JUAN BAUTISTA CAPPELLARO

 

 

 

 

 

Fisionomia del Vescovo

e piano diocesano di evangelizzazione

alla luce del dinamismo dell'Eucaristia

 

 

 

 

 

LIBRERIA EDITRICE VATICANA

00120 CITTÀ DEL VATICANO

 

 

PRESENTAZIONE

Un'esperienza-incontro provvidenziale

Le riflessioni che presentiamo sono state oggetto di un corso di Esercizi Spirituali. Essi erano destinati a Vescovi e Vicari Episcopali di alcune diocesi tra le 80 che, in diversi paesi e continenti, stanno attuando un Progetto Diocesano di Evangelizzazione, elaborato e proposto dal " Servizio di Animazione Comunitaria" del Movimento per un Mondo Migliore.

Il testo, in questo senso, non era stato pensato per la pubblicazione. L'insistenza dei partecipanti ci ha però convinti che poteva essere di una qualche utilità rendere accessibile ad altri quanto a noi era risultato estremamente utile, anzi  per comune ammissione  di grande consolazione nello Spirito Santo. Quanto emergeva con sorpresa era in modo particolare l'esperienza vissuta insieme, e straordinariamente favorita dal rapporto silenzio-comunicazione tra Pastori, di una fortissima unità di vita, di un'integrazione insolitamente armoniosa di tutti gli aspetti della vita cristiana e dell'azione pastorale. E questo attorno all'Eucaristia che è in se stessa " fonte e culmine " della vita della Chiesa e della sua funzione evangelizzatrice.

Pertanto abbiamo voluto lasciare al testo un andamento caratteristico e un'articolazione finalizzata alla " guida " delle giornate, scandite dalla preghiera delle Lodi, dall'impostazione iniziale del tema, dai riferimenti biblici e magisteriali per il lungo tempo personale di riflessione e orazione, seguito dalla comunicazione in piccoli gruppi, per giungere poi al completamento del tema e alla sintesi in assemblea; a questo si aggiunge il dialogo sulle questioni sollevate pensando all'esercizio del ministero e collegate con l'attuazione del Piano Pastorale. La celebrazione dell'Eucaristia coronava ogni giornata.

Data questa articolazione, si trovano esposte e proposte idee nucleari, sintetiche, senza sviluppi approfonditi ed esplicitazioni, a cui si sono aggiunte alcune riflessioni-risposte agli interrogativi posti dai partecipanti, emersi dalla necessità di comprendere meglio il Progetto Pastorale che noi proponiamo e promuoviamo. Tali riflessioni sono diventate parte della comunicazione che avveniva nel pomeriggio.

Si è trattato in verità di un'occasione provvidenziale per approfondire in modo luminoso il senso ultimo e fondante del Piano Pastorale proposto: si è evidenziata una prospettiva molto dinamica e coinvolgente di assimilazione dell'azione pastorale attorno ai fattori costitutivi della spiritualità di Chiesa e del ministero episcopale. Ugualmente si è rimasti avvinti dalla riscoperta della luce e della forza che lega in vincolo indissolubile l'Eucaristia con un modo di essere e di agire che può essere raggiunto solo con un determinato modo di fare pastorale. Proprio questa unità di vita e di azione come Chiesa, e il servizio organico e dinamico a tale unità, hanno costituito, per ammissione di tutti, l'esperienza più profonda e significativa di questi Esercizi Spirituali. In realtà il senso dell'esperienza e dei contenuti che l'hanno favorita si può sintetizzare nelle parole che il Vescovo pronuncia nella liturgia dell'Ordinazione: " Vivi ciò che celebri e celebra ciò che vivi ".

La Chiesa nell'Eucaristia celebra il mistero di comunione con Dio che la costituisce tale, e allo stesso tempo è assumendo il dinamismo dell'Eucaristia che la Chiesa giunge a modellarsi secondo il mistero che celebra. Perciò nell'Eucaristia si centrano ed intrecciano le tre componenti di questa proposta: l'immagine del Vescovo, l'azione pastorale della Chiesa locale e il dinamismo dell'Eucaristia. Non tre temi separati, ma tre dimensioni che si esigono reciprocamente.

Convinti allora che il tema avrebbe offerto un'occasione utile anche ad altri Vescovi e Presbitèri in ordine all'unità tra le molteplici esigenze del ministero e lo stile di vita, tra l'identità sacramentale e quella ministeriale, pubblichiamo questo testo, e lo presentiamo proprio alla vigilia di un Sinodo che tratterà il tema dell'immagine del Vescovo, affinché quanti lo desiderano possano avvalersene per la propria riflessione, meditazione e preghiera. In questa ottica la struttura di guida per Esercizi Spirituali, che per certi versi rappresenta il limite della pubblicazione, può rivelarsi un pregio, proprio perché spinge non solo a leggere il testo, ma a portarlo nella preghiera, soprattutto nella celebrazione dell'Eucaristia.

Voglia lo Spirito, che unifica la Chiesa nella comunione e nel servizio, che la rinnova, abbellisce e ringiovanisce con diversi doni gerarchici e carismatici (cf. LG 4), far sì che queste pagine tornino a vantaggio di molti Vescovi, dei loro Presbitèri e delle Chiese che essi guidano nel nome e con l'amore di Cristo. Questo è il desiderio più vivo che abbiamo, lo scopo della nostra preghiera e del nostro servizio. Per il bene della Chiesa e la gloria della Santissima Trinità, nella prospettiva del terzo millennio.

Roma, 26 settembre 1998

Juan Bautista Cappellaro

 

 

INTRODUZIONE

1. Senso dell'incontro

Non si tratta di un corso dottrinale sull'Eucaristia o sull'identità del Vescovo. La dottrina che ha rapporto con questi temi è chiara nei molteplici documenti della Chiesa. Non si tratta neanche di un incontro pastorale sull'Eucaristia, né sul governo della Chiesa.

Si tratta, invece, di un incontro di spiritualità. Esso mira alle opzioni e agli atteggiamenti che configurano lo stile di vita e di azione del Vescovo, o la fisionomia che egli è chiamato ad assumere nell'esercizio del suo ministero. La spiritualità è poi intesa come il modo di vedere, essere e agire frutto dell'opzione fondamentale e delle opzioni successive conseguenti; opzioni che definiscono e unificano la persona, o la comunità, le danno senso, in rapporto alla storia e al mondo.

È un incontro con caratteristiche particolari:

 è centrato sull'esercizio della comunione ecclesiale e della fraternità sacramentale, il cui fondamento è la partecipazione al medesimo sacramento e ministero; è centrato sull'esperienza di ascolto di Dio nella preghiera, sulla comunicazione spirituale tra i partecipanti, essa stessa forma di orazione, e quindi non sul ruolo del predicatore;

 sono esercizi spirituali di comunicazione-intercomunicazione nello Spirito di Gesù, fatta di silenzio (ascolto del Padre) e di parola (rivelazione), silenzio e parola di cui lo Spirito è l'unione; si tratta di un apprendimento spirituale di relazioni umane ed ecclesiali vissute nello Spirito che ci è stato dato e che è comunione trinitaria ed ecclesiale;

 protagonista è pertanto lo Spirito di Cristo che vive ed è presente tra coloro che si riuniscono nel suo nome e che si vogliono bene: in questo senso anche ognuno dei partecipanti è protagonista degli Esercizi Spirituali;

 viene predisposto un servizio di animazione e moderazione per offrire le indicazioni metodologiche e focalizzare l'esperienza comunicativa.

2. Tema dell'incontro

Si tratta della relazione interna a tre temi:

 il dinamismo dell'Eucaristia;

 le caratteristiche di un piano diocesano di azione pastorale che sia coerente con tale dinamismo;

 l'immagine del Vescovo, o il suo modo di essere e operare nell'esercizio del suo ministero.

L'idea centrale che unisce i tre temi è il contenuto dell'esortazione del Vescovo ai neo-presbiteri: " Vivi ciò che celebri e celebra ciò che vivi ". È l'esortazione a vivere il mistero del sacrificio di Cristo per la salvezza del mondo, a dare la vita come lui per la realizzazione della volontà divina di salvezza universale nell'unità. È così che si diventa costruttori della comunione ecclesiale ed universale. È l'invito a celebrare il sacrificio collegato alle contraddizioni e alle incomprensioni di coloro che resistono all'unità, a consumare totalmente le proprie energie, fino al sacrificio di sé, per edificare la Chiesa in questa unità. È così che la propria immagine si illumina in Cristo e si conforma a Lui.

Nell'Eucaristia, a sua volta, in quanto sacramento, è presente in pienezza Cristo nella Chiesa e nel mondo: come segno della comunione esistente tra tutti i credenti in Cristo, e come strumento che edifica questa comunione mediante l'attualizzazione del sacrificio di Cristo che ama la sua Chiesa fino a dare la vita per essa.

Il Vescovo e il Presbiterio, per la loro parte, hanno ricevuto il sacramento dell'" ordine ", sono stati cioè abilitati ad essere, in nome e nella persona di Cristo, " segno " dell'unità nelle diversità esistenti nella Chiesa e " strumento " per edificare questa stessa unità nella diversità, visibile e universale, cui la Chiesa è chiamata per volontà di Cristo stesso (cf. Gv 17). Il Vescovo, " principio e fondamento dell'unità visibile della sua diocesi " (LG 23), è nella visibilità della Chiesa ciò che è l'Eucaristia nella sua realtà spirituale: principio di comunione, " radice e cardine di ogni comunità ". Se si può dire che dove c'è Eucaristia c'è Chiesa, così si può dire che dove c'è il Vescovo là c'è la Chiesa.

Il piano diocesano di pastorale, infine, è lo strumento dell'ascesi comunitaria necessaria per costruire l'unità ecclesiale: perciò deve rispondere alle esigenze del ministero del Vescovo a vantaggio dell'unità della Chiesa e, allo stesso tempo, al dinamismo dell'Eucaristia che realizza la comunione ecclesiale.

In questo modo, l'incontro-ritiro spirituale prende in considerazione la fisionomia del Vescovo, e conseguentemente dei presbiteri e dei diaconi, in quanto significa un modo di essere e di agire del Vescovo nell'esercizio del suo ministero. Fisionomia che è legata, da una parte, all'Eucaristia che edifica la comunione ecclesiale e di cui è ministro e, dall'altra, a un piano pastorale che per essere strumento del ministero dell'unità deve servire alla sua edificazione, mettendo in azione il dinamismo stesso dell'Eucaristia.

Consideriamo perciò la fisionomia del Vescovo nell'ottica dell'Eucaristia e del suo dinamismo e allo stesso tempo consideriamo la relazione tra questo dinamismo eucaristico e le caratteristiche di un piano diocesano di pastorale. Caratteristiche prese in considerazione da due punti di vista: nell'ottica del " dover essere " di un piano pastorale coerente con il dinamismo dell'Eucaristia, e nell'ottica dell'attuazione di un piano concreto proposto e animato da noi (Servizio di Animazione Comunitaria) e che di fatto si sta realizzando e sperimentando in diverse diocesi: il " Progetto-proposta di rinnovamentoevangelizzazione della Chiesa locale o Diocesi ", che da qui in avanti chiameremo " Piano diocesano di evangelizzazione ". Caratteristiche che, tradotte in pratica, configurano un modo di essere e operare, un'immagine del ministero e conseguentemente della stessa persona del Vescovo.

Concludendo, con questo ritiro spirituale si spera di offrire una sintesi di vita tra fisionomia del Vescovo, Eucaristia e Progetto Pastorale, al servizio dell'unità di vita tra ciò che il Vescovo è, fa e celebra.

3. Obiettivo

" I partecipanti  Vescovi e Presbiteri  nell'ambito di un piano diocesano di pastorale d'insieme e organica, attraverso un'esperienza di silenzio e di comunicazione nello Spirito attorno al dinamismo dell'Eucaristia, riscoprono i tratti che configurano e danno fisionomia al Vescovo nell'esercizio del suo ministero e nel suo stile di vita ".

4. Struttura dell'incontro

a) Temi della settimana

1. Riti di ingresso e loro significato nella vita della Chiesa e per la fisionomia del Vescovo (primo giorno);

2. Chiesa, comunità che ascolta la Parola (secondo giorno);

3. Chiesa, comunità che offre, si offre e rende grazie (terzo giorno);

4. Chiesa, comunità di comunione e di condivisione (quarto giorno);

5. Chiesa, comunità " inviata " o di missione (quinto giorno).

b) Struttura della giornata

 Aperto il lavoro con la celebrazione delle Lodi, si espone in mattinata il tema del giorno, cui seguono la riflessione e la preghiera personale, poi la comunicazione in piccoli gruppi.

 Il pomeriggio, dopo una breve introduzione sugli aspetti strutturali esigiti dai criteri dottrinali e pastorali affrontati nel mattino, i partecipanti elaborano delle domande e le comunicano. In seguito si scambiano le esperienze che possano illuminare le questioni sollevate, e si conclude con qualche chiarimento relativo al Progetto diocesano di evangelizzazione che noi proponiamo.

 Si chiude la giornata con la Celebrazione Eucaristica, mettendo in risalto la parte corrispondente al tema del giorno.

5. Spirito dell'incontro-ritiro

 Ef 4,15-16: è la santità della Chiesa nel suo dinamismo di crescita nell'amore sincero. Cristo dà al suo Corpo connessione e coesione mediante i ministeri (giunture) e la Parola di Dio e l'Eucaristia che nutrono il Popolo di Dio, secondo l'attività propria di ciascuno per la sua edificazione nell'amore;

 Ef 4,23-25.29-30.32: per questo è necessaria la conversione della mente ed essere " uomo nuovo " capace di dialogo autentico e di riconciliazione fraterna;

 Ef 5,1-2: configurandoci e identificandoci con Cristo, nell'amore e nella donazione reciproca;

 Ef 5,19-20: frutti di questo dinamismo di vita sono la gioia pasquale e la continua azione di grazie.

NOTA BENE

I contenuti relativi alla riflessione sull'Eucaristia sono presi dal " Nuovo Dizionario di Liturgia ", Edizioni Paoline, voce Eucaristia, II: Celebrazione della Messa: dinamica e significati.

Quanto viene qui detto per il Vescovo, in virtù dell'unità del sacramento, vale anche per i presbiteri e il presbiterio; il corso, cioè, può essere vissuto anche dai presbiteri e dai diaconi.

 

CAPITOLO I

RITI DI INGRESSO E LORO SIGNIFICATO

NELLA VITA DELLA CHIESA

E PER LA FISIONOMIA DEL VESCOVO

Comunità convocata, riunita

Preghiera del mattino: Gv 10,1-18

" In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei ". Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro.

Allora Gesù disse loro di nuovo: " In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio ".

A. In relazione all'Eucaristia

a) La convocazione

La Chiesa è in se stessa, per il suo stesso nome, la comunità dei convocati-riuniti dalla fede in Cristo e di coloro che sono incorporati a Cristo per il Battesimo.

All'interno di questa Grande Convocazione ce ne stanno molte altre, tra cui quella dell'Eucaristia. Così la Chiesa non ci appare come qualcosa di compiuto una volta per tutte, ma come un " evento " che " accade ", che si realizza di volta in volta.

Per fare l'Eucaristia si richiede la Chiesa ed è necessario " fare Chiesa " insieme con i fratelli e le sorelle, sotto la presidenza di un presbitero-pastore che rappresenta Cristo in mezzo ai suoi. È il " convenire in unum ", di cui parla San Paolo (1 Cor 11,18 ss), della Chiesa e per fare Chiesa.

b) La risposta della fede

Questo " convenire in unum " implica un'adesione nuova e libera, propria della fede, alla convocazione che al tempo stesso è ecclesiale ed eucaristica.

È una convocazione-adesione a una festa, il banchetto con il Signore, che non si può realizzare né celebrare se non con i fratelli e le sorelle, non isolandosi, ma facendo Chiesa-comunità.

Perciò, l'assenza ingiustificata rimpicciolisce, indebolisce e impoverisce il Corpo di Cristo, la Chiesa. Diminuisce la festa e la comunione fraterna e, per ciò stesso, si attenua la forza testimoniale della Pasqua del Signore.

Si può " fare Eucaristia " solo là dove c'è una Chiesa legittimamente riunita e, viceversa, si costruisce il Corpo della Chiesa là dove si riceve il vero Corpo di Cristo.

c) La localizzazione della Chiesa

L'Eucaristia pone in evidenza la localizzazione della Chiesa universale in un determinato tempo e luogo dando così corporeità e riferimento concreto a quanto potrebbe restare un'idea vaga e astratta. Allo stesso tempo l'Eucaristia apre la comunità reale a tutte le dimensioni della Chiesa universale, inclusa quella missionaria. Così l'assemblea eucaristica dovrebbe essere in qualche modo per tutti i presenti un'epifania della Chiesa nella sua unità e diversità (di doni, carismi e ministeri) e per altro verso un'esperienza significativa ed educativa della comunità, mediante segni e gesti (incontri di fratelli e di sorelle in festa).

B. In relazione al piano diocesano di evangelizzazione

Un piano diocesano di pastorale deve anzitutto proporre un modo concreto e pratico di convocare in forma sistematica (periodica e tematica) tutto il Popolo di Dio, l'insieme dei battezzati nella Chiesa cattolica e la gente di buona volontà. È ciò che nel nostro Progetto si fa attraverso la rete dei messaggeri e la lettera ai cristiani.

È una convocazione che fa la Chiesa, come comunità ecclesiale e solo in nome della fede. Non in ragione di altri interessi, né politici o di convenienza, né sociali o di opportunità demagogica, ma solo in nome dell'amore di Dio, dei fratelli e delle sorelle.

È una convocazione che si presenta come proposta, invito, motivazione, suggerimento che sfida tutte le persone ad una risposta libera da dare a Dio (non a noi). È come l'annuncio del Vangelo: un'offerta che sfida, che non impone nulla, né agisce sulla base di costrizioni; è un bene che si offre e al quale ogni persona risponde liberamente, accettandolo o rifiutandolo.

È una convocazione all'" incontro fraterno ", alla partecipazione, all'edificazione dell'unità; incontro che è sempre celebrazione-attualizzazione dell'amore di Dio (festa), specialmente quando si tratta della convocazione all'Eucaristia, vissuta e celebrata come Popolo di Dio.

È una convocazione a realizzare insieme un cammino di evangelizzazione grazie al quale una Chiesa, localizzata e inculturata, si configura a Cristo, in accordo con l'insieme delle dimensioni della Chiesa universale.

La non partecipazione quindi, l'indifferenza, la semplice assenza anche di pochi sono sentite e vissute come sofferenza, come nostalgia di una fraternità non compiuta, come debolezza di un Corpo chiamato alla pienezza della sua forma in Cristo. Ad ogni modo, ogni incontro, secondo la sua natura, in un luogo e in un tempo determinati, rivela la Chiesa nella sua unità, anche se imperfetta, e al tempo stesso la costruisce mediante segni e gesti.

C. In relazione al Vescovo (e al suo Presbiterio)

Chiamare, e in modo sistematico, tutti i battezzati e la gente di buona volontà della Diocesi, esige dal Vescovo:

 un profondo e rinnovato atto di fede nella presenza operosa di Dio nel suo popolo;

 passare dal primato di una visione parziale (persone, temi, organismi...) alla scelta di un'ottica globale, che comporta il guardare le realtà specifiche e settoriali a partire dall'insieme della Diocesi (persone, gruppi, istituzioni); e a partire da questa globalità guardare il particolare, nella preoccupazione costante di armonizzare tutto nell'unità;

 mantenersi aperti a tutti, al di là delle difficoltà di rapporto che possano esistere, in modo che tutti si sentano facilitati nella propria relazione con il Vescovo.

Con la sua parola e con i suoi gesti, il Vescovo facilita e promuove l'incontro, la convergenza, la partecipazione, la cooperazione e l'armonia di tutti i battezzati, qualunque sia la loro condizione. La comunità diocesana deve sentirsi convocata dal Vescovo, nello Spirito Santo, nell'amore di Dio condiviso, nella fede comune, senza altri motivi o interessi che non quello di crescere insieme, nella comunione e partecipazione, come popolo di Dio, come Corpo di Cristo, come tempio dello Spirito. Il Vescovo convoca sempre " in unum ". E per poter chiamare tutti deve avere un'attenzione speciale o preferenziale per gli ultimi, quelli caratterizzati dal non-sapere, non-potere, non-avere, perché tutto quello che si dice e si fa sia alla loro portata. Quanto è alla loro portata serve a tutti, ma non viceversa. È l'opzione preferenziale per i poveri all'interno dell'opzione per tutti.

SALUTO E RITO PENITENZIALE

A. In relazione all'Eucaristia

Riunito il popolo, la celebrazione comincia con la processione di ingresso accompagnata dal canto della comunità, con il saluto all'assemblea e l'atto penitenziale.

La processione iniziale e il canto hanno una duplice funzione: mettere l'assemblea in sintonia e offrire la chiave del tema della celebrazione. Così si inizia situando i presenti in ciò che si vuole celebrare. Il saluto iniziale del celebrante deve creare il clima adatto alla situazione concreta che si sta vivendo.

Segue il rito penitenziale con i seguenti momenti:

 il momento di silenzio per prendere coscienza davanti a Dio dei nostri peccati e della solidarietà che ci lega ai peccati dei nostri fratelli, sorelle e del mondo;

 la confessione comunitaria e reciproca delle colpe con l'implorazione della misericordia di Dio;

 il cantico di lode contemplativa di Dio, l'unico Santo e Signore;

 la preghiera " collecta ", conclusione di questa parte introduttiva, con la quale il presidente si fa interprete di tutti presentando a Dio i sentimenti e i propositi comuni. In questa orazione si sintetizza il senso della festa o il messaggio centrale delle letture che si faranno immediatamente dopo.

Il rito penitenziale, situato nella parte introduttiva della celebrazione eucaristica, ci ricorda che la comunità ecclesiale è formata da peccatori e si costruisce a partire dall'umiltà; peccatori che, allo stesso tempo, hanno coscienza di essere perdonati e riconciliati con Cristo, sentono la gioia della salvezza dopo il riconoscimento della propria verità esistenziale (quella di non essere Dio). Solo dopo, è possibile camminare insieme, nella condizione comune di discepoli, verso la verità che ci farà liberi.

B. In relazione al piano diocesano di evangelizzazione

Ogni incontro, qualunque sia la sua natura, deve incominciare  e così avviene nel Piano  con la creazione di un clima, di una disposizione, di un ambiente di reciproca sintonia, accoglienza e benevolenza che facilitino un atteggiamento di amore, di ricerca della verità, di disponibilità e di subordinazione al bene comune.

Questo suppone, in forma diretta o indiretta, che tutti ci riconosciamo " peccatori ", bisognosi di salvezza, della salvezza dono di Dio, che " avviene " nella fraternità in Cristo. Solo con questa attitudine previa di umiltà tutti si possono incontrare su un terreno comune che permetta a ciascuno di offrire su un piano di uguaglianza il proprio contributo. La comunità quindi non si costruisce a partire dal potere, ma dalla sapienza degli umili, e ciò esige la creazione di forme di riconciliazione in momenti significativi, che permettano il superamento di incontri formalistici e superficiali in cui tutto sembra che proceda bene e d'accordo, quando in realtà succede il contrario.

La fase iniziale di ogni incontro, ancora, implica sia la chiarezza dell'obiettivo da perseguire, sia lo spirito di preghiera. L'obiettivo, riconosciuto e accettato, unifica la volontà di tutti in uno stesso proposito, evitando così la dispersione e la frustrazione conseguenti; e lo spirito di preghiera colloca tutti nell'atteggiamento dell'umiltà per non chiudersi " a priori " alla verità degli altri, ma restare aperti a una " verità " più ampia. Dio è la verità.

D'altronde, solo riconoscendo tutti insieme la signoria di Dio possiamo accettarci come fratelli e sorelle, tutti discepoli dell'unico Signore, e così iniziare il nuovo momento della comunità.

C. In relazione al Vescovo (e al suo Presbiterio)

Ogni incontro, personale o comunitario, presuppone da parte del Vescovo non solo il superamento di atteggiamenti negativi (pregiudizi, sfiducia, posizioni già prese...), ma anche:

 un atteggiamento di apertura sincera alla novità dello Spirito;

 un atto di fede nelle persone e nella comunità in quanto capaci di fedeltà allo Spirito e di conversione a Lui. Il Vescovo si mette davanti agli altri e ridesta in tutti un atteggiamento di fiducia.

Ogni incontro deve, quindi, partire non dalla prospettiva del ruolo e della relazione autorità-sudditi, ma dall'uguaglianza nella dignità battesimale (LG 32), dalla fraternità evangelica, dall'atteggiamento misericordioso e dalla benevolenza reciproca che creano le condizioni per una relazione autentica, vissuta nella fede.

Convocare all'incontro in nome di Cristo è chiamare al superamento delle barriere psicologiche, morali, spirituali che creano separazioni, distanze dei fedeli tra di loro; è creare un clima e una disponibilità all'ascolto reciproco, al dialogo e alla accettazione della verità e del bene che si rivelano mediante il dialogo stesso. In ogni occasione il Vescovo promuove ed esercita il " ministero della riconciliazione ", creando occasioni e opportunità perché la comunità come tale e i suoi diversi componenti esercitino il perdono reciproco e ricompongano le relazioni di fraternità; di modo che tutti si incontrino nella celebrazione liturgica, avendo prima celebrato la riconciliazione che Gesù ci comanda quando dice: " Se dunque presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono " (Mt 5,23-24).

Ogni incontro personale o comunitario deve avere un obiettivo chiaro e un spirito di verità che permettano la convergenza delle volontà (concordia), anche se non sempre si dà la convergenza delle idee. Per questo, il Vescovo deve andare ad ogni incontro " disarmato ", attratto solo dalla ricerca e dall'amore per la verità e il bene (la sapienza: cf. GS 15), quello delle persone e della comunità, nell'orizzonte della Chiesa locale e universale.

D. Riflessione e preghiera personale

Convocare: Num 10; Dt 5,1-4; 29,1-8; Gl 2,15-17; Sal 49; Lc 15,1-10; Mt 9,10-13.35-38; 10,5-10.

Accogliere: Mt 25,31-46; Lc 9,10-17; Gv 13,20; Mt 10,40-42; Rom 14-15.

Confessione: Ne 1,5-11.

E. Comunicazione spirituale

F. Implicazioni strutturali e organizzative

Introduzione

 Obiettivo di questa parte della giornata è quello di continuare l'esperienza di comunione, a partire dalla prospettiva pastorale, mediante la comunicazione di esperienze, per ampliare e universalizzare la propria esperienza di Dio che vive nel suo popolo. Di fatto, in questa sezione si parla a partire dall'esperienza delle Diocesi che realizzano il Progetto Diocesano di Rinnovamento.

Per attuare quanto detto nel mattino, occorre creare fin dal principio  per poi renderle funzionanti  le strutture di base che permettano di giungere a tutti i battezzati e alle persone di buona volontà e di convocarli in forma sistematica e organica.

Prima, però, di entrare negli aspetti strutturali, conviene ricordare che:

 la Chiesa è sempre in divenire, si va costruendo: cosa che non sempre è chiaramente presente nella coscienza dei pastori. È certo che la Chiesa rivela Cristo, però, allo stesso tempo, lo vela; la Chiesa pertanto non può realizzarsi senza un permanente e costante rinnovamento-conversione;

 la Chiesa nasce e si costruisce nella misura in cui compiamo un atto di fede e diciamo " sì " al dono di Dio: la partecipazione della sua vita a coloro che la accettano nella fede;

 la convocazione che si fa attraverso le strutture non ha valore in sé, ma in quanto mette le persone in condizione di dire il proprio " sì " o " no " a quanto in nome di Dio si propone; è una convocazione che parte dalle cose più esteriori e semplici, anche se sempre oggetto di fede, e conduce a una sempre più cosciente e libera accettazione del mistero;

 la riconciliazione, a sua volta, consiste inizialmente nel creare un clima di serenità e di pace e condizioni e atteggiamenti di benevolenza che generano, a loro volta, un atteggiamento collettivo di disponibilità all'incontro, al dialogo, alla comunicazione, grazie a cose molto semplici, come sono le forme di presentazione e di saluto, alcuni canti, qualche lettura biblica, alcune motivazioni...;

 la definizione degli obiettivi e l'aiuto perché tutti li assumano coscientemente è molto importante. Non è per niente raro infatti che molti incontri di ogni genere creino disillusione: spesso non era chiaro perché ci si incontrava; altre volte ci si danno obiettivi così ampi e generici, o che esigono un tempo tanto maggiore di quello di cui si dispone, da non poter essere in alcun modo raggiunti. Definire l'obiettivo in relazione al tempo di cui si dispone e al tipo di persone che partecipano, è uno dei segreti per il buon esito dei nostri incontri;

 infine si deve tener conto che un Piano non può essere semplicemente l'organizzazione che noi operatori pastorali vogliamo dare agli altri, quanto piuttosto l'oggettivazione di quello che crediamo il Signore chieda alla gente e a noi a partire dalla vita, dalla storia, come vedremo meglio più avanti (cap. 2).

