dio”, la Chiesa professa con un’unica espressione la sua fede circa il Figlio e la Madre. Questa unione emerge già nel Concilio di Efeso; con la definizione della divina maternità di Maria i Padri intendevano evidenziare la loro fede nella divinità di Cristo. Nonostante le obiezioni, antiche e recenti, circa l’opportunità di riconoscere a Maria questo titolo, i cristiani di tutti i tempi, interpretando correttamente il significato di tale maternità, ne hanno fatto un’espressione privilegiata della loro fede nella divinità di Cristo e del loro amore per la Vergine.

Nella Theotokos la Chiesa, da una parte, ravvisa la garanzia della realtà dell’Incarnazione, perché - come afferma sant’Agostino - “se la Madre fosse fittizia, sarebbe fittizia anche la carne . . . fittizie le cicatrici della risurrezione” (S. Agostino, Tract. in Ev. Ioannis, 8,6-7). E, dall’altra, essa contempla con stupore e celebra con venerazione l’immensa grandezza conferita a Maria da Colui che ha voluto essere suo figlio. L’espressione “Madre di Dio” indirizza al Verbo di Dio, che nell’Incarnazione ha assunto l’umiltà della condizione umana per elevare l’uomo alla figliolanza divina. Ma tale titolo, alla luce della sublime dignità conferita alla Vergine di Nazaret, proclama, pure, la nobiltà della donna e la sua altissima vocazione. Dio infatti tratta Maria come persona libera e responsabile e non realizza l’Incarnazione di suo Figlio se non dopo aver ottenuto il suo consenso.

Seguendo l’esempio degli antichi cristiani dell’Egitto, i fedeli si affidano a Colei che, essendo Madre di Dio, può ottenere dal divin Figlio le grazie della liberazione dai pericoli e dell’eterna salvezza.



Dicembre 1996


Mercoledì, 4 dicembre 1996

Educatrice del Figlio di Dio


1. Pur essendo avvenuta per opera dello Spirito Santo e di una Madre Vergine, la generazione di Gesù, come quella di tutti gli uomini, ha conosciuto le fasi del concepimento, della gestazione e del parto. Inoltre la maternità di Maria non si è limitata soltanto al processo biologico del generare, ma, al pari di quanto avviene per ogni altra madre, ha donato anche un contributo essenziale alla crescita e allo sviluppo del figlio.

Madre è non solo la donna che dà alla luce un bambino, ma colei che lo alleva e lo educa; anzi, possiamo ben dire che il compito educativo è, secondo il piano divino, il prolungamento naturale della procreazione.

Maria è Theotokos non solo perché ha generato e partorito il Figlio di Dio, ma anche perché lo ha accompagnato nella sua crescita umana.

2. Si potrebbe pensare che Gesù, possedendo in sé la pienezza della divinità, non abbia avuto bisogno di educatori. Ma il mistero dell’Incarnazione ci rivela che il Figlio di Dio è venuto nel mondo in una condizione umana del tutto simile alla nostra, eccetto il peccato (cf. Eb He 4,15). Come avviene per ogni essere umano, la crescita di Gesù, dall’infanzia fino all’età adulta (cf. Lc Lc 2,40), ha avuto bisogno dell’azione educativa dei genitori.

Il Vangelo di Luca, particolarmente attento al periodo dell’infanzia, narra che Gesù a Nazaret era sottomesso a Giuseppe e a Maria (cf. Lc Lc 2,51). Tale dipendenza ci mostra Gesù nella disposizione a ricevere, aperto all’opera educativa di sua madre e di Giuseppe, che esercitavano il loro compito anche in virtù della docilità da lui costantemente manifestata.

3. I doni speciali, di cui Dio aveva ricolmato Maria, la rendevano particolarmente idonea a svolgere il compito di madre ed educatrice. Nelle concrete circostanze di ogni giorno, Gesù poteva trovare in lei un modello da seguire e da imitare, e un esempio di amore perfetto verso Dio e i fratelli.

