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Famiglia ed economia nella Dottrina sociale della Chiesa

Mons. William Murphy

Vescovo ausiliare di Boston

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Il lavoro e la famiglia sono i due pilastri sui quali poggia la moderna Dottrina sociale della Chiesa. Nel corso di questi ultimi 100 anni, si è potuto individuare, nei principi sociali cattolici, un’intima connessione tra la famiglia e il lavoro produttivo. Si può ben confermare, attraverso ulteriori studi specifici, la fondamentale intuizione dell’insegnamento sociale cattolico, e cioè che la più basilare istituzione della società, la famiglia, è un fattore economico e, come tale, ha un ruolo da svolgere nello sviluppo di una buona e sana economia.

 

 

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Introduzione

 

La moderna Dottrina sociale della Chiesa da Leone XIII a Giovanni Paolo II, è stata costruita su due fondamentali pilastri: il lavoro e la famiglia. Sebbene il principio che guida tutte le riflessioni sulla persona nella società sia la dignità e il valore della persona creata ad immagine di Dio e redenta da Gesù Cristo, i Papi di questo ultimo secolo si sono concentrati sul significato del lavoro facendone il tema principale della loro riflessione e del loro insegnamento. Ciò è vero dalla Rerum novarum alla Quadragesimo anno agli importanti messaggi di Pio XII alla Mater et magistra alla Populorum progressio alla Laborem exercens, Sollicitudo rei socialis e Centesimus annus. Può essere riscontrato anche nella Gaudium et spes del Concilio Vaticano II. Nonostante i Pontefici non le abbiano dedicato delle specifiche encicliche, non c’è dubbio che la famiglia sia parte essenziale della loro riflessione sulla società e l’economia, fin dagli inizi. Di più: l’insegnamento sulla famiglia, specialmente nella Gaudium et spes e nella Familiaris consortio, come pure nella catechesi di Giovanni Paolo II sul medesimo tema, offrono un ricco materiale per approfondire la concezione della relazione reciproca tra queste due realtà nel pensiero sociale della Chiesa. Scopo di questo breve articolo è presentare le testimonianze di questi documenti e proporre alcuni brevi commenti sul loro significato.

 

 

 

Le fonti principali

 

Nella Rerum novarum, Leone XIII chiarisce abbondantemente che una delle maggiori preoccupazioni che lo avevano indotto a scrivere, era quella per la famiglia.

All’inizio della sua enciclica, subito dopo aver individuato i diritti della persona, Leone XIII tratta del diritto alla proprietà privata che assume una particolare rilevanza per la famiglia. "Quello che dicemmo in ordine al diritto di proprietà inerente all’individuo va applicato all’uomo come capo di famiglia: anzi tale diritto in lui è tanto più forte quanto più estesa e completa è nel consorzio domestico la sua personalità. Per legge inviolabile di natura incombe al padre il mantenimento della prole: e per impulso della natura medesima, che gli fa scorgere nei figli un'immagine di sé e quasi un’espansione e continuazione della sua persona, egli è spinto a provvederli in modo che nel difficile corso della vita possano onestamente far fronte ai propri bisogni (...) la famiglia non meno della convivenza civile (...) è una vera società (...) la famiglia (...) ha dunque (...) diritti almeno uguali a quelli della società civile per la scelta e l’uso dei mezzi necessari alla sua conservazione e alla sua legittima indipendenza (RN 9-10)".

E’ chiaro che la preoccupazione di Leone XIII riguarda la proposta dei socialisti di superare la famiglia, proposta che egli chiama un "grande e pernicioso errore". La famiglia è tuttavia talmente importante che, pur tra i moniti contro l’invadenza dello Stato nella sfera dei diritti della famiglia, Leone XIII ammette che "Se la famiglia si trova in così gravi strettezze che da sé sola non le è affatto possibile uscirne... è giusto in tali frangenti l’intervento dei pubblici poteri, giacché ciascuna famiglia è parte del corpo sociale" (RN 11).

Ciò che rende tutto questo interessante per la nostra riflessione è che Leone XIII presenta immediatamente il tema della famiglia come parte integrante dei problemi dell’economia. Egli non considera l’economia come una questione dei soli individui, ma piuttosto una problematica che comprende la famiglia come un’unità, come un soggetto la cui esistenza e le cui rivendicazioni devono essere considerate parte dell’analisi economica. Egli inoltra afferma che "I figli entrano a far parte del consorzio sociale non da sé medesimi, bensì mediante la famiglia in cui sono nati" (RN 11).

Prosegue poi sostenendo una affermazione di notevole importanza: la proposta dei socialisti di mettere da parte la famiglia comporterebbe, oltre l'ingiustizia, che "Le fonti stesse della ricchezza inaridirebbero, tolto ogni stimolo all’impegno e all’industria individuale" (RN 12). Tutto questo lo fa concludere per l’inviolabilità della proprietà privata. Comunque, ai fini del nostro discorso, è interessante vedere in che misura la famiglia sia una parte integrante della riflessione sull’economia di fronte alla sfida proveniente dal socialismo.

La maggior parte dell’enciclica riguarda la relazione tra lavoro e capitale. Leone XIII lotta contro la tendenza di certi circoli animati da darwinismo sociale a ridurre il lavoratore a merce. Ci deve essere piuttosto una valutazione del lavoro e del capitale così che la vera ricchezza di questo sia determinata con una adeguata valutazione contabile del valore intrinseco e della dignità del lavoratore in quanto persona. Inoltre, tutte le volte che il Papa discute questi problemi, l’individuo non viene mai separato dalla sua esistenza in quanto lavoratore che guadagna per la famiglia. La famiglia è sempre fermamente considerata come un elemento necessario del calcolo economico.