Entrando nella questione delle strutture necessarie per essere coerenti con il dinamismo dell'Eucaristia, si deve ricordare che queste sono esigite non per un motivo pragmatico o di pura efficienza, quanto invece per il mistero dell'Incarnazione, cui è legato tutto il piano di salvezza. Dobbiamo anche qui accettare e riconoscere che ci risulta molto difficile muoverci nelle strutture e nell'organizzazione come parte della stessa spiritualità; però, a ben vedere, non c'è possibilità alcuna di vivere la comunione senza l'organizzazione strutturale di un corpo.

A partire quindi dalle esigenze della convocazione all'Eucaristia e dei riti introduttivi, quali sono le implicazioni strutturali?

Strutture di comunicazione

Si organizza la rete dei messaggeri per giungere a creare il " tessuto sociale " di base della comunità ecclesiale. Ad ogni messaggero si affidano 10-12 famiglie, con un'organizzazione per zone pastorali e per parrocchie e a livello diocesano. Questo consente ai parroci e allo stesso Vescovo tanto la comunicazione diretta con la gente, quanto la conoscenza del pensiero della comunità e l'ascolto delle sue necessità, desideri, aspirazioni, problemi...

A questa organizzazione viene unita la pubblicazione periodica, almeno mensile, di una " Lettera ai cristiani ", come foglio di evangelizzazione semplice e diretta (quattro facciate: messaggio - testimonianze - solidarietà - notizie di famiglia) e con un linguaggio alla portata degli umili. Questa lettera si invia a tutte le famiglie come segno di appartenenza alla Chiesa; di fatto la gente così si vede valutata, presa in considerazione, si sente qualcuno almeno nella Chiesa.

Strutture di partecipazione

Allo stesso modo, e praticamente allo stesso tempo, si creano le Zone pastorali. Grazie ad esse le parrocchie grandi si suddividono in unità più piccole (non più di 1000 persone per ognuna) avvicinandosi alla gente e favorendo la partecipazione alla vita e missione della Chiesa. In queste Zone pastorali si sceglie un'Équipe di coordinamento zonale per decentrare, canalizzare e coordinare la vita della parrocchia in ogni zona geografica. Allo stesso modo si organizzano alcune volte all'anno delle Assemblee zonali dove, come spazio di dialogo aperto a tutti i battezzati della zona, si realizza e si irradia un'immagine di Chiesa aperta e rispettosa, in cui tutti hanno parola e ascolto.

Queste Zone pastorali sono destinate a giungere, poco a poco, dopo alcuni anni, a funzionare come una parrocchia in piccolo, presieduta idealmente da un presbitero o, in sua assenza, da un diacono permanente.

Strutture di informazione e consultazione (andata e ritorno)

Oltre a quelli già indicati, l'informazione e la consultazione si avvalgono di altri canali: le stesse famiglie e, quando saranno costituiti dopo alcuni anni di cammino pastorale, i Gruppi di Famiglie come future CEB (Comunità Ecclesiali di Base) o piccole comunità. Tale consultazione e informazione assume modalità diverse quando avviene a livello scientifico, qualificato o popolare.

Queste strutture, che di fatto si organizzano in tempi successivi, hanno la loro giustificazione non solo nei principi di partecipazione e comunione già richiamati, ma anche perché costituiscono esse stesse un inizio di evangelizzazione. Di fatto mettere le persone in rapporto e in condizione di partecipare, e chiedere alle persone che si organizzino in funzione di servire gli altri, è di per sé un avvio di evangelizzazione.

Senza dubbio il senso pieno e l'ultima giustificazione delle strutture stanno nel processo educativo di fede e di evangelizzazione, che si inizia e che si caratterizza come processo in cui:

 si convocano permanentemente e sistematicamente a esperienze di comunione (o di integrazione delle diversità nell'unità) tutti i battezzati e le persone di buona volontà, indistintamente e in ragione della comune dignità battesimale o della con-vocazione alla fede;

 si assumono tutte le realtà e diversità esistenti e si promuovono in modo organico, dando cioè ad esse il proprio luogo specifico e, al tempo stesso, ponendo le une al servizio delle altre di modo che ne tragga beneficio tutto il corpo della Chiesa locale;

 tutto è vissuto in termini di crescita organica, definita nel Piano diocesano pastorale.

Questo itinerario di evangelizzazione, che verrà esplicitato più avanti, esige a sua volta una conduzione pedagogica da parte del Vescovo e del clero, in cui si tenga conto delle caratteristiche del dialogo di salvezza indicate nell'Ecclesiam Suam di Paolo VI:

 aiutare tutti e ciascuno a prendere l'iniziativa di muoversi verso gli altri;

 facilitare la progressiva comunicazione di se stessi verso un dialogo ogni volta più autentico, perché sempre più " intercomunicazione delle coscienze ";

 creare le condizioni perché tutti si aprano a tutti senza alcuna discriminazione;

 suscitare e rispettare la libera risposta di ciascuno, senza imporre nulla e sempre attendendo " il momento opportuno ";

 rispettare i tempi e il ritmo di crescita degli interlocutori, proponendo il messaggio secondo il loro grado di recettività e valutando i passi di crescita che l'insieme è in condizioni di fare.

In una parola, il processo di evangelizzazione esige una conduzione di tipo " educativo ", che faccia cioè emergere progressivamente il germe di Dio presente nel suo popolo. Il Vescovo con i suoi presbiteri e diaconi esercitano questa mediazione culturale strumentale che rende possibile l'unica mediazione salvifica di Cristo.

Conclusione

Infine, il processo di evangelizzazione con le caratteristiche descritte esige, a sua volta, una conduzione partecipativa che metta tutti i battezzati in condizione di prender parte alla elaborazione delle proposte, alla presa delle decisioni e alla attuazione organica di quanto deciso. Tale partecipazione è progressiva in termini educativi, è differenziata secondo i doni, carismi e ministeri di ciascuno ed è organica nell'unità delle diversità. La conduzione è perciò promozione pedagogica della partecipazione, discernimento, armonizzazione e sintesi delle diversità, convergenza nella determinazione del bene comune o della volontà di Dio in relazione alla Chiesa locale, direzione, cooperazione e azione organica al servizio della crescita della Chiesa nella sua vita e missione.

G. Alcune domande e risposte

1. Che valore dare al Battesimo, e quali esigenze di accompagnamento ne derivano?

C'è una corrente nella Chiesa la quale sostiene che il Battesimo della grande maggioranza è solo un " battesimo sociologico " e come tale non può essere tenuto in conto. Noi crediamo invece che anche nei casi più estremi c'è qualcosa di Dio. A noi sfugge e non possiamo essere noi giudici. È tanto vero questo che di fatto né i Vescovi né i Presbiteri negano il Battesimo a quanti lo chiedono, se non in casi limite. Questa, che potrebbe anche cambiare, è la pratica pastorale diffusa, al punto che possiamo leggerla alla luce del " sensus fidei " del popolo di Dio.

Ad ogni modo, se si conferisce il Battesimo a quanti lo chiedono, sapendo che la fede di tanti è alquanto debole ed incerta, non abbiamo altra scelta che quella di creare le condizioni per servire alla maturazione di questa fede germinale. Pare non esserci alternativa alla creazione di un itinerario di fede che cerchi sistematicamente di raggiungere ed integrare tutti i battezzati, se crediamo che il Battesimo è all'origine dell'integrazione nella Chiesa e fa del battezzato un soggetto di diritti e doveri relazionati con l'evangelizzazione da ricevere e proclamare.

2. Cosa fare con gli indifferenti?

Occorre anzitutto dire che l'esperienza non ha dato adito a problemi, in quanto gli indifferenti non rifiutano ciò che viene loro proposto. Siccome poi nessuna cosa ha carattere impositivo, non si sentono disturbati, o peggio, aggrediti. Anzi, si sentono sollecitati in maniera soave a prendere parte al cammino, proprio per il suo carattere permanente, pedagogico e globale, e questo procura pian piano i suoi frutti. È la parabola del seminatore che si attua. La grande maggioranza entra insensibilmente nella corrente evangelizzatrice: prima per curiosità, poi per una prima accondiscendenza, dopo per simpatia, e infine per sintonia con quanto si propone, fino a giungere a una qualche scelta, più o meno consapevole e profonda.

La difficoltà reale è con quei pochi che di fatto rifiutano frontalmente ogni proposta. In questi casi, non c'è altra via che quella del rispetto, ricordando che coloro che lucidamente dicono " no " possono con più coscienza giungere a dire di " sì ". C'è solo da aspettare il momento opportuno. Bisogna infine ricordare che il processo di evangelizzazione opera sulla gente come la goccia d'acqua che cadendo continuamente scava la pietra. La costanza del dirigere a tutti in molti modi un messaggio semplice, diretto e personalizzato, fa sì che esso penetri insensibilmente fino a toccare la coscienza della gente.

3. Come rendere accessibile l'Eucaristia a tutti i battezzati quando ci sono parrocchie enormi con 50.000 e più cattolici, in molti casi dispersi su un vasto territorio, che hanno un solo sacerdote?

Si tratta qui di un problema pastorale di grande importanza, pensiamo in particolare all'America Latina. Sappiamo che per legge divina non c'è comunità cristiana senza Eucaristia, e al tempo stesso esiste una legge ecclesiastica che limita l'ordinazione presbiterale solo a uomini celibi. Sappiamo ancora che la risposta a tale questione è nelle mani del Collegio Episcopale presieduto dal Papa. Non entriamo perciò nella considerazione delle ragioni per cui prevale l'opinione di quanti preferiscono che neanche si tratti il tema dell'ordinazione presbiterale di uomini sposati. Per quanto ci riguarda il Piano diocesano che offriamo propone una risposta parziale possibile oggi, e che, a nostro giudizio, crea le condizioni per una risposta piena. La nostra proposta si articola e realizza nel modo seguente:

 far sì che tutte le Zone pastorali funzionino come una piccola parrocchia, dove realizzare le celebrazioni domenicali, con o senza sacerdote, oltre agli altri servizi di catechesi e di carità... Si tratta di assicurare che quanto si fa a livello centrale giunga a tutte le Zone pastorali, e in tal modo queste comunità possano sentirsi parte della grande comunità parrocchiale, senza alcuna discriminazione;

 giungere, con il tempo, a che ogni Zona pastorale sia presieduta da un diacono permanente, che a partire dalla sua condizione normale di famiglia e di lavoro, dedichi l'altro tempo alla presidenza della comunità; si creano così le condizioni per un discernimento successivo  e a partire dall'esperienza  sulla convenienza o meno di cambiare la disciplina ecclesiastica;

 far sì che i presbiteri siano " itineranti ", visitino cioè periodicamente e successivamente le diverse Zone pastorali, di modo che in tutte ci sia la possibilità di celebrare periodicamente l'Eucaristia domenicale e tutte si trovino così in condizione di uguaglianza e venga offerta a tutti i battezzati una testimonianza di giustizia, grazie alla quale tutti  quelli del centro parrocchiale e quelli della periferia  sono uguali in dignità ecclesiale.

4. Perché voler incominciare con tutti quando sembrerebbe molto più ragionevole iniziare con coloro che lo vogliono, soprattutto quando non si può farlo con tutti?

Non entriamo in una casistica collegata alle difficoltà concrete e locali. Diciamo solo che ci sono diversi modi di iniziare con tutti, e questo dipende dall'analisi della situazione e dalla strategia che si sceglie. Rimane il dato inoppugnabile che di fatto ci sono due strategie pastorali alternative: una parte da un gruppo di persone più o meno sensibili e dopo, poco a poco, cerca di creare nuovi gruppi fino ad arrivare a tutti; l'altra, come la nostra, fin dal principio cerca di coinvolgere tutti i battezzati in un cammino di fede.

La risposta è collegata con quanto già detto a proposito del Battesimo: che fare con la maggioranza dei battezzati? Li dobbiamo riconoscere o meno membri della Chiesa da coinvolgere tutti insieme in un cammino di fede? Sono membri del Popolo di Dio che è la Chiesa, o dobbiamo discriminarli lasciandoli ai margini per occuparci solo di pochi, il che equivale a non credere che Dio è presente nel suo popolo? Che senso ha la parabola del Buon Pastore e della pecorella smarrita che ci invita a lasciare le 99 per andare in cerca dell'unica smarrita, quando oggi capita che sono 99 quelle perdute, mentre noi siamo assorbiti nella cura dell'unica rimasta? Ci dovremmo occupare solo di chi viene in Chiesa e degli altri solo in qualche rara e sporadica occasione?

L'argomento del " piccolo gregge " non vale applicato a un gruppo nella Chiesa, perché Gesù lo dice della Chiesa in relazione al mondo. Altrettanto poco vale l'argomento del " resto di Israele ", perché questo è costituito dalla Chiesa che non è composta solo di credenti impegnati e maturi nella fede, ma anche di gente imperfetta, debole, peccatrice.

Non stiamo cadendo ancora nell'eresia dei catari?

Così noi crediamo che sia non solo opportuno, ma anche doveroso metterci a servizio di tutti i battezzati perché possano compiere un cammino di fede. A chi dicesse che non è possibile, noi possiamo attestare con il conforto dei fatti che anche in parrocchie con più di 50.000 persone e con un solo presbitero è stato possibile farlo in un tempo relativamente breve. Lo stesso avviene in Diocesi molto estese e con la media di un prete ogni 20-40.000 abitanti. Di fatto, grazie alle strutture di cui abbiamo parlato, si arriva a tutti e, in qualche anno, si ottiene che tutte le Zone pastorali funzionino come piccole parrocchie. La condizione ovviamente è volerlo e aver fiducia nei laici di buona volontà, formandoli seriamente dentro all'azione e per l'azione stessa che loro si affida. La regola d'oro è chiedere poco a molti, anziché chiedere molto a pochi.

5. Che fare quando ci sono molte persone che emigrano o che immigrano nella Diocesi?

Ci sembra, a partire dall'esperienza, che si debba tener conto di tre cose:

 non tutti emigrano nello stesso tempo. Questo significa che non viene a mancare una certa stabilità di base da parte della maggioranza delle persone con cui si opera normalmente per attuare il Piano diocesano;

 riguardo agli emigrati occorre essere attenti agli effetti che l'emigrazione ha sui familiari che restano: è su di loro che pesano gli effetti dell'emigrazione del proprio parente. Normalmente per gli emigranti si crea un servizio di comunicazione organica per favorire un qualche coinvolgimento con il processo di evangelizzazione che vive la comunità di origine;

 rispetto agli immigrati occorre, sulla base dell'analisi della situazione che generano, predisporre un servizio di attenzione a loro e di aiuto all'integrazione nella comunità ecclesiale. Non va dimenticato che entrando in una comunità si partecipa a un dinamismo relazionale che poco a poco si converte in appartenenza e partecipazione alla stessa comunità.

6. Come affrontare il problema delle Diocesi in cui la presenza di sacerdoti missionari vede frequenti e ravvicinati cambi di personale?

Anche qui va ricordato che non cambiano tutti simultaneamente e in genere qualcuno rinnova la decisione di restare. Davanti a questa situazione le iniziative prese sono state le seguenti:

 ogni anno si è realizzato un corso specifico per la presentazione del Piano diocesano ai nuovi operatori pastorali, specialmente ai presbiteri e alle religiose, perché tutti sappiano in quale realtà si inseriscono e a che cosa devono attenersi;

 la stessa esperienza ci ha condotto a creare l'" Equipe parrocchiale di animazione pastorale ", composta da un nucleo forte di laici, con presbiteri e religiose, per assicurare la continuità del piano anche se cambiano i presbiteri e le religiose con una certa frequenza.

L'esperienza ci dice che è possibile superare la difficoltà a condizione che ci sia un'" Equipe diocesana di animazione pastorale " che sostenga, formi e abiliti le analoghe Equipes parrocchiali.

7. Come iniziare il processo di evangelizzazione con tutto il popolo se la prima difficoltà è convincere i presbiteri? Come ottenere il loro consenso per poter iniziare una pastorale di questo tipo?

Le difficoltà incontrate nelle prime esperienze a livello diocesano ci hanno obbligato a studiare una strategia per rispondere proprio al contenuto di questa domanda. In generale, la mancanza reale o presunta del consenso del clero induce molti vescovi a non decidere di iniziare un processo di evangelizzazione comune, pur riconoscendo la validità del Piano Diocesano di Evangelizzazione. Del resto è evidente che un tale progetto non può essere imposto. Per questo, dopo molta riflessione ed esperienza, siamo giunti alla conclusione di proporre un itinerario di tre anni proprio per ottenere il consenso progressivo degli operatori pastorali, specialmente dei presbiteri. Noi definiamo questo periodo la " tappa previa" del cammino che poi si farà con tutto il popolo.

Questa tappa previa, che chiamiamo anche " Progetto di Spiritualità Diocesana ", è il modo concreto di iniziare il processo: è articolata in modo tale che ogni passo finisce con un consenso parziale, per giungere, alla fine, al consenso sull'insieme della proposta, che viene richiesto in forma scritta e segreta, dopo il discernimento finale corrispondente.

Per la comprensione di questa Tappa Previa richiamiamo i seguenti punti:

 non si presenta un piano o progetto pastorale, ma un cammino di spiritualità di comunione e un cammino metodologico che, come ascesi comunitaria, metta tutti gli operatori pastorali, Vescovo incluso, in condizione di essere protagonisti di un piano diocesano globale di evangelizzazione missionaria, che essi coscientemente e liberamente eleggono e decidono;

 il cammino di spiritualità consiste, in termini generali, in esercizi e ritiri spirituali collegati con la spiritualità comunitaria: il dialogo, il discernimento comunitario, alcuni temi biblici che danno fondamento al piano pastorale, il senso della pastorale;

 questi temi si intrecciano con quelli metodologici e vengono in genere affrontati in incontri mensili e in qualche convegno e riguardano: l'impostazione del problema, l'analisi della situazione, l'ideale di Chiesa locale, la diagnosi, l'itinerario per passare dalla situazione attuale a quella ideale, infine i criteri o le politiche pastorali che regolano tutta l'azione da realizzare;

 la conduzione del processo è nelle mani del Vescovo e di un'Equipe Diocesana di Animazione Pastorale, inizialmente provvisoria, che si avvale del nostro aiuto (Servizio di Animazione Comunitaria), della nostra esperienza, dell'indicazione del metodo, dei materiali di cui disponiamo e di tutti gli interventi e aiuti che il Vescovo ritenga opportuni;

 al termine di questo itinerario si giunge ad un Piano Diocesano Orientativo Globale. Esso, in genere, viene accettato dalla quasi totalità degli operatori pastorali ed è la base delle future pianificazioni triennali e della programmazione annuale.

8. Come fare perché i presbiteri " sentano " il popolo e sintonizzino con lui?

Tutto il processo serve a questo! Inizialmente, grazie all'analisi della situazione e alla diagnosi del problema, si scoprono con gioia e come sfida i segni concreti che rivelano la presenza di Dio nel popolo: questo dà ai presbiteri una prima sintonia con l'anima del proprio popolo. Il processo di evangelizzazione genera inoltre una nuova relazione di fede, speranza e carità tra il presbitero e il popolo, relazione non generica, ma basata sui fatti e sui segni di risposta comune alla Parola di Dio, come sacrificio spirituale, nella convivenza fraterna che di giorno in giorno cresce, anche se non mancano difficoltà e contraddizioni. In generale la reazione positiva della gente sorprende il clero e gli fa vivere ogni volta di più la coscienza della presenza di Dio nel popolo e, conseguentemente, il proprio essere ministro e sacramento dell'amore di Dio presente nella comunità.

A questo serve inoltre la formazione che si offre a tutti i presbiteri, come a tutti gli operatori pastorali. Questa si attua secondo il criterio della " formazione nell'azione " e ha quattro dimensioni: umana, dottrinale, spirituale, pastorale. Il sistema formativo intreccia queste dimensioni in ordine a un'azione pastorale che risulta:

 sostenuta da una spiritualità di comunione che allo stesso tempo umanizza le relazioni;

 illuminata da una dottrina che le dà fondamento;

 realizzata con metodi che fanno della pastorale un'azione, se non scientifica, almeno qualificata.

Il processo formativo parte dalla visione generale del " mistero della Chiesa ", come viene proposto dal Vaticano II e dal magistero successivo, visto nella sua prospettiva teologica, spirituale e pastorale, unita alle esigenze metodologiche corrispondenti. Assicurata questa visione globale durante almeno un triennio, si affronta nei 5 anni successivi una visione specifica dell'identità presbiterale, religiosa e laicale, sempre nel quadro di questa nuova visione globale e di un'azione che da questo momento è già globale, di pastorale d'insieme. Dopo si accompagna in profondità lo stesso cammino di fede del popolo, di cui si parlerà più avanti.

Ambiti di fomazione sono gli Esercizi spirituali annuali, gli incontri mensili nei quali si dedica un tempo alla spiritualità di comunione, un altro alla riflessione teologica, un altro all'azione pastorale e ai suoi metodi. Inoltre, in quasi tutte le Diocesi c'è un incontro annuale di pastorale aperto a tutti gli operatori pastorali e una settimana di studio per il clero. Queste opportunità, in accordo con il piano pastorale, si utilizzano per approfondire qualche documento della Chiesa universale o qualche tema specifico, però in modo che siano sempre presenti in qualche maniera le diverse dimensioni della formazione già indicate. Criterio o politica pastorale determinante è che quanto si fa per la formazione del clero lo si faccia analogamente, anche se in forma più sintetica e semplice, per tutti gli operatori pastorali.

Conclusione

Come conclusione e sintesi dell'immagine del Vescovo e dei Presbiteri e Diaconi si può ricordare una frase molto conosciuta e profonda di sant'Agostino: " Con voi sono cristiano, per voi sono vescovo ". Sapersi chiamati alla santità all'interno di un popolo tutto santo e chiamato alla santità (LG 9); essere segni di questa santità o comunione con Dio che rivela l'anima più profonda del popolo di Dio; ed essere strumento della edificazione di questo popolo nella santità: sono qui le tre dimensioni che fanno del Vescovo e del Presbiterio " pastori nell'unico Pastore che è Cristo ".

 

CAPITOLO II

CELEBRAZIONE DELLA PAROLA

Comunità che ascolta la parola

Preghiera del mattino: Is 55

O voi tutti assetati venite all'acqua,

chi non ha denaro venga ugualmente;

comprate e mangiate senza denaro

e, senza spesa, vino e latte.

Perché spendete denaro per ciò che non è pane,

il vostro patrimonio per ciò che non sazia?

Su, ascoltatemi e mangerete cose buone

e gusterete cibi succulenti.

Porgete l'orecchio e venite a me,

ascoltate e voi vivrete.

Io stabilirò per voi un'alleanza eterna,

i favori assicurati a Davide.

Ecco l'ho costituito testimonio fra i popoli,

principe e sovrano sulle nazioni.

Ecco tu chiamerai gente che non conoscevi;

accorreranno a te popoli che non ti conoscevano

a causa del Signore, tuo Dio,

del Santo di Israele, perché egli ti ha onorato.

Cercate il Signore, mentre si fa trovare,

invocatelo, mentre è vicino.

L'empio abbandoni la sua via

e l'uomo iniquo i suoi pensieri;

ritorni al Signore che avrà misericordia di lui

e al nostro Dio che largamente perdona.

Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,

le vostre vie non sono le mie vie  oracolo del Signore.

Quanto il cielo sovrasta la terra,

tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,

i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

Come infatti la pioggia e la neve

scendono dal cielo e non vi ritornano

senza avere irrigato la terra,

senza averla fecondata e fatta germogliare,

perché dia il seme al seminatore

e pane da mangiare,

così sarà della parola

uscita dalla mia bocca:

non ritornerà a me senza effetto,

senza aver operato ciò che desidero

e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata.

Dopo il rito introduttivo in cui la comunità ha manifestato la sua fisionomia e le sue componenti, grazie all'intervento del presbitero, dei ministri, dei cantori e del popolo, inizia la liturgia della Parola. Essa costituisce uno dei poli strutturali della celebrazione eucaristica.

A. In relazione all'Eucaristia

Quando l'assemblea è seduta e in silenzio si proclama la Parola di Dio, si visibilizza la Chiesa come comunità che sta " in ascolto di Dio ". È questo uno dei suoi tratti fondamentali. La Chiesa non si costruisce a partire dallo sforzo e dalla ricerca dell'uomo e della donna di entrare in comunione con Dio. Al contrario: è a partire dalla sua iniziativa che Dio apre il dialogo con il suo popolo, Lui che " ci ha amati per primo " (1 Gv 4,10) e sempre ci previene.

La Parola di Dio è destinata a tutta l'umanità, quella di ieri, di oggi e di domani. La Chiesa è quella parte dell'umanità che, per la misericordia di Dio, è stata raggiunta e convocata da questa Parola e con fede si mette al suo ascolto, si apre al dialogo, si lascia sfidare e mettere in questione.

È la Parola che, secondo l'intenzione dello Spirito Santo, autore principale, fin dall'inizio era tesa verso questa comunità di uditori: però solo ora, entrando in contatto con questi fedeli, essa attende una risposta, chiede di prendere carne nella vita di ciascuno. In un certo senso il disegno di Dio non è completo fino a quando la comunità di oggi, e in essa ogni fedele, non abbia dato una risposta, unica e irrepetibile, quella che corrisponde a ciascuno secondo la chiamata e la misura dei doni ricevuti. In questa risposta fedele la comunità viene edificata nell'unità dalla Parola.

La liturgia della Parola ha una triplice struttura:

 la " lectio prophetica " dell'Antico Testamento, seguita dal salmo responsoriale (eco dell'interpellanza divina);

 la " lectio apostolica " seguita dall'acclamazione alleluiatica, che pone in evidenza il momento culminante della " liturgia del Verbo ";

 la proclamazione del Vangelo.

È come vivere in sintesi la storia di salvezza in cui veniamo inseriti e al cui apice sta Cristo, Parola inviata dal Padre per noi.

L'uso liturgico di accompagnare la lettura del Vangelo con i ceri e l'incenso è un segno che educa il popolo di Dio a percepire la solennità e l'efficacia del momento in cui sta per entrare in contatto con Cristo, Luce e Parola definitiva del Padre per tutti noi. Questo richiede tanto la proclamazione chiara e pacata della Parola per la comprensione del testo, come il profondo raccoglimento dell'assemblea, nella convinzione che è Cristo stesso che sta parlando al suo popolo (cf. Sacrosanctum Concilium 33).

L'importanza della celebrazione della Parola sta nel fatto che accogliere la Parola implica il sacrificio spirituale che acquista il suo pieno significato nella seconda parte strutturale della celebrazione: il Sacrificio di Cristo. L'Eucaristia è composta dal duplice banchetto: quello della Parola e quello del Sacramento.

L'efficacia attribuita alla Parola di Dio proviene dai seguenti fattori:

 la proclamazione avviene all'interno della celebrazione dello stesso Mistero di Cristo, come parte integrante dello stesso e come unico atto di culto con quello del Sacrificio (cf. SC 56);

 l'ascolto della Parola non avviene in modo isolato, ma nel momento in cui si fa Chiesa con gli altri fratelli e sorelle. La Chiesa-comunità è la destinataria di questa Parola e perciò la comunità è il " luogo proprio " per l'autentica lettura e comprensione della Parola. Questo vale tanto per la Chiesa nella sua realtà ampia, quanto per la comunità che si riunisce per la celebrazione del mistero di Cristo;

 la celebrazione della Parola è già comunione con il Verbo nella fede e nell'adesione dell'amore, tanto efficace e necessaria come l'altra comunione. La comunione con la Parola ci pone nell'atteggiamento di Colui che si è offerto nel sacrificio, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce; ci fa entrare negli stessi sentimenti di Cristo, il Servo che spende interamente la sua vita per il bene dei fratelli e delle sorelle.

