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Natura e insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa
Mario Toso
Università Pontificia Salesiana, Roma
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Premessa
Per parlare dell'insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa (=DSC) oggi non si può contare su ricerche specifiche che riferiscano sull'impostazione dei corsi, sulle motivazioni, sui metodi, sui sussidi e sulle modalità interdisciplinari adottate.
Inoltre, occorre tener presente che l'attuale insegnamento, così come viene effettuato, è sotto osservazione perché si trova in una fase di trapasso e di adattamento a causa della ridefinizione dell'identità della DSC. Di fronte alla notevole differenza nella denominazione dei corsi relativi alla DSC e ad una prassi non sempre omogenea sorge la domanda se non sia possibile trovare dei punti di riferimento universali, tali da fornire criteri di orientamento per razionalizzare ed ordinare un'area di studi complessa che non ha ancora trovato una collocazione precisa, rimanendo spesso nell’indefinito o in una posizione di eccessiva sudditanza rispetto ad altre discipline da cui dipende ma con le quali non si identifica.
Quale via imboccare per trovare il bandolo di una matassa piuttosto ingrovigliata sapendo che c'è reciproca influenza tra teoria e prassi e tutto non si può risolvere in un rincorrersi infinito di questioni?
Sembra più opportuno e più vantaggioso seguire la strada indicata, qualche anno fa, dal documento della Congregazione per l'Educazione Cattolica, Orientamenti per lo studio e l'insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa nella formazione sacerdotale, emanato il 30 dicembre 1988. Esso presenta innanzitutto natura, soggetto, metodo, oggetto di studio, contenuti principali della DSC. Solo in un secondo tempo affronta le questioni e le modalità relative all'insegnamento.
Questo approccio è peraltro sollecitato dall'attuale esperienza circa l'utilizzo della DSC nei vari contesti pastorali ed educativi. Sta emergendo, infatti, che un'adeguata valorizzazione della DSC è fortemente ostacolata da preconcetti, incertezze e confusioni relative alla sua collocazione epistemologica.
Ciò invoca evidentemente uno studio più approfondito sul tipo di sapere che la DSC istituisce, specie con riferimento agli ultimi pronunciamenti di Giovanni Paolo II, che l'ha ascritta esplicitamente all'ambito della teologia morale (cf Sollicitudo rei socialis [=SRS], n. 41).
Anche solo da un primo e rapido esame delle principali questioni concernenti la sua figura epistemologica e i suoi inevitabili nessi con altre scienze, con la prassi pastorale e con l'azione di animazione cristiana delle realtà terrene, possono derivare utili suggerimenti circa il suo insegnamento.
1. Quale collocazione nel quadro delle altre scienze?
La DSC, dopo le affermazioni di Giovanni Paolo II, dev'essere considerata un capitolo della teologia morale sociale, quasi un'appendice; oppure, come sembra suggerire lo stesso pontefice, un sapere che, pur appartenendo all'ambito della teologia morale, ha una propria identità ed è relativamente autonomo; oppure una forma di teologia pastorale?
E' facile comprendere che a seconda che si propenda per questa o quella posizione la DSC troverà una diversa collocazione nelle facoltà teologiche e nelle programmazioni accademiche dei corsi.
A questo proposito va registrato che nella prassi vigente essa compare ancora all'interno di Facoltà di filosofia o di scienze sociali o più frequentemente tra i corsi appartenenti a cattedre di teologia morale sociale. Più raramente si riconosce l'urgenza di istituire delle cattedre specifiche. In taluni casi entra a far parte dei corsi di Istituti di pastorale. Trova una considerevole ospitalità negli Istituti di Scienze religiose e nelle Scuole di formazione all'impegno sociale e politico.
Si tratta di soluzioni tutte egualmente pertinenti? E' ancora ammissibile che la DSC sia associata all'insegnamento della filosofia sociale o delle scienze umane?
Sono alcune prime domande derivanti da una sommaria analisi dell'esperienza di questo momento storico legato ad una fase di transizione da una figura più filosofica ad una teologica della DSC.
Agli studiosi vengono però posti interrogativi ancor più radicali. Per taluni, la DSC è retorica sacra o letteratura religiosa che non può aspirare al rango di scienza. Per altri, al credente basta il Vangelo. Per altri ancora, oggi non ha più senso proporre la DSC dal momento che la società è estremamente pluralista, complessa e dinamizzata nella sua processualità storica.
