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I diritti dell'uomo tra l'etica e la politica

nella vita della comunità internazionale

Giorgio Filibeck

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C'era una volta il 1989... Sull'onda degli stupefacenti avvenimenti di quell'anno fatidico, in cui regimi oppressivi ritenuti fino allora ineluttabili e imperituri si liquefecero come neve al sole, quasi senza spargimento di sangue, una brezza euforica prese a spirare nella vita internazionale e alcuni pensarono che una nuova età, dei diritti dell'uomo e dei popoli, fosse cominciata. Sembrò disegnarsi il quadro nuovo di una comunità internazionale finalmente liberata dalle contrapposizioni ideologiche della guerra fredda, che avevano così a lungo inquinato ogni dibattito sui diritti dell'uomo mediante reciproche accuse, tanto sterili quanto strumentali, destinate a lasciare immutata la vergognosa realtà delle tragiche violazioni di tali diritti, perpetrate con il complice silenzio di interessi economici, ideologici e politici. Il mutato clima sembrò autorizzare le più rosee speranze per l'attività di un'organizzazione internazionale, come quella delle Nazioni Unite, nata con la vocazione di "preservare le generazioni future dal flagello della guerra" e con l'ambizione di "proclamare la fede nei diritti fondamentali dell'uomo" (Preambolo della Carta di San Francesco, 26 giugno 1954).

Forse, per ritrovare uno stato d'animo simile a quello che si manifestò nel 1989, specialmente dopo l'abbattimento del muro di Berlino, bisogna appunto ritornare alla fine della Seconda Guerra Mondiale e all'inizio, immediatamente successivo, dei lavori che portarono poi alla proclamazione della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (10 dicembre 1948), quel luminoso documento germinato dalle tenebre della guerra, ma la cui adozione apparve già segnata dall'ombra dell'ideologia, proiettata dall'astensione dei Paesi del blocco comunista (otre a quella dell'Arabia Saudita, con motivazioni di ordine religioso, e del Sud Africa, che muoveva i primi passi verso l'iniqua codificazione dell'apartheid, il cui smantellamento fu avviato proprio nella provvidenziale congiuntura del 1989).

Da quell'annus mirabilis emerse il miraggio, lusinghiero e promettente, di una vita internazionale governata secondo il "diritto internazionale dei diritti dell'uomo". L'ampiezza del consenso sembrò addirittura imporre tali diritti all'attenzione delle autorità politiche quasi come una reincarnazione di quella lex naturalis che, illo tempore, costituiva il punto di riferimento per gli ordinamenti giuridici dell'Europa cristiana. Il miraggio non era del tutto illusorio, perché il pendolo dei diritti dell'uomo ha sempre oscillato tra i poli dell'etica e della politica, fin dalle prime dichiarazioni storiche, maturate nei sanguinosi contesti della guerra per l'indipendenza degli Stati Uniti d'America e della Rivoluzione Francese.

La Dichiarazione universale del 1948, riflette bene la dimensione etica dei diritti dell'uomo, René Cassin, uno dei padri della Dichiarazione delle Nazioni Unite, ha definito tale testo come "il primo documento di ordine etico che l'umanità organizzata abbia mai adottato" (1968).

Già dal primo articolo della Dichiarazione si sprigiona una forza etica: "tutti gli esseri umani... sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in uno spirito di fraternità". Un'utopia visionaria? E' comunque singolare che proprio all'inizio di una dichiarazione di diritti, si sia avvertito il bisogno di inserire un dovere e di quella natura. Ovviamente, bisogna riconoscere che il termine di "fraternità", non è esente da ipoteche. Si tratta di una parola la cui genealogia va studiata attentamente, perché cela qualche insidia ideologica. Tuttavia, la carica etica di un simile spirito di "fraternità" è molto potente e supera i limiti angusti di un marchio di origine, perché risponde all'esigenza profonda di ogni coscienza umana: il sentimento che siamo tutti membri di una medesima famiglia, come afferma il preambolo della Dichiarazione e come d'altronde ha sempre insegnato la Chiesa, a partire da una "buona novella" sulla quale non si è potuto registrare unanime consenso nell'ambito delle Nazioni Unite.

