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Dottrina sociale della Chiesa ed epistemologia

Antonio Livi

Pontificia Università Lateranense

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La Dottrina Sociale della Chiesa, esaminata dal punto di vista epistemologico, richiede il chiarimento del senso che possono avere i suoi enunciati nelle due dimensioni della semantica: 1) la dimensione oggettiva; e 2) la dimensione soggettiva. Chiariamo subito che per "dimensione oggettiva" s'intende il senso che possono avere gli enunciati in rapporto al loro contenuto (oggetto del discorso), mentre per "dimensione soggettiva" s'intende il senso che questi enunciati possono avere in rapporto a chi li propone (soggetto del discorso); questa seconda dimensione, spesso trascurata nelle discussioni epistemologiche antecedenti alla "svolta linguistica", è invece quella indispensabile per una comprensione olistica del discorso, ivi compresa la componente pragmatica (l'intenzione del parlante e la forza performativa del discorso).

Tralasciamo di soffermarci sulla dimensione oggettiva degli enunciati della DSC, perché la consideriamo sufficientemente approfondita dai documenti recenti del magistero e dalla dottrina teologica relativa. Basterà ricordare che oggetto proprio della DSC è la problematica teologico-morale relativa alla dinamica delle strutture socio-economiche: la DSC non è altro che un capitolo della teologia morale rispondente al piano divino della creazione e della ricapitolazione in Cristo, redentore dell'uomo (1).

Passiamo invece a esaminare in maniera più approfondita l'argomento relativo alla dimensione soggettiva. Chi è che parla quando si tratta di enunciati che si qualificano come DSC? Quale soggetto ha le credenziali per qualificare il suo discorso sulla società come DSC? E' pacifico che tale soggetto non può essere altro che la Chiesa, intesa però nel senso ristretto di "Chiesa docente" o "Magistero": la "dottrina di cui si parla in riferimento alla DSC è quella proposta autorevolmente dalla Chiesa "docente"; qualsiasi altro soggetto potrebbe anche essere idoneo a pronunciare enunciati teologico-morali, ma solo con l'autorità intrinseca della propria competenza scientifica e con tutta l'ipoteticità che l'epistemologia contemporanea attribuisce a ogni asserto della scienza (tanto al livello del rilevamento dei protocolli o fenomenologia, quanto al livello dell'elaborazione di teorie esplicative).

Si tratta, dunque, del Magistero (quali che siano i materiali di cui esso si sia servito in passato, si serva oggi o possa in futuro servirsi). Ma, ecco che qui si pone il problema cruciale: qual è la competenza specifica della Chiesa, ossia che cosa sa la Chiesa docente circa i problemi socioeconomici? Da chi o da che cosa deriva le sue certezze? A chi le trasmette? Da chi si aspetta ascolto e consenso? Che cosa infine si aspetta di ottenere dai suoi pronunciamenti?

 

 

1. Competenza del Magistero.

 

Andiamo per gradi. Alla prima domanda (che cosa sa la Chiesa in questa materia) bisogna rispondere tenendo presente che la Chiesa, come tale, sa solo quello che le ha comunicato Dio stesso, mediante la divina rivelazione; le certezze della Chiesa docente sono dunque, alla radice, certezze di fede (fede nella Rivelazione). Il Magistero esiste solo per custodire e trasmettere il depositum fidei, ossia la divina rivelazione. Basta ricordare questa elementare premessa ecclesiologica per comprendere la problematicità intrinseca della DSC, che prima facie è costituita da enunciati che coincidono, almeno materialmente, con quelli delle scienze umane e sociali (filosofia politica, dottrina dello Stato, economia, sociologia) e che difficilmente possono trovare una base direttamente scritturistica o qualche altro fondamento nella sacra tradizione (non per nulla la Centesimus annus commemorò i cento anni di una dottrina che non aveva avuto precedenti storici e che si presentava come una novità, sia pure senza discontinuità o contraddizioni, rispetto alla tradizione).