Viene alla luce qui il problema della vita e del giusto salario. Il Papa indica che il lavoro è personale e necessario. Se fosse solo personale, allora un individuo sarebbe libero di accettare qualunque offerta. Invece, dato che è necessario, il lavoro porta con sé alcuni fattori intrinseci che meritano attenzione. "Quando l’operaio riceve un salario sufficiente a mantenere se stesso e la sua famiglia in una certa quale agiatezza, se egli è saggio, penserà naturalmente a risparmiare e, assecondando l’impulso della stessa natura, farà in modo che sopravanzi alla spesa una parte da impiegare nell’acquisto di qualche piccola proprietà. Poiché abbiamo dimostrato che l’inviolabilità del diritto di proprietà è indispensabile per la soluzione pratica ed efficace della questione operaia. Pertanto le leggi devono favorire questo diritto, e fare in modo che cresca il più possibile il numero dei proprietari" (RN 34). Il Papa prosegue argomentando che un simile approccio al problema arreca molti vantaggi per tutti perché le persone sarebbero interessate al successo economico sia per se stesse che per le loro famiglie e le successive generazioni. In effetti un simile approccio creerebbe capitale mentre unirebbe sempre più intimamente i partecipanti in un impegno per il bene dell’economia e della società.

Papa Pio XI prese occasione dal 40° anniversario dell’enciclica di Leone XIII per pubblicare la prima grande enciclica sui problemi sociali di questo secolo. Resa pubblica nel 1931, La Quadragesimo anno ha avuto un impatto straordinario sulla vita dei cattolici. Per i tre decenni successivi, prima e dopo la grande guerra, essa fu il terreno di semina di molti intellettuali cattolici specialmente in Europa ma anche in tutto il mondo occidentale. Uno dei maggiori problemi del pensiero di Pio XI riguardava l’iniquo possesso della ricchezza e l’esigenza, per il bene comune, che la ricchezza eccessiva sia distribuita in modo che ognuno abbia un interesse e una partecipazione nell’economia. Egli tentò di orientare la rotta tra un capitalismo sfrenato riferendosi al bene comune e un socialismo di Stato sostenendo le capacità creative della persona e dei gruppi mediante il principio di sussidiarietà.

Riferendosi a Leone XIII, ampliò l’analisi del giusto salario sostenendo che più i lavoratori partecipano alla proprietà, al management e ai profitti, più essi si impegneranno per il successo dell’azienda (QA 4). Citando Leone XIII, secondo cui il lavoro ha una dimensione sia personale che sociale, Pio XI attua tre importanti applicazioni: sostegno del lavoratore e della sua famiglia, sua partecipazione alla gestione dell’azienda, esigenze del bene comune.

Il primo elemento egli l’aveva già enunciato, l’anno precedente, nella sua enciclica sul matrimonio e la famiglia Casti connubi. Egli si oppone alle situazioni in cui la madre è costretta a lavorare privando la famiglia e i figli della sua presenza. "Bisogna fare di tutto perché i padri di famiglia percepiscano un salario tale che basti per provvedere convenientemente alle comuni necessità domestiche... Sono meritevoli di lode tutti quelli che hanno sperimentato e tentano diverse vie, perché il salario si retribuisca con tale corrispondenza ai pesi della famiglia, che aumentando questi, anche quello si somministri più largo, e anzi, se occorra, si soddisfaccia alla necessità straordinarie" (QA 72). Egli, comunque, collega immediatamente questo tema con la preoccupazione per il benessere dell’impresa e mette in guardia i lavoratori dalla rivendicazione di uno stipendio che in pratica impedisce all’azienda il raggiungimento dei suoi risultati. La nozione classica del bene comune è indicata come una misura che rende possibile il mantenimento di un giusto equilibrio. Inoltre egli nota significativamente che salari troppo bassi o troppo alti creano disoccupazione. L’antidoto a questo è il mutuo aiuto che deriva dal riconoscimento del contributo che viene dato da ogni elemento nella società, lavorando assieme in armonia.

Pio XII si occupò dei problemi dell’uso dei beni materiali, del lavoro e della famiglia, strettamente correlati tra loro, nel suo radiomessaggio dell’ 1 giugno 1941. Egli considera l’economia per il suo ruolo a sostegno della famiglia. In continuità con i suoi predecessori, Pio XII volentieri sottolinea che la proprietà privata è importante per la crescita e la stabilità della famiglia. Egli assume il tradizionale insegnamento sulla famiglia vista come l’unità di base della società e considera l’economia uno strumento per consolidare la vita familiare.

Anche Giovanni XXIII richiedeva un salario che "permetta ai lavoratori di vivere una vita pienamente umana e di far fronte con dignità alle responsabilità verso la propria famiglia" (Mater et magistra). Sembra che egli veda ciò come mutualmente condizionato. In altre parole il contraccambio per questo tipo di salario sicuro è l’impegno del lavoratore, e presumibilmente della famiglia, a contribuire con le proprie capacità "alla produzione e alla stabilità economica dell’impresa" (Mater et Magistra). L’enciclica di Giovanni XXIII usa il termine "socializzazione", un termine che sembra essere stato utilizzato solamente da lui, con il quale sembra intendere una sinergia tra progresso sociale e sviluppo economico "così che tutte le classi di cittadini possano partecipare all’aumento della produzione".