La grande sfida che la comunità internazionale si è trovata davanti dopo l'adozione di tale Dichiarazione è stata la necessità di tradurla in formulazioni di carattere giuridico, vincolanti perché provviste della forza di legge. Si può affermare che, in tale prospettiva, il lavoro intrapreso a livello internazionale è stato finora abbastanza soddisfacente e ha portato a una fioritura di strumenti giuridici che riflettono quasi tutti i principi enunciati nella Dichiarazione universale. Non altrettanto soddisfacente è stata la recezione di tali strumenti negli ordinamenti legislativi nazionali e ancora meno soddisfacente il rispetto dei diritti dell'uomo nella pratica.

A tale stato di cose non si è potuto rimediare per lungo tempo a causa delle polarizzazioni evocate prima. Ogni blocco ha cercato di tirare la coperta dei diritti dell'uomo nella direzione dei rispettivi interessi. Così, per esempio, la polemica intorno al primato di alcune categorie di diritti rispetto ad altre - per intenderci, diritti civili e politici contro diritti economici, sociali e culturali - ha prodotto uno stallo penoso nella capacità degli organismi competenti delle Nazioni Unite di intervenire efficacemente per la difesa e la promozione dei diritti dell'uomo. Oggi, dopo la "vittoria" dell'Occidente, è inquietante osservare come l'offensiva contro i diritti economici e sociali prosegue - oserei dire con sfrontatezza - da parte di alcuni grandi Paesi, malgrado le tante volte conclamata indivisibilità dei diritti dell'uomo, con il pretesto che non di diritti si tratterebbe, bensì di mere indicazioni di principio, prive di un'effettiva giuridicità.

Nell'euforia del 1989 si è cercato di imprimere un nuovo dinamismo alle istituzioni internazionali e il pendolo è sembrato spostarsi dagli interessi politici verso i criteri etici. Ma, piuttosto rapidamente, ci si è resi conto che nella comunità internazionale, chiamata ad assumere con rinnovato slancio l'impegno in favore dei diritti dell'uomo, serpeggiavano ancora tensioni laceranti, delle quali costituì un esempio rivelatore la scandalosa diversità di atteggiamento da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite da un lato verso la cosiddetta Guerra del Golfo e, da un altro lato, nei confronti del conflitto scoppiato poco dopo sul territorio della ex-Jugoslavia.

Il magico slogan allora in voga, di un "nuovo ordine internazionale" alle porte, è drammaticamente smentito e, in tale cornice, si può comprendere meglio la lungimirante sollecitudine con cui Giovanni Paolo II, nel suo messaggio alla recente Assemblea Generale delle Nazioni Unite (New York, 5 ottobre 1995), ha suggerito audacemente l'elaborazione di un "accordo internazionale che affronti in modo adeguato i diritti delle nazioni", nonostante le varie e autorevoli profezie che annunciano la fine delle nazioni, sotto la spinta apparentemente inarrestabile del processo di "globalizzazione".

Un segno eloquente dell'incertezza che contraddistingue l'attuale fase della vita internazionale è stato offerto proprio dalla Conferenza mondiale sui diritti dell'uomo, tenutasi a Vienna nel 1993. convocata per sottolineare il 45° anniversario della dichiarazione universale e per rilanciare l'attività delle Nazioni Unite nel campo dei diritti dell'uomo, la Conferenza ha inciampato fin dalla fase preparatoria sulla cruciale questione dell'universalità di tali diritti. Una questione che tocca da vicino anche la loro dimensione etica e che in sede filosofica resta irrisolta, poiché non si è trovato un accordo sul fondamento irrefutabile di tali diritti - "l'illusione del fondamento assoluto", ha scritto Norberto Bobbio (1964). Per non entrare in un circolo vizioso, forse sarebbe meglio lasciare alla ricerca accademica l'ulteriore approfondimento di una questione teoreticamente fondamentale ma praticamente meno rilevante - come aveva già notato Jacques Maritain (1947). Se è vero che solo adeguate motivazioni possono influire sui comportamenti, è altrettanto vero che motivazioni possono influire sui comportamenti, è altrettanto vero che motivazioni diverse possono approdare a condotte analoghe e, in ogni caso, l'eventuale convergenza sul piano dottrinale non assicura automaticamente azioni corrispondenti sul piano reale. Il valore dei diritti dell'uomo non risiede in definitiva nel rigore di un astratto ragionamento geometrico, ma nel vigore della convinzione che tali diritti formano i tratti indelebili e comuni che uniscono ogni persona umana - caratterizzandone appunto l'umanità - e che rimandano alla dimensione trascendente della sua dignità. Sotto tale luce appare incomprensibile e inaccettabile l'aberrante logica del terrorismo, che ancora una volta ha colpito con il recentissimo e atroce assassinio dei sette monaci francesi, sequestrati dai guerriglieri islamici - quindi dei credenti - in Algeria.