In questo contesto l'omelia deve muovere la comunità che ascolta ad arrivare fino alle ultime conseguenze ed esigenze della fede, della conversione e della sequela di Cristo, ad ogni costo, anche portando la croce o spendendosi in una donazione oblativa.

Questa parte si conclude con il " Credo ", nel quale la comunità dice il suo " amen " all'opera di Dio e al messaggio della Parola; comunità che infine si fa orante per tutte le necessità proprie, quelle dei fratelli e sorelle, quelle del mondo intero.

B. In relazione al piano diocesano di evangelizzazione

Il piano diocesano di evangelizzazione deve nascere  e tale ci sembra di poter dire che sia il piano-tipo che noi proponiamo  dalla lettura dei segni dei tempi, cioè dallo sforzo interpretativo della situazione attuale del mondo e di " questa " comunità a partire dalla Parola di Dio, attualizzata dal magistero ecclesiale. Non è frutto di arbitrarietà, ma di una profonda contemplazione della presenza di Dio nella storia e della volontà di assecondarla.

Il piano pastorale è evangelizzatore, cioè annuncia il Vangelo e chiama a convertirsi ad esso. Tutto quello che si fa e si dice è in funzione della trasmissione di un messaggio evangelizzatore. Parte dalla convinzione propria della fede che la Parola è efficace se uomini e donne sono disposti ad accoglierla con sincerità.

È e deve essere un annuncio rivolto a tutti in quanto persone accomunate dalla stessa cultura, cioè come Popolo di Dio o Chiesa Locale nel suo insieme, e a tutti nella molteplice varietà di doni, situazioni, necessità spirituali e materiali...; si rivolge all'insieme della comunità, nella sua unità e differenziazione. Perciò è un annuncio uno e differenziato allo stesso tempo, che si cala nella situazione concreta dei destinatari, in ciò che hanno di percezione comune della Parola e in ciò che hanno di diversificato, a seconda della capacità di comprensione e di accoglienza.

È un annuncio che non è, e non deve essere, istruzione, ma proclamazione di una Parola destinata a essere vissuta. È perciò un annuncio motivante, che chiama alla conversione degli atteggiamenti e dei comportamenti che si suscitano e si promuovono e che traggono dall'ascolto della Parola il loro senso: proprio per questo è un annuncio-messaggio. Esso si rivolge alla volontà dei credenti perché acconsentano alla Parola, si convertano e vivano. L'istruzione e l'insegnamento magisteriale, rivolti all'intelligenza, si danno in funzione dell'accettazione del Vangelo e della sua integrazione nella vita.

Perciò la pastorale è concepita come servizio alle persone e alla comunità-popolo perché diano la propria risposta libera a Dio e al suo disegno di salvezza. Sta in questo la sua realizzazione. Così il piano pastorale è concepito come strumento per realizzare questo servizio, in modo che la Parola si incarni progressivamente nella Chiesa-comunità (persone, gruppi, istituzione) e questa si vada configurando progressivamente a Cristo suo Signore.

È il piano che aiuta a dosare il messaggio tenendo conto del ritmo di crescita della comunità e dei suoi diversi componenti, secondo le molteplici diversità presenti nel popolo di Dio.

In questo senso ogni piano diocesano è al servizio del sacrificio spirituale che il popolo di Dio è chiamato a fare davanti alla Parola di Dio che lo sfida, lo mette in discussione, gli chiede una risposta. Questo sacrificio spirituale acquista il suo pieno significato nel sacrificio di Cristo, di cui parleremo più avanti.

Questo dinamismo di annuncio della Parola di Dio e di accoglienza-risposta della stessa da parte del popolo di Dio esige una pedagogia o un processo educativo del popolo stesso al dialogo di salvezza, cioè di relazione autentica, che allo stesso tempo è relativo a Dio, a se stessi, ai fratelli e alle sorelle.

Dialogo:

 con Dio, che diventa " silenzio e accoglienza " della Parola e consenso alla sua volontà, cioè orazione;

 con i fratelli e le sorelle, che è " silenzio e parola " per poter comunicare, nelle diverse forme di rapporto, lo stesso amore di Dio, nella ricerca sincera della verità e del bene comune e nella subordinazione ad essi di tutti, acconsentendo, nella misura in cui se ne percepisce la presenza, alla verità e al bene che è Dio stesso;

 con se stessi, nell'attività di coscienza per il consenso e l'opzione di fede, nei confronti del disegno divino.

Sono queste tre dimensioni del dialogo che si intrecciano per trasformare la vita personale e comunitaria in sacrificio gradito al Padre. Si tratta così di un processo educativo che fa dello spirito di fede e di orazione l'asse delle stesse relazioni interpersonali e sociali, anche se questo avviene lentamente e quasi insensibilmente.

Infine la comunità che si incontra, in qualsiasi forma, per ascoltare la Parola e dare una risposta ad essa, sta proclamando la sua fede come popolo di Dio; essa si converte in annuncio (professione di fede) di ciò che crede e vive, anche se in modo imperfetto, e, come conseguenza, annuncia ciò che ha vissuto e sperimentato. È così che la Chiesa-comunità allo stesso tempo evangelizza ed è evangelizzata, è soggetto e destinatario della evangelizzazione.

C. In relazione al Vescovo (e al suo Presbiterio)

Il Vescovo prima di proclamare la Parola deve essere unito con la Chiesa-comunità locale, discepolo della stessa. È chiamato ad ascoltare la Parola di Dio, nelle sue diverse manifestazioni:

 la Parola che Dio dice attraverso i segni dei tempi e che è frutto dell'interpretazione nella fede degli avvenimenti umani che caratterizzano un tempo determinato. Coincide con il dinamismo salvifico presente nella storia dell'umanità. Questo richiede investigazione e studio, contemplazione e fedeltà;

 la Parola che Dio dice attraverso il magistero della Chiesa universale in quanto attualizza la Parola di Dio rivelata nella Bibbia e nella vita della Chiesa (tradizione);

 la Parola che vive e si celebra nella sua Chiesa locale e che è espressa in diversi modi e momenti, formali e informali, pubblici e privati, globali e parziali, scientifici o popolari... Questo richiede una profonda capacità di silenzio interiore fino al livello in cui si giunge a entrare in sintonia con ciò che è di Dio.

In tutti i casi, il Vescovo, sotto la guida dello Spirito che conduce la Chiesa alla pienezza del Vangelo, è chiamato, insieme con il suo Presbiterio, e in definitiva per se stesso, a esercitare il discernimento della fede. E questo in relazione ai messaggi che si proclamano, allo spirito dei comunicatori (comunità, persone, gruppi, organismi), ai metodi e ai procedimenti che si sono usati per la comunicazione e ai doni, carismi e ministeri.

Questo discernimento è spirito critico che pondera e valuta tutti gli elementi in se stessi e nelle loro relazioni con la situazione della Chiesa locale, e nel quadro della Chiesa universale. È orientato a scoprire e accogliere gli elementi della Parola di Dio presenti nel suo popolo. In questo modo il suo " sì " a Dio è un " sì " alla sua Chiesa, un " sì " di conferma della sua fede.

Tale discernimento non sarà autentico se non andrà unito a una profonda purificazione interiore di modo che, per quanto è possibile, il Vescovo non si lasci guidare dagli impulsi o dalle reazioni del proprio carattere, né dagli interessi personali più o meno legittimi, né da altri motivi che non siano quelli del bene comune della Chiesa particolare, il bene delle persone nelle loro relazioni con l'insieme.

È nel riconoscere, e quindi nell'accogliere la Parola di Dio che vive e opera nella sua Chiesa, che il Vescovo compie la sua funzione profetica, non dall'alto o dal di fuori della sua Chiesa, ma dal suo cuore stesso, dalle sue profondità, là dove Dio è presente, parla e imprime direzione e senso alla vita. In questo modo, come Giovanni Battista, segnala ai suoi fratelli e sorelle dove sta Cristo, li conferma nella fede, li chiama a conversione in ciò che non risulta coerente con questa stessa fede ed esercita il magistero che invita ad acconsentire e a convertirsi alla Parola di Dio. In questo modo, il Vescovo serve alla piena realizzazione della vocazione personale e comunitaria alla santità del popolo di Dio.

Egli anima e sostiene con gesti e parole la crescita della comunità ecclesiale a partire dalla debolezza e precarietà della stessa e in ordine al sacrificio spirituale che essa è chiamata a realizzare per conformarsi con Cristo.

Il Vescovo, inoltre, deve assicurare che la Parola di Dio giunga a tutti e in modo che tutti siano disposti ad accoglierla. Questo richiede non solo strutture di comunicazione e partecipazione adeguate, ma anche un piano che definisca la gradualità del messaggio, il linguaggio da usare, i canali di trasmissione, il decentramento dei compiti e delle responsabilità. Solo così il Vescovo può assicurare che la Parola di Dio " viva " nella sua Chiesa, condizione perché egli possa ascoltarla e possa, a sua volta, restituirla arricchita alla sua Chiesa.

Infine, la Chiesa locale è in condizione di essere costruita dalla Parola di Dio e il Vescovo è il suo " profeta ", cioè la sintesi della profezia della Chiesa locale e, allo stesso tempo, il perno del dinamismo di conversione della stessa, al servizio della dimensione profetica del popolo di Dio.

D. Riflessione e preghiera personale

Is 55; Lc 24,13-35; At 2,37-47; At 8,26-40; 15

E. Comunicazione spirituale

F. Implicazioni strutturali e organizzative

Introduzione

Prima di addentrarci negli aspetti più strutturali è utile ricordare come nelle esperienze si constata che questo dinamismo di ascolto da parte del Vescovo e del Presbiterio della Parola di Dio nel popolo è possibile. Essi la ascoltano, la sintetizzano e la restituiscono alla comunità come Parola che chiama alla conversione, alla crescita, all'autenticità e all'impegno.

È l'esercizio della profezia e un modo nuovo di esercitare il ministero della parola. Questo si è verificato nelle esperienze in atto, per ora soprattutto quelle parrocchiali, dove:

 si è chiesto alle famiglie, a Natale e a Pasqua, con formule diverse, il loro pensiero sulla conversione che Dio stava chiedendo alla comunità;

 una commissione ha raccolto e organizzato le risposte secondo idee affini e il parroco, conservando il linguaggio della gente, ha dato forma a un messaggio della comunità alla comunità;

 questo messaggio inviato a tutte le famiglie, diventa oggetto di predicazione e suscita in genere una profonda commozione nella gente, che di colpo si trova inserita nell'esperienza di un Dio che parla " nel " e " attraverso " il Suo popolo.

La stessa esperienza è ancora più forte in occasione del Sinodo Parrocchiale, quando il Vescovo e i Presbiteri approvano pubblicamente cinque documenti pastorali e una preghiera-professione di fede su Cristo elaborata con la partecipazione di tutta la gente. Il senso di Chiesa, e di Dio che parla attraverso di lei, tocca le radici più profonde dell'anima di questo popolo che è di Dio. Secondo noi è la forma piena del magistero della Chiesa, perché è l'esercizio convergente sia del carattere profetico di tutto il popolo di Dio, sia della profezia che corrisponde al ministero della Parola, in ordine alla conversione e alla crescita dell'insieme.

Strutture e organizzazione

Perché la Parola di Dio giunga a tutti e tutti siano in condizione di accoglierla nella proposta e nell'esperienza del Piano diocesano:

1. Si strutturano i diversi livelli in cui la Parola deve essere ascoltata:

 Pastorale Comunitaria, che include: a) la pastorale della moltitudine, in cui si organizzano le espressioni della fede del popolo di Dio nel suo insieme; b) la pastorale delle piccole comunità, che come espressione delle caratteristiche proprie dell'essere Chiesa, si chiamano comunemente Comunità Ecclesiali di Base; c) la pastorale familiare, in cui si aiutano tutte le famiglie a fare della propria vita un itinerario di fede come comunità chiamata alla santità;

 Pastorale Settoriale, che comprende le diverse aggregazioni del popolo di Dio nel suo impegno di fede nella società: bambini, giovani, docenti, operai, professionisti, commercianti, politici, economisti, formatori dell'opinione pubblica...;

 Servizi Pastorali, che comprendono la catechesi dei bambini e dei ragazzi, la catechesi presacramentale, l'evangelizzazione nei Collegi cattolici; le celebrazioni liturgiche, domenicali e festive, le celebrazioni dei sacramenti e i funerali, l'orazione e la spiritualità comunitaria; i servizi caritativi, di attenzione ai poveri, la pastorale della salute, la promozione umana; justitia et pax, missiones ad extra; ecumenismo...;

 Pastorale Ministeriale, che promuove la formazione dottrinale, spirituale, pastorale e metodologica degli operatori pastorali in ciò che è comune a tutti e in ciò che è specifico delle tre categorie fondamentali di persone: clero, consacrati e laici;

 Strutture di Comunione e Partecipazione, che sono quelle del dialogo, dell'informazione e della consultazione per l'elaborazione delle proposte, quelle della corresponsabilità al momento di decidere, e quelle dell'attuazione organica nella fase operativa.

2. Un'attenzione particolare merita la convocazione, la formazione e il riconoscimento delle Comunità Ecclesiali di Base (CEB), o come diversamente si preferisca chiamarle. Concepite come gruppi di famiglie vicine, porzione del tessuto sociale della comunità parrocchiale, sono comunità di 20-30 persone adulte, cui vanno aggiunti i bambini, che cercano di esprimere nell'ambiente più vicino alle persone le tre dimensioni della Chiesa come comunità di fede, di culto e di missione. Le CEB sono riconosciute tali solo dopo alcuni anni di un cammino di catechesi pre-catecumenale e catecumenale e dopo alcuni anni di esperienza cristiana tale che consenta loro, al momento opportuno, di impegnarsi pubblicamente a servizio della comunità parrocchiale e diocesana sulla base di quanto hanno già iniziato sufficientemente a vivere. Queste " piccole comunità " sono l'ambito privilegiato di ascolto della Parola di Dio, di catechesi permanente o per tutta la vita, di celebrazione della fede e di impegno evangelizzatore nel proprio ambiente.

3. Si organizzano i diversi servizi per realizzare, in ciascuno di questi livelli, il decentramento degli stessi servizi e una nuova organizzazione di Commissioni a livello diocesano e parrocchiale e di Equipes zonali corrispondenti a questi livelli.

4. Ipotizzate le strutture di comunicazione alla base, di cui si è già parlato, si creano le strutture che permettono di ascoltare tutti i battezzati in forma sistematica e facilitano la partecipazione effettiva e differenziata di tutti nella elaborazione di proposte. Sono:

Consigli Pastorali, tanto a livello parrocchiale che diocesano, in cui si riuniscono i diversi responsabili e rappresentanti o delle Zone pastorali a livello parrocchiale o dei Consigli Pastorali Parrocchiali a livello diocesano;

Equipe Diocesana e Parrocchiale di Animazione Pastorale che operano come organismo esecutivo e tecnico dei rispettivi Consigli pastorali e promuovono la spiritualità di comunione, origine e senso del piano pastorale.

5. Queste strutture permettono un dinamismo pastorale che parte dall'Equipe Diocesana di Animazione Pastorale in termini di consultazione delle Parrocchie e delle Commissioni diocesane: queste a loro volta consultano tutte le Commissioni parrocchiali e le Equipes Zonali così come tutte le Zone pastorali e, se sembra opportuno, tutte le famiglie. Ascoltata tutta la gente si fa la sintesi corrispondente a livello di zona, di parrocchia e di diocesi perché il Consiglio Pastorale Diocesano, con la presidenza del Vescovo e la coordinazione del Vicario per l'Azione Pastorale, elabori definitivamente le proposte che sono state oggetto di consultazione. Così si può dire che il Vescovo ha ascoltato la sua Chiesa. La consultazione e l'elaborazione si riferiscono normalmente agli orientamenti pastorali più o meno concreti e non agli aspetti disciplinari, legali, morali o teologici, per i quali normalmente la gente non è preparata.

6. Oltre a questi aspetti strutturali si adotta una pedagogia di confronto tra fede e vita, in modo che in tutte le attività e in tutti gli incontri, secondo la natura di ciascuno di essi, tutti si lascino misurare dalla Parola di Dio e si sentano chiamati a edificarsi come popolo di Dio; questo vale per tutte le giustificazioni delle azioni come per tutte le forme di predicazione e di formazione, tanto a livello popolare, come degli operatori pastorali. È così che si viene formando una mentalità vigile e critica in termini di fede e un atteggiamento permanente di conversione.

7. Infine si stabilisce un sistema di valutazione e di elaborazione del piano pastorale, di modo che periodicamente (ogni anno e in modo speciale ogni tre anni) e in gradi diversi si confrontino i risultati con gli obiettivi nei quali la Diocesi ha identificato la volontà di Dio, al fine di riformulare il piano in relazione alle esigenze che si sono evidenziate nel tempo. A questo confronto e rielaborazione partecipa organicamente il popolo di Dio. Risultato del processo è la proposta di un piano su quanto ancora va deciso.

G. Alcune domande e risposte

1. Come fare la lettura dei segni dei tempi e con che pedagogia muoversi in questa linea?

C'è un'affermazione teologica alla base della lettura dei segni dei tempi: Dio parla nella storia o, in altro modo, la storia è luogo teologico nel quale Dio ci parla. La lettura dei segni dei tempi implica quattro componenti:

 la descrizione della situazione, la sua visione dinamica e le sue sfide;

 la riflessione teologica del piano di Dio sotto due prospettive: quella della fede e quella della situazione;

 i criteri di discernimento e il discernimento in se stesso per scoprire i segni della presenza di Dio per assecondarli e i segni del male per vincerli;

 la visione della Chiesa in termini di penitenza, di conversione, di risposta nella sua vita presente e di linee di futuro per essere coerenti con i segni di Dio o la Parola di Dio scoperta nella storia.

Questi sinteticamente sono i passi che il Servizio di Animazione Comunitaria realizza nei suoi studi periodici sui segni dei tempi. Adottando e adattando un sistema di investigazione interuniversitaria, i diversi gruppi nazionali partecipano a questo studio prima consultando degli esperti, e poi studiando quanto offerto dagli esperti dei diversi Paesi. Infine un'Equipe internazionale fa la sintesi dello studio nelle sue quattro parti. Se Dio vuole, speriamo di offrire in futuro a tutte le Diocesi che attuano il Piano la possibilità di partecipare a queste riflessioni. Finora, e come fondamento del progetto che offriamo, abbiamo fatto delle riflessioni internazionali su questi temi: i segni dei tempi in generale, la secolarizzazione, la liberazione, il dialogo, il discernimento, la relazione Chiesa-Mondo, le tendenze nella Chiesa, la partecipazione, la pace il cui frutto è la giustizia e, ultimamente, i segni dei tempi nella situazione attuale (cf. " La storia sfida le Chiese: per una spiritualità evangelizzatrice ", Elle Di Ci, 1997).

La pedagogia con cui realizzare quanto scoperto con questi studi è relazionata con la pianificazione e il metodo che abbiamo usato per questo. In realtà il metodo di pianificazione prospettica è un modo di fare la lettura nella fede della situazione della diocesi, nei suoi quattro passi:

 analisi della situazione nei suoi aspetti statici e dinamici;

 ideale o " dover essere " della Chiesa locale in coerenza con il magistero della Chiesa;

 diagnosi della situazione sotto il duplice aspetto degli ostacoli e delle potenzialità;

 cammino di trasformazione della realtà o pianificazione.

In questo modo, la lettura dei segni dei tempi a livello mondiale ci serve come quadro di riferimento alla cui luce capire la situazione locale nella fede. Lettura, questa, che a sua volta la pianificazione traduce in passi progressivi per la trasformazione necessaria della situazione attuale in quella ideale.

2. In che cosa consiste l'itinerario di fede o processo educativo che si propone? Quali sono le sue tappe e condizioni?

Tenendo conto della mentalità del mondo attuale quanto alla sfasatura culturale e pratica esistente tra la Chiesa e un numero sempre più elevato di battezzati, abbiamo fatto un'opzione di base, raccomandata tra l'altro in numerosi documenti del magistero: rifare il cammino catecumenale. Avendo però a che fare con battezzati e gente di buona volontà è necessario allargare il punto di partenza.

Così proponiamo:

 una prima tappa kerigmatica che, a partire dalla necessità e potenzialità del popolo lo conduca tutto, tenendo conto della sua cultura e situazione, a essere sensibile in primo luogo al valore dell'incontro-partecipazione-riconciliazione con gli altri; poi al valore dell'aiuto mutuo-fraternità-solidarietà; e in terzo luogo al valore della Chiesa intesa non già come luogo-tempio, ma come incontro e fraternità di coloro che credono in Cristo, come comunione di persone con Dio, fra sé e con la natura. Questa tappa si conclude con la convocazione a un'esperienza significativa in piccoli gruppi di famiglie. È l'" avvenimento " che vuole spingere tutti ad approfondire tanto l'esperienza della fede, quanto quella della comunità;

 una seconda tappa pre-catecumenale che si snoda attorno a tre grandi nuclei che tutti i battezzati hanno grande necessità di riscoprire: la Parola di Dio come dono e senso della vita, come preghiera e risposta; la fede come stile di vita e da proclamare negli ambienti in cui si è presenti; la persona di Cristo nei suoi atteggiamenti e nel suo mistero. Questa tappa si conclude con un Sinodo Diocesano che, preparato in due anni, mette tutti i battezzati in condizione di partecipare in gruppi familiari al discernimento su ciò che Cristo chiede alla comunità ecclesiale in relazione ai poveri, ai giovani, alla famiglia, agli stessi gruppi di famiglie e alla comunità nella sua relazione con la società. Si chiede inoltre a tutte le famiglie di esprimere la loro risposta alla domanda che Gesù fece ai suoi apostoli: " Voi chi dite che io sia? ". Con le risposte si forma una preghiera-professione di fede che si proclama nella celebrazione della Messa conclusiva, dopo la recita del Credo;

 una terza tappa catecumenale nella quale tutti riscoprono e riaffermano il proprio impegno attorno a tre nuclei: la Chiesa come comunità salvifica, i sacramenti della fede, l'Eucaristia e i ministeri. Negli ultimi tre anni si fa una revisione di tutto il cammino vissuto fin dall'inizio e la comunità elabora, in base all'esperienza vissuta, un Progetto Comunitario, che è oggetto di approvazione nel Congresso Eucaristico che conclude la tappa. Allo stesso tempo si chiede a tutte le famiglie che offrano alcune parole di commento alla preghiera del Padre Nostro. Le risposte confluiranno in un'altra preghiera-professione di fede, che verrà  anch'essa  proclamata nella celebrazione conclusiva.

Finito il Congresso Eucaristico, sulla base del Progetto Comunitario si rielabora un nuovo piano di evangelizzazione, rifacendo la tappa pre-catecumenale e catecumenale da nuove e più profonde ottiche.

3. Com'è possibile realizzare un processo educativo in termini di fede con tutto il popolo?

Va fatta subito una chiarificazione di fondo relativa al senso del termine " educazione ". Sulla base del senso etimologico di " e-ducere " o tirar fuori, portare alla luce, va subito detto che non si deve confondere un processo educativo con un processo istruttivo o magisteriale. Un processo educativo ha una regola d'oro, come ricordano il pedagogista Paolo Freire e tanti altri: " Nessuno educa se stesso, nessuno educa un altro: ci si educa insieme ". Se questo è vero, come noi crediamo, si può applicare questo criterio all'educazione nella fede. Essendo Dio da una parte l'autore della fede, senza il quale non è possibile crescere in essa, e dall'altra essendo Egli presente in tutto il popolo, possiamo allora dire che la Chiesa, come afferma l'Evangelii Nuntiandi, evangelizza quando si lascia evangelizzare.

Su questa base, due sono le condizioni necessarie perché il processo di evangelizzazione si converta in processo educativo: che sia, per un verso, un processo di coscientizzazione in termini di fede, e per l'altro che ci sia un'organizzazione capillare che consenta a tutti di essere coinvolti. Quanto al processo di coscientizzazione, cioè di relazione tra esperienza e riflessione, esso è possibile perché la pedagogia e il metodo che si usano tanto nella pastorale della moltitudine quanto in quella dei piccoli gruppi è di confronto tra fede e vita, tra Vangelo e sua pratica nella vita. Quanto all'organizzazione del popolo ne abbiamo già parlato a proposito dei piccoli gruppi e più in generale a proposito delle strutture di comunicazione e di partecipazione.

Così, nell'intercomunicazione della fede e della coscienza che se ne ha, tutti si aiutano reciprocamente ad approfondirla e a viverla con crescente autenticità. Inoltre, in questa comunicazione trovano posto anche quell'istruzione e insegnamento che sono esigiti dalla crescita della comunità stessa.

4. Come integrare le diverse spiritualità presenti nella Chiesa in una spiritualità comunitaria o di comunione?

La spiritualità di comunione, coincidendo con la natura della Chiesa, non è una semplice spiritualità in più nella Chiesa. Si tratta in realtà della spiritualità che è al fondamento delle altre. Il Concilio ci ha aiutato a maturare la coscienza che l'Uno  lo Spirito  precede la distinzione dei doni e dei carismi che Egli distribuisce a chi e come vuole. Inoltre ogni spiritualità, per essere autentica, deve avere soprattutto la caratteristica dell'" ecclesialità ", cioè un senso di Chiesa che la impregna: non può, perciò, né sentirsi né vivere la dimensione ecclesiale come qualcosa di distinto o tanto meno opposto alle diverse spiritualità.

5. Come integrare i movimenti, i gruppi, le associazioni e istituzioni apostoliche in questo piano?

Per chiarire questo aspetto occorre distinguere tra la vita interna dei movimenti, gruppi, associazioni e istituzioni apostoliche e la loro azione pastorale. L'ammissione nella Chiesa locale e la vita interna dei diversi gruppi apostolici dipendono dal Vescovo, secondo la natura di ogni gruppo, però questo non è oggetto del piano pastorale. L'azione apostolica invece dipende dal ministero del Vescovo ed è conseguentemente oggetto del piano pastorale. Ancora, l'azione pastorale che realizzano questi gruppi non è loro esclusiva anche se essi hanno dei modi loro propri di attuarla. Di conseguenza, questi gruppi sono tenuti presenti nel piano pastorale per tre ragioni:

a) In ragione dell'azione pastorale che esercitano come gruppo, però insieme con tutti quelli che realizzano lo stesso tipo di azione (cf. i livelli o campi d'azione segnalati in precedenza);

b) In ragione dell'essere persone impegnate e quindi capaci di assumere tutte le responsabilità che l'organizzazione e il piano esigono, sempre che siano eletti da coloro cui questo compete;

c) In ragione del carisma che hanno e quindi della possibilità di confrontarsi con le grandi categorie delle persone nella Chiesa: la Confederazione dei Religiosi e dei Consacrati, il Consiglio dei Laici organizzati. Due organismi di dialogo, questi, e di aiuto reciproco, in ordine all'impegno specifico nella Chiesa e nella società.

Al di là di questi aspetti strutturali, nella pratica pastorale tutto dipende dalla capacità di ogni gruppo di trasmettere uno spirito alla comunità ecclesiale, nelle mille opportunità che tutti hanno di suscitare l'attenzione di coloro che si sentono attratti da quello stesso spirito. Senza fare proselitismi che non sono conformi con la gratuità dello Spirito.

6. Come far sì che la Parola di Dio ci guidi senza manipolazioni?

Il pericolo è sempre presente, e lungo la storia della Chiesa non si è mai potuto evitare che ci fossero persone che hanno manipolato la parola di Dio. Pertanto non si può chiedere ad un piano di arrivare a far sì che questo non avvenga! Ad ogni modo, due sono gli elementi determinanti: la spiritualità del piano vissuta in modo tale che risulti realmente ispiratrice del piano, ne sia la caratteristica sempre presente e aiuti a viverlo nello spirito della comunione ecclesiale; in secondo luogo occorre tener conto che le guide per i diversi incontri permettono una serie di indicazioni, motivazioni, monizioni, introduzioni, ecc., che aiutano a circoscrivere e orientare la lettura e la meditazione della Parola di Dio nel senso ecclesiale.