Un settore che Papa Giovanni ha esaminato attentamente è quello dell'agricoltura. Egli ha fornito un'ampia riflessione sui problemi del mondo dell' azienda agraria e specialmente di quella a dimensione familiare. Tra le sue proposte, egli ha anche incluso i doveri dello Stato verso gli agricoltori, compresa la richiesta di sussidi ove fosse necessario. Egli ha anche detto che gli agricoltori e le loro famiglie dovrebbero diventare "protagonisti del loro stesso miglioramento". Per realizzare ciò, associarsi è una necessità vitale. Papa Giovanni sembra ritenere che l'associazione tra le famiglie porti con sè una forza che permetterà alla famiglia di dare un contributo che farà aumentare la produttività e migliorerà la situazione dell'azienda familiare.

Ciò che è più interessante nella Mater et magistra è la trattazione dell'incremento demografico e dello sviluppo economico. E' stata questa la prima volta che un'enciclica sociale ha affrontato in modo specifico questo argomento. Il Papa accetta l'argomento che l'aumento della popolazione può essere più veloce dello sviluppo economico in varie parti del mondo. Egli ricorda anche la diminuzione del tasso di mortalità dovuta all'igiene e ad altri miglioramenti. Questi fattori hanno condotto alcuni a proporre vari metodi per il controllo della popolazione. Papa Giovanni riconosce l'esistenza di molte questioni e problemi. Egli si pronuncia con chiarezza contro qualsiasi metodo di controllo demografico che "vada contro l'ordine morale stabilito da Dio e che offenda l'autentico inizio della vita umana". Ciò che colpisce è che egli fa notare che la soluzione reale a questa sfida consiste nello sviluppo della scienza e della tecnologia e "nello sviluppo economico e nel progresso sociale, che rispetti e promuova i valori umani, individuali e sociali ... in modo conforme alla dignità dell'uomo e al valore immenso posseduto da ogni singola vita umana ... in una collaborazione su scala mondiale che permetta e favorisca uno scambio ordinato e fruttuoso di conoscenze utili, di capitali e di mano d'opera". In selguito egli parla dell'importanza fondamentale della famiglia e dell'educazione. Riprenderemo tutto questo più tardi.

Comunque, è utile far notare che l'argomento, sostenuto a lungo dalla Santa Sede nei consessi internazionali, e cioè che la via più appropriata per risolvere i problemi sociali è quella dello sviluppo integrale piuttosto che i programmi di controllo demografico, fu posto nel 1961 da Giovanni XXIII, virtualmente all'inizio di questo dibattito. Il tempo e l'esperienza hanno dimostrato che aveva ragione.

Papa Paolo VI assunse la questione sociale e la fece diventare "mondiale". La sua enciclica sullo sviluppo assunse il problema così come era dibattuto nei circoli internazionali, diede ad esso una forma e una sostanza e fece dello sviluppo un principio della Dottrina sociale della Chiesa. La validità perenne della Populorum progressio è stata espressa da Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis. L'intento di Paolo VI era di raccogliere le varie forze della vita economica internazionale e incitarle alla pratica dell'equità e della giustizia mediante lo sviluppo di adeguati strumenti commerciali basati sul rispetto della dignità di ogni nazione e di tutti i popoli. Fedele alla pietra di paragone della Dottrina sociale, la dignità della persona umana è il criterio ultimo. E' in questo contesto che il Papa spiega che la persona trova se stessa e la propria identità "nel suo ambiente sociale in cui la famiglia svolge un ruolo fondamentale" (PP 36). "La famiglia naturale, monogamica e stabile ... deve rimanere il luogo dove le varie generazioni si incontrano e si aiutano l'un l'altra a crescere e ad armonizzare i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale".

Altrove Paolo VI elogia la famiglia come il fondamento che abilita le persone ad entrare con sicurezza nella vita pubblica ed economica e così divenire cittadini attivi e creatori dell'economia (Cf. Omelia nella festa della Sacra Famiglia, 5 gennaio 1964). Questo tradizionale insegnamento sulla famiglia è posto da Paolo VI nel contesto della sua richiesta di solidarietà planetaria e di fratellanza tra i popoli che saranno in grado, a causa dei legami che li uniscono, di dare il proprio contributo al positivo sviluppo dell'economia su scala mondiale. Paolo VI vede la conquista della solidarietà come una condizione che migliorerà la situazione economica e contribuirà per un migliore clima economico e sociale per tutti.

Prima di arrivare a Papa Giovanni Paolo II, può essere opportuno esaminare brevemente l’insegnamento del Concilio Vaticano II nella Gaudium et Spes. La seconda parte di questa costituzione pastorale esamina quattro ambiti della vita sociale e politica: famiglia, cultura, vita economica e politica. La sezione sulla famiglia riassume gli insegnamenti tradizionali su questo tema, collocandoli però in una nuova prospettiva che emerge con chiarezza dall’ermeneutica di questo documento particolare. La sezione sull’economia ribadisce puntualmente quanto è stato affermato in lettere pontificie ed encicliche. La vita economica e sociale è nuovamente assunta sotto il criterio del suo servizio alla persona umana (GS 63). "Il fine ultimo e fondamentale dello sviluppo economico non consiste nel solo aumento dei beni prodotti né nella sola ricerca del profitto o nel predominio economico, bensì nel servizio all’uomo, dell’uomo integralmente considerato" (GS 64). "Tutti i cittadini devono ricordarsi che essi hanno il diritto e il dovere... di contribuire secondo le loro capacità al progresso della loro propria comunità" (GS 65).