Subito si offre alla considerazione teologica una prima soluzione del problema. San Tommaso (come ben mise in evidenza già negli anni Trenta Etienne Gilson) coniò il termine "revelabile" per indicare ciò che, pur non essendo formalmente o implicitamente rivelato da Dio nella rivelazione pubblica affidata alla chiesa, è però in tal modo collegato con il dato rivelato da costituire con esso un tutt'uno logico-sistematico (2).

Al "revelabile" appartiene innanzitutto quella necessaria applicazione delle categorie rivelate alle questioni suscitate dalla ricerca umana nei più diversi campi del sapere (dalla filosofia alle scienze umane). Nella DSC, tale applicazione è particolarmente rilevante, in quanto il Magistero è chiamato a interrogarsi su che cosa il Vangelo ha da dire agli uomini di oggi, oltre a ciò che hanno da dire in proposito le scienze umane. Tutta la sensibilità contemporanea circa la funzione "profetica" della Chiesa nel mondo moderno(di fronte ai drammi delle guerre, dei genocidi, delle strutture di peccato che generano sempre nuove ingiustizie sotto la protezione di leggi ingiuste) va riportata a questa opera di applicazione delle categorie evangeliche alle concrete circostanze socio-economiche di oggi: applicazione che non è - ripetiamo - mera esplicitazione ma vero e proprio sviluppo di virtualità nascoste nella logica globale della Rivelazione.

Al "revelabile" appartiene inoltre una serie di certezze metafisico-morali che costituiscono le necessarie e universali premesse dell'atto di fede nella Rivelazione; si tratta di quelle nozioni naturali che lo stesso San Tommaso chiama praeambula fidei; tali nozioni comprendono la natura dell'uomo (la sua spiritualità, la sua libertà, la sopravvivenza della sua "anima", o identità personale, dopo la morte corporale) e le dimensioni etiche della società (la reciproca dipendenza degli uomini nella comunità famigliare e politica, l'uguale dignità di ogni persona a prescindere dal ruolo o funzione), e culminano con la deduzione spontanea dell'esistenza di una legge morale inscritta nell'ordine della natura cosmica e umana ("legge naturale") e di una Causa prima e di un ultimo Fine del mondo, della società e di ogni singola persona (Dio creatore). Già qui si nota la possibilità concreta d'includere l'oggetto della DSC (la dottrina morale circa la società) nel "revelabile" e quindi nella sfera di competenza del Magistero, in quanto autorevole interprete della Rivelazione. Infatti, la DSC, pure essendo un discorso squisitamente teologico, implica nella sua stessa struttura epistemologica il rilevamento delle premesse naturali che rendono intelligibile e accettabile per fede la verità rivelata. la teologia morale, in effetti, necessita della scienza morale naturale (etica filosofica) proprio perché è una scienza, e in quanto tale è tenuta a giustificare tutte le proprie asserzioni sulla base delle loro premesse, che non sono soltanto gli articuli fidei ma anche i praeambula ad articulos (3). Tra l'altro, ciò fa giustizia di una ricorrente, illogica critica da molte parti rivolta alla DSC: ossia di non avere "sufficienti" giustificazioni scritturistiche o patristiche (come se la scienza teologica non avesse altri principi oltre al testo biblico e alle testimonianze di fede dei primi secoli; come se l'ermeneutica teologica potesse prescindere dal significato naturale, pre-teologico, delle categorie metafisiche, antropologiche e morali che costituiscono il tessuto semantico della Rivelazione stessa, sia nei testi ispirati che nella Tradizione).

