ELOGIO

Elogio o laudatio aveva almeno due accezioni principali: 1. il significato generale di discorso elogiativo, l'elogio appunto, a volte accompagnato dal canto: laudationes modulatae le chiama Svetonio (Nerone, 20.3); 2. i significati particolari di deposizione favorevole davanti al giudice, di orazione funebre, di lettera ufficiale di ringraziamento delle province (che di solito si inviava nel mese di febbraio) per la buona amministrazione. I cristiani da parte loro accostarono la laudatio (laudes) alla confessio, soprattutto nell'esposizione dei salmi.

Il latino elogium (da una contaminatio, sembra, del greco elegeion con il latino eloquium) rievoca innanzitutto una iscrizione in versi, di carattere commemorativo o celebrativo, vicina all'epitafio, ma così stringata che non rare volte si presenta oscura. Il metro elegiaco ben si prestava a scolpire, con lapidaria brevità, le virtù dell'uomo, del quale si voleva perpetuare il ricordo, nel monumento; è infatti composto, nella forma più frequente dell'epigramma, da due versi (distico), chiamati tradizionalmente esametro e pentametro, il cui schema, nella scansione pura, si presenta come una successione di sei piedi (metri) dattilici (esametro) interrotti da una cesura (normalmente a metà del terzo piede: semiquinaria) e da due kola simmetrici, anch'essi dattilici, nell'interpretazione classica, interrotti da una pausa dopo il terzo piedo (catalettico in syllabam): - v v, - v v, - | v v, - v v, - v v, - x || - v v, - v v, - | - v v, - v v, - . Non mancano tuttavia altre forme metriche.

L'elogio si scolpiva più frequentemente sulle tombe, ma comune era pure l'uso di scriverlo sulle immagini degli antenati, per elencarne con compiaciuta civetteria, dopo il nome e le cariche politiche o civili, le singole imprese. Non sono rari gli elogi fissati anche su stele votive o su monumenti di persone viventi.

E proprio da tale epigrafia laudativa, come sembra, si sviluppò il genere letterario dell'elogio, che poi abbandonò tanto la forma metrica quanto la brevità della composizione, per marcare invece sempre più i toni dell'ampollosità epidittico-dimostrativa dell'oratoria, sia in riferimento ad argomenti di indubbia serietà riguardo a persone e istituzioni, sia in riferimento ad argomenti futili, come l'elogio della polvere, della mosca, della calvizie, della negligenza, soprattutto nelle esercitazioni, definite negativamente retoriche.

Il termine elogio, come laudatio, si caricò o conservò anche contenuti giuridici e giudiziari: elogium era la clausola testamentaria, lo stesso testamento, le generalità e il crimine del delinguente, gli atti del processo.

L'elogio dei Latini corrisponde sostanzialmente, secondo alcuni autori, all'enkomion dei Greci, fissatosi esso pure, con l'andare del tempo, nel genere del discorso laudativo, in versi o in prosa, rivolto agli dei, agli eroi, agli uomini illustri, persino alla propria moglie, mentre in origine era piuttosto un canto corale processionale (prosodiaco) in lode di personaggi insigni (come l'epinicio), o un canto celebrativo conviviale (come lo scolio).

Si oppone all' elogium, ma solo quanto a contenuti, il discorso che potemmo definire di condanna, quali lo psogos, lo skomma, la damnatio memoriae, il biasimo, la censura, coi numerosi verbi, fra i quali i più usati sono: blasfemein, dysfemein, kakologein e kakos legein, loidorein, memfesthai, oneidizein, psegein; così come a laudatio si contrappone vituperatio e i suoi sinonimi.

L'elogio cristiano - In campo cristiano il genere, prestandosi molto bene per la celebrazione dei magnalia Dei, tanto nella creazione, quanto nella 'ricreazione' - redenzione, nonché nella fortezza dei martiri e confessori della fede, e in genere dei santi, assurse a grande splendore, restando tuttavia sempre fortemente legato allo schema formale classico e tradizionale.

Sono stati tramandati brevi elogia cristiani epitimbici (sepolcrali), iconici (didascalici), letterari, in forma metrica (poesia) e in prosa, accanto a lunghe orazioni encomiastiche, un elenco delle quali in nuce potrebbero considerarsi le scultoree sintesi, che di ciascun santo vengono proposte nei Martirologi (martyrum elogia). Tali discorsi evidentemente si debbono ricollegare anch'essi tutti al genere dell'orazione epidittico-dimostrativa.