Nell'esperienza si è incontrata una sola difficoltà, quando sono apparse delle persone che, specialmente nei piccoli gruppi, hanno tentato delle strumentalizzazioni per interessi politici. In questi casi, che di fatto si conoscono subito, si interviene direttamente nel modo più opportuno. Normalmente le persone che non vogliono vivere con sincerità la religiosità  non diciamo la loro fede  non partecipano a quanto esigerebbe da loro coerenza. La gente non si lascia ingannare da persone che conosce nella vita ordinaria e di cui sa bene se sono sincere o no.

Non si deve infine dimenticare che il Vescovo e il Parroco hanno altri molteplici canali per comunicare a tutti l'interpretazione autentica della Parola di Dio.

7. Nel quadro di una pastorale di questo tipo come si integrano i giovani, o che tipo di pastorale si deve fare con loro? E le vocazioni?

La nostra proposta al riguardo ha un asse preciso: mobilitare i giovani come gruppo sociale al servizio della comunità cristiana più ampia. Si tratta di creare un movimento o dinamismo (non un'associazione) dei giovani al servizio della comunità. Su questa base, si convocano sistematicamente tutti i giovani per i diversi servizi religiosi, sociali, culturali, artistici... che essi realizzano creativamente al servizio della crescita della comunità, secondo il piano diocesano e parrocchiale. Inoltre ogni azione si prepara e si realizza in modo che risulti formativa dei giovani stessi. E agli stessi giovani sono dirette altre iniziative come incontri di preghiera, di dialogo, di distensione, di espressione creativa o artistica. Così apprendono, in modo esperienziale, che la vita cristiana è impegno per gli altri e al loro servizio, che come tale vale la pena di essere vissuta.

D'altro lato, oltre all'organizzazione per i servizi, si raggruppano i giovani in fasce di età per poter realizzare il piano di formazione che va dai 12 ai 25-30 anni. Piano di formazione progressiva, attorno a nuclei e temi che aiutano i giovani per tappe a optare per Cristo e a definire le proprie scelte vocazionali, in relazione alla maturità della loro età. In questo modo il processo formativo che accompagna i giovani e il modo di creare i servizi da offrire alla comunità convertono questo movimento o dinamismo giovanile in un reale processo vocazionale.

Tutto questo esige un Gruppo o Commissione a livello diocesano e parrocchiale che convochi tutti i giovani, che promuova costantemente e creativamente la loro partecipazione ai diversi servizi e li integri nel processo formativo. È questa l'unica realtà costituita ed è formata dai giovani più impegnati e da alcuni adulti che assicurano, soprattutto, la formazione.

8. Come evitare il peso delle molteplici strutture da creare?

Non si deve pensare che le strutture si debbano creare tutte fin dal principio del processo di evangelizzazione. Il criterio iniziale è quello di usare le strutture esistenti e di non crearne altre se non quelle necessarie per muovere l'insieme. Di fatto queste sono le strutture di base (Zone pastorali ed Equipes corrispondenti, rete dei Messaggeri, Equipe redazionale, Equipe Diocesana e Parrocchiale di Animazione Pastorale) e quella per la pastorale della moltitudine. Le altre strutture si vengono rinnovando e promuovendo prima dall'esperienza, e poi formalmente, di pari passo con la crescita della coscienza collettiva. Non si creano le strutture per principio, ma perché man mano diventano necessarie. Questa progressività va definita caso per caso.

Conclusione

Tutto il sistema organizzativo e strutturale ha l'obiettivo che tutti i battezzati, come popolo e come persone, possano ascoltare la Parola di Dio e accoglierla a partire da quanto è comune e dalla situazione peculiare di ognuno. Così il popolo di Dio, come Chiesa che ascolta e accoglie la Parola, si edifica nell'amore, si configura a Cristo, Parola di Dio al mondo. Il Vescovo e i Presbiteri per la loro parte possono ascoltare questa Parola vivente nel loro popolo, possono farne oggetto di discernimento e restituirla al popolo rivelando quanto Dio sta dicendo loro a partire dall'intimità stessa della comunità ecclesiale. Il Vescovo e il Presbiterio sono profeti, ministri e guide in mezzo al loro popolo, il popolo di Dio.

 

 

CAPITOLO III

CELEBRAZIONE EUCARISTICA

PROPRIAMENTE DETTA

Comunità che offre, si offre e rende grazie

Preghiera del mattino: 1 Cor 11,23-34

Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: " Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me ". Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: " Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me ". Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo.

Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta.

A. In relazione all'Eucaristia

Elementi essenziali dell'offertorio sono i seguenti: porre e proporre sopra la mensa dell'altare la materia che serve per il sacrificio e per il banchetto; e la seconda delle grandi orazioni del presidente della celebrazione liturgica.

Il pane e il vino sono simbolo:

 della totalità della comunione " conviviale ";

 della totalità della vita di Cristo consumata per amore;

 del mistero dell'unità (molti grani un solo pane);

 del lavoro e dell'abilità degli uomini che hanno prodotto il pane e il vino, nel senso più ampio;

 del cosmo il cui destino è legato alle creature umane e, attraverso di loro, a Cristo.

In ogni modo, l'offertorio è preparare e disporre la materia e noi stessi all'offerta che Cristo fa di se stesso e di noi in-con-per Lui.

Inno di rendimento di grazie: la comunità entra nel cuore della celebrazione eucaristica quando il celebrante invita a cantare un inno di lode a Dio in riconoscenza di tutte le meraviglie che ha operato in Cristo per la nostra salvezza. La celebrazione non è pastorale e liturgicamente piena se non educa il popolo a questa gioiosa gratitudine propria dei salvati.

Celebrazione del memoriale della Pasqua del Signore: questo rende attuale ciò che Cristo ha voluto realizzare ed esprimere nella Cena nell'intima connessione con l'offerta sacrificale cruenta che stava per consumare sul Calvario. Però l'Eucaristia contiene il sacrificio di Cristo nel senso dell'esaltazione della Croce, cioè unito ai suoi frutti. L'umiliazione del Figlio obbediente fino alla morte è stata infinitamente gradita al Padre al punto da meritare la glorificazione pasquale. È la morte vittoriosa, eucaristica e non " doloristica ", quella che si celebra nel Sacramento.

Con il " Consummatum est ", tutto è compiuto; già è realizzato l'atto risolutivo di tutta la storia di salvezza nel suo " prima e dopo "; lo sbocco finale è già garantito, qualsiasi esito abbiano gli eventi umani. Ogni Eucaristia è Pasqua.

Invocazione allo Spirito Santo (prima epiclesi): non è possibile celebrare nessun sacramento senza la presenza e l'azione misteriosa dello Spirito. L'efficacia delle parole di Cristo, pronunciate e date nel testamento dell'Ultima Cena, implicano l'azione misteriosa della " virtù " o del potere dello Spirito Santo. L'azione salvifica e santificatrice di Cristo che continua oggi nella Chiesa e nei sacramenti, è inseparabile dalla " virtù " attiva del suo Spirito.

Offerta del sacrificio della Nuova Alleanza: attraverso il sacrificio sacramentale, Cristo ci rende contemporanei della croce o fa che questo avvenimento ci sia contemporaneo. Partecipandovi con la fede, veniamo fatti partecipi dell'unica ed eterna Alleanza, segnata dal sangue di Cristo, " sacrificio di riconciliazione " che fa la pace per tutto il mondo.

Cristo ha voluto mettersi nelle mani della Chiesa e di ciascuno di noi perché potessimo finalmente offrire la vittima di valore infinito per la salvezza nostra e di tutto il mondo. Adesso siamo noi gli offerenti che, per Lui, con Lui e in Lui, siamo associati nel medesimo movimento di donazione, di obbedienza al Padre, di culto autentico, di completa riconciliazione con Dio e tra di noi. Perciò pastoralmente e liturgicamente, bisogna far entrare in questa offerta le nostre comunità, i ministri, il popolo, come unico soggetto offerente.

Offrendoci nel sacrificio spirituale possiamo far nostro e offrire il sacrificio nel quale il Cristo si è fatto obbediente fino alla morte: dobbiamo quindi consumare la nostra esistenza in una totale obbedienza alla volontà del Padre, realizzando pienamente il suo progetto di amore su di noi.

Non possiamo aggiungere niente all'unico e perfetto sacrificio di Cristo, però se oggi lo rendiamo presente per " questa " comunità, è precisamente perché produca ora il nostro " sacrificio spirituale ". Il " sacrificio sacramentale " al quale partecipiamo è orientato al " sacrificio reale ", quello nostro. Il primo è inutile per noi se esso non assume in se stesso la nostra vita concreta con le sue sofferenze e fatiche quotidiane, con le sue gioie, con le intenzioni e le preghiere che portiamo nel cuore per noi e per il mondo, con il desiderio e la necessità di lodare e ringraziare, di intercedere e di espiare.

La celebrazione raggiunge il suo fine quando noi facciamo di tutta la nostra vita una sola offerta e un solo sacrificio con quello di Cristo. Così chiediamo al Padre che ci trasformi in un'offerta permanente e che tutti arriviamo a essere in Cristo, per virtù dello Spirito, " una vittima viva per la tua lode ". Poiché tutti formiamo uno stesso Corpo: l'unità del sacrificio e di vita porta con sé, in Cristo, anche l'unità delle persone. Nessuno può incorporarsi a Cristo nell'Eucaristia senza incorporarsi con gli altri. È l'Eucaristia allora che fa la Chiesa. Cristo ci dona il suo Corpo per farci ogni volta più " suo Corpo " e così costruisce di giorno in giorno la sua Chiesa (cf. Ef 3,6; 1 Cor 10,17).

Così san Tommaso dice: " L'effetto ultimo (res) di questo sacramento è l'unità del Corpo Mistico " (III q. 73, a. 3). Se c'è un'unità che precede e deve precedere la celebrazione dell'Eucaristia, secondo l'ammonimento di Mt 5,23, esiste anche un'unità che segue, che cresce e si sviluppa in forza della grazia sacramentale. Non si può crescere nell'unione con Cristo se non crescendo simultaneamente nell'unione fraterna.

Invocazione dello Spirito Santo sui comunicandi (seconda epiclesi): per essere offerta viva e per farci un solo Corpo in Cristo, abbiamo bisogno dell'azione dello Spirito che personalizza e interiorizza il dono che Egli ci offre, crea le disposizioni necessarie dentro di noi e, soprattutto, crea l'unità con l'offerta-sacrificio di Cristo e fra di noi.

Lo Spirito è invocato sulla comunità perché essa si disponga a entrare profondamente nel Mistero che sta celebrando e ottenga il maggior frutto possibile, giàcché tutto è dono e procede dal Grande Dono che è la stessa persona dello Spirito.

Comunione con la Chiesa della terra e del cielo: la Chiesa ha sentito sempre la necessità di esprimere la sua profonda unità con la Chiesa pellegrinante sulla terra e con quella che ha già raggiunto la gloria celeste. È il sentirsi in sintonia con questa bella realtà che chiamiamo " comunione dei santi ", che sono in primo luogo Maria, gli apostoli, i martiri e tutti i santi che godono già con Cristo e intercedono per noi. La nostra liturgia è unita a quella del cielo e la abbraccia. Allo stesso modo è naturale per la Chiesa esprimere in questo momento le intenzioni che si riferiscono alle sue necessità e più in generale a quelle del mondo: è il " memento " dei vivi e dei defunti.

Così l'Eucaristia, soprattutto nell'anafora, è la sintesi e il modello di tutta la preghiera cristiana in tutti i suoi aspetti, incominciando dal ringraziamento a Dio per i suoi immensi e innumerevoli benefici dispensati in nostro favore, quando proprio non li meritavamo e non li cercavamo, mentre riconosciamo che egli ci amò per primo.

Dossologia finale: non stupisce che tutta l'anafora si concluda con una solenne glorificazione che mette vigorosamente al centro l'unico Mediatore e Salvatore, Cristo, che nell'unità dello Spirito Santo, fa sì che tutto ritorni al Padre, secondo il classico schema trinitario che è sostegno della autentica preghiera cristiana, soprattutto di quella liturgica e in un momento come questo.

A questa proclamazione corrisponde il festoso " Amen " dell'assemblea, il più importante di tutto il rito della messa. È l'Amen dell'adesione interiore e comunitaria della fede, della partecipazione piena e gioiosa alla salvezza realizzata per Cristo.

B. In relazione al piano diocesano di evangelizzazione

Ogni piano pastorale  e così è quello che noi proponiamo  deve consistere in un insieme di iniziative-misure-decisioni-attività, esplicitate in programmi, che costituiscono per così dire la materia che la Chiesa dispone perché il popolo di Dio possa vivere la sua esperienza pasquale. È una materia scelta in funzione di un passo di crescita; decisa non arbitrariamente, ma a partire da una interpretazione nella fede della situazione dello stesso popolo: per favorire cioè quel passo che appare come dinamismo di Dio e che tende a elevare il popolo a realizzazioni sempre più autentiche della sua dignità filiale. Inoltre, la materia che si offre è pane e vino, che può alimentare e far crescere, e non " un sasso o un serpente ". Però è una " materia ": lo spirito consiste nella grazia di Dio e nella sua libera accettazione da parte delle persone e del popolo stesso.

In molti modi, soprattutto attraverso le valutazioni periodiche e le diverse forme di preghiera, un piano deve educare il popolo di Dio a riconoscere con animo grato le meraviglie che Dio ha realizzato e realizza nella storia e in " questo " suo popolo. Senza dubbio, nelle esperienze in atto del piano diocesano, si nota un crescendo del senso di benedizione e di gratitudine: è corrispondente alla comprensione che i frutti sono di Dio, perché superano ogni previsione umana e perché sono sproporzionati in rapporto alle azioni fatte. Il popolo esprime questa coscienza in molti modi e forme.

Il piano pastorale deve però soprattutto porre il popolo in condizione di vivere una permanente conversione come Chiesa-comunità e come realtà interne alla stessa, conversione che è sempre un passare a forme più perfette e mature di unità. Tutto è concepito e disposto in modo tale che si possa fare ogni volta un'esperienza di conversione: sempre e nella misura in cui le persone, i gruppi e le istituzioni si aprano alla grazia di Dio.

È perciò necessario specificare sempre le motivazioni, in modo che si aprano le menti e i cuori all'azione dello Spirito, senza il cui intervento e potere non c'è conversione. Così si può sperare che ogni esperienza suscitata dal piano pastorale sia realmente un'esperienza pasquale: esperienza, cioè, di passaggio da una condizione di non-incontro a una di incontro, da non-popolo a popolo, da non-fraternità a fraternità, da non-comunità a comunità. Tutto questo vissuto nella fede e in ragione della fede: per questo matura la coscienza di essere Chiesa, Popolo di Dio, Corpo di Cristo e, allo stesso tempo, cresce e matura la realtà umana.

È il sacrificio di obbedienza al Padre nell'amore mutuo, nell'edificazione dell'unità ecclesiale e nella trasformazione della convivenza umana. È il farsi verità nella carità (Ef 4,15) che viene messo al centro del dinamismo della vita e dell'azione del Popolo di Dio, e viene assunto come dinamismo di crescita fino a raggiungere la statura di Cristo, Uomo perfetto, e in modo tale che " tutto il Corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l'energia propria di ogni membro, riceva forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità " (Ef 4,16).

Perciò tutti i momenti e le opportunità offerte dal piano pastorale sono orientati a che tutta la vita si converta in " sacrificio spirituale " (Rom 12,2) di obbedienza al Padre. Di fatto, questo progetto-proposta è un processo educativo delle persone, delle famiglie e della comunità cristiana alla partecipazione, al dialogo, al discernimento e alla scelta della volontà di Dio, di santità-unità del genere umano.

Nelle esperienze in atto crescono di fatto la relazione e l'aiuto fraterno tra vicini, il senso di appartenenza alla Chiesa, il senso di comunione ecclesiale, l'assunzione di ruoli e ministeri... Poco a poco, i temi religiosi e i suoi valori costituiscono parte della vita familiare e sociale. Si va così modificando la cultura, nella purificazione e nella elevazione. È il sacrificio spirituale vissuto e verificato nei fatti e nei frutti, come dice Gesù, e non nei sentimenti vaghi ed alienanti.

In questo modo il popolo si educa all'esperienza che il vero sacrificio gradito a Dio è quello che conduce alla formazione dell'unico corpo di Cristo, vissuto nell'esperienza ecclesiale, con l'inevitabile proiezione nella vita familiare, di vicinato, di lavoro, di convivenza sociale; nei rapporti politici, economici, sociali, culturali ecc... Si va formando, progressivamente, un solo corpo in Cristo. E come Chiesa poniamo il germe di trasformazione della società in fraternità universale: non c'è carità se non quella che conduce alla comunione, all'unità in Cristo.

Questa esperienza pasquale, di passaggio e trasformazione, è possibile per opera dello Spirito Santo. Perciò il piano diocesano è un processo nel quale, lentamente, il popolo si educa alla preghiera vissuta non solo nei momenti di incontro, ma anche nelle famiglie, tra vicini, là dove si sviluppa la vita; preghiera che è in relazione con il dono dello Spirito, l'unità, che solo Lui può realizzare, giacché Egli è l'unione tra il Padre e il Figlio e tra Questi e tutti noi. Di questo processo educativo alla preghiera fa parte la rieducazione del popolo di Dio al suo rapporto con Maria e con i Santi, così come con i defunti e con le necessità dei viventi, ossia, le nostre: quelle della Chiesa e quelle del Mondo.

Infine, essendo un cammino catecumenale, il piano diocesano di evangelizzazione ha un carattere trinitario in modo che, esplicitamente o implicitamente, orienta tutto al benessere spirituale e materiale di tutta l'umanità, perché questa si orienti, a sua volta, a Cristo e da lui al Padre. In questo modo, il movimento santificatore ed elevante della vita umana, partecipazione della vita trinitaria, si converte in cantico di lode al Padre, per Cristo, con Cristo ed in Cristo, nell'unità dello Spirito Santo. È il " sì " dell'umanità salvata e santificata, è l'" Amen " esistenziale.

C. In relazione al Vescovo (e al suo Presbiterio)

Il processo organico di ascolto del popolo di Dio dà come frutto la proposta del piano che ora il Vescovo deve decidere unito con la sua Chiesa locale, specialmente con il Presbiterio. Processo decisionale cui partecipano le diverse realtà che compongono il popolo di Dio, ognuno secondo i suoi doni, carismi e ministeri. Al Vescovo compete di fare la sintesi dei doni, carismi e ministeri, avendo egli il ministero della comunità ed essendo " principio e fondamento " visibile dell'unità della sua Chiesa locale.

Il Vescovo ha il ministero della sintesi, ma non la sintesi dei ministeri. In questo processo decisionale è in gioco la prudenza come virtù dell'azione: si tratta di decidere quello che è più opportuno e conveniente per il bene della Chiesa locale; si tratta di decidere la volontà di Dio sulla Chiesa locale, nell'insieme e nelle diverse realtà che la compongono.

La prima cosa che si chiede al Vescovo e, con lui, alla Chiesa locale è che accolga con sentimenti di gratitudine le diverse proposte che vengono presentate: azione di grazie per i doni di Dio e per i segni della sua presenza. Accogliere con grandezza d'animo, come se fosse qualcosa di proprio, quello che si propone: è l'atteggiamento iniziale con cui incominciare il processo decisionale. Però deve essere un atteggiamento sincero, non diplomatico o formale, ma segno di una sincera ricerca della volontà di Dio. Allo stesso modo vanno superati i pregiudizi, i sentimenti istintivi di simpatia o antipatia, in rapporto alle decisioni da prendere.

Tra la ricezione delle proposte e la decisione sulle stesse deve darsi uno spazio di ponderazione e di valutazione corrispondenti. Soprattutto però occorre riconoscere il germe salvifico di verità e di bene presente in ogni proposta e riconoscerlo con sentimenti di benevolenza e di gratitudine a Dio, ai fratelli e alle sorelle: dove ci sono frammenti di verità e di bene, là c'è il germe di Dio, di una verità più ampia che è Dio stesso.

Vivere un processo decisionale, come persona e come comunità o Chiesa locale, è vivere un processo pasquale. Si tratta, da una parte, di ponderare le ragioni a favore e quelle contrarie delle proposte e di valutare queste ragioni per giungere a determinare, nella misura del possibile, qual è la volontà di Dio, qui e ora.

Allo stesso tempo, d'altra parte, non è possibile oggettivare questa volontà di Dio se colui che discerne non si sottomette alla purificazione interiore dei sentimenti e delle motivazioni, in modo da poter dire con sincerità che si è mossi solo dallo Spirito del Signore. È l'esperienza di conversione dei propri punti di vista, dei propri atteggiamenti ed inclinazioni, dei propri stati d'animo, sentimenti e desideri, per aprirsi solo alla volontà del Signore. Ma ancora: è un lasciarsi talmente attirare dall'amore alla verità e al bene da sentirsi spinti ad aderirvi nella gioia: è l'adesione gioiosa a Dio (contemplazione), che è la Verità e il Bene supremo.

Questo spirito di accoglienza gioiosa non è possibile senza l'azione dello Spirito che occorre invocare, lasciandolo agire su di noi. È lo Spirito che ci purifica, è grazie a Lui che possiamo discernere gli spiriti che ci muovono, è per sua opera che possiamo dire il nostro " sì " alla volontà di Dio. Perciò dobbiamo invocarlo ed accoglierlo: solo Lui può esprimere adeguatamente ciò che noi dobbiamo dire a Dio.

Il sacrificio come tale sta nel fare scelte, nell'uscire dalla perplessità, nel prendere una decisione. Questo ci risulta costoso perché nessun essere umano ha la sicurezza assoluta di optare per la verità e il bene. Occorre decidere in una certa oscurità e insicurezza, accettando la possibilità di sbagliare. Non scegliere è in ogni modo uno sbaglio! La fede ci viene in aiuto in quanto ci fa certi che Dio ci ama, ma non ci libera dall'incertezza in ciò che scegliamo. È questa la nostra povertà radicale, propria della nostra esistenza: perciò viviamo nella tentazione di non scegliere, di lasciar passare il tempo, nell'attesa che le cose si aggiustino da sé. Al contrario, nell'opzione meditata, sofferta e scelta come espressione di amore a Dio, ai fratelli e alle sorelle, si compie il sacrificio dell'obbedienza della fede, nell'offerta gradita a Dio, a lode della sua gloria. Nell'autenticità della nostra opzione, Dio fa la sua volontà o, meglio, si incarna nella storia.

Però, siccome le scelte riguardano il bene della Diocesi e Cristo è il Signore della Chiesa, il Vescovo non le assume senza consultare previamente la sua Chiesa locale, in forma organica e differenziata. Così si amplia il campo del suo sacrificio spirituale:

 nel perdere la sua " onnipotenza " e nell'accettare e realizzare la consultazione con sincerità di cuore;

 nella pazienza e umiltà dell'ascolto delle ragioni e motivazioni degli altri, nel " soffrire " le pressioni delle persone, gruppi e istituzioni, nel caricarsi degli " umori " degli uni e degli altri...;

 nello sforzo di dialogare e favorire la comunione con tutti perché si cerchi di giungere insieme alla migliore opzione possibile;

 nella dimenticanza di sé davanti alle offese, ai pregiudizi, alle posizioni ideologiche;

 nel caricarsi dei limiti e deficienze degli altri, nel pacificare in sé tutto quello che viene dal di fuori come oppressivo, ingiusto e umiliante;

 nell'essere libero di spirito per sottomettersi solo alla volontà di Dio, per convertirsi a ciò che Egli vuole e optare secondo Dio.

Fatte le debite consultazioni, l'atto del decidere, che lo compromette davanti a tutta la Diocesi  nella povertà esistenziale, nella non certezza di essere nel giusto , costituisce per il Vescovo il suo maggiore sacrificio e oblazione spirituale (proprio di ogni autorità nella Chiesa) e il maggior servizio che possa realizzare a vantaggio della comunità diocesana per non lasciarla nell'incertezza e alla deriva.

È così che il Vescovo, sull'esempio di Cristo che nella sua morte e risurrezione è costituito Capo del suo Corpo, dà forma al suo essere sacramento di Cristo-Capo, mentre riconcilia ed edifica, nell'amore, la comunità ecclesiale, la sua Chiesa locale, come sposa fedele al suo Signore: così la sua vita è sacrificio spirituale che edifica il popolo di Dio, espressione della Pasqua. È la croce che ha come frutto la Risurrezione.

Con le sue scelte il Vescovo serve all'unità della comunità mostrandole in che cosa consiste il bene comune, la volontà di Dio. Deve però aiutare tutti ad assumere questa opzione, a obbedire allo Spirito, al quale egli obbedisce per primo.

Tale obbedienza non è rivolta a una persona isolata, sia pure il Vescovo, ma all'intera Chiesa locale. Essa ha fatto prima una proposta, poi ha esercitato il discernimento comunitario sul da farsi e, infine, si esprime nella persona del suo Vescovo. Obbedienza in virtù della quale si accetta e si esegue quanto deciso in spirito di fede e non solo per rispettodipendenza a una persona, sia pure quella del Vescovo, ma alla comunità-Chiesa locale nella quale e per la quale si è manifestato il volere di Dio. È il momento dello Spirito perché, dall'interiorità delle persone e della comunità, muova tutti nell'unità di un solo volere. Questa unità è dono dello Spirito e frutto della sua azione in noi.

L'opzione-unità è piena quando ciò che si è scelto è in coerenza con la tradizione del passato e apre al futuro, nella comunione dei santi, che trascende il tempo e lo spazio per situarci nell'" ora " di Dio, d'accordo con il suo piano di salvezza universale nell'unità.

Il Vescovo quindi può cantare ogni giorno la sua lode trinitaria per Cristo, con Cristo e in Cristo, al Padre, nello Spirito, ed esprimere l'" Amen ", il " sì " progressivo di una comunità che si va trasformando secondo il Vangelo e partecipa della gioia pasquale.

D. Riflessione e preghiera personale

Gv 10,1-18; 15, 1-17; Fil 2; 1Gv 4; 1Pt 2,4-10; Eb 13,7-16

E. Comunicazione spirituale

F. Implicazioni strutturali ed organizzative

Il processo per il quale tutta la Chiesa locale prende parte all'elaborazione del piano e che si corona con la presentazione della proposta al Vescovo, ora deve passare attraverso un processo decisionale che compete a tutto il popolo di Dio, anche se in forme diversificate, e particolarmente al Vescovo, visibilizzazione di Cristo, capo del suo Corpo che è la Chiesa.

Questo processo, dal punto di vista strutturale e organizzativo, implica:

1. La creazione di strutture di corresponsabilità:

 Le diverse Assemblee: quella zonale, cui partecipano tutti i battezzati che lo desiderano; quella parrocchiale, cui partecipano tutti gli operatori pastorali impegnati; a volte quella foraniale; quella diocesana, cui partecipano i rappresentanti eletti a livello parrocchiale o decanale, il Consiglio Presbiterale, i rappresentanti delle Commissioni e dei diversi organismi diocesani. Infine l'Assemblea Diocesana, presieduta dal Vescovo con i suoi Vicari Episcopali, la quale esercita il discernimento, emette il giudizio prudenziale sulle proposte ricevute, secondo il bene comune di tutta la Diocesi;

 il Sinodo Diocesano (in accordo al CIC);

 il Consiglio Presbiterale, eletto dal presbiterio e che rappresenta tutti i presbiteri della Diocesi davanti al Vescovo: esso esercita il discernimento abituale o ordinario in relazione alle proposte e agli argomenti che si riferiscono alla vita e alla missione dei presbiteri. All'interno di tale Consiglio si elegge il Collegio dei Consultori, per determinati assunti specifici e soprattutto quando la sede episcopale sia vacante.

