VEDERE E SERVIRE CRISTO NELL’UOMO

Disagio mentale e comunicazione

di Corrado Cecchetti

 

La risposta sociale al problema dei malati di mente è fra le più carenti. Come in altri ambiti del sociale la risposta non può essere cercata solo in una clinicizzazione del problema. L’atteggiamento più diffuso è quello di arginare il problema in categorie specifiche volte a eliminarlo o ad emarginarlo. Nel 1941 il regime nazista si arrogava il diritto di eliminare i malati di mente, cioè coloro che non erano produttivi, scegliendo chi meritava di vivere o morire. Anche oggi ideologie e legislazioni si sono appropriate di questo diritto sulla vita, superando completamente il concetto che ogni uomo, presenta in sé l’immagine di Dio che è la radice più profonda della sua dignità. Il valore di ogni uomo non dipende infatti dal suo stato di salute o dalla sua integrità psico-fisica. La dignità dell’uomo non può essere ricondotta in nessun caso ad alcuna quantificazione, distinguendo uomini più o meno degni di godere della gioia della vita. Qualunque tentativo ideologico di emarginazione o eliminazione morale e fisica dei deboli, considerati inutili, non può che essere l’inizio inesorabile di un cammino di regressione dalla civiltà. Proprio di fronte a chi vive questa realtà, risalta il dovere assoluto del rispetto della dignità dell’uomo, della sua unicità ed irripetibilità che comportano il consequenziale riconoscimento del suo diritto al soddisfacimento dei bisogni riguardanti il suo essere.

Uno dei tanti aspetti dell’emarginazione verso coloro che vivono in uno stato di disagio mentale, è rappresentato dalla mancanza di comunicazione che percorrendo infatti canali diversi da quelli verbali, deve essere comunque mantenuta la capacità di collocarsi da uomo dinanzi ad un altro uomo. La comunicazione deve tendere ad essere più empatica, cioè fondarsi sempre più sulla capacità di mettersi nei panni dell’altro, fino al punto di percepire la realtà come l’altro la vede e a comprendere fedelmente i suoi pensieri. Segni eloquenti e profondi di questa relazione empatica sono rappresentati da gesti semplici che superano il contatto puramente verbale ma che comunicano vicinanza e partecipazione. Quest’obiettivo può essere raggiunto modificando i canoni formativi degli operatori sanitari. Si deve passare da una pedagogia della prestazione ad una pedagogia dell’espressione.

Molti Santi, moderni apostoli della Carità, sono stati in questo senso grandi comunicatori. Non possiamo non pensare a don Guanella che, forte della sua convinzione, s’intratteneva a lungo con i suoi buoni figli, spesso persone mentalmente disagiate, convinto che quando si sentono amati, diventano più buoni e amano come altri non sanno fare, o a don Orione quando affermava che nel più misero dei fratelli brilla l’immagine di Dio. Sicuramente il punto comune di tanta forza di comunicazione sta nel considerare che anche chi vive in uno stato di disagio mentale, a diverso livello di gravità, esprime i propri pensieri e sentimenti apertamente e correttamente secondo quanto la natura gli ha donato. Entrando in sintonia attraverso canali di espressione non verbale, possiamo sentire tutta la loro forza e desiderio di comunicare. Un sorriso o un gesto diventa in un solo istante più eloquente di tante nostre parole il più delle volte esageratamente vuote e prive di significato.