Redemptoris Mater
Lettera Enciclica "Redemptoris Mater" del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II
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1. La Madre del Redentore ha un preciso posto nel piano della salvezza, perché, "quando giunse la pienezza del tempo, Dio mando suo Figlio nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, che grida: Abbà, Padre" (Ga 4,4-6).
Con queste parole dell'apostolo Paolo, che il concilio Vaticano II riprende all'inizio della trattazione sulla beata vergine Maria, desidero anch'io avviare la mia riflessione sul significato che ha Maria nel mistero di Cristo e sulla sua presenza attiva ed esemplare nella vita della chiesa. Sono parole, infatti, che celebrano congiuntamente l'amore del Padre, la missione del Figlio, il dono dello Spirito, la donna da cui nacque il Redentore, la nostra filiazione divina, nel mistero della "pienezza del tempo".
Questa pienezza definisce il momento fissato da tutta l'eternità, in cui il Padre mando suo Figlio, "perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Jn 3,16). Essa denota il momento beato, in cui "il Verbo, che era presso Dio,... si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Jn 1,1 Jn 1,14), facendosi nostro fratello. Essa segna il momento, in cui lo Spirito santo, che già aveva infuso la pienezza di grazia in Maria di Nazaret, plasmo nel suo grembo verginale la natura umana di Cristo. Essa indica il momento in cui, per l'ingresso dell'eterno nel tempo, il tempo stesso viene redento e, riempiendosi del mistero di Cristo, diviene definitivamente "tempo di salvezza". Essa, infine, designa l'inizio arcano del cammino della chiesa. Nella liturgia, infatti, la chiesa saluta Maria quale suo esordio, perché nell'evento della concezione immacolata vede proiettarsi, anticipata nel suo membro più nobile, la grazia salvatrice della pasqua, e soprattutto perché nell'evento dell'incarnazione incontra indissolubilmente congiunti Cristo e Maria: colui che è suo Signore e suo capo (cfr. Col 1,18) e colei che, pronunciando il primo fiat della nuova alleanza, prefigura la sua condizione di sposa e di madre.
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2. Confortata dalla presenza di Cristo (cfr. Mt 28,20), la chiesa cammina nel tempo verso la consumazione dei secoli e muove incontro al Signore che viene; ma in questo cammino - desidero rilevarlo subito - procede ricalcando l'itinerario compiuto dalla vergine Maria, la quale "avanzo nella peregrinazione della fede e serbo fedelmente la sua unione col Figlio fino alla croce" (LG 58).
Riprendo queste parole tanto dense ed evocatrici della costituzione "Lumen Gentium" la quale nella parte conclusiva traccia una sintesi efficace della dottrina della chiesa sul tema della Madre di Cristo, da essa venerata come sua madre amantissima e come sua figura nella fede, nella speranza e nella carità.
Poco dopo il concilio, il mio grande predecessore Paolo VI volle ancora parlare della Vergine santissima, esponendo nell'epistola enciclica Christi Matri e poi nelle esortazioni apostoliche Signum magnum e Marialis cultus i fondamenti e i criteri di quella singolare venerazione che la Madre di Cristo riceve nella chiesa, nonché le varie forme di devozione mariana - liturgiche, popolari, private - rispondenti allo spirito della fede.
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3. La circostanza che ora mi spinge a riprendere questo argomento è la prospettiva dell'anno duemila, ormai vicino, nel quale il giubileo bimillenario della nascita di Gesù Cristo orienta al tempo stesso il nostro sguardo verso sua madre. In anni recenti si sono levate varie voci per prospettare l'opportunità di far precedere tale ricorrenza da un analogo giubileo, dedicato alla celebrazione della nascita di Maria.
In realtà, se non è possibile stabilire un preciso punto cronologico per fissare la data della nascita di Maria, è costante da parte della chiesa la consapevolezza che Maria è apparsa prima di Cristo sull'orizzonte della storia della salvezza. E' un fatto che, mentre si avvicinava definitivamente la "pienezza del tempo", cioè l'avvento salvifico dell'Emanuele, colei che dall'eternità era destinata ad essere sua madre esisteva già sulla terra. Questo suo "precedere" la venuta di Cristo trova ogni anno un riflesso nella liturgia dell'avvento. Se dunque gli anni che ci avvicinano alla conclusione del secondo millennio dopo Cristo e all'inizio del terzo, vengono rapportati a quell'antica attesa storica del Salvatore, diventa pienamente comprensibile che in questo periodo desideriamo rivolgerci in modo speciale a colei, che nella "notte" dell'attesa dell'avvento comincio a splendere come una vera "stella del mattino". Infatti, come questa stella insieme con l'"aurora" precede il sorgere del sole, così Maria fin dalla sua concezione immacolata ha preceduto la venuta del Salvatore, il sorgere del "sole di giustizia" nella storia del genere umano.
La sua presenza in mezzo a Israele - così discreta da passare quasi inosservata agli occhi dei contemporanei - splendeva ben palese davanti all'Eterno, il quale aveva associato questa nascosta "figlia di Sion" (cfr. So 3,14 Za 2,14) al piano salvifico comprendente tutta la storia dell'umanità. A ragione dunque, al termine di questo millennio, noi cristiani, che sappiamo come il piano provvidenziale della santissima Trinità sia la realtà centrale della rivelazione e della fede, sentiamo il bisogno di mettere in rilievo la singolare presenza della Madre di Cristo nella storia, specialmente durante questi anni anteriori al duemila.