 

 

2. Fonti della certezza nel discorso della DSC.

 

Alla seconda domanda, per certi versi è facile ormai rispondere, dicendo che la certezza degli asserti contenuti nella DSC deriva in parte (direttamente) dalla Parola di Dio, allorché essa parla esplicitamente dei diritti e dei doveri dell'uomo nella società e della recapitolazione di tutte le cose in Cristo; in parte (indirettamente) deriva dalle nozioni etico-naturali) che fanno da premesse semantiche assiologico delle norme propriamente soprannaturali, e poi anche dalle necessarie esplicitazioni e applicazioni di tutto il sistema di valori e di norme generali in rapporto alle mutevoli contingenze storiche , ossia ai nuovi problemi che la storia va ponendo, come scriveva il papa Leone XIII agli albori della DSC, intitolando appunto Rerum novarum l'enciclica del 1891. Qui però il problema risulta molto complesso e di non facile soluzione. Infatti, l'applicazione del vangelo alla contingenza storica consiste - dal punto di vista epistemologico - nel confronto tra i principi perenni della legge di Cristo ne le situazioni storiche concrete; ora, se per quanto riguarda il Vangelo la Chiesa ha una competenza gnoseologica immediata ed esclusiva, per quanto riguarda la contingenza storica la Chiesa non ha, come tale, alcuna specifica competenza, ma deve usare il linguaggio e le competenze della ragione umana, sia individuale che collettiva. Ecco allora che le scienze umane (sociologia, politologia, storia) diventano strumento indispensabile della DSC: ma il loro utilizzo da parte del Magistero non le rende certamente meno ipotetiche di quanto esse stesse riconoscano di esserlo e di quanto l'epistemologia contemporanea dimostra che effettivamente sono. In altri termini, ogni affermazione della DSC che sia un rilevamento o una valutazione della realtà storica dal punto di vista socio-economico ha la stessa certezza relativa delle medesime affermazioni da parte delle scienze umane e sociali: abbiamo detto certezze "relative" e possiamo parlare anche di "opinabilità". Ma l'opinabilità è chiaramente un'imperfezione per una dottrina magisteriale. Non è possibile ritrovare per qualche altra via il carattere apodittico degli insegnamenti della Chiesa?

L'altra via esiste ed è rappresentata dal "senso comune", ossia da quella conoscenza umana naturale che non ha l'opinabilità delle scienze ma l'incontrovertibilità dell'esperienza che tutti fanno e che tutti reciprocamente si comunicano (4). Quando il magistero parla di fatti storici o di problemi d'attualità, esso non rileva tali fatti e non concepisce tali problemi soltanto sulla base di giudizi opinabili delle scienze umane: le scienze umane forniscono tutt'al più il linguaggio tecnico con cui si descrivono i fatti o si formulano i problemi, ma è il senso comune a fornire la certezza che i fatti hanno determinate caratteristiche morali e suscitano determinati interrogativi morali, cui il vangelo è chiamato a rispondere. Questa è, per fare alcuni esempi, la certezza che ha portato la DSC a trattare nel modo che sappiamo la "questione operaia" (Rerum novarum), il problema dei conflitti internazionali (Pacem in terris), la necessità di affrontare con senso di responsabilità cristiana i problemi dello sviluppo dei popoli meno avvantaggiati (Populorum progressio) e la nuova sensibilità nei confronti della dignità di ogni lavoro umano (Laborem exercens). E' evidente che il riferimento ad altri problemi dell'attualità sociale deriva la sua forza argomentativa - la sua capacità di ottenere un consenso pacifico - non dall'opinione di qualche scuola sociologica o antropologica, bensì dall'evidenza empirica che tutti gli uomini del nostro tempo possono avere di tali problemi al livello del senso comune.

 

 

3. Destinatari della dottrina sociale della Chiesa.

 

A questo punto appare scontata la risposta alle ultime tre domande: a chi parla la Chiesa, da chi si aspetta ascolto e consenso, e che cosa mira ad ottenere. All'opinabilità naturale delle scienze umane - la DSC non può aggiungere una certezza di tipo soprannaturale: il che significa che la Chiesa, quando utilizza le categorie classificatorie e assiologiche delle scienze umane, non pretende di "canonizzare" o in qualche modo confermare le ipotesi e le scelte metodologiche degli uomini di scienza (economisti, sociologi, politologi, giuristi); non è ad essi, come tali, che la DSC si rivolge. La DSC si rivolge invece ai credenti, perché è ai loro occhi che essa ha un'autorità divina che le consente di superare l'opinabilità delle scienze umane con le certezze derivanti dalla Rivelazione. I credenti, poi, non hanno bisogno di appartenere alla stretta cerchia degli uomini di scienza: la DSC - anche questo lo abbiamo detto - si esprime sostanzialmente con il linguaggio del senso comune, parlando di realtà sociali che sono sotto gli occhi di tutti, con apprezzamenti e giudizi di valore immediatamente condivisibili, proprio perché basati sulle percezioni etiche del senso comune (talvolta denominate "coscienza morale della gente comune").