Ma non mancarono le forme negative dello psogos e dello skomma, contro gli spiriti maligni soprattutto, gli eretici e i nemici della Chiesa. Occorre pure ricordare che presso i cristiani l'elogio, ha subito una peculiare trascrizione semantica, quando da discorso o breve componimento scritto o pronunziato in lode di un personaggio o di qualcosa, divenne eulogia, assumendo il significato di benedizione, rendimento di grazie, dono eucaristico, dono benedetto, qualunque oggetto usato per devozione.

Non sempre è facile distinguere l'elogium dal tractatus o dall'homelia, o dal sermo, del quale l'elogio sembra essere più un sottogenere, che non un diverso genere, così come l' epainos appariva ai Greci una specie appartenente all'egkomion. Comunemente si sottolinea la finalità principalmente didattica del trattato, espositiva biblica dell'omelia e generica del sermo; indubbiamente però l'elogium è più vicino, se non coincidente, con l'homelia enkomiastiké e il sermo panegyricus, di tono specificamente laudativo. Agli elogi dei divi imperatores si affiancano o sostituiscono quelli dei vescovi.

La retorica dell'elogio

Occorre distinguere la definizione dell'elogio, che si potrebbe chiamare sincronica da quella diacronica, e inoltre la definizione dell'elogio in senso lato da quello in senso stretto. Per dare una giustificazione a questa necessaria distinzione basti pensare che il vocabolario del discorso epidittico greco sotto la voce panegyrisai può collocare: egkomiasai, epainesai, epeuphemesai, faidrynai, gnorisai, kallopisai, kosmesai, lamprynai, semnologia, systesai, con termini che contengono in germe la descrizione completa dell'elogio retorico.

Certamente non tutti questi termini sono equipollenti: adein ha la sfumatura dell'elogio poetico; airein suggerisce amplificazione, eulogein, eulogia sono poetici e testamentari.

Gregorio il Taumaturgo nel ringraziamento ad Origene (24.25.29.31.32.33.35.37) definisce i suoi elogi: ainos, epainos, euphemia, time, hymnos.

Molto usati sono pure i verbi hymnein, kosmein, legein, makarizein, thaumazein.

Tuttavia sono le voci enkomion ed epainos, epainein quelli più direttamente connessi con l'elogio in senso stretto, le cui parti essenziali possono riassumersi

 

1.nell'indirizzo ai presenti (proseipein), 2.nel racconto o enumerazione dei meriti (diexienai, aphegeisthai, katalegein), 3.nell'elogio propriamente detto (adein, kosmein, enkomiazein, euphemein, hymnein).

 

 

Volendo dare uno sguardo sintetico al genere si può quindi affermare che l'encomio pagano e cristiano dei Greci, atteso il suo sviluppo, non si distingue marcatamente dall'elogio pagano e cristiano dei Latini, e pur essendo rischiosa ogni divisione e definizione sincronica, si potrebbe anche determinare la sostanziale uguaglianza dello schema compositivo, comprendente innanzitutto il ritratto (imago, genos, fysis) fisico e morale della persona (defunta o vivente) o della istituzione o dell'oggetto preso in esame, gli aspetti positivi (kallos-forma, species, dignitas, pulchritudo) del suo essere, del suo agire, del suo evolversi, e infine l'invito al plauso (makarismos) o al ricordo (memoria), o all'imitazione (mimesis) rivolto ai presenti, o ai lettori, o agli occasionali passanti.

Da qui l'uso, a volte sconsiderato, ma perfettamente in sintonia col genere, dell'amplificazione, dell'esemplificazione spesso unita al confronto, della prosopopea, dell'iperbole e, in campo soprattutto cristiano, della visione, del sogno, dell'intervento diretto divino (che richiama di frequente il deus ex machina dei tragici).

Particolarmente sottolineate, nella trattatistica greco-romana pagana dell'elogio, le cinque qualità fisiche della salute (valetudo), della grandezza (megethos), della velocità (tachos), della robustezza (vires), della bellezza (kallos), e le componenti formative della paideia e del regime politico (politeia).

Nei confronti degli dei è esaltato il loro potere e i benefici effetti della loro protezione. Ingredienti immancabili nell'elogio (discorso) sono l'ammirazione, la gratitudine, l'affetto, la gioia, e, in quelli funebri, la grave perdita per l'umanità intera, la tristezza accompagnata dal lamento, l'assicurazione che il defunto mai verrà dimenticato.