L’attuale questione familiare circa la marginalizzazione e la sicurezza sociale emerge quando i Padri conciliari affermano "La giustizia e l’equità richiedono che la vita dei singoli e delle loro famiglie non si faccia incerta e precaria tramite una certa mobilità che è un aspetto necessario delle economie in via di sviluppo" (GS 66). Questa preoccupazione per la persona nella sua integralità è anche espressa nella richiesta di un sufficiente riposo e tempo libero, compreso il tempo da dedicare alla famiglia, quale segno di una organizzazione del lavoro in cui il lavoratore è considerato come l’autentico soggetto del lavoro stesso. Infine, il principio dell’universale destinazione dei beni del creato è adoperato per affermare che "A tutti gli uomini spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alla propria famiglia" (GS 69).

Non c’è in questa Costituzione nessuna nuova acquisizione riguardo a famiglia ed economia. Vengono ribadite le posizioni classiche: l’economia è a servizio della persona, la persona ha diritto a un salario sufficiente che nel calcolo tenga conto della famiglia, al lavoratore deve essere concesso un tempo sufficiente per coltivare la sua propria vita, familiare e non, l’economia deve provvedere ai beni sufficienti per una vita conveniente, e nello stesso tempo dare la possibilità ad ogni lavoratore di dare il suo apporto personale. Con ciò approdiamo al Santo Padre, Giovanni Paolo II.

L’ansia per la famiglia è stata una delle caratteristiche salienti dell’attuale pontificato. La creazione di questo Pontificio Concilio ne è il più evidente esempio.

In ogni caso, la quantità di messaggi e riflessioni che il Santo Padre ha dedicato alla famiglia sono indicativi della sua convinzione che la famiglia è veramente la chiave del futuro della società. Se la dignità della persona e i suoi diritti sono la grande sfida che ci sta davanti alle soglie del Terzo Millennio, la difesa e la promozione del matrimonio e della vita familiare sono la condizione fondamentale per la prosperità di ogni società e comunità. Al contrario, l’indifferenza verso la famiglia o anche l’opposizione ad essa da parte dello Stato e delle sue leggi può condurre, alla fine, alla distruzione della società.

Esaminando cronologicamente gli scritti del Santo Padre, vi si trova, fin dall’inizio, la convinzione che la famiglia è un reale ed effettivo "agente di sviluppo" (Cf. Visita ed limina dei vescovi argentini, 28.10.1979). La famiglia è vista come una forza positiva per l’economia e il bene della società proprio in quanto famiglia. C’è, nella struttura della famiglia, una realtà sociale primordiale, che avrà un impatto positivo sulle possibilità dell’economia e del miglioramento sociale.

Le fonti di queste affermazioni sono rintracciate nel libro della Genesi. Nella Redemptor hominis, Giovanni Paolo II riflette sul significato della storia della creazione come una spiegazione di cosa succede mentre l’uomo, accostandosi al suo mondo, sviluppa le proprie capacità, un mondo che comprende il lavoro come elemento integrante e originario (cf. RH 4). Il significato dell’espressione a immagine di Dio a proposito dell’essere umano è parzialmente scoperto mediante il lavoro, che è una realtà sociale esperita in primo luogo nella famiglia primordiale di un uomo e una donna. Fin dall’inizio essi sono i soggetti del lavoro e dell’economia perché mediante il loro lavoro essi diventano creatori di beni e co-creatori con Dio nel loro compito di sottomettere e coltivare la terra.

Così "il lavoro è cosa buona per l’uomo... perché attraverso il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura, adattandola ai propri bisogni, ma raggiunge anche il proprio compimento come essere umano e, invero, in un certo senso, diventa più uomo" (RH 9). Come Papa Leone XIII considerava il lavoro come personale e necessario, così Giovanni Paolo II vede che tale dimensione personale porta naturalmente alla "sfera dei valori connessi con il lavoro". Egli ci dice: "Il lavoro costituisce il fondamento per la formazione della vita familiare, che è un diritto naturale e qualcosa verso cui l’uomo è chiamato. Queste due sfere di valori - una connessa con il lavoro e l’altra conseguente alla natura umana e alla vita dell’uomo - devono essere unite e permeate l’una dell’altra" (RH 10).

Ciò comporta la classica espressione per cui il lavoro è il mezzo che permette di fondare una famiglia e di mantenerla. Ma, il Pontefice considera la famiglia anche e soprattutto nel suo ruolo formativo, come educatrice. C’è così una compenetrazione tra lavoro e famiglia perché "il lavoro e l’industriosità" influenzano l’intero processo dell’educazione nella famiglia per la ragione che ognuno diventa un "essere umano" mediante, tra l’altro, il lavoro, e diventare un essere umano è precisamente lo scopo principale dell’intero processo educativo" (RH 10). Questo conduce a importanti osservazioni che offrono indicazioni sulla positiva relazione che la famiglia ha con lo sviluppo economico. "Deve essere ricordato e affermato che la famiglia costituisce uno dei più importanti punti di riferimento per formare l’ordine sociale ed etico del lavoro umano" (RH 10). Si può cominciare a scoprire qui la tesi - che deve essere provata sul terreno dell’economia - che la famiglia è un fattore positivo nello sviluppo di una sana economia e, precisamente attraverso l’essere famiglia e l’adempimento delle proprie funzioni familiari, contribuisce al benessere economico.

