Agostino Qu. Heptateuco 1173


LIBRO SECONDO

QUESTIONI SULL'ESODO

Le levatrici ingannano il Faraone.

2001
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Ex 1,19-20) Riguardo alla menzogna delle levatrici con la quale esse ingannarono il Faraone, al fine di non uccidere gli Israeliti maschi alla loro nascita, dicendo che le donne ebree non partorivano come le egiziane, si è soliti porre il quesito se tali menzogne sono approvate dall'autorità divina, dal momento che sta scritto che Dio beneficò le levatrici. Non si sa bene se Dio perdonava la menzogna per la sua misericordia o se la giudicava degna di premio. In realtà una cosa era quella che facevano le levatrici conservando in vita i bambini appena nati, una cosa ben diversa era quella che facevano mentendo al Faraone; poiché nel tenere in vita quei neonati esse compivano un'opera di misericordia. Si servivano al contrario della menzogna per la loro difesa, perché il Faraone non facesse loro del male: ciò poté tornare a loro scusa ma non a loro lode. Io poi non credo che abbiano preso questo testo come un permesso di mentire coloro dei quali è detto: Nel loro parlare non si trovò menzogna 1. Poiché, se la vita di alcune persone, di gran lunga inferiore a quella vissuta nella fede e nella virtù dai santi, ha tali peccati di menzogna lo si deve al fatto che vi si lasciano trasportare dal loro carattere e al loro avanzare negli anni, soprattutto quando, invece di aspettare i beni celesti di Dio, ricercano soltanto i beni terreni. Quanto invece a coloro che vivono in modo da essere già nei cieli, come dice l'Apostolo 2, non penso che, per quanto riguarda il loro modo di parlare, per palesare la verità ed evitare la falsità, debbono formarselo sull'esempio delle levatrici. Su questo problema però si deve discutere con maggior diligenza a causa di altri esempi che si trovano nelle Scritture.

L'azione di Mosè quando uccise un egiziano.

2002
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Ex 2,12) Riguardo all'azione compiuta da Mosè quando uccise l'egiziano per difendere i propri fratelli, nell'opera Contro Fausto scritta da noi sulla vita dei Patriarchi, abbiamo già discusso a sufficienza se fosse lodevole il suo carattere, con il quale commise quel peccato, come un terreno ferace suole essere lodato, prima ancora di seminarvi semi fruttiferi, a causa di una particolare sua fertilità, con cui produce piante sia pure inutili, oppure se quel fatto sia da giustificare sotto ogni riguardo 3. Questa ipotesi però non pare ammissibile, poiché Mosè non aveva alcuna autorità legittima, non conferitagli né da Dio né ordinata dalla società umana. Tuttavia, come dice Stefano negli Atti degli Apostoli 4, egli credeva che i suoi fratelli avrebbero capito che Dio voleva salvarli per mezzo di lui. Questo testo sembrerebbe indicare che Dio avesse già fatto intendere a Mosè di poter osare di uccidere quell'uomo, sebbene la Scrittura in quel passo non faccia alcuna menzione di ciò.

Il Signore chiamò Mosè dal roveto.

2003
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Ex 3,4) Il Signore lo chiamò dal roveto. Il Signore lo chiamò forse per mezzo di un angelo? Oppure l'angelo è il Signore, chiamato angelo del gran consiglio 5 che viene interpretato Cristo. Più sopra infatti è detto: Gli apparve l'angelo del Signore in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto 6.

La terra promessa.

2004
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Ex 3,8) (Sono sceso) per condurli verso una terra fertile e spaziosa, ove scorre latte e miele. Questa terra ove scorre latte e miele, dobbiamo intenderla forse in un senso allegorico, poiché quella terra data al popolo d'Israele, nel senso proprio del linguaggio non era tale, oppure è un modo di dire per lodare la fertilità e la piacevolezza di quella terra?

Il grido dei figli d'Israele.

2005
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Ex 3,9) E ora, ecco, è giunto fino a me il grido dei figli di Israele, non come il grido degli abitanti di Sodoma 7, che simboleggia la perversità senza timore e senza vergogna

Il servo deve ubbidire agli ordini del Signore.

2006
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Ex 3,22) Per mezzo di Mosè il Signore ordinò agli Ebrei di prendere dagli Egiziani oggetti d'oro e di argento e vestiti e aggiunse: e voi li spoglierete; questo comando non può essere giudicato ingiusto, perché è un ordine di Dio, che non doveva essere giudicato ma ubbidito. Sa lui infatti quanto è giusto l'ordine dato da lui, al servo tocca invece ubbidire ed eseguire ciò che il Signore ha comandato

Mosè si scusa d'essere incapace di parlare.

2007
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Ex 4,10) Da quanto Mosè dice al Signore: Ti prego, Signore, io non ho facilità di parola né da ieri, né da ieri l'altro, né da quando hai cominciato a parlare al tuo servo, si capisce che Mosè credeva di poter diventare per volontà di Dio tutto ad un tratto abile nel parlare, poiché dice: né da quando hai cominciato a parlare al tuo servo, come per mostrare che, se non era stato capace di parlare né il giorno prima né quello precedente, sarebbe potuto diventarlo d'un tratto dal momento che il Signore aveva cominciato a parlare con lui.

Quello che Dio vuole è sempre giusto.

2008
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Ex 4,11) Chi rende (l'uomo) muto o lo fa udire, lo fa vedente o cieco? Non sono forse io, il Signore Dio? Ci sono alcuni che criticano maliziosamente Dio o la Scrittura soprattutto dell'Antico Testamento per il fatto che Dio disse di aver fatto, proprio lui, il cieco e il muto. Che cosa dicono dunque di Cristo, nostro Signore, il quale nel Vangelo afferma chiaramente: Io sono venuto perché vedano quelli che non vedono e quelli che vedono non vedano 8. Ma chi, se non uno stolto, potrebbe credere che ad un uomo possa capitare qualche difetto fisico senza che Dio lo voglia? Nessuno però pone in dubbio che Dio vuole tutto quanto con giustizia.

Dio apre la tua bocca e la riempie.

2009
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Ex 4,12) Il Signore dice a Mosè: Ma ora va' e io aprirò la tua bocca e t'insegnerò ciò che dovrai dire. Qui appare assai bene che è opera della volontà e grazia di Dio non solo l'istruzione della bocca ma anche l'atto stesso di aprirla. Poiché Dio non disse: " apri la tua bocca e ti istruirò ", ma gli promise tutt'e due le cose. In un altro passo invece, proprio in un Salmo egli dice: Apri la tua bocca e io la riempirò 9, - dove Dio indica nell'uomo la volontà di ricevere ciò che Dio dà a chi lo desidera, cosicché l'ordine: Apri la tua bocca si riferisce al punto di partenza, alla volontà di prendere ciò che Dio dà a chi vuole, mentre si riferisce alla grazia di Dio l'espressione: e la riempirò - qui al contrario, è detto: Io aprirò la tua bocca e t'istruirò.

In Dio non ci sono turbamenti.

2010
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Ex 4,14-16) E il Signore, preso da una forte collera, disse. In che senso potrebbe prendersi il fatto che Dio si adira? Per non essere costretti a ripeterlo in tutti i passi in cui la Scrittura dice qualcosa di simile, è necessario comprendere che Dio non lo fa per un turbamento irrazionale come lo fa un uomo. A buon diritto però possiamo chiederci perché in questo passo Dio, a proposito del fratello di Mosè, disse incollerito che al popolo avrebbe parlato lui per Mosè (suo fratello). Sembra infatti che Dio non diede l'intera autorità che aveva intenzione di dargli in quanto questi mancava di fiducia, e volle che venisse compiuto per mezzo di due persone ciò che poteva essere compiuto da una sola, qualora avesse avuto fiducia. Ciononostante tutte le stesse espressioni, se considerate con maggiore attenzione non indicano che il Signore, nella sua collera, desse ad Aronne quel potere per vendicarsi. Dice infatti così: Ecco, non c'è forse Aronne tuo fratello levita? Io so che sa parlare assai bene. Da queste parole si vede che Dio lo rimproverò piuttosto del fatto che aveva paura di andare poiché pensava di non essere adatto, pur avendo il fratello, tramite il quale poteva esporre al popolo ciò che voleva. Egli infatti aveva la voce gracile e la lingua impacciata, sebbene avesse dovuto sperare tutto da Dio. Subito dopo Dio ripete la medesima cosa che aveva promesso poco prima e dopo essersi adirato. In realtà egli aveva detto: Aprirò la tua bocca e ti istruirò, ora invece dice: Aprirò la tua e la sua bocca e vi insegnerò ciò che dovete fare. Ma poiché aggiunse: e parlerà per te al popolo, pare che Dio gli concesse l'apertura della bocca per il fatto che Mosè aveva detto di essere piuttosto impacciato di lingua. Quanto alla gracilità della voce il Signore non volle concedere alcun rimedio a Mosè, a causa di quel difetto però aggiunse l'aiuto del fratello, affinché potesse servirsi della voce, valida per istruire il popolo. Quando perciò il Signore dice: E tu metterai le mie parole nella bocca di lui, dimostra che il Signore avrebbe dato le parole che dovevano essere dette; poiché se il Signore avesse dato ad Aronne solo parole che avrebbe dovuto sentire come il popolo, le avrebbe dette all'orecchio. Quanto a ciò che dice di seguito il Signore: E parlerà lui per te al popolo ed egli sarà la tua bocca, anche qui è sottinteso " al popolo ". E quando dice: parlerà per te al popolo, indica bene che in Mosè risiede l'autorità, mentre Aronne è solo l'esecutore di ordini. Quanto a ciò che è detto subito dopo: Tu invece sarai per lui per le relazioni con Dio, forse qui deve vedersi un gran mistero, di cui è prefigurazione Mosè come intermediario tra Mosè e Dio e Aronne come intermediario tra Mosè e il popolo.

La persona che l'angelo voleva uccidere.

2011
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Ex 4,24-26) La Scrittura poi dice: E avvenne che, lungo il viaggio, durante una sosta di ristoro, lo affrontò l'angelo e cercava di ucciderlo. Ma Seffora, presa una piccola pietra, tagliò il prepuzio di suo figlio e cadde ai suoi piedi dicendo: " Il sangue della circoncisione di mio figlio s'è fermato ". E l'angelo del Signore si allontanò poiché essa aveva detto: " Il sangue della circoncisione s'è fermato ". Riguardo a questo racconto ci si chiede anzitutto chi era la persona che l'angelo voleva uccidere, se cioè fosse Mosè, poiché è detto: Lo affrontò l'angelo e cercava di ucciderlo. Difatti a chi potremo pensare che l'angelo andò contro se non a colui che era a capo di tutta quanta la comitiva dei suoi e dal quale erano guidati tutti gli altri? Oppure cercava forse di uccidere il bambino al quale venne in aiuto la madre con il circonciderlo? In base a questa ipotesi si capirebbe che l'angelo volesse uccidere il bambino, poiché non era stato circonciso, e in tal modo volesse confermare il precetto della circoncisione con la severità del castigo. Se però la cosa sia stata così, non è chiaro di chi prima è detto: cercava di ucciderlo, poiché si scopre solo da ciò che segue il nome di chi voglia indicare. Questo è certamente un modo di parlare usato dalla Scrittura strano e inconsueto quello di dire: lo affrontò e cercava di ucciderlo, sebbene l'agiografo non abbia ancora detto prima di chi si parla. Un simile modo di dire si trova nel Salmo: Le sue fondamenta sui monti santi; il Signore ama le porte di Sion 10. In realtà il Salmo comincia con queste parole senza aver detto nulla di quello o di quella, delle cui fondamenta voleva parlare dicendo: Le sue fondamenta sono sui monti santi. Ma poiché seguita dicendo: il Signore ama le porte di Sion, perciò sono le fondamenta o del Signore o di Sion, ma in un senso più facile si tratta piuttosto di Sion, cosicché per fondamenta s'intendono quelle della città. Ora, per il fatto che nel pronome eius il genere è ambiguo, questo pronome infatti (al genitivo) è di tutti i tre generi: maschile, femminile e neutro, mentre in greco nel femminile si dice , al maschile e al neutro , ed il manoscritto greco ha , siamo costretti ad intendere quell'eius riferito non alle fondamenta di Sion, ma alle fondamenta del Signore, quelle stabilite dal Signore, del quale è detto: Il Signore edifica Gerusalemme 11. Il salmista tuttavia, dicendo: Le sue fondamenta sui monti santi, non aveva nominato prima né Sion né il Signore. Così anche qui senza essere stato nominato prima il bambino è detto: Lo affrontò e cercava di ucciderlo in modo da darci la possibilità di riconoscere nel seguito di chi aveva parlato. Tuttavia se uno volesse intendere quel pronome riferito a Mosè, non bisogna respingere tale opinione in modo reciso. Bisognerebbe cercare piuttosto di capire, se fosse possibile, quel che si dice nel seguito, che cosa significhi, cioè, che l'angelo si fosse astenuto dall'uccidere chiunque di essi per il fatto che la donna aveva detto: Si è fermato il sangue della circoncisione del bambino. Poiché non è detto: " si allontanò da lui " per il fatto di aver circonciso il bambino, ma per il fatto che si fermò il sangue della circoncisione; non perché il sangue era defluito, ma perché si era arrestato, indicando così, se non mi sbaglio, un grande mistero.

Mosè mise sua moglie e i suoi figli su mezzi di trasporto.

2012
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Ex 4,20) La Scrittura precedentemente dice che Mosè mise sua moglie e i suoi figli su mezzi di trasporto per andare con loro in Egitto, mentre (in un altro passo) dice che il suocero, Ietro, gli andò incontro con essi dopo che Mosè aveva fatto uscire il popolo dall'Egitto 12. Riguardo a queste due versioni possiamo chiederci in qual modo possono essere vere ambedue. Si deve invece pensare che dopo il proposito dell'angelo di uccidere Mosè o il bambino, Seffora fosse tornata in Egitto con i figli. Alcuni infatti hanno pensato che l'angelo impedì che la donna accompagnasse Mosè, perché non fosse di ostacolo al marito nella missione impostagli da Dio.

L'ostinazione conseguenza di un giusto castigo.

2013
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Ex 5,1-3) Si pone il quesito come mai al popolo si dice che Dio aveva dichiarato che li avrebbe fatti uscire dall'Egitto alla volta del paese di Canaan, mentre al Faraone viene detto che volevano fare un viaggio di tre giorni in direzione del deserto per immolare al loro Dio come lo stesso Dio aveva ordinato loro. Si deve invece credere che, sebbene Dio sapesse che cosa stava per fare, poiché conosceva già in precedenza che il Faraone non avrebbe lasciato partire il popolo, tuttavia fu detto in anticipo ciò che sarebbe anche accaduto prima se il Faraone avesse lasciato partire il popolo. In realtà fu l'ostinazione arrogante del Faraone e dei suoi a meritare che avvenissero tutti i fatti come sono attestati in seguito dalla Scrittura. Poiché Dio non mentisce nell'ordinare una cosa ch'egli sa che non sarà compiuta da colui al quale viene ordinata con la conseguenza di un giusto castigo.

Mosè interroga Dio e lo prega.

2014
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Ex 5,22-23) Così dice Mosè al Signore: Perché hai fatto del male a questo popolo? E perché m'hai inviato? Da quando sono andato dal Faraone per parlare in tuo nome, egli ha maltrattato questo popolo e tu non hai liberato il tuo popolo. Queste non sono parole di ribellione e d'indignazione, ma d'interrogazione e di orazione, come appare chiaramente da ciò che gli risponde il Signore, poiché non lo accusò di mancare di fede ma gli rivelò che cosa aveva intenzione di fare.

Genealogia di Mosè.

2015
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Ex 6,14-28) Non c'è dubbio che racchiuda un mistero questo passo in cui la Scrittura, volendo mostrare la genealogia di Mosè, perché ormai lo richiedeva la sua attività, comincia dal primogenito di Giacobbe, cioè da Ruben e poi da lui passa a Simeone e a Levi senza andare più lontano, poiché Mosè era discendente di Levi. Sono invece ricordati coloro che erano stati già menzionati tra quei settantacinque con i quali Israele entrò in Egitto, poiché Dio volle che la tribù sacerdotale non fosse né la prima né la seconda ma la terza, cioè quella di Levi.

