CAPITOLO 6

 

I1 cinismo dei generali

 

I1 massacro dei sacerdoti Pallottini aveva provocato un'espressione popolare di autentico e sincero dolore. Era stata così forte la ripercussione non solo nel Paese ma nel mondo intero che la mattina del giorno seguente la Commissione Esecutiva della Conferenza Episcopale Argentina, composta da Primatesta, Aramburu e Zaspe, redasse ed inviò una lettera al Presidente Videla e agli altri due componenti della Giunta Militare, l'Ammiraglio Emilio Massera ed il Brigadiere Orlando Agosti.

 

I1 documento, se aveva l'intenzione di scuotere le viscere del potere, come è da supporre, non riuscì nemmeno remotamente a raggiungere tale obiettivo. Al contrario, se voleva significare una condanna degli autori del massacro, che tutti ormai attribuivano agli organismi paramilitari della repressione, finì per trasformarsi, quasi, in un documento di assoluzione. Basta leggerlo per comprendere subito come si sia trattato di un testo lontano dalla durezza critica che, invece, avrebbero imposto le circostanze.

 

Iniziava col dire che la carneficina era "inqualificabile", ma addolciva subito il tono, fino a renderlo quasi remissivo, quando si doveva affrontare il problema della responsabilità del potere: "Sappiamo, dalle parole del Signor Ministro degli Interni e per la presenza alle esequie del Signor Ministro degli Affari Esteri e di alti capi militari, come il Governo e le Forze Armate partecipino al nostro dolore e, oseremmo dire, al nostro stupore". Si trattava di pura retorica, come lo erano le lamentele che seguivano "per le altre numerose morti sulle quali il tempo passa e mai si sa come accaddero, chi fu o furono i responsabili".

 

La lettera terminava chiedendo "quali forze così potenti fossero quelle che, con tale impunità e in perfetto anonimato, potessero ordire trame, a loro arbitrio, nella nostra società[1]. Era una domanda futile, superflua. Non appariva alcuna richiesta di indagine e, nemmeno, un'allusione alle responsabilità che già, negli ambienti ecclesiastici, si erano fatte strada. Questo documento è probabilmente il meno felice tra quelli che l'Episcopato produsse all'epoca della dittatura.

 

Va inoltre considerata la sofferta ma anche tiepida reazione del Vaticano, assai simile alla posizione presa dall'Episcopato. Tutto si ridusse a un telegramma, inviato al Cardinal Primatesta , nel quale il Papa Paolo VI parlava dei "ripetuti atti di violenza culminati con assassinii di sacerdoti e religiosi" ed esprimeva la sua "energica riprovazione per gli esecrabili crimini che contraddicono lo spirito civile del popolo argentino".

 

Ma qualche settimana dopo la Santa Sede inasprì la sua posizione. Le relazioni inviate dalla Nunziatura Apostolica erano già state seriamente analizzate e la Segreteria di Stato aveva assunto chiara coscienza di ciò che era accaduto. I1 27 settembre, Paolo VI ricevette le Lettere Credenziali del nuovo Ambasciatore argentino presso la Santa Sede, Rubén Blanco. La cerimonia si svolse in un clima glaciale, contrassegnato dalla tensione, come commentarono le cronache giornalistiche dell'epoca. Il Pontefice gli rivolse un accorato discorso, in cui espresse la sua intensa partecipazione, "come Padre comune", nella pena per "la perdita di preziose vite umane, comprese quelle di diversi personaggi ecclesiastici, in circostanze che ancora aspettano un'adeguata spiegazione".

 

Furono parole dure, di indubbio significato. Ma, a nostro giudizio, ancora insufficienti. Gli autori di questo libro sono convinti che la reazione vaticana di fronte al massacro dei Pallottini avrebbe potuto costituire (e non lo costituì), una vicenda decisiva nella tragedia argentina, un'opportunità provvidenziale andata persa. Agendo congiuntamente con l'Episcopato, la Sede Apostolica avrebbe potuto reagire diversamente, dando luogo a un evento forte, importante, di profondo monito circa i limiti che si erano superati e l'inammissibilità, per la Chiesa, di andare oltre. E siamo altresì persuasi che, di fronte a un atteggiamento fermo in quel momento, che era di diffusa emozione e angoscia per la gravità dell’episodio, i militari sarebbero stati probabilmente indotti a una ineludibile riflessione. Chissà quante vite sarebbero state salvate!

 

Nella storia argentina di questa seconda metà del secolo, c'è un episodio significativo di come il Vaticano può esser severamente punitivo in determinate e gravi circostanze, e più ancora quando un clero nazionale lo spinge ad esserlo. L'occasione fu data dal conflitto tra il Presidente Perón e la Chiesa argentina nel 1955, che si tradusse nella scomunica "latae sententiae" del primo dopo che l'Episcopato ebbe denunciato l'esistenza di "una persecuzione contro il clero argentino". Più tardi tale persecuzione si sarebbe materializzata anche nell'incendio delle chiese del 16 giugno di quell'anno.

 

In quel caso la risposta vaticana era stata immediata. La Sacra Congregazione Concistoriale scomunico Perón, condannandolo per l'espulsione dall'Argentina del Vescovo Coadiutore di Buenos Aires, Monsignor Manuel Tato. Si tenga conto che, in quel deplorevole conflitto, tra le file cattoliche non si erano registrati morti e che, invece, furono centinaia le vittime (tra sostenitori del regime e innocenti, massacrati per caso) provocate dall'Aviazione Navale quando bombardò il palazzo governativo e l'antistante Plaza de Mayo, in difesa dei "sacri principi cristiani" che, all'avviso dei ribelli, Perón stava calpestando. La terribile "Notte di San Bartolomeo" che seguì, con la distruzione di molte chiese, fu un episodio posteriore, quando già la scomunica di Perón era stata decisa.