Non è certo questa la sede per rispondere esaurientemente ai quesiti e alle problematiche accennate. Tuttavia, a nostro modo di vedere, alcuni nodi possono essere già sciolti riflettendo sullo statuto epistemologico della DSC, sulla sua dimensione pastorale, sul suo radicarsi in un'ecclesiologia di comunione e di dialogo ad intra e ad extra. Da ciò deriveranno preziose indicazioni.
2. L'opzione del metodo induttivo per un approccio più adeguato
Nella definizione dello statuto epistemologico della DSC è indispensabile l'ausilio di un metodo gnoseologico di impronta realista, non idealista. Ossia, un metodo che non è stabilito a priori e al di fuori dell'esperienza cognitiva che si ha della DSC.
Procedendo in tal modo se ne coglie la verità non tramite concetti prefabbricati, ma ricavandoli a partire dall'unità originaria che si stabilisce tra pensiero e realtà conosciuta, la quale si impone al primo fecondandolo con il suo essere.
Ebbene, una conoscenza più induttiva che deduttivistica della DSC ci dice che questa ha avuto una fioritura particolarmente rigogliosa in concomitanza all'insorgenza della rivoluzione industriale. La DSC si è gradualmente costituita in un aggiornato corpus dottrinale (cf SRS, n. 1), abbastanza organico, "fuori dalla mappa delle discipline teologiche correntemente praticate, in un "luogo" - l'insegnamento del magistero, ma più precipuamente del magistero papale - che se può trovare una collocazione nella tradizione teologica [...] resta tuttavia una collocazione singolare".
Le ragioni del suo sviluppo sono molteplici. Tra di esse è certamente da annoverare la preoccupazione pastorale dei pontefici di offrire ai cattolici (e non solo a loro) punti di riferimento e di orientamento etico-culturale per la loro azione, in vista della soluzione della questione sociale secondo l'ispirazione cristiana, partendo cioè dalla lettura degli avvenimenti alla luce del Vangelo e della Tradizione.
Detto altrimenti, a fine secolo e all'inizio di questo, la DSC viene alimentata ed irrobustita con atti di Magistero chiaramente teologico-morali.
In una prima fase, è vero, è prevalsa l'interpretazione filosofica, per cui il corso di DSC è stato spesso assegnato alla cattedra di filosofia sociale o di morale sociale. Ciò non significa che essa fosse equiparata in tutto e per tutto alla filosofia, obliandone la dimensione teologica, riducendola al rango di sapere meramente naturale. Il fatto è che, in una società prevalentemente cristiana, si era maggiormente impegnati a mettere in evidenza le esigenze di una retta morale umana logicamente supposta, richiesta e in parte svelata dalla rivelazione che - è facile documentarlo - era ben presente con i suoi contenuti e le sue prospettive nei vari documenti sociali dei pontefici fin dalla Rerum novarum di Leone XIII.
E' con la Gaudium et spes (=GS), preceduta dalla Mater et magistra, in un contesto socio-culturale sensibilmente mutato ed ampiamente secolarizzato, che la DSC, grazie ad un'ecclesiologia della comunione, della missione e del servizio, assume più apertamente ed autorevolmente la sua formalità di sapere teologico teorico-pratico.
Così, appare espressione del ministero di salvezza integrale che la Chiesa è chiamata a svolgere nei confronti di ogni uomo, di tutto l'uomo. Derivando dall'essere apostolico della Chiesa, viene ritenuta atta a rivelare, annunciare, indicare presente e servire l'azione di Dio nel sociale, avente anch'esso, come tutte le altre realtà umane, il suo centro gravitazionale in Gesù Cristo, il nuovo Adamo, venuto per ricapitolare in sé tutte le cose (Ef 1, 3-14; Col 1, 15-20).
La questione sociale che sta al centro dell'attenzione della DSC, usufruendo della nuova coscienza che la Chiesa ha di sé e del suo rapporto con il mondo, viene posta più esplicitamente in ambito di Rivelazione.