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4. A tanto ci prepara il concilio Vaticano II, presentando nel suo magistero la Madre di Dio nel mistero di Cristo e della chiesa. Se infatti è vero che "solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo" - come proclama lo stesso concilio -, bisogna applicare tale principio in modo particolarissimo a quella eccezionale "figlia della stirpe umana", a quella "donna" straordinaria che divenne Madre di Cristo. Solo nel mistero di Cristo si chiarisce pienamente il suo mistero. così, del resto, sin dall'inizio ha cercato di leggerlo la chiesa: il mistero dell'incarnazione le ha permesso di penetrare e di chiarire sempre meglio il mistero della Madre del Verbo incarnato. In questo approfondimento ebbe un'importanza decisiva il concilio di Efeso (431), durante il quale, con grande gioia dei cristiani, la verità sulla divina maternità di Maria fu confermata solennemente come verità di fede della chiesa. Maria è la Madre di Dio (=Theotokos), poiché per opera dello Spirito santo ha concepito nel suo grembo verginale e ha dato al mondo Gesù Cristo, il Figlio di Dio consostanziale al Padre. "Il Figlio di Dio..., nascendo da Maria vergine, si è fatto veramente uno di noi", si è fatto uomo. così dunque, mediante il mistero di Cristo, sull'orizzonte della fede della chiesa risplende pienamente il mistero di sua Madre. A sua volta, il dogma della maternità divina di Maria fu per il concilio Efesino ed è per la chiesa come un suggello del dogma dell'incarnazione, nella quale il Verbo assume realmente nell'unità della sua persona la natura umana senza annullarla.
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5. Presentando Maria nel mistero di Cristo, il concilio Vaticano II trova anche la via per approfondire la conoscenza del mistero della chiesa. Come Madre di Cristo, infatti, Maria è unita in modo speciale alla chiesa, "che il Signore ha costituito come suo corpo". Il testo conciliare avvicina significativamente questa verità sulla chiesa come corpo di Cristo (secondo l'insegnamento delle lettere paoline) alla verità che il Figlio di Dio "per opera dello Spirito santo nacque da Maria vergine". La realtà dell'incarnazione trova quasi un prolungamento nel mistero della chiesa-corpo di Cristo. E non si può pensare alla stessa realtà dell'incarnazione senza riferirsi a Maria - madre del Verbo incarnato.
Nelle presenti riflessioni, tuttavia, mi riferisco soprattutto a quella "peregrinazione della fede", nella quale "la beata Vergine avanzo", serbando fedelmente la sua unione con Cristo. In questo modo quel duplice legame, che unisce la Madre di Dio al Cristo e alla chiesa, acquista un significato storico.
Nè si tratta soltanto della storia della Vergine madre, del suo personale itinerario di fede e della "parte migliore", che ella ha nel mistero della salvezza, ma anche della storia di tutto il popolo di Dio, di tutti coloro che prendono parte alla stessa peregrinazione della fede.
Questo esprime il concilio costatando in un altro passo che Maria "ha preceduto", diventando "figura della chiesa ... nell'ordine della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo". Questo suo "precedere" come figura, o modello, si riferisce allo stesso mistero intimo della chiesa, la quale adempie la propria missione salvifica unendo in sè - come Maria - le qualità di madre e di vergine. E' vergine che "custodisce integra e pura la fede data allo Sposo" e che "diventa essa pure madre, poiché ... genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti per opera dello Spirito santo e nati da Dio".
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6. Tutto ciò si compie in un grande processo storico e, per così dire, "in un cammino". La peregrinazione della fede indica la storia interiore, come a dire la storia delle anime. Ma questa è anche la storia degli uomini, soggetti su questa terra alla transitorietà, compresi nella dimensione storica. Nelle seguenti riflessioni desideriamo concentrarci prima di tutto sulla fase presente, che di per sè non è ancora storia, e tuttavia incessantemente la plasma, anche nel senso di storia della salvezza. Qui si schiude un ampio spazio, all'interno del quale la beata vergine Maria continua a "precedere" il popolo di Dio. La sua eccezionale peregrinazione della fede rappresenta un costante punto di riferimento per la chiesa, per i singoli e le comunità, per i popoli e le nazioni e, in un certo senso, per l'umanità intera. E' davvero difficile abbracciare e misurare il suo raggio.
Il concilio sottolinea che la Madre di Dio è ormai il compimento escatologico della chiesa: "La chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione, con la quale è senza macchia e senza ruga" (cfr. Ep 5,27) - e contemporaneamente che "i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità, debellando il peccato; e per questo innalzano i loro occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti". La peregrinazione della fede non appartiene più alla genitrice del Figlio di Dio: glorificata accanto al Figlio nei cieli, Maria ha ormai superato la soglia tra la fede e la visione "a faccia a faccia" (1Co 13,12). Al tempo stesso, pero, in questo compimento escatologico, Maria non cessa di essere la "stella del mare" (maris stella) per tutti coloro che ancora percorrono il cammino della fede. Se essi alzano gli occhi verso di lei nei diversi luoghi dell'esistenza terrena, lo fanno perché ella "diede ... alla luce il Figlio, che Dio ha posto quale primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,29), e anche perché "alla rigenerazione e formazione" di questi fratelli e sorelle "coopera con amore di madre".