 

Una punizione così severa ‑ che in Argentina ebbe pesanti conseguenze politiche, al punto di agevolare la caduta del regime di Perón ‑ non ammette nessun riscontro con la leggerezza della condanna vaticana all'efferato massacro dei Pallottini. Ma non sarebbe nemmeno stato necessario, a nostro avviso, arrivare al punto estremo della scomunica dei responsabili del governo militare, e nemmeno alla rottura della relazioni, con il conseguente ritiro del Nunzio Apostolico dall'Argentina. Sarebbe bastata ‑ pensiamo ‑ una denuncia chiara del Papa, con la ripercussione mondiale che sempre ottengono le sue parole, seguita dalla minaccia di convocare Laghi in Vaticano, lasciando provvisoriamente la Nunziatura a carico di persone di secondo livello.

 

I massimi responsabili del "PRN" avrebbero sicuramente meditato sul prezzo che avrebbero pagato se non si fossero decisi ad abbandonare la strada senza ritorno che avevano intrapreso. Si sarebbe trattato di una condanna non indifferente, per l'importanza della cattedra da cui arrivava, che avrebbe molto probabilmente condizionato il corso della Storia e, forse, frenato (o almeno attenuato) l'orgia repressiva scatenata.

 

Ma la Santa Sede non lo fece. Perché? Certamente non perché il Pontefice non avesse chiara la dimensione e la portata di quanto avveniva e non avesse valutato l'opportunità di una condanna "ex cathedra". Ma, per arrivare a tanto, avrebbe dovuto sostituirsi in qualche modo all'Episcopato argentino e agire contro le sue convinzioni. La sua politica di non rompere con i generali portava a un comportamento intimidito, debole, che molti hanno definito ‑ e continuano a definire ‑ come vicino alla complicità. Fra l'altro, il Vaticano non riteneva che la situazione argentina fosse giunta a un punto cruciale.

 

E, invece, quella argentina era, sì, un'emergenza straordinaria. Aveva avuto luogo un assassinio di sacerdoti che avrebbe giustificato, da parte del Vaticano, un comportamento altrettanto straordinario. Il lettore potrà argomentare che tale omissione andrebbe imputata anche a Laghi, ma quest'ultimo era condizionato dai limiti precisi che gli imponeva la sua carica di Nunzio Apostolico. Avrebbe potuto, lui per primo, rompere per propria iniziativa con il vertice della CEA. Ma il Vaticano l'avrebbe giustificato?

 

Il problema principale continuava a essere che la parte più influente dei Vescovi argentini, a meta del 1976, era convinta che non doveva dar seguito ad alcun fatto clamoroso che potesse compromettere le relazioni della Chiesa argentina con la dittatura militare. Nella scelta tra accompagnare il gregge sofferente o collocarsi a fianco dei responsabili di quelle sofferenze, quei Vescovi si erano allineati con il potere. Duole riconoscerlo, ma fu così.

 

E Laghi si trovava di fronte a una scelta drammatica; aveva coscienza di non poter andare oltre l'Episcopato e il Papa, pronunciando esplosive condanne pubbliche o consumando prese di posizione che avrebbero avuto imprevedibili ripercussioni. Ma il Nunzio Apostolico era innanzi tutto, e prima di tutto, un sacerdote. Perciò, non rimase a braccia conserte. Cercò subito di manifestare al potere il suo disappunto e la sua condanna. E, venuto a sapere che il Ministro degli Interni, su richiesta del presidente Videla, aveva espresso il desiderio di incontrarlo, Laghi chiese un'urgente udienza con il generale Albano Harguindeguy, che gli fu rapidamente concessa.

 

Il Rappresentante Pontificio si presentò nella sede del Governo la mattina del martedì 13 luglio e parlò con il Ministro e Generale per tre quarti d'ora. La ricostruzione di quel drammatico colloquio e resa possibile dalla relazione che, quel medesimo pomeriggio, Laghi elaborò per il Segretario di Stato vaticano e Prefetto del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, Cardinale Jean Villot[2].

 

Fu un dialogo durissimo, teso, nel corso del quale il Nunzio espresse senza mezzi termini tutta la sua indignazione. Ciò si evince fin dal primo paragrafo indirizzato al suo superiore della Santa Sede: "Il principale argomento trattato fu quello della condizione dei detenuti politici, il sequestro e l'eliminazione di persone, illegalmente, e della violazione dei diritti umani fondamentali".

 

I generali non erano abituati che qualcuno si presentasse nelle loro caserme o nei loro posti di comando e si esprimesse con un linguaggio così chiaro e crudo su questioni che, non solo non volevano ascoltare, ma consideravano inaccettabili dalle labbra dell'interlocutore che le esponeva loro. Nessuno aveva il coraggio di arrivare ai capi del "Processo" per parlare dei "desaparecidos" che essi provocavano e, al contempo, negavano. Erano invasi da una altera superbia e il Ministro degli Interni ‑ particolarmente "duro" e intrattabile ‑, era uno dei più incalliti esponenti di questa arroganza "in divisa".

 

Nel clima glaciale che si era creato, Harguindeguy ‑ richiesto insistentemente da Laghi sull'assassinio dei Padri Pallottini ­sì limito a ripetergli ciò che già aveva dichiarato pubblicamente, ossia che aveva ordinato un'indagine per identificare i colpevoli. Quindi gli confidò che, secondo gli indizi che erano in suo possesso, "la mano assassina era di estrema destra". Ma quando il Nunzio gli chiese di essere più chiaro e gli disse manifestamente che l'opinione pubblica identificava gli autori con la Polizia Federale, alle sue dirette dipendenze, Harguindeguy‑ alle strette ‑ gli promise che "avrebbe fatto tutto ciò che fosse stato nelle sue possibilità per riscattare l'immagine dell'Arma".

