Pastores dabo vobis



Esortazione apostolica postsinodale

  25/03/1992 Città del Vaticano (Roma) - ESORTAZIONE APOSTOLICA

  RIF. VOL. XV/1 (1992) 700-845: testo latino – 846-957: testo italiano

  Venerati fratelli e diletti figli e figlie, salute e apostolica benedizione.

  Introduzione

1       “Vi darò pastori secondo il mio cuore” (Jr 3,15).

          Con queste parole del profeta Geremia Dio promette al suo popolo di non lasciarlo mai privo di pastori che lo radunino e lo guidino: “Costituirò sopra di esse (ossia sulle mie pecore) pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi” (Jr 23,4).

          La chiesa, popolo di Dio, sperimenta sempre la realizzazione di questo annuncio profetico e nella gioia continua a rendere grazie al Signore. Essa sa che Gesù Cristo stesso è il compimento vivo, supremo e definitivo della promessa di Dio: “Io sono il buon pastore” (Jn 10,11). Egli, “il Pastore grande delle pecore” (He 13,20), ha affidato agli apostoli e ai loro successori il ministero di pascere il gregge di Dio (cf. Jn 21,15ss; 1P 5,2).

          In particolare, senza sacerdoti la chiesa non potrebbe vivere quella fondamentale obbedienza che è al cuore stesso della sua esistenza e della sua missione nella storia: l’obbedienza al comando di Gesù “Andate dunque e ammaestrate tutte le genti” (Mt 28,19) e “Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19 cf. 1Co 11,24), ossia il comando di annunciare il Vangelo e di rinnovare ogni giorno il sacrificio del suo corpo dato e del suo sangue versato per la vita del mondo.

          Nella fede sappiamo che la promessa del Signore non può venir meno. Proprio questa promessa è la ragione e la forza che fa gioire la chiesa di fronte alla fioritura e alla crescita numerica delle vocazioni sacerdotali, che oggi si registra in alcune parti del mondo, così come rappresenta il fondamento e lo stimolo per un suo atto di fede più grande e di speranza più viva di fronte alla grave scarsità di sacerdoti, che pesa in altre parti del mondo.

          Tutti siamo chiamati a condividere la fiducia piena nell’ininterrotto compiersi della promessa di Dio, che i padri sinodali hanno voluto testimoniare in modo chiaro e forte: “Il sinodo con piena fiducia nella promessa di Cristo che ha detto: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo” (Mt 28,20) e consapevole dell’attività costante dello Spirito Santo nella chiesa, intimamente crede che non mancheranno mai completamente nella chiesa i sacri ministri... Anche se in varie regioni si dà scarsità di clero, tuttavia l’azione del Padre, che suscita le vocazioni, non cesserà mai nella chiesa”.

          Come ho detto a conclusione del sinodo, di fronte alla crisi delle vocazioni sacerdotali “la prima risposta che la chiesa dà sta in un atto di fiducia totale nello Spirito Santo. Siamo profondamente convinti che questo fiducioso abbandono non deluderà, se peraltro restiamo fedeli alla grazia ricevuta”.


2       Restare fedeli alla grazia ricevuta! Infatti, il dono di Dio non annulla la libertà dell’uomo, ma la suscita, la sviluppa e la esige.

          Per questo la fiducia totale nell’incondizionata fedeltà di Dio alla sua promessa si accompagna nella chiesa alla grave responsabilità di cooperare all’azione di Dio che chiama, di contribuire a creare e a mantenere le condizioni nelle quali il buon seme, seminato da Dio, possa mettere radici e dare frutti abbondanti. La chiesa non può mai cessare di pregare il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe (cf.
Mt 9,38), di rivolgere una limpida e coraggiosa proposta vocazionale alle nuove generazioni, di aiutarle a discernere la verità della chiamata di Dio e a corrispondervi con generosità, di riservare una cura particolare per la formazione dei candidati al presbiterato.

          In realtà la formazione dei futuri sacerdoti sia diocesani sia religiosi e l’assidua cura, protratta lungo tutto il corso della vita, per la loro santificazione personale nel ministero e per l’aggiornamento costante del loro impegno pastorale sono considerate dalla chiesa come uno dei compiti di massima delicatezza e importanza per il futuro dell’evangelizzazione dell’umanità.