Mosè si scusa per la debolezza della voce.

2016
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Ex 6,30) Mosè disse (al Signore): Ecco, io ho la voce debole, e come potrà ascoltarmi il Faraone? Sembra che Mosè si scusi per la debolezza della voce non solo di fronte a una moltitudine di persone ma anche di fronte a una sola persona. È strano che Mosè avesse una voce tanto gracile da non poter essere udito neppure da una sola persona. O per caso era il superbo disdegno del re che non permetteva loro di parlare da vicino. A Mosè però viene detto: Ecco, ti ho dato come dio al Faraone, e tuo fratello Aronne sarà il tuo profeta 13.

Cosa fu detto a Mosè quando fu inviato al popolo.

2017
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Ex 7,1) Si deve osservare che quando Mosè fu inviato al popolo, non gli fu detto: " Ecco, io ti ho dato come un dio al popolo e tuo fratello sarà il tuo profeta ", ma gli fu detto: Tuo fratello parlerà per te al popolo. Gli fu detto anche: Egli sarà la tua bocca e tu per lui, per le cose riguardanti Dio 14. Non gli fu detto: " tu sarai per lui come un dio ". Si dice invece che Mosè fu dato come un dio al Faraone e, analogamente, Aronne fu dato a Mosè come profeta, ma in relazione al Faraone. Qui ci viene fatto capire che i Profeti di Dio dicono ciò che ascoltano da lui e che un profeta di Dio non è altro che uno il quale comunica le parole di Dio alle persone che non possono o non meritano di ascoltare (direttamente) Dio.

Se l'indurimento del cuore del Faraone fu necessario.

2018
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Ex 7,3) Ripetutamente Dio dice: Io indurirò il cuore del Faraone, e sembra indicare il motivo perché lo fa. Indurirò - è detto - il cuore del Faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nell'Egitto, come se l'indurimento del cuore del Faraone fosse necessario perché si moltiplicassero o si completassero i segni di Dio nell'Egitto. Dio dunque si serve in bene dei cuori cattivi per ciò che vuol mostrare ai buoni o per ciò che ha intenzione di fare ad essi. E sebbene la propensione del cuore di chiunque scelga il male, cioè che ha il cuore rivolto al male, si produca per la colpa personale di ciascuno - colpa che trae origine dal libero arbitrio di ciascuno - tuttavia, che il cuore sia trasportato da quella sua cattiva disposizione e venga mosso al male in un senso o nell'altro, dipende da cause che agiscono sullo spirito. L'esserci o il non esserci di queste cause non è in potere dell'uomo. Esse tuttavia provengono dalla provvidenza, occulta ma assolutamente giusta, di Dio che dispone e governa tutto ciò che egli ha creato. Che dunque il Faraone avesse un tale cuore da non essere mosso dalla pazienza di Dio alla pietà, ma piuttosto all'empietà, fu conseguenza di una sua colpa personale. Il suo cuore tanto malvagio a causa della propria colpa si oppose agli ordini di Dio, proprio in questo consiste quello che è chiamato indurimento: infatti, piuttosto di arrendersi e acconsentire, s'irrigidiva e si opponeva. Il perché accaddero quei fatti, fu opera del piano divino di salvezza, che preparava, ad un simile cuore, un castigo non solo non ingiusto, ma chiaramente giusto, mediante il quale sarebbero corretti coloro che temono Dio. In effetti dall'attrattiva del lucro, per esempio, al fine di commettere un omicidio, vengono mossi in un modo un avaro, in un altro modo invece chi disprezza il denaro. Il primo viene mosso a perpetrare il delitto, il secondo invece a guardarsi bene dal compierlo; tuttavia l'offerta del lucro non era in potere di nessuno di loro. Allo stesso modo si presentano ai malvagi dei motivi di peccare che non sono in loro potere - è vero - ma forniscono loro l'occasione di mostrarsi quali sono stati resi da quei motivi a causa dei propri vizi in conseguenza della loro precedente volontà. Bisogna tuttavia vedere bene se la frase: io indurirò si può intendere come se Dio dicesse: " farò vedere io quanto egli è indurito ".

Perché l'intervento di Aronne.

2019
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Ex 7,9) Se il Faraone vi dirà: " Dateci un segno o un prodigio ", tu dirai a tuo fratello Aronne: " Prendi il bastone e gettalo davanti al Faraone e ai suoi servi ed esso diventerà un drago ". In questo caso non era necessario che Mosè, per parlare, si servisse di Aronne, poiché - a quanto sembra - gli era stato concesso quasi per necessità a causa della debolezza della sua voce, ma si doveva solo gettare il bastone perché diventasse un drago. Perché dunque non lo fece personalmente Mosè, se non perché questo intervento di Aronne, tra Mosè e il Faraone, è la figura di qualcosa d'importante?.

Aronne gettò il suo bastone.

2020
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Ex 7,10) Bisogna inoltre considerare anche quest'altro particolare: nell'atto di compiersi quel prodigio davanti al Faraone, la Scrittura dice: E Aronne gettò il suo bastone. Se avesse detto solo: " gettò il bastone ", non ci sarebbe stato alcun problema; siccome però aggiunse: " il suo ", sebbene glielo avesse dato Mosè, allora questa espressione forse non è senza ragione. Oppure si può dare il caso che quel bastone appartenesse a tutti e due, di modo che si sarebbe potuto chiamare bastone dell'uno e dell'altro con ugual verità?

Il bastone di Aronne e il bastone dei maghi.

2021
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Ex 7,12) E il bastone di Aronne divorò i loro bastoni. Se la Scrittura avesse detto: " Il drago di Aronne ingoiò i loro bastoni ", si sarebbe capito che il vero drago di Aronne avesse inghiottito non quelle apparenze irreali di bastoni prodotte dagli incantatori, ma i loro bastoni; dal momento che esso poté divorare ciò che quelli erano, non ciò che sembravano essere, ma non erano. Poiché però la Scrittura dice: Il bastone di Aronne divorò i loro bastoni, il drago, non il bastone, poté certamente divorare i bastoni. La Scrittura infatti chiama la cosa con il nome di ciò da cui era stata mutata, e non con il nome di ciò in cui era stata cambiata, poiché tornò alla sua natura anteriore e quindi si sarebbe dovuta chiamare ciò che era originariamente. Che cosa si deve dire dunque dei bastoni dei maghi? Erano diventati forse anch'essi veri draghi, ma furono chiamati bastoni per la stessa ragione per cui era chiamato anche il bastone di Aronne? O forse per un inganno sembravano essere ciò che non erano? Perché dunque in ambedue i casi la Scrittura li chiama sia bastoni che draghi, senza fare alcuna differenza quando parla riguardo il modo di questi inganni? Tuttavia anche se, da bastoni dei maghi si mutarono in veri draghi, è difficile mostrare in qual modo non furono creatori né i maghi né gli angeli cattivi, attraverso i quali i maghi operavano quei portenti. Perché nelle cose materiali sono presenti, sparse in tutti gli elementi del mondo, certe occulte ragioni seminali in virtù delle quali, date certe circostanze di tempo e certe cause favorevoli si sviluppano e danno origine a determinate specie, in virtù delle qualità e dei fini, che sono loro propri. Così gli angeli, che compiono questi prodigi, non sono chiamati creatori di animali allo stesso modo che non devono chiamarsi creatori delle messi o degli alberi o di qualunque specie di vegetali che germinano sulla terra gli agricoltori, sebbene sappiano procurare ad essi alcune evidenti occasioni opportune e cause visibili, affinché nascano. Ma ciò che fanno costoro in modo visibile lo fanno anche gli angeli in modo invisibile; al contrario l'unico creatore è il solo Dio che innestò nelle cose le loro cause e ragioni seminali. Ho parlato brevemente di un argomento che, se dovesse essere sviluppato con esempi e mediante una lunga discussione, al fine di farlo capire più facilmente, sarebbe necessario un lungo discorso. Ci scusiamo di non farlo, a causa della nostra fretta.

Fu grande l'indurimento del cuore del Faraone.

2022
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Ex 7,22) Lo stesso però fecero anche gli incantatori egiziani con i loro sortilegi; e il cuore del Faraone s'indurì e non li ascoltò, come aveva detto il Signore. Da queste parole della Scrittura sembrerebbe che il cuore del Faraone s'indurì poiché gli incantatori egiziani avevano fatto lo stesso. Il seguito (del racconto) però mostrerà quanto grande fu quell'indurimento anche quando gli incantatori fallirono.

Da dove sono uscite le rane.

2023
(
Ex 8,7) Ma gli incantatori tra gli Egiziani fecero la stessa cosa con i loro sortilegi e fecero salire le rane sul paese dell'Egitto. Si pone il quesito: Da dove (fecero salire le rane) se il prodigio era già avvenuto in tutto il paese? Ma un quesito simile è il seguente: In che modo cambiarono l'acqua in sangue, se tutta l'acqua dell'Egitto era stata già cambiata in sangue?. Si deve pensare allora che non fu colpita da tali castighi la regione, ove abitavano gli Israeliti. E così di lì gli incantatori poterono attingere l'acqua per cambiarla in sangue o far salire alcune rane solo per dimostrare il loro potere magico. Nondimeno poterono operare quei sortilegi anche dopo che quei castighi erano stati fatti cessare. Ma la Scrittura usò immediatamente di seguito la narrazione di fatti che poterono accadere anche dopo.

Le cause dell'ostinazione del Faraone.

2024
(
Ex 8,15) E il Faraone vide che si era tornati a respirare, ma il suo cuore s'indurì e non li ascoltò, come aveva detto il Signore. Qui si vede che, le cause dell'ostinazione del cuore del Faraone, non furono solo che i suoi incantatori compivano gli stessi prodigi (di Mosè), ma anche la pazienza di Dio con la quale lo perdonava. La pazienza di Dio dipende dal cuore degli uomini; per alcuni è utile in quanto li conduce a pentirsi, per altri invece è inutile in quanto li conduce a resistere a Dio e a perseverare nel male. Essa tuttavia non è inutile per se stessa, ma dipende dal cuore cattivo (dell'uomo), come abbiamo già detto. Lo dice anche l'Apostolo: (O forse agisci così) perché non sai che la pazienza di Dio ti spinge a cambiare la tua mentalità? Tu, invece, con la tua ostinazione e con il tuo rifiuto di cambiare mentalità, accumuli sul tuo capo la collera di Dio per il giorno del castigo, in cui si manifesterà la giusta sentenza di Dio che pagherà ciascuno secondo le sue azioni 15. Così anche in un altro passo, dopo aver detto: Siamo il buon profumo di Cristo ovunque, soggiunse anche: (e lo siamo) non solo per coloro che sono avviati alla salvezza, ma anche per coloro che vanno verso la perdizione 16. Non disse di essere buon profumo per coloro che sono sulla via della salvezza e invece un cattivo profumo per coloro che vanno in perdizione, ma disse soltanto di essere il buon profumo. I malvagi invece sono in verità così fatti che, anche con il buon profumo - come abbiamo spesso ripetuto - vanno in perdizione a causa della disposizione del loro cuore, la quale deve essere cambiata con la buona volontà cooperante con la grazia di Dio, affinché le possano essere di utilità i giudizi di Dio, che sono di perdizione per i cuori cattivi. Ecco perché il Salmista, avendo cambiato in meglio il suo cuore cantava: La mia anima vivrà e ti loderà; e i tuoi giudizi mi aiuteranno 17. Il Salmista non dice: " i tuoi doni " o " i tuoi premi ", bensì: i tuoi giudizi. È importante che uno con sincera confidenza possa dire: Mettimi alla prova, o Signore, e sperimentami; saggia al fuoco i miei reni e il mio cuore. E per non dare l'impressione di attribuirsi qualcosa dalle proprie forze, immediatamente aggiunge: poiché la tua misericordia è davanti ai miei occhi e mi sono compiaciuto della tua verità 18. Ricorda la misericordia usatagli al fine di poter compiacersi della verità, poiché tutte le vie del Signore sono misericordia e verità 19.

Il dito di Dio agiva per mezzo di Mosè.

2025
(
Ex 8,19) I maghi dissero al Faraone: Dito di Dio è questo, poiché non avevano potuto far uscire le zanzare: si erano certamente resi conto che i loro tentativi di far uscire le zanzare non erano stati delusi dalle loro esecrabili arti - poiché ne conoscevano il potere - come se Mosè fosse più potente di quelle arti, ma dal dito di Dio, il quale di certo agiva per mezzo di Mosè. Per dito di Dio s'intende poi, come dice assai chiaramente il Vangelo, lo Spirito Santo. Di fatto, mentre un Evangelista riferisce le parole del Signore, dicendo: Se io scaccio i demoni in virtù del dito di Dio 20, un altro Evangelista, narrando lo stesso fatto, volle spiegare che cosa intendesse con il dito di Dio e disse: Se io scaccio i demoni in virtù dello Spirito di Dio 21. Perciò, sebbene i maghi, nel cui potere il Faraone riponeva una grande fiducia, confessassero che era in Mosè il dito di Dio in virtù del quale venivano vinti e i loro sortilegi venivano resi vani, il cuore del Faraone ora s'irrigidì in un'ostinazione assolutamente singolare. È però difficile intendere e spiegare perché i maghi fallirono in questo terzo flagello, poiché i flagelli cominciarono da quando l'acqua fu cambiata in sangue. Avrebbero infatti potuto fallire anche nel primo segno, quando il bastone fu cambiato in serpente, e nella prima " piaga " quando l'acqua fu cambiata in sangue o nella seconda relativa alle rane, se lo avesse voluto il dito di Dio, cioè lo Spirito di Dio. Chi, anche se pazzo al massimo, potrebbe dire che il dito di Dio poté impedire i tentativi dei maghi riguardo a questo segno-prodigio ma non poté impedirli in quelli precedenti? C'è dunque un motivo assolutamente certo perché fu loro permesso di operare quei sortilegi fino a questo momento. Forse qui è ricordata la Trinità e, come è vero, i più grandi filosofi pagani, per quanto si apprende dai loro scritti, fecero della filosofia senza fare allusione allo Spirito, benché non omisero di parlare del Padre e del Figlio, come ricorda anche Didimo nel libro che egli scrisse sullo Spirito Santo.

La regione in cui dimorava il popolo di Dio non fu travagliata da nessun flagello.

2026
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Ex 8,21-23) Ecco, io manderò mosconi contro di te, contro i tuoi ministri, contro il tuo popolo e contro le tue case; e le case degli Egiziani saranno riempite di mosconi perché tu sappia che sono io il Signore di tutta la terra. Io però metterò una separazione tra il mio e il tuo popolo. Ciò che la Scrittura - per non ripeterlo in ogni caso - dice chiaramente in questo passo, dobbiamo credere che avvenne non solo in relazione ai segni-prodigi posteriori, ma anche a quelli precedenti, che cioè la regione in cui dimorava il popolo di Dio non fu travagliata da nessuno di quei flagelli. Era però opportuno che questo particolare fosse indicato dalla Scrittura al punto dal quale cominciano i segni-prodigi simili ai quali i maghi non tentarono neppure compierne, poiché senza dubbio in tutto il regno del Faraone c'erano state le zanzare, ma non c'erano state nella regione di Gersen; ivi i maghi tentarono di compiere il medesimo portento ma non ci riuscirono. Fino a quando dunque i maghi non fallirono, la Scrittura non dice nulla della separazione di quella regione; ma da quando cominciarono a compiersi questi prodigi ed essi non osarono più nemmeno tentare di fare qualcosa di simile.

Verifica fra manoscritti latini e greci.

2027
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Ex 8,25) Dove i manoscritti latini hanno: Andate a sacrificare al Signore vostro Dio nel paese, quelli greci hanno: Venite a sacrificare al Signore vostro Dio. (Il Faraone) infatti non voleva che andassero dove essi dicevano, ma voleva che facessero il sacrificio lì nell'Egitto. Ciò è dimostrato dalle parole di Mosè che seguono 22, dove si dice che il sacrificio non poteva essere compiuto per le abominazioni degli Egiziani.

lI sacrificio degli ebrei abominevole per gli egiziani.