Accanto alla presenza materna di Maria, Gesù poteva contare sulla figura paterna di Giuseppe, uomo giusto (cf. Mt 1,19), che assicurava il necessario equilibrio dell’azione educativa. Esercitando la funzione di padre, Giuseppe ha cooperato con la sua sposa a rendere la casa di Nazaret un ambiente favorevole alla crescita ed alla maturazione personale del Salvatore dell’umanità. Iniziandolo, poi, al duro lavoro di carpentiere, Giuseppe ha permesso a Gesù di inserirsi nel mondo del lavoro e nella vita sociale.

4. I pochi elementi, che il Vangelo offre, non ci consentono di conoscere e valutare completamente le modalità dell’azione pedagogica di Maria nei confronti del suo divin Figlio. Di certo è stata lei, insieme con Giuseppe, ad introdurre Gesù nei riti e prescrizioni di Mosè, nella preghiera al Dio dell’Alleanza mediante l’uso dei Salmi, nella storia del popolo d’Israele centrata sull’esodo dall’Egitto. Da lei e da Giuseppe Gesù ha imparato a frequentare la sinagoga ed a compiere l’annuale pellegrinaggio a Gerusalemme per la Pasqua.

Guardando ai risultati, possiamo certamente dedurre che l’opera educativa di Maria è stata molto incisiva e profonda e ha trovato nella psicologia umana di Gesù un terreno molto fertile.

5. Il compito educativo di Maria, rivolto ad un figlio così singolare, presenta alcune particolari caratteristiche rispetto al ruolo delle altre mamme. Ella ha garantito soltanto le condizioni favorevoli perché potessero realizzarsi i dinamismi ed i valori essenziali di una crescita, già presenti nel figlio. Ad esempio, l’assenza in Gesù di ogni forma di peccato esigeva da Maria un orientamento sempre positivo, con l’esclusione di interventi correttivi nei confronti di lui. Inoltre, se è stata la madre ad introdurre Gesù nella cultura e nelle tradizioni del popolo d’Israele, sarà Lui a rivelare fin dall’episodio del ritrovamento nel tempio la piena consapevolezza di essere il Figlio di Dio, inviato ad irradiare la verità nel mondo seguendo esclusivamente la volontà del Padre. Da “maestra” del suo figlio, Maria diviene così l’umile discepola del divino Maestro da lei generato.

Rimane la grandezza del compito della Vergine Madre: dall’infanzia all’età adulta, ella ha aiutato il figlio Gesù a crescere “in sapienza, età e grazia” (Lc 2,52) e a formarsi alla sua missione.

Maria e Giuseppe emergono perciò come modelli di tutti gli educatori. Essi li sostengono nelle grandi difficoltà che oggi incontra la famiglia e mostrano loro il cammino per giungere ad una formazione incisiva ed efficace dei figli.

La loro esperienza educatrice costituisce un punto di riferimento sicuro per i genitori cristiani, chiamati, in condizioni sempre più complesse e difficili, a porsi al servizio dello sviluppo integrale della persona dei loro figli, perché vivano un’esistenza degna dell’uomo e corrispondente al progetto di Dio.

Saluti

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Saluto tutti i Vescovi presenti e in special modo i Vescovi della Romania. Accolgo con gioia i pellegrini di lingua italiana, e saluto anzitutto il grande gruppo della parrocchia Maria Santissima Immacolata di Terzigno, diocesi di Nola, guidato dal Vescovo, Monsignor Umberto Tramma. Carissimi fedeli di Terzigno, vedo con piacere che l'intera vostra cittadina ha aderito con entusiasmo a questo pellegrinaggio, organizzato in occasione dei 250 anni della venerata effige dell'Immacolata. So quanto siete devoti di Maria, e molto volentieri benedico la corona e le stelle d'oro destinate a decorarla. Possiate essere sempre voi stessi, carissimi, il più degno ornamento della vostra santissima Patrona!