Siccome la storia della salvezza non è accanto alla storia degli uomini, ma la pervade tutta, il sociale oltre che essere luogo sociologico è luogo teologico. Il Regno di Dio, già seminato nel sociale, va aiutato ad espandersi, pur tra i mille condizionamenti di strutture di peccato e di egoismi.
Detto diversamente, per la GS la DSC è discernimento per la profezia.
Ma vediamo più in dettaglio alcuni dei momenti più significativi in cui emerge la nuova coscienza della Chiesa a riguardo della DS.
Dopo il Concilio Vaticano II, dopo le deviazioni di alcune teologie della liberazione che tendevano ad immanentizzare la salvezza, Giovanni Paolo II afferma testualmente: "La dottrina sociale della Chiesa non è una "terza via" tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un'ideologia, ma l'accurata formulazione dei risultati di un'attenta riflessione sulle complesse realtà dell'esistenza dell'uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell'insegnamento del Vangelo sull'uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell'ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale. L'insegnamento e la diffusione della dottrina sociale fanno parte della missione evangelizzatrice della Chiesa" (SRS n. 41).
Soprattutto dall'ultima affermazione si può evincere che per Giovanni Paolo II la DSC, sapere teologico teorico-pratico, ha una caratterizzazione ecclesiologica e pastorale. Nella Centesimus annus (=CA) ciò sarà così esplicitato: "La dottrina sociale della Chiesa [...] annuncia Dio ed il mistero di salvezza in Cristo ad ogni uomo e, per la medesima ragione, rivela l'uomo a se stesso. In questa luce, e solo in questa luce, si occupa del resto [...]" (CA 54), delle varie realtà sociali.
Nella coscienza di Giovanni Paolo II l'annuncio della DSC è componente essenziale della nuova evangelizzazione (cf CA n. 5).
In altre parole, la DSC non può essere considerata facoltativa per la comunità ecclesiale, per l'educatore alla fede e per la testimonianza. E' indispensabile dal punto di vista apostolico e pedagogico. Senza il suo apporto non si può educare globalmente e far crescere alla fede matura né i singoli credenti né le comunità ecclesiali e religiose; e così, non si può servire adeguatamente l'uomo, per favorirne una promozione ed una liberazione secondo la sua vocazione trascendente.
3. A quale tipo di sapere teologico teorico-pratico appartiene la DSC?
Per precisare meglio l'identità della DSC occorre considerarne almeno il soggetto, l'oggetto materiale e l'oggetto formale.
Giovanni Paolo II, presentando la DSC come espressione dell'essere apostolico della Chiesa e più in particolare della sua missione evangelizzatrice, offre una traccia preziosa per risalire al suo soggetto che non può che essere la comunità ecclesiale. A ben riflettere, si tratta di un soggetto collettivo, che non è indifferenziato, bensì articolato organicamente in tante componenti, ognuna delle quali svolge un proprio ministero in termini di complementarità e di reciprocità (non sempre simmetrica), radicandosi nella comunione con Cristo.
Nella formulazione, nell'annuncio, nella testimonianza e nella celebrazione della DSC c'è una partecipazione diversificata di competenze, che però è, o dev'essere, comunitaria e corale giacché i soggetti particolari (pastori, laici, religiosi/e, Chiese locali, Conferenze episcopali, parrocchie, comunità di base) vivono in comunione tra loro grazie a Cristo e al suo Spirito.
La considerazione del soggetto plurale e comunionale della DSC induce subito a dire che la sua validità ed adeguatezza di sapere, il più completo approfondimento dei suoi contenuti, il suo insegnamento e la sua efficacia pastorale ed umanizzatrice dipendono dagli apporti di intelligenza e di impegno qualificati di tutte le componenti ecclesiali, raccordate ed armonizzate tra loro. Mostra, inoltre, una delle ragioni di differenziazione della DSC rispetto alla teologia morale generale e speciale, la quale ha normalmente il proprio soggetto (codificatore, promulgatore, diffusore) nei teologi moralisti, siano essi sacerdoti o laici o religiosi.