Un altro ambito della Redemptor hominis ci permette alcune intuizioni all’interno dell’insegnamento sociale della Chiesa su questo argomento. Discutendo di salario e di altre indennità sociali, Papa Giovanni Paolo II riafferma la classica posizione secondo cui un giusto salario è quello che permette al lavoratore di fondare e mantenere adeguatamente la sua famiglia "e nel contempo provvedere alla sua sicurezza nel futuro". A questo scopo egli parla di un salario familiare, cioè un salario individuale dato al capo famiglia per il suo lavoro, sufficiente per le necessità della famiglia senza che il coniuge assuma un lavoro remunerato all’esterno della casa" (RH 19). Soprassedendo alle errate interpretazioni di questo punto da parte di certe forze nella società occidentale, una in particolare resa pubblica dal Papa che vi si riferì direttamente all’Angelus domenicale, ci dà la possibilità di soffermarci brevemente su un altro aspetto di questo argomento. Il Santo Padre afferma: "L’esperienza conferma che ci deve essere una rivalutazione sociale del ruolo materno, del duro lavoro ad esso connesso... . Tornerà ad onore della società rendere possibile alla madre... di prendersi cura dei propri figli e di educarli in relazione ai loro bisogni... . Dovere abbandonare questi impegni per assumere un lavoro retribuito fuori casa è sbagliato dal punto di vista del bene della società..." (RH 19).

La preoccupazione del Papa non è primariamente economica, spazia al di là dell’economia e intende comprendere la totalità delle condizioni che costituiscono il bene della società. Due aspetti meritano di esser notati. Il primo è la positiva valutazione del lavoro domestico come ugualmente produttivo per l’economia e il benessere sociale. Il secondo è l’idea che la compenetrazione tra famiglia e mondo del lavoro arreca mutui benefici ad entrambe le sfere.

Il sinodo dei Vescovi del 1980 assunse a proprio tema la famiglia. L’esortazione apostolica postsinodale, Familiaris consortio, è il più ampio degli scritti del Papa sul matrimonio e la famiglia cristiana. Riaffermando che la famiglia è "la prima e vitale cellula della società" il Pontefice parla del ruolo della famiglia nella società come un "servizio alla vita", come la prima educatrice dei cittadini, come "la prima scuola di virtù civiche"... come "qualcosa che deve assumere il suo ruolo sociale" (FC 42). Questa visione considera la famiglia come primo agente nello sviluppo di una buona società e perciò un fattore positivo nella vita economica, sociale, politica e culturale. Riprendendo un tema di Papa Paolo VI, egli applica questa influenza all’"ordine internazionale" assegnando alla famiglia un ruolo da svolgere "cooperando per un nuovo ordine internazionale da quando è solo nella solidarietà planetaria che i problemi enormi e drammatici della giustizia nel mondo, la libertà dei popoli e la pace dell’umanità, possono essere affrontati e risolti" (FC 48).

La responsabilità della famiglia verso la società è un argomento presente anche nell’esortazione Christifideles laici del 1988. Parlando della reciprocità tra persona e società, il Papa presenta la famiglia come il luogo privilegiato in cui quella responsabilità viene assunta. In quanto "cellula" primaria della società, la famiglia ha certamente dei diritti e può aspettarsi di essere sostenuta e promossa dallo Stato. In ogni caso, in quanto prima "cellula", la famiglia ha un dovere nei confronti dello sviluppo della società. Da un lato essa deve essere sostenuta non solo con mezzi culturali ma anche economici e sociali, dall’altro deve contribuire alla vita sociale mediante la propria partecipazione (cf. CL 40).

Le altre due encicliche sociali di questo pontificato sono la Sollicitudo rei socialis, che commemora il ventesimo anniversario della Populorum progressio di Paolo VI e la Centesimus annus in occasione del centesimo anniversario della Rerum novarum di Leone XIII.

Due punti della Sollicitudo derivano da situazioni negative. Il primo è il problema della mancanza di abitazioni adeguate in tante parti del mondo, risultato dell’urbanizzazione e dei drammatici mutamenti nella demografia di nazioni e popoli (cf. SRS 17). Questo comporta ovvie e immediate conseguenze sul matrimonio e la famiglia, producendo una instabilità che avrà un effetto negativo nell’ambito economico e sul benessere dei lavoratori salariati, specialmente i giovani. Il secondo è l’eterna questione demografica.

Papa Polo VI aveva già affrontato questo argomento in relazione ai suoi riflessi sullo sviluppo, Giovanni Paolo II vi ritorna secondo la stessa prospettiva. Tuttavia egli vi aggiunge un elemento che era stato trascurato nel 1967. I paesi del Nord del mondo si trovano di fronte a un tale calo del tasso di natalità che sono incapaci di riprodurre se stessi. Le politiche antinatalistiche delle nazioni sviluppate hanno condotto ad un nuovo e preoccupante problema. C’è il crescente fenomeno della pressione delle nazioni orientali per un controllo della popolazione, che costituisce una vera e propria minaccia alla libertà, specialmente delle coppie sposate. Ma il nuovo problema è che ciò crea una situazione antitetica allo sviluppo e al vero progresso (cf. SRS 25).

Questo è un punto importante per la crescita economica e lo sviluppo, specialmente nei paesi in via di sviluppo. E’ un luogo comune, in certi circoli, specialmente nel mio Paese, stabilire un’equazione troppo semplice: crecita della popolazione significa disagio economico, controllo della popolazione anche fino alla crescita zero significa maggiori opportunità economiche. Il fatto è che, nei paesi in via di sviluppo, le persone e le famiglie con scarse risorse economiche giustamente considerano i figli come un bene economico sicuro. Tentare di privarli del loro bene prima di dare loro l’opportunità di guadagni economici di altro genere, è sbagliato e, in fin dei conti, non funziona.

Le persone non sono un ostacolo allo sviluppo. Piuttosto lo sviluppo è garantito in modo più sicuro quando si dà alle persone e alle famiglie un interesse nello sviluppo economico.