2028
(
Ex 8,26) Le parole di Mosè: Non si può fare così, perché immoleremmo al Signore nostro Dio (un sacrificio che è) un abominio per gli Egiziani vogliono dire: noi faremmo un sacrificio che gli Egiziani aborriscono e perciò non possiamo farlo nell'Egitto. Questo significato lo dimostrano chiaramente le parole che Mosè soggiunge dicendo: poiché, se offriremo sotto i loro occhi un sacrificio aborrito dagli Egiziani, saremo lapidati. Alcuni dei nostri traduttori, che non capirono queste parole, le tradussero in questo modo: Non è opportuno fare così; offriremo forse a Dio nostro Signore un sacrificio abominevole per gli Egiziani? La Scrittura invece dice che avrebbero fatto un sacrificio abominevole per gli Egiziani. Al contrario, in altri manoscritti latini si legge: Non è opportuno fare così, poiché non offriremo al Signore nostro Dio un sacrificio abominevole per gli Egiziani. L'aggiunta della particella negativa dà alla frase il senso contrario, dato che Mosè dice: Non è opportuno fare così, poiché faremmo a Dio nostro Signore un sacrificio abominevole per gli Egiziani, e per questo dicevano di volere andare nel deserto, ove gli Egiziani non potessero vedere ciò che essi abominavano. In ciò deve tuttavia vedersi un senso allegorico, come abbiamo già detto a proposito dei pastori ch'erano aborriti dagli Egiziani 23 e per questo motivo gli Israeliti ricevettero una regione separata quando andarono in Egitto. Così pure sono aborriti dagli Egiziani i sacrifici degli Israeliti allo stesso modo che è aborrita dagli iniqui la condotta dei giusti.

L'origine dei peccati è nella volontà dell'uomo.

2029
(
Ex 8,32) Dopo che le cavallette erano state portate via (dal vento), la Scrittura dice così del Faraone: Ma anche questa volta il Faraone indurì il suo cuore e non volle lasciar partire il popolo. Di certo la Scrittura non dice ora " il cuore del Faraone s'indurì ", ma: il Faraone indurì il suo cuore. Così la Scrittura dice a proposito di tutte le piaghe. Poiché l'origine dei peccati è nella volontà dell'uomo: il cuore delle persone però è mosso dalle occasioni talora in un senso, tal'altra invece in un altro, spesso da occasioni simili, a seconda delle proprie disposizioni morali, che derivano dalla volontà.

Perché l'ostinazione del faraone.

2030
(
Ex 9,7) Ma vedendo il Faraone che del bestiame dei figli d'Israele non era morto alcun capo, il cuore del Faraone s'indurì. In qual modo poté avvenire questa ostinazione del cuore del Faraone per cause da cui era da aspettarsi un effetto contrario? Se infatti fosse morto anche il bestiame degli Israeliti, allora poteva sembrare un giusto motivo che il suo cuore si ostinasse a disprezzare Dio, come se anche i suoi maghi avessero fatto morire il bestiame degli Israeliti. Ora, al contrario, ciò che avrebbe dovuto spingerlo a temere o a credere, vedendo che nessun capo di bestiame degli Ebrei era morto, fu la causa della sua ostinazione; vale a dire: la sua ostinazione arrivò perfino a questo punto.

L'ordine di spandere verso il cielo la fuliggine.

2031
(
Ex 9,8-9) Che cosa significa ciò che Dio dice ad Aronne e a Mosè: Prendete per voi a piene mani della fuliggine di fornace, e Mosè la spanda verso il cielo al cospetto del Faraone e dei suoi ministri e diventi polvere in tutto il paese d'Egitto? I segni-prodigi precedenti erano compiuti, infatti, per mezzo del bastone, che stendeva sull'acqua o con cui batteva il suolo Aronne e non Mosè; ora invece, dopo i due segni-prodigi dei mosconi e della morte del bestiame, nei quali né Aronne né Mosè avevano fatto nulla con le mani, viene detto che Mosè spanda verso il cielo fuliggine di forno, e vien dato ad entrambi l'ordine di prenderla, ma l'ordine di spanderla, non verso il suolo ma verso il cielo, viene dato solo a Mosè, come se Aronne - ch'era stato dato a Mosè per il popolo - dovesse battere il suolo oppure stendere la mano verso la terra o verso l'acqua, mentre, al contrario a Mosè - del quale era stato detto: Tu sarai per lui per le relazioni con Dio 24 - viene ordinato di spandere la fuliggine verso il cielo. Che cosa simboleggiano i due segni-prodigi precedenti, in cui né Mosè né Aronne eseguono nulla con le mani? Che significa questa differenza? Senza dubbio qualcosa d'importante.

Parole della Scrittura citate da Paolo.

2032
(
Ex 9,16) E proprio per questo sei stato mantenuto in vita, perché io mostri in te la mia forza, e il mio nome sia annunciato su tutta la terra. Queste parole della sacra Scrittura le citò anche l'Apostolo quando si trovò a trattare del medesimo passo estremamente difficile. Ivi infatti dice anche: Dio, volendo, avrebbe potuto mostrare la sua collera e manifestare la sua potenza, e invece ha tollerato con molta pazienza coloro che provocavano la sua collera - perdonando per l'appunto coloro che ab aeterno sapeva sarebbero stati cattivi, e che sono detti: maturi per la perdizione - e per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso coloro, che sono chiamati " vasi " della sua misericordia 25. Per conseguenza così risuona nei Salmi la voce di coloro che sono oggetto della misericordia: O mio Dio! La sua misericodia mi preverrà. Il mio Dio si è manifestato nei miei nemici 26. Dio sa fare dunque buon uso dei cattivi, nei quali tuttavia non crea per la cattiveria l'umana natura, ma li sopporta pazientemente fino a quando sa che è conveniente; e non senza uno scopo, ma servendosi di essi per ammonire o per provare i buoni. Ecco infatti che giova senz'altro a coloro che sono oggetto della misericordia che fosse annunziato su tutta la terra il nome di Dio. Il Faraone quindi fu conservato in vita per la loro utilità, come attesta la Scrittura e come mostra il risultato.

Anche quando è adirato, Dio mitiga il castigo.

2033
(
Ex 9,19) Perché Iddio, quando minacciò di far cadere una grandine assai violenta, ordinò al Faraone di radunare in fretta il proprio bestiame e tutto ciò che aveva nei campi, perché non perisse? In realtà questo avvertimento pare ispirato piuttosto dalla misericordia che dalla collera. Ma ciò non pone alcun problema, dal momento che, anche quando è adirato, Dio mitiga il castigo. Ciò che giustamente crea difficoltà è sapere per quale bestiame adesso egli ha riguardo, se tutti i capi del bestiame erano morti per il flagello precedente, durante il quale la Scrittura dice che Dio fece distinzione tra il bestiame degli Ebrei e quello degli Egiziani, in modo che non morì alcuna bestia degli Ebrei e al contrario morirono tutte le bestie degli Egiziani 27. O forse il problema si risolve tenendo presente che Dio aveva predetto che sarebbero morte le bestie che si trovassero nella campagna 28 e perciò si deve pensare che queste morirono tutte, ma si salvarono quelle che erano nelle stalle e che poterono anche essere radunate e trattenute nelle stalle dagli Egiziani che temevano fosse vero quanto Mosè aveva predetto che il Signore avrebbe compiuto. D'altra parte, tra queste bestie potevano trovarsi di nuovo nei campi quelle che adesso (il Signore) avverte di radunare nelle stalle perché non periscano sotto la grandine. Ciò risulta soprattutto per quanto la Scrittura dice di seguito: Le persone del seguito del Faraone che temerono la parola del Signore radunarono il proprio bestiame nelle loro stalle. Ma chi non prestò attenzione alla parola del Signore lasciò nella campagna il proprio bestiame 29. Ciò dunque poté succedere allorché Dio minacciò anche la morte, sebbene la Scrittura non lo abbia (espressamente) detto.

A Mosè è ordinato di stendere di nuovo la mano.

2034
(
Ex 9,22) E il Signore disse a Mosè: " Stendi la tua mano verso il cielo e cadrà la grandine in tutto il paese d'Egitto ". Ecco che a Mosè è ordinato di stendere di nuovo la mano non verso la terra ma verso il cielo, come prima a proposito della fuliggine.

È facile temere il castigo, ma ciò non è temere Iddio.

2035
(
Ex 9,27 Ex 30) Allorché il Faraone, atterrito dai tuoni, ch'erano molto forti durante la grandinata, chiedeva a Mosè di pregare per lui, confessando l'iniquità sua e del suo popolo, Mosè gli disse: Ma io so che tu e quelli del tuo seguito ancora non temete Dio. Che specie di timore cercava Mosè, per il quale quel timore non era ancora il timore del Signore? È infatti facile temere il castigo, ma ciò non è temere Iddio, vale a dire con il timore proveniente dallo spirito di fede ricordato da Giacobbe quando dice: Se non fosse stato con me il Dio di mio padre, il Dio di Abramo e il Terrore di Isacco, tu ora mi avresti rimandato a mani vuote 30.

In che senso Dio ha indurito il cuore del Faraone.

2036
(
Ex 10,1) Il Signore disse a Mosè: " Va' dal Faraone, poiché sono stato io a indurire il cuore di lui e dei suoi ministri, affinché piombino, l'uno dopo l'altro, su di loro questi miei segni ". Così dice la Scrittura: Sono stato io a indurire il cuore del Faraone, affinché l'uno dopo l'altro piombino su di essi questi miei segni, come se Dio avesse bisogno della cattiveria di qualcuno. La frase, al contrario, deve interpretarsi come se la Scrittura dicesse: " Io ho usato pazienza con lui e con quelli del suo seguito, in modo da non toglierli di mezzo, affinché piombino, uno dopo l'altro su di loro questi miei segni ". Poiché l'animo diventava più ostinato per la pazienza di Dio, invece di dire: " ho usato pazienza con lui ", la Scrittura dice: Ho indurito il suo cuore.

I cuori cattivi si ostinano approfittando malamente della pazienza di Dio.

2037
(
Ex 10,19-20) E in tutto il paese d'Egitto non fu lasciata una sola cavalletta. Ma il Signore indurì il cuore del Faraone. La Scrittura ricorda come un beneficio accordato certamente da Dio quello d'aver fatto sparire le locuste e poi dice che il Signore indurì il cuore del Faraone; ciò comunque egli fece per un suo favore e per la sua pazienza, con cui avveniva quella ostinazione mentre Dio perdonava il Faraone, come tutti i cuori cattivi degli uomini si ostinano approfittando malamente della pazienza di Dio.

Il flagello delle tenebre.

2038
(
Ex 10,21 Ex 12) Per la terza volta viene detto a Mosè: Stendi la tua mano verso il cielo, perché venisse anche il flagello delle tenebre. Al fratello Aronne invece non fu detto mai di stendere la mano verso il cielo. Nell'ordine dato a Mosè: Stendi la tua mano sul paese d'Egitto affinché salgano sul paese le cavallette, credo fosse indicato pure che possa fare meno chi ha maggior potere, ma che non può senz'altro fare cose maggiori colui al quale sono concessi poteri minori.

Gli Israeliti, spogliando gli Egiziani, obbedirono a Dio.

2039
(
Ex 11,2) Iddio disse a Mosè: Parla dunque in segreto alle orecchie del popolo e ogni uomo al suo vicino e ogni donna alla sua vicina chieda oggetti d'argento e d'oro e vestiti. Da questo passo nessuno deve pensare di prendere esempio per spogliare il prossimo in questa maniera; poiché a dare quell'ordine fu Dio, il quale sapeva che cosa ciascuno avrebbe dovuto sopportare. Gli Israeliti inoltre non commisero un furto, ma prestarono un servizio a Dio che lo aveva comandato. La stessa cosa avviene quando un giustiziere uccide un individuo la cui morte è stata ordinata dal giudice; certamente, però, se lo farà di sua propria volontà sarà un omicida anche se ucciderà uno che egli sa che sarebbe dovuto essere ucciso per ordine del giudice. Si presenta a questo punto un problema: se gli Ebrei abitavano in disparte nel paese di Gessen, ove non accadevano neanche le " piaghe " dalle quali era afflitto il regno del Faraone, in che modo ciascun Israelita può chiedere al suo vicino o alla sua vicina oggetti d'oro e d'argento e vestiti, soprattutto per il fatto che, appena vien dato quest'ordine per mezzo di Mosè, sta scritto così: E la donna chiederà alla sua vicina e sua compagna di tenda e compagna di cella - concellaria o concellanea, se così può dirsi - o sua coinquilina 31. Per conseguenza si deve pensare che anche nel paese di Gessen abitavano non solo gli Ebrei ma che in quella regione abitavano con loro anche alcuni Egiziani, ai quali poterono arrivare anche quei benefici divini grazie agli Ebrei di modo che li amavano anche gli stessi Egiziani che abitavano insieme a loro e facilmente concedevano ciò che quelli chiedevano, ma ciononostante Dio non giudicò che essi fossero stati estranei ai torti e ai maltrattamenti sopportati dal popolo di Dio, in modo da non essere colpiti neppure da questa perdita essi che non erano stati colpiti da quei flagelli per il fatto che Dio aveva risparmiato quella regione.

Dio fece servire a fin di bene la malvagità del cuore del Faraone .

2040
(
Ex 11,9) Il Signore poi disse a Mosè: " Il Faraone non vi ascolterà perché io moltiplichi i miei segni e i miei prodigi nel paese d'Egitto ", come se avesse avuto bisogno della disubbidienza del Faraone per moltiplicare i suoi segni e prodigi che era utile compiere per ispirare timore al popolo di Dio e, mediante il fatto stesso di separarlo (dagli Egiziani), educarlo allo spirito di fede e di amore verso Dio. Questo però non fu merito del Faraone che abusò della pazienza di Dio, ma opera di Dio che fece servire a fin di bene la malvagità del cuore del Faraone.

Nulla dell'agnello doveva rimanere.

2041
(
Ex 12,10 Ex 46) Quel che ne resterà lo brucerete interamente nel fuoco il mattino seguente. Possiamo chiederci come poteva rimanere qualcosa dal momento che il popolo era stato avvertito che, se una casa non avesse avuto tante persone sufficienti per consumare l'agnello, si dovevano prendere i vicini di casa 32. Ma poiché è detto: Non gli spezzerete alcun osso, si capisce che certamente ne sarebbero rimaste le ossa, che dovevano essere bruciate interamente nel fuoco.

Come doveva essere l'agnello.

2042
(
Ex 12,5) Sarà per voi un agnello senza difetto, maschio, di un anno. Questo modo di esprimersi può sorprendere chi non sa per qual bisogno la frase è stata tradotta così, come se l'agnello potesse essere non maschio. (Invece di agnus) si sarebbe dovuto tradurre con ovis (= pecora) poiché il greco ha , ma nella lingua greca è di genere neutro con il quale si sarebbero potuti concordare gli altri termini che seguono, come se l'agiografo avesse detto: sarà per voi pecus perfectum (un animale minuto, senza macchia), (maschio), anniculum (di un anno). In latino si poteva dire masculum pecus (un capo di bestiame maschio) come si dice Mascula tura (grani d'incenso della migliore qualità) di genere neutro; invece non potrebbe aversi ovis masculus (una pecora maschio) poiché ovis (la pecora) è di genere femminile. Analogamente sarebbe più illogico se si dicesse ovis mascula (una pecora maschia). Se, al contrario, si fosse tradotto il termine greco con pecus (capo di bestiame) si sarebbe inteso anche un altro animale e non si sarebbe conservato il mistero, poiché la Scrittura, parlando della pecora, subito dopo dice: lo prenderete tra le pecore e i capri. In questo passo si pensa con ragione che è prefigurato Cristo. Che bisogno c'era, infatti, che fosse dato quel precetto di prendere una pecora o un agnello tra gli agnelli e tra i capretti, se non fosse prefigurato Colui, la carne del quale era discendente non solo dei giusti ma anche dei peccatori? Senonché i Giudei credono doversi interpretare che si potesse prendere anche un capretto per celebrare la Pasqua. A loro parere la Scrittura dice che si poteva prendere tra gli agnelli e i capretti, come se dicesse che bisognasse prendere un agnello tra gli agnelli o un capretto tra i capretti qualora non si trovasse un agnello. È tuttavia evidente che cosa era prefigurato da quel precetto dopo che quei fatti si furono realizzati nel Cristo.