La teologia morale non è promulgata da pontefici o da Conferenze episcopali. D'altra parte, le encicliche e i vari documenti sociali non sono elaborati in sedi accademiche, tramite una riflessione sistematica di ricerca e di giustificazione dei principi che debbono regolare la condotta, anche se usufruiscono della professionalità di coloro che vi insegnano. Nascono più che altro da un'interazione che viene stabilita tra soggetti promulgatori, studiosi di varie discipline (bibliche, teologiche, sociali, economiche, giuridiche, politiche, ecc.), persone sperimentate ed illuminate, e si colloca ermeneuticamente all'incrocio tra Vangelo, Tradizione, Teologia Morale, Magistero sociale precedente e questione sociale contemporanea (cf CA n. 59).
4. L'oggetto materiale della DSC.
Ulteriori elementi di caratterizzazione della figura epistemologica della DSC si possono ricavare studiandone l'oggetto materiale.
Non va, però, persa la giusta prospettiva, che è quella teologica, giacché, come già si è detto, la questione sociale è manifestamente inserita in contesto di Rivelazione ed è al centro della sollecitudine pastorale della Chiesa, cui spetta il dovere-diritto di evangelizzare il sociale.
Data la formalità della DSC - sapere teologico, cristocentrico (cf CA n. 54), teorico (contiene principi di riflessione, criteri di giudizio) e pratico (offre orientamenti pratici per l'azione costruttrice della società) -, occorre esplicitare ed approfondire il senso compiuto di quanto afferma la CA: "L'uomo in società è l'oggetto proprio ed immediato della Dottrina sociale della Chiesa" (CA 54).
Si tratta evidentemente dell'uomo concepito relazionalmente, storicamente situato, ossia operante nelle istituzioni sociali, strutture e mediante esse, mentre ne è a un tempo ineluttabilmente condizionato ma anche sovradeterminatore. Ma è chiaro che, alla luce di quanto si è detto sul soggetto e sulla vocazione evangelizzatrice della DSC, non ci si può fermare a questa presentazione del suo oggetto materiale. E' necessario trascendere la datità fenomenologica di certe affermazioni delle encicliche per rigorizzarle alla luce dell'insegnamento complessivo.
Procedendo in questo modo, sembra che l'oggetto materiale della DSC rinnovata possa essere individuato più coerentemente sì nella crescita sociale del singolo e dei vari gruppi, ma soprattutto nell'indicazione di ciò che è essenziale per l’azione costruttrice della società secondo l'ispirazione cristiana o, meglio, per una costruzione della vita sociale in modo che questa sia effettivamente ordinata a Cristo, al compimento umano in Dio, senza nulla togliere alla sua sana autonomia terrena, anzi potenziandola. Ossia, per un'opera di costruzione della società che, facendo leva su determinati principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive d'azione, l'innalza favorendo, per quanto possibile su questa terra, l'affermazione del Regno di Dio.
Per quanto detto, risulta evidente che l'oggetto materiale della DSC, sul quale - è bene sottolinearlo - non è elaborato un pensiero compiuto quale quello che si può riscontrare in una teologia morale sistematica o in una teologia della prassi, possiede una natura teologico-morale spiccatamente pratica, ossia relativa alla costruzione del vivere sociale.
Proprio quest'ultima connotazione dell'oggetto materiale differenzia maggiormente la DSC da altri tipi di teologia morale. La pone in una posizione più prossima rispetto all'azione che viene ideata e plasmata all'interno di contesti storici precisi. Le consente di elaborare una progettualità germinale, ideali storici concreti (per usare un'espressione cara a Jacques Maritain). che non equivalgono, però, come è stato inteso specialmente ai tempi di Pio XI, a progetti societari compiuti, che lasciano solo il compito di calarli o applicarli immediatamente alla realtà esistente.
In effetti la DSC, sin dal suo rilancio con Leone XIII, venne configurata non come riflessione e trattazione sistematica di problemi sociali, come poteva essere fatto da una teologia morale sociale, che è la scienza che le è più imparentata e con cui è in relazione di osmosi, bensì come offerta di orientamento teorico-pratico per la prassi animatrice, organizzatrice ed innovatrice dei credenti. Detto altrimenti, la DSC voleva aiutare, e tuttora continua a farlo, ad esprimere sì giudizi etici, ma soprattutto prudenziali, mediante i quali si discernono le peculiarità e le linee di tendenza positive o negative della situazione sociale, si inventano e si attuano profili di società, di istituzioni e di strutture consoni alla crescita umana.