          Quest’opera formativa della chiesa è una continuazione nel tempo dell’opera di Cristo, che l’evangelista Marco indica con le parole: “Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni” (Mc 3,13-15).

          Si può affermare che nella sua storia, la chiesa ha sempre rivissuto, sia pure con intensità e in modalità diverse, questa pagina del Vangelo mediante l’opera formativa riservata ai candidati al presbiterato e ai sacerdoti stessi. Oggi però la chiesa si sente chiamata a rivivere quanto il Maestro ha fatto con i suoi apostoli con un impegno nuovo, sollecitata com’è dalle profonde e rapide trasformazioni delle società e delle culture del nostro tempo, dalla molteplicità e diversità dei contesti nei quali essa annuncia e testimonia il Vangelo, dal favorevole andamento numerico delle vocazioni sacerdotali che si registra in diverse diocesi, dall’urgenza di una nuova verifica dei contenuti e dei metodi della formazione sacerdotale, dalla preoccupazione dei vescovi e delle loro comunità per la persistente scarsità di clero, dall’assoluta necessità che la “nuova evangelizzazione” abbia nei sacerdoti i suoi primi “nuovi evangelizzatori”.

          Proprio in questo contesto storico e culturale si è collocata l’ultima assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi, dedicata a “La formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali”, con l’intento, a distanza di venticinque anni dalla fine del concilio, di portare a compimento la dottrina conciliare su questo argomento e di renderla più attuale e incisiva nelle circostanze odierne.


3       In continuità con i testi del concilio Vaticano II circa l’ordine dei presbiteri e la loro formazione e nell’intento di applicarne in concreto alle varie situazioni la ricca e autorevole dottrina, la chiesa ha affrontato più volte i problemi della vita, del ministero e della formazione dei sacerdoti.

          Le occasioni più solenni sono stati i sinodi dei vescovi. Fin dalla prima assemblea generale, svoltasi nell’ottobre del 1967, il sinodo dedicò cinque congregazioni generali al tema del rinnovamento dei seminari. Questo lavoro diede impulso decisivo all’elaborazione del documento della Congregazione per l’educazione cattolica “Norme fondamentali per la formazione sacerdotale”.

          Fu soprattutto la seconda assemblea generale ordinaria del 1971 a impegnare la metà dei suoi lavori sul sacerdozio ministeriale. I frutti di questo lungo confronto sinodale, ripresi e condensati in alcune “raccomandazioni” sottomesse al mio predecessore, papa Paolo VI, e lette in apertura del sinodo del 1974, riguardavano principalmente la dottrina sul sacerdozio ministeriale e alcuni aspetti della spiritualità e del ministero sacerdotale.

          Anche in molte altre occasioni il magistero della chiesa ha continuato a testimoniare la sua sollecitudine per la vita e per il ministero dei sacerdoti. Si può dire che negli anni del post-concilio non ci sia stato intervento magisteriale che in qualche misura non abbia riguardato, in modo esplicito o implicito, il senso della presenza dei sacerdoti nella comunità, il loro ruolo e la loro necessità per la chiesa e per la vita del mondo.

          In questi anni più recenti e da più parti è stata avvertita la necessità di ritornare sul tema del sacerdozio, affrontandolo da un punto di vista relativamente nuovo e più adatto alle presenti circostanze ecclesiali e culturali. L’attenzione si è spostata dal problema dell’identità del prete ai problemi connessi con l’itinerario formativo al sacerdozio e con la qualità di vita dei sacerdoti. In realtà le nuove generazioni di chiamati al sacerdozio ministeriale presentano caratteristiche notevolmente diverse rispetto a quelle dei loro immediati predecessori e vivono in un mondo per tanti aspetti nuovo e in continua e rapida evoluzione. E di tutto ciò non si può non tener conto nella programmazione e nella realizzazione degli itinerari educativi al sacerdozio ministeriale.

          I sacerdoti poi, già inseriti da un tempo più o meno lungo nell’esercizio del ministero, sembrano oggi soffrire di eccessiva dispersione nelle sempre crescenti attività pastorali e, di fronte alle difficoltà della società e della cultura contemporanea, si sentono costretti a ripensare i loro stili di vita e le priorità degli impegni pastorali, mentre avvertono sempre più la necessità di una formazione permanente.