A Vienna, l'universalità dei diritti dell'uomo ha potuto essere riaffermata vincendo la resistenza frapposta soprattutto da alcuni Paesi non occidentali, ma una simile resistenza è il chiaro sintomo che un numero non trascurabile di Paesi avverte nell'insistenza sul tema dei diritti dell'uomo un modo con cui i Paesi occidentali cercano di esercitare una pressione indebita u questioni che vengono percepite come rientranti esclusivamente nella sfera della sovranità nazionale.

Ecco dunque che il pendolo è tornato verso il polo politico e un tale spostamento star riportando indietro ogni timido avanzamento verso una responsabilità sovranazionale in una materia che pure, a Vienna, è stata considerata come "una legittima preoccupazione della comunità internazionale". Sotto tale profilo sarà interessante attendere l'esito del dibattito attualmente in corso presso le Nazioni Unite sulla proposta di una Corte penale internazionale permanente.

La dimensione etica dei diritti dell'uomo conosce un altro attacco, di tipo più ideologico, che si manifesta all'interno del mondo occidentale, con il distacco sempre più accentuato dall'idea di una persona umana titolare di diritti dal concepimento alla morte naturale e inserita in una comunità anzitutto famigliare ma anche sociale, all'interno delle quali la persona può svilupparsi liberamente e pienamente secondo quell'armonica interazione prevista dall'art. 29 della Dichiarazione universale. Sottratti ad una visione capace di equilibrare diritti e doveri, in quanto accorata ad un'antropologia integrale della persona umana, i diritti dell'uomo divento allora teatro per ogni manipolazione e entrano in una deriva di stampo essenzialmente positivista. Allo stesso tempo si fa strada un'aggressiva corrente di pensiero che, interpretando in modo estremista il diritto a non essere discriminati, cerca di allargare la sfera dei diritti fino a includervi ogni comportamento e ogni tendenza, spingendosi a equiparare sotto tale tutela non solo gli esseri "umani", ma tutti gli esseri "viventi"!

La concezione etica dei diritti dell'uomo è così sottoposta oggi al concentrico assalto di coloro i quali ne mettono in dubbio l'universalità in nome di una specificità culturale che copre di fatto specifiche violazioni di tali diritti, e di coloro i quali ne dilatano l'estensione fino a un'ipertrofica individualizzazione che vanifica il loro corretto esercizio.

Si è ormai aperta una "guerra dei diritti dell'uomo" - ancora un caso di quel "conflitto tra interpretazioni" così caro all'ermeneutica contemporanea - sul cui terreno si scontrano non solo due contrapposte e dichiarate visioni - definite secondo la felice sintesi di Mary Ann Glendon (1991) come quella "dignitarian" e quella "libertarian" - ma agiscono pure interessati e occulti calcoli di poter, che intorbidano ancora di più il confronto. In fondo, per parafrasare il titolo di una celebre opera letteraria, siamo "alla ricerca dell'universalità perduta"...

Vorrei concludere queste brevi riflessioni citando le parole con cui il romanziere tedesco Rudolf Burchardt ammoniva nel 1929 i suoi contemporanei, impietosamente ma profeticamente, e che mi sembrano conservare, purtroppo, la loro attualità: noi siamo tutti quanti una generazione senza speranza. Non sappiamo più dire di no. Il risultato finale non è affatto il diritto contrapposto all'ingiustizia, bensì la negazione di entrambi, diritto e ingiustizia: l'arbitrio".

Lungi dal farci contagiare dal pessimismo, un simile monito deve incitarci ad uno sguardo sempre più lucido e ad un impegno sempre più determinato per impedire che l'oblio della dimensione etica dei diritti dell'uomo produca il risultato di un uomo senza diritti.