Se questo è vero, ne consegue che qualsiasi insegnamento della DSC non può limitarsi a presentarne la dimensione teologico-morale, obliandone quella pratico-progettuale, rinserrandola nell'astoricità o nelle mura accademiche, senza evidenziarne l'intrinseco legame con il farsi della società passata o contemporanea. La DSC, così com'è sedimentata nei vari documenti, richiede di essere colta ed immessa nei diversi contesti di vita, ossia nei circuiti esperienziali da cui proviene e a cui è destinata.
Qui risulta allora abbastanza evidente che, dal punto di vista dell'insegnamento, non ci si può accontentare delle varie sintesi contenutistiche sulla DSC presenti nel mercato librario e dotate solo di qualche fugace cenno storico. Tali sussidi, peraltro utili a sistematizzare un materiale a volte frammentato e inevitabilmente segnato dalla contingenza, debbono essere valorizzati ed integrati all'interno di un metodo storico-teorico-pratico. Questo consente di penetrare meglio nel costruirsi progressivo della DSC, imparando a divenirne soggetti attivi e responsabili. Immergendosi nella circolarità teoria-prassi che sostanzia, origina ed aggiorna la DSC, non viene formata solo la coscienza morale, ma si perfeziona la propria sapienza teologale e pratica relativa alla concretizzazione del bene possibile della società, senza rinunce o tradimenti dell'ispirazione cristiana, all'interno di una prospettiva del già e non ancora.
5. L'oggetto formale della DSC
L'analisi dell'oggetto materiale ci ha già introdotti in quella dell'oggetto formale della DSC. Difatti si è detto che essa si interessa dell'uomo in società, ma soprattutto della sua azione costruttrice dal punto di vista della Rivelazione e dell'opera di evangelizzazione globale della Chiesa.
La formalità teologico-pratica della DSC è data, dunque, dalla visione cristiana che essa offre dell'uomo e della sua prassi costruttrice; ma è data anche dal fatto che la DSC è espressione dell'essere apostolico della Chiesa che annuncia Cristo come salvatore di ogni uomo, di tutto l'uomo, di ogni società.
In quanto sapere teologico teorico-pratico, elaborato in vista del vivere sociale nelle sue varie specificazioni (economiche, giuridiche, politiche, istituzionali, strutturali, ambientali, culturali e religiose), la DSC si struttura inevitabilmente come sapere non autarchico. Si avvale di una collaborazione interdisciplinare, scientificamente ordinata e ricompresa sotto la formalità che la costituisce, su un piano di transdisciplinarità.
Ciò è esigenza intrinseca dell'autenticità del suo discernimento e della sua profezia che altrimenti resterebbero disincarnati. Sarebbero un esercizio vuoto. Non avrebbero presa sulla realtà concreta del vivere sociale, che rimarrebbe misconosciuto nella sua consistenza ontologica, morale, sociologica, giuridica, politica e culturale.
La DSC, che annuncia la novità di vita portata da Gesù Cristo e suscita processi di liberazione per attuarla entra inevitabilmente in dialogo, oltre che con le scienze bibliche, patristiche, teologiche, con le scienze umane e sociali, per avvalersi del loro indispensabile apporto, beneficandole a sua volta. Come scrive Giovanni Paolo II, essa le integra e "le aiuta ad aprirsi verso un orizzonte più ampio al servizio della singola persona, conosciuta ed amata nella pienezza della sua vocazione" (CA 59).
Quali le conseguenze per l'insegnamento?
Se la DSC si costituisce tra le varie discipline come sapere autonomo frutto di una collaborazione tra scienze, è abbastanza pacifico che ad essa debbano ormai corrispondere, a livello universitario, non solo corsi obbligatori a sé stanti, come suggeriscono gli Orientamenti per lo studio e l'insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa nella formazione sacerdotale, bensì vere e proprie cattedre, cui devono far capo più corsi, per permettere lo studio con un metodo storico-teorico-pratico, interdisciplinare e transdisciplinare allo stesso tempo.
Riconosciutane l'ordinata interdisciplinarietà e ammesse la dimensione costitutiva e la notevole rilevanza pastorali, non si può non vedere la provvidenzialità di quegli Istituti che, tramite un complesso ben organizzato di cattedre, si prefiggono di studiarla, di diffonderla con i mezzi moderni di comunicazione, di prepararne i nuovi docenti ed anche di aggiornarla in stretto contatto con i contesti vitali, rafforzandone fra l'altro la dignità scientifica.