In qual senso la Scrittura suole chiamare eterna una cosa.

2043
(
Ex 12,14) La seguente frase: E celebrerete questo giorno per tutte le generazioni - prescrizione di un rito sacro - come giorno eterno (o eternale), che in greco si dice , non si deve intendere come se, tra i giorni di quaggiù ce ne potesse essere alcuno eterno, ma è eterno ciò che è significato da questo giorno. Allo stesso modo quando diciamo che è eterno Dio, noi non diciamo che sono eterne le due sillabe di Deus, ma ciò che significano. Senonché bisogna esaminare attentamente in qual senso la Scrittura suole chiamare eterna una cosa, se per caso abbia detto così solennemente eterno il giorno che gli Israeliti avrebbero dovuto ritenere illecito abbandonare o cambiare a proprio talento. Poiché una cosa è ciò che si comanda di fare in una determinata circostanza - come fu comandato che l'arca girasse attorno alle mura di Gerico 33 - un'altra cosa è comandare di osservare una pratica senza che sia prefissato il limite di tempo fino al quale si deve osservare quell'obbligo solennemente ogni giorno o mese oppure ogni anno, o a determinati intervalli di molti o solo di alcuni anni. Perciò o è stato chiamato " eterno " ciò che non avrebbero dovuto osare di omettere di celebrare di propria volontà, oppure, come ho detto, non si deve pensare come eterni i segni delle cose ma le realtà eterne prefigurate da essi.

Perché non ci fu alcuna casa senza un primogenito.

2044
(
Ex 12,30) E si alzò un urlo assai forte nel paese d'Egitto, poiché non c'era casa in cui non vi fosse un morto. Non poteva esserci forse una casa che non avesse un primogenito? Dato dunque che morivano solo i primogeniti, come mai non ce n'era alcuna che non avesse un morto? Era stato forse predisposto dalla prescienza di Dio anche questo, cioè che in tutte le case degli Egiziani, nessuna eccettuata, si trovassero dei primogeniti? Naturalmente non si deve credere che da questo flagello furono immuni gli Egiziani che abitavano nella regione di Gessen poiché era un flagello che colpiva le persone e gli animali, non la terra. Mi spiego: colpiti arcanamente dall'angelo morivano i primogeniti delle persone e degli animali: non si trattava di qualche sventura che si formava sulla terra o nel cielo, come le rane o le cavallette o le tenebre, da cui venissero tormentati gli abitanti. Infatti, poiché il paese di Gessen era stato risparmiato da siffatti flagelli, senza dubbio ne derivava un beneficio agli Egiziani che dimoravano nella medesima regione insieme agli Ebrei; da questo flagello, al contrario, furono colpiti tutti i loro primogeniti.

Si racconta di nuovo quanto accadde.

2045
(
Ex 12,35-36) I figli d'Israele fecero poi come aveva ordinato loro Mosè e chiesero agli Egiziani oggetti d'oro, oggetti d'argento e vestiti. E il Signore concesse grazia al suo popolo davanti agli Egiziani che glieli diedero; e così spogliarono gli Egiziani. Ciò era già accaduto prima della morte dei primogeniti egiziani, ma ora è ripetuto con la ricapitolazione, poiché fu raccontato quanto accadde. Ora, come avrebbero potuto gli Egiziani dare ai figli d'Israele quegli oggetti in quel lutto tanto sconsolato? Salvo che uno dicesse anche che da quel flagello non furono colpiti gli Egiziani che abitavano nel paese di Gessen insieme con gli Ebrei.

Di quale sangue furono spalmate la porta e gli stipiti.

2046
(
Ex 12,22) Che significa ciò che dice (la Scrittura): Prendete poi un mazzo d'issopo e, intingendolo nel sangue che è presso la porta, spalmatelo sopra la soglia e sopra l'uno e l'altro stipite? Infatti possiamo chiederci di quale sangue presso la porta si parla, dato che si pensa voglia senza dubbio trattarsi del sangue dell'agnello con l'immolazione del quale si celebra la Pasqua. È forse quest'ordine - anche se la Scrittura non ne parla - una conseguenza logica della prescrizione che l'agnello fosse ucciso presso la porta; oppure - cosa più probabile - è detto: con il sangue che è presso la porta, in quanto chi lo avrebbe spalmato sulla soglia e sugli stipiti ponesse presso la porta il recipiente in cui aveva raccolto il sangue per averlo vicino quando vi avrebbe intinto l'issopo?

Quanti furono gli Ebrei usciti dall'Egitto.

47
(
Ex 12,37 Ex 40) I figli d'Israele si misero in marcia da Ramses verso Sukkôt, all'incirca seicentomila adulti a piedi senza contare l'equipaggiamento o i beni, se in questo modo può tradursi ciò che il greco chiama . Con questa parola la Scrittura denota non solo le cose trasportabili, ma anche gli esseri che le trasportano, come leggiamo nel passo in cui Giuda dice a suo padre: Lascia che il ragazzo venga con me, noi ci alzeremo e partiremo, affinché sopravviviamo e non periamo noi e tu e le nostre sostanze 34. In quel passo infatti il testo greco ha , che il traduttore latino ha reso con substantia (ciò che si possiede) e altri anche latini traducono talora con censum (beni), come sopra noi abbiamo voluto tradurre instructum (equipaggiamento) ( 62) purché, con questa parola, s'intendano anche gli uomini, le bestie da tiro o tutte le specie di bestiame minuto; non so però se con quel termine si potrebbero intendere anche le mogli. Tuttavia poiché la Scrittura ricorda seicentomila uomini a piedi e aggiunge: senza contare l'equipaggiamento e i beni o le sostanze o un'altra parola con cui si traduce meglio , è evidente che mediante questa parola sono indicati anche gli uomini schiavi, le donne e le persone che non fossero in grado di fare il soldato, e, per conseguenza, dobbiamo credere che i seicentomila uomini a piedi fossero solo coloro che erano in grado di portare le armi in un esercito.

47. 2. Si suole porre il quesito se gli Ebrei potessero arrivare ad un numero tanto grande di persone durante gli anni che rimasero in Egitto e che si possono computare secondo la sacra Scrittura. Anzitutto non è un piccolo problema sapere quanti furono quegli anni (della permanenza degli Ebrei in Egitto). Poiché dopo che era stato fatto il sacrificio di una vitella di tre anni, d'una capra, di un montone, di una tortora e di un piccione 35, prima che fosse ancora nato non solo Isacco ma neppure Ismaele, Dio dice ad Abramo: Devi sapere con sicurezza che i tuoi discendenti saranno come stranieri in una terra che non è la loro, saranno ridotti in schiavitù e maltrattati per quattrocento anni 36. Se dunque prendessimo i quattrocento anni nel senso del tempo della schiavitù degli Ebrei sotto gli Egiziani, non fu un breve spazio di tempo in cui il popolo avrebbe potuto moltiplicarsi. La Scrittura però attesta in modo assai evidente che quegli anni non furono tanti.

47. 3. Alcuni infatti pensano che bisogna contare quattrocentotrenta anni da quando Giacobbe entrò in Egitto fino a quando il popolo fu liberato poiché nell'Esodo è scritto: Il soggiorno dei figli di Israele, che fecero essi e i loro padri nel paese d'Egitto e nel paese di Canaan, fu di quattrocentotrenta anni 37. Quegli autori sostengono che gli anni della loro schiavitù furono quattrocento poiché nella Genesi sta scritto: Devi sapere bene che i tuoi discendenti saranno come stranieri in una terra che non è la loro, saranno ridotti in schiavitù e maltrattati per quattrocento anni. Ma poiché gli anni della schiavitù si contano a partire dalla morte di Giuseppe - giacché durante la sua vita non solo non furono schiavi in quel paese ma godettero d'una grande autorità - non si vede in che modo si possano calcolare quattrocentotrenta anni (di permanenza) in Egitto. Giacobbe infatti entrò in Egitto quando suo figlio aveva già trentanove anni, poiché Giuseppe quando si presentò al cospetto del Faraone e cominciò a governare sotto di lui 38 aveva trent'anni; passati poi i sette anni dell'abbondanza Giacobbe con gli altri suoi figli venne in Egitto nel secondo anno della carestia 39. Giuseppe quindi aveva allora trentanove anni e morì all'età di centodieci anni 40. Dopo l'arrivo di suo padre in Egitto egli visse dunque settantun anni. Se sottraiamo questi settantun anni ai quattrocentotrenta, rimarranno gli anni della schiavitù, cioè non quattrocento anni ma trecentocinquantanove anni dopo la morte di Giuseppe. Se invece penseremo di dover contare gli anni da quando Giuseppe cominciò a governare l'Egitto sotto il Faraone, in modo da riconoscere che in un certo modo Israele entrò in Egitto quando suo figlio fu elevato a una dignità tanto grande 41, anche in questo caso saranno trecentocinquanta gli anni; questi anni secondo Ticonio si possono intendere come quattrocento, prendendo la parte per il tutto, cioè la parte - cinquanta anni - per il tutto - cento anni - e prova che la Scrittura è solita servirsi di questa figura retorica. Se però ammettiamo che Israele entrò in Egitto quando Giuseppe, dopo essere stato venduto, cominciò a vivere lì - cosa che si può affermare con maggiore probabilità - dovremo sottrarre ancora tredici anni e così avremo trecentotrentasette anni invece di quattrocento. Ma siccome la Scrittura, ricordando che Keat, figlio di Levi, nonno di Mosè, entrò in Egitto con il suo avo Giacobbe 42, dice d'altra parte che egli visse centotrenta anni 43, e che suo figlio Ambram, padre di Giuseppe, visse centotrentasette anni, e che Mosè invece aveva ottanta anni quando liberò il popolo dall'Egitto 44 - anche se Keat avesse generato il padre di Mosè nell'anno in cui morì e lo stesso Ambram avesse generato Mosè nell'ultimo anno della propria vita - sommati insieme 130 - 137 - 80 anni fanno 347 anni e non 430. Se poi uno dicesse che Keat, figlio di Levi, nacque l'ultimo anno della vita di Giuseppe, a quella somma possono aggiungersi ben settanta anni, poiché Giuseppe visse in Egitto settantuno anni dopo che era entrato suo padre. Per conseguenza anche così i settanta anni della vita di Giuseppe a partire dall'entrata di Giacobbe in Egitto fino alla nascita di Keat, se si affermasse che nacque allora, e i 130 anni dello stesso Keat e i 137 di suo figlio Ambram, padre di Mosè, e gli 80 dello stesso Mosè fanno 417 anni, non 430.

47. 4. Per queste ragioni il computo, seguito da Eusebio nella sua Storia cronologica si basa senza dubbio su una verità evidente. In effetti egli conta quattrocentotrenta anni a partire dalla promessa fattagli da Dio quando chiamò Abramo perché uscisse dalla sua terra e andasse nel paese di Canaan, poiché anche l'Apostolo, nel lodare ed esaltare la fede di Abramo a proposito di quella promessa con la quale egli crede che fu profetizzato Cristo, cioè con la quale Dio promise ad Abramo che per mezzo di lui sarebbero state benedette tutte le stirpi della terra 45, Ecco, dice, che cosa voglio dire: la legge, emanata quattrocentotrent'anni dopo, non può infirmare un testamento convalidato da Dio, così da rendere vana la promessa 46. L'Apostolo dunque dice che la legge fu data dopo quattrocentotrenta anni a partire dalla promessa fatta ad Abramo quando fu chiamato e per la quale ebbe fede in Dio, e non dal tempo in cui Giacobbe entrò in Egitto. Inoltre anche la Scrittura dell'Esodo indica assai chiaramente questa circostanza, poiché non dice: Il soggiorno dei figli d'Israele in un paese straniero, cioè nel paese d'Egitto fu di quattrocentotrenta anni, ma dice chiaramente: il tempo che vissero da stranieri nel paese d'Egitto e nel paese di Canaan essi e i loro padri. È quindi evidente che si deve calcolare anche il tempo dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, da quando Abramo cominciò a stabilirsi come straniero nel paese di Canaan, a partire cioè dalla promessa (fatta ad Abramo) per la quale l'Apostolo loda la sua fede, fino al tempo in cui Israele entrò in Egitto. Poiché per tutto quel tempo i Patriarchi abitarono come forestieri nel paese di Canaan e in seguito i discendenti d'Israele in Egitto. In tal modo fu completata la somma di quattrocentotrenta anni dalla promessa (fatta ad Abramo) fino all'uscita di Israele dall'Egitto, quando fu emanata la legge sul monte Sinai, la quale non infirma il testamento così da rendere vana la promessa 47.

47. 5. Abramo dunque, come dice la Scrittura, partì (dalla sua terra) alla volta del paese di Canaan all'età di settantacinque anni 48 e generò Isacco all'età di cent'anni 49. A partire dalla promessa fino alla nascita di Isacco sono perciò venticinque anni. A questi si aggiungono tutti gli anni della vita di Isacco, cioè centottanta anni 50 e sono duecentocinque. Giacobbe allora aveva centoventi anni; poiché quando suo padre aveva sessant'anni gli nacquero i due gemelli, cioè lui ed Esaù 51. Giacobbe entrò in Egitto dieci anni dopo, quando aveva centotrenta anni 52, Giuseppe ne aveva invece trentanove. A partire perciò dalla promessa fino all'ingresso di Giacobbe in Egitto sono duecentoquindici anni Giuseppe, d'altra parte, dopo il trentanovesimo anno di età in cui il padre lo ritrovò in Egitto, visse settantun'anni, poiché egli visse, in totale, centodieci anni 53. Per conseguenza, con l'aggiunta di settantun'anni ai (suddetti) duecentoquindici sono duecentottantasei anni. Restano centoquarantaquattro o centoquarantacinque anni, nei quali si crede che il popolo d'Israele fu schiavo in Egitto dopo la morte di Giuseppe. Possiamo chiederci quanto poterono moltiplicarsi gli Israeliti durante quegli anni; se consideriamo la fecondità umana favorita da Dio che volle si moltiplicassero assai, costatiamo che non c'è da stupirsi per il fatto che il popolo uscì dall'Egitto in seicentomila uomini a piedi senza contare tutto il restante equipaggiamento in cui erano compresi anche gli schiavi, le donne e quanti non avevano l'età adatta per combattere.

47. 6. Per conseguenza ciò che disse Dio ad Abramo: Devi sapere bene che i tuoi discendenti saranno come stranieri in una terra che non è la loro; saranno ridotti in schiavitù e maltrattati per quattrocento anni 54, non deve essere inteso come se il popolo di Dio fosse rimasto in quella durissima schiavitù per quattrocento anni, ma poiché sta scritto: Attraverso Isacco da te prenderà nome una discendenza 55, a partire dall'anno della nascita di Isacco fino all'anno dell'uscita dall'Egitto sono calcolati quattrocentocinque anni. Se ai quattrocentotrenta anni se ne tolgono venticinque, che sono quelli che corrono dalla promessa (fatta da Dio ad Abramo) alla nascita di Isacco, non v'è nulla di strano se la Scrittura - la quale suole contare i periodi di tempo in modo da non calcolare le spezzature che sono un po' al di sopra o al disotto della somma del numero intero - volle indicare i quattrocentocinque anni con la somma tonda di quattrocento. Per conseguenza l'espressione: Li ridurranno in schiavitù e li maltratteranno non deve riferirsi ai quattrocento anni, come se gli Egiziani li avessero tenuti in schiavitù per tanti anni, ma quegli anni devono essere riferiti all'altra frase: I tuoi discendenti saranno come stranieri in una terra non propria, poiché quei discendenti erano come stranieri sia nel paese di Canaan che in Egitto, prima di prendere come eredità la terra promessa da Dio. Ciò avvenne dopo che gli Israeliti furono liberati dalla cattività egiziana; qui perciò si deve riconoscere un iperbato e l'ordine delle parole dev'essere: Devi sapere che i tuoi discendenti saranno stranieri per quattrocento anni in una terra non loro, mentre si deve prendere come interposto quello che segue: E li ridurranno in schiavitù e li maltratteranno, sicché questa frase interposta non ha relazione con i quattrocento anni; fu infatti solo nell'ultima parte di questa somma di anni, vale a dire dopo la morte di Giuseppe, che il popolo di Dio sopportò una dura schiavitù.