2. L'assunzione, in questi organismi e nelle rispettive diverse istanze, di metodi di lavoro che, attraverso un processo decisionale di ponderazione, discernimento ed elezione, conducano alla convergenza di tutti nel " massimo consenso possibile " in quelle opzioni che sembrino come le più " prudenti " secondo lo Spirito, perché sono le più opportune per il bene della Chiesa locale.

3. L'adozione di procedimenti in cui si distingua il ruolo dei laici da quello dei presbiteri, il ruolo dei presbiteri da quello del Vescovo. Distinzione che si fonda sulla volontà di Cristo, sulla natura del sacerdozio comune e di quello ministeriale. Questo è importante per l'unità della stessa Diocesi.

Resta sempre un problema: che cosa bisogna sottomettere a consultazione e chi si deve consultare? Data la molteplicità delle situazioni non si può dare una risposta univoca e perciò conviene richiamare solo alcuni criteri:

a) È importante per la Chiesa, e in certa misura un dovere, conoscere il sensus fidei proprio del popolo di Dio;

b) Ogni consultazione deve essere differenziata, deve cioè tener conto della diversità delle capacità e delle responsabilità di chi si consulta e della diversità di doni, carismi e ministeri;

c) La partecipazione è graduale, all'interno di un processo educativo globale e differenziato secondo le capacità e responsabilità;

d) Tutto può essere oggetto di consultazione, eccetto ciò che può compromettere la reputazione delle persone;

e) Ogni consultazione esige un'informazione previa differenziata, corrispondente al grado di partecipazione;

f) Si devono consultare sempre tutti quelli che saranno coinvolti nella esecuzione di quanto si decide, nessuno cioè deve essere vincolato ad obbedire a ciò che non ha contribuito a decidere.

A partire dalle esperienze possiamo dire che per molti anni si è consultato tutto il popolo cristiano sulla valutazione e la elaborazione del piano pastorale nei suoi diversi campi o aree d'azione, e anche questo in forma differenziata, graduale e progressiva. Lo si è inoltre consultato su aspetti inerenti allo stile di vita della Chiesa e sulla amministrazione economica, esclusi gli aspetti tecnici. Mai lo si è fatto su questioni attinenti la teologia morale o la disciplina ecclesiastica. Certamente la consultazione ha riguardato in forma più completa gli operatori pastorali, specialmente quelli impegnati negli organismi parrocchiali e diocesani, secondo la natura di ciascuno.

G. Alcune domande e risposte

1. Come giustificare la distinzione tra organi di elaborazione e organi di decisione?

Un principio dell'organizzazione partecipativa contempla che chi elabora proposte, chi prende le decisioni e chi le attua organicamente non siano le stesse persone, ma ci siano a questo scopo organismi distinti. C'è inoltre un altro principio sociologico in base al quale, perché ci sia una vera comunità, è necessario che tutti partecipino a questi momenti.

Così la diversità di organismi permette che la comunità partecipi mediante persone diverse ai tre momenti indicati: in questa forma si attua un decentramento del potere decisionale, si condivide l'autorità e il governo con un numero più elevato di persone e in organismi distinti, di modo che, nei tre momenti e a partire da ottiche diverse, avvenga un controllo reciproco e sia assicurata la partecipazione di tutti, impedendo manipolazioni da parte di qualcuno.

2. Come risolvere i conflitti inevitabili tra un presbitero che deve proclamare la verità, che deve prendere decisioni, e una comunità che non sempre è d'accordo?

Nelle esperienze, come già ricordato, il conflitto si è verificato con persone che avevano interessi da difendere, generalmente politici o economici, e non con la comunità in generale. Sempre ci sarà una minoranza che si oppone ad un processo di evangelizzazione che chiede conversione. Quando non potrà negare la verità, allora attaccherà la persona del prete, simbolo di questa evangelizzazione. In ogni modo, tra presbitero e popolo si darà sempre una relazione dialettica, propria di ogni relazione dialogale. Se il presbitero però realizza il profetismo come ne abbiamo parlato, il popolo lo ascolterà anche in ciò che non gli aggrada. Potrà non farlo caso per caso, però non negherà il riconoscimento dell'autenticità di ciò che proclama. Questa stessa testimonianza, d'altra parte, porta la gente a riconoscere la voce del suo pastore; se non sempre succede immediatamente, giunge però sempre il tempo della verità.

3. Come passare da un gruppo di presbiteri a un presbiterio? Come fare delle diverse visioni e stili di vita e di azione un unico presbiterio?

Il processo iniziale della Tappa Previa indica il cammino. Per compierlo è quindi necessario promuovere poco a poco una coscienza comune, espressa in obiettivi comuni, riconosciuti e assunti da tutti, di ciò che esprime una volontà comune; obiettivi che devono essere definiti con la partecipazione di tutti, tanto nell'analisi della situazione su cui si innestano, quanto nella determinazione degli elementi che li configurano; obiettivi che, per essere tali, devono risultare concreti, raggiungibili e verificabili. L'obiettivo comune costituisce l'elemento generatore e determinante. Dalla volontà comune espressa nell'obiettivo sorge infatti la spinta a raggiungerlo e, conseguentemente l'offerta da parte di ciascuno del proprio contributo, per realizzarlo in collaborazione con gli altri. È proprio a tale collaborazione che il piano dà forma, articolando le qualità e i doni di ciascuno per lo scopo stabilito.

Dalle due condizioni, l'unificazione delle volontà nell'adozione di un obiettivo comune, e poi lo sforzo congiunto per conseguirlo, nasce una situazione di novità dei rapporti che maturano nella misura in cui ci sono interessi comuni: rapporti che poco a poco si convertono in fiducia reciproca, nella misura in cui si raggiungono gli obiettivi fissati e i sacrifici richiesti sono controbilanciati dai frutti che si ottengono.

Queste sono condizioni psicologiche. Senza di esse non si potrà vivere la gioia del ministero di edificazione del popolo di Dio. Ecco perché, per definire il passo di crescita di questo popolo, bisogna organizzare il contributo di tutti per ottenerlo: da questo dinamismo ministeriale sorgeranno relazioni fraterne rinnovate.

In una parola è il piano pastorale elaborato, deciso e attuato con la volontà comune di tutti la risposta più adeguata alla domanda fatta. Allora tutto ciò che si dice teologicamente del sacramento e del ministero presbiterale, della sua spiritualità e stile di vita, tutto assumerà un senso concreto, dinamico e comunitario, corrispondente alla sua natura.

4. Come interpretare la frase comune che il Vescovo ha l'ultima parola e che tutti gli organismi sono consultivi?

Bisogna anzitutto distinguere due significati del termine " consultivo ":

 in senso giuridico significa che chi ha voto consultivo non può obbligare il Vescovo ad accettare qualcosa che egli in coscienza non ritenga conveniente per il bene della Chiesa locale. Qui consultivo si oppone a " deliberativo ", nel senso di obbligante;

 in senso teologico-spirituale significa che ogni cristiano, anche il Vescovo, ha il dovere di ascoltare ciò che lo Spirito dice attraverso gli altri, attraverso la comunità ecclesiale: questo ascolto dello Spirito nel suo popolo per il Vescovo significa che deve stare attento, deve " acconsentire " a ciò che lo Spirito gli dice, da qualsiasi parte esso venga. Così l'ultima parola spetta allo Spirito, che si fa visibile quando il Vescovo, in nome della sua Chiesa, può dire, come san Pietro negli Atti degli Apostoli: " Lo Spirito Santo e noi abbiamo deciso... " (15,28).

In questo senso il termine " consultivo " nella sua valenza giuridica salvaguarda la libertà di coscienza del Vescovo per aderire solo allo Spirito e assicurare che solo Lui guida il suo popolo.

5. Che valore ha il voto in questo processo partecipativo?

Nelle esperienze, in genere, si usa il voto solo per esprimere il " consenso ". La preoccupazione fondamentale nei diversi tipi di incontri e assemblee è quella di giungere progressivamente al " consenso " sui temi pastorali che si approfondiscono. Presupponendo la rettitudine degli atteggiamenti e l'amore alla Chiesa, il segreto sta nei metodi e nei procedimenti che si usano. L'esempio più lampante ce lo ha dato il Concilio nel modo di affrontare l'analisi dei documenti, attraverso consensi progressivi, per parti, prima di giungere al consenso con un voto definitivo. Anche per la elezione delle persone si procede per proposte, dialogo, consenso. In questo modo, normalmente, si riesce ad evitare il procedere per maggioranze e minoranze, eccetto il caso in cui non appaia possibile aspettare fino a giungere alla maturazione del consenso.

Ad ogni modo occorre ricordare che ci sono diverse istanze da considerare per giungere alle decisioni e questo permette che dalla dispersione delle opinioni si possa progressivamente giungere al consenso su quella che è l'esigenza maggiore. In generale si può dire che non abbiamo incontrato problemi particolari a questo riguardo.

6. Come armonizzare le decisioni che vengono da istanze più ampie e superiori alla Diocesi con il processo che la Diocesi stessa porta avanti?

La scelta determinante è quella della mediazione tra il piano diocesano e ciò che può essere deciso da organismi superiori (Conferenza Episcopale, nazionale o continentale; Sinodo dei Vescovi; Papa; Concilio). In ognuno di questi casi, e in relazione alla natura delle decisioni che si prendono, c'è bisogno di una mediazione, nel senso che quanto si realizza secondo le indicazioni dei livelli superiori sia armonizzato con il ritmo di crescita del popolo di Dio.

Tenendo conto che il processo di evangelizzazione è strutturato attorno a valori che permettono di esprimere la totalità del Vangelo e che il piano è organico e globale, tutto può esservi integrato attraverso una mediazione culturale. A volte si tratterà di linguaggio, altre volte di accentuazioni o priorità all'interno del piano, altre di riorganizzazione dello stesso piano nel livello interessato. Di fatto, a parte qualche caso particolare dovuto a limiti di persone, sempre è stato possibile armonizzare le diverse esigenze.

7. Come si distinguono le decisioni a livello diocesano, decanale, parrocchiale?

Il processo di pianificazione distingue tre livelli:

 la progettazione il cui risultato è il Piano Orientativo Globale, a lungo termine, che inizialmente viene elaborato con la partecipazione di tutti gli operatori pastorali della Diocesi e, se possibile, con qualche partecipazione anche del popolo cristiano;

 la pianificazione che specifica il Piano Orientativo Globale per il breve termine, in genere di tre anni, cioè l'insieme dei piani specifici che deve essere elaborato e approvato dall'insieme della Diocesi, a partire dalle sue diverse istanze;

 la programmazione annuale che compete ad ogni parte, cioè alle diverse Commissioni diocesane, alle Foranie, alle Parrocchie, in accordo a ciò che viene determinato nel piano stesso: si tratta della programmazione delle azioni che rendono esecutivo il piano a breve termine, anno per anno.

8. Qual è il senso dell'obbedienza?

Nel contesto di quanto fin qui detto l'obbedienza evangelica si vive nel senso più pieno. Non solo perché è un'obbedienza attiva, ma anche perché quando l'insieme della Diocesi partecipa alla elaborazione e decisione di un piano e il Vescovo lo assume e lo conferma, l'obbedienza non è diretta semplicemente alla persona del Vescovo, ma alla Chiesa locale che si esprime nella figura del Vescovo. È così che l'autorità del Vescovo viene irrobustita e sostenuta dalla Chiesa locale, corpo di Cristo. Il Vescovo, a sua volta, quando " conferma la fede dei suoi fratelli " esige da se stesso quella obbedienza alla sua Chiesa di cui è segno e strumento per tutti. L'obbedienza, nella visione della comunità dinamica, pone tutti in condizione di servizio organico e mutuo, secondo il ruolo di ciascuno.

Farsi servitori gli uni degli altri è il senso ultimo e radicale dell'obbedienza evangelica.

Conclusione

Come Cristo sulla Croce, in obbedienza alla volontà del Padre, accetta di dare la vita per i fratelli e le sorelle, così il Vescovo mediante la sua Chiesa discerne lo Spirito, conosce e accetta la volontà del Padre e la comunica alla sua Chiesa perché insieme, lui e la sua Chiesa, la vivano e realizzino nella storia. È così che il Vescovo e i Presbiteri si fanno servitori del proprio popolo e contribuiscono per la loro parte all'edificazione della propria Chiesa.

 

CAPITOLO IV

RITO DELLA COMUNIONE

Comunità di comunione e di condivisione

Preghiera del mattino: Atti 2,42-47; 4,32-34

Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo.

La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.

A. In relazione all'Eucaristia

Questa parte dell'Eucaristia si compone dei seguenti elementi: il Padre Nostro, seguito dalla preghiera per la libertà di spirito nell'attesa, l'orazione e il saluto di pace, la frazione del pane, la Comunione Eucaristica e l'orazione finale.

Apre questa parte il Padre Nostro che, come ponte tra la preghiera eucaristica e il rito di comunione, ci ricorda l'orizzonte universale del sacrificio di Cristo in cui vivere quello nostro. Nella sua prima parte ci ricorda:

 la paternità di Dio, amore fontale, e conseguentemente la fraternità universale;

 la santificazione del nome di Dio nella santificazione e comunione dell'uomo e della donna con Dio;

 il Regno di Dio da dilatare nel mondo: fine di tutta la realtà della Chiesa;

 la volontà o il disegno salvifico di Dio che dobbiamo cercare e realizzare perché il suo Regno si dilati: costituisce l'orizzonte universale cui dobbiamo continuamente rifarci.

Nella seconda parte ricordiamo che il rapporto con Dio è autentico nella misura in cui si esprime nelle relazioni umane:

 che tutti abbiamo il pane quotidiano, non quello di domani, perché tutti posseggano il pane necessario, non quello superfluo e così si dia una equa distribuzione dei beni della terra;

 che Dio ci perdoni, come anche noi perdoniamo ai nostri debitori, ricordandoci che senza riconciliazione non è possibile fare comunione;

 che il Signore, infine, non ci lasci cadere in tentazione e ci liberi dal male.

In questo modo la preghiera che Gesù ci ha insegnato, oltre ad essere un dono di Dio da chiedere, è un atto di fede in ciò che Dio vuole che viviamo e un impegno a viverlo.

Al Padre Nostro segue la preghiera per ottenere la libertà di fronte alle tribolazioni e alle tentazioni della vita e allo stesso peccato, per vivere nell'autentica attesa del Signore che torna. Libertà intesa come signoria dello spirito umano, nella luce e nella forza del Signore, di fronte ai condizionamenti esterni e interni, per essere disponibili a Dio nella tensione della speranza. Solo in questa libertà, intesa come disponibilità al dono di sé, saranno possibili la pace e la comunicazione dei beni spirituali e materiali.

Così si chiede la pace per la Chiesa e per il mondo e ci si scambia il saluto di pace, ricordandoci in questo modo che la riconciliazione fraterna va anteposta a qualsiasi offerta che si ponga sopra l'altare.

Si giunge così alla frazione del pane, il gesto che Gesù realizzò nell'Ultima Cena: gesto semplice e ad un tempo significativo della nostra unione in Cristo, giacché tutti partecipiamo dello stesso pane e dello stesso calice. Ecco perché, anticamente, in Roma, si inviavano i frammenti di questo pane a tutti i celebranti delle altre Chiese: per esprimere la comunione nello stesso sacrificio.

Segue la comunione dei fedeli, che si accostano all'altare cantando ed esprimendo così la gioia e l'intima unione sia con il Signore che con i fratelli e le sorelle, convitati della stessa mensa preparata dall'amore del Signore. Comunione che nella sua natura e nella sua istituzione (banchetto) implica sì una profonda partecipazione personale, ma è anche un atto comunitario. Mentre ciascuno entra in contatto con Cristo, Egli unifica tutti nel suo amore, come suo Corpo. Qui la Chiesa si edifica ogni giorno e stringe i suoi legami interni. Da qui deve partire tutta l'azione educativa che voglia formare allo spirito di comunione (cf. Presbyterorum Ordinis 6).

Proviene sempre da qui l'istanza della condivisione dei beni: come infatti si potrebbero intercomunicare i beni del cielo senza accettare di condividere, con fratelli e sorelle, i beni della terra? La comunione eucaristica non può limitarsi ad un atto rituale chiuso in se stesso, senza aprirci a un serio impegno di riconciliazione e di carità fraterna nella vita reale.

Infine il banchetto fraterno raggiunge qui il suo culmine, ed esige come conseguenza intrinseca la comunione di tutta la comunità presente all'Eucaristia. Solo così la comunità perviene alla fondamentale ragion d'essere della celebrazione: fare propri i frutti specifici del sacrificio eucaristico. È la via che Cristo ci ha indicato, quella di consumare personalmente il sacrificio con la comunione sacramentale: " Chi mangia di questo pane vivrà in eterno... Se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo e non berrete il suo sangue non avrete in voi la vita " (Gv 6,51-53).

Il rito della Comunione si conclude con il ringraziamento finale, quello personale nel silenzio orante e quello comunitario nella terza grande orazione del presidente. In essa, con la manifestazione del più vivo e gioioso ringraziamento per la Comunione ricevuta, si chiede al Signore che i frutti della stessa siano efficaci e duraturi per tutti. Nello stesso senso si impartisce la benedizione finale.

B. In relazione al piano diocesano di evangelizzazione

Ogni piano pastorale, per essere coerente con l'Eucaristia, deve porre al centro della vita della comunità cristiana la carità, l'amore a Dio e ai fratelli e sorelle, cioè lo spirito di comunione con Dio e con le creature umane, sia nelle parole che nei fatti. La comunione fraterna in Cristo costituisce infatti il messaggio che si trasmette, l'esperienza che si suscita e l'azione che si promuove.

Perciò diciamo che questo progetto-proposta è al servizio della spiritualità di Chiesa o spiritualità comunitaria, quella opzione cioè della comunione con Dio e con il prossimo che genera un modo di vedere, di essere e di agire che caratterizza " questa " comunità seguace di Cristo. Tale opzione non si fa una volta per sempre, ma, sul fondamento di una opzione globale, si conferma e si specifica nelle opzioni successive che vanno configurando la Chiesa locale nell'unità voluta da Cristo. Opzione che è di Chiesa, ma che riguarda e coinvolge tutta l'umanità, giacché in " questa " comunità si anticipa lo stile di vita che Dio vuole per tutta l'umanità.

Nella comunione ecclesiale si anticipa il tipo di convivenza sociale cui tutta l'umanità è chiamata. Per questo, nel momento in cui la comunità ecclesiale giunge al culmine del suo cammino catecumenale e fa l'opzione per un modo di essere coerente con l'Eucaristia, proclama anche la sua fede elaborando un suo commento al Padre Nostro e impegnandosi nella sua attuazione. L'esperienza vissuta e la coscienza della sua validità si convertono in un'opzione e proclamazione pubblica di vita secondo la carità evangelica.

Per vivere questa comunione, il piano diocesano di evangelizzazione insiste accuratamente, in forme e in gradi diversificati, su tre fattori fondamentali:

1. La libertà dei figli di Dio come condizione e come frutto dell'opzione del dono di sé a favore dei fratelli e delle sorelle e come sacrificio gradito al Padre: si tratta della libertà di fronte ai condizionamenti esterni e interni per scegliere secondo Dio, per obbedire al suo piano; libertà che, quale frutto di questa opzione, esprime la persona nella sua identità più profonda e nella sua maturazione crescente. È la libertà della propria originalità messa al servizio della comunità, offerta come dono di sé; è l'originalità che si perde perché riviva nella comunità, secondo le parole di Gesù: " Chi perde la sua vita per amor mio  nel mio corpo che è la Chiesa  la ritrova ". È anche la libertà davanti al passato, al presente e al futuro in quanto opprimenti, per situare la vita nella speranza.

2. È perciò una libertà che crea comunione, cioè la pace fra le parti divise. La preghiera per la pace si fa impegno di pacificazione, di riconciliazione e di reciproco perdono per edificare nuovamente l'unità: si tratta della pace che Cristo dà, e non il mondo. In questo senso il progetto educa a riscattarsi dalla tentazione dell'isolamento, della chiusura nel proprio mondo, di farsi un regno a parte, e pone tutti i battezzati, in forma permanente e sistematica, davanti alla necessità di reincontrarsi con gli altri, di ristabilire le relazioni spezzate, di dimenticare le normali incomprensioni o gli scontri che si producono nelle relazioni quotidiane, di perdonare le offese e le malignità... Però educa soprattutto a prendere l'iniziativa di un amore che va incontro all'altro, secondo le sue necessità e per servirne la realizzazione. Ancora: il piano dà a ciascuno il suo posto nella comunità, in modo che tutti si sentano parte organica di un corpo armonico. Per tutto questo il piano diocesano è un processo educativo per quella pace che è frutto della giustizia, cioè dell'essere tutti e tutto al proprio posto, o meglio nel posto che Dio ha affidato a ogni persona e ad ogni cosa.

3. La libertà dei figli e delle figlie di Dio e la pace che Cristo ci dà possono essere autenticamente accolte e vissute come comunione nella misura in cui avviene la comunicazione dei beni spirituali e materiali. La comunione degli spiriti è tale nella misura in cui prende " corpo " nella condivisione dei beni spirituali e materiali.

In questa direzione, si promuove la comunicazione spirituale delle proprie esperienze di vita, delle proprie convinzioni, dei propri modi di vedere, di essere e di agire in modo che in tutte le opportunità e per mezzo del confronto di esperienze tra le persone e con il Vangelo, tutti si edifichino scambievolmente nell'amore.

Allo stesso tempo, si suscita, si motiva e si promuove l'aiuto fraterno e la solidarietà con quanti costituiscono il vicinato, attraverso le piccole comunità o CEB: per le situazioni limite dell'ambiente, attraverso fondi e responsabili zonali; per le situazioni più complesse e per quanti stanno lontani, attraverso l'ampliamento della Caritas parrocchiale e diocesana. Inoltre si organizza la presenza ecclesiale in tutte le necessità della comunità (infermi, carcerati, abbandonati...). Si instaura un aiuto fraterno permanente e organico in modo che tutti siano al servizio di tutti e non ci siano bisognosi che non possano contare su qualcuno, sulla comunità ecclesiale, in ogni momento.

Questa vita di comunicazione di beni spirituali e materiali, in libertà e riconciliazione fraterna, suscita un movimento spontaneo di ringraziamento al Signore, e approfondisce e rinnova la forza della carità e l'impegno per vivere secondo le sue esigenze. È il " tessuto sociale " la cui esistenza umanizza la convivenza umana, la esprime, le dà sicurezza psicologica e sociale quale nessun'altra società e organizzazione umane possono dare. È così che l'appartenenza alla Chiesa è vissuta come benedizione e consolazione per i suoi membri e per tutti coloro che fanno parte dell'ambiente.

C. In relazione al Vescovo (e al suo Presbiterio)

Il Vescovo, mentre edifica nell'unità la sua Chiesa locale, per mezzo della Parola e dell'Eucaristia e grazie allo Spirito Santo, la aiuta nello stesso tempo a proclamare, in modo sempre più autentico e con gli stessi sentimenti di Gesù, il Padre Nostro.

È il prototipo di ogni preghiera, giacché in essa è contenuto ciò che il popolo di Dio è chiamato a vivere, con la grazia di Dio; e nella misura in cui lo vive, scopre in questa stessa orazione profondità spirituali sempre nuove. Si converte alla preghiera non di quelli che dicono " Signore, Signore ", ma di quelli che " fanno " la volontà di Dio.

Allo stesso tempo, nel quadro di questa preghiera, il Vescovo è chiamato a educare la sua Chiesa alla preghiera autentica, quella che non isola, non aliena, né consente alle persone, gruppi e istituzioni, di chiudersi in se stessi, ma spinge ad impegnarsi a vivere e costruire, come unica comunità salvifica, la Chiesa locale, in comunione con quella universale. È possibile dire " Padre Nostro " senza sentirsi membra gli uni degli altri, senza edificarsi sempre più come sua famiglia?

In questo modo il Vescovo è chiamato a vivere lo spirito di preghiera e la preghiera stessa, concretamente il Padre Nostro, come senso del suo ministero e della sua vita.

L'educazione all'autentica preghiera  consenso all'amore di Dio vissuto e realizzato in Cristo, con e per Cristo  anche se è compito del Vescovo, non può essere da lui realizzata senza chiamare ed educare tutti a cercare e a raggiungere la libertà dei figli di Dio. È l'obbedienza della fede che fa liberi: perciò il Vescovo deve educare all'obbedienza a Dio vissuta nell'obbedienza alla Chiesa locale, della quale il Vescovo stesso è segno. Non si tratta di subordinare a sé le persone o i gruppi, ma di aiutarli a convergere nel bene comune della Chiesa locale, di cui il Vescovo è il primo servo e garante. Perciò il Vescovo educa alla libertà chiamando a conversione la comunità in modo che tutti, e lui per primo, siano al servizio gli uni degli altri, come dice san Paolo.

Inoltre, attraverso il piano pastorale, egli aiuta la comunità a non lasciarsi catturare né dal passato né dal presente, ma ad aprirsi al futuro, a realizzazioni sempre più piene di unità, mentre viviamo nell'attesa della venuta del Signore.

Questa educazione si completa con l'esercizio della riconciliazione e col dare ad ogni battezzato il suo proprio posto nella Chiesa, e in forma organica. È così che si edifica la pace: riconciliando e organizzando la comunità. Alla pace interiore che proviene dalla vita unificata come sacrificio spirituale di riconciliazione fraterna si aggiunge, ora, la pace esteriore delle relazioni organiche. Inoltre, l'ordine e l'armonia della convivenza ecclesiale, nella diversità dei doni, carismi e ministeri e nell'unità degli obiettivi e dei processi operativi, si esprime nella pace che Cristo offre, e che è anche nostro compito.

Tutto ciò, come già si disse, non è pieno se non nella misura in cui si concretizza nella comunicazione dei beni. Per il Vescovo si tratta di una vera opera educativa: accompagnare e aiutare le persone e le comunità ad esprimere e a condividere il meglio di sé, ciò che in essi è dono di Dio, e ancor più Dio stesso, che è " l'intimità della nostra stessa intimità " (Sant'Agostino).

Il compito del Vescovo è quello di liberare il dinamismo divino presente nelle persone, nelle comunità e nella propria Chiesa locale e fare in modo che lo si comunichi. È il Dio presente: Egli attende che ogni soggetto, con l'aiuto della mediazione ministeriale, gli dia spazio per esprimersi nelle sue parole e nei suoi gesti. Dio presente nel suo popolo è un'energia sconfinata! Egli attende che qualcuno ponga in gioco questa energia e attraverso la sua comunicazione si produca la trasformazione dell'universo.

Il Vescovo è messo dinanzi alla sua comunità non per portarle Dio, ma perché Cristo, salvatore e redentore, presente nel potere del suo Spirito, si espanda nell'umanità e nella storia e si compia il disegno salvifico. Questo è un modo di esprimere il ruolo che giustifica e dà senso alla presenza della Chiesa nella storia.

Questo dinamismo comunicativo e intercomunicativo dello Spirito che vive nella sua Chiesa esige la comunicazione. È un unico Spirito che stimola e muove la comunicazione, anche dei beni materiali, perché questa realizzi la sua destinazione universale. Perciò lo Spirito invita all'austerità, alla povertà volontaria, a un ordine nel quale egli riunisce la giustizia e non ci sia " uno che ha fame mentre l'altro è ubriaco " (1 Cor 11,21).

La storia della Chiesa è piena di esempi eroici in questo campo. Perciò il Vescovo organizza i diversi servizi ecclesiali tenendo conto delle diverse necessità, specialmente di quelle dei poveri, perché la conversione di tutti conduca al superamento delle diseguaglianze ingiuste e stridenti, e si costruisca un modello di vita giusto per tutti. La Chiesa locale deve giungere ad essere un segno del nuovo ordine mondiale di cui l'umanità attuale ha una grande sete e un urgente bisogno.

Il Vescovo, in definitiva, è segno e strumento della comunione ecclesiale. Comunione che è dono dello Spirito e compito di tutti i battezzati. È segno perché egli vive questa comunione ad un livello di profondità tale che l'incontro con le persone, i gruppi, gli organismi e le istituzioni è, allo stesso tempo, incontro con Dio, con Lui che è l'Uno al di là delle diversità e dei limiti con cui si esprimono tali diversità: così può scoprire i fili dell'unità presente nella diversità, può fare la sintesi e rivelare l'unità presente nel suo popolo. Questa comunione con Dio, presente nell'intimità delle persone e del popolo, è quella che il Vescovo rivela e di cui è segno mediante la parola, la presenza e l'azione. Il popolo di Dio, da parte sua, si sente interpretato, svelato nella sua profondità e riunito nello Spirito.