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7. "Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo" (Ep 1,3). Queste parole della lettera agli Efesini rivelano l'eterno disegno di Dio Padre, il suo piano di salvezza dell'uomo in Cristo. E' un piano universale, che riguarda tutti gli uomini creati a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gn 1,26). Tutti, come son compresi "all'inizio" nell'opera creatrice di Dio, così sono anche eternamente compresi nel piano divino della salvezza, che si deve rivelare fino in fondo, nella "pienezza del tempo", con la venuta di Cristo. Difatti, quel Dio, che è "Padre del Signore nostro Gesù Cristo", - sono le parole successive della medesima lettera - "in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia" (Ep 1,4-7).
Il piano divino della salvezza, che ci è stato pienamente rivelato con la venuta di Cristo, è eterno. Esso è anche - secondo l'insegnamento contenuto in quella Lettera e in altre lettere paoline (cfr. Col 1,12-14 Rm 3,24 Ga 3,13) - eternamente legato a Cristo. Esso comprende tutti gli uomini, ma riserva un posto singolare alla "donna" che è la Madre di colui, al quale il Padre ha affidato l'opera della salvezza. Come scrive il concilio Vaticano II, "ella viene già profeticamente adombrata nella promessa fatta ai progenitori caduti in peccato" - secondo il libro della Genesi (cfr. 3,15); "parimenti, questa è la Vergine che concepirà e partorirà un figlio il cui nome sarà Emanuele" - secondo le parole di Isaia (cfr. Is 7,14). In tal modo l'Antico Testamento prepara quella "pienezza del tempo", in cui Dio "mando suo Figlio, nato da donna, ... perché ricevessimo l'adozione a figli". La venuta al mondo del Figlio di Dio è l'evento narrato nei primi capitoli dei Vangeli secondo Luca e secondo Matteo.
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8. Maria viene definitivamente introdotta nel mistero di Cristo mediante questo evento: l'annunciazione dell'angelo. Esso si verifica a Nazaret, in precise circostanze della storia di Israele, il popolo destinatario delle promesse di Dio.
Il messaggero divino dice alla Vergine: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te" (Lc 1,28). Maria "rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto" (Lc 1,29): che cosa significassero quelle straordinarie parole e, in particolare, l'espressione "piena di grazia" (kecharitomène).
Se vogliamo meditare insieme a Maria su queste parole e, specialmente, sull'espressione "piena di grazia", possiamo trovare un significativo riscontro proprio nel passo sopra citato della lettera agli Efesini. E se dopo l'annuncio del celeste messaggero la Vergine di Nazaret è anche chiamata "la benedetta fra le donne" (cfr. Lc 1,42), ciò si spiega a causa di quella benedizione di cui "Dio Padre" ci ha colmati "nei cieli, in Cristo". E' una benedizione spirituale, che si riferisce a tutti gli uomini e porta in sè la pienezza e l'universalità ("ogni benedizione"), quale scaturisce dall'amore che, nello Spirito santo, unisce al Padre il Figlio consostanziale. Nello stesso tempo, è una benedizione riversata per opera di Gesù Cristo nella storia umana sino alla fine: su tutti gli uomini. A Maria, pero, questa benedizione si riferisce in misura speciale ed eccezionale: è stata, infatti, salutata da Elisabetta come "la benedetta fra le donne".
La ragione del duplice saluto, dunque, è che nell'anima di questa "figlia di Sion" si è manifestata, in un certo senso, tutta la "gloria della grazia", quella che "il Padre ... ci ha dato nel suo Figlio diletto". Il messaggero saluta, infatti, Maria come "piena di grazia": la chiama così, come se fosse questo il suo vero nome. Non chiama la sua interlocutrice col nome che le è proprio all'anagrafe terrena: Miryam (=Maria), ma con questo nome nuovo: "piena di grazia". Che cosa significa questo nome? Perché l'arcangelo chiama così la Vergine di Nazaret? Nel linguaggio della Bibbia "grazia" significa un dono speciale, che secondo il Nuovo Testamento ha la sua sorgente nella vita trinitaria di Dio stesso, di Dio che è amore (cfr. 1Jn 4,8). Frutto di questo amore è l'elezione - quella di cui parla la lettera agli Efesini. Da parte di Dio questa elezione è l'eterna volontà di salvare l'uomo mediante la partecipazione alla sua stessa vita (cfr. 2P 1,4) in Cristo: è la salvezza nella partecipazione alla vita soprannaturale. L'effetto di questo dono eterno, di questa grazia dell'elezione dell'uomo da parte di Dio è come un germe di santità, o come una sorgente che zampilla nell'anima come dono di Dio stesso, che mediante la grazia vivifica e santifica gli eletti. In questo modo si compie, cioè diventa realtà, quella benedizione dell'uomo "con ogni benedizione spirituale", quell'"essere suoi figli adottivi ... in Cristo", ossia in colui che è eternamente il "Figlio diletto" del Padre.
Quando leggiamo che il messaggero dice a Maria "piena di grazia", il contesto evangelico, in cui confluiscono rivelazioni e promesse antiche, ci lascia capire che qui si tratta di una benedizione singolare tra tutte le "benedizioni spirituali in Cristo". Nel mistero di Cristo ella è presente già "prima della creazione del mondo", come colei che il Padre "ha scelto" come Madre del suo Figlio nell'incarnazione - ed insieme al Padre l'ha scelta il Figlio, affidandola eternamente allo Spirito di santità. Maria è in modo del tutto speciale ed eccezionale unita a Cristo, e parimenti è amata in questo Figlio diletto eternamente, in questo Figlio consostanziale al Padre, nel quale si concentra tutta "la gloria della grazia". Nello stesso tempo, ella è e rimane aperta perfettamente verso questo "dono dall'alto" (cfr. Jc 1,17). Come insegna il concilio, Maria "primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza".