L’altro ambito in cui la famiglia entra nella discussione sullo sviluppo è attraverso la ripresa della storia della Genesi. Giovanni Paolo II (cf. SRS 30) afferma ancora una volta che l’ammonimento biblico a sottomettere e coltivare la terra è un comandamento divino ingiunto alla famiglia e alla società. E’ il loro progetto di realizzare le loro proprie potenzialità e contribuire al bene della società e al suo progresso economico. Esso corrisponde all’invito divino a essere "co-creatori" secondo il progetto di Dio per questa terra, che vede tutti i beni del creato come appartenenti al patrimonio comune perché destinati da Dio all’uso comune.

Infine, la trattazione della solidarietà nella Sollicitudo rei socialis inserisce nella Dottrina sociale della Chiesa un principio, adeguatamente sviluppato, che avrà utili implicazioni quando riflettiamo sul significato di questo corpus come totalità.

A causa della sua connessione con la Rerum Novarum, la Centesimus annus ripete necessariamente alcuni dei punti più importanti dell’enciclica leonina. La "dimensione sociale" del lavoro comprende la famiglia (cf. CA 6) come pure la preoccupazione per il bene comune. Lungo questi cento anni, abbiamo visto che l’intimo nesso tra famiglia e lavoro produttivo è diventato un punto fisso nell’ambito dei principi della DSC. In relazione a ciò e in riferimento alla estesa trattazione condotta dalla Rerum novarum sui corpi intermedi, Giovanni Paolo II parla della "soggettività della società". Con ciò egli intende che lo Stato non può esaurire le realtà che costruiscono la vita sociale, economica e politica, cioè il bene della società è promosso solo se l’essere umano, il soggetto della società, può realizzare se stesso mediante la partecipazione a gruppi intermedi, "a cominciare dalla famiglia e comprendendo i gruppi economici, sociali, politici e culturali che emanano dalla natura umana stessa e hanno la loro propria autonomia, sempre in vista del bene comune" (CA 13).

E’ importante notare che la DSC non è né "contro lo Stato" né agnostica nei suoi confronti: piuttosto essa ritiene che lo Stato svolga un ruolo positivo nel proteggere e promuovere i diritti umani, nel porre le condizioni per la realizzazione della persona e della società, nel provvedere a quelle necessità per il bene della società, come l’educazione, la garanzia della sicurezza, e nell’essere un veicolo di promozione e incoraggiamento dell’identità culturale e delle tradizioni dei popoli. In questo impegno rientrano certe responsabilità verso il lavoratore e la sua famiglia che tradizionalmente sono assunti sotto la voce giusto salario e altre indennità sociali (cf. CA 8 e 15).

Ciò che rende la Centesimus annus un contributo così stimolante alla Dottrina sociale della Chiesa è la sua positiva - anche se sfumata - analisi del sistema di libero mercato. Solo con la fine dei blocchi e della distanza tra le due superpotenze, il Santo Padre ha potuto affrontare i problemi del sistema capitalista, libero dalle basi e dalle polarizzazioni ideologiche rappresentate dai blocchi, così la preoccupazione tradizionale della Dottrina sociale della Chiesa con la giusta distribuzione del capitale e della ricchezza ora può essere intensificata e, in un certo senso, bilanciata da una nuova attenzione per la produzione del capitale. Giovanni Paolo II ha già affrontato in modo positivo questo argomento nella Sollicitudo rei socialis, con lo sviluppo dell’idea del diritto all’iniziativa economica, un diritto che appartiene sia alla persona, sia ai gruppi sociali e alle nazioni. Ora egli può parlare del libero mercato come "lo strumento più efficiente per collocare le risorse e rispondere effettivamente ai bisogni" (CA 34). Egli sostiene questa tesi spiegando nel n. 42 che il capitalismo è positivo se per esso intendiamo "un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, e della libera creatività umana nel settore dell’economia" (CA 42).

In questo contesto egli nota che "esistono numerosi bisogni umani che non trovano accesso al mercato" (CA 34) e sostiene che dobbiamo trovare le vie per non disattenderli nella ricerca di una economia di mercato che a sua volta deve veder considerati e soddisfatti i fondamentali bisogni umani, incluso, ancora una volta, "un salario sufficiente per mantenere la famiglia".

A causa di questi bisogni egli avverte che, se il profitto è il motivo di fondo del mercato, "non è però l’unico, devono essere considerati altri fattori umani e sociali, che a lungo termine, sono almeno ugualmente essenziali per la vita dell’impresa" (CA 34). Come noteremo più avanti, sta emergendo gradualmente una concezione, non completamente argomentata, che i beni umani della famiglia e per la famiglia sono realmente nello stesso tempo beni per lo sviluppo economico e per la prosperità della società.

Questo risulta ancora più chiaro quando il Papa parla di ciò che egli chiama "l’ecologia umana". "La prima e fondamentale struttura a favore dell’ecologia umana... che cura un ambiente di sviluppo nel quale i bambini possono nascere e sviluppare le loro potenzialità" (CA 39). La consapevolezza di ciò impedisce di pensare alla libertà economica come all’unica libertà, quando invece è "solo un elemento della libertà umana, la cui pienezza può esser utile al bene dell’economia come pure avendo un fine in se stessi". Il Papa propone questo argomento: "L’integrale sviluppo della persona umana nel lavoro non contraddice, ma piuttosto favorisce la maggiore produttività ed efficacia del lavoro stesso... . L’azienda non può essere considerata solo come una "società di capitali", essa, al tempo stesso, è una "società di persone" (CA 43).