          Ora all’incremento delle vocazioni al presbiterato, alla loro formazione perché i candidati conoscano e seguano Gesù preparandosi a celebrare e a vivere il sacramento dell’ordine che li configura a Cristo capo e pastore, servo e sposo della chiesa, all’individuazione di itinerari di formazione permanente capaci di sostenere in modo realistico ed efficace il ministero e la vita spirituale dei sacerdoti sono state dedicate le preoccupazioni e le riflessioni del sinodo dei vescovi 1990.

          Questo stesso sinodo intendeva anche rispondere a una richiesta fatta dal precedente sinodo sulla vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo. I laici stessi avevano sollecitato l’impegno dei sacerdoti alla formazione per essere opportunamente aiutati nel compimento della comune missione ecclesiale. E in realtà, “più si sviluppa l’apostolato dei laici e più fortemente viene percepito il bisogno di avere dei sacerdoti che siano ben formati. Così la vita stessa del popolo di Dio manifesta l’insegnamento del concilio Vaticano II sul rapporto tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale o gerarchico. Poiché nel mistero della chiesa la gerarchia ha un carattere ministeriale (cf. Lumen gentium
LG 10). Più si approfondisce il senso della vocazione propria dei laici, più si evidenzia ciò che è proprio del sacerdozio”.


4       Nell’esperienza ecclesiale tipica del sinodo, quella cioè di “una singolare esperienza di comunione episcopale nell’universalità, che rafforza il senso della chiesa universale, la responsabilità dei vescovi verso la chiesa universale e la sua missione, in comunione affettiva ed effettiva attorno a Pietro”, si è fatta sentire, limpida e accurata, la voce delle diverse chiese particolari; e in questo sinodo, per la prima volta, di alcune chiese dell’est: le chiese hanno proclamato la loro fede nel compimento della promessa di Dio: “Vi darò pastori secondo il mio cuore” (Jr 3,15), e hanno rinnovato il loro impegno pastorale per la cura delle vocazioni e per la formazione dei sacerdoti, nella consapevolezza che da queste dipendono l’avvenire della chiesa, il suo sviluppo e la sua missione universale di salvezza.

          Riprendendo ora il ricco patrimonio delle riflessioni, degli orientamenti e delle indicazioni che hanno preparato e accompagnato i lavori dei padri sinodali, con questa esortazione apostolica postsinodale unisco alla loro la mia voce di vescovo di Roma e di successore di Pietro e la rivolgo al cuore di tutti i fedeli e di ciascuno di essi, in particolare al cuore dei sacerdoti e di quanti sono impegnati nel delicato ministero della loro formazione. Sì, con tutti i sacerdoti e con ciascuno di loro, sia diocesani sia religiosi, desidero incontrarmi mediante questa esortazione.

          Con le labbra e il cuore dei padri sinodali faccio mie le parole e i sentimenti del Messaggio finale del sinodo al popolo di Dio: “Con animo riconoscente e pieno di ammirazione ci rivolgiamo a voi che siete i nostri primi cooperatori nel servizio apostolico. La vostra opera nella chiesa è veramente necessaria e insostituibile. Voi sostenete il peso del ministero sacerdotale e avete il contatto quotidiano con i fedeli. Voi siete i ministri dell’eucaristia, i dispensatori della misericordia divina nel sacramento della penitenza, i consolatori delle anime, le guide dei fedeli tutti nelle tempestose difficoltà della vita.

          Vi salutiamo con tutto il cuore, vi esprimiamo la nostra gratitudine e vi esortiamo a perseverare in questa via con animo lieto e pronto. Non cedete allo scoraggiamento. La nostra opera non è nostra ma di Dio. Colui che ci ha chiamati e che ci ha inviati rimane con noi per tutti i giorni della nostra vita. Noi infatti operiamo per mandato di Cristo”.

  Capitolo I - Preso fra gli uomini




5       “Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio” (He 5,1).

          La Lettera agli ebrei afferma chiaramente l’“umanità” del ministro di Dio: egli viene dagli uomini ed è al servizio degli uomini, imitando Gesù Cristo “lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” (He 4,15).

          Dio chiama i suoi sacerdoti sempre da determinati contesti umani ed ecclesiali, dai quali sono inevitabilmente connotati e ai quali sono mandati per il servizio del Vangelo di Cristo.