A proposito della Pasqua.

2048
(
Ex 13,9) Che significa ciò che è detto a proposito delle pre-scrizioni (rituali) della Pasqua: Ciò sarà per te un segno della tua mano? Significa forse " al di sopra delle tue opere " cioè quel che devi anteporre alle tue opere? A causa dell'uccisione dell'agnello la Pasqua appartiene alla fede in Cristo e al suo sangue con il quale siamo stati redenti. Ora questa fede si deve anteporre alle opere sì da essere in un certo modo sulla mano contro coloro che si vantano delle opere della legge. Di questo argomento parla e tratta più di una volta l'Apostolo, il quale sostiene che la fede è anteposta alle opere buone in modo che siano queste a dipendere e a essere prevenute da essa, non che sembri sia questa ad essere retribuita per le opere buone 56. La fede infatti ha relazione con la grazia: Se è per grazia, non è a causa delle opere; altrimenti la grazia non sarebbe più grazia 57.

Nostra collaborazione all'aiuto di Dio.

2049
(
Ex 13,18) Quando il Faraone lasciò partire il popolo, Dio non li guidò per la strada che conduce alla terra dei Filistei, poiché era più breve, Dio infatti disse: Per paura che il popolo non si penta vedendo la guerra e torni in Egitto. Qui appare chiaro che si deve fare tutto ciò che dopo attenta considerazione e con buone ragioni si può compiere per evitare le avversità anche quando è del tutto evidente che Dio presta il suo aiuto.

Che cosa intendere per generazione di uomini.

2050
(
Ex 13,18) Allora, alla quinta generazione, i figli di Israele salirono dal paese d'Egitto. Vuole forse l'agiografo che una generazione sia calcolata della durata di un secolo e perciò dice: alla quinta generazione, perché erano passati quattrocentotrenta anni? O per generazioni di uomini si deve intendere piuttosto quelle trascorse a partire da Giacobbe, che entrò in Egitto, fino a Mosè che ne uscì con il popolo? Poiché troviamo scritto che il primo fu Giacobbe, il secondo fu Levi, il terzo fu Keat, il quarto fu Abramo, il quinto fu Mosè. Il traduttore latino chiama progenie queste stirpi, che i greci chiamano (generazioni) e nel Vangelo sono chiamate generazioni 58 e sono contate secondo le discendenze dei capostipiti, non secondo il numero degli anni.

Cosa vuol dire: Non li vedrete come oggi.

2051
(
Ex 14,13) Mosè però disse: Coraggio! Resistete e vedrete la salvezza che viene dal Signore, che egli compirà oggi per voi. Poiché come avete visto gli Egiziani oggi, mai più li vedrete così, per tutto il resto del tempo. In qual senso sono da intendere queste parole dato che gli Israeliti videro gli Egiziani in seguito? Forse perché quelli che li vedevano allora non li videro più in seguito, poiché morirono non solo gli Egiziani della generazione seguente ma tutti gli Israeliti, ciascuno nel giorno della loro morte? Infatti i discendenti degli Israeliti videro i discendenti degli Egiziani. O forse l'espressione: non li vedrete come oggi deve intendersi nel senso che non li vedrete inseguirvi come nemici e incalzarvi con un esercito così numeroso come oggi, di modo che non c'è assolutamente alcun problema e nemmeno riguardo al tempo eterno di cui parla il testo, anche se gli uni e gli altri si vedranno il giorno della risurrezione, non si vedranno certamente come oggi?.

Il grido del cuore verso il Signore.

2052
(
Ex 14,15) Che significa ciò che il Signore disse a Mosè: Perché gridi verso di me? dal momento che la Scrittura non riferisce alcuna parola di Mosè e non ricorda che egli stesse pregando, se non perché volle farci capire che egli fece ciò non facendo sentire la sua voce, ma gridando con il cuore.

Il bastone dei prodigi.

2053
(
Ex 14,16) E tu alza il tuo bastone e stendi la tua mano sopra il mare. Questo è il bastone con cui si compiono i prodigi, e che adesso si dice che è di Mosè; prima invece si diceva che era di suo fratello quando questi agiva per mezzo di esso.

Il nome di terra esteso al mondo inferiore.

2054
(
Ex 15,12) Hai steso la tua destra e la terra li ha inghiottiti. Non c'è da meravigliarsi che la Scrittura dica " la terra " invece di dire "l'acqua ". Poiché tutta questa parte estrema o infima del mondo è chiamata col nome di " terra ", secondo quanto dice spesso la Scrittura: Dio che fece il cielo e la terra 59. Anche nella enumerazione che fa il Salmo; dopo aver menzionato gli esseri del cielo: Lodate - dice - il Signore, creature della terra, e continua ad esortare di dar lode al Signore anche gli esseri che vivono nelle acque 60.

Si fa menzione dello Spirito di Dio.

2055
(
Ex 15,10 Ex 8) Hai mandato il tuo Spirito e il mare li ha ricoper-ti

. Ecco, è già la quinta volta che viene menzionato lo Spirito di Dio, includendo in questo numero anche la frase della Scrittura: Dito di Dio è ciò 61. La prima volta è menzionato dove sta scritto: Lo Spirito di Dio si librava al di sopra delle acque 62; la seconda ove è detto: Il mio Spirito non rimarrà in questi uomini, poiché sono carne 63; la terza volta nel passo in cui il Faraone dice a Giuseppe: Poiché in te è lo Spirito di Dio 64; la quarta volta nel passo in cui gli incantatori degli Egiziani dicono: Dito di Dio è questo; la quinta volta in questo cantico: Hai inviato il tuo Spirito e li ha ricoperti il mare 65. Dobbiamo ricordarci però che lo Spirito di Dio è menzionato non solo in relazione ai benefici ma anche ai castighi. Che cos'altro infatti significa ciò che dice la Scrittura anche poco prima: Per lo Spirito della tua ira l'acqua si è divisa? Pertanto questo Spirito di Dio contro gli Egiziani fu lo Spirito della sua ira, poiché a loro nocque la divisione delle acque per modo che, entrando nelle acque, poterono essere sepolti dalle stesse acque quando queste tornarono al loro posto. Al contrario, per i figli d'Israele, ai quali giovò il fatto che l'acqua si divise, quello Spirito non fu lo Spirito dell'ira di Dio. Da questi fatti ci viene indicato che, a causa delle diverse azioni ed effetti lo Spirito di Dio viene chiamato in modi diversi, pur essendo solo l'unico e il medesimo Spirito che è creduto anche come lo Spirito Santo nell'unità della Trinità. Non credo perciò che si debba intenderne un altro, ma il medesimo Spirito di cui parla l'Apostolo nel passo ove dice: Infatti non avete ricevuto uno spirito che vi rende schiavi per vivere di nuovo nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito (di Dio) che vi fa diventare figli adottivi di Dio, per il quale possiamo gridare: Abba! Padre! 66, poiché per mezzo del medesimo Spirito di Dio, cioè del dito di Dio con il quale fu scritta la legge nelle tavole di pietra 67 fu infusa la paura in coloro i quali ancora non comprendevano la grazia, affinché per mezzo della legge venissero convinti della loro debolezza e dei loro peccati e la legge fosse per essi il pedagogo dal quale fossero condotti alla grazia, che è nella fede in Gesù Cristo 68. Di questo Spirito di adozione e di grazia, cioè di questa azione dello Spirito di Dio, per mezzo della quale si accorda la grazia e la rigenerazione per la vita eterna, è detto: Lo Spirito invece dà la vita, mentre prima è detto: La lettera dà la morte 69, cioè la legge scritta che contiene solo precetti senza l'aiuto della grazia.

La località chiamata Amarezza.

2056
(
Ex 15,23-24) Giunsero poi a Mara, ma non poterono bere l'acqua di Mara, perché era amara. Sì, quella località fu chiamata con il nome di " amarezza ", poiché lì non poterono bere l'acqua per il fatto che era amara - Mara infatti significa " amarezza " - in che modo giunsero a Mara se non perché la Scrittura chiamò la località nella quale giunsero con quel nome con cui già si chiamava al tempo in cui venivano riferiti, per iscritto, questi fatti? Poiché furono scritti certamente dopo che erano accaduti.

Sulla natura del legno gettato in acqua.

2057
(
Ex 15,25) E (il Signore) gli indicò un pezzo di legno ed egli lo gettò nell'acqua, e l'acqua divenne dolce. Era forse una specie di legno che possedeva una tale virtù, oppure poteva compiere quel prodigio con qualsiasi altra specie di legno Dio il quale operava tanti prodigi? Sembra tuttavia che l'espressione gli indicò voglia dire che esisteva già un legno di quella specie con cui si poteva fare quel miracolo; salvo che quella fosse una località dove non si trovava affatto alcun pezzo di legno, di modo che il fatto stesso che il Signore gli indicò il pezzo di legno lì, dove non ce n'era alcuno, e con quello rese dolci le acque si doveva all'aiuto divino, fatto che prefigurava la gloria e la grazia della croce 70. Chi anche riguardo a questa natura del legno dev'essere lodato se non Dio che l'ha creato e lo indicò?

La tentazione come prova.

2058
(
Ex 16,4) Il Signore allora disse a Mosè: " Ecco, io farò piovere su di voi dei pani dal cielo. Il popolo uscirà e raccoglierà ciò che è di un giorno per un giorno, per tentarli (e vedere) se cammineranno o no secondo la mia legge ". Questa tentazione è una prova, non una seduzione per peccare; inoltre non è una prova con cui Dio cerchi di sapere qualcosa, ma con cui mostrare agli uomini i limiti del loro essere, perché diventino più umili e chiedano l'aiuto di Dio e riconoscano la sua grazia.

La missione di Mosè e Aronne.

2059
(
Ex 16,8) Mosè e Aronne dicono, tra l'altro, al popolo: Poiché il Signore ha ascoltato le vostre mormorazioni contro di noi. Ma noi che cosa siamo? La vostra protesta infatti è contro Dio, non contro di noi. Per questa loro missione, pur così alta, Mosè e Aronne non ebbero la pretesa di ritenersi uguali a Dio; dissero infatti: Che cosa siamo noi? perché il popolo sapesse di aver protestato contro Colui che aveva inviato loro e agiva per mezzo di loro. Neppure Pietro pensa a quel modo quando dice ad Anania: Hai osato mentire allo Spirito Santo? Tu non sei stato bugiardo con gli uomini, ma con Dio 71. Infatti non disse: " Perché hai osato mentire a me? Non hai mentito a me ma a Dio "; se avesse detto così, sarebbe stata la stessa cosa. E neppure disse: " Tu hai osato mentire allo Spirito Santo? Non hai mentito allo Spirito Santo, ma a Dio "; poiché, dicendo così, avrebbe affermato che lo Spirito Santo non è Dio. Ora, al contrario, avendogli detto: Perché hai mentito allo Spirito Santo? quando Anania pensava di aver mentito agli uomini, Pietro gli dimostrò che anche lo Spirito Santo è Dio, soggiungendo: Non hai mentito agli uomini ma a Dio.

Pane come sinonimo di alimento.

2060
(
Ex 16,12) Per mezzo di Mosè Dio comanda al popolo: Verso sera mangerete e al mattino vi sazierete di pani. Ecco, qui si parla di pane non come sinonimo d'ogni specie di alimento, poiché con questo nome si comprenderebbero anche le carni, giacché anch'esse sono alimenti. Qui tuttavia non sono detti pani quelli che si fanno con il grano - questi siamo soliti chiamarli pani in senso proprio - ma con il nome di pani viene chiamata la manna. Ma non è senza un motivo che Dio dice che verso sera avrebbe dato carne e al mattino avrebbe dato pane. Infatti una cosa simile è indicata anche nel caso di Elia, quando un corvo gli portava il nutrimento 72. O forse con la carne verso sera e con il pane al mattino è indicato simbolicamente Colui che fu consegnato a morte a causa dei nostri peccati e risuscitò per la nostra giustificazione 73. Morto la sera a causa della debolezza umana, egli fu sepolto la sera 74, ma al mattino apparve ai discepoli 75, lui che era risorto con il (suo proprio) potere.

La pietà religiosa offre sempre a Dio, qualunque sia il luogo dove offre.

2061
(
Ex 16,33-34) E Mosè disse ad Aronne: " Prendi un vaso d'oro e mettici dentro un gomor pieno di manna e lo porrai al cospetto di Dio, perché sia conservata per i vostri discendenti ", come aveva comandato il Signore. Può porsi il quesito dove Aronne lo ponesse al cospetto di Dio, dal momento che non c'era alcuna immagine né era stata ancora costruita l'Arca. O forse è detto lo porrai al futuro, perché s'intendesse che si sarebbe potuto porlo al cospetto di Dio quando ci sarebbe stata l'Arca? O piuttosto è detto: al cospetto di Dio ciò che viene compiuto dalla pietà religiosa di chi offre, qualunque sia il luogo in cui sia posto. In qual luogo infatti non c'è Dio? Ma ciò che l'agiografo aggiunge: e Aronne pose avanti alla Testimonianza per conservarlo conferma piuttosto il primo senso. La Scrittura infatti ha espresso in tal modo, mediante la prolessi, ciò che fu fatto dopo, quando cominciò ad esserci la tenda della Testimonianza.

Se gli Israeliti nel deserto non mangiarono altro che manna.

2062
(
Ex 16,35) I figli di Israele mangiarono la manna per quarant'anni, fino a quando giunsero alla terra abitata; mangiarono la manna fino a quando giunsero nella regione della Fenicia. La Scrittura si è espressa mediante una prolessi, vale a dire ricordando in questo passo ciò che avvenne anche dopo, cioè che gli Israeliti nel deserto non mangiarono altro che la manna. Poiché questo è ciò che significa l'espressione: fino alla terra abitata, cioè la terra che non è più il deserto, non perché appena giunsero alla terra abitabile cessarono di mangiare la manna, ma perché non cessarono di cibarsene prima. Viene infatti indicato che la manna cessò, dopo che gli Israeliti ebbero passato il Giordano, ove mangiarono pani di quella terra. Quando perciò giunsero nella terra abitata, prima di attraversare il Giordano, poterono cibarsi o soltanto della manna o di pane e manna: poiché in questo senso può intendersi il testo della Scrittura, dal momento che è detto che la manna cessò solo dopo che fu attraversato il Giordano 76. Sorge però un problema difficile: perché gli Israeliti abbiano desiderato anche la carne nella scarsità del deserto, dato ch'erano usciti dall'Egitto con moltissime bestie. Salvo che non si dica che, non essendoci nel deserto abbondanti pascoli e, per conseguenza, prevedendosi una minore fecondità di bestiame, essi abbiano risparmiato le loro bestie, per evitare che, venendo a mancare tutti gli animali, non rimanessero loro neppure quelli necessari per i sacrifici, oppure che si adduca un qualsiasi altro argomento con cui si possa risolvere questo problema. Sembra, tuttavia, più conveniente, pensare che gli Israeliti non avevano desiderio di carni che potevano avere prendendole dagli animali minuti ma di quelle che loro mancavano, cioè quelle degli animali acquatici, poiché erano proprio quelle che non trovavano nel deserto. Furono perciò date loro ortugometre, cioè uccelli che molti in latino hanno tradotto quaglie77, benché l'ortugometra sia una specie di uccelli diversa ma abbastanza simile alle quaglie. Dio infatti sapeva che cosa desideravano e con quale specie di carne saziare il loro desiderio. Ma poiché la Scrittura aveva detto che gli Israeliti desideravano la carne senza specificarne la specie, per questo è sorto il problema.