Smaragdo (Liber in partibus Donati. De qualitate nominis, CCM 2T, 303) spiega con esempi la differenza tra l'elogio e il vituperio: ''Magnus imperator'' dicimus laudantes et ''magnus latro'' uituperantes, ''grande malum'' et ''grande bonum'', ''lata et spatiosa lectio, quae ducit ad uitam'' et lata et spatiosa uia, quae ducit ad mortem, ''longa pax'' et ''longa discordia'', ''aperta laudatio'' et ''aperta uituperatio''; sic et reliqua'', mentre Cassiodoro nella Expositio psalmorum dà un'articolata definizione del genere, notando argutamente la differenza tra lo storico che deve trattare tutti gli aspetti e il laudator che può invece spaziare a piacimento solo nei campi che lo interessano: ''Siue (ut patri augustino placet) libera est laudatio a lege narrantis; nam qui texit historiam, necesse habet omnia commemorare plenissime; qui uero laudat, pauca de plurimis tetigisse sufficiet'' (in ps. 104, 476); lo stesso Cassiodoro (in ps. 92, 30) usa sinonimicamente laus e laudatio: ''Et ideo laus sanctae incarnationis eius psalmi istius contextione cantatur. Primus locus est a pulchritudine ipsius, deinde a fortitudine, tertio ab operibus, quarto a potestate, quinto a laudibus uniuersitatis, sexto a ueritate dictorum, postremum a laude domus ipsius, quam decet aeterna exsultatione gaudere. Sic istis septem sedibus argumentorum demonstratiui generis est formata laudatio''.

A volte gloria è connessa a laudatio: ''Gloria enim dicitur celebre praeconium, et frequentata laudatio'' (in ps.23, 186), ''Gloria est multorum ore celebrata laudatio'' (in ps. 70, 170), ''Gloria est bonorum actuum frequentata laudatio'' (in ps. 149, 94).

Una chiara condanna dell'elogio (declamato in onore delle autorità civili), nella sua forma più diffusa del panegirico, si trova, oltre che in autori classici pagani come Tacito (Annales 3,60,3 e 63) e Plutarco (Sylla 13,5), in Isidoro di Siviglia (Etymologiarum [Originum] 6,8,7), il quale, certamente sulla scorta delle sue fonti, compendia e generalizza la condanna di Lattanzio nei confronti della divinizzazione dei sovrani, quale appariva appunto nei panegirici, e afferma perentoriamente che tale genere letterario è immorale e osceno, oltre che falso e pieno di indecorose adulazioni: ''Panegyricum est licentiosum et lasciviosum genus dicendi in laudibus regum, in cuius compositione homines multis mendaciis adulantur. Quod malum a Graecis exortum est, quorum levitas instructua dicendi facultate et copia incredibili multas mendaciorum nebulas suscitavit''.

L'elogio nei documenti postconciliari - Nella raccolta della Banca dati di Documenti Ecclesiali Magistra (1993) la parola elogio (in italiano), non calcolando i sinonimi e le parole affini, ricorre 23 volte al singolare, 2 volte al plurale, 6 volte nel verbo elogiare all'infinito, 1 volta rispettivamente nell'indicativo presente 1pl. e nel participio passato maschile e femminile singolare. Nella maggior parte di questi luoghi il termine viene usato nel significato comune di lode, lodare, che in latino corrisponde quasi sempre alle voci classiche laudare, laudatio.

Vicino alla definizione del genere letterario appare il documento di Giovanni Paolo II sull' VIII Centenario della nascita di S. Francesco d'Assisi, 15 agosto 1982: ''Splendeva come stella fulgida nel buio della notte e come luce mattutina diffusa sulle tenebre'': con queste parole Tommaso da Celano ha presentato s. Francesco d'Assisi, del quale fu il primo biografo. Mi piace rinnovare tale elogio (praeconium), mentre si celebra la memoria dell'ottavo centenario della nascita di questo illustre uomo''; similmente nel Centenario della morte di San Giovanni Bosco (n.3), il 31 gennaio 1988, scrive: ''Egli sentiva di aver ricevuto una speciale vocazione e di essere assistito e quasi guidato per mano, nell'attuazione della sua missione, dal Signore e dall'intervento materno della vergine Maria. La sua risposta fu tale che la chiesa lo ha proposto ufficialmente ai fedeli quale modello di santità. Quando nella pasqua del 1934, alla chiusura del giubileo della redenzione, il mio predecessore di immortale memoria, Pio XI, lo iscriveva nell'albo dei santi, ne tessé un indimenticabile elogio (laudationem)''.