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9. Se il saluto e il nome "piena di grazia" dicono tutto questo, nel contesto dell'annunciazione dell'angelo essi si riferiscono, prima di tutto, all'elezione di Maria come Madre del Figlio di Dio. Ma, nello stesso tempo, la pienezza di grazia indica tutta l'elargizione soprannaturale, di cui Maria beneficia in relazione al fatto che è stata scelta e destinata ad essere Madre di Cristo. Se questa elezione è fondamentale per il compimento dei disegni salvifici di Dio nei riguardi dell'umanità; se la scelta eterna in Cristo e la destinazione alla dignità di figli adottivi riguardano tutti gli uomini, l'elezione di Maria è del tutto eccezionale ed unica. Di qui anche la singolarità e unicità del suo posto nel mistero di Cristo.
Il messaggero divino le dice: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Egli sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo" (Lc 1,30-32). E quando, turbata da questo saluto straordinario, la Vergine domanda: "Come avverrà questo? Non conosco uomo", riceve dall'angelo la conferma e la spiegazione delle precedenti parole. Gabriele le dice: "Lo Spirito santo scenderà su di te; su di te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio" (Lc 1,35).
L'annunciazione, pertanto, è la rivelazione del mistero dell'incarnazione all'inizio stesso del suo compimento sulla terra. La donazione salvifica che Dio fa di sè e della sua vita in qualche modo a tutta la creazione, e direttamente all'uomo, raggiunge nel mistero dell'incarnazione uno dei vertici.
Questo, infatti, è un vertice tra tutte le donazioni di grazia nella storia dell'uomo e del cosmo. Maria è "piena di grazia", perché l'incarnazione del Verbo, l'unione ipostatica del Figlio di Dio con la natura umana, si realizza e compie proprio in lei. Come afferma il concilio, Maria è "Madre del Figlio di Dio, e perciò figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito santo; per tale dono di grazia esimia precede di gran lunga tutte le altre creature, celesti e terrestri".
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10. La lettera agli Efesini, parlando della "gloria della grazia" che "Dio, Padre ci ha dato nel suo Figlio diletto", aggiunge: "In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue" (Ep 1,7). Secondo la dottrina, formulata in solenni documenti della chiesa, questa "gloria della grazia" si è manifestata nella Madre di Dio per il fatto che ella è stata "redenta in modo più sublime". In virtù della ricchezza della grazia del Figlio diletto, a motivo dei meriti redentivi di colui che doveva diventare suo Figlio, Maria è stata preservata dal retaggio del peccato originale. In questo modo sin dal primo istante del suo concepimento, cioè della sua esistenza, ella appartiene a Cristo, partecipa della grazia salvifica e santificante e di quell'amore che ha il suo inizio nel "Diletto", nel Figlio dell'eterno Padre, che mediante l'incarnazione è divenuto il suo proprio Figlio.
perciò, per opera dello Spirito santo, nell'ordine della grazia, cioè della partecipazione alla natura divina (cfr. 2P 1,4), Maria riceve la vita da colui, al quale ella stessa, nell'ordine della generazione terrena, diede la vita come madre. La liturgia non esita a chiamarla "genitrice del suo Genitore" e a salutarla con le parole che Dante Alighieri pone in bocca a san Bernardo: "Figlia del tuo Figlio". E poiché questa "vita nuova" Maria la riceve in una pienezza corrispondente all'amore del Figlio verso la Madre, e dunque alla dignità della maternità divina, l'angelo all'annunciazione la chiama "piena di grazia".
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11. Nel disegno salvifico della santissima Trinità il mistero dell'incarnazione costituisce il compimento sovrabbondante della promessa fatta da Dio agli uomini, dopo il peccato originale, dopo quel primo peccato i cui effetti gravano su tutta la storia dell'uomo sulla terra (cfr. Gn 3,15). Ecco, viene al mondo un Figlio, la "stirpe della donna", che sconfiggerà il male del peccato alle sue stesse radici: "Schiaccerà la testa del serpente". Come risulta dalle parole del protoevangelo, la vittoria del Figlio della donna non avverrà senza una dura lotta, che deve attraversare tutta la storia umana. "L'inimicizia", annunciata all'inizio, viene confermata nell'Apocalisse, il libro delle realtà ultime della chiesa e del mondo, dove torna di nuovo il segno della "donna", questa volta "vestita di sole" (Ap 12,1).
Maria, Madre del Verbo incarnato, viene collocata al centro stesso di quella inimicizia, di quella lotta che accompagna la storia dell'umanità sulla terra e la storia stessa della salvezza. In questo posto ella, che appartiene agli "umili e poveri del Signore", porta in sè, come nessun altro tra gli esseri umani, quella "gloria della grazia" che il Padre "ci ha dato nel suo Figlio diletto", e questa grazia determina la straordinaria grandezza e bellezza di tutto il suo essere. Maria rimane così davanti a Dio, ed anche davanti a tutta l'umanità, come il segno immutabile ed inviolabile dell'elezione da parte di Dio, di cui parla la Lettera paolina: "In Cristo ci ha scelti prima della creazione del mondo, ... predestinandoci a essere suoi figli adottivi" (Ep 1,4-5). Questa elezione è più potente di ogni esperienza del male e del peccato, di tutta quella "inimicizia", da cui è segnata la storia dell'uomo. In questa storia Maria rimane un segno di sicura speranza.