6. La dimensione pastorale della DSC
La dimensione pastorale è intrinseca alla DSC, innanzitutto perché - almeno come insieme di documenti sociali promulgati dai pontefici e dai vescovi - è atto del magistero.
Ma non solo per questa ragione.
Tale dimensione le è connaturale anche perché, come ha evidenziato Giovanni Paolo II, è elemento essenziale dell'evangelizzazione e, quindi, dell'educazione alla fede e della formazione globale.
Le affermazioni di Giovanni Paolo II hanno concorso ad attirare l'attenzione sulla DSC non solo da parte degli operatori pastorali, ma anche dei professori di teologia pastorale o teologia pratica.
Sono diventati oggetto di studio più metodico: l'azione evangelizzatrice del sociale di tutta la comunità ecclesiale; la connessione tra DSC e liturgia; tra DSC e catechesi; tra DSC, pastorale sociale, teologia pastorale generale e speciale.
La riflessione sull'azione ecclesiale circa l'evangelizzazione del sociale e l'organizzazione delle attività connesse cui allude la DSC rinnovata, porta naturalmente a guardare alla teologia pastorale, al suo metodo di analisi e di progettazione, come ad oggetti di indagine non del tutto estranei rispetto ad una dimensione fondamentale della stessa DSC.
Se ciò conduce a studiare meglio i rapporti tra DSC e teologia pastorale, a scorgerne somiglianze e ad immaginare l'aiuto reciproco che possono offrirsi, non vanno trascurati i problemi relativi alla prassi ecclesiale quotidiana.
Per quanto concerne la veicolazione della DSC nella catechesi sono da recensire vari impedimenti. Alcuni derivano dalla stessa DSC, che non essendo sapere sistematico è difficilmente afferrabile, specie quando scarseggiano i sussidi didattici. Altri provengono dagli stessi soggetti dell'evangelizzazione e dell'educazione.
A proposito di questi ultimi non ci si deve nascondere che la recezione della DSC nella catechesi viene ostacolata da concezioni spiritualistiche del cristianesimo, che ne sottodimensionano la valenza sociale e storica e la necessità di inculturazione - legge derivante dall'Incarnazione -, isolando artificialmente l'esperienza della fede da quella della vita.
Quando non siano interpretati correttamente i rapporti tra fede e storia, Chiesa e mondo, evangelizzazione e promozione umana, l'incontro tra DSC e catechesi, tra evangelizzazione e pastorale sociale diviene molto arduo se non impossibile.
Per quanto concerne, invece, il rapporto tra DSC e pastorale sociale è da rilevare almeno che, finché nelle comunità ecclesiali quest'ultima non fiorirà e non si strutturerà organicamente secondo le prospettive tracciate dal Concilio Vaticano II, non si potrà sperare in un'accoglienza degna della DSC nella liturgia, nella formazione, nella testimonianza, nell'apostolato, nelle varie associazioni e nei movimenti ecclesiali o di ispirazione cristiana. La giusta valorizzazione della DSC all'interno della comunità ecclesiale e nell'azione di animazione cristiana delle realtà temporali dipende in gran parte dal rilancio della pastorale sociale.
7. Conclusione
La formalità teologico-teorico-pratica della DSC la inscrive nell'ambito della teologia morale. Tuttavia, la DSC a causa dei soggetti che la promulgano, dell'origine storica, della caratteristica unità che lega i documenti sociali, specie le encicliche, in un unico corpus; della finalità più spiccatamente pratica e progettuale rispetto ad altre teologie morali speciali più dedite alla fondazione e al discorso sistematico; della conseguente elaborazione di diversi ideali storici concreti, mostra di avere una propria specificità e di essere un sapere relativamente autonomo.
Tale sapere, pur possedendo una dimensione pastorale, non si identifica con nessuna teologia pastorale in particolare. Non coincide né con la teologia pastorale sociale di cui è una fonte né con la teologia pastorale generale, perché l'oggetto materiale di queste concerne più precipuamente l'azione ecclesiale che ha come finalità prima la costruzione della Chiesa o meglio del popolo di Dio nel mondo in funzione del Regno. L'oggetto materiale della DSC è relativo alla costruzione della società umana secondo l'ispirazione cristiana.