Saluto poi con grande cordialità i promotori della nobile iniziativa « Telethon ». Da alcuni anni, ormai, essi si preoccupano di compiere attraverso la televisione un'importante opera di sensibilizzazione in favore di quanti sono affetti da distrofia muscolare e da altre malattie genetiche. L'impegno e il sostegno finanziario per la ricerca scientifica, in vista della guarigione di mali tanto gravi che ancor oggi colpiscono migliaia di bambini e di adulti, costituiscono un messaggio incoraggiante per il nostro tempo. Esprimo con affetto la mia vicinanza alle persone ammalate; ed auspico che questa lunga « maratona della speranza » susciti nella pubblica opinione un rinnovato spirito di generosa fraternità.

Rivolgo inoltre uno speciale pensiero al folto gruppo di bambini e ragazzi affetti da thalassemia o anemia mediterranea. Grazie della vostra presenza, carissimi! Possano gli sforzi dei ricercatori e della vostra benemerita Associazione aiutare tutti i thalassemici e le loro famiglie. Esprimo apprezzamento anche per quanti, donando il proprio sangue, permettono di vivere a molti di questi malati.

Saluto la Delegazione del Comune di Forli esprimendo vivo apprezzamento per l'iniziativa di educazione alla pace organizzata in occasione del 50° anniversario della fine della II Guerra Mondiale; saluto il gruppo dell'Associazione « Famiglia » di Napoli e i cittadini di Bassiano, per i quali benedico la statua di Gesù Bambino destinata alla città di Salta, in Argentina.

Ed ora rivolgo il mio cordiale saluto ai giovani, agli ammalati ed agli sposi novelli.

Carissimi, in questo tempo di Avvento il Signore viene ad incontrare ciascuno nella sua quotidiana esperienza: incontra voi, cari giovani, e vi aiuta ad accoglierlo come Via, Verità e Vita; incontra voi, cari ammalati, e vi conforta con la sua consolante presenza; incontra voi, cari sposi novelli, e vi incoraggia a crescere nella fiduciosa apertura all'amore autentico e fecondo.




Mercoledì, 11 dicembre 1996


All’Udienza Generale è presente il Catholicos-Patriarca Supremo di tutti gli Armeni, Sua Santità Karekin I Sarkissian, che in questi giorni è giunto in pellegrinaggio alla Chiesa di Roma. All’inizio dell’incontro, Giovanni Paolo II ha voluto sottolineare il particolare significato di questa visita ed ha presentato ai fedeli il “venerabile e caro fratello in Cristo”.

All’inizio di questo nostro incontro, vi presento con sentimenti di grande gioia il venerabile e caro fratello in Cristo, Sua Santità Karekin I, Catholicos supremo di tutti gli Armeni, il quale soggiorna in questi giorni accanto a me, in Vaticano, insieme con illustri rappresentanti della sua Chiesa: il Patriarca di Gerusalemme degli Armeni, il Patriarca di Costantinopoli degli Armeni, e altri eminenti Arcivescovi.

Dal suo lontano paese, l’Armenia, il Catholicos è venuto in pellegrinaggio alla Chiesa di Roma, fondata sulla confessione di fede degli Apostoli Pietro e Paolo. Questa città gli era già nota. Egli vi ha infatti lungamente abitato durante il Concilio Vaticano II, al quale ha preso parte come osservatore assiduo ed attento. Io stesso ho avuto il piacere di riceverlo nel 1983, quando, da poco chiamato a guidare la Sede di Cilicia degli Armeni in Libano, egli è venuto a farmi visita. Oltre a queste importanti e più officiali occasioni, abbiamo anche intrattenuto in questi lunghi anni una corrispondenza fraterna, e abbiamo cercato di condividere importanti eventi della vita delle nostre Chiese. Nell’aprile dello scorso anno, quando è stato chiamato alla venerabile sede di Etchmiadzine e alla guida della Chiesa Apostolica Armena, ho affidato al Cardinale Edward Idris Cassidy l’incarico di rappresentarmi alla cerimonia della sua intronizzazione. Oggi, pertanto, io accolgo un fratello, che ritrovo nella carità e nella gioia.