Il Vescovo, d'altronde, è strumento della comunione ecclesiale mediante il ministero della parola, dei sacramenti e della fraternità organica. Questo richiede dal Vescovo una profonda capacità di silenzio, ascolto e passività mistica e, allo stesso tempo, di parola, profezia, azione mistica. È e deve essere un uomo contemplativo, nel quale attività e passività si identificano: perché il " sì " a Dio è, allo stesso tempo, accoglienza e pronunciamento, passività e attività supreme. È il " sì " del pastore che trova la sua unità di vita nella " carità pastorale ".

Di conseguenza il Vescovo anima, sostiene e benedice la comunità nel suo sforzo di costruire l'unità e nell'offrire testimonianza della propria fede al mondo, principalmente a coloro che soffrono persecuzione per la giustizia.

D. Riflessione e preghiera personale

Rom 8,14-38; 1 Cor 12,27-31; 13,1-13; Ef 2,14-22;

At 2,42-47; 4,32-34

E. Comunicazione spirituale

F. Implicazioni strutturali ed organizzative

Fare comunione da parte del Vescovo implica non solo crearne le condizioni mediante le strutture di partecipazione nella elaborazione delle proposte e nelle decisioni, ma anche dar corpo ad altre strutture e organismi di comunione e di partecipazione:

 gli spazi della comunicazione della fede negli ambiti più vicini alle persone, come sono le famiglie e le piccole comunità o Comunità ecclesiali di base; entrambe queste realtà sono concepite come spazi in cui si vivono le tre dimensioni costitutive dell'essere Chiesa: comunità di fede, di culto e di missione;

 le strutture di comunicazione e di partecipazione alla base, come spazi di comunicazione dei beni spirituali, e non solo per la convocazione sistematica del popolo di Dio;

 le strutture e gli organismi di conduzione, che sono il Consiglio Episcopale, i decani, i parroci, l'Equipe di Coordinamento Parrocchiale e le Equipes di Coordinamento Zonale: spetta a tali organismi guidare l'azione e prendere le decisioni necessarie in ordine all'esecuzione del piano, nel livello e nell'ambito che compete a ciascuno di essi;

 le strutture e gli organismi di attuazione organica del piano approvato, quali sono la Sezione pastorale della Curia diocesana che sussidia le molteplici commissioni ed équipes a livello di parrocchia e di decanato o forania, le quali in concreto portano avanti l'azione programmata. La Sezione pastorale della Curia diocesana si organizza in cinque dipartimenti corrispondenti ai cinque livelli fondamentali della Pastorale comunitaria, della Pastorale settoriale, dei Servizi pastorali, della Pastorale ministeriale, delle Strutture di partecipazione. Ogni dipartimento, a sua volta, ha le Commissioni pastorali corrispondenti. Il tutto è coordinato dal Vicario episcopale per l'Azione Pastorale;

 le strutture economiche, a livello diocesano e parrocchiale, in accordo agli orientamenti e alle decisioni canoniche, di modo che servano ai fini che giustificano l'esistenza dei beni ecclesiastici: perciò occorre distinguere strutturalmente gli aspetti tecnico-amministrativi dell'economia dalla definizione delle politiche economiche e dalla contabilità. Per gli aspetti specificamente tecnici ci si avvale della partecipazione degli esperti; per la definizione delle politiche ci si avvale della partecipazione del Consiglio Presbiterale, a livello diocesano, e di laici rappresentativi delle diverse zone pastorali a livello parrocchiale. In questo modo si ha un controllo reciproco che torna a vantaggio della comunità.

A queste strutture e organismi devono corrispondere metodi e procedimenti adeguati per l'informazione e la comunicazione, di modo che tutto proceda armonicamente.

Tutto questo suscita una domanda latente in tutto il discorso che stiamo facendo: che problemi pone la conduzione partecipativa e come affrontarli? Come evitare la formazione di partiti, la formazione di blocchi? Questo dipende da tre fattori:

 mantenere la tensione spirituale in termini di comunione crescente;

 usare metodi e procedimenti adatti alla volontà di camminare insieme;

 affidare ai più dinamici e capaci le diverse responsabilità: in tal modo, mentre questo li aiuta a mettere le proprie capacità al servizio del dinamismo dell'insieme, allo stesso tempo si esige da loro pazienza e misericordia con tutti.

Però come muovere i refrattari e come frenare gli impulsivi, come giungere a un ritmo adeguato a tutti? Il processo partecipativo porta con sé la risposta, dato che il consenso porterà alcuni a doversi limitare, altri ad accelerare il passo, e tutti a misurarsi sul passo possibile.

Ancora: è determinante per il dinamismo dell'insieme che sia assicurato lo spirito di comunione o la spiritualità comunitaria, ma ancor più è necessario che la spiritualità di comunione abbia il primato nella vita e nell'azione della Chiesa locale. Perciò ancora una volta dobbiamo evidenziare che il piano diocesano ha la sua origine nella spiritualità di comunione, alla quale a sua volta serve, altrimenti il piano non si potrà realizzare. Di fatto questa spiritualità emerge chiaramente dalle esperienze che si stanno facendo ovunque nel mondo.

Per concludere: non basta la conduzione dell'autorità; è necessario che tutti siano mossi da uno spirito di obbedienza al Signore nell'edificazione della comunità. Questo non può avvenire senza un'équipe che sia con il Vescovo, e in suo aiuto, promotrice della spiritualità di Chiesa locale che giustifica il piano diocesano e spinge alla sua attuazione. È l'Equipe DiocesanaParrocchiale di Animazione Pastorale a servizio della promozione della spiritualità di comunione e dell'ascesi comunitaria, senza le quali è impossibile pretendere la convergenza sincera della volontà di tutti. È indispensabile che la spiritualità in verità e nei fatti abbia quel primato che normalmente le riconosciamo.

G. Alcune domande e risposte

1. Che rapporto c'è tra l'opzione per i poveri e un piano globale?

Se realmente si mette in movimento di servizio reciproco tutta la comunità ecclesiale, inclusi i cosiddetti " lontani ", come di fatto avviene, non c'è dubbio che i poveri siano i beneficiari, sia perché essi sono i primi a ricevere cura e attenzione nel cammino del popolo, sia perché sono messi in condizione di offrire quanto essi stessi possono fare a favore della comunità. In realtà questa è la ragione per la quale in tutti i documenti della Chiesa si parla della " scelta preferenziale per i poveri ".

Trattandosi inoltre di un processo di evangelizzazione, non solo si dà risposta alle necessità materiali e culturali delle persone, ma si offre anche quel senso spirituale, quella dimensione di fede che è propria dell'evangelizzazione. Infine l'opzione per i poveri, se non è interna all'opzione per tutti, corre il rischio di risolversi, come è avvenuto e avviene, in un'opzione ideologica o in un aiuto di tipo materiale, senza giungere ad essere autentica evangelizzazione e promozione umana.

2. Come favorire da una parte il superamento di una " psicologia di accentramento " e dall'altra l'assunzione di responsabilità?

La tendenza ad accentrare tutto in sé e a non delegare niente a nessuno, che riguarda piuttosto il clero e certi laici, si supera solo con un senso di fede in Dio che opera attraverso la buona volontà delle persone, e con quel senso del servizio che lo dilata proprio nel dar spazio ad altri. Agire secondo il principio della corresponsabilità esige fiducia nelle persone e consiste nel dar loro spazio e nel farle partecipi di qualcosa che senza dubbio non è proprietà nostra, ma di Dio: la Chiesa e tutto ciò che essa implica. Il ministero perciò, soprattutto quello presbiterale, va interpretato proprio come il servizio che suscita i ministeri laicali e così contribuisce all'edificazione di una Chiesa di servitori.

L'assunzione di responsabilità da parte della gente comune avviene poco a poco e per gradi: si comincia con l'aiuto occasionale, compiuto per fare un piacere a chi lo chiede; si passa poi a una collaborazione permanente e stabile, abilitandosi nel proprio ruolo; si giunge infine, al termine del processo catecumenale, a chiedere alle persone un impegno formale davanti alla comunità ecclesiale e a suo servizio. È il momento di riconoscerle come " ministri ".

Al riguardo non va dimenticato di esercitare uno sforzo costante per ampliare il numero dei collaboratori, di modo che un gran numero di persone contribuisca con la propria parte, pur piccola, ma costante, piuttosto che pochi facciano molto. Tutto poi dipende dall'accompagnamento spirituale e pastorale che l'Equipe DiocesanaParrocchiale di Animazione Pastorale offre a tutti i diversi gruppi, équipes e responsabili.

3. Qual è il ruolo dell'Equipe Diocesana di Animazione Pastorale?

Il ruolo di questa Equipe è di essere il motore di tutto il processo: pensa costantemente l'insieme e si preoccupa di metterlo in marcia come insieme. Perciò compete a questa Equipe tutto ciò che si riferisce all'animazione spirituale del processo, promuovendo la diffusione di una spiritualità di comunione e assicurando l'aspetto tecnico del piano e l'abilitazione di tutti a partecipare alla sua elaborazione. Svolge inoltre una funzione sussidiaria in relazione a tutto ciò che non funziona, fino al momento e al punto in cui ogni realtà funzioni normalmente. Tocca a lei, infine, definire i cammini concreti con cui far fronte a difficoltà e ostacoli che si interpongono nel cammino di realizzazione del piano.

In altre parole, è l'Equipe che collabora con il Vescovo nella sua missione di chiamare a conversione tutti i membri della Diocesi perché convergano su obiettivi comuni e li realizzino organicamente. In questo modo, come il Vescovo ha diverse Commissioni per i diversi compiti pastorali e amministrativi, così ne ha una per la sua missione fondamentale, che è quella di costruire l'unità a partire dalla conversione al Vangelo. In questo senso l'Equipe aiuta il Vescovo a compiere la sua funzione di " padre spirituale " della Diocesi, di colui che mira alla sua crescita spirituale e visibile, nell'organizzazione dell'insieme, come corpo di Cristo.

4. L'insieme delle strutture e il loro funzionamento non dà l'immagine di una diocesi-impresa?

In certa misura è vero, perché la Chiesa, realtà spirituale e visibile, si può paragonare ad un'impresa. Tutto dipende dal finalizzare gli aspetti istituzionali-imprenditoriali al servizio della dimensione spirituale e dello stile di vita conseguente. È la stessa relazione che si dà tra la Chiesa mistero di comunione e popolo di Dio (LG 1-2) e la Chiesa come Istituzione (LG 3-4).

Che la Chiesa in quanto istituzione si paragoni ad un'impresa non deve risultare strano, purché in essa si rispetti la dignità di ogni persona, ci sia partecipazione e sia dato spazio alla corresponsabilità di tutti, in un insieme organico. Nel passato e ancor oggi molte opere di religiosi erano e sono delle perfette imprese di una carità effettiva ed efficiente. Non dobbiamo dimenticare che l'efficacia pastorale è esigita dal Vangelo; Gesù infatti ci dice che conosceremo l'albero dai frutti, e che ci ha scelti perché portiamo frutto in abbondanza. È certo che si tratta di frutti di natura spirituale e pertanto dono di Dio, che però esigono anche e non meno l'impegno e la collaborazione umana.

5. Che relazione c'è tra il piano che si offre e il ruolo profetico che la Chiesa ha di fronte al mondo?

La risposta scaturisce da varie considerazioni.

Per una parte la Chiesa è al servizio del mondo, per il fatto di essere Chiesa, realizzando cioè pienamente se stessa secondo la sua vocazione e missione. La Chiesa è segno di un'umanità chiamata a partecipare alla vita di Dio, a condividerla nelle sue relazioni proclamando così l'amore di Dio al mondo. Per la Chiesa non c'è maggior servizio al mondo che offrirgli la testimonianza della ragione che giustifica la sua esistenza storica. Di questo parlano tutti i documenti del magistero quando ci dicono che il primo compito dell'evangelizzazione è quello di testimoniare con la vita la propria fede. Senza questa testimonianza la parola della Chiesa, il suo celebrare e la sua attività sono vuoti di significato.

D'altra parte la Chiesa, specialmente attraverso i laici, è chiamata a infondere lo spirito delle beatitudini in tutte le realtà umane in cui essi sono coinvolti. Per questo, nel piano, viene organizzata la Pastorale Settoriale che si rivolge a tutti i battezzati secondo il loro ruolo nella società: bambini, ragazzi, giovani, lavoratori, educatori, formatori dell'opinione pubblica, imprenditori, commercianti, politici, professionisti... In ciascuno di questi campi la pastorale vuole aiutare tutti i battezzati a dare testimonianza della propria fede nel proprio ambiente.

Non va dimenticato, infine, che la Chiesa è una porzione dell'umanità e in certi paesi maggioritaria. Proprio per vivere con uno stile comunionale, dialogale, partecipativo, corresponsabile, inevitabilmente influisce sulla vita sociale, la sfida, pesa su di essa, la orienta. È il carattere profetico della Chiesa che anticipa il modo di essere a cui il mondo è chiamato. Per la stessa cosa una volta di più, la testimonianza della fede è per la Chiesa la chiave del servizio che essa presta al mondo.

Alla luce di queste considerazioni il piano pastorale non è altro che uno strumento a servizio della Chiesa perché essa svolga in modo pieno ciò che è chiamata ad essere: segno e strumento dell'unità del mondo.

6. Il progetto appare un processo ad intra: non c'è il pericolo di fomentare una " nuova cristianità "?

Le argomentazioni della domanda precedente contengono una parte di risposta anche a questo interrogativo. Occorre dire che la domanda centra una difficoltà che può profilarsi per chi guarda il progetto dal di fuori. Dal di dentro della proposta, però, occorre dire che non solo non viene favorita una nuova cristianità, ma, in una certa maniera, la si rende impossibile. In realtà il processo partecipativo e di corresponsabilità costituisce un'alternativa radicale al clericalismo e al verticismo della cristianità. Inoltre la netta distinzione tra la vita della Chiesa e quella della società e l'articolazione dei ruoli di ciascuno al suo interno impediscono la sovrapposizione dell'una sull'altra, come avveniva nella cristianità. Infine il processo di evangelizzazione mette la Chiesa in un dinamismo di discepolato di Cristo, anziché centrarla su se stessa come società perfetta, in situazione di parallelismo con lo Stato, cosa che avveniva nella cristianità.

Se qualcosa può evocare la cristianità, ciò è dovuto al fatto che il progetto coinvolge tutti i battezzati in un processo organico, però non per via di obbligo e costrizione o paura, ma per invito e sollecitazione a una libera risposta che, in caso positivo o negativo, non ha alcuna conseguenza sociale, come avveniva nel regime di cristianità. Il fatto però che tutti i battezzati in qualche modo partecipino al processo di evangelizzazione dà senza dubbio alla Chiesa una forza morale che, mal usata, attenterebbe il senso stesso e le finalità dell'evangelizzazione, ma, ben usata, serve invece alla testimonianza che la Chiesa deve dare al mondo con la parola, la presenza, l'azione.

7. Come si fa la valutazione del piano che si realizza?

La valutazione segue e accompagna il processo stesso del piano. C'è una valutazione che si fa dopo ogni programma, e in sede diocesana si valutano ambedue nel loro insieme, annualmente. Dopo, approssimativamente ogni tre anni, si valuta la pianificazione a breve termine in tutti i livelli della vita della Diocesi e in tutti i suoi piani specifici. In questo caso il processo valutativo parte dall'Equipe Diocesana di Animazione Pastorale, da una parte attraverso le Zone Pastorali e le Parrocchie, e dall'altra attraverso le Commissioni diocesane e parrocchiali: viene valutato il cammino d'insieme e i cammini specifici, così come gli obiettivi del piano che termina; si analizzano i problemi centrali emergenti e si fanno le proposte convenienti per il piano successivo.

Fatta la consultazione, il Consiglio Pastorale Diocesano studia i risultati, analizza i problemi di base e le proposte ricevute, e decide il passo da proporre o la meta diocesana; determina la strategia da seguire e dà le indicazioni opportune per l'Equipe Diocesana di Animazione Pastorale perché essa elabori tecnicamente il piano. In seguito il piano si presenta come proposta a tutto il clero; il Consiglio Presbiterale dà il suo giudizio prudenziale; e il Vescovo, in ultima istanza, lo approva.

Conclusione

Condurre la Diocesi in termini di comunione, mediante processi " formativi " o di conformazione a Cristo della comunità ecclesiale, nell'unità salvifica e in tensione verso di essa, è completamente diverso che condurre per temi più o meno amministrativi. Nel primo caso si tratta di una direzione ministeriale e sacramentale che nell'altro caso resta diluita o addirittura spenta.

È una conduzione che incarna la frase del salmo "lo zelo della tua casa mi divora" e che genera la Chiesa come continuazione della maternità di Maria.

 

CAPITOLO V

SALUTO FINALE E MISSIONE

Comunità inviata o di missione

Preghiera del mattino: Mt 10,1-16

Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità.

I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, che poi lo tradì. Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: " Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. E strada facendo predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento.

In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città.

Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.

A. In relazione all'Eucaristia

Anche se il commiato, o saluto finale, non può interpretarsi come un esplicito invio per una missione, tuttavia tutto il popolo di Dio è missionario, perché è formato da una comunità di battezzati che non può restare chiusa in se stessa, che è cosciente che la salvezza che celebra nell'Eucaristia è destinata a tutti e deve giungere a tutti i popoli.

Il banchetto eucaristico non è riservato a un'élite di iniziati: sebbene supponga l'adesione iniziale della fede (completata dal Battesimo), è per sua natura aperto, e tende a convocare tutti per la salvezza del mondo intero (cf. Is 25,6-7). L'Eucaristia è preludio e segno del grande banchetto cui parteciperanno tutte le genti di tutto il mondo (cf. Lc 13,29) e tutti gli esclusi nell'Antico Testamento: i ciechi, gli zoppi, i sordi, i peccatori (cf. Mt 9,9-13; Lc 7,36-50; 19,1-10).

L'Eucaristia è inseparabile dall'impulso e dal dinamismo missionario che tende alla dilatazione del Regno oltre ogni confine, facendo cadere tutte le barriere di razza e di status sociale, superando tutte le divisioni, le discriminazioni, le alienazioni causate dal peccato umano. Gesù, nel suo sacrificio, è morto precisamente " per riunire i figli di Dio che erano dispersi " (Gv 11,52) e per " attirare tutti a sé " dall'alto della croce (Gv 13,32). La celebrazione eucaristica ha la stessa efficacia missionaria della croce, per forza intrinseca, e non solo per un'intenzione applicata da noi.

L'Eucaristia è sempre realtà intermedia o convocazione parziale tra il banchetto di Gesù e la festa universale delle nazioni, a cui ci prepara e ci rinvia permanentemente, sempre che siamo consapevoli di questo dinamismo missionario e ci educhiamo ad esso. È qui che la Chiesa " convocata " incessantemente dalla misericordia di Dio diventa a sua volta " convocante ", per chiamare tutti gli esseri umani a condividere i beni ricevuti (contrariamente a Israele che si chiuse in se stesso).

Unita alla dimensione missionaria dell'assemblea eucaristica appare la dimensione escatologica della stessa. Gesù alluse a questo già nell'Ultima Cena (cf. Lc 22,18), e San Paolo presenta la celebrazione eucaristica come una solenne proclamazione della morte vittoriosa del Signore fino a che Egli venga (cf. 1 Cor 11,26). È la tensione escatologica del " Vieni, Signore Gesù ", che si ripeteva nelle assemblee liturgiche (cf. Didaché, cap. X). L'Eucaristia, memoriale della Pasqua del Signore, non solo ci rinvia al passato, ad un evento che si è compiuto nella storia passata, ma ci apre alla prospettiva del futuro, all'attesa della sua venuta. In realtà, la Risurrezione di Cristo inaugura già il nuovo mondo del futuro e nella sua umanità glorificata è iniziata la trasfigurazione di " cielo e terra nuovi " (Ap 21,1). Perciò partecipare all'Eucaristia ha significato e significa ricevere un " germe di immortalità ", un " antidoto contro la morte ", un " diritto alla gloria " anche del nostro corpo. È l'anticipo e il pegno della risurrezione-trasfigurazione finale. L'Eucaristia, così, non è solo un banchetto commemorativo, ma anche anticipatore, perché la Pasqua del Signore è già vittoria sicura sulla morte e sulle potenze nemiche, è già liberazione-riconciliazione che abbraccia il cielo e la terra.

Il momento dell'Eucaristia è la punta avanzata in cui la Chiesa tocca il futuro cui tende, mentre le sue energie si mobilitano perché il Regno di Dio giunga ora nella storia. Così, ogni celebrazione eucaristica è " viatico ", tappa nel cammino della speranza fino alla " terra promessa " ed è, allo stesso tempo, nuova forza per riempire della gloria di Dio ogni realtà presente.

B. In relazione al piano diocesano di evangelizzazione

La dimensione missionaria della Chiesa deve essere presente in ogni piano diocesano, e di fatto è presente in molti modi nel progetto che noi proponiamo: suo proposito, obiettivo e orizzonte è di giungere sempre a tutti i battezzati e a tutte le persone di buona volontà. Mentre questo sembra qualcosa di utopico, senza dubbio è invece possibile  e di fatto avviene (è problema di organizzazione)  nel senso di stabilire una relazione sistematica con tutti, persone e famiglie, e di influire su di essi almeno a livello epidermico, di sensibilità, come condizione iniziale, per aprirsi poi a livelli più profondi, allorché con l'aiuto di Dio, le persone lo decidano.

Le attività e iniziative che si scelgono e si propongono sono quelle che hanno, almeno intenzionalmente, la capacità di attrarre, di suscitare la reazione, di integrare la maggioranza. Questo succede, in forma diretta, mediante la partecipazione, e in forma indiretta, mediante la comunicazione delle esperienze vissute a quelli che non hanno partecipato direttamente. La forza del progetto è nell'evangelizzazione che la gente realizza informalmente nella vita quotidiana.

Tutto il piano diocesano è un continuo sforzo pianificato per aprirsi agli altri, incontrarsi, far comunione con loro in quanto altri, distinti. In questo senso possiamo dire che si tratta di una spiritualità missionaria. In realtà si crea una psicologia di tensione verso tutti, di comunicazione a tutti di quello che si sta vivendo. Coloro che vivono più a fondo il processo evangelizzatore vivono nella nostalgia di quelli che non partecipano, soffrono la loro assenza, sono preoccupati per il loro bene. Questa sensibilità, poco a poco, giunge ad essere un sentire comune, una costante vissuta a fior di pelle.

Il piano diocesano è, ancora, missionario perché in ogni campo d'azione pastorale si propone sempre di giungere a tutti, secondo il loro ruolo nella società, e prevede delle azioni specifiche destinate a tutti quelli di una stessa categoria, inclusi quelli delle altre confessioni e religioni. Esso è missionario perché con i servizi di carità cerca di giungere a tutti coloro che hanno necessità, senza tener conto della loro classe sociale, cultura, nazionalità, religione. In questo campo è inclusa la difesa dei diritti umani di qualsiasi persona o gruppo sociale che soffrano per la mancanza di rispetto di tali diritti. È missionario infine perché cerca di organizzare la solidarietà e l'aiuto reciproco in favore delle realtà e necessità di altri ambienti e nazioni. In questo senso si organizza l'azione missionaria della Diocesi in favore di altre Chiese più bisognose o più giovani.

Alla dimensione missionaria è legata anche la dimensione della speranza. Un Vescovo ha definito il piano diocesano un " progetto-speranza ". In realtà:

 tutto il Piano è basato sull'attrazione che l'ideale futuro esercita sul presente. Ideale che è espressione organica e oggettivata, in una situazione di futuro, delle aspirazioni, desideri e germi di futuro presenti oggi nella comunità ecclesiale. Ideale desiderato perché in esso si plasma ciò che la Chiesa locale comprende come volontà di Dio, in accordo con il magistero della Chiesa e con i segni dei tempi. Perciò è vissuto con la fede nel potere di Dio per realizzarlo. Ideale che è anche un proposito, un'intenzione e, come tale, genera lo sforzo quotidiano per raggiungerlo e realizzarlo. Ideale che si situa tra l'" oggi " e le promesse escatologiche, di modo che, progressivamente, affrettiamo la venuta del Signore;

 il progetto si colloca tra il " già " e il " non-ancora ", in quello spazio che si apre alla responsabilità creativa dell'uomo. In virtù di questo, è una chiamata, attraverso l'analisi, a scoprire la presenza del Dio operante nella storia e a definire, attraverso la pianificazione, i passi concreti per assecondare il Suo disegno salvifico;

 il progetto è così la coniugazione dei passi progressivi con cui definire la peregrinazione, l'itinerario della Chiesa locale verso la sua perfezione, verso il suo ideale di comunione, aperta a nuove e più elevate forme di unità-santità;

 il progetto, infine, costituisce l'antidoto rispetto a ogni immediatismo (infantile e adolescenziale), e il superamento di ogni alienazione spiritualista o evasione razionalistica, e ci colloca nella responsabilità effettiva di costruire, giorno per giorno, nella pazienza della speranza, la comunità ecclesiale: pazienza che è concentrazione delle energie personali e comunitarie nel passo possibile; pazienza che è generata, sostenuta e irrobustita dalla speranza che ha posto la propria sicurezza in Dio e nel suo piano di salvezza.

Così il piano diocesano di evangelizzazione è un costante grido di speranza: " Vieni, Signore Gesù! ". Non è l'attesa inoperosa (borghesia spirituale), ma l'operatività di chi costruisce ciò che spera.

C. In relazione al Vescovo (e al suo Presbiterio)

È il rinnovato invio del Vescovo stesso, che già sa di essere inviato, missionario, segno e strumento della missionarietà della sua Chiesa. Questo lo sollecita a rinnovarsi sempre più per:

 essere attento a tutto ciò che tende a chiudersi su se stesso, per chiamarlo alla dimensione universale; attento a quelli che si scoraggiano e si emarginano per riconvocarli, dar loro nuovo slancio; attento a tutto quello che si apre agli altri, per sostenerlo e animarlo, sempre nell'orizzonte universale della salvezza; sempre attento e sollecito per chi resta ai margini e sembra allergico al messaggio che gli si offre, per i deboli, per quella frangia che sta al confine tra il " sì " e il " no " dell'appartenenza alla Chiesa;

 essere attento a non fare della sua Chiesa locale un regno chiuso; essere aperto alla comunicazione dei beni con le altre Chiese locali (conferenze episcopali, regionali, nazionali, continentali...) e con la Chiesa universale; informato sulle necessità delle altre Chiese, scopre forme di condivisione anche della propria povertà;

 comunicare, in tutti i modi, il suo zelo per la Chiesa locale e per tutte le Chiese, in modo da suscitare uno spirito missionario che vuole condividere con gli altri i beni ricevuti.

Il Vescovo, in definitiva, è segno e strumento della comunità di speranza, in quanto:

 costantemente matura nella percezione dell'ideale, approfondisce il dover essere della sua Chiesa locale e coinvolge la comunità in questo stesso dinamismo;

 costantemente medita la situazione reale della sua Chiesa e la interpreta nella fede, per scoprire il dinamismo di Dio in essa e poterlo, così, assecondare con tutte le sue energie;

 con la pazienza di Giobbe, va spingendo tutti a realizzare il piano diocesano con il quale la comunità ha deciso la sua partecipazione cooperante allo stesso piano di Dio: pazienza per la quale assorbe gli insuccessi parziali, i limiti del presente, l'instabilità delle persone, la propria fragilità, le reazioni ingiuste...;

 uomo di speranza, consapevole che il tutto è possibile solo per parti; che il passo fattibile, per piccolo che sia, è sempre un segno di vita; che un cammino di trasformazione è pieno di momenti di apparente regresso, di contraddizioni, di andirivieni, e che in ogni modo le tensioni sono segno di vita, segno che è ancora possibile autosuperarsi, che si sta camminando: è fermarsi che è morire;

 uomo di speranza, che vive nell'anelito di ciò che ancora deve venire e perciò può attenderlo nella pazienza: anelito fondato sulla parola di Gesù, sul potere dello Spirito, sulla misericordia del Padre. Anelito che è tensione effettiva verso ciò che sta per venire e che Dio vuole: perciò si fa preghiera perché venga, perché si realizzi nella disponibilità dei tempi di Dio e non secondo i nostri tempi: preghiera che è anelito dei " cieli nuovi e della terra nuova ".

