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I diritti umani: idea o realtà?

Zbigniew Borowik

Redazione de "La Società" - Varsavia

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Nei giorni 7-10 maggio 1998 si è tenuta a Varsavia la V Settimana sociale, promossa per la terza volta dall’Azione Cattolica dell’Archidiocesi di Varsavia, quest’anno con il contributo dell’Associazione Cattolica Civitas Christiana. Quattro giornate di riflessione e preghiera comuni, che hanno visto centinaia di appartenenti alle due organizzazioni, provenienti da ogni parte della Polonia, dibattere il problema dei diritti umani e tentare un raffronto fra ideale e realtà presente.

La V Settimana Sociale è stata inaugurata da una Messa solenne, con omelia del Cardinale Józef Glemp, Primate di Polonia. Al termine del rito, i partecipanti hanno seguito l’intervento del Rev. Dr. Andrzej GaBka su Il contributo dell’Archidiocesi di Varsavia alla difesa e alla promozione dei diritti umani.

Lo spunto per affrontare il tema dei diritti umani in sede di Settimana Sociale è venuto da due anniversari importanti che ricorrono proprio quest’anno: il cinquantenario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e il bicentenario della nascita della Diocesi di Varsavia. Il titolo stesso della Settimana, I diritti umani: idea o realtà? Denotava appunto l’intenzione non solo di analizzare presupposti (teologici, filosofici, giuridici) ed enunciati teorici, ma anche di perseguire il confronto dei contenuti normativi con la loro attuazione pratica, specie nella realtà polacca. Trattare del significato moderno dei diritti umani, che nel magistero della Chiesa si abbinano costantemente a doveri e si innestano su sane fondamenta antropologiche, rappresenta una vera e propria sfida di fronte agli episodi sempre più frequenti non solo di violazione dei diritti stessi, ma anche di contestazione teorica del loro carattere universale e inscindibile.

Nel corso della Settimana sono stati esposti e discussi nove interventi, suddivisi in quattro blocchi tematici, il primo dedicato alle motivazioni imprescindibili per i diritti universali, inviolabili e inalienabili dell’uomo; il secondo al problema positivo-giuridico della difesa del diritto alla vita; il terzo alla legislazione in favore della famiglia alla luce dei requisiti posti dalla Carta vaticana dei Diritti della Famiglia; il quarto agli aspetti internazionali della difesa dei diritti umani e dei diritti delle nazioni sullo sfondo della problematica connessa all’integrazione europea.

Nella conferenza introduttiva, Mons. Piotr Jarecki, Assistente Ecclesiastico Nazionale dell’Azione Cattolica, si è soffermato su un importante e attuale argomento di riflessione sul problema, l’impressionante grande paradosso della vita dell’uomo: da un lato la sensibilità crescente al rispetto ai diritti umani, dall’altro manifestazioni sempre più nette di violazione della dignità umana. Preoccupa il nostro assuefarci alla presenza di vaste sacche di miseria non solo materiale, ma anche morale, evidenti soprattutto nella varia tipologia delle patologie sociali.

Il cinquantenario della proclamazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo è uno spunto di riflessione sul rapporto della Chiesa con questo eccezionale documento. Va notato che mentre papa Pio XII, durante il cui pontificato il documento fu approvato, mantenne un certo riserbo al riguardo, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II non avrebbero mancato di esprimere giudizi positivi, sottolineandone il grande significato pratico nell’opera di edificazione e rafforzamento della pace nel mondo.

Secondo Mons. Jarecki la Chiesa, pur consapevole di certe sue carenze, valuta positivamente la Dichiarazione. Il documento manca innanzi tutto di un fondamento teorico. Fa infatti risalire i diritti dell’uomo alla dignità della persona umana, senza tuttavia chiarire che cosa questa sia e perché le competano diritti inalienabili. Giovanni XXIII propose il seguente fondamento: all’uomo competono dei diritti in quanto persona, essere libero e razionale creato a immagine e somiglianza di Dio, redento da Cristo e chiamato alla vita eterna. La Chiesa intende cooperare con tutti gli uomini di buona volontà nell’edificazione di un mondo più umano, in cui i diritti umani siano riconosciuti, tutelati e promossi.