Nello stesso senso, a quanto pare, va inteso il documento dello stesso Pontefice, in lingua francese, L'invecchiamento della popolazione, del 22 luglio 1982, al cap. I. Valore e dignità della vecchiaia, ove, accennando proprio alla vecchiaia, che deve essere compresa come un elemento che abbia valore particolare all'interno di tutta la vita umana, vengono usati in modo fluttuante le parole elogio e panegirico: ''La Bibbia parla spesso dell'età avanzata o degli anziani con rispetto ed ammirazione. Il libro dell'Ecclesiastico, per esempio, dopo aver intessuto l'elogio (l'éloge) della sapienza unita ai capelli bianchi (25,4-6), intraprende un lungo panegirico degli anziani i cui ''corpi furono sepolti in pace, ma il loro nome vive per sempre'' (44,14; cf. cc. 44-51).

Tuttavia, al di sopra di tali distinzioni, deve essere tenuto nel debito conto quanto prescrive, sembra categoricamente, Il Messale Romano, pubblicato dalla Sacra Congregazione per il culto divino il 26 marzo 1970, al n.338: ''Nella messa esequiale si tenga normalmente una breve omelia, escludendo però la forma dell'elogio funebre (laudationis funebris). Si raccomanda l'omelia anche nelle altre messe per i defunti con partecipazione di popolo''.

La volontà del legislatore, nel distinguere i due generi, dell'elogio (funebre) e dell'omelia, vuol chiaramente riproporre o ripristinare la portata liturgica del sermone nella sua forma propria, legata ai contenuti e ai valori della Liturgia della Parola.

Questa norma, che appare unica nella letteratura legislativa postconciliare, insinua, con una prudente cautela, di riportare anche i panegirici dei Santi, che hanno luogo nel contesto della celebrazione liturgica, al loro autentico ruolo di meditazione delle Sacre Scritture, che vengono proclamate nella Messa, e a porre l'accento più sui mirabilia Dei operati nella Storia della Salvezza, che sulle (pie) leggende, che accompagnano la fantasia popolare (o degli storici), nel celebrare (esaltare, elogiare) i Santi. Siccome tuttavia le 'tradizionl' popolari (o definite tali) hanno una loro 'tirannia', che potrebbe impedire l'attuazione piena del suggerimento liturgico, si potrebbe introdurre l'uso di proclamare l'elogio (ridimensionato quanto ad estensione) del Santo all'inizio della Liturgia Eucaristica, dopo l'ammonizione introduttiva, e l'elogio funebre, come del resto suggerito espressamente, alla fine del rito esequiale, prima del commiato, lasciando così l'omelia al suo ruolo proprio e necessario.

Cenni bibliografici

Ha tentato una storia del genere, agli inizi del secolo, G.FRAUSTADT, con la dissertazione Encomiorum in litteris Graecis usque ad Romanam aetatem historia, Leipzig 1909, privilegiando, secondo i pregiudizi estetici winckelmanniani, l'originalità greca, mentre un contributo decisivo hanno dato di recente per la storia del genere gli interventi articolati di G.A. KENNEDY, The Art of Persuasion in Greece (A History of Rhetoric, 1), Princeton 1963, The Art of Rhetoric in the Roman Worl, 300 B.C.-A.D. 300 (A History of Rhetoric, 2), Princeton 1972, Classical Rhetoric and Its Christian and Secular Tradition fron Ancient to Modern Times, Chapel Hill 1980, Greek Rhetoric under Christian Emperors (A History of Rhetoric, 3), Princeton 1983, con altri studi interpretativi del messaggio biblico, attraverso le categorie retoriche. Più di recente L.PERNOT ha pubblicato due volumi sul tema specifico dell'elogio, tessendone la storia e la tecnica, con amplia bibliografia, nel vol. I e i valori nel vol. II: La Rhétorique de l'Eloge dans le monde Gréco.Roman, Tome I: Histoire et Technique, Tome II: Les Valeurs, Institut d'Etude Augustiniennes, Paris 1993; C.MAZZUCCO, Vino nuovo e otri vecchi. Per una ricerca sull'encomio cristiano, in De tuo tibi. Omaggio a I.Lana, Bologna, Pàtron, 1996, 451-478.