          Per questo il sinodo ha contestualizzato l’argomento dei sacerdoti, collocandolo nell’oggi della società e della chiesa e aprendolo alle prospettive del terzo millennio, come del resto risulta dalla stessa formulazione del tema: “La formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali”.

          Certamente “c’è una fisionomia essenziale del sacerdote che non muta: il sacerdote di domani infatti, non meno di quello di oggi, dovrà assomigliare a Cristo. Quando viveva sulla terra, Gesù offrì in se stesso il volto definitivo del presbitero, realizzando un sacerdozio ministeriale di cui gli apostoli furono i primi a essere investiti; esso è destinato a durare, a riprodursi incessantemente in tutti i periodi della storia. Il presbitero del terzo millennio sarà, in questo senso, il continuatore dei presbiteri che, nei precedenti millenni, hanno animato la vita della chiesa. Anche nel duemila la vocazione sacerdotale continuerà a essere la chiamata a vivere l’unico e permanente sacerdozio di Cristo”. Altrettanto certamente la vita e il ministero del sacerdote devono anche “adattarsi a ogni epoca e a ogni ambiente di vita... Da parte nostra dobbiamo perciò cercare di aprirci, per quanto possibile, alla superiore illuminazione dello Spirito Santo, per scoprire gli orientamenti della società contemporanea, riconoscere i bisogni spirituali più profondi, determinare i compiti concreti più importanti, i metodi pastorali da adottare, e così rispondere in modo adeguato alle attese umane”.

          Dovendo coniugare la permanente verità del ministero presbiterale con le istanze e le caratteristiche dell’oggi, i padri sinodali hanno cercato di rispondere ad alcune domande necessarie: quali problemi e, nello stesso tempo, quali stimoli positivi l’attuale contesto socio-culturale ed ecclesiale suscita nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani che devono maturare, per tutta l’esistenza, un progetto di vita sacerdotale? Quali difficoltà e quali nuove possibilità offre il nostro tempo per l’esercizio di un ministero sacerdotale coerente col dono del sacramento ricevuto e con l’esigenza di una vita spirituale corrispondente?

          Ripresento ora alcuni elementi dell’analisi della situazione che i padri sinodali hanno sviluppato, ben consapevole però che la grande varietà delle circostanze socio-culturali ed ecclesiali presenti nei diversi paesi consiglia di segnalare solo i fenomeni più profondi e più diffusi, in particolare quelli che si rapportano ai problemi educativi e alla formazione sacerdotale.


6       Molteplici fattori sembrano favorire negli uomini d’oggi una più matura coscienza della dignità della persona e una nuova apertura ai valori religiosi, al Vangelo e al ministero sacerdotale.

          Nell’ambito della società troviamo, nonostante tante contraddizioni, una più diffusa e forte sete di giustizia e di pace, un senso più vivo della cura dell’uomo per il creato e per il rispetto della natura, una ricerca più aperta della verità e della tutela della dignità umana, l’impegno crescente, in molte fasce della popolazione mondiale, per una più concreta solidarietà internazionale e per un nuovo ordine planetario, nella libertà e nella giustizia. Cresce anche, mentre si sviluppa sempre più il potenziale di energie offerto dalle scienze e dalle tecniche e si diffondono l’informazione e la cultura, una nuova domanda etica, la domanda, cioè, di senso e quindi di un’oggettiva scala di valori che permetta di stabilire le possibilità e i limiti del progresso.

          Nel campo più propriamente religioso e cristiano, cadono pregiudizi ideologici e chiusure violente all’annuncio dei valori spirituali e religiosi, mentre sorgono nuove e insperate possibilità per l’evangelizzazione e la ripresa della vita ecclesiale in molte parti del mondo. Si notano così una crescente diffusione della conoscenza delle sacre Scritture; una vitalità e forza espansiva di molte chiese giovani con un ruolo sempre più rilevante nella difesa e nella promozione dei valori della persona e della vita umana; una splendida testimonianza del martirio da parte delle chiese del centro-est europeo, come anche della fedeltà e del coraggio di altre chiese, che ancora sono costrette a subire persecuzioni e tribolazioni per la fede.