 

Era una risposta carica di impudicizia, una delle tante per le quali Laghi si sarebbe lamentato amaramente più tardi, come falsa e cinica era l'enfasi con cui Harguindeguy manifestò il suo totale accordo sulla necessità, espressa dal Nunzio, di "disarmare tutti i gruppi paramilitari che agivano fuori dalla legalità" e finirla con "i metodi inammissibili della lotta sporca contro l'eversione".

Laghi cominciava a constatare che tutti gli interlocutori a cui incorreva per chiedere aiuto avevano lo stesso atteggiamento: la sfacciataggine. Che poteva assumere l'aspetto "incartapecorito" e curiale di Videla, la demagogia mafiosa di Massera, la cinica arroganza di Harguindeguy o la retorica graffiante di Suárez Mason.

 

Suárez Mason, per esempio, poteva consumare con un sorriso sulle labbra qualsiasi efferatezza. Padrone e signore delle vite della Capitale e dintorni, era temuto anche dai propri commilitoni. Laghi constato che razza di personaggio fosse quando arrivò a lui per chiedere notizie su alcuni giovani scomparsi nel nulla. Uno era Julio Ricardo Rawa Jasinski, uno studente universitario sparito poco prima di essere convocato per assolvere il servizio di leva obbligatorio. Laghi si recò con suo padre al Primo Corpo dell'Esercito, che Suarez Mason comandava.

 

Ne segui la seguente conversazione tra i due:

 

‑ "Ho ordinato che si eseguano le opportune verifiche del caso, ma di questo giovane non riusciamo a sapere assolutamente niente, per noi è come se non fosse mai esistito", esordì il generale...

 

‑ "Ma questo non e possibile, se lo avete convocato per fare il servizio militare", ribatte Laghi...

 

‑ " Si, è vero. Ma non si è presentato"...

 

‑ "E come pretende che si presentasse se è stato sequestrato? Generale, Lei ci sta prendendo in giro"...

 

‑ "E se fosse così, Monsignore?"

 

‑ 'Allora devo dirle che lei è un eretico, perché si burla del più sacro dei valori che ha l'uomo, che è la vita ... [3].

 

Ma torniamo all'incontro con il Generale e Ministro Harguindeguy, nella sede del Governo. Fu un dialogo che lasciò nel Nunzio un'impronta indelebile. "Mi resi conto che quel militare astuto, sfuggente, che si pavoneggiava come se avesse bisogno di far sentire al suo interlocutore il peso dei suoi galloni, alzava dinanzi a me un muro di cinismo. Non si dimentichi che gli uomini peggiori sono quelli che sanno esser scaltri, presuntuosi e cinici", avrebbe detto anni dopo il Cardinale Laghi ad uno degli autori, in un'intervista già menzionata[4].

 

Dopo quella riunione, rimase aperto tra i due personaggi un abisso che si sarebbe rivelato incolmabile. L'ufficiale capì che Laghi non credeva a una sola parola di ciò che gli diceva e rimase seccato dal suo atteggiamento. Il prelato vaticano era riuscito a scomodarlo; aveva oltrepassato i limiti consentiti, irrompendo in un terreno in cui nessuno ­nell'Argentina atterrita dell'epoca ‑ aveva osato entrare.

 

Il Nunzio approfittò dell'imbarazzo del suo interlocutore per consegnarli ‑ come egli stesso dice ‑ "alcuni fogli in cui aveva trascritto i nomi dei prigionieri, dei sequestrati e degli scomparsi, i cui familiari si erano rivolti alla Nunziatura per ottenere il nostro intervento".

 

Non si tratta ancora delle liste che, compilate dalla Segretaria Generale della Conferenza Episcopale, da Monsignor Galón, avrebbe fatto pervenire allo stesso generale Harguindeguy nei mesi successivi, fino a raggiungere nel dicembre del 1978 il numero di 26 per quanto concerneva i "desaparecidos" e 16 per i detenuti. Erano soltanto tre pagine dattilografate su semplici fogli senza nessuna intestazione, in cui apparivano nomi, cognomi, luogo di prigionia o data di scomparsa di persone, i cui familiari si erano presentati alla Nunziatura chiedendo la sua mediazione[5]. Erano, in tutti i casi, persone conosciute in Argentina per la loro opposizione alla dittatura militare e che, genericamente, potremmo annoverare tra gli ambienti della sinistra. Si alludeva, puntigliosamente, alle circostanze in cui erano state sequestrate, secondo il racconto che a Laghi e collaboratori i loro parenti avevano fatto.

 

Questo primo elenco di "desaparecidos" comprendeva 16 nomi, tra i quali apparivano la figlia di Emilio Mignone, la già citata Monica Maria Candelaria, il regista Raymundo Gleyzer, autore di films fortemente impegnati nel sociale, il cittadino francese di origine cilena Raul Premat, direttore della pubblicità di Aerolineas Argentinas, il militante comunista Antony Silva Romero, il deputato per la Gioventù Perónista, Guillermo Bettanin, appartenente alla sinistra del movimento, il dottor Antonio Misitch, della Commissione Nazionale di Energia Atomica, gli avvocati Roberto Sinigaglia ed Hector Natalio Sobel, che erano stati collaboratori del sacerdote terzomondista assassinato Mugica e difendevano detenuti politici, ed altri. Su ognuno, Laghi faceva puntuali precisazioni.