De I diritti umani nel magistero di Giovanni Paolo II. Fondamenti e principi ha trattato uno degli ospiti stranieri della Settimana, il Dr. Giorgio Filibeck di Roma, dalla Pontificia Commissione Iustitia et Pax. Secondo il relatore, il magistero dell’attuale pontefice rappresenta un contributo rilevante non solo per la promozione e la difesa dei diritti umani, ma anche in funzione del loro consolidamento in prospettiva cristiana. Un aspetto importantissimo di fronte all’affievolirsi dei principali punti di riferimento della loro teoria e prassi nel mondo contemporaneo. Giovanni Paolo II ha approfondito il fondamento specificamente cristologico dei diritti umani, completando la classica argomentazione teologica sul rapporto tra dignità umana e creazione dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio.

La seconda relazione del blocco tematico dedicato ai fondamenti teorici dei diritti umani, è stata Universalità e inscindibilità dei diritti umani del Rev. Prof. Franciszek Mazurek, dell’Università Cattolica di Lublino. Per prima cosa il relatore si è soffermato su un equivoco, spesso abbinato alla domanda: da quando la Chiesa ha fatto sua la concezione illuministica dei diritti umani? Il quesito andrebbe ribaltato: come il magistero della Chiesa in fatto di dignità umana, di carità evangelica, di uguaglianza e libertà di tutti gli esseri umani ha influito sull’evoluzione dell’idea moderna dei diritti dell’uomo?

Quando si parla di diritti umani va fatta distinzione fra fondamenti, sostanza e tutela. In caso contrario è facile incorrere in errori interpretativi. I diritti dell’uomo risalgono a una struttura ontologica e hanno carattere universale, inalienabile, inamovibile e integrale. L’universalità, nel magistero della Chiesa, è sancita innanzi tutto dall’attribuzione all’uomo del diritto alla vita dal momento del concepimento alla morte naturale. L’universalismo dei diritti dell’uomo nell’accezione della Chiesa è universalismo radicale, ha sostenuto il Rev. Prof. Mazurek.

Per quanto riguarda invece l’integrità dei diritti umani, occorre precisare che sono inscindibili, come inscindibile è la dignità della persona umana, ente materiale e spirituale al contempo. Non occorre essere discepoli di Rousseau per riconoscere i diritti di libertà, né seguaci di Marx per riconoscere i diritti sociali. Le riserve espresse sui diritti sociali dai liberali e dagli autori marxisti frettolosamente "convertiti" al liberalismo soffrono di un vizio metodologico, confondono cioè il fondamento dei diritti umani con gli strumenti della loro salvaguardia, vizio evidenziatosi particolarmente in Polonia nelle controversie insorte sulla presenza dei diritti sociali nella nuova Costituzione. Se il fine dei diritti di libertà e dei diritti sociali è comunque la tutela della persona umana, attribuire la priorità a una o all’altra categoria è sicuramente una questione interpretativa, non inerente alla natura dei diritti stessi.

Il problema è stato oggetto di polemica nel dibattito seguito alla prima parte dei lavori. Il Prof. Adam Strzembosz, primo presidente della Corte Suprema, si è detto convinto che i diritti sociali in seno alla costituzione (il diritto al lavoro o a un ambiente incontaminato) siano solo un cumulo di pie illusioni, dal carattere essenzialmente propagandistico. Non sono, infatti, rivendicabili in sede giudiziaria. "Ma da quando in qua – ha ribattuto il Prof. Mazurek – il procedimento giudiziario è fondamento per riconoscere un diritto?".

La seconda questione affrontata nel dibattito è stato l’enigmatico silenzio di papa Pio XII sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Il Dr. Filibeck ha chiarito che tale scelta fu dettata dall’assenza, all’interno del documento, di riferimenti al fondamento più profondo dei diritti umani, ovvero a Dio. La grande sensibilità di Pio XII per i diritti umani non permette di credere che egli nutrisse riserve verso la Dichiarazione in sé.

Alla tutela da parte della legislazione statale del diritto fondamentale dell’uomo alla vita sono stati dedicati i due successivi interventi: Diritto alla vita e inadeguatezza del diritto positivo del Dr. Marek Czachorowski (UCL) e Tutela del diritto alla vita da parte dal diritto positivo del Prof. Andrzej Zoll (Università Jagellonica di Cracovia).