Col nome di Fenicia viene chiamata la terra promessa.

2063
(
Ex 16,35) Mangiarono la manna fino a quando giunsero nella regione della Fenicia. La Scrittura aveva già detto: Fin quando giunsero nella terra abitata, ma poiché non aveva precisato espressamente di quale terra parlasse, sembra che mediante la ripetizione abbia voluto specificare una terra particolare dicendo: nella terra della Fenicia. Bisogna però pensare che quella terra era chiamata così allora, poiché ora non si chiama con questo nome. Poiché quella che si chiama Fenicia - la regione di Tiro e Sidone - attraverso la quale non si legge che passassero gli Israeliti, è una terra diversa. Tuttavia forse la Scrittura ha potuto chiamare col nome di Fenicia quella terra dove già si cominciava a trovarsi la pianta della palma, dopo la desolazione del deserto, perché in greco la palma è chiamata così. All'inizio del loro viaggio, dopo essere partiti dall'Egitto, trovarono una località ove c'erano settanta palme e dodici sorgenti 78, ma poi entrarono in un vastissimo deserto, ove non c'era nulla di simile, fino a quando arrivarono a località coltivate. Ma l'interpretazione più probabile è credere che quella regione era chiamata così allora, poiché col passare del tempo i nomi di molte regioni e luoghi, come anche di fiumi e di città sono stati cambiati per determinati motivi.

Mosè divise il mare col bastone di Aronne.

2064
(
Ex 17,5) E il Signore disse a Mosè: " Va' davanti al popolo e prendi con te alcuni degli anziani del popolo; prendi in mano anche il bastone con cui hai colpito il fiume ". Si legge che percosse il fiume Aronne, non Mosè 79; Mosè infatti con lo stesso bastone divise il mare, non il fiume 80. Che vuol dire dunque: Prendi il bastone con cui hai colpito il fiume? Chiamò forse fiume il mare? Se è così, bisogna cercare un esempio di questo genere d'espressione idiomatica. Oppure ciò che fece Aronne fu attribuito piuttosto a Mosè, poiché Dio per mezzo di Mosè ordinava che cosa dovesse fare Aronne, e in Mosè c'era l'autorità e in Aronne il servizio, dal momento che Dio con le sue prime parole disse così a Mosè: Egli parlerà per te al popolo, tu invece sarai per lui mediatore per le relazioni con Dio 81?

Il bastone di Aronne è chiamato bastone di Dio.

2065
(
Ex 17,9) Ed ecco che io starò ritto in cima alla collina con il bastone di Dio in mano; così dice Mosè a Giosuè di Nave quando gli diede ordine di combattere contro Amalec. Ora dunque viene chiamato bastone di Dio quello che dapprima è detto bastone di Aronne, poi bastone di Mosè. Come viene chiamato spirito di Elia quello che è lo Spirito di Dio 82, di cui divenne partecipe Elia, allo stesso modo poté chiamarsi anche quel bastone. Si chiama anche giustizia di Dio quella che è la nostra giustizia, ma concessa da Dio: parlando di essa l'Apostolo accusa i Giudei dicendo che, ignorando la giustizia di Dio, vogliono stabilire la propria 83, cioè come se essi se la fossero procurata da loro stessi. Contro questi individui dice: Che cosa hai che non hai ricevuto? 84.

In ogni luogo si è alla presenza di Dio.

2066
(
Ex 18,12) E venne Aronne e tutti gli anziani d'Israele a mangiare il pane con il suocero di Mosè alla presenza di Dio, o, come dicono altri manoscritti, davanti a Dio, espressione corrispondente a quella del testo greco Ci si domanda " dove " alla presenza di Dio, dal momento che non c'era ancora né il Tabernacolo né l'Arca della Testimonianza che furono costruite in seguito. E nemmeno possiamo intendere anche qui l'espressione come riferita al futuro, com'è detto della manna deposta in un recipiente d'oro. Dobbiamo perciò intendere che fu compiuto alla presenza di Dio ciò che fu fatto in onore di Dio poiché in qual luogo non è Dio?

La legge di Dio è eterna e la consultano tutti coloro che hanno uno spirito di fede.

2067
(
Ex 18,15-16) Mosè risponde al suocero: Poiché il popolo viene da me per cercare un giudizio proveniente da Dio; quando infatti essi hanno qualche lite tra loro e vengono da me, io giudico ciascuno e insegno loro i precetti e la legge di Dio. Ci possiamo domandare come mai Mosè rispose così, dal momento che la legge di Dio non era stata scritta, se non perché la legge di Dio è eterna e la consultano tutti coloro che hanno uno spirito di fede per fare o comandare o proibire ciò che trovano in essa, secondo quanto essa prescrive con verità immutabile? Si deve forse pensare che Mosè, benché Dio parlasse con lui, fosse solito consultare Dio di volta in volta per qualsiasi punto delle vertenze d'una moltitudine così grande, che lo tratteneva nell'attività di giudicare dal mattino alla sera? Pur tuttavia se non avesse consultato il Signore che dirigeva il suo spirito e non avesse posto attenzione con sapienza alla sua legge eterna non avrebbe potuto trovare quale fosse la sentenza da pronunciare tra i litiganti.

Ietro dà il consiglio al genero Mosè

2068
(
Ex 18,18-19) Riguardo al fatto che Ietro dà il consiglio al genero Mosè di non logorare se stesso e il popolo con un lavoro così spossante e intollerabile, occupandosi lui solo dei giudizi, il primo quesito che sorge è perché Dio permise che venisse consigliato da uno straniero un suo servo con il quale parlava di argomenti tanto importanti e straordinari. Con ciò la Scrittura ci avverte che non dobbiamo disprezzare nessuna persona, qualunque essa sia, che ci dia un consiglio conforme a verità. Si deve anche vedere se Dio volle che Mosè venisse consigliato da uno straniero riguardo all'attività per la quale poteva tentarlo la superbia, poiché nella sua funzione di giudice sedeva da solo in tribunale, rivestito di un'altissima autorità, mentre tutto il popolo stava in piedi. Questa interpretazione è suggerita dal fatto che lo stesso Ietro esortò Mosè di scegliere, per giudicare le cause del popolo, persone che odiassero la superbia 85. Inoltre anche in questo passo si vede assai bene quanta attenzione occorre prestare a ciò che la Scrittura dice in un altro passo: Figlio, non occuparti in troppe cose 86. Sono poi da considerare le parole di Ietro che dà il consiglio a Mosè; egli dice così: Ora pertanto ascoltami e ti darò un consiglio, e Dio sarà con te. A me sembra che queste parole indicano che un animo troppo intento alle occupazioni umane si svuota in qualche modo di Dio, mentre se si riempie tanto più completamente quanto più liberamente applica il suo pensiero alle realtà divine ed eterne.

Se lo stesso Ietro, benché non israelita, è da annoverarsi tra gli adoratori del vero Dio.

2069
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Ex 18,19-21) Subito dopo è detto: Tu sarai per il popolo l'intermediario per le sue relazioni con Dio e riferirai a Dio le loro parole; e li informerai dei precetti di Dio e della sua legge; indicherai loro la via in cui dovranno camminare e le azioni che dovranno fare. Questo passo dimostra che tutti questi ordini dovevano essere eseguiti con tutto il popolo. Poiché non si dice: " Riferisci a Dio le parole di ciascuno ", ma: le loro parole, poiché prima aveva detto: Tu sarai per il popolo l'intermediario per le sue relazioni con Dio. Dopo ciò consiglia di far comporre le loro liti, da giudici scelti naturalmente tra persone capaci, timorate di Dio, giuste, che detestino la superbia, che avrebbe dovuto stabilire su di essi alcuni come capi di mille, altri come capi di cento, di cinquanta e di dieci. E in tal modo anche Mosè liberò da pesanti e pericolose occupazioni e non affaticò quelle persone, dal momento che mille uomini avevano un capo, sotto il quale ne avevano altri dieci, e sotto questi altri venti, e sotto di questi altri cento, di modo che a mala pena a ciascuno dei capi arrivava qualche problema che essi dovessero giudicare. Qui si fa vedere anche l'esempio di umiltà, che Mosè, con il quale parlava Dio, non si sentì offeso né disprezzò il consiglio del suocero che pur era straniero. Si può tuttavia porre con tutta ragione il quesito - anzi si pensa che sia più probabile - se lo stesso Ietro, benché non fosse israelita, è da annoverarsi tra gli adoratori del vero Dio e tra le persone di sentimenti religiosi come anche Giobbe, che non era neppure lui israelita. Poiché sono ambigue le espressioni relative al sacrificio da lui fatto, se cioè fu offerto al vero Dio tra il suo popolo, quando vide il proprio genero, oppure se fu Mosè ad adorare lui; benché, anche se la Scrittura avesse voluto parlare chiaramente dell'adorazione, si tratterebbe dell'ossequio reso al suocero come suole esibirsi da parte dei Patriarchi a certi personaggi per rendergli onore. Così sta scritto di Abramo che adorò gli Ittiti 87. Ma non si può sapere facilmente chi sono coloro che sono chiamati dopo i decurioni, poiché questo titolo noi non lo usiamo per denotare alcun funzionario pubblico o maestro di scuola. Alcuni infatti l'hanno tradotta con doctores (insegnanti), naturalmente nel senso d'insegnanti delle lettere, capaci d'introdurre alla conoscenza delle lettere come indica il vocabolo greco. Qui ci viene indicato evidentemente che gli Ebrei conoscevano le lettere prima di ricevere la legge. Non so però se mette conto indagare quando cominciarono a esserci. Ad alcuni pare che le lettere cominciarono fin dai primordi dell'umanità e arrivarono fino a Noè e quindi fino agli antenati di Abramo e poi al popolo d'Israele, ma non so come ciò si possa provare.

Il giorno in cui fu data la Legge.

2070
(
Ex 19,1-3 Ex 10-11) Il terzo mese dall'uscita dei figli d'Israele dalla terra d'Egitto, proprio in quel giorno arrivarono al deserto del Sinai. Essi partirono da Refidin e giunsero al deserto del Sinai e Israele si accampò lì, di fronte al monte. Mosè allora salì sulla montagna di Dio; Dio lo chiamò dalla montagna dicendo: Ecco che cosa dirai alla casa di Giacobbe e cosa annunzierai ai figli di Israele, ecc. Poi, dopo poco, aggiunse: Discendi e avverti il popolo e purificali oggi e domani e lavino i loro vestiti e si tengano pronti per il terzo giorno; poiché il terzo giorno il Signore discenderà sul monte Sinai alla presenza di tutto il popolo. In questo giorno fu data la legge, scritta dal dito di Dio su tavole di pietra, come dimostra quanto è detto in seguito 88. Questo giorno poi è il terzo giorno del terzo mese dall'uscita di Israele dall'Egitto. Dal giorno quindi in cui celebrarono la Pasqua, cioè in cui immola-rono e mangiarono l'agnello, che era il quattordicesimo del primo mese 89, fino a questo in cui viene data la legge, si contano cinquanta giorni, vale a dire i diciassette del primo mese, i restanti a partire dal giorno quattordici e poi tutti i trenta giorni del secondo mese, che fanno quarantasette, e il terzo del terzo mese che è (il cinquantesimo) dalla solennità dell'immolazione dell'agnello. Perciò come in questa "ombra del futuro ", contando a partire dal giorno della festa dell'immolazione dell'agnello, passarono cinquanta giorni fino alla promulgazione della legge scritta dal dito di Dio così, nella verità del Nuovo Testamento, a partire dalla festa dell'Agnello immacolato Gesù Cristo si contano cinquanta giorni fino a quello in cui fu dato dal cielo lo Spirito Santo 90. Che il dito di Dio è lo Spirito Santo l'abbiamo già detto anche più sopra, provandolo con testi del Vangelo 91.

In che modo si debbano ripartire i dieci comandamenti.

2071
(
Ex 20,1-17) Ci chiediamo in che modo si debbano ripartire i dieci comandamenti della legge; se (al primo gruppo) appartengano i (primi) quattro fino al comandamento relativo al sabato, i quali si riferiscono a Dio stesso; (all'altro gruppo) appartengano invece gli altri sei, il primo dei quali è: Onora il padre e la madre, che si riferiscono all'uomo, oppure al primo gruppo appartengono i primi tre e al secondo gli altri sette. Poiché coloro i quali dicono che il primo gruppo è formato dai primi quattro comandamenti, dividono in due l'espressione che comincia così: Non avrai altri dèi all'infuori di me, in modo che sia un altro comandamento quel che segue: Non ti fabbricherai (alcun) idolo ecc., con il quale si proibisce il culto degli idoli. Costoro sostengono però che sia un solo comandamento che inizia così: Non desiderare la moglie del tuo prossimo; non desiderare la casa del tuo prossimo e tutto il resto fino alla fine. Al contrario, quelli che affermano che un gruppo è formato dai primi tre comandamenti e l'altro dai sette seguenti, sostengono che costituisce un solo comandamento tutto ciò che viene prescritto sul culto di latrìa da riservare all'unico Dio, perché all'infuori di lui non venga adorato come Dio nessun'altra cosa; ma l'ultimo comandamento lo dividono in due, in modo che uno sia: Non desiderare la moglie del tuo prossimo, e l'altro: Non desiderare la casa del tuo prossimo. Tuttavia che i comandamenti siano dieci non lo mettono in dubbio né gli uni né gli altri, poiché lo afferma la Scrittura.

71. 2. Tuttavia a me sembra più conveniente pensare il primo gruppo formato dai primi tre comandamenti e il secondo dagli altri sette, poiché a coloro che li considerano più attentamente pare che i primi tre relativi a Dio fanno intuire anche la Trinità. In realtà l'espressione: Non avrai altri dèi all'infuori di me viene spiegata più chiaramente quando viene proibito di adorare gli idoli. Ora, il desiderare la moglie altrui e i desiderare la casa altrui sono tanto differenti per quanto riguarda il peccato che al comandamento: Non desiderare la casa del tuo prossimo sono aggiunte altre cose (come la casa) poiché la Scrittura dice: né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle sue bestie, né alcun'altra cosa appartenente al tuo prossimo. Sembra infatti che la Scrittura faccia una distinzione tra il desiderare la moglie altrui e il desiderare alcun'altra cosa di altri, dal momento che l'una e l'altra proibizione inizia così: Non desiderare la moglie del tuo prossimo; Non desiderare la casa del tuo prossimo, e a questa proibizione aggiunse tutte le altre. Invece dopo aver detto: Non desiderare la moglie del tuo prossimo, l'agiografo a questa proibizione non ne aggiunse altre dicendo: né la sua casa, né il suo campo, né il suo schiavo ecc., mentre è assolutamente chiaro che alle cose proibite in quel comandamento se ne sono aggiunte altre che sembrano essere comprese in un unico precetto, ma che sono distinte da quello in cui è nominata la moglie. Quanto al precetto ove è detto: Non avrai altri dèi ad eccezione di me, sembra che un'esposizione più precisa di questa proibizione si abbia nelle cose che sono aggiunte. A che cosa infatti si riferisce (l'aggiunta): Non fabbricarti (nessun) idolo e non farti (alcuna) immagine di ciò che è in cielo, sulla terra o nelle acque sotto terra. Non adorare né render culto a siffatte cose, se non al comandamento che dice: Non avrai altri dèi all'infuori di me?

71. 3. Inoltre però si pone il quesito in che cosa differisca il comandamento: Non rubare da quello con cui poco dopo si comanda di non desiderare le cose altrui. Certamente non tutti coloro che desiderano le cose del prossimo commettono un furto; ma se chiunque ruba desidera una cosa del suo prossimo, anche ciò che si riferisce al furto poteva essere incluso nel precetto generale nel quale è proibito desiderare le cose del prossimo. Si pone parimenti anche il quesito in che cosa differisca il comandamento: Non commettere adulterio da quello dichiarato poco dopo: Non desiderare la moglie del tuo prossimo. Poiché nel precetto: Non commettere adulterio poteva essere compreso anche quell'altro, salvo che nei due precetti di non commettere adulterio e di non rubare sono biasimate le azioni e in questi altri due, al contrario, è proibito il desiderio; queste cose sono tanto differenti tra loro che talvolta commette adulterio chi non desidera la moglie del prossimo allorché si unisce con lei per un motivo diverso; talora invece la desidera ma non si unisce con lei per paura del castigo. E forse con ciò la legge ha voluto mostrare che tutte e due le cose sono peccati.