 

La seconda lista era formata da 63 nomi, 17 dei quali erano di origine cilena e si trovavano in Argentina perché fuggiti dalla dittatura di Pinochet, con i particolari delle carceri e altri posti di detenzione dove erano reclusi. La presenza nelle carceri argentine di un numero elevato di cileni e una prova che esisteva una stretta collaborazione tra i servizi segreti e la polizia di ambedue i Paesi, che si estendeva all'Uruguay, Paraguay e Brasile. Si trattava di un'Internazionale eversiva chiamata "Operazione Condor".

 

Tra i molti appaiono i nomi di tre sacerdoti: Elias Musse, della Diocesi di Azul, Juan Dienzeide e lo spagnolo Javier Martín. Anche quelli dello scrittore Jorge Portnoy, dell'ex­Sottosegretario agli Affari Esteri nel breve governo di Héctor Cámpora, Jorge Vazquez, e una giovane militante comunista, Silvia Victoria Díaz. Vent'anni dopo, nelle elezioni argentine del 1995, il Partito della Sinistra Unita l'avrebbe candidata alla Presidenza della Nazione. Quello che sorprende di questo elenco di persone per le quali Laghi intercedette è la presenza di Juan Martin Guevara, fratello del mitico "Che", simbolo profetico di tutti i rivoluzionari marxisti‑leninisti del mondo. Era detenuto nel carcere di Villa Devoto.

 

In questa lista figurano inoltre nove ingegneri e tecnici della Commissione Nazionale di Energia Atomica, catturati il 28 marzo in un'operazione militare della Marina. Di loro si erano interessati tanto Monsignor Achille Silvestrini come la Commissione dell'Energia Nucleare Italiana. Uno era l'ingegnere atomico Santiago Máximo Morazzo, per la cui liberazione l'intervento di Laghi sarebbe stato decisivo. Uscito dal Paese, si stabilì a Roma per tornare più tardi in Argentina, entrando nella militanza politica e divenendo uno dei collaboratori del presidente Carlos Menem.

 

Laghi informava Villot cosi: "Richiamai l'attenzione del Ministro su alcuni casi che mi sembravano di particolare urgenza o meritevoli di speciale considerazione, come quelli degli ingegneri della Commissione per l'Energia Atomica, del regista Raymundo Gleyzer e del Professor Roberto Bergalli". Intanto, l'incontro con Harguindeguy era diventato teso e nervoso. Si era trasformato in qualcosa simile a una requisitoria nella quale il Nunzio manifestava, senza circonlocuzioni, le sue inquietudini e le sue proteste, anche per la situazione di altri due tipi di detenuti: i sacerdoti e gli stranieri con residenza in Argentina, registrati entrambi nelle liste che aveva elaborato.

 

Harguindeguy, a disagio e con modi bruschi, lo informò che i sacerdoti in carcere erano nove e gli offrì ampia informazione sulla situazione processuale di ognuno, promettendo il disbrigo delle loro cause giudiziarie e, per quattro di loro, "l'espulsione dal paese come persone non gradite, perché non argentini". In quanto agli stranieri residenti, Laghi, fu molto severo: "Gli ricordai casi in cui i detenuti sono completamente "tagliati fuori" e non è loro consentito nemmeno esser visitati dall'impiegato del consolato del loro Paese, violando così l'articolo 36 della Convenzione di Vi­enna di cui l'Argentina è firmataria", avrebbe spiegato nel suo rapporto a Villot.

 

Harguindeguy, messo in evidente difficoltà, promise di intervenire per normalizzare questa situazione, non senza aver prima ammesso che "in alcune guarnigioni militari, come in quella di Rosario, comandata dal generale Ramón Genaro Díaz Bessone ‑ un tipo molto "duro" ‑ si verificano abusi di questo tipo".

 

Sugli ingegneri della Commissione Nazionale di Energia Atomica e sul dottor Vazquez, Harguindeguy spiegò che erano "sotto la giurisdizione della Marina" e, di conseguenza, egli non aveva possibilità di far nulla. I primi erano internati nella famigerata ESMA, mentre Vazquez era detenuto, come Laghi già sapeva, "in una nave ancorata nel porto di La Plata".

 

I1 Nunzio concludeva il suo resoconto dicendo che, prima di congedarsi, aveva di nuovo manifestato la sua "afflizione" per gli atti di violenza di "gruppi polizieschi" e per i "metodi inammissibili di lotta che si stanno applicando contro l'eversione" (sic), ancora più inaccettabili perché erano usati da militari che si consideravano cristiani e dicevano di agire in difesa del Vangelo.

 

Quando lasciò la Casa Rosada, sede del Governo, probabilmente Laghi si sentì pervaso da sensazioni contrastanti. Da una parte era certo che il militare con cui aveva avuto una conversazione così ardua di 45 minuti non era mai stato con lui completamente sincero né leale; al contrario. Questo suscitava il suo disgusto; gli costava molto sopportare gli ipocriti e i cinici. Ma, dall'altra, nel suo intimo si era accesa una timida fiammella di speranza: forse, penso, il suo operato poteva tradursi in qualche risultato positivo, in qualche grazia in favore dei detenuti. Essere ascoltato, aver potuto condannare gli abusi repressivi e ribattere gli argomenti che gli venivano esposti, ma soprattutto aver potuto dare nome e cognome ai detenuti e "desaparecidos" con le liste che aveva consegnato, era già un successo in quell'Argentina imbavagliata e sprofondata nello sgomento.