          Il desiderio di Dio e di un rapporto vivo e significativo con lui si presenta oggi tanto forte da favorire, là dove manca l’autentico e integrale annuncio del Vangelo di Gesù, la diffusione di forme di religiosità senza Dio e di molteplici sette. La loro espansione, anche in alcuni ambienti tradizionalmente cristiani, è sì per tutti i figli della chiesa, e per i sacerdoti in particolare, un costante motivo di esame di coscienza sulla credibilità della loro testimonianza al Vangelo, ma insieme anche un segno di quanto sia tuttora profonda e diffusa la ricerca di Dio.


7       Ma con questi e con altri fattori positivi si trovano intrecciati molti elementi problematici o negativi.

          Ancora molto diffuso si presenta il razionalismo, che, in nome di una concezione riduttiva di scienza, rende insensibile la ragione umana all’incontro con la rivelazione e con la trascendenza divina.

          È da registrarsi poi una difesa esasperata della soggettività della persona, che tende a chiuderla nell’individualismo, incapace di vere relazioni umane. Così molti, soprattutto tra i ragazzi e i giovani, cercano di compensare questa solitudine con surrogati di varia natura, con forme più o meno acute di edonismo, di fuga dalle responsabilità; prigionieri dell’attimo fuggente, cercano di “consumare” esperienze individuali il più possibile forti e gratificanti sul piano delle emozioni e delle sensazioni immediate, trovandosi però inevitabilmente indifferenti e come paralizzati di fronte all’appello di un progetto di vita che includa una dimensione spirituale e religiosa e un impegno di solidarietà.

          Si diffonde, inoltre, in ogni parte del mondo, anche dopo la caduta delle ideologie che avevano fatto del materialismo un dogma e del rifiuto della religione un programma, una sorta di ateismo pratico ed esistenziale, che coincide con una visione secolarista della vita e del destino dell’uomo. Quest’uomo “tutto occupato di sé, quest’uomo che si fa non soltanto centro di ogni interesse ma osa dirsi principio e ragione di ogni realtà”, si trova sempre più impoverito di quel supplemento d’anima che gli è tanto più necessario quanto più una larga disponibilità di beni materiali e di risorse lo illude di autosufficienza. Non c’è più bisogno di combattere Dio, si pensa di poter fare semplicemente a meno di lui.

          In questo quadro, si devono notare, in particolare, la disgregazione della realtà familiare e l’oscuramento o il travisamento del vero senso della sessualità umana: sono fenomeni che incidono in modo fortemente negativo sull’educazione dei giovani e sulla loro disponibilità a ogni vocazione religiosa. Si devono notare, inoltre, l’aggravarsi delle ingiustizie sociali e il concentrarsi della ricchezza nelle mani di pochi, come frutto di un capitalismo disumano, che allarga sempre più la distanza tra popoli opulenti e popoli indigenti: vengono così introdotte nella convivenza umana tensioni e inquietudini che turbano profondamente la vita delle persone e delle comunità.

          Anche nell’ambito ecclesiale, si registrano fenomeni preoccupanti e negativi, che hanno diretto influsso sulla vita e sul ministero dei sacerdoti. Così l’ignoranza religiosa che permane in molti credenti; la scarsa incidenza della catechesi, soffocata dai più diffusi e più suadenti messaggi dei mezzi di comunicazione di massa; il malinteso pluralismo teologico, culturale e pastorale che, pur partendo a volte da buone intenzioni, finisce per rendere difficile il dialogo ecumenico e per attentare alla necessaria unità della fede; il persistere di un senso di diffidenza e quasi di insofferenza per il magistero gerarchico; le spinte unilaterali e riduttive della ricchezza del messaggio evangelico, che trasformano l’annuncio e la testimonianza della fede in un esclusivo fattore di liberazione umana e sociale oppure in un alienante rifugio nella superstizione e nella religiosità senza Dio.

          Un fenomeno di grande rilievo, anche se relativamente recente in molti paesi di antica tradizione cristiana, è la presenza in uno stesso territorio di consistenti nuclei di razze diverse e di diverse religioni. Si sviluppa così sempre più la società multirazziale e multireligiosa. Se questo può essere occasione, da un lato, di un esercizio più frequente e fruttuoso del dialogo, di un’apertura di mentalità, di esperienze di accoglienza e di giusta tolleranza, dall’altro lato può essere causa di confusione e di relativismo, soprattutto in persone e popolazioni dalla fede meno matura.