Dato che si tratta di una società di persone e dato che il diritto alla libera e creativa intrapresa economica deve essere rispettata dallo Stato, il Papa fa un’altra osservazione che interessa il nostro tema. Si tratta del suo giudizio nei confronti del Welfare State. Egli dice che il principio di sussidiarietà rappresenta per noi una lezione ad andare cauti con il Welfare State che cerca di controllare totalmente le vite dei cittadini. Egli osserva: "Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento disordinato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti... Sembra, infatti, che conosca meglio il bisogno e riesca meglio a soddisfarlo chi è ad esso più vicino e si fa prossimo al bisogno" (CA 48).

In questi casi, si richiede una nuova solidarietà e il rispetto del prossimo che permettano la fioritura di nuove iniziative economiche. I gruppi intermedi avranno un ruolo sempre più centrale per favorire iniziative di questo tipo. Tra questi c’è, come naturale, la famiglia, che può essere chiamata una comunità di lavoro e solidarietà (CA 49). La famiglia e le altre società intermedie lavorano per il bene della società e quindi sono gli strumenti più adatti per lo sviluppo sociale, economico, politico e culturale.

 

 

Riflessione

 

E’ chiaro che i Pontefici non hanno direttamente esaminato in modo specifico la questione dell’economia familiare, come oggetto specifico. Piuttosto essi erano interessati, prima di Paolo VI, ai problemi economici locali e nazionali e al loro impatto sulla famiglia. Per questo essi hanno inserito il tema familiare, in quanto elemento costitutivo, in ogni discussione sui problemi economici. Con Paolo VI, e poi con Giovanni Paolo II, emerge un cambiamento consapevole che guarda ai problemi economici come elementi di più ampie sfide mondiali. In un certo senso, questo significa leggere i classici principi della Dottrina sociale della Chiesa in scala più ampia. Per esempio il principio del bene comune, che viene riferito di solito alla comunità locale o nazionale. Infatti, a far tempo da Paolo VI, la nozione di bene comune è applicata alle relazioni internazionali della "famiglia delle nazioni".

C’è un bene comune dell’intero mondo internazionale. Di più, la Dottrina sociale della Chiesa ha sviluppato ciò e affronta quindi gli aspetti globali dei problemi cercando di analizzare la complessità del mondo contemporaneo con specifico riferimento a quei fattori globali e internazionali.

Così, la discussione sul datore di lavoro indiretto nella Laborem exercens, lo sviluppo del principio di solidarietà nella Sollicitudo rei socialis, o i molti riferimenti agli attori internazionali, come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, evidenziano una consapevolezza crescente che non possiamo più legittimamente guardare ai problemi locali e nazionali come se fossero separati dalle influenze e implicanze internazionali.

Cosa possiamo allora imparare dall’insegnamento pontifico e conciliare, che possa aiutarci a capire meglio la relazione "economia-famiglia"?

Riconosciuto che c’è una differenza nel modo di impostare la questione al tempo di Leone XII e in seguito, cioè la questione del lavoro e del mondo del lavoro in senso concreto, possiamo vedere che ci sono delle implicazioni che possono essere applicate nel senso ampio e moderno del termine.

La prima è il fatto che la famiglia è fondamentale per capire le dinamiche del mondo del lavoro. Questo è basato sulla dignità della persona, che ha naturalmente diritto al matrimonio e alla famiglia. Ciò è espresso nella valutazione di quanto costituisce un salario sufficiente che comprende sempre la famiglia. Così, da Leone XIII in poi, vediamo che le organizzazioni economiche devono considerare la famiglia e provvedere ad essa. Questa responsabilità ad un certo punto ricade sullo Stato ma, usando il principio di solidarietà, Pio XII vede questo principalmente come un compito di chi ha responsabilità economiche e solo secondariamente dello Stato, un compito che lo Stato esercita solo per proteggere il lavoratore contro un ingiusto sfruttamento.

Inoltre Leone XIII ha presente il ruolo positivo che l’economia può svolgere per la famiglia. La proprietà privata è vista sia come un bene sia come uno stimolo che può fare della famiglia un soggetto economicamente produttivo.

Mentre, ancora incipiente in Leone XIII e in una certa misura sviluppato da Pio XI, è già presente la visione della famiglia come una unità sociale con una influenza positiva sull’economia e il mondo del lavoro. La stabilità e il buon funzionamento della famiglia è il contributo principale. Infatti, la discussione di Leone XIII sulla proprietà privata e la famiglia, sembra cominciare ad aprire una strada per lo sviluppo. Questa idea è assunta ulteriormente da Giovanni XXIII la cui riflessione, riguardante in modo particolare l’azienda familiare, indica la convinzione che una buona vita familiare migliora l’economia. Questa posizione è sottolineata dalla discussione sul problema demografico in cui egli sembra sostenere l’argomento morale che la vita familiare e dei figli, contro le negative politiche demografiche, sono forze positive per il benessere economico.

Il Concilio Vaticano II non ha dissodato nessun nuovo terreno, limitandosi a ripetere il principio fondamentale secondo cui l’economia è per la persona e la famiglia. I Padri conciliari affermano, però, che le famiglie sono tra le istituzioni che hanno la responsabilità per il bene dell’economia.

Come abbiamo già detto sopra, Paolo VI ha impostato i vari problemi della giustizia sociale, compresi i temi della famiglia e del lavoro, in una visione globale, chiamando le nazioni a rispondere ai problemi dell’economia e della giustizia sociale come fenomeni planetari. Così la preoccupazione per la famiglia riguarda anche come le forze del mercato internazionale la influenzano. Le politiche internazionali, specialmente quelle relative ai problemi dello sviluppo e della popolazione, possono essere giudicate attraverso la famiglia, come uno dei criteri fondamentali.