Guidati dalla profonda comunione che già ci unisce, il Catholicos Karekin ed io nutriamo la speranza che gli incontri e gli scambi di questi giorni favoriranno ulteriori passi verso la piena unità.

In questo clima ecumenico riprendiamo ora le nostre catechesi mariologiche.



La presentazione di Gesù al Tempio

1. Nell’episodio della presentazione di Gesù al tempio, san Luca sottolinea il destino messianico di Gesù. Scopo immediato del viaggio della Santa Famiglia da Betlemme a Gerusalemme è, secondo il testo lucano, l’adempimento della Legge: “Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore” (Lc 2,22-24).

Con questo gesto, Maria e Giuseppe manifestano il proposito di obbedire fedelmente al volere di Dio, rifiutando ogni forma di privilegio. Il loro convenire nel tempio di Gerusalemme assume il significato di una consacrazione a Dio, nel luogo della sua presenza.

Indotta dalla sua povertà ad offrire tortore o colombi, Maria dona in realtà il vero Agnello che dovrà redimere l’umanità, anticipando con il suo gesto quanto era prefigurato nelle offerte rituali dell’Antica Legge.

2. Mentre la Legge richiedeva soltanto alla madre la purificazione dopo il parto, Luca parla del “tempo della loro purificazione” (Lc 2,22), intendendo, forse, indicare insieme le prescrizioni riguardanti la madre e il Figlio primogenito.

L’espressione “purificazione” ci può sorprendere, perché viene riferita ad una Madre che aveva ottenuto, per grazia singolare, di essere immacolata fin dal primo istante della sua esistenza, e ad un Bambino totalmente santo. Bisogna, però, ricordarsi che non si trattava di purificarsi la coscienza da qualche macchia di peccato, ma soltanto di riacquistare la purità rituale, la quale, secondo le idee del tempo, era intaccata dal semplice fatto del parto, senza che ci fosse alcuna forma di colpa.

L’evangelista approfitta dell’occasione per sottolineare il legame speciale che esiste tra Gesù, in quanto “primogenito” (Lc 2,7 Lc 2,23) e la santità di Dio, nonché per indicare lo spirito di umile offerta che animava Maria e Giuseppe (cf. Lc Lc 2,24). Infatti, la “coppia di tortore o di giovani colombi” era l’offerta dei poveri (Lv 12,8).

3. Nel Tempio Giuseppe e Maria incontrano Simeone, “uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele” (Lc 2,25).

La narrazione lucana non dice nulla del suo passato e del servizio che svolge nel tempio; racconta di un uomo profondamente religioso che coltiva nel cuore desideri grandi e aspetta il Messia, consolatore d’Israele. Infatti “lo Spirito Santo... era sopra di lui” e “gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore” (Lc 2,26). Simeone ci invita a guardare all’azione misericordiosa di Dio, il quale effonde lo Spirito sui suoi fedeli per portare a compimento il suo misterioso progetto d’amore.

Simeone, modello dell’uomo che si apre all’azione di Dio, “mosso dallo Spirito” (Lc 2,27), si reca al Tempio dove incontra Gesù, Giuseppe e Maria. Prendendo il Bambino tra le braccia, benedice Dio: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola” (Lc 2,29).

Espressione dell’Antico Testamento, Simeone sperimenta la gioia dell’incontro con il Messia e sente di aver raggiunto lo scopo della sua esistenza; può quindi domandare all’Altissimo di raggiungere la pace dell’aldilà.

Nell’episodio della Presentazione si può scorgere l’incontro della speranza d’Israele con il Messia. Si può anche vedervi un segno profetico dell’incontro dell’uomo con Cristo. Lo Spirito Santo lo rende possibile, suscitando nel cuore umano il desiderio di tale incontro salvifico e favorendone la realizzazione.

Né possiamo trascurare il ruolo di Maria, che consegna il Bambino al santo vecchio Simeone. Per volere divino, è la Madre che dona Gesù agli uomini.