71. 4. Parimenti si è soliti porsi il quesito se nella parola moechia (adulterio) è compresa anche la fornicazione. Moechia infatti è una parola greca, che la Scrittura usa come latina. Tuttavia in greco si chiamano moechi solo gli adùlteri. Questo comandamento però è stato stabilito naturalmente non solo per gli individui di sesso maschile ma anche per le donne. In effetti, poiché è detto: Non desiderare la moglie del tuo prossimo, la donna non deve pensare che qui non ci sia alcun precetto per lei e le sia lecito desiderare il marito della sua vicina. Se dunque in questo passo da ciò che è detto all'uomo si capisce che riguarda anche la donna, sebbene non sia detto espressamente, quanto a più forte ragione ciò che è detto: Non commettere adulterio obbliga ambo i sessi, come (i comandamenti): non uccidere, non rubare e così altri precetti che, senza indicare un solo sesso, in genere sono proclamati ugualmente per le persone dell'uno e dell'altro sesso? Quando tuttavia viene indicato chiaramente un solo genere, viene denotato naturalmente quello più nobile, cioè il maschile, affinché per mezzo di questo anche la donna comprenda che cosa le sia comandato. Perciò se una donna è adultera perché ha relazioni sessuali con uno che non è suo marito, anche se quello non è ammogliato, è certamente adultero anche un uomo ammogliato che ha relazioni sessuali con una donna che non è la propria moglie, anche se quella non è maritata. Si pone però con ragione il quesito di sapere se sono colpevoli della trasgressione di questo precetto uno non ammogliato o una donna non maritata che abbiano relazioni sessuali tra di loro. Se infatti non sono colpevoli, nel decalogo non è proibita la fornicazione ma solo la moechia, cioè l'adulterio, sebbene si comprenda che ogni moechia è anche fornicazione, come si esprimono le Scritture, poiché il Signore nel Vangelo dice: Chiunque ripudia la propria moglie, salvo il caso di fornicazione la mette in condizione di diventare adultera 92. Qui di certo si chiama fornicazione la relazione sessuale tra una donna maritata con uno che non è suo marito, azione chiamata moechia, cioè adulterio. Ogni moechia quindi nelle Scritture viene chiamata anche fornicazione. Ma che ogni fornicazione possa dirsi anche moechia, per ora non mi viene in mente alcuna citazione di tale sinonimo nelle medesime Scritture. Ordunque, se non ogni fornicazione può essere chiamata moechia, non so in quale passo del decalogo può trovarsi che è proibita la fornicazione che commettono gli uomini non ammogliati con donne non maritate. Ma se si chiama propriamente furto ogni appropriazione illecita di una cosa altrui - poiché non permette la rapina colui che proibisce il furto, ma ha certamente voluto che s'intendesse la parte per il tutto quanto a qualsiasi cosa del prossimo si ruba illecitamente - è evidente che anche con il nome di moechia deve intendersi che è proibita ogni relazione sessuale illecita e l'uso non legittimo di quelle membra.

71. 5. Riguardo al comandamento: Non uccidere, non si deve pensare che si agisce contro questo precetto quando è la legge ad uccidere o è Dio a comandare di uccidere qualcuno. Poiché quell'azione la fa colui che la comanda, dal momento che non è lecito rifiutarsi di compiere quel servizio.

71. 6. Anche a proposito del comandamento: Non testimoniare il falso contro il tuo prossimo suol porsi il quesito per sapere se è proibita ogni specie di menzogna, salvo che questo precetto non sia diretto contro coloro i quali dicono che si deve mentire quando la menzogna giova a qualcuno e non danneggia la persona alla quale si mentisce. Poiché una menzogna di tale genere non è contro il tuo prossimo; questo pare il motivo per cui la Scrittura aggiunse questa precisazione, mentre avrebbe potuto dire brevemente: Non testimoniare il falso, così come disse: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare. Ma di qui sorge un grave problema e da chi ha fretta - come me - non può spiegarsi convenientemente come deve intendersi l'espressione: Tu manderai in rovina tutti coloro che diranno menzogna 93; e: Non dire alcuna menzogna 94, e tutte le altre frasi di tal genere.

In che modo il popolo vedeva la voce.

2072
(
Ex 20,18) E tutto il popolo vedeva la voce e i lampi e la voce della tromba e il monte fumante. Suole porsi il quesito in che modo il popolo vedeva la voce dal momento che la voce sembri riferirsi non alla vista ma piuttosto all'udito. Ma, come or ora ho detto videatur a proposito di tutto ciò che ho esposto, così videre (vedere) suole essere usato nel senso generale, riferito non solo al corpo ma anche all'animo. Un'altra espressione simile è anche questa: Avendo Giacobbe visto che c'era grano in Egitto 95, dal quale evidentemente era lontano. Sennonché alcuni pensano che vedere la voce non significa altro che intendere (la voce) che è la vista della mente. Ma poiché qui l'agiografo doveva dire in breve che il popolo vedeva la voce e i lampi e la voce della tromba e il monte che emetteva fumo, sarebbe sorto un problema ancora più grave, quello di sapere in che modo il popolo udiva i lampi e il monte che mandava fumo. Salvo che non si dica che non si sarebbe dovuto dire tanto brevemente, ma perché fosse espresso tutto avrebbe dovuto dire: " Udiva la voce e vedeva i lampi e udiva il suono della tromba e vedeva il monte che mandava fumo ". Poiché erano due specie di voce: quella proveniente dalle nubi, come i tuoni, e quella della tromba, se pur è vero che chiama " voce " il tuono prodotto dalle nubi. Per questo motivo la Scrittura, volendo comprendere tutte le sensazioni in conciso, preferì riferire al senso generale della vista ciò che nel racconto conveniva piuttosto al senso dell'udito, anziché sottintendere il verbo "udire" per le cose che si riferiscono al senso della vista, poiché noi siamo soliti parlare in questo modo. In effetti noi siamo soliti dire: "Guarda che cosa suona "! ma non siamo soliti dire: " Ascolta che cosa risplende "!.

Al Testamento A. il timore al Nuovo l'amore.

2073
(
Ex 20,19) Parla tu a noi, ma non ci parli Dio, perché non abbiamo a morirne. Spesso e con solidi argomenti s'insegna che all'Antico Testamento appartiene piuttosto il timore, come al Nuovo l'amo-re, sebbene anche nell'Antico sia nascosto il Nuovo e nel Nuovo sia manifesto l'Antico. Non si vede chiaramente però in qual modo a quel popolo venga concesso di " vedere " la voce di Dio, né " vedere " è da intendersi nel senso di " comprendere ", dal momento che hanno paura di morire se Dio parla ad essi.

In che modo Dio tenta.

2074
(
Ex 20,20) E Mosè disse loro: " Non abbiate timore, poiché Dio è venuto a voi al fine di mettervi alla prova, perché il suo timore sia in voi e così non pecchiate ". In tal modo essi dovevano essere allontanati dal peccare, precisamente col timore di soffrire pene fisiche, poiché ancora non potevano amare la giustizia. Inoltre la tentazione con la quale Dio li metteva alla prova consisteva nel rendere manifesto ciò che essi erano, non allo scopo di farsi conoscere da Dio, al quale non era ignoto quello che essi erano, ma perché si conoscessero tra loro e divenissero noti a se stessi. Tuttavia a proposito di queste manifestazioni di terrore si mostra chiaramente la differenza dell'Antico Testamento (rispetto al Nuovo) come assai esplicitamente è dichiarato anche nella Lettera agli Ebrei 96.

Sta dappertutto Colui che non sta in nessun luogo.

2075
(
Ex 20,21) Mosè invece entrò nella nube oscura ov'era presente Dio, cioè dove erano più evidenti i segni con i quali si poteva vedere Dio. In che modo infatti stava nella nube oscura Colui il quale non è compreso dai cieli dei cieli? Se non che vi stava come sta dappertutto Colui che non sta in nessun luogo.

Ciò che proibisce il primo comandamento.

2076
(
Ex 20,23) Non vi farete dèi d'argento né dèi d'oro farete per voi stessi. Viene ripetuto ciò che è stato inculcato nel primo comandamento; negli dèi d'oro e d'argento è compresa ogni specie d'immagini sacre, (idoli) come dice anche il Salmo: Gli idoli dei pagani sono d'argento e d'oro 97.

Le ordinanze relative agli schiavi ebrei.

2077
(
Ex 21,2) Quanto alle ordinanze relative agli schiavi ebrei che siano affrancati, se sono schiavi da sei anni, perché gli schiavi cristiani non pretendano questo dai loro padroni, l'autorità dell'Apostolo ordina agli schiavi di essere sottomessi ai loro padroni per non far bestemmiare il nome di Dio e il suo insegnamento 98. Da qui risulta infatti assai chiaramente che quel precetto fu dato per indicare un mistero, poiché Dio ordinò anche di forare con la lesina presso la porta l'orecchio dello schiavo che avesse rifiutato la libertà 99.

Un passo oscuro della Scrittura.

78
(
Ex 21,7-11) Se uno vende la propria figlia come domestica, essa non andrà via (libera) come le schiave. Se non riuscirà gradita al suo padrone, che non le aveva dato il proprio nome, la ricompenserà. Egli però non è padrone di venderla a gente straniera, poiché usò disprezzo a suo riguardo. Se poi le darà il nome del proprio figlio, la tratterà secondo la norma relativa alle figlie. Se invece ne prenderà per lui un'altra, non le sottrarrà con frode ciò che le è necessario né i suoi indumenti né la sua conversazione. Se però non farà per lei queste tre cose, essa se ne andrà (affrancata) gratuitamente. Termini e modi di dire inconsueti hanno reso questo passo assai oscuro e per conseguenza i nostri traduttori quasi quasi non hanno trovato il modo di spiegarlo. Anche nella versione greca è molto oscuro ciò che qui è detto. Ciononostante cercherò di spiegare - come potrò - che cosa mi sembra voglia significare.

78. 2. Se poi uno - è detto - venderà la propria figlia come domestica - cioè perché sia una domestica, che i Greci chiamano - non andrà via (libera) come le serve, si deve intendere in questo senso: " non andrà via libera come vanno via affrancate le serve ebree dopo sei anni ". Poiché si deve credere data anche per la donna ebrea la legge che si osserva riguardo ai maschi. Perché dunque questa donna non andrà via affrancata, se non perché si capisce che è stata umiliata durante quel periodo di servitù, per il fatto che il suo padrone ha avuto relazioni sessuali con lei? Naturalmente questo motivo appare comunque chiaro nel seguito del testo. Il testo infatti in seguito dice: Se non riuscirà gradita al suo padrone, che non le aveva dato il proprio nome, - cioè non l'aveva fatta sua moglie - la ricompenserà, cosa che equivale a ciò che è detto prima: non se ne andrà affrancata come le altre serve. Poiché è giusto che riceva qualcosa in cambio d'essere stata umiliata non essendosi egli unito a lei nel rapporto sessuale facendola sua moglie, cioè non essendosela sposata. L'espressione: la ricompenserà, alcuni traduttori l'hanno resa con l'espressione: la riscatterà, che se fosse stata detta in greco sarebbe stata scritta , come sta scritta l'espressione: ed egli riscatterà Israele 100, poiché qui in greco si trova scritto . In questo passo invece si legge con cui s'intende che essa riceve qualcosa di più di quanto si dà per lei al fine d'essere riscattata. A chi infatti il suo padrone darà qualcosa per riscattare colei che egli possiede come domestica? Egli però non è padrone di venderla a gente straniera, poiché usò disprezzo riguardo a lei significa: non perché usò disprezzo per essa è perciò padrone di venderla, cioè eserciterà il suo dominio su di lei fino al punto di venderla lecitamente, anche a gente straniera. Inoltre l'espressione: usò disprezzo nei suoi riguardi, equivale a " la disprezzò " e questo termine equivale a " la umiliò " giacendo con lei senza farla sua moglie. In greco però è detto: , che corrisponde alla nostra forma verbale sprevit (disprezzò), parola che la Scrittura usa in Geremia: Come una donna disprezza colui con il quale ha relazioni sessuali 101.

78. 3. Il testo poi seguita dicendo: Se poi l'accorderà al proprio figlio, la tratterà secondo la norma stabilita per le figlie. Qui comincia già ad apparire chiaro il senso della frase che la Scrittura enuncia poco prima: che egli a sé l'aveva accordata. Poiché cos'altro vuol dire: se poi l'accorderà al proprio figlio, se non: " l'unirà a suo figlio come moglie " dal momento che è detto: la tratterà secondo la norma relativa alle figlie, cioè: " dandola così in sposa come una figlia, consegnandole cioè la dote "; poi si aggiunge: se prenderà per lui un'altra donna - cioè non la destinerà come moglie per suo figlio, ma per lui ne prenderà un'altra - non le sottrarrà con frode ciò di cui essa abbisogna né i suoi vestiti né la sua conversazione; in forza della stessa legge le darà ciò che le spetta poiché non continuò ad essere moglie di suo figlio come gliel'avrebbe dato se non l'avesse accordata a sé e non l'avesse umiliata avendo con lei relazioni sessuali. Il termine conversatio della frase: non le sottrarrà con frode la sua conversazione, il greco l'esprime con , cioè colloquio, parola con cui la Scrittura chiama eufemisticalmente l'amplesso sessuale. Che vuol dire poi: " Non le sottrarrà con frode l'amplesso sessuale ", se non: "Per l'amplesso sessuale le darà una ricompensa "? Infatti nel libro di Daniele gli anziani che stavano rendendo una falsa testimonianza contro Susanna dissero: S'è accostato a lei un giovane, che stava nascosto, e s'è unito a lei nell'abbraccio sessuale 102. E Daniele interrogandoli a proposito dello stesso caso, chiese: Sotto quale albero li avete visti parlare insieme? 103 come quelli avevano detto: si è unito a lei nell'abbraccio sessuale. Accusando poi l'altro e convincendolo del peccato, Daniele disse: Razza di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha sedotto e la passione ha pervertito il tuo cuore! Così facevate con le Israelite, ma esse per paura acconsentivano a voi 104. Il testo greco dice così: , che tradotto letteralmente potrebbe dirsi: "parlavano con voi ", la quale espressione significa l'amplesso sessuale. Poco prima, quando il latino dice: Sotto quale albero li hai sorpresi, il greco ha: Li hai sorpresi mentre conversavano tra loro? Anche in quel passo viene indicato il concubito.

78. 4. Quanto dunque a ciò che la Scrittura aggiunge a proposito dell'argomento qui trattato e dice: Se egli non farà per lei queste tre cose, essa se ne andrà (libera) gratuitamente, va inteso nel senso seguente: se non la umiliò con il concubito né la unì in matrimonio con il figlio proprio né un'altra donna sposata dal proprio figlio la scaccerà, se ne andrà (libera) gratuitamente, le basterà di non continuare a essere tenuta come schiava; poiché se ne andrà libera senza ricevere nulla come uno schiavo ebreo. Poiché non è lecito al suo padrone maritarla a un uomo non ebreo, dal momento che non gli è permesso di consegnarla a gente straniera. Se però la mariterà con uno schiavo ebreo, s'intende naturalmente che se ne andrà libera gratuitamente con lui senza essere separata dal marito.

Riguardo allo stesso fatto viene lodato Dio per la sua occulta equità come viene castigato l'uomo per la propria iniquità.