In secondo luogo, la Chiesa si rivolge anche ai non credenti, secondo una prassi di evangelizzazione e di dialogo che prende le mosse della dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII, il quale nel 1963 volle parlare non solo ai fedeli della Chiesa ma anche a "tutti gli uomini di buona volontà". A costoro - che per definizione sono persone che non credono all'autorità divina del Magistero - la DSC può interessare soltanto come una voce tra le altre nel dibattito socio-politico: una voce autorevole, non certamente per particolari competenze scientifiche ma per la sapienza dei secoli di civiltà cristiana che facilmente viene riconosciuta da tutti; in questo senso Paolo VI soleva dire che la Chiesa è "esperta in umanità"(5). Ed è proprio in questo contesto che acquistano rilevanza epistemologica le caratteristiche della DSC che prima enunciavo ossia che la DSC fa ricorso in maniera sistematica all'etica naturale (o diritto naturale), sulla quale è possibile il più ampio consenso interreligioso e interculturale; e poi che il linguaggio della DSC si basa sul senso comune, che è appunto la piattaforma naturale d'intesa tra tutti gli uomini; al di qua delle differenze linguistiche dipendenti dalle variabili storiche, etniche e culturali.

Rivolgendosi a credenti e non credenti, la DSC ha come specifico obbiettivo (logica pragmatica del discorso) la formazione e lo sviluppo della coscienza morale a tutti i livelli, predisponendo così le menti e i cuori all'accoglimento della legge di Cristo, perché tutti in qualche modo cooperino all'avvento del Regno. E' quanto insegnava Giovanni Paolo II nel 1991: "La dottrina sociale ha di per sè il valore di un o strumento di evangelizzazione: in quanto tale, annuncia Dio il mistero di salvezza in Cristo a ogni uomo, e, per la medesima ragione, rivela l'uomo a se stessa. In questa luce, e solo in questa luce, si occupa del resto".(6)

 

NOTE

 

1) Cfr. Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 30 dicembre 1987, n. 41. Si veda anche quanto scrive G. Cottier, nel suo saggio: Le statut épistemiologique des documents du Magistère dans le demain social, in AA.VV., L'Eglise et la question sociale aujourd'hui, Presses Universitaires, Friburgo (Svizzera) 1984, pp. 78-85.

2) Cfr. E. Gilson, Le Thomisme, XVI ed., Ed. Vrin, Parigi 1965, pp. 3-18.

3) Si ricordi il testo magisteriale più importante a questo riguardo: Pio XII, enc. Humani generis, 12 agosto 1950. Lo sviluppo di questa dottrina, con particolare riferimento alla teologia morale si trova in Giovanni Paolo II, enc. Veritatis splendor, 6 agosto 1993. Si veda in proposito: Carlo Huber, Presupposti epistemologici, in AA.VV., "Veritatis splendor": testo integrale e commento filosofico-teologico, Ed. San Paolo, Cinisello balsamo, 1994, pp. 251-256.

4) Si vedano i tre studi che ho dedicato all'epistemologia in rapporto al senso comune: A. Livi, Filosofia del senso comune (Logica della scienza e della fede), Ed. Ares, Milano 1990; Il senso comune tra razionalismo e scetticismo (Vico, Reid, Jacobi, Moore), Ed. Massimo, Milano 1992; Il principio di coerenza (Senso comune e logica epistemica), Ed. Armando, Roma 1997.

5) Paolo VI, enc. Populorum progressio, 26 marzo 1967, n. 13.

6) Giovanni Paolo II, enc. Centesimus annus, 1 maggio 1991, n. 54.