          A questi fattori, e in stretto collegamento con la crescita dell’individualismo, si aggiunge il fenomeno della soggettivizzazione della fede. Si registra cioè, da parte di un numero crescente di cristiani, una minore sensibilità all’insieme globale e oggettivo della dottrina della fede, per un’adesione soggettiva a ciò che piace, che corrisponde alla propria esperienza, che non scomoda le proprie abitudini. Anche l’appello all’inviolabilità della coscienza individuale, in se stesso legittimo, non manca di assumere, in questo contesto, pericolosi caratteri di ambiguità.

          Di qui deriva anche il fenomeno delle appartenenze alla chiesa sempre più parziali e condizionate, che esercitano un influsso negativo sul nascere di nuove vocazioni al sacerdozio, sulla stessa autocoscienza del sacerdote e sul suo ministero nella comunità.

          Infine, in molte realtà ecclesiali è, ancora oggi, la scarsa presenza e disponibilità di forze sacerdotali a creare i problemi più gravi. I fedeli sono spesso abbandonati per lunghi periodi, senza adeguato sostegno pastorale: ne soffrono così la crescita della loro vita cristiana nel suo complesso e, ancor più, la loro capacità di farsi ulteriormente promotori di evangelizzazione.


8       Le numerose contraddizioni e potenzialità di cui sono segnate le nostre società e culture e, nello stesso tempo, le comunità ecclesiali, sono percepite, vissute e sperimentate con un’intensità del tutto particolare dal mondo dei giovani, con ripercussioni immediate e quanto mai incisive sul loro cammino educativo. In tal senso il sorgere e lo svilupparsi della vocazione sacerdotale nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani incontrano continuamente a un tempo ostacoli e sollecitazioni.

          Quanto mai forte è sui giovani il fascino della cosiddetta “società dei consumi”, che li fa succubi e prigionieri di un’interpretazione individualista, materialista ed edonista dell’esistenza umana. Il benessere materialmente inteso tende a imporsi come unico ideale di vita, un benessere da ottenersi a qualsiasi condizione e prezzo: di qui il rifiuto di tutto ciò che sa di sacrificio e la rinuncia alla fatica di cercare e di vivere i valori spirituali e religiosi. La “preoccupazione” esclusiva per l’avere soppianta il primato dell’essere, con la conseguenza di interpretare e di vivere i valori personali e interpersonali non secondo la logica del dono e della gratuità, bensì secondo quella del possesso egoistico e della strumentalizzazione dell’altro.

          Questo si riflette, in particolare, sulla visione della sessualità umana, che viene fatta decadere dalla sua dignità di servizio alla comunione e alla donazione tra le persone per essere semplicemente ricondotta a un bene di consumo. Così l’esperienza affettiva di molti giovani si risolve non in una crescita armoniosa e gioiosa della propria personalità che si apre all’altro nel dono di sé, ma in una grave involuzione psicologica ed etica, che non potrà non avere i suoi pesanti condizionamenti sul loro domani.

          Alla radice di queste tendenze si dà per non pochi giovani un’esperienza distorta della libertà: lungi dall’essere obbedienza alla verità oggettiva e universale, la libertà è vissuta come assenso cieco alle forze istintive e alla volontà di potenza del singolo. Si fanno allora in qualche modo naturali, sul piano della mentalità e del comportamento, lo sgretolarsi del consenso intorno ai princìpi etici, e, sul piano religioso, se non sempre il rifiuto esplicito di Dio, una larga indifferenza e comunque una vita che, anche nei suoi momenti più significativi e nelle sue scelte più decisive, viene vissuta come se Dio non esistesse. In un simile contesto si fa difficile non solo la realizzazione ma la stessa comprensione del senso di una vocazione al sacerdozio, che è una specifica testimonianza del primato dell’essere sull’avere, è riconoscimento del senso della vita come dono libero e responsabile di sé agli altri, come disponibilità a porsi interamente al servizio del Vangelo e del regno di Dio in quella particolare forma.

          Anche nell’ambito della comunità ecclesiale il mondo dei giovani costituisce, non poche volte, un “problema”. In realtà, se nei giovani, ancor più che negli adulti, sono presenti una forte tendenza alla soggettivizzazione della fede cristiana e un’appartenenza solo parziale e condizionata alla vita e alla missione della chiesa, nella comunità ecclesiale fatica, per una serie di ragioni, a decollare una pastorale giovanile aggiornata e coraggiosa: i giovani rischiano di essere lasciati a se stessi, in balìa della loro fragilità psicologica, insoddisfatti e critici di fronte a un mondo di adulti che, non vivendo in modo coerente e maturo la fede, non si presentano loro come modelli credibili.