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12. Subito dopo la narrazione dell'annunciazione, l'evangelista Luca ci guida dietro i passi della Vergine di Nazaret verso "una città di Giuda" (Lc 1,39).
Secondo gli studiosi questa città dovrebbe essere l'odierna Ain-Karim, situata tra le montagne, non lontano da Gerusalemme. Maria vi giunse "in fretta", per far visita ad Elisabetta, sua parente. Il motivo della visita va cercato anche nel fatto che durante l'annunciazione Gabriele aveva nominato in modo significativo Elisabetta, che in età avanzata aveva concepito dal marito Zaccaria un figlio, per la potenza di Dio: "Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito un figlio, e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio" (Lc 1,36-37). Il messaggero divino si era richiamato all'evento compiutosi in Elisabetta, per rispondere alla domanda di Maria: "Come avverrà questo? Non conosco uomo" (Lc 1,34). Ecco, questo avverrà proprio per la "potenza dell'Altissimo", come e ancor più che nel caso di Elisabetta.
Maria dunque, sollecitata dalla carità, si reca nella casa della sua parente. Quando vi entra, Elisabetta, nel rispondere al suo saluto, sentendo sussultare il bambino nel proprio grembo, "piena di Spirito santo", a sua volta saluta Maria a gran voce: "Benedetta tu tra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo" (Lc 1,42). Questa esclamazione o acclamazione di Elisabetta sarebbe poi entrata nell'Ave Maria, come continuazione del saluto dell'angelo, divenendo così una delle più frequenti preghiere della chiesa. Ma ancor più significative sono le parole di Elisabetta nella domanda che segue: "A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?" (Lc 1,43). Elisabetta rende testimonianza a Maria: riconosce e proclama che davanti a lei sta la Madre del Signore, la Madre del Messia. A questa testimonianza partecipa anche il figlio che Elisabetta porta in seno: "Il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo" (Lc 1,44). Il bambino è il futuro Giovanni Battista, che sul Giordano indicherà in Gesù il Messia.
Nel saluto di Elisabetta ogni parola è densa di significato e, tuttavia, ciò che si dice alla fine sembra essere di fondamentale importanza: "E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore" (Lc 1,45). Queste parole si possono affiancare all'appellativo "piena di grazia" del saluto dell'angelo. In entrambi i testi si rivela un essenziale contenuto mariologico, cioè la verità su Maria, che è diventata realmente presente nel mistero di Cristo proprio perché "ha creduto". La pienezza di grazia, annunciata dall'angelo, significa il dono di Dio stesso; la fede di Maria, proclamata da Elisabetta nella visitazione, indica come la Vergine di Nazaret abbia risposto a questo dono.
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13. "A Dio che rivela è dovuta - l'obbedienza della fede - (Rm 16,26 cfr. Rm 1,5 2Co 10,5-6), per la quale l'uomo si abbandona a Dio tutto intero liberamente", come insegna il concilio. Questa descrizione della fede trovo una perfetta attuazione in Maria. Il momento "decisivo" fu l'annunciazione, e le stesse parole di Elisabetta: "E beata colei che ha creduto" si riferiscono in primo luogo proprio a questo momento.
Nell'annunciazione, infatti, Maria si è abbandonata a Dio completamente, manifestando "l'obbedienza della fede" a colui che le parlava mediante il suo messaggero e prestando "il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà". Ha risposto, dunque, con tutto il suo "io" umano, femminile, ed in tale risposta di fede erano contenute una perfetta cooperazione con "la grazia di Dio che previene e soccorre" ed una perfetta disponibilità all'azione dello Spirito santo, il quale "perfeziona continuamente la fede mediante i suoi doni".
La parola del Dio vivo, annunciata a Maria dall'angelo, si riferiva a lei stessa: "Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce" (Lc 1,31).
Accogliendo questo annuncio, Maria sarebbe diventata la "Madre del Signore" ed in lei si sarebbe compiuto il divino mistero dell'incarnazione: "Volle il Padre delle misericordie che l'accettazione della predestinata madre precedesse l'incarnazione". E Maria dà questo consenso, dopo aver udito tutte le parole del messaggero. Dice: "Eccomi, sono la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38). Questo fiat di Maria - "avvenga di me" - ha deciso dal lato umano il compimento del mistero divino. C'è una piena consonanza con le parole del Figlio, che secondo la lettera agli Ebrei, entrando nel mondo, dice al Padre: "Tu non hai voluto nè sacrificio nè offerta, un corpo invece mi hai preparato ...
Ecco, io vengo ... per fare, o Dio, la tua volontà" (He 10,5-7). Il mistero dell'incarnazione si è compiuto quando Maria ha pronunciato il suo fiat: "Avvenga di me quello che hai detto", rendendo possibile, per quanto spettava a lei nel disegno divino, l'esaudimento del voto di suo Figlio.