 

Monsignor Laghi credette che gli si prospettasse un margine di speranza, che avrebbe avuto successivamente una parziale rispondenza. Così fu. Furono infatti liberati alcuni detenuti per i quali si era adoperato. Qui accenneremo solo a due casi, perfettamente documentati. Uno fu quello del dottor Horacio Moavro, un rispettato avvocato di Mercedes, una città a 120 chilometri da Buenos Aires, sequestrato il 29 marzo del 1976, ossia cinque giorni dopo il colpo di Stato, messo a disposizione del Governo e finito nel carcere della città. A partire di quel momento, come tanti altri disgraziati, era divenuto semplicemente un "PEN", la formula che la dittatura militare aveva coniato per giustificare la detenzione, a tempo indeterminato, di persone sulle quali non esistevano accuse concrete.

 

Sua moglie, Angela Espil de Moavro, si era rivolta non solo al Nunzio ‑ a cui aveva inviato una lettera angosciata, accompagnata da abbondante documentazione ‑ ma anche al Cardinal Pironio. Quando la ricevette, Laghi aveva già inserito, di propria iniziativa e dopo uno scambio di idee con il porporato, il nome del dottor Moavro nella lista dei detenuti destinata al ministro Harguindeguy. Così informo la donna per lettera[6]. Dopo averle comunicato la presentazione del suo caso, ("insieme ad altri") alle autorità nazionali, la prego di fargli sapere "qualsiasi modifica che potesse registrarsi nell'attuale situazione di suo marito".

 

A metà agosto, un mese dopo, l'avvocato di Mercedes recuperò la libertà. Il giorno 21, la signora Angela comunicava con una lettera a Laghi la buana notizia: "Poiché immagino che alcune delle sue molteplici azioni avranno sortito gli effetti sperati, non voglio tralasciare di esprimerle la mia gratitudine per la liberazione di Horacio, a nome mio e di tutta la famiglia e renderla partecipe della gioia che il Signore ci ha concesso"[7]. Cinque giorni più tardi, Laghi dava riscontro, comunicando la sua gioia per il successo della sua mediazione e le diceva: "Voglia Dio che tutte le famiglie argentine, che vivono la inquietante realtà di lacrime e sofferenze per casi simili, recuperino presto la felicita che oggi pervade il vostro cuore"[8].

 

Diversamente si comportarono i familiari di Silvia Victoria Maz, che ‑ come già detto ‑ da quando era stata detenuta il 23 marzo 1975 rimaneva in cella a Villa Devoto, a disposizione del Potere Esecutivo, senza accuse concrete, se non quella di "appartenere al Partito Comunista". Il suo nome apriva la lista dei detenuti che Laghi aveva consegnato a Harguindeguy, ma già prima, con lettera del 28 febbraio, protocollo numero 479/76 dell'Archivio della Nunziatura, pressato dalle insistenti richieste della madre della ragazza, la signora Yolanda Gaveglio de Díaz, il Nunzio Apostolico aveva segnalato il "suo triste caso" (sic) al Ministero degli Interni.

 

Silvia Victoria Díaz fu messa in libertà il 30 settembre del 1976, ossia due mesi e mezzo dopo l'ultima petizione del Rappresentante Pontificio, il quale, tuttavia, non ricevette alcuna comunicazione, né da parte dell'interessata né da parte dei suoi familiari, sulla liberazione avvenuta. Ricevette, invece, una notifica in tal senso da parte del Ministero degli Interni (lettera di Harguindeguy del 15 ottobre). Ciò lo riempì di speranza: in poche settimane, due persone per le quali aveva interceduto, erano state rilasciate[9].

 

Ma il silenzio dei Díaz lo amareggiò. In un primo momento pensò di scriver loro, ma poi desistette. Trascorso un anno senza notizie, incaricò il suo nuovo segretario, Monsignor Kevin Mullen, un prelato irlandese che aveva sostituito pa­dre Coveney, di inviare alla famiglia Díaz una lettera chiedendo ‑ non senza una nota d'ironia ‑ "se aveva novità sulla situazione di Silvia". Alla lettera, datata 4 novembre, la signora Yolanda rispose quattro giorni dopo. Così, oltre le scuse per la mancata informazione, Laghi apprese il dramma della ragazza.

 

Sua madre comunicava a Monsignor Mullen da Rosario: "Mi vergogno e chiedo sincere scuse per non aver fornito informazioni come sarebbe stato mio dovere. Mia figlia fu liberata il 30 settembre dello scorso anno, dopo un anno e mezzo di angosciosa detenzione. Nel dicembre dello stesso anno, mia figlia si legò al ragazzo del quale era innamorata prima di esser catturata. Lo stesso giorno del fidanzamento, in un incidente automobilistico, il giovane, di 21 anni, morì e mia figlia, dopo una settimana di ospedale, rimase a letto un mese e mezzo immobilizzata. Oggi fisicamente sta meglio, ma, dal punto di vista psicologico, le sono rimaste profonde ferite che, speriamo, possa superare con una adeguata psicoterapia. Questa povera ragazza ne ha passate già molte, malgrado la sue giovane età. Faccia giungere a Monsignor Laghi, da parte mia, come madre riconoscente e da mia figlia la nostra più profonda gratitudine per ciò che ha fatto per le i e per tutti coloro che, in un modo o nell'altro, patiscono ingiuste detenzioni o scompaiono senza che i loro familiari ne abbiano più notizia alcuna"[10].