Il primo relatore ha esordito chiedendosi se il diritto alla vita garantito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo trovi effettivamente riscontro nella realtà giuridica da noi creata, oppure esso ne risulti soltanto stravolto? Il test di equità della legge è la tutela dei più deboli. Se il diritto positivo tutela questi ultimi, merita di essere chiamato giusto, altrimenti risulta espressione di una decisione arbitraria, esempio di applicazione pratica della dottrina di quel positivismo giuridico che la Dichiarazione avrebbe dovuto definitivamente superare.

Il diritto alla vita, ai sensi dell’art. 3 del documento, dovrebbe interessare tutti gli uomini, ma non tutti i legislatori condividono questa posizione. Il relatore ha menzionato il Consiglio d’Europa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e i parlamenti di molti paesi, le cui costituzioni non tutelano debitamente tale diritto. Risulta esemplare, in tal senso, la nuova Costituzione polacca, varata lo scorso anno. Richiamandosi al giudizio del Rev. Prof. Tadeusz StyczeD, il relatore ha sostenuto che pur affermando la tutela giuridica della vita, il documento non insiste su determinate fasi della stessa (per esempio il periodo prenatale), come invece suggerito dal contesto spazio-temporale. Ciò significa che la costituzione merita di essere definita non solo imperfetta, ma anche iniqua. Lo stesso dicasi per la cosiddetta "legge contro l’aborto", che non estende la sua tutela giuridica ai bimbi concepiti in seguito a stupro o portatori di gravi menomazioni fisiche, sebbene meritino comunque grande rispetto i giudici della Corte Costituzionale presieduta dal Prof. Andrzej Zoll, per aver difeso la legge dall’ulteriore liberalizzazione.

Lo stesso Prof. Zoll, nel suo intervento, ha insistito sulla limitatezza del diritto positivo, solo uno dei tanti sistemi normativi che affrontano la difesa della vita. Un rapporto corretto tra diritto e morale implica che il primo non possa imporre comportamenti contrari all’etica vigente in un dato sistema culturale, né proibire ciò che dallo stesso sistema è imposto. Se qualcosa non è contemplato dalla regolamentazione giuridica e, dunque, non è esposto a sanzioni, non vuol dire che sia lecito. Nel sistema democratico la decisione in merito alla sanzionabilità ha carattere politico, dipende dal sistema di valori accettato dalla maggioranza parlamentare, ma anche dalla valutazione dell’adeguatezza della sanzione per contenere la violazione delle norme.

La vita è un valore fondamentale, ma si dibatte intorno al suo valore nei diversi stadi. La vita in quanto valore oggettivo è tutelata in tutto il processo. Cambia solo l’intensità della tutela a seconda delle condizioni di vita. Dunque la Costituzione polacca stabilisce – a dispetto di quanto asserito dal Dr. Czachorowski – che a ciascuno sia garantita la tutela della vita, ma senza il riconoscimento del diritto alla vita stessa.

La difesa della vita prima della nascita è uno dei problemi più spinosi del nostro tempo – ha affermato il Prof. Zoll. La vita dell’essere concepito è un valore oggettivo, che prescinde dalla volontà della madre. È un bene giuridicamente tutelato. Solo su questa base può essere esaminata la questione dell’intensità della tutela stessa. La decisione in merito rispecchierà i presupposti assiologici del legislatore e, di conseguenza, avrà carattere politico.

Rispetto ai casi specifici di non punibilità dell’aborto (rischio per la vita della madre, gravidanza causata da reato, gravi lesioni del feto), va ricordato che la loro adozione è stata frutto di un compromesso. La non punibilità non implica, comunque, la liceità morale. Il legislatore si è limitato a riconoscere l’impossibilità di costringere una madre a dare alla luce un figlio per esempio con una grave lesione cerebrale. In questo caso l’impedimento dovrebbe scaturire dalla coscienza e non dalla sanzione giuridica.

Il relatore ha anche analizzato le questioni della fecondazione in vitro, della legittima difesa, della pena di morte e dell’eutanasia. Ha concluso affermando che l’efficacia della regolamentazione giuridica è estremamente limitata se non supportata dalla morale.