2079
(
Ex 21,12-13) Se uno colpirà una persona e questa morirà, sia messo a morte; chi però la uccide non volendo, ma è stato Dio a consegnarla nelle sue mani, ti darò un luogo in cui possa fuggire. Qui si pone il quesito per sapere in che senso è stato detto: Se però la uccide senza volerlo, ma è stato Dio a consegnarla nelle sue mani, come se, anche volendolo, avesse potuto ucciderla qualora Dio non l'avesse posta nelle sue mani. Si comprende quindi che ad uccidere è solo Dio quando una persona è uccisa da qualcuno involontariamente, e perciò, poiché Dio soltanto fece quell'azione, è stato detto: ma fu Dio a consegnarla nelle sue mani. Quando, al contrario, uno uccide per sua volontà, non è solo lui ad uccidere, ma anche Dio che ha consegnato (la vittima) nelle sue mani. C'è però questa differenza, che in quel caso a farlo fu soltanto Dio, in quest'altro caso invece lo fanno tanto Dio che l'uomo, a causa della volontà di chi fa l'azione, ma l'uomo non lo fa alla stessa maniera di Dio. Dio infatti lo fa soltanto con giustizia, l'uomo invece lo fa divenendo meritevole del castigo, non perché uccise una persona che Dio non voleva che fosse uccisa ma perché la uccise per la propria malvagità. Poiché non rese un servizio a Dio che glielo avesse ordinato, ma perché cedette alla sua malvagia passione. Riguardo quindi ad un unico e identico fatto, viene lodato Dio per la sua occulta equità come viene castigato l'uomo per la propria iniquità. Infatti non perché Dio non risparmiò il proprio Figlio, ma lo consegnò per tutti noi 105, viene scusato Giuda, il quale consegnò il medesimo Cristo affinché fosse mandato alla morte 106.

Il difficile problema dell'anima nell'embrione non deve essere risolto con temerità.

2080
(
Ex 21,22-25) Se due uomini litigheranno e colpiranno una donna incinta e il suo bambino uscirà ancora non formato, l'uomo sarà punito con un'ammenda; darà quanto imporrà il marito della donna con una istanza. A me pare che di questi precetti si parli piuttosto per indicare un loro significato allegorico, e non tanto perché la Scrittura sia particolarmente interessata a fatti di tal genere. Poiché se essa avesse voluto indicare che una donna gravida, la quale fosse stata colpita, si trovasse nella condizione di dover abortire, non parlerebbe di due uomini litiganti, poiché il fatto potrebbe essere commesso da uno solo qualora litigasse con la stessa donna o anche senza litigare, ma commise quel fatto volendo procurare un danno alla discendenza di un'altra persona. Al contrario, per il fatto che non pensa che un feto ancora non formato non ha nulla a che fare con l'omicidio, di certo non ritiene neppure che sia una persona un feto siffatto portato nel grembo materno. Qui suole trattarsi la questione dell'anima, se cioè il feto non formato si possa credere anche non fornito di anima e perciò non sia omicidio per il fatto che non si può dire che resti senz'anima un essere che ancora non aveva l'anima. L'agiografo infatti prosegue dicendo: Se invece era un embrione formato, darà vita per vita. Che cos'altro significa questa espressione, se non: " morirà anche lui "? Poiché la legge, data quest'occasione, prescrive d'ora in poi la stessa norma anche negli altri casi: Occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido, cioè in base alla giustizia del taglione. Questa legge fu stabilita per mostrare quale specie di pena si debba infliggere. Poiché, se non si sapesse attraverso la legge quale specie di pena si debba applicare, come potrebbe sapere che cosa ci rimette il perdono per poter dire: Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori 107? Dalla legge quindi vengono indicati chiaramente i debitori perché quando si perdona sia chiaro che cosa si perdona. In effetti non rimetteremmo i debiti, se non sapessimo dalla legge, che ce lo indica, che cosa ci è dovuto. Se dunque quell'embrione era stato informe, ma in certo qual modo animato senz'essere ancora formato - poiché il difficile problema dell'anima non deve essere risolto in fretta con la temerità di un'opinione non sottoposta ad un attento esame - la legge non volle che fosse considerato un omicidio, poiché non può ancora chiamarsi anima viva quella che è in un corpo ancora privo di sensi, se è così in un corpo ancora non formato e perciò non ancora dotato di sensi. Non è però facile capire che cosa voglia dire l'espressione: e darà mediante un'istanza, ciò che il marito della donna aveva stabilito che gli fosse dato se essa avesse partorito un feto informe. Il termine del testo greco può infatti essere inteso in più sensi ed è stato tradotto mediante un'istanza in modo meno improprio che se fosse stato tradotto diversamente. Forse (è detto) presenterà un'istanza per dare, cioè per dare soddisfazione a Dio in quel modo anche se il marito o la donna non lo chiedessero.

Se un animale dev'essere eliminato, che importanza ha il genere di morte con cui viene ucciso?

2081
(
Ex 21,28) Se un bue ferirà con le corna un uomo o una donna causandone la morte, il bue verrà lapidato a sassate, ma non se ne mangerà la carne; il padrone del bue però sarà ritenuto innocente. È dovere della giustizia che sia ucciso un animale dannoso agli uomini. E ciò che qui si dice del bue deve intendersi, come la parte per il tutto, di qualunque animale, di cui si serve l'uomo ma che è pericoloso. Se però si deve uccidere, perché a sassate? Se un animale dev'essere eliminato, che importanza ha il genere di morte con cui venga ucciso? Poi in quanto a ciò che il testo aggiunge di non mangiare la carne del bue, che relazione ha con il resto se non che tutte queste norme indicano qualcosa cui la Scrittura dà solitamente una particolare importanza?

La norma relativa al bue.

2082
(
Ex 21,35) Se però il bue di uno avrà colpito il bue del suo prossimo causandone la morte, essi venderanno il bue vivo e ne divideranno il prezzo e si spartiranno anche il bue morto. Questa norma deve forse osservarsi solo riguardo ad un bue e non nel caso simile per qualsiasi altra bestia? Perciò anche la norma relativa al bue deve intendersi nel senso che riguarda la parte per il tutto, ma non può applicarsi al caso della carne d'una bestia uccisa che non si mangia.

Perché un solo vitello vale per cinque.

2083
(
Ex 22,1) Che specie di prescrizione è quella che per un solo vitello ucciso se ne debbano dare cinque, mentre invece quattro capi di bestiame minuto per un agnello, se non si pensa che abbia un significato allegorico?

Non è omicidio se un ladro di notte è ucciso.

2084
(
Ex 22,2-3) Se un ladro verrà sorpreso nell'atto di aprire una breccia (in un muro) e morirà per essere stato colpito, all'uccisore non è imputabile l'omicidio, ma se su di lui s'era levato il sole, sarà colpevole e morirà. S'intende che non ha nulla a che fare con l'omicidio se un ladro viene ucciso di notte, ma si considera omicidio l'uccisione di un ladro di giorno; ciò infatti vuol dire l'espressione: se su di lui s'era levato il sole. Poiché si poteva vedere chiaramente che quel tale era venuto per rubare e non per uccidere e perciò non avrebbe dovuto essere ucciso. Anche nelle antiche leggi pagane - delle quali tuttavia questa è più antica - si trova che il ladro che ruba di notte può essere ucciso impunemente in qualsiasi modo, ma quello che rubò di giorno, se si difendesse con un'arma; poiché allora è più di un ladro 108.

Come viene condannato lo spergiuro.

2085
(
Ex 22,9) Che vuol dire: Chi sarà convinto (di colpa) da Dio, restituirà il doppio, se non che talora Dio vuole svelare lo spergiuro con un determinato segnale?

Di quali dèi si parla.

2086
(
Ex 22,28) Non maledirai gli dèi. Si pone il problema di sapere di quali dèi si parli: se dei capi che giudicano il popolo, come è detto di Mosè che fu dato per dio al Faraone 109, sicché ciò che segue sarebbe detto a mo' di spiegazione come per dimostrare di quali dèi si parli quando si dice: Non maledirai - o come dice il greco: non dirai male - il capo del tuo popolo. O forse l'espressione si deve intendere secondo quanto dice l'Apostolo: poiché, sebbene vi siano dei cosiddetti " dèi " sia in cielo che sulla terra, come (in realtà) vi sono molti " dèi " e molti " signori " 110? Con l'aggiunta dell'inciso: come (in realtà) ve ne sono, volle che s'intendessero come dèi quelli che sono chiamati tali anche meritamente; ma naturalmente intendendo che ciò che in greco si dice e in latino si traduce servitus (= servizio, culto di Dio) e che si sa avere attinenza con la religione è dovuta solo all'unico vero Dio, il quale è il nostro Dio; quelli invece che sono chiamati dèi, anche se vi sono di quelli che meritano questo nome, è proibito maledirli, ma non è comandato di venerarli con sacrifici o con alcun atto di culto latreutico.

Rimane peccato anche quello che fanno tutti.

2087
(
Ex 23,2) Non starai con la maggioranza nel fare il male. Nessuno quindi si difenda dicendo che lo fece insieme alla maggioranza o pensi perciò che non sia peccato.

Buona è la misericordia ma non dev'essere contro il giudizio.

2088
(
Ex 23,3) E non avrai pietà del povero nel giudizio. Se non ci fosse l'aggiunta: in un giudizio, sarebbe sorto un grosso problema. Ma anche se il senso di questo precetto non fosse stato precisato da quell'aggiunta, si sarebbe dovuto sottintendere; prima infatti era stato detto: Non ti aggiungerai al gran numero in modo da sviare il giudizio 111, e perciò la frase: Non avrai pietà del povero si sarebbe potuta intendere nel giudizio. Ma poiché questo particolare è aggiunto, non c'è alcun problema che ciò è stato comandato; per conseguenza quando giudichiamo e vediamo che la giustizia è in favore del ricco contro il povero, non deve sembrarci di agire bene se, spinti dalla misericordia, saremo favorevoli al povero contro la giustizia. Buona è dunque la misericordia ma non deve essere contro il giudizio. La Scrittura chiama, ovviamente, giudizio quello che è giusto. Perché poi non si pensi che a causa di questo precetto Dio proibisca la misericordia, molto opportunamente la Scrittura subito dopo continua dicendo: Se poi incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, li ricondurrai e restituirai a lui 112, perché tu sappia che non ti è proibito di esercitare la misericordia. Esercitala anche verso i tuoi nemici, quando essendo libero dal giudicare ne avrai la possibilità 113, poiché quando riconduci il bue disperso del tuo nemico e glielo rendi tu non siedi (in tribunale) come giudice tra altre persone.

Cosa potrebbero raccogliere i poveri se nel settimo anno si lasciasse incolta la terra.

2089
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Ex 23,10-11) Durante sei anni seminerai la tua terra e ne raccoglierai il prodotto, ma il settimo anno non la coltiverai e la farai riposare e mangeranno i poveri del tuo popolo; il restante lo mangeranno le bestie selvatiche. Così tratterai la tua vigna e il tuo oliveto. Ci possiamo porre il quesito per sapere che cosa potrebbero raccogliere i poveri se nel settimo anno si lasciasse incolta la terra e se non viene neppure seminata - poiché non si riferisce né alla vigna né all'oliveto ciò che è detto prima: mangeranno i poveri del tuo popolo - poiché non possono prendere nulla da una terra non seminata dove non possono nascere le messi. In seguito si dice che si deve fare lo stesso della vigna e dell'oliveto e perciò quello che si dice s'intende dei campi che sono adatti a (produrre) i cereali. Oppure il comandamento: Durante sei anni di seguito seminerai la tua terra e ne raccoglierai il prodotto deve intendersi nel senso che seminerai e raccoglierai durante sei anni ma nel settimo non raccoglierai, sottintendendo seminerai la terra, quantunque ciò non sia espresso esplicitamente; per conseguenza il seminare e il raccogliere riguardano i sei anni, mentre è riferito al settimo lasciare ai poveri quanto sarà stato seminato? Che cosa altrimenti potrebbero raccogliere per sé i poveri quando ciò che resta è abbandonato alle bestie selvatiche, a quelle naturalmente che possono nutrirsi dei prodotti della terra come i cinghiali, i cervi e qualsiasi altro animale di tal sorta? Ciò tuttavia non sarebbe detto se non per indicare qualche simbolismo. Infatti se Paolo riferendosi a prescrizioni date agli uomini dice: Dio non ha cura dei buoi 114 - affermazione da intendersi non nel senso che egli non nutra gli animali che non seminano né raccolgono e non mettono il raccolto nei granai 115, ma nel senso che i suoi precetti non hanno per oggetto di esortare l'uomo ad avere cura del proprio bue - quanto meno si preoccupa di dare prescrizioni riguardo alle bestie selvatiche in che modo gli uomini debbono aver cura di esse dal momento che egli le nutre con i beni della natura sotto ogni riguardo abbondante di prodotti, e che nutre anche per altri sei anni quando si raccolgono i prodotti che vengono seminati.

La proibizione di far cuocere un capretto nel latte di sua madre.

2090
(
Ex 23,19) Non farai cuocere un capretto nel latte di sua madre. Non so se possa trovarsi per questa prescrizione un senso da prendersi alla lettera. Se infatti intenderemo la proibizione di far cuocere un capretto nel latte di sua madre per indicare qualche significato speciale, (l'ipotesi è infondata perché) non si usa affatto di farlo cuocere in tal modo; se invece s'intende durante l'allattamento, chi dei Giudei si attenne mai all'osservanza di non far cuocere un capretto se non dopo lo svezzamento? Che vuol dire inoltre: nel latte di sua madre, come se, pur intendendolo in questo senso, si fosse potuto far cuocere senza trasgredire questo precetto, se alla sua nascita fosse morta la madre e fosse stato allattato da un'altra capra, dal momento che nessuno dubita che questo precetto fu dato certamente per indicare un significato particolare? Ma anche le cose che comunemente possono essere praticate e osservate non vengono prescritte senza un motivo, poiché hanno un significato speciale, però non esiste o non appare chiara la possibilità di osservare alla lettera un tale precetto. Io tuttavia accetto come valida l'interpretazione che quel precetto sia una profezia riguardante Cristo, con la quale fu predetto che egli non sarebbe stato ucciso da bambino quando Erode cercava di ucciderlo, ma non lo trovò 116. In tal modo l'espressione: farai cuocere si riferisce al fuoco della passione, cioè alla tribolazione. Ecco perché la Scrittura dice: La fornace mette alla prova gli oggetti del vasaio e gli uomini (sono messi alla prova) dall'avversità della tribolazione 117. Poiché dunque Cristo non soffrì la passione da piccolo, quando Erode lo cercava per farlo uccidere e sembrava che incombesse su di lui un siffatto pericolo, fu fatta la predizione con queste parole: Non farai cuocere un capretto nel latte di sua madre. Forse non è illogico neppure ciò che sostengono altri, vale a dire che dal profeta fu ordinato che i buoni Israeliti non si unissero ai cattivi Giudei per opera dei quali Cristo soffrì la passione come un agnello (fatto cuocere) nel latte di sua madre, cioè nel tempo in cui fu concepito. Si dice infatti che le poppe delle donne si gonfiano di latte a partire dal concepimento e che Cristo fu concepito e soffrì la passione in quel mese, lo mostra non solo la celebrazione della Pasqua ma anche il giorno del suo natale assai noto alle Chiese. Colui infatti che nacque dopo nove mesi, all'incirca il venticinque dicembre fu concepito evidentemente all'incirca il venticinque di marzo, che fu anche il tempo della sua passione nel latte di sua Madre, cioè nel tempo del latte di sua Madre.

Fu Giosuè a introdurre il popolo nella terra promessa.

2091
(
Ex 23,20-21) Ecco, io mando il mio angelo davanti a te, affinché ti custodisca lungo il cammino e ti faccia entrare nel paese che io ti ho preparato. Bada a te stesso e ascoltalo, e non disubbidirgli, poiché egli non si ritirerà davanti a te, giacché il mio nome è su di lui. S'intende che ciò è detto certamente di colui il quale fu cambiato il nome affinché si chiamasse Gesù, poiché fu lui a introdurre il popolo nella terra promessa.

Le promesse proprie dell'A. Testamento.

2092
(
Ex 23,25-27) Tu servirai il Signore Dio tuo, e io benedirò il tuo pane, il tuo vino e la tua acqua, e allontanerò la malattia da voi. Non ci sarà alcuno che non generi né alcuna sterile nel tuo paese. Io colmerò il numero dei tuoi giorni. Manderò davanti a te la paura e riempirò di confusione tutti i popoli presso i quali tu entrerai, ecc. Sebbene queste promess