          Si fa allora evidente la difficoltà di proporre ai giovani un’esperienza integrale e coinvolgente di vita cristiana ed ecclesiale e di educarli ad essa. Così la prospettiva della vocazione al sacerdozio rimane lontana dagli interessi concreti e vivi dei giovani.


9       Non mancano però situazioni e stimoli positivi, che suscitano e alimentano nel cuore degli adolescenti e dei giovani una nuova disponibilità, nonché una vera e propria ricerca di valori etici e spirituali, che per loro natura offrono il terreno propizio per un cammino vocazionale verso il dono totale di sé a Cristo e alla chiesa nel sacerdozio.

          È da rilevare, anzitutto, come si siano attenuati alcuni fenomeni, che in un recente passato avevano provocato non pochi problemi, quali la contestazione radicale, le spinte libertarie, le rivendicazioni utopiche, le forme indiscriminate di socializzazione, la violenza.

          Si deve riconoscere, inoltre, che anche i giovani d’oggi, con la forza e la freschezza tipiche dell’età, sono portatori degli ideali che si fanno strada nella storia: la sete della libertà, il riconoscimento del valore incommensurabile della persona, il bisogno dell’autenticità e della trasparenza, un nuovo concetto e stile di reciprocità nei rapporti tra uomo e donna, la ricerca convinta e appassionata di un mondo più giusto, più solidale, più unito, l’apertura e il dialogo con tutti, l’impegno per la pace.

          Lo sviluppo, così ricco e vivace in tanti giovani del nostro tempo, di numerose e varie forme di volontariato rivolto alle situazioni più dimenticate e disagiate della nostra società, rappresenta oggi una risorsa educativa particolarmente importante, perché stimola e sostiene i giovani a uno stile di vita più disinteressato e più aperto e solidale con i poveri. Questo stile di vita può facilitare la comprensione, il desiderio e l’accoglienza di una vocazione al servizio stabile e totale verso gli altri anche sulla strada della piena consacrazione a Dio con una vita sacerdotale.

          Il recente crollo delle ideologie, il modo fortemente critico di porsi di fronte al mondo degli adulti che non sempre offrono una testimonianza di vita affidata a valori morali e trascendenti, la stessa esperienza di compagni che cercano evasioni nella droga e nella violenza, contribuiscono non poco a rendere più acuta e ineludibile la fondamentale domanda circa i valori che sono veramente capaci di dare pienezza di significato alla vita, alla sofferenza e alla morte. In tanti giovani si fanno più espliciti la domanda religiosa e il bisogno di spiritualità: di qui il desiderio di esperienze di deserto e di preghiera, il ritorno a una lettura più personale e abituale della parola di Dio e allo studio della teologia.

          E come già nell’ambito del volontariato sociale, così in quello della comunità ecclesiale i giovani si fanno sempre più attivi e protagonisti, soprattutto con la partecipazione alle varie aggregazioni, da quelle tradizionali ma rinnovate a quelle più recenti: l’esperienza di una chiesa “sollecitata alla nuova evangelizzazione” dalla fedeltà allo Spirito che la anima e dalle esigenze del mondo lontano da Cristo ma bisognoso di lui, come pure l’esperienza di una chiesa sempre più solidale con l’uomo e con i popoli nella difesa e nella promozione della dignità personale e dei diritti umani di tutti e di ciascuno, aprono il cuore e la vita dei giovani a ideali quanto mai affascinanti e impegnativi, che possono trovare la loro concreta realizzazione nella sequela di Cristo e nel sacerdozio.

          È naturale che da questa situazione umana ed ecclesiale, caratterizzata da forte ambivalenza, non si potrà affatto prescindere non solo nella pastorale delle vocazioni e nell’opera di formazione dei futuri sacerdoti, ma anche nell’ambito della vita e del ministero dei sacerdoti e della loro formazione permanente. Così, se si possono comprendere le varie forme di “crisi” alle quali vanno soggetti i sacerdoti d’oggi nell’esercizio del ministero, nella loro vita spirituale e anche nella stessa interpretazione della natura e del significato del sacerdozio ministeriale, si devono pure registrare, con gioia e con speranza, le nuove possibilità positive che il momento storico attuale offre ai sacerdoti per il compimento della loro missione.