Riassumendo, si può concludere che il Vescovo è ministro della comunità riunita nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; egli esercita e vive il suo ministero in modo tale che rivela la paternità di Dio (padre, nello Spirito Santo), la fraternità di Cristo (fratello, tra fratelli e sorelle) e l'Amore dello Spirito (sposo della sua Chiesa locale). La comunità locale, da parte sua, quando sente, parla e agisce secondo lo Spirito, riconosce nel Vescovo un padre, un fratello e un servitore, ma allo stesso tempo lo aiuta a essere padre, fratello e servo nell'unico Spirito.

D. Riflessione e preghiera personale

2 Cor 4,1ss; 6,1-10; Ef 3; Col 1,24-29; Mc 16,15-18;

Mt 28,16-20

E. Comunicazione spirituale

F. Implicazioni strutturali e organizzative

1. Lavorare con altri e aprirsi agli altri esige, anzitutto, un metodo di lavoro collettivo e uno sforzo da parte di tutti, cioè un'ascesi comunitaria. Senza di essa non si avrà mai, nella realtà, quella comunione visibile, organica e dinamica, capace di suscitare la conversione del mondo. Senza metodi e senza sforzo metodico tutto è illusione, parola vuota di senso; sarebbe come quello che dice " Signore, Signore ", ma non fa la volontà del Padre. Al rifiuto della disciplina dei metodi d'azione, corrisponde una situazione di dispersione, di atomizzazione e, conseguentemente, di inefficacia. Una comunità può realizzarsi se tutti accettano la disciplina che esige il lavorare insieme per il raggiungimento di obiettivi comuni.

2. Un aspetto particolare del metodo è la strategia dell'azione, cioè la ricerca delle vie più idonee al superamento degli ostacoli che si oppongono al piano e al raggiungimento degli obiettivi. Tale strategia è la concretizzazione della carità che cerca il germe di Dio anche là dove si trova opposizione, per mettersi al servizio della sua crescita e individuare i mezzi e le vie più adeguati per aiutare gli altri a superare gli ostacoli. La strategia è l'arte della carità.

3. Per questo è necessario che tutti sappiano qual è il luogo che occupano e che cosa ci si aspetta da loro; è necessario, cioè, avere un organigramma chiaro, in cui siano visibili ed evidenti le relazioni di dipendenza e di collaborazione che rendono possibile la cooperazione, nel perseguimento degli obiettivi decisi dalla comunità. C'è l'organigramma della Diocesi e delle Parrocchie, e all'interno di esse l'organigramma specifico di ognuno dei diversi organismi.

4. Allo stesso modo, è necessario che tutti abbiano un'informazione sufficiente perché ognuno possa compiere il proprio ruolo: è la informazione-formazione dei ministri e dei ministeri in modo che tutti siano in condizione di esercitarli. Formazione che è dottrinale, però soprattutto spirituale e pastorale, mirata, cioè, alle motivazioni e alla competenza necessaria per realizzare l'azione; formazione nell'azione, cioè, in quella misura che è esigita dall'azione da compiere, nel quadro di un processo tutto formativo. Perciò anche la formazione, come il piano, è lenta, progressiva e globale, nella misura del passo e in accordo con il livello culturale di ciascuno.

5. Infine, mantenere una comunità nella tensione della speranza, cioè tesa al " più " che deve venire e che occorre procurare, esige un gruppo di persone (Equipe Diocesana di Animazione Pastorale) che costantemente dia motivazioni, susciti sforzi, cerchi cammini, dia nuovi orizzonti, in modo che la comunità tutta e ciascuno dei suoi membri si mantengano in un movimento di tipo organico, non in forza di un'obbligazione giuridica, ma solo per convincimento spirituale. L'elezione di queste persone da parte del Vescovo rappresenta la scelta-chiave per il governo della sua Chiesa locale e per la possibilità di aiutare le altre Chiese.

G. Alcune domande e risposte

1. A quali condizioni possiamo dire che c'è un vero piano pastorale? Che tipo di piano è quello qui proposto?

Si parla molto di " piani ", però si deve dire che spesso si tratta per lo più di orientamenti per l'azione, e a volte più di tipo dottrinale che operativo. Per avere un piano, di qualsiasi tipo, occorre soddisfare almeno tre requisiti:

a) la conoscenza e lo studio della situazione, dalla quale, in qualche modo, si vuole uscire;

b) la determinazione della situazione alla quale si vuol pervenire, espressa in obiettivi chiari, concreti e verificabili;

c) la determinazione del cammino per passare da una situazione all'altra, o almeno una sequenza di azioni che renda possibile un certo passaggio da una situazione all'altra.

Supposto un piano, occorre tenere conto che si possono avere piani parziali, in ragione del tempo o dei campi d'azione che si pianificano. È il caso dei piani che si fanno annualmente, e che hanno per contenuto un argomento, senza sapere che cosa seguirà l'anno dopo. Si possono avere anche piani " per priorità ", intese come ambiti più urgenti da affrontare nell'azione pastorale, come possono essere volta per volta la famiglia, i giovani, la formazione dei laici, ecc. In generale il piano per priorità non è per definizione un piano d'insieme, anche se può avere un obiettivo generale che a volte si chiama anche globale e che in qualche modo pretende di orientare l'insieme dell'azione pastorale. Di fatto però in questo tipo di piano, anche per il metodo che si usa, non si dà una vera organicità interna tra i distinti campi di pianificazione. Ogni piano specifico ha il suo obiettivo e le sue indicazioni operative, in forma indipendente dagli altri campi specifici. Questi piani possono avere un obiettivo unificante, con il limite però di non sapere come raggiungerlo: manca un itinerario specifico a questo scopo; rimane l'indicazione di un obiettivo come orizzonte illuminante, ma nulla più.

Nel nostro caso il piano, con il metodo che lo facilita, si esprime in quattro parti:

a) la descrizione analitica e funzionale della situazione nel suo contesto sociale (demografico, etnico, socio-culturale, socio-religioso, socio-politico, socio-economico, socio-familiare); l'analisi funzionale della Diocesi come realtà religiosa; l'analisi degli antecedenti storici che determinano la situazione presente; il calcolo del pronostico o dei futuri possibili;

b) la descrizione del modello ideale della Chiesa locale, coerente con la dottrina del magistero e con i segni dei tempi, nell'insieme delle componenti della Chiesa in situazione ideale, espresse in forma dinamica e nella loro organicità d'insieme;

c) la diagnosi o l'interpretazione valutativa della situazione fatta alla luce dell'ideale e in funzione della scoperta, in ognuno dei livelli operativi o campi d'azione, degli ostacoli e delle potenzialità che facilitano e impediscono, allo stesso tempo, il cammino verso l'ideale;

d) la strategia o il piano propriamente tale nella sua triplice formulazione:

 il Piano Orientativo Globale, frutto della progettazione, che esprime l'insieme degli obiettivi che in sequenza temporale indicano i grandi passi del cammino da realizzare per passare dalla situazione attuale a quella ideale;

 il Piano a Breve Termine, frutto della pianificazione, che esprime l'insieme dei mezzi-attività-iniziative-decisioni-misure-risorse che si articolano in successione temporale e in ordine a ottenere il raggiungimento degli obiettivi;

 la Programmazione dell'insieme delle azioni necessarie per rendere esecutivo e tradurre in azione ognuno dei mezzi che costituiscono il corpo del piano.

In questo modo, se il piano e la programmazione sono ben fatti, ogni azione del momento sta costruendo l'ideale desiderato e voluto. Nulla è lasciato all'improvvisazione. Tutto si è deciso anteriormente e liberamente in ordine a un futuro che resta aperto alla nostra libertà. Così, fatto e attuato con fede, il Piano è lo strumento della speranza che attende e affretta la venuta del Signore, senza fretta e senza soste.

2. È vero che un metodo vale l'altro per la pianificazione pastorale? Perché è stato scelto il metodo prospettico?

Ci sono tanti metodi quanti i possibili fini che giustificano un piano. Perciò, come i fini pastorali non coincidono con altri, così non tutti i metodi servono per fare un piano pastorale.

Esistono metodi per definire una strategia di vendita (marketing), per l'espansione dell'industria, per la gestione e amministrazione di un'impresa, per organizzare l'economia, la politica di un paese, per l'investigazione scientifica, per i viaggi nello spazio, ecc. Esistono metodi che aiutano a pianificare a lungo termine con sistemi tecnici di previsione, altri che servono per prendere decisioni più o meno a breve termine, altri di pianificazione globale e altri di tipo parziale, ecc.

Occorre inoltre tener conto che ogni metodo risponde a una filosofia o teoria dell'azione, e pertanto chi pianifica deve tener conto se questa filosofia è in accordo con i suoi obiettivi e valori. In questo senso non è facile scegliere un metodo adeguato. Questa scelta dipende da:

 gli obiettivi che si propone chi pianifica;

 i valori che si vogliono vivere come senso dell'azione.

Perciò la scelta di un metodo per la pianificazione pastorale è qualcosa che si deve valutare con grande attenzione: deve potersi comporre con i valori e gli obiettivi che si propone la Chiesa. Non è vero allora che un metodo equivale ad un altro.

Nel nostro caso abbiamo scelto un metodo di tipo creativo, quello prospettico, per varie ragioni:

 la concezione della persona che soggiace al metodo coincide con la visione antropologica cristiana della persona chiamata a " essere-più, con e per gli altri ";

 l'evidenziazione dell'aspetto creativo della persona e, pertanto, della sua capacità di essere protagonista della storia;

 è un metodo che permette e offre un modo di fare la lettura dei segni dei tempi di una determinata Diocesi, vale a dire una profonda contemplazione interpretativa della presenza di Dio in mezzo al suo popolo;

 è coerente con la teologia della speranza, virtù dell'azione e degli atteggiamenti corrispondenti.

Il metodo prospettico si armonizza profondamente con la teologia della speranza che ne costituisce il senso e che possiamo riassumere nel modo seguente:

 oggettivazione della volontà di Dio in un proposito, in una situazione ideale futura, desiderata e voluta (ideale-obiettivo);

 esperienza intensa del " già-e-non-ancora " del presente (diagnosi) nell'abbandono fiducioso in Dio e nel suo potere per la realizzazione delle sue promesse;

 concentrazione delle energie nel passo possibile, qui e ora (pianificazione), nella pazienza, sempre aperti a passi ulteriori e che si vivono nell'anelito del Signore che viene (orazione).

Così nel dinamismo della speranza sta il senso profondo con cui vivere il metodo. Esso aiuta a dare forma, gradualità e progressività al processo di trasformazione del popolo di Dio, chiamato da Lui alla perfezione della salvezza universale nell'unità o santità.

3. Perché la Chiesa deve pianificare?

Le ragioni che danno fondamento alla necessità della pianificazione sono molteplici. Le sintetizziamo brevemente, da diverse prospettive.

a) Dall'antropologia

Ogni persona, in quanto essere razionale, agisce sempre dietro l'impulso di un'intenzione o proposito, più o meno esplicito, più o meno valido; finalizza e coordina quanto è e quanto ha per il raggiungimento di quell'intenzione o proposito. Nessuna persona può agire senza un metodo.

b) Dalla storia attuale

L'umanità ha oggi bisogno di ridefinire non solo le strategie della sua azione, ma anche gli stessi fini della convivenza umana, se vuole superare i contrasti che la paralizzano. Immersi in un contesto dinamico proiettato verso il futuro, non possiamo vivere e agire in funzione di un passato che non esiste più, né di un presente che ci sfugge di mano: è necessario proiettarsi verso un futuro migliore che dobbiamo costruire a partire dal presente. Questo esige una mentalità di pianificazione, che è di fatto un abito e un stile comune a tutte le categorie di persone, in ogni campo dell'agire umano.

c) Dalla teologia

La nostra collaborazione al piano di Dio rivelatoci in Cristo esige la nostra partecipazione libera, intelligente ed efficace. In nome del mistero di Dio e dell'incarnazione siamo chiamati a sviluppare i metodi in generale e, concretamente, a pianificare l'azione che ci permette di inserirci coscientemente nel dinamismo della storia di salvezza.

d) Dalla spiritualità

La Chiesa, nella sua tradizione, ha sempre unito il tema della spiritualità (dono di Dio e accettazione da parte delle persone) all'ascesi, cioè allo sforzo e ai metodi necessari per raggiungere la perfezione. Si dice che lo Spirito non può essere imprigionato nei metodi: è verità. Però quando questo si afferma per negare la necessità dei metodi o per diminuirne l'importanza nel cammino spirituale, bisogna allora ricordare che l'Incarnazione stessa è un metodo.

In realtà è lo stesso Spirito che ci spinge ad agire con tutta la nostra responsabilità umana per mettere a frutto i doni che egli ci ha dato. Ricordiamo la parabola dei talenti, il valore dei frutti, il non limitarsi a dire: " Signore, Signore "... Se è proprio dello spirito umano creare metodi, è addirittura grazie allo Spirito Santo che il Verbo si fece carne, gli apostoli iniziarono la strategia dell'evangelizzazione del mondo e i santi crearono modelli di educazione, di assistenza sociale, di promozione umana..., e questo molto prima che gli stati si muovessero in questi campi.

e) Dalla pastorale

Il tempo per la Chiesa pellegrina nel mondo è lo spazio della speranza che Dio le offre tra il " già " e il " non-ancora "; tempo che impone la progressività, lo sviluppo del tutto per fasi, tappe e ritmi che costituiscono un limite rispetto all'immediatezza con cui vorremmo raggiungere la situazione definitiva. Per la stessa ragione il tempo è a sua volta una possibilità aperta alla libertà di scelta, alla pazienza del passo possibile, per camminare poco a poco verso mete sempre più complete e perfette, nell'orizzonte del Cristo totale. È per questo che la Chiesa in quanto pellegrina è chiamata a pianificare la sua crescita in fedeltà alla sua vocazione e per la sua progressiva realizzazione nella santità-unità come popolo di Dio.

f) Dalla tradizione della vita religiosa

Quanto si è detto sui metodi di preghiera, di penitenza, di correzione fraterna, di dominio di sé, ecc..., e che la tradizione di spiritualità ci ha tramandato fino ad oggi, è sorto per la maggior parte dall'esperienza della vita religiosa. Questa esperienza si è aperta ad altri metodi che hanno fatto dell'azione apostolica un'organizzazione sociale di tipo imprenditoriale, quali sono state, ad esempio, le aziende agricole dei Benedettini, le scuole e gli ospedali di molti istituti, ecc. Organizzazioni il cui segreto è stato l'amore ai fratelli e alle sorelle, trasformato in servizio e promozione delle persone e dell'ambiente umano in cui erano inserite. Strutture che in una società in rapido e permanente cambiamento devono esprimere il dinamismo della comunità. Questo avviene quando attraverso la progettazione-pianificazione-programmazione tutti i membri di un gruppo sociale definiscono i propri fini, gli obiettivi comuni, i processi d'azione e i sistemi di valutazione che permettono di canalizzare le energie e le capacità di tutti nella realizzazione della propria missione.

In definitiva, tutte queste strutture dinamiche di pianificazione e di organizzazione devono essere espressione dell'amore che si fa servizio scambievole per l'edificazione di Cristo, fino a raggiungere la pienezza dell'uomo perfetto (cf. Ef 4,13). È la carità che costruisce l'unità in cerchi sempre più ampi, quelli del gruppo umano e dell'ambiente in cui si è inseriti. L'evangelizzazione e la promozione umana risultano allora realmente un segno profetico della presenza di Dio, del suo amore operante in mezzo al suo popolo.

Conclusione

Il Vescovo ha ricevuto il ministero della comunità; comunità che deve amare così com'è, soffrire in ciò che ancora non è ed è chiamata a diventare, e ricreare ogni giorno nella fecondità dell'amore.

 

Allegato 1

IL PROGETTO DI EVANGELIZZAZIONE

DELLA CHIESA LOCALE

PRESENTAZIONE D'INSIEME

Già sono stati presentati molti elementi del progetto che il Servizio di Animazione Comunitaria va diffondendo in diverse Chiese in tutti i continenti. Lo abbiamo fatto però seguendo le diverse parti dell'Eucaristia e in relazione alle rispettive implicazioni pastorali del suo dinamismo. Ci sembra utile, per facilitare una comprensione unitaria del progetto, farne una presentazione che, anche se in forma molto breve, consenta un colpo d'occhio unitario, una visione organica e d'insieme.

ORIGINE

Il Progetto Pastorale di Evangelizzazione della Chiesa Locale o Diocesi ha la sua origine storica (1979) in due interrogativi. Il primo: come tradurre in pratica la visione conciliare di Chiesa? Il secondo: come evangelizzare la maggioranza dei battezzati e della gente di buona volontà che rimane ai margini della Chiesa? Due domande che coincidono sia con le indicazioni del magistero della Chiesa e con le preoccupazioni tanto di Paolo VI quanto di Giovanni Paolo II, sia con la necessità di applicare il Concilio e di realizzare una " evangelizzazione nuova nel suo ardore, nuova nei suoi metodi e nuova nella sua espressione " (Giovanni Paolo II).

Il piano diocesano nasce dalla SPIRITUALITÀ DI COMUNIONE ed è al servizio del suo incremento

Il nucleo centrale del Progetto, attorno a cui armonizzare tutto, è il nuovo paradigma offertoci dal Concilio Vaticano II sulla Chiesa come " mistero " di comunione (LG 1) e " popolo di Dio " (LG 2). Popolo santo per la presenza di Cristo e, in quanto realtà umana, chiamato al rinnovamentoconversione permanente verso la santità o unità salvifica universale. Questa chiamata alla santità come popolo di Dio è il senso e la giustificazione di questo Progetto. Può apparire complicato, ma in realtà risponde a quest'unica idea centrale: un popolo chiamato alla santità.

Per questo il Progetto nasce dalla spiritualità di comunione costitutiva della Chiesa: comunione con Dio, comunione tra i credenti in Cristo, comunione alla quale viene integrato il creato. Comunione che è punto di partenza che fin dal principio integra tutti i battezzati e la gente di buona volontà in un processo di evangelizzazione; cammino che viene percorso da tutti, mossi dal dinamismo evangelico della carità, mettendosi gli uni al servizio degli altri e crescendo tutti insieme nel Signore.

Il termine ultimo, sempre aperto, consiste nell'unità di vita, la santità, vissuta come Chiesa e al servizio della conversione del mondo.

Oltre a nascere dalla spiritualità di comunione, il Piano Diocesano è al servizio di detta spiritualità. Propone tutte quelle azioni e iniziative che servono alla crescita progressiva e graduale dello stesso popolo di Dio nella santità, e al compimento della sua missione nel mondo. Si tratta di vivere in tutte le relazioni, con intensità sempre maggiore, l'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, perché il mondo creda (Gv 17,20-26).

È un progetto di pastorale d'insieme

Come espressione della spiritualità di comunione il piano integra tutta la realtà diocesana nella comunione, e perciò si tratta di un piano di pastorale d'insieme.

In accordo con quanto si dice nel " Direttorio Pastorale dei Vescovi " (Ecclesiae Imago, 99-105 e 148-150), una vera " pastorale d'insieme ", che si chiama anche " pastorale organica ", per essere tale deve soddisfare tre condizioni fondamentali:

1. raggiungere tutti i battezzati e la gente di buona volontà ed integrare ognuno in forma organica, secondo i suoi doni, carismi e ministeri, in un cammino di evangelizzazione comune a tutti come discepoli di Cristo;

2. integrare e organizzare tutte le azioni che la Chiesa è chiamata a realizzare nei diversi campi o aree di azione pastorale (catechesi, liturgia, famiglia, giovani, settori specifici, sociali, di promozione umana, della salute, dei ministeri, ecc...);

3. pianificare i passi di crescita (tappe, mete, processi di azione e programmi) perché l'insieme della Chiesa, come popolo di Dio, si vada identificando ogni volta di più con Cristo e serva alla dilatazione del Regno di Dio nel mondo.

La pastorale d'insieme, pertanto, c'è quando l'insieme delle persone e delle azioni pastorali si organizzano al servizio della crescita del Corpo di Cristo e in ordine al compimento della missione che la Chiesa è chiamata a realizzare.

Perciò la pastorale d'insieme, organica e pianificata, è la risposta cosciente e libera di una Chiesa che si sa chiamata alla santità come popolo di Dio, che cerca di essere evangelizzatrice e missionaria, serva del Regno di Dio nel mondo.

Vissuto come itinerario catecumenale

Questa pastorale d'insieme si vive in forma di itinerario catecumenale comune, in accordo con quanto la Chiesa chiede nell'" Ordo Initiationis Christianae Adultorum " e in altri documenti (cf. L'iniziazione cristiana, CEI, 1997). È un cammino catecumenale che si offre a tutti i battezzati, nel loro insieme, come popolo di Dio, per due ragioni:

 l'immensa maggioranza dei battezzati non ha avuto una vera iniziazione cristiana previa o posteriore al proprio Battesimo;

 l'uso pastorale di battezzare quanti non hanno una fede matura esige che si offra loro un cammino di evangelizzazione.

Che inizia con una tappa previa

Questo cammino inizia con un itinerario, di almeno tre anni, il cui obiettivo è quello di ottenere il consenso progressivo degli operatori pastorali. Questa " tappa previa ", che si potrebbe anche considerare un Progetto di Spiritualità Diocesana, è articolata in modo tale che ad ogni passo viene chiesto un consenso parziale. Alla fine lo si richiede sull'insieme, in forma scritta e segreta, dopo il discernimento spirituale corrispondente.

Tale tappa previa consiste nell'offrire un cammino di spiritualità di comunione e un cammino metodologico perché tutti gli operatori pastorali, insieme con il loro Vescovo, siano protagonisti della elaborazione di un piano diocesano globale di evangelizzazione missionaria che essi, coscientemente e liberamente, eleggono e decidono.

Il cammino di spiritualità consiste nell'assimilare poco alla volta la spiritualità di comunione, del dialogo, del discernimento comunitario, di alcuni temi biblici che creino un nuovo stile di relazioni e diano fondamento al progressivo consenso sul piano pastorale.

I temi di spiritualità si intrecciano con i passi metodologici e si affrontano normalmente nei ritiri spirituali, negli incontri decanali o foraniali mensili e in qualche incontro diocesano di pastorale.

I passi metodologici da parte loro sono l'impostazione del problema fondamentale della Diocesi, l'analisi della situazione, l'ideale della Chiesa locale, la diagnosi, l'itinerario per passare dalla situazione attuale a quella ideale e i criteri o politiche pastorali che regolano l'azione da realizzare. Questi passi costituiscono l'ascesi comunitaria.

La conduzione del processo è nelle mani del Vescovo e di un'Equipe Diocesana di Animazione Pastorale, inizialmente provvisoria, che si avvale del nostro aiuto (Servizio di Animazione Comunitaria). Noi, da parte nostra, mettiamo a disposizione l'esperienza, il metodo, i materiali di cui disponiamo e tutti gli aiuti che il Vescovo creda opportuni.

Alla fine di questo processo, approssimativamente di tre anni, si ottiene un " piano diocesano orientativo globale " che normalmente è accettato da quasi tutti gli operatori pastorali e che costituisce la base delle future pianificazioni triennali e delle programmazioni annuali.

Segue l'organizzazione alla base

Per coinvolgere tutte le persone, i battezzati e la gente di buona volontà, il processo d'insieme inizia con la creazione delle strutture di comunicazione e di partecipazione indispensabili per creare il tessuto sociale della comunità cristiana (cf. Christifideles Laici).

Concretamente in ogni parrocchia si procede a creare:

 l'Equipe Parrocchiale di Animazione Pastorale, che anima spiritualmente tutto il processo e lo promuove nei suoi aspetti organizzativi e tecnici;

 le Zone Pastorali (di non più di 1000 abitanti);

 l'Equipe di Coordinamento Zonale, che coordina tutta l'azione della parrocchia nella zona, fino a che, poco a poco, ogni Zona Pastorale funzioni come una parrocchia;

 la " Rete dei Messaggeri ", uno per ogni 10-12 famiglie, che visitino almeno mensilmente ogni famiglia e facciano da ponte fra loro, con la Coordinazione zonale e il centro parrocchiale;

 la " Lettera ai Cristiani ", almeno mensile, di evangelizzazione semplice e diretta mediante messaggi, testimonianze, inviti alla solidarietà, notizie di famiglia: battesimi, matrimoni, defunti... La " lettera ", preparata e stampata da un'Equipe redazionale, è portata e consegnata personalmente a ogni famiglia dai messaggeri;

 le Assemblee Zonali, concepite come ambito di dialogo di tutti i battezzati sulle questioni pastorali che più direttamente li interessano.

L'ITINERARIO CATECUMENALE

Create queste strutture si inizia il cammino catecumenale, comune a tutto il popolo di Dio. Si sviluppa in tre tappe: una centrata sul primo annuncio o kerigma; una pre-catecumenale, centrata sull'opzione per Cristo; e infine una catecumenale, che definisce la Chiesa come comunità sacramentale e ministeriale.

1. La tappa kerigmatica

La prima tappa è quella dedicata al kerigma. È cioè la tappa del primo annuncio della Parola di Dio al popolo, a partire dalle sue necessitàpotenzialità, fino a che giunga, in sintonia con la sua cultura e situazione, ad essere sensibile:

 in primo luogo, al valore dell'incontro-partecipazione-riconciliazione con gli altri;

 in secondo luogo, al valore dell'aiuto reciproco-fraternitàsolidarietà;

 in terzo luogo, al valore della Chiesa intesa come incontro di persone, fraternità di quelli che credono in Cristo, come comunione di queste persone con Dio, tra di loro e con la creazione.

Questa tappa si conclude con la convocazione di tutti i battezzati e la gente di buona volontà a vivere una Settimana di Fraternità. Questa consiste in un'esperienza significativa di fraternità ecclesiale, vissuta in piccoli gruppi di famiglie che, come " avvenimento ", muova tutti a voler approfondire tanto i contenuti della fede quanto l'esperienza di comunità.

2. La tappa pre-catecumenale

La seconda è la tappa pre-catecumenale e si sviluppa attorno a tre grandi nuclei che tutti i battezzati devono riscoprire:

 la Parola di Dio come dono e senso di vita, come orazione e risposta;

 la fede come stile di vita da vivere e testimoniare negli ambienti in cui si è presenti;

 la persona di Cristo, nei suoi atteggiamenti e nel suo mistero.

Questa tappa si conclude con un Sinodo Diocesano. Questo, preparato in due anni, mette tutti i battezzati in condizioni di partecipare, durante una settimana, in gruppi di famiglie, al discernimento su ciò che Cristo chiede alla comunità ecclesiale in relazione ai poveri, ai giovani, alla famiglia, alle stesse piccole comunità, nella loro relazione con la comunità parrocchiale e diocesana e con la società.

Si chiede inoltre a tutte le famiglie che esprimano le loro risposte alla domanda posta un giorno da Gesù ai suoi discepoli: " Voi chi dite che io sia? ". Con le risposte si formula una orazione-professione di fede in Cristo che si unisce al Simbolo (Credo) della Chiesa universale.

3. La tappa catecumenale

La terza è la tappa del catecumenato. Si vuole che tutti i battezzati riscoprano e riaffermino il loro impegno attorno ai tre nuclei della tappa stessa:

1. La Chiesa come comunità di salvezza;

2. I sacramenti della fede;

3. L'Eucaristia e i diversi ministeri: ordinati, istituiti e riconosciuti.

Negli ultimi tre anni si fa una revisione di tutto il cammino percorso durante gli anni precedenti e la comunità elabora, sulla base dell'esperienza vissuta, un " progetto comunitario " che è oggetto di approvazione nel Congresso Eucaristico che conclude questa tappa.

Allo stesso tempo si chiede a tutte le famiglie che commentino le diverse affermazioni del Padre Nostro. Questo commento dà luogo a un'altra orazione-professione di fede e di impegno che si proclama nella celebrazione eucaristica conclusiva.