4. Nello svelare il futuro del Salvatore, Simeone fa riferimento alla profezia del “Servo”, inviato al Popolo eletto e alle nazioni. A Lui il Signore dice: “Ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni” (Is 42,6). E ancora: “È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (Is 49,6).

Nel suo cantico Simeone capovolge la prospettiva, ponendo l’accento sull’universalismo della missione di Gesù: “I miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele” (Lc 2,30-32).

Come non meravigliarsi di fronte a tali parole? “Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui” (Lc 2,33). Ma Giuseppe e Maria, con questa esperienza, comprendono più chiaramente l’importanza del loro gesto di offerta: nel tempio di Gerusalemme presentano Colui che, essendo la gloria del suo popolo, è anche la salvezza di tutta l’umanità.

Saluti

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SALUTO CON AFFETTO i pellegrini di lingua italiana. Sono lieto di accogliere il gruppo dell'Istituto « Don Orione » Massa Marittima-Piombino, come pure i ragazzi russi colpiti dalla catastrofe di Chernobyl e ospiti del Circolo San Pietro e dell'ENEA. Il Signore protegga voi, cari ragazzi, e quanti vi hanno accolto. Saluto inoltre i dirigenti e i dipendenti della ditta « Clementoni », di Recanati.

Rivolgo uno speciale messaggio di saluto agli organizzatori, agli artisti ed a tutti coloro che prendono parte al « Derby del cuore », tradizionale manifestazione sportiva, che si propone di suscitare nella pubblica opinione, soprattutto tra i giovani, solidarietà concreta verso quanti sono in difficoltà. È bello che in prossimità del Natale lo sport diventi festa della fraternità, invito ad aprire il cuore agli altri. Agli attori-atleti, ai volontari e a tutti i ragazzi delle scuole di Roma, dito: Date un cuore alto sport! Che lo sport sia sempre occasione di sano divertimento e di amicizia.

Saluto anche la Banda musicale di Merano.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli.

IN QUESTO TEMPO d'Avvento, cari giovani, andate incontro con animo festante al Signore che viene, portando a Lui il dono del vostro entusiasmo e della vostra generosità, affinché egli possa essere conosciuto e amato da tutti gli uomini. Voi, cari malati, attraverso il pellegrinaggio della vostra sofferenza, sappiate trovare in Cristo la vera consolazione e scoprire il valore salvifico dell'esperienza che state vivendo. E voi, cari sposi novelli, fate in modo che il cammino della vostra vita nel reciproco amore e nell'unità trovi il suo fondamento proprio nel Bambin di Betlemme, che sta per nascere per la nostra redenzione.

Con tali auspici, tutti di cuore benedico.




Mercoledì, 18 dicembre 1996

La profezia di Simeone associa Maria al destino doloroso del Figlio


1. Dopo aver riconosciuto in Gesù la “luce per illuminare le genti” (Lc 2,32), Simeone annunzia a Maria la grande prova cui è chiamato il Messia e le svela la sua partecipazione a tale destino doloroso. Il riferimento al sacrificio redentore, assente nell’Annunciazione, ha fatto vedere nell’oracolo di Simeone quasi un “secondo annunzio” (Redemptoris Mater RMA 16), che porterà la Vergine ad una più profonda comprensione del mistero di suo Figlio.

Simeone che, fino a quel momento, si era rivolto a tutti i presenti, benedicendo in particolare Giuseppe e Maria, ora predice soltanto alla Vergine che avrà parte alla sorte del Figlio. Ispirato dallo Spirito Santo, le annuncia: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l’anima - perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35).

2. Queste parole predicono un futuro di sofferenza per il Messia. È Lui, infatti, “il segno che viene contraddetto”, destinato a trovare una dura opposizione da parte dei suoi contemporanei. Ma Simeone affianca alla sofferenza di Cristo la visione dell’anima di Maria trafitta dalla spada, accomunando, in tal modo, la Madre al doloroso destino del Figlio.

Così il santo vegliardo, mentre pone in luce la crescente ostilità a cui va incontro il Messia, sottolinea la ripercussione di essa sul cuore della Madre. Tale sofferenza materna raggiungerà il culmine nella passione quando si unirà al Figlio nel sacrificio redentore.