 

I casi registrati nei primi mesi del "Processo" lo incoraggiarono a insistere nelle richieste al Ministro degli Interni, con la presentazione periodica di nuove liste di detenuti e "desaparecidos", accompagnate da missive in cui esprimeva la sua preoccupazione e chiedeva la soluzione per i casi che prospettava. Probabilmente, credette che poteva avere ‑ come rappresentante del Papa qual era ‑ più peso di quello che realmente ebbe. E, allettato da questa illusione, non si limitò a ricorrere unicamente a Harguindeguy, ma estese le sue petizioni ai membri della Giunta Militare, che era la massima autorità politica del Paese.

 

Una delle accuse più insistente rivolte a Laghi e che si affaccia con puntualità ogni volta che si parla del suo operato in Ar­gentina, è quella di aver frequentato il temibile ammiraglio Massera, fino al punto di esser stato suo compagno in lunghe partite a tennis, un gioco che lo appassionava e per il quale era dotato di particolare abilità. Molto si è parlato e scritto sull'argomento, in Argentina e anche in Italia, fino al punto di esser ancora oggi usato come presunta prova della sua "adesione acritica" al regime. I1 primo che affrontò il tema fu Emilio Mignone, che racconta di aver visitato tre volte Laghi tra il 14 maggio ed il 4 luglio del 1976, tra la data del sequestro di sua figlia Monica Maria e il giorno del massacro dei Pallottini.

 

Nella prima occasione, "Laghi condivise i mici giudizi ed espresse la sua preoccupazione per quanto stava accadendo", aggiungendo inoltre che avrebbe notificato i fatti al Governo, insieme alle centinaia di proteste che riceveva. Secondo Mignone, il secondo incontro fu molto diverso, perché Laghi "deviava la conversazione, cercando di giustificare le autorità". Ma nel terzo, il prelato esplose, dicendo: "Siamo governati da criminali"[11].

 

Mignone, con sua moglie, bussava a tutte le porte del potere nella speranza di sapere qualcosa di sua figlia scomparsa. Ebbe pure l'occasione di trovare Massera e gli racconto le asserzioni del prelato. L'ammiraglio rispose con sorpresa. Il veterano difensore dei diritti umani ha scritto che Massera gli disse: "Mi meraviglia che Laghi parli così, perché giochiamo insieme a tennis ogni 15 giorni". E' un'affermazione che Laghi smentisce decisamente, sostenendo che, in un centro sportivo frequentato dai membri del corpo diplomatico, vi giocò con l'ammiraglio "non più di tre o quattro volte in sei anni"[12].

 

Ci sembra che limitare la discussione a quante volte e con che assiduità Laghi e Massera abbiano giocato a tennis equivale a svilire la questione. Il problema di fondo è un altro. Laghi credette, in qualche modo, come Mignone ha domandato sarcasticamente, che "giocando a tennis con Massera, gli avrebbe fatto cambiare atteggiamento?" Sicuramente no e nessuno può supporre che Laghi sia stato così ingenuo, ma che cercò di utilizzare quel canale sociale per ottenere qualche concessione per le vittime della repressione, perché escluderlo? Perché demonizzare lo sfruttamento di quella relazione, se la mise al servizio di quei gesti silenziosi e umanitari che stava realizzando?

 

In questo libro, nel capitolo dedicato alle "Testimonianze", si racconta con quanta assiduità l'ambasciatore americano Raul Castro ‑ che difese tenacemente i diritti umani durante la sue attività diplomatica a Buenos Aires ‑ andava a cavalcare con uno dei generali più estremisti, Ramón Camps, considerato anche dai suoi commilitoni come un "pazzo irrecuperabile", capace di qualsiasi eccesso nel suo accanimento contro gli oppositori al regime. Lo faceva per ottenere da lui concessioni a favore di persone per le quali si era interessato. Castro, per questo, pagava un prezzo non indifferente: dopo aver ascoltato le sue ignominiose e sanguinarie bravate, stava così male da dover ritornare in ambasciata e sospendere qualsiasi incontro programmato in precedenza. A1 solo ricordo di quanto aveva ascoltato, doveva "andare in bagno a vomitare".

 

La stessa oppressione allo stomaco dovette avvertire Monsignor Laguna, quando ricorse al generale Reynaldo Bignone, all'epoca segretario generale dell'Esercito, chiedendogli il suo intervento perché concedessero il passaporto al travagliato Premio Nobel per la Pace, Adolfo Pérez Esquivel, e lo lasciassero uscire dal Paese.

 

Medesime sensazioni di ripugnanza devono aver condiviso i rabbini León Klenicki e Marshall Meyer. I1 primo, per propria ammissione, prendeva il caffè con una certa frequenza con il generale Harguindeguy, quando ricorreva a lui per cercare di aiutare qualcuno. Il secondo, per intercedere in favore di qualche persona di origine ebraica, si sedette più di una volta a tavola con il tenente generale Roberto Viola. Lo stesso giornalista Timerman, prima di venir sequestrato e torturato, si era presentato, in diverse occasioni, a Massera per "chiedergli cose" a beneficio di persone in difficoltà.

 

E, parlando di disgusto, non deve averne provato meno Pa­dre Enzo Giustozzi, quando, (come lui stesso riconosce) celebrava la messa per il ministro dell'Economia, José Martínez de Hoz, che era la personalità civile più influente della compagine governativa, o visitava il ministro del Governo della provincia di Buenos Aires, Jimmy Smart, "cervello politico" di quell'energumeno che era il generale Camps. Con autentica sincerità, Giustozzi disse a uno degli autori, che "per poco" non celebrò la messa anche per il dittatore Videla e che lo avrebbe fatto se avesse avuto qualche vantaggio in favore d'un detenuto.