Giovanni Paolo II, comunque, ci fornisce le indicazioni più chiare di cosa significa questa relazione. Ci sono due approcci da tenere presenti: come l’economia influenza la famiglia e come la famiglia influenza l’economia.

La base di tutto ciò è la convinzione che esse si compenetrino e si condizionino reciprocamente. Perciò, la visione fondamentale è che, dato che c’è questa "compenetrazione, bene familiare e bene economico" devono essere perseguiti per il loro bene reciproco e per il bene della società.

L’economia continua ad avere tutte le specifiche responsabilità che le sono state riconosciute da Leone XIII in poi. L’economia deve servire la persona, rispettare e promuovere la sua dignità attraverso un giusto salario e indennità sociali. Queste comprendono anche un salario familiare, per il principio fondamentale del diritto naturale a formare una famiglia e per il ruolo svolto dalla famiglia come prima e vitale cellula dell’intera società.

In conseguenza di ciò le politiche economiche che danneggiano la vita familiare devono esser rivedute. Anche le politiche e i programmi statali devono esser giudicati in base al loro impatto positivo o negativo sul bene e sulla stabilità della vita familiare. Esempi negativi sono l’eccessiva presenza del Welfare State e la mancanza di basi certe, come l’abitazione, necessari per una vita familiare stabile. Le organizzazioni internazionali e multilaterali hanno una simile responsabilità specialmente riguardo ai problemi concernenti il controllo demografico, ove la libertà e la dignità della famiglia, specialmente nei paesi in via di sviluppo, è considerato il problema maggiore, dato che può essere negativamente influenzata da politiche economiche che comportano programmi violenti di controllo forzato della popolazione.

Ciò che rende questo compito particolarmente interessante e stimolante è l’efficacia potenziale della famiglia nell’economia secondo la Dottrina sociale della Chiesa. Riferendosi frequentemente al racconto della Genesi, Giovanni Paolo II ne fa un paradigma per comprendere la responsabilità di persone e famiglie per il "bene della terra" e per lo sviluppo delle risorse del creato. Giovanni Paolo II vede la famiglia come un soggetto centrale dell’intera vita sociale ed economica della comunità, sia nazionale che internazionale. Ciò si basa sulla convinzione che una buona vita familiare è una condizione solida per una buona e ricca economia, perché famiglie solide assicurano la stabilità sociale per lo sviluppo. Il Papa, comunque, dice molto di più. Dato che la famiglia è il luogo della prima educazione e della prima formazione delle capacità dei figli, futuri cittadini, la famiglia avrà un impatto positivo o negativo sull’economia.

Come una economia povera avrà una influenza negativa sulla famiglia, così una famiglia lacerata e instabile non è in grado di dare un contributo positivo al bene della società, incluso il bene dell’economia. Questo può logicamente condurre alla conclusione che la famiglia è un fattore importante nella creazione di capitale e deve essere valutata positivamente come un soggetto che contribuisce alla creazione di capitale nella continua sfida per favorire una crescita economica.

Senza avere a disposizione studi empirici, è difficoltoso sostenere la tesi che questo sia stato dimostrato dalla ricerca scientifica. Comunque, la coerenza dei concetti della Dottrina sociale della Chiesa argomenta per la logicità di una tale tesi. Gli studi del Prof. Becker, assieme ad altri, come vengono espressi nel suo libro Human Capital (terza edizione, Chicago 1993), indicano che i fattori umani possono essere quantificati e misurati nei loro effetti sull’economia.

Senza entrare in questo campo, che va oltre la mia competenza, permettetemi di osservare che tali studi potrebbero benissimo confermare la visione fondamentale della Dottrina sociale della Chiesa secondo cui la principale istituzione di base della società, la famiglia, è un soggetto economico e, come tale, ha un ruolo da svolgere per lo sviluppo di una economia ricca e solida.

Il paradigma fondamentale usato da Giovanni Paolo II è quello della solidarietà.

Nei paragrafi 37-40 della Sollicitudo rei socialis egli parte dal fenomeno dell’interdipendenza e arriva allo sviluppo del principio di solidarietà. Come principio di organizzazione sociale in un mondo sempre più complesso, esso fornisce un criterio di misura per l’intero spettro delle strutture sociali, compresa l’economia. Esso può fungere da correttivo a ciò che il Papa considera aspetti negativi del sistema del libero mercato, "la brama esclusiva del profitto" sfidando le forze di mercato a considerare in conto gli aspetti positivi della solidarietà che "ci aiuta a vedere l’altro non come uno strumento qualsiasi, per sfruttarne a basso costo la capacità di lavoro e la resistenza fisica, abbandonandolo poi quando non serve più, ma come un nostro "simile", un "aiuto" da rendere partecipe, al pari di noi, del banchetto della vita, a cui tutti gli uomini sono egualmente invitati da Dio" (SRS 39). La famiglia è l’analogato principale di questa solidarietà. Mentre l’economia ha certe responsabilità nel riconoscere e inserire la famiglia tra le forze economiche, è anche chiamata a riconoscere che la famiglia può esercitare un influsso positivo per il progresso della vita economica e può trovare nella famiglia il punto di riferimento per salvare l’economia dagli eccessi del sistema di libero mercato, rendendola più sensibile ai fattori umani che, come capitale umano aiutano a creare nuovo capitale.

La conclusione che voglio indicare è che la Dottrina sociale della Chiesa ha sostenuto in modo consistente l’importanza della famiglia per il bene della società e dell’economia e ci ha aperto delle strade da esplorare, strade che ci aiuteranno a capire come l’economia e la famiglia si compenetrino per lo sviluppo reciproco e il bene autentico dell’intera società.