Venendo dopo un accenno ai primi canti del Servo del Signore (cf. Is 42,6 Is 49,6), citati in Lc 2,32, le parole di Simeone ci fanno pensare alla profezia del Servo sofferente (Is 52,13-53,12), il quale, “trafitto per i nostri delitti” (Is 53,5), offre “se stesso in espiazione” (Is 53,10) mediante un sacrificio personale e spirituale, che supera di gran lunga gli antichi sacrifici rituali.

Possiamo notare qui come la profezia di Simeone lasci intravedere nella futura sofferenza di Maria una singolare somiglianza con l’avvenire doloroso del “Servo”.

3. Maria e Giuseppe manifestano non poco stupore quando Simeone proclama Gesù “luce per illuminare le genti e gloria d’Israele” (Lc 2,32). Maria invece, in riferimento alla profezia della spada che le trafiggerà l’anima, non dice nulla. Accoglie in silenzio, insieme con Giuseppe, quelle parole misteriose che lasciano presagire una prova molto dolorosa e collocano nel suo significato più autentico la presentazione di Gesù al Tempio.

Infatti, secondo il disegno divino, il sacrificio offerto allora di “una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge” (Lc 2,24) era un preludio al sacrificio di Gesù, “mite e umile di cuore” (Mt 11,29); in esso sarebbe stata fatta la vera “presentazione” (cf. Lc Lc 2,22), che avrebbe visto la Madre associata al Figlio nell’opera della redenzione.

4. Alla profezia di Simeone fa seguito l’incontro con la profetessa Anna: “Si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme” (Lc 2,38). La fede e la sapienza profetica dell’anziana donna che, “servendo Dio notte e giorno” (Lc 2,37), tiene viva con digiuni e preghiere l’attesa del Messia, offrono alla Santa Famiglia un ulteriore impulso a porre nel Dio d’Israele la sua speranza. In un momento così particolare, il comportamento di Anna sarà apparso a Maria e Giuseppe come un segno del Signore, un messaggio di illuminata fede e di perseverante servizio.

A partire dalla profezia di Simeone, Maria unisce in modo intenso e misterioso la sua vita alla missione dolorosa di Cristo: ella diventerà la fedele cooperatrice del Figlio per la salvezza del genere umano.

Saluti

Ai fedeli di lingua italiana

Saluo ora tutti i pellegrini di lingua italiana, in particolare la Direzione, gli artisti ed il personale dei Circhi « Meridiano », « Nando Orfei », « Golden Circus » e « Zoo Safari » di Fasano. Rivolgo a voi, cari fratelli e sorelle, il mio cordiale pensiero. Voi formate una grande famiglia viaggiante e, mediante il vostro lavoro, cercate di offrire alla gente, specialmente ai bambini, uno svago sano e sereno. Nel clima del Natale, ormai alle porte, auspico che nel vostro camminare per le strade di tante Regioni e Nazioni continuiate a portare ai piccoli cd ai grandi il vostro tipico messaggio di solidarietà e di serena letizia.
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Saluto poi i membri del Presidio militare di Latina, come pure il gruppo di cittadini cinesi residenti a Prato. Carissimi, accogliete l'invito di Gesù alla pace e all'amore; diffondetelo nelle vostre famiglie e nell'ambiente in cui vivote.

Ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli

Siamo ormai vicini al Natale, che riempie i cuori di quella gioia vera, che solo Cristo ci può dare. Cari giovani, vi esorto a prepararvi bene a questa grande festa, che celebra la venuta di Dio fra noi. Possa il Natale retare a voi, cari ammalati, che siete sempre presenti nel mio cuore, la serenità portata sulla terra dal divino Bambino. E vi colmi della sua pace, cari sposi novelli, il Cristo, che a Betlemme ha voluto nascere in una famiglia povera e semplice.

A tutti la mia Benedizione Apostolica.











Udienze generali 1996 - Mercoledì, 27 novembre 1996