10     La complessa situazione attuale, rapidamente evocata per cenni e in modo esemplificativo, chiede di essere non solo conosciuta, ma anche e soprattutto interpretata. Solo così si potrà rispondere in modo adeguato alla fondamentale domanda: come formare sacerdoti che siano veramente all’altezza di questi tempi, capaci di evangelizzare il mondo di oggi?

          È importante la conoscenza della situazione. Non basta una semplice rilevazione dei dati; occorre un’indagine “scientifica” con la quale delineare un quadro preciso e concreto delle reali circostanze socio-culturali ed ecclesiali.

          Ancor più importante è l’interpretazione della situazione. Essa è richiesta dall’ambivalenza e talvolta dalla contraddittorietà di cui è segnata la situazione, che registra profondamente intrecciati tra loro difficoltà e potenzialità, elementi negativi e ragioni di speranza, ostacoli e aperture, come il campo evangelico nel quale sono seminati e “convivono” il buon grano e la zizzania (cf.
Mt 13,24ss).

          Non è sempre facile una lettura interpretativa, che sappia distinguere tra bene e male, tra segni di speranza e minacce. Nella formazione dei sacerdoti non si tratta solo e semplicemente di accogliere i fattori positivi e di contrastare frontalmente quelli negativi. Si tratta di sottoporre gli stessi fattori positivi ad attento discernimento, perché non si isolino l’uno dall’altro e non vengano in contrasto tra loro, assolutizzandosi e combattendosi a vicenda. Altrettanto si dica dei fattori negativi: non sono da respingere in blocco e senza distinzioni, perché in ciascuno di essi può nascondersi un qualche valore, che attende di essere liberato e ricondotto alla sua verità piena.

          Per il credente l’interpretazione della situazione storica trova il principio conoscitivo e il criterio delle scelte operative conseguenti in una realtà nuova e originale, ossia nel discernimento evangelico; è l’interpretazione che avviene nella luce e nella forza del Vangelo, del Vangelo vivo e personale che è Gesù Cristo, e con il dono dello Spirito Santo. In tal modo il discernimento evangelico coglie nella situazione storica e nelle sue vicende e circostanze non un semplice “dato” da registrare con precisione, di fronte al quale è possibile rimanere nell’indifferenza o nella passività, bensì un “compito”, una sfida alla libertà responsabile sia della singola persona che della comunità. È una “sfida” che si collega a un “appello”, che Dio fa risuonare nella stessa situazione storica: anche in essa e attraverso di essa Dio chiama il credente, e prima ancora la chiesa, a far sì che “il Vangelo della vocazione e del sacerdozio” esprima la sua verità perenne nelle mutevoli circostanze della vita. Anche alla formazione dei sacerdoti sono da applicarsi le parole del concilio Vaticano II: “È dovere permanente della chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in un modo adatto a ogni generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, nonché le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatiche”.

          Questo discernimento evangelico si fonda sulla fiducia nell’amore di Gesù Cristo, che sempre e instancabilmente si prende cura della sua chiesa (cf. Ep 5,29), lui che è il Signore e il Maestro, chiave di volta, centro e fine di tutta la storia umana; si nutre della luce e della forza dello Spirito Santo, che suscita ovunque e in ogni circostanza l’obbedienza della fede, il coraggio gioioso della sequela di Gesù, il dono della sapienza che tutto giudica e non è giudicata da nessuno (cf. 1Co 2,15); riposa sulla fedeltà del Padre alle sue promesse.

          In questo modo la chiesa sente di poter affrontare le difficoltà e le sfide di questo nuovo periodo della storia e di poter assicurare anche per il presente e per il futuro sacerdoti ben formati, che siano convinti e ferventi ministri della “nuova evangelizzazione”, servitori fedeli e generosi di Gesù Cristo e degli uomini.

          Non ci nascondiamo le difficoltà. Non sono né poche né leggere. Ma a vincerle sono la nostra speranza, la nostra fede nell’indefettibile amore di Cristo, la nostra certezza dell’insostituibilità del ministero sacerdotale per la vita della chiesa e del mondo.


Pastores dabo vobis