Maria ha pronunciato questo fiat mediante la fede. Mediante la fede si è abbandonata a Dio senza riserve ed "ha consacrato totalmente se stessa, quale ancella del Signore, alla persona e all'opera del Figlio suo". E questo Figlio - come insegnano i Padri - l'ha concepito prima nella mente che nel grembo: proprio mediante la fede! Giustamente, dunque, Elisabetta loda Maria: "E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore". Queste parole si sono già compiute: Maria di Nazaret si presenta sulla soglia della casa di Elisabetta e di Zaccaria come Madre del Figlio di Dio. E' la scoperta gioiosa di Elisabetta: "La madre del mio Signore viene a me!".
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14. Pertanto, anche la fede di Maria può essere paragonata a quella di Abramo, chiamato dall'apostolo "il nostro padre nella fede" (cfr. Rm 4,12). Nell'economia salvifica della rivelazione divina la fede di Abramo costituisce l'inizio dell'antica alleanza; la fede di Maria nell'annunciazione dà inizio alla nuova alleanza. Come Abramo "ebbe fede sperando contro ogni speranza che sarebbe divenuto padre di molti popoli" (cfr. Rm 4,18), così Maria, al momento dell'annunciazione, dopo aver indicato la sua condizione di vergine ("Come avverrà questo? Non conosco uomo"), credette che per la potenza dell'Altissimo, per opera dello Spirito santo, sarebbe diventata la Madre del Figlio di Dio secondo la rivelazione dell'angelo: "Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio" (Lc 1,35).
Tuttavia le parole di Elisabetta: "E beata colei che ha creduto" non si applicano solo a quel particolare momento dell'annunciazione. Certamente questa rappresenta il momento culminante della fede di Maria in attesa di Cristo, ma è anche il punto di partenza, da cui inizia tutto il suo "itinerario verso Dio", tutto il suo cammino di fede. E su questa via, in modo eminente e davvero eroico - anzi con un sempre maggiore eroismo di fede - si attuerà l'"obbedienza" da lei professata alla parola della divina rivelazione. E questa "obbedienza della fede" da parte di Maria durante tutto il suo cammino avrà sorprendenti analogie con la fede di Abramo. Come il patriarca del popolo di Dio, così anche Maria, lungo il cammino del suo fiat filiale e materno, "ebbe fede sperando contro ogni speranza".
Specialmente lungo alcune tappe di questa via la benedizione concessa a "colei che ha creduto", si rivelerà con particolare evidenza. Credere vuol dire "abbandonarsi" alla verità stessa della parola del Dio vivo, sapendo e riconoscendo umilmente "quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie" (Rm 11,33). Maria, che per l'eterna volontà dell'Altissimo si è trovata, si può dire, al centro stesso di quelle "inaccessibili vie" e di quegli "imperscrutabili giudizi" di Dio, vi si conforma nella penombra della fede, accettando pienamente e con cuore aperto tutto ciò che è disposto nel disegno divino.
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15. Quando nell'annunciazione sente parlare del Figlio, di cui deve diventare genitrice, ed al quale "darà il nome Gesù" (= Salvatore), Maria viene anche a conoscere che a lui "il Signore darà il trono di Davide suo padre", e che "regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà fine" (cfr. Lc 1,31-33). In questo senso si volgeva la speranza di tutto Israele. Il Messia promesso deve essere "grande", e anche il messaggero celeste annuncia che "sarà grande" - grande sia per il nome di Figlio dell'Altissimo sia per l'assunzione dell'eredità di Davide. Deve dunque essere re, deve regnare "sulla casa di Giacobbe". Maria è cresciuta in mezzo a queste attese del suo popolo: poteva intuire, al momento dell'annunciazione, quale essenziale significato avessero le parole dell'angelo? E come occorre intendere quel "regno", che "non avrà fine"? Benché mediante la fede ella si sia sentita in quell'istante madre del "Messia-re", tuttavia ha risposto: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38). Sin dal primo momento Maria ha professato soprattutto l'"obbedienza della fede", abbandonandosi a quel significato che dava alle parole dell'annunciazione colui dal quale provenivano: Dio stesso.
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16. Sempre lungo questa via dell'"obbedienza della fede" Maria ode poco più tardi altre parole: quelle pronunciate da Simeone al tempio di Gerusalemme. Si era già al quarantesimo giorno dopo la nascita di Gesù, quando, secondo la prescrizione della legge di Mosè, Maria e Giuseppe "portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore" (Lc 2,22). La nascita era avvenuta in condizioni di estrema povertà. Sappiamo, infatti, da Luca che, quando in occasione del censimento della popolazione, ordinato dalle autorità romane, Maria si reco con Giuseppe a Betlemme, non avendo trovato "posto nell'albergo", diede alla luce il suo Figlio in una stalla e "lo depose in una mangiatoia" (cfr. Lc 2,7).
Un uomo giusto e timorato di Dio, di nome Simeone, appare in quell'inizio dell'"itinerario" della fede di Maria. Le sue parole, suggerite dallo Spirito santo (cfr. Lc 2,25-27), confermano la verità dell'annunciazione.