Terminato il Congresso Eucaristico, e sulla base del " progetto comunitario ", si fa un nuovo piano di evangelizzazione, ripetendo le tappe pre-catecumenale e catecumenale da ottiche nuove e più profonde, in relazione agli elementi che emergono dalla nuova diagnosi della situazione.

Itinerario comune e itinerari specifici

L'itinerario di evangelizzazione che abbiamo finito di delineare, per il fatto di essere proposto all'intero popolo cristiano, costituisce il fondo comune che riguarda tutte le persone battezzate e la gente di buona volontà (bambini, giovani, adulti, anziani, sposati, soli, indifferenti, impegnati, religiosi, sacerdoti...). Dentro questo itinerario si intrecciano tutti gli altri itinerari specifici, propri dei diversi campi pastorali:

 le piccole comunità;

 la pastorale familiare;

 la pastorale settoriale (dei bambini, giovanile, operaia...);

 i servizi pastorali (catechesi, liturgia, carità, missioni, pastorale sociale...);

 la pastorale ministeriale.

Questi itinerari specifici, mentre hanno i loro propri obiettivi, allo stesso tempo si muovono in accordo con i valori che determinano l'itinerario globale. Ancora: la meta globale diocesana fa sì che le iniziative e le attività di ogni livello operativo convergano nel raggiungimento di questa meta comune a tutti.

La concezione fondamentale che soggiace a questi itinerari è che, allo stesso tempo, ogni parte serve alla edificazione dell'insieme e questo, a sua volta, dà vita ed energia a ogni parte. In questo modo, tutti insieme ci si edifica in Cristo, come dice San Paolo, cosa che si concretizza nel piano, in base alle situazioni proprie di ogni luogo. Così, si dà risposta alle esigenze dell'unità (itinerario globale) e a quelle delle diversità (itinerari specifici).

 

IL MODELLO IDEALE DI CHIESA

CHE SI VA COSTRUENDO

Attraverso il processo indicato, si va costruendo un modello di Chiesa che possiamo sintetizzare nel modo seguente:

1. Una Chiesa-comunione

a) La Chiesa-comunione si esprime in spazi di integrazione delle diversità, o di esperienza comunitaria, alla quale idealmente partecipano tutti i battezzati e la gente di buona volontà:

 come moltitudine (l'insieme dei battezzati e della gente di buona volontà) che, a livello parrocchiale e diocesano, in occasione di eventi collegati con l'anno liturgico, con le devozioni popolari o con altre celebrazioni culturali (festa della mamma, della natura, ecc.), vive mensilmente un'esperienza significativa di fede condivisa; attraverso questi eventi-esperienze passa e si trasmette il messaggio di evangelizzazione progressiva e sistematica, in accordo all'itinerario comune segnalato più sopra;

 come piccole comunità o gruppi di famiglie vicine che si riuniscono mensilmente per maturare, in dialogo, la propria fede alla luce del Vangelo e per assumere l'impegno conseguente nel proprio ambiente; è lo spazio di catechesi permanente degli adulti, di esperienza immediata del loro essere Chiesa, di impegno per l'evangelizzazione dell'ambiente circostante;

 come famiglie che, secondo i momenti comuni dell'itinerario di vita di ogni coppia (fidanzamento, opzione matrimoniale, primi anni di matrimonio, primi figli, scuola dei figli...) si riuniscono per leggere nella fede questi momenti comuni, e per analizzarne le implicazioni relative al proprio impegno e alla testimonianza familiare, parrocchiale e sociale; è lo spazio della spiritualità matrimoniale che accompagna e aiuta le famiglie a realizzarsi come comunità a immagine della Comunità Trinitaria.

b) La Chiesa-comunione si esprime anche in spazi di espressione delle originalità; spazi ai quali idealmente partecipano tutti i battezzati in corrispondenza al dono, carisma e ministero di ciascuno:

 come persone, cristiani comuni che, attraverso le molteplici occasioni che offre la vita, comunicano informalmente la propria fede agli altri, convertendosi così in evangelizzatori loro e del proprio ambiente;

 come gruppi settoriali che svolgono un ruolo nella società (bambini, giovani, operai, educatori, politici, medici, infermieri, impresari, professionisti...); gruppi che integrano i battezzati di uno stesso ambiente sociale affinché assumano alla luce del Vangelo il proprio impegno cristiano, tanto al servizio della crescita della comunità ecclesiale quanto della trasformazione della società;

 come gruppi, associazioni, movimenti e istituzioni apostoliche che, rispondendo a un carisma peculiare, hanno il loro posto nella vita della Diocesi, vivono la propria vita cristiana in accordo al dono che hanno ricevuto e che è stato riconosciuto dall'autorità della Chiesa, e realizzano la loro azione apostolica sotto il ministero pastorale del Vescovo;

 come movimento ecumenico, inteso come spazio di dialogo interconfessionale, teologico e di vita, di preghiera e di comunicazione nello Spirito, di collaborazione reciproca nella promozione umana e nell'aiuto fraterno, nella promozione della giustizia e della pace, nella salvaguardia del creato, ecc.;

 come persone impegnate in un'azione pastorale specifica (anche se non fanno parte di un gruppo) e che perciò hanno accesso a tutte le responsabilità che l'organizzazione e il piano diocesano esigono, sempre che siano elette da coloro cui compete;

 come ministeri collegati con i diversi campi dell'azione pastorale prima segnalati: pastorale comunitaria, pastorale settoriale, servizi pastorali, pastorale ministeriale, strutture; ministeri ordinati: Vescovo, presbiteri e diaconi; ministeri istituiti: lettorato e accolitato; e ministeri " riconosciuti ": tutti i servizi permanenti, necessari per il buon funzionamento della comunità ecclesiale;

 come comunità presbiterale o presbiterio, presieduta dal Vescovo, in comunione di ideali che si esprimono in obiettivi comuni, nella cooperazione di tutti per raggiungerli, il che genera una rinnovata relazione di fraternità e creatività;

 come " comunità ministeriale ", a livello parrocchiale, che riunisce in comunità quelli che con il parroco fanno del proprio ministero una ragione di vita, indipendentemente dal loro stato: si tratta di uno spazio in cui condividere il senso del " ministero in situazione ", le esigenze di radicalità evangelica che il suo esercizio comporta e il rinnovamento degli impegni presi; si costituisce in comunità significativa per tutto il popolo di Dio, tra le comunità ecclesiali di base, o piccole comunità, e le altre forme di comunità.

2. Una Chiesa in comunione organica

La comunione si esprime in molteplici strutture che permettono l'esercizio dell'autorità ecclesiale in armonia con i principi di unità e coordinazione, di partecipazione e corresponsabilità, di sussidiarietà e della " persona giusta al posto giusto " (cf. Direttorio Pastorale dei Vescovi). Queste strutture, presiedute dal Vescovo, si articolano in modo tale che tutti i battezzati possano realmente ed efficacemente partecipare nella proposta, decisione e attuazione organica di quanto si riferisce alla vita e missione della Chiesa. Esse sono:

 di comunicazione e partecipazione alla base dell'organizzazione ecclesiale: le strutture già segnalate sopra;

 di comunicazione e dialogo a livello diocesano: Assemblea del clero, Confederazione dei Religiosi, Consiglio dei laici organizzati;

 di elaborazione di proposte: Consiglio Pastorale Diocesano e Parrocchiale ed Equipe Diocesana e Parrocchiale di Animazione Pastorale;

 di decisione: Sinodo Diocesano, Assemblee Diocesana e Parrocchiale e Consiglio Presbiterale;

 di conduzione: Consiglio Episcopale, Decani, Parroci, Equipes di Coordinazione Parrocchiale;

 di attuazione organica: Sezione Pastorale della Curia Diocesana, con le sue diverse Commissioni diocesane e parrocchiali di azione pastorale;

 di servizio tecnico: Segreterie diocesane e parrocchiali, Economati e Commissioni diocesane e parrocchiali per gli affari economici.

3. Una Chiesa in comunione dinamica

Una Chiesa cioè che, cosciente della sua vocazione alla comunione con Dio e di tutti i suoi membri in Dio, cioè della sua vocazione alla santità come popolo di Dio, è sempre in cammino verso gradi di unità ogni volta più completi. In questo modo, aperta e sempre in cammino verso forme più autentiche di unità come nella Trinità (Gv 17,20-26), la Chiesa locale vuole dare la sua testimonianza di amore reciproco che è segno di credibilità per il mondo.

Quindi la Chiesa locale vive nella tensione permanente propria della speranza, e pertanto:

 obiettiva la sua coscienza della volontà di Dio in un proposito di futuro, in una situazione ideale futura, desiderata e voluta (ideale - obiettivi a lungo, medio e breve termine);

 mette la sua confidenza in Dio e nel suo potere di dare compimento alle sue promesse, e quindi vive intensamente il " già e il non-ancora " del presente (diagnosi);

 nella pazienza della speranza, concentra le sue energie nel passo possibile " qui e ora " (pianificazione), sempre aperta a passi ulteriori e che si vivono nell'anelito del Signore che viene (orazione).

Così nel dinamismo della speranza risiede il senso profondo con cui vivere e dar forma, gradualmente e progressivamente, a un modello di Chiesa sempre più coerente con la sua natura di sacramento  segno e strumento  della Comunità Trinitaria. È il cammino dell'insieme del popolo di Dio verso la santità: l'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, perché il mondo creda.

4. Una Chiesa per il mondo

La Chiesa non è fine a se stessa. È nel mondo per servire alla dilatazione del Regno di Dio, che è Regno di vita, di verità, di santità, di grazia, di amore e di pace. Sono i valori fondamentali che danno alla Chiesa la sua ragione di essere nel mondo, e nello stesso tempo costituiscono l'orizzonte ultimo della sua vita e azione nella storia dell'umanità.

ALCUNI FRUTTI

Dopo alcuni anni, i frutti della realizzazione di questo Progetto sono molteplici. Se ne possono segnalare alcuni, i più evidenti e comuni nelle diverse esperienze:

 il senso di appartenenza alla Chiesa che tutti i battezzati riscoprono dopo i primi due-tre anni;

 la moltiplicazione dei " Gruppi di Famiglie " o future Comunità Ecclesiali di Base che, dopo alcuni anni, si convocano tutti allo stesso tempo, e ai quali partecipa inizialmente la gran maggioranza degli adulti. Anche se dopo la prima esperienza significativa diminuisce il loro numero, ne rimane sempre una parte consistente come spazio di catechesi permanente degli adulti che si assimila all'immagine di una Chiesa " popolo di Dio in comunione di comunità ";

 il superamento, dopo alcuni anni, della distanza o frattura tra il mondo ecclesiastico e la vita del popolo;

 l'attività parrocchiale centrata sull'evangelizzazione di un popolo e non sulla sacramentalizzazione, anche se di fatto generalmente aumenta la pratica religiosa;

 il popolo cristiano, nella misura in cui si sente " popolo di Dio ", con le modalità proprie della sua cultura e con la sapienza che lo caratterizza, esige i suoi diritti davanti alla società civile e pretende dalle autorità civili le risposte adeguate alle sue necessità;

 la moltiplicazione degli operatori pastorali e la nascita poco a poco di nuovi leader, grazie al criterio della " formazione nell'azione ". A titolo di esempio, si segnala il caso di una Diocesi con 400.000 cattolici e 27 presbiteri, che oggi ha approssimativamente 25.000 laici impegnati, ognuno con una funzione ben chiara e precisa;

 il decentramento di tutti i servizi parrocchiali di modo che, grazie alle zone pastorali (in quella stessa Diocesi, circa 1400), fin nei posti più lontani dai centri parrocchiali esistono i servizi fondamentali e l'organizzazione indispensabile per funzionare come piccole parrocchie;

 il passaggio da un ministero presbiterale vissuto soprattutto in funzione di amministrazione delle cose religiose, a un altro vissuto più come guida profetica di un popolo, tutto in cammino di fede verso la santità;

 dopo alcuni anni dall'inizio, in tutte le Diocesi sono aumentate le vocazioni al sacerdozio e alle diverse forme di consacrazione. I Vescovi, per la loro parte, si sentono, sempre di più, guide di una Chiesa che si sta costruendo con l'apporto di tutti, in coerenza con la dottrina che si proclama, con una spiritualità ecclesiale che la anima e con una risposta da parte della gente che generalmente non si crede possibile. Tale coerenza dà la sicurezza morale di assecondare ciò che Dio vuole, e allo stesso tempo di offrire una risposta certa alla gente che, senza dubbio, ha sete di Dio.

Molti Vescovi, inoltre, e in diverse circostanze, riconoscono pubblicamente che il Progetto li sta aiutando a mettere in pratica il Concilio Vaticano II e a muoversi nella linea di una risposta reale alle esigenze dell'evangelizzazione e dell'inculturazione.

 

Allegato 2

ESERCITAZIONI

PER UN MONDO MIGLIORE

PATRIMONIO FONDAMENTALE E SORGENTE DELLO SPIRITO

E DELL'UNITA' DI VITA DEL SERVIZIO DI ANIMAZIONE COMUNITARIA

Il dinamismo unitario

di presa di coscienza, libera adesione e azione coerente

si articola in tre tempi:

I TEMPO

Lettura dei Segni dei Tempi in vista di una opzione solidale

per un mondo migliore.

II TEMPO

Opzione personale e comunitaria

per la novità di vita nella comunione ecclesiale:

comunione con Dio, con gli esseri umani, con tutta la realtà.

III TEMPO

Promozione di una nuova immagine di Chiesa e di società

coerente con la lettura dei Segni dei Tempi

e la novità di vita " inaugurata dal Vangelo ".

Questo patrimonio fondamentale si esprime e insieme si rinnova sempre attraverso:

1. RIFLESSIONI

*Segni dei Tempi

1969

DI FONDO

*Dialogo

1970

PER

*Secolarizzazione

1971

L'AGGIORNAMENTO

*Liberazione

1973

PERMANENTE

*Mondo, Chiesa, Regno

1976

DEL

*Verso una nuova immagine

di Chiesa

MESSAGGIO

1978

*Partecipazione

1982

*Giustizia

1986

*Segni dei Tempi

1994

*Spiritualità di Comunione

1998

2. ESPERIENZE

*Quale Chiesa evangelizza?

COMUNITARIE

*Liberi per servire (consigli evangelici)

PER LA

*Discernimento comunitario

SENSIBILIZZAZIONE-

*Spazio di Dio (preghiera)

COSCIENTIZZAZIONE

*Dialogo, via alla comunione

A DIVERSI VALORI

*La giustizia il cui frutto è la pace

*Spiritualità del cambiamento

*L'identità presbiterale (ciclo di 6 corsi)

*Spiritualità, ministeri, pianificazione

*Fisionomia del Vescovo e Piano pastorale alla luce del dinamismo dell'Eucaristia

3. PROMOZIONE

*Progetto Diocesano di Evangelizzazione

DI PROGETTI

*Progetto di Spiritualità Diocesana

OPERATIVI

(cammino verso il piano pastorale

COME

diocesano)

TESTIMONIANZA

*Progetto Parrocchiale di Evangelizzazione

E SERVIZIO

*Progetto di Pastorale Familiare

PER LA

*Progetto di Pastorale Giovanile

TRASFORMAZIONE

*Progetto di Rinnovamento dei Ministeri

DELLA CHIESA

*Progetto per il Rinnovamento degli Istituti

E DEL MONDO

Religiosi di vita attiva

IN LUOGHI DEL

*Progetto di Comunità Religiosa Locale

REGNO DI DIO

*Progetti per il Rinnovamento della Società

(in elaborazione per 5 ambiti sociali)

Allegato 3

LE "ESERCITAZIONI"

RITIRO PER LA COMUNITÀ CRISTIANA

Esercitazioni è il nome con cui P. Riccardo Lombardi, S.J., denominò la sua proposta caratteristica di Esercizi Spirituali. Essa contiene e favorisce l'esperienza spirituale comunitaria che giustificò la sua vita e che continua a costituire la ragion d'essere del Gruppo Intervocazionale, nato dalla sua ispirazione negli anni '50 e che oggi opera in una quarantina di gruppi in tutto il mondo, con centinaia di membri.

Le Esercitazioni si possono descrivere in modi diversi e complementari:

* base permanente dell'unità di vita del Gruppo Promotore del MOVIMENTO PER UN MONDO MIGLIORE, che oggi si esprime nel SERVIZIO DI ANIMAZIONE COMUNITARIA;

* patrimonio fondamentale di un tipico servizio alla santità comunitaria;

* espressione dell'unità di vita attorno al "vivere Chiesa";

* nucleo decisivo del tipo di conversione da vivere e testimoniare;

* sorgente del dinamismo evangelizzatore per la creazione di una nuova immagine di società e di Chiesa, in docilità alle voci dello Spirito.

Scrive P. Lombardi: "Nella formula Esercitazioni per la comunità cristiana, la parola Esercitazioni dice che i partecipanti dovranno intensamente addestrarsi, rinnovarsi come in un eccellente corso di esercizi, e ciò in comune. L'espressione per la comunità cristiana indica la meta prossima: un popolo di Dio che realizzi molto più di oggi il disegno di Dio anche negli aspetti collettivi più generali, oltre che in tutte le condizioni che a ciò si richiedono, così da edificare finalmente un mondo sempre migliore, il Regno di Dio".

L'allegato 2 indica la struttura o logica interna di questa "spiritualità comunionale". In questo allegato si aggiunge qualche parola esplicativa per aiutare a cogliere la ricchezza contenuta nell'esperienza spirituale comunitaria descritta in quello schema.

IL PRIMO TEMPO

Esso sta a principio e fondamento del dinamismo cristiano che si vuol vivere e diffondere. Si tratta dello sviluppo della dimensione profetica della vita cristiana. È l'ascolto comunitario e profondo della storia, interpretata e giudicata alla luce del piano di Dio, per dedurne il rinnovamento della Chiesa a servizio della trasformazione del mondo, e così impegnarsi insieme in questa prospettiva profetica.

Dato il carattere contingente di questo primo momento che fonda tutto il successivo sviluppo, si tratta di aggiornare costantemente la coscienza della situazione mondiale. L'allegato 2 indica alcune tappe di questa riflessione realizzata attraverso il cosiddetto dialogo istituzionalizzato. Grazie a questo metodo, tutti i gruppi del Servizio di Animazione Comunitaria sparsi nel mondo vivono un'esperienza che forma la loro coscienza comune, nei quattro passi:

la descrizione del momento storico;

la contemplazione del Piano di Dio all'opera nel mondo;

il giudizio evangelico su di sé e sui processi storici individuati e descritti;

la scoperta delle linee di quel modello di Chiesa che esprima e serva il rinnovamento dell'umanità secondo il dinamismo dell'azione salvifica di Dio.

Questo è avvenuto in modo ciclico e permanente, come documentano i diversi titoli elencati nello schema.

IL SECONDO TEMPO

In logica coerenza e successione, si tratta ora di approfondire l'essere Chiesa, nella santità dei rapporti di fede, speranza e carità. Non basta, cioè, prendere coscienza del mondo, giungendo a sentirsi, allo stesso tempo, responsabili delle sorti della famiglia umana e radicalmente inadeguati a fare qualcosa di efficace: è invece necessario, prima di ogni altra cosa, voler essere questo mondo secondo la volontà di Dio e scoprire che proprio questo è essere e fare Chiesa.

Si tratta dello sviluppo della dimensione sacerdotale della vita cristiana espressa nella santità delle relazioni, come comunione con Dio e in Dio, integrando in questa comunione tutta la realtà creata.

È la teologalità della vita cristiana che in questo momento occupa il cuore dell'esperienza spirituale: vita cristiana che ha per soggetto la persona-comunità, come unica inscindibile realtà, allo stesso tempo personale e comunitaria, che si snoda in un incessante dinamismo di crescita.

È il mistero vivente di Cristo nella Chiesa, la cui manifestazione più genuina è la Carità che culmina nell'Unità.

In questo secondo tempo si matura l'adesione alle diverse e molteplici dimensioni della vita cristiana, riscoprendole nella luce e nella forza dello Spirito che ci trasforma.

L'allegato 2 indica l'approfondimento di alcuni valori, visti sempre nel quadro del " primo tempo ". Così il vivere per Dio come Chiesa risulta un vivere per l'uomo in nome di Dio. Si diventa segni credibili che la sua Volontà Salvifica Universale non solo è possibile, ma è anche fonte di beatitudine, di riconciliazione e di pace, vita fruttuosa e risorta. È il " Sì " e l'" Amen " che Cristo dice ancora a Dio Padre nella profondità della creazione e della storia, tramite i suoi discepoli resi uno nello Spirito.

IL TERZO TEMPO

Si giunge, infine, al culmine dell'esperienza spirituale nell'apertura alla creatività. È l'azione che ora viene messa a fuoco, perché nella metodologia ad essa propria (progettazione-pianificazione-programmazione) la coscienza dei fini e dei valori colti e maturati nei due tempi precedenti si faccia prassi pastorale. Si tratta dello sviluppo della dimensione regale o di servizio della vita cristiana.

A ben poco servirebbero i primi due tempi, se essi non trovassero lo sbocco naturale nella testimonianza e nel servizio dell'evangelizzazione. E allo stesso tempo, ben arido e inefficace si rivelerebbe il fare cristiano, subito paralizzato dalla complessità della vita, se esso non riflettesse la luce della Parola e non affondasse le sue radici nella profondità del cuore.

Il terzo tempo aiuta a stabilire le necessarie coordinate perché l'azione personale e comunitaria non venga banalizzata e imprigionata nel pragmatismo senza respiro e senza orizzonti. Si aiuta così a definire le connessioni e i rapporti tra le linee del modello di società e del modello di Chiesa che devono regolare e plasmare le linee operative della propria missione.

L'allegato 2 indica la serie dei " progetti operativi " che il Gruppo in questi anni ha elaborato, ha sperimentato  per una necessaria e previa verifica sul campo  e poi ha iniziato ad universalizzare.

 

BIBLIOGRAFIA

Le diverse pubblicazioni sono espressione della "Spiritualità di Chiesa-comunione" presentata dal Concilio Ecumenico Vaticano II, tradotta in progetti di rinnovamento dell'azione pastorale confermati da non poche centinaia di esperienze, sia a livello parrocchiale che diocesano, in Italia e nel mondo.

I

J.B. Cappellaro, F. Villaverde, G. Moro

La storia sfida le Chiese.

Per una spiritualità evangelizzatrice

Lettura dei segni dei tempi, in vista di un'opzione personale e comunitaria per la novità di vita nella Chiesa e nel mondo

Editrice Elle Di Ci, Leumann (To) 1997

J.B. Cappellaro, E. Franchini

Le due anime della pastorale italiana

Dialogo sui modelli di Chiesa in discussione

Edizioni Dehoniane, Bologna 1988

II

J.B. Cappellaro

Evangelizzare: compito di alcuni o esperienza di tutti?

33 domande e risposte su un progetto-tipo per la pastorale diocesana

Libreria Editrice Vaticana, Roma 1998

J.B. Cappellaro

Edificare la Chiesa Locale

Guida alle strutture diocesane e parrocchiali

Libreria Editrice Vaticana, Roma 1998

J.B. Cappellaro, G. Moro

Congresso Eucaristico Diocesano

Progetto pastorale

Editrice Elle Di Ci, Leumann (To) 1998

G. Moro (a cura di)

Chiese in divenire. Spazio alle esperienze

Con commenti di L. Accattoli, C. Militello, L. Sartori

Editrice Elle Di Ci, Leumann (To) 1998

III

J.B. Cappellaro, G. Moro, G. Liut, F. Cossu

Da massa a popolo di Dio

Progetto pastorale

2a ediz., Cittadella, Assisi 1994

J.B. Cappellaro

Catecumenato di popolo

Cammino di fede di un popolo di battezzati

Cittadella, Assisi 1993

J.B. Cappellaro, A. Apolloni, L. Caforio

Alla ricerca di senso

Cammino di fede dei piccoli gruppi

1o e 2o vol., Cittadella, Assisi 1991 e 1996

J.B. Cappellaro, O. Ginori, F. Villaverde

La gioventù, voce profetica

Progetto di movimento giovanile parrocchiale

Cittadella, Assisi 1985

J.B. Cappellaro

Quale famiglia per quale mondo

Progetto pastorale di movimento familiare parrocchiale

2a ediz., Cittadella, Assisi 1994

IV

I. Berti, G. Moro

Il Duemila, compleanno del Signore

Non fermarsi a una proclamazione a parole, ma tradurre il Giubileo in programmi e gesti concreti

Editrice Elle Di Ci (Mondo Nuovo), Leumann (To) 1997

A. Apolloni, J.B. Cappellaro, G. Moro

Il Giubileo dell'anno 2000

Piano pastorale 1995-2000 per l'attuazione della "Tertio Millennio Adveniente"

Editrice Elle Di Ci, Leumann (To), 5 volumi, a partire dal 1995-96

A. Apolloni, J.B. Cappellaro

Missione popolare

Progetto pastorale

Editrice Elle Di Ci, Leumann (To) 1996

G. Moro

Missione giovani

Progetto di pastorale giovanile 1997-2000

Editrice Elle Di Ci, Leumann (To) 1997

A. Apolloni

Tu, 13o apostolo

Modelli biblici per una spiritualità missionaria

Editrice Elle Di Ci, Leumann (To) 1998

A. Apolloni

Novena di Natale

Verso il Giubileo del 2000

Editrice Elle Di Ci, Leumann (To) 1996

A. Apolloni

Via crucis

Verso il Giubileo del 2000

Editrice Elle Di Ci, Leumann (To) 1997

G. Moro

Giubileo dell'anno 2000: E dopo?

Scelte pastorali per fare del Giubileo un punto di non ritorno

Editrice Elle Di Ci, Leumann (To) 1998

V

J.B. Cappellaro

Pianificazione pastorale. Metodo modello reale

Metodo e spiritualità di una pianificazione pastorale fondata sul discernimento cristiano

Roma, 1987

J.B. Cappellaro

Pianificazione pastorale. Metodo prospettico

Metodo e spiritualità dei progetti operativi per la realizzazione concreta dell'ecclesiologia di comunione

Roma, 1988

Autori vari

La giustizia il cui frutto è la pace

Roma, 1990

J.B. Cappellaro

Ebbe compassione delle folle

Dieci meditazioni pastorali di spiritualità comunitaria, a 25 anni dal Concilio

Roma, 1991

L'indirizzo del Servizio di Animazione Comunitaria

Movimento per un Mondo Migliore

è il seguente:

via Monte Altissimo 23 - 00141 ROMA

Tel. (06) 81.85.678 - fax (06) 87.19.18.93

E-mail: mondo.migliore@iol.it

INDICE

Presentazione  Un'esperienza-incontro provvidenziale . . . 5

Introduzione  Senso, tema e obiettivo dell'incontro . . . . 9

Cap. 1  RITI DI INGRESSO

Comunità convocata, riunita . . . . . . . . . 15

Cap. 2  CELEBRAZIONE DELLA PAROLA

Comunità che ascolta la parola . . . . . . . . 35

Cap. 3  CELEBRAZIONE EUCARISTICA

Comunità che offre, si offre e rende grazie . . . . 54

Cap. 4  RITO DELLA COMUNIONE

Comunità di comunione e di condivisione . . . . 72

Cap. 5  SALUTO FINALE E MISSIONE

Comunità inviata o di missione . . . . . . . . 89

Allegato 1  IL PROGETTO DI EVANGELIZZAZIONE

DELLA CHIESA LOCALE

Presentazione d'insieme . . . . . . . . . 103

 Origine del progetto . . . . . . . . . . . 103

 La spiritualità di comunione . . . . . . . . . 103

 L'itinerario catecumenale e le sue tappe . . . . 108

 Il modello ideale di Chiesa che si va costruendo 111

 Alcuni frutti . . . . . . . . . . . . . . 115

Allegato 2  ESERCITAZIONI PER UN MONDO MIGLIORE

Patrimonio fondamentale . . . . . . . . . 117

Allegato 3  Le "ESERCITAZIONI"

Ritiro per la comunità cristiana . . . . . . 119

Bibliografia . . . . . . . . . . . . . . . . . . 123