Mentre le diverse teologie pastorali elaborano una progettualità per l'appunto pastorale, riguardante l'edificazione della comunità religiosa, la DSC enuclea una progettualità relativa all'azione di animazione e innalzamento della società civile.
Ciò premesso viene più facile inquadrare il problema della collocazione dei corsi di DSC nell'ambito delle Facoltà universitarie.
Specie dopo il Concilio Vaticano II sembra che la DSC debba trovare un contesto più connaturale nelle Facoltà di teologia piuttosto che in quelle di filosofia o di scienze sociali. Ciò non significa che debba venir meno l'apporto di studio della filosofia, delle varie scienze umane, delle scienze sociologiche, giuridiche e storiche o che la DSC debba trovare cittadinanza solo nelle università ecclesiastiche. Tutt'altro. Infatti, la DSC non è destinata esclusivamente ai canditati al sacerdozio. Essa è indirizzata a tutti i credenti e agli uomini di buona volontà. Inoltre, non esiste solo sedimentata in documenti ufficiali. Essa, lo sappiamo bene, è spesso divenuta storia gloriosa di liberazione e promozione ed è destinata ad incarnarsi in vari contesti socio-culturali mediante una legittima pluralità di modi e di vie. Rispetto a questo piano di esistenza e di traduzione della DSC svolgono una funzione indispensabile ed imprescindibile le Facoltà di filosofia, di scienze sociali, economiche, giuridiche e storiche. Per cui, se in alcune università, anche cattoliche, non si danno facoltà di teologia, ciò non vuol dire che non debbano esistervi cattedre o corsi di DSC. In questi casi si avrà, ovviamente, una maggior cura nell’evidenziare il carattere teologico della DSC.
L'opzione di porre la DSC all'interno di Istituti di pastorale ha senz'altro ragioni che militano a favore. Ma non si può ignorare che la DSC non è propriamente riflessione sull'azione ecclesiale che si organizza per l'evangelizzazione del sociale e di cui dovrebbe interessarsi la teologia pastorale sociale.
La non sistematicità etica della DSC, la chiara distinzione (non separazione) che esiste tra azione che costruisce la comunità cristiana - inserita nel mondo e in dialogo con esso - ed azione più indirizzata alla costruzione della società umana, inducono a classificarla in una via di mezzo che si colloca tra i diversi saperi teologico-morali aventi struttura di riflessione fondativo-esplicativa o natura pastorale e l'etica immediatamente operativa.
Note
Per i testi delle encicliche e la numerazione seguiamo Dalla "Rerum novarum" alla "Centesimus annus", a cura di R. Spiazzi, Massimo, Milano 1991.
Oltre alle indicazioni della già citata Sollicitudo rei socialis, vanno tenute presenti anche quelle della Laborem exercens e della Centesimus annus. Per alcune brevi riflessioni si veda: M. Toso, Welfare Society. L'apporto dei pontefici da Leone XIII a Giovanni Paolo II, LAS, Roma 1995, pp. 342-349.
G. Colombo, Introduzione in AA.VV., La dottrina sociale della Chiesa, Glossa, Milano 1989, p. 9.
"Riaffermiamo anzitutto che la dottrina sociale cristiana è parte integrante della concezione cristiana della vita" (Mater et magistra n. 231).
Su questo punto si legga M. Toso, Dottrina sociale oggi, SEI, Torino 1996, pp. 76-82.
Cf M. Toso, Dottrina sociale oggi, pp. 82-85.
"Essa - scrive Giovanni Paolo II - cerca [...] di guidare gli uomini a rispondere, anche con l'ausilio della riflessione razionale e delle scienze umane, alla loro vocazione di costruttori responsabili della società terrena" (SRS, n. 1).
P. De Laubier, La pensée sociale de l'Église catholique. Un idéal historique de Léon XIII à Jean Paul II, Éditions Universitaires, Fribourg (Suisse) 1986.
Cf M. Toso, Dottrina sociale oggi, pp. 34-35 e p. 229.
Cf ib., pp. 2-6.
Cf ib., pp. 98-111.