Leggiamo, infatti, che egli "prese tra le braccia" il bambino, al quale - secondo il comando dell'angelo - era stato messo nome Gesù (cfr. Lc 2,21). Il discorso di Simeone è conforme al significato di questo nome, che vuol dire Salvatore: "Dio è la salvezza". Rivolto al Signore, egli dice così: "I miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele" (Lc 2,30-32). Contemporaneamente, pero, Simeone si rivolge a Maria con le seguenti parole: "Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori"; ed aggiunge con diretto riferimento a Maria: "E anche a te una spada trafiggerà l'anima" (Lc 2,34-35). Le parole di Simeone mettono in una luce nuova l'annuncio che Maria ha udito dall'angelo: Gesù è il Salvatore, è "luce per illuminare" gli uomini. Non è quel che si è manifestato, in certo modo, nella notte del natale, quando sono venuti nella stalla i pastori? (cfr. Lc 2,8-20). Non è quel che doveva manifestarsi ancor più nella venuta dei Magi dall'oriente? (cfr. Mt 2,1-12). Nello stesso tempo, pero, già all'inizio della sua vita, il Figlio di Maria, e con lui sua madre, sperimenteranno in se stessi la verità delle altre parole di Simeone: "Segno di contraddizione" (Lc 2,34). Quello di Simeone appare come un secondo annuncio a Maria, poiché le indica la concreta dimensione storica nella quale il Figlio compirà la sua missione, cioè nell'incomprensione e nel dolore. Se un tale annuncio, da una parte, conferma la sua fede nell'adempimento delle divine promesse della salvezza, dall'altra le rivela anche che dovrà vivere la sua obbedienza di fede nella sofferenza a fianco del Salvatore sofferente, e che la sua maternità sarà oscura e dolorosa. Ecco, infatti, dopo la visita dei Magi, dopo il loro omaggio ("prostratisi lo adorarono"), dopo l'offerta dei doni (cfr. Mt 2,11), Maria, insieme al bambino, deve fuggire in Egitto sotto la premurosa protezione di Giuseppe, perché "Erode stava cercando il bambino per ucciderlo" (cfr. Mt 2,13). E fino alla morte di Erode dovranno rimanere in Egitto (cfr. Mt 2,15).
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17. Dopo la morte di Erode, quando la sacra famiglia fa ritorno a Nazaret, inizia il lungo periodo della vita nascosta. Colei che "ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore" (Lc 1,45) vive ogni giorno il contenuto di queste parole.
Quotidianamente accanto a lei è il Figlio, a cui ha dato nome Gesù; dunque, certamente nel contatto con lui ella usa questo nome, che del resto non poteva destare meraviglia in nessuno, essendo in uso da molto tempo in Israele. Tuttavia, Maria sa che colui che porta il nome Gesù è stato chiamato dall'angelo "Figlio dell'Altissimo" (cfr. Lc 1,32). Maria sa di averlo concepito e dato alla luce "non conoscendo uomo", per opera dello Spirito santo, con la potenza dell'Altissimo che ha steso la sua ombra su di lei (cfr. Lc 1,35), così come ai tempi di Mosè e dei padri la nube velava la presenza di Dio (cfr. Ex 24,16 Ex 40,34-35 1R 8,10-12).
Dunque, Maria sa che il Figlio, da lei dato alla luce verginalmente, è proprio quel "santo", "il Figlio di Dio", di cui le ha parlato l'angelo.
Durante gli anni della vita nascosta di Gesù nella casa di Nazaret, anche la vita di Maria è "nascosta con Cristo in Dio" (cfr. Col 3,3) mediante la fede. La fede, infatti, è un contatto col mistero di Dio. Maria costantemente, quotidianamente è in contatto con l'ineffabile mistero di Dio che si è fatto uomo, mistero che supera tutto ciò che è stato rivelato nell'antica alleanza. Sin dal momento dell'annunciazione, la mente della Vergine-Madre è stata introdotta nella radicale "novità" dell'autorivelazione di Dio e resa consapevole del mistero. Ella è la prima di quei "piccoli", dei quali Gesù dirà un giorno: "Padre, ... hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11,25). Infatti, "nessuno conosce il Figlio se non il Padre" (Mt 11,27). Come può dunque "conoscere il Figlio" Maria? Certamente, non lo conosce come il Padre; eppure, è la prima tra coloro ai quali il Padre "l'ha voluto rivelare" (cfr. Mt 11,26-27 1Co 2,11). Se pero sin dal momento dell'annunciazione le è stato rivelato il Figlio, che solo il Padre conosce completamente, come colui che lo genera nell'eterno "oggi" (cfr. Ps 2,7), Maria, la Madre, è in contatto con la verità del suo Figlio solo nella fede e mediante la fede! E' dunque beata, perché "ha creduto", e crede ogni giorno tra tutte le prove e contrarietà del periodo dell'infanzia di Gesù e poi durante gli anni della vita nascosta a Nazaret, dove egli "stava loro sottomesso" (Lc 2,51): sottomesso a Maria e anche a Giuseppe, perché questi faceva le veci del padre davanti agli uomini; onde lo stesso figlio di Maria era ritenuto dalla gente "il figlio del carpentiere" (Mt 13,55).
La madre di quel Figlio, dunque, memore di quanto le è stato detto nell'annunciazione e negli avvenimenti successivi, porta in sè la radicale "novità" della fede: l'inizio della nuova alleanza. E' questo l'inizio del Vangelo, ossia della buona, lieta novella. Non è difficile, pero, notare in questo inizio una particolare fatica del cuore, unita a una sorta di "notte della fede" - per usare le parole di san Giovanni della Croce -, quasi un "velo" attraverso il quale bisogna accostarsi all'Invisibile e vivere nell'intimità col mistero. E' infatti in questo modo che Maria, per molti anni, rimase nell'intimità col mistero del suo Figlio, e avanzava nel suo itinerario di fede, man mano che Gesù "cresceva in sapienza ... e grazia davanti a Dio e agli uomini" (Lc 2,52). Sempre di più si manifestava agli occhi degli uomini la predilezione che Dio aveva per lui. La prima tra queste creature umane ammesse alla scoperta del Cristo era Maria, che con Giuseppe viveva nella stessa casa a Nazaret.