Il successivo blocco tematico è stato dedicato all’aspetto comunitario dei diritti dell’uomo, individuabile in primo luogo nei diritti della famiglia. Mons. StanisBaw Stefanek ha sviluppato un intervento su Autonomia della famiglia alla luce della "Carta dei Diritti della Famiglia". Ha dapprima ricostruito la genesi del documento vaticano e accennato alla sua promozione in Polonia, in atto da alcuni anni. Si è soffermato particolarmente sulle origini dell’autonomia della famiglia, che vanno ricercate nello stesso atto creativo di Dio il quale, assegnando all’uomo il compito di "dare al mondo una famiglia", rese autonoma quest’ultima. Dio ricavò il modello di comunità familiare dalla sua Trinità. Siamo pertanto fatti a Sua immagine e somiglianza sia in quanto persone sia in quanto famiglie.

Per conoscere i limiti di tale autonomia si può ricorrere al repertorio di diritti-postulato contenuti nella Carta dei Diritti della Famiglia e riassunti nell’esortazione Familiaris Consortio. Il relatore si è limitato a esaminarne i più importanti. Il primo è il diritto (o postulato) all’esistenza e allo sviluppo della famiglia. Non è difficile rilevare come la sua realizzazione sia circoscritta dalla miseria materiale imperante. Il secondo è il diritto a realizzare la propria responsabilità nell’opera di trasmissione della vita. Si parla molto del dovere di accogliere il dono della vita, poco invece della responsabilità per la missione della famiglia. Si impongono perlomeno delle condizioni minime per la sua realizzazione e qui si coglie precisamente l’esigenza di un’adeguata politica sociale in favore della famiglia. Viene poi il diritto all’intimità della vita matrimoniale e familiare, alla stabilità del vincolo e dell’istituto matrimoniale, a educare i figli secondo le proprie tradizioni culturali e religiose. Ma come mettere in atto tali diritti in una realtà che vede agire massicciamente schemi culturali negativi, dai quali la famiglia è sospinta oltre gli argini fondamentali della vita?

Nella discussione seguita all’intervento del Monsignore, ha preso la parola l’onorevole Urszula Wachowska di PoznaD, per riferire di come sia intesa la politica sociale a favore della famiglia in seno alla Commissione Parlamentare per la Famiglia. "Si sta studiando un sistema fiscale profamiliare. Sussiste una diversità di opinioni sui dettagli (un quoziente per famiglia ovvero una quota fissa da detrarre), ma l’idea prevalente è di favorire in modo specifico le famiglie numerose, risultato che intendiamo conseguire entro un quadriennio. È impossibile arrivarci nei tempi brevi auspicati da tutti. Vorremmo anche creare le condizioni economiche perché le madri possano dedicarsi autonomamente allo svezzamento dei figli. Sono certa che molte madri preferirebbero rimanere a casa, se le condizioni economiche lo consentissero. Il ruolo della madre in casa è insostituibile. La tutela della maternità non può limitarsi a tre mesi di aspettativa. È condizione indispensabile per la salute di tutta la società".

Il quarto e ultimo blocco tematico è stato dedicato agli aspetti internazionali della difesa dei diritti umani. L’intervento introduttivo è stato tenuto dal direttore Dariusz Sobków, in rappresentanza del ministro Ryszard Czarnecki, Presidente del Comitato per l’Integrazione Europea. Il relatore ha trattato dei problemi inerenti agli imminenti negoziati per l’adesione della Polonia all’Unione Europea. Ha esordito ringraziando gli organizzatori per aver voluto affrontare l’argomento. Infatti, se la Polonia aspira a una posizione negoziale forte, la politica del Governo deve essere promossa nella coscienza della nazione. Il governo desidera l’appoggio dell’opinione pubblica per la sua politica di integrazione perché l’appartenenza alle strutture europee è garanzia di sicurezza e benessere per tutti i cittadini della Repubblica.

L´ altro ospite straniero della V Settimana Sociale, il Rev. Prof. Gaetano de Simone dell’Università Lateranense, ha parlato di Diritti dell’uomo nella legislazione dell’Unione Europea a cominciare dal problema generale dei diritti umani nel contesto della Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa fino a problematiche connesse alla reale presenza dei diritti stessi nella forma attuale della legislazione comunitaria.

Considerati il carattere, i principi e le finalità, precipuamente economico-tecnologici, all’origine della Comunità prima, poi dell’Unione Europea, la tutela dei diritti umani non aveva trovato immediatamente in queste sedi la giusta collocazione e il giusto riconoscimento. Inizialmente il problema fu di esclusiva competenza del Tribunale di Giustizia del Lussemburgo. Tuttavia il graduale processo di integrazione, specie in seguito al Trattato di Mastricht, avrebbe dimostrato la necessità di creare un sistema omogeneo di tutela dei diritti umani, in grado di recepire tutta la complessità dei rapporti internazionali dopo la caduta del muro di Berlino.