 

E' condannabile che personaggi che avevano scelto di adoperarsi segretamente in favore delle vittime della repressione mantenessero contatti con i pope del regime, ognuno entro le sue possibilità, per strappare loro qualche gesto generoso, o atteggiamento di clemenza? Basta una socializzazione, più o meno occasionale, per applicar loro l'etichetta di conniventi con la repressione? E che dire allora dei massimi dirigenti politici argentini, molti dei quali si recavano in visita ai militari e ne facevano oggetto di untuosi elogi, auspicando una futura apertura politica concertata di comune accordo? E questo accadeva non nei primi messi del "PRN" ma nel 1978, quando la dittatura militare aveva tre anni di vita e si iniziava a conoscere con dettagli raccapriccianti la sue brutalità repressiva.

 

Sobrino Aranda, l'uomo del giustizialismo con migliori contatti e relazioni con i militari, del quale già abbiamo parlato, è stato in questo senso completamente sincero, avvertendo che nessuno può stracciarsi le vesti dinanzi a coloro che frequentavano i capi militari, poiché il numero e la qualità dei politici che visitavano le caserme era particolarmente consistente. Scrisse: "L'Ammiraglio Massera riceveva tantissima gente, anche il generale Viola (...).Molte persone e molti di sinistra, mi ringraziano per il mio silenzio"[13]. Ed elenca poi, come nominativi più importanti: l'ex presidente Raúl Alfonsín, l'ex governatore Edoardo Angeloz, attuali senatori e deputati di tutti i partiti, e inserisce in quell'elenco anche l'ex‑capo del Governo spagnolo, Felipe González, interlocutore di Massera a Madrid, in occasione di una poco conosciuta riunione.

 

Sobrino Aranda dice che manterrà il silenzio ma che "le sue" verità si verranno a sapere il giorno seguente alla sua morte, perché sua figlia è stata incaricata di svelarle. E promette che "non saranno motivo di gioia per non poche persone"

 

* * *

 

Ma torniamo al Nunzio Monsignor Laghi in quel tragico inverno australe del 1976. A seguito dei suoi incontri con Harguindeguy, è probabile che egli abbia creduto che quel ricorso alle richieste discrete e silenziose potesse risultare di una qualche utilità e aiutare a salvare vite umane. Per alcune vi era riuscito, pur rendendosi conto che una cosa era reclamare per detenuti che potevano esser localizzati, anche nel ginepraio repressivo che il regime aveva creato, perché messi "a disposizione del Potere Esecutivo", e un'altra molto diversa era invocare aiuto a favore dei "desaparecidos" nel nulla. Col trascorrere delle settimane e la crescente mancanza di ricettività dinanzi alle sue petizioni, incominciò a sospettare che qualcosa di enorme e terrificante, molto più grave di quello che sapeva e intuiva, stava accadendo nell'ombra. Era un dubbio lacerante, sebbene ancora non potesse immaginare ‑ come non lo immaginava la stragrande maggioranza degli argentini ‑ la vera dimensione del trattamento che subivano quei disgraziati, catturati come bestie, torturati e sommariamente giustiziati, vittime della totale impunità che permette uno Stato assolutista: nel caso argentino, con il ricorso a sistemi del terrore che vanno al di la di ciò che la mente più perversa possa ideare.

 

Ma il momento del totale disincanto non era ancora giunto. Per il Nunzio, gli ultimi mesi di quel terribile 1976 erano ancora tempi di remote illusioni, nonostante la realtà della quale aveva incominciato a rendersi conto: per il regime, era diventato ormai un personaggio molesto e infido. Non è avventato supporre che quella sua conversazione con il Generale‑Ministro Harguindeguy fu un punto di rottura decisivo, provocando ferite di impossibile cicatrizzazione. Senza dubbio, il militare non aveva esitato a riferire ai suoi colleghi con quanta severità e con quale tono ammonitorio il Nunzio gli aveva parlato. E tutti erano stati d'accordo: si trattava d'un affronto inaudito nei confronti di comandanti d'un Esercito vincente, che stava schiacciando la guerriglia marxista; senza dimenticare la stizza che provocò nel regime la sua energica presa di posizione nel massacro dei Padri Pallottini.

 

Il regime non gradì. E capì subito che quel prelato che si mostrava affabile, estroverso, misurato nei gesti e nelle parole, sempre sorridente e gentile, poteva trasformarsi in un personaggio molto scomodo. Soprattutto perché in lui non facevano breccia gli appelli dei militari e dei loro epigoni civili in favore della legittimità della loro crociata fondamentalista contro "l'eversione comunista" e della giustificazione dei propri abusi. I1 rispetto della vita era per lui, come doveva essere per tutti gli uomini della Chiesa, un limite invalicabile. Poteva appartenere a cattolici, comunisti, ebrei o atei, non importava. E' un valore superiore, sacro, perché suprema espressione della presenza di Dio. Attentare ad essa, quali che fossero le argomentazioni, era un sacrilegio che il credo cattolico non giustifica in alcun modo. Laghi si trovava a Bue­nos Aires per difendere la vita, prima ancora che per assolvere degnamente la sua missione diplomatica.

 

C'è un episodio, raccontato dal rabbino Klenicki, che è una testimonianza, divertente e drammatica al contempo, sui rapporti tra Laghi e Harguindeguy. I1 Nunzio seguitava a visitarlo, per inoltrargli le sue petizioni e per consegnargli nuovi elenchi con nomi di detenuti e "desaparecidos". E ogni volta con maggior frequenza il Ministro e Generale, notando che le sue visite si traducevano invariabilmente in nuove richieste, gli rispondeva: "Delle persone che a Lei interessano, abbiamo informazioni che stanno vivendo comodamente fuori del Paese, in Europa". E aggiungeva: "Perorare la loro causa significa reggere il gioco ai terroristi". In quell'occasione, davanti a Klenicki, Harguindeguy ripeté la sua farsesca argomentazione. E Laghi, stanco di tanto cinismo, non ne poté più. E con fine ironia, replico: "E' possibile che le cose stiano come Lei dice, signor Ministro, ma in tale caso La prego di fornirmi i loro indirizzi, per poter io stesso scrivere a loro a Londra o Parigi, o andarli a trovare, in occasione di un viaggio in Europa". Harguindeguy, privo di senso dell'umore come era, impallidì, affogando la sua ira nel silenzio[14].