Tuttavia, quando, dopo il ritrovamento nel tempio, alla domanda della madre: "Perché ci hai fatto così?", il dodicenne Gesù rispose: "Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio?", l'evangelista aggiunge: "Ma essi (Giuseppe e Maria) non compresero le sue parole" (Lc 2,48-50). Dunque, Gesù aveva la consapevolezza che "solo il Padre conosce il Figlio" (cfr. Mt 11,27), tanto che persino colei, alla quale era stato rivelato più a fondo il mistero della filiazione divina, la madre, viveva nell'intimità con questo mistero solo mediante la fede! Trovandosi a fianco del Figlio, sotto lo stesso tetto e "serbando fedelmente la sua unione col Figlio", ella "avanzava nella peregrinazione della fede", come sottolinea il concilio. E così fu anche durante la vita pubblica di Cristo (cfr. Mc 3,21-35), onde di giorno in giorno si adempiva in lei la benedizione pronunciata da Elisabetta nella visitazione: "Beata colei che ha creduto".
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18. Tale benedizione raggiunge la pienezza del suo significato, quando Maria sta sotto la croce di suo Figlio (cfr. Jn 19,25). Il concilio afferma che ciò avvenne "non senza un disegno divino": "Soffrendo profondamente col suo unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all'immolazione della vittima da lei generata", in questo modo Maria "serbo fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce": l'unione mediante la fede, la stessa fede con la quale aveva accolto la rivelazione dell'angelo al momento dell'annunciazione. Allora si era anche sentita dire: "Sarà grande ..., il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre ..., regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine" (Lc 1,32-33).
Ed ecco, stando ai piedi della croce, Maria è testimone, umanamente parlando, della completa smentita di queste parole. Il suo Figlio agonizza su quel legno come un condannato. "Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori ...; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima": quasi distrutto (cfr. Is 53,3-5). Quanto grande, quanto eroica è allora l'obbedienza della fede dimostrata da Maria di fronte agli "imperscrutabili giudizi" di Dio (cfr. Rm 11,33)! Come "si abbandona a Dio" senza riserve, "prestando il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà" a colui, le cui "vie sono inaccessibili" (cfr. Rm 11,35)! Ed insieme quanto potente è l'azione della grazia nella sua anima, come penetrante è l'influsso dello Spirito santo, della sua luce e della sua virtù! Mediante questa fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione. Infatti, "Gesù Cristo, ... pur essendo di natura divina, non considero un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spoglio se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini": proprio sul Golgota "umilio se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (cfr. Ph 2,6-8). Ai piedi della croce Maria partecipa mediante la fede allo sconvolgente mistero di questa spoliazione. E' questa forse la più profonda "kenosi" della fede nella storia dell'umanità. Mediante la fede la madre partecipa alla morte del Figlio, alla sua morte redentrice; ma, a differenza di quella dei discepoli che fuggivano, era una fede ben più illuminata. Sul Golgota Gesù mediante la croce ha confermato definitivamente di essere il "segno di contraddizione", predetto da Simeone. Nello stesso tempo, là si sono adempiute le parole da lui rivolte a Maria: "E anche a te una spada trafiggerà l'anima" (Lc 2,35).
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19. Si, veramente "beata colei che ha creduto"! Queste parole, pronunciate da Elisabetta dopo l'annunciazione, qui, ai piedi della croce, sembrano echeggiare con suprema eloquenza, e la potenza in esse racchiusa diventa penetrante. Dalla croce, come a dire dal cuore stesso del mistero della redenzione, si estende il raggio e si dilata la prospettiva di quella benedizione di fede. Essa risale "fino all'inizio" e, come partecipazione al sacrificio di Cristo, nuovo Adamo, diventa, in certo senso, il contrappeso della disobbedienza e dell'incredulità, presenti nel peccato dei progenitori. così insegnano i padri della chiesa e specialmente sant'Ireneo, citato dalla costituzione Lumen gentium: "Il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione con l'obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva lego con la sua incredulità, la vergine Maria sciolse con la fede". Alla luce di questo paragone con Eva, i padri - come ricorda ancora il concilio - chiamano Maria "madre dei viventi" e affermano spesso: "La morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria".
A ragione, dunque, nell'espressione "Beata colei che ha creduto" possiamo trovare quasi una chiave che ci schiude l'intima realtà di Maria: di colei che l'angelo ha salutato come "piena di grazia". Se come "piena di grazia" ella è stata eternamente presente nel mistero di Cristo, mediante la fede ne divenne partecipe in tutta l'estensione del suo itinerario terreno: "avanzo nella peregrinazione della fede", ed al tempo stesso, in modo discreto ma diretto ed efficace, rendeva presente agli uomini il mistero di Cristo. E ancora continua a farlo. E mediante il mistero di Cristo anch'ella è presente tra gli uomini. così mediante il mistero del Figlio si chiarisce anche il mistero della Madre.
Redemptoris Mater