Il riconoscimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali nel sistema comunitario è stato definitivamente sancito nel preambolo all’Atto Unico Europeo del 1986 e nella risoluzione del Parlamento Europeo del 12 aprile 1989. Il Preambolo si richiama ai diritti fondamentali riconosciuti nelle costituzioni dei paesi membri, nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali e nella Carta Europea dei Diritti Sociali Fondamentali. La risoluzione del Parlamento, invece, contiene un intero repertorio di diritti e libertà fondamentali, che esprimono il richiamo dell’Unione a determinati valori umani fondamentali.

L’evoluzione del sistema di difesa dei diritti umani – ha sottolineato il relatore – è tanto più interessante perché rivela un richiamo non solo ai diritti e alle libertà civili classici, nati dalla tradizione liberale, ma anche a diritti sociali, economici e culturali rimasti trascurati nella prassi del Consiglio d’Europa e della CSCE/OSCE. Tutto questo significa che i diritti umani nell’Unione Europea non rappresentano semplicemente un’aspirazione idealistica, ma una realtà riconosciuta e giuridicamente tutelata. Una realtà la cui definizione continua a richiedere impegno.

L’ultima relazione, intitolata Diritti delle nazioni e problema dell’integrazione, è stata svolta dal Prof. Antoni KukliDski dell’Università di Varsavia. Inizialmente il relatore ha indicato cinque possibili scenari per il futuro dell’Europa: la continuazione del welfare state; la concorrenza "darwiniana"; un modello "thurowiano", accentuante il significato della scienza; il modello "Singapore" (sicurezza e benessere a discapito della democrazia); il modello cristiano, conforme alla visione dell’Europa di Giovanni Paolo II, comunità dello spirito, terra di giustizia sociale dove la libertà non è minata, ma dove sono introdotte limitazioni al capitalismo assoluto. È superfluo precisare che solo quest’ultimo è degno di essere realizzato.

Per quanto concerne i diritti delle nazioni, va detto che con l’entrata in vigore dell’unione valutaria (1.01.1999), si chiuderà l’epoca degli stati nazionali, inaugurata dalla pace di Westfalia. Sorgerà un nuovo tipo di stato, in cui l’idea di autodeterminazione verrà sostituita dall’idea di codeterminazione. Entrando a far parte dell’Unione Europea, perdiamo la sovranità intesa in modo tradizionale, ma ne guadagniamo una nuova. Passiamo dal modello di stato piramidale al modello di stato "reticolare".

Come si colloca in questo sfondo l’interesse nazionale polacco? Andrebbe considerato nel "lungo periodo" e non nell’immediato, populisticamente. Vi è un conflitto di interessi fra una "Polonia di serie A", già oggi capace di competere sul mercato europeo, e una "Polonia di serie B", che ne è priva. L’ideale sarebbe che la prima, mossa da solidarietà sociale, tendesse la mano alla seconda e che questa, a sua volta, non ostacolasse la prima nel suo cammino di sviluppo. Fattore di primaria importanza per la nazione è l’istruzione, il solo a poterci garantire competitività in seno all’Europa unita.

Nel dibattito seguito a questa sezione dei lavori è emersa la preoccupazione che si accompagna alla prospettiva di integrazione nelle strutture europee. Ci si è interrogati sull’agricoltura polacca, sulla situazione del mercato del lavoro, sul futuro del settore minerario, sull’eventualità di acquisizione massiccia di terra da parte degli stranieri una volta entrati a far parte dell’Unione Europea.

La riflessione sui diritti umani nel corso della V Settimana Sociale ha dimostrato che essi sono stati in parte attuati, in parte restano nella sfera degli ideali. A una consapevolezza sempre più netta in tal senso, fanno da contrappunto esempi di negligenza o di esplicita violazione. L’ottimismo è dato dal fatto che, perlomeno nell’ambito della cultura euroatlantica, l’idea dei diritti dell’uomo conserva la sua vitalità in quanto punto di riferimento nell’edificazione dell’ordine sociale.