 

Nemmeno l'ammiraglio Massera deve aver gradito molto la piega che prese una conversazione che ambedue ebbero il 19 agosto nell'edificio Libertad e di cui Laghi informo il Segretario di Stato, Cardinal Villot, con un rapporto dello stesso giorno[15]. I1 motivo dell'incontro fu la situazione dei nove ingegneri e tecnici della Commissione Nazionale di Energia Atomica, per i quali la Segreteria di Stato vaticana ‑ tramite Monsignor Achille Silvestrini ‑ aveva manifestato la sua preoccupazione presso il Nunzio.

 

Laghi riferì a Villot che durante la conversazione Massera gli aveva promesso di "interessarsi personalmente di quelle persone", della cui prigionia era perfettamente al corrente. E proseguì il Nunzio: "Approfittai della circostanza per esprimere a Sua Eccellenza la mia preoccupazione e la mia angustia, che sono anche quelle della Chiesa, per l'inquietante fenomeno delle scomparse, la cui costante crescita cagiona dolore e disorientamento a tante famiglie argentine". Secondo Laghi, Massera lo ascolto attentamente: "Mi disse che comprendeva e condivideva la mia preoccupazione di sacerdote per il triste fenomeno della violenza e che di quest'ultima i militari erano vittime e non responsabili". Aggiunse che questa responsabilità era minore nei membri della Marina, che egli comandava: "Se c'è gente che scompare, lo fa sulla terra e non in mare, (sic), ma la maggioranza scappa dal Paese o è vittima di regolamenti di conti tra bande terroriste".

 

Nonostante l'inappellabilità con la quale Massera esponeva le sue argomentazioni, Laghi tornò alla carica: "Dissi a Sua Eccellenza che la sua alta investitura nella Giunta Militare gli permetteva di agire per localizzare quelle persone di cui i familiari ignorano la dimora. Sarebbe un gesto di nobile carità cristiana, atto ad alleviare le famiglie argentine che soffrono". La risposta con cui Massera concluse la conversazione fu lapidaria: "Mi disse che avrebbe fatto il possibile, ma mi invitò a non dar eccessivo credito a quelle richieste, perché così facendo si sarebbe agevolata la propaganda che, dentro e fuori del Paese, fanno i terroristi contro il Governo".

 

Non sorprende che, nel medesimo mese di agosto, dopo questi contatti con i militari di alto livello e facendo seguito alla consegna al Ministero degli Interni delle prime liste di detenuti e "desaparecidos", arrivasse a Laghi una condanna a morte da una delle organizzazioni paramilitari la cui impunita aveva denunciato a Harguindeguy, immediatamente dopo il massacro dei Padri Pallottini. I1 latore del macabro messaggio fu il giornalista Mariano Grondona, vittima a sua volta ‑ con sua moglie Elena ‑ di un sequestro durato alcune ore. Grondona raccontò in questi termini l'episodio a uno degli autori del libro: "Mi dissero che avevano ucciso un gruppo di sacerdoti Pallottini e mi intimarono che parlassi con le autorità ecclesiastiche e, in particolare, con Pio Laghi, per dirgli che doveva liberarci dai sacerdoti del Terzo Mondo che, da lui protetti, infettavano la Chiesa. Se cosi non fosse stato, ne avrebbe pagato le conseguenze. Eseguii quanto mi dissero. Chiamai Laghi, lo andai a trovare e lo avvertì della minaccia che pendeva sulla sua testa. Vidi e misi al corrente anche Monsignor Tortolo"[16].

 

Grondona ricorda che, all'epoca, circolavano liste in cui apparivano accanto a Laghi, come condannati a morte, Mon­signor Mejia, il direttore del quotidiano "Buenos Aires Her­ald", Robert Cox, che poi dovette abbandonare il Paese, e lui stesso. Per Laghi era un ammonimento, il primo, che gli aveva inviato uno dei gruppi di criminali estremisti che erano inseriti nel potere. Era evidente che il regime aveva gia preso debita nota che il Nunzio non era dalla sua parte.



[1] Lettera della Commissione Esecutiva della Conferenza Episcopale Argentina alla Giunta Militare del 7 luglio 1976. In ibidem, pag.25‑26.

[2] Relazione del Nunzio Laghi al Prefetto del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, Cardinal Villok del 13 luglio 1976. Numero 1510/ 76. Archivio della Nunziatura Apostolica.

[3] Testimonianza di Alexander Rawa Jasinski. Il nastro registrato e in possesso degli autori.

[4] Vedere l'intervista di Bruno Passarelli al Cardinale Laghi ("Harguindeguy se manejaba con cinismo") già citata.

[5] Lista di detenuti e "desaparecidos" allegata alla relazione numero 1510/76. Archivio della Nunziatura Apostolica

[6] Lettera del Nunzio Laghi a Angela Espil de Monvro del 17 luglio 1976. Numero 1557/76. Archivio della Nunziatura Apostolica

[7] Vedere Documenti Allegati.

[8] Lettera del Nunzio Laghi a Angela Espil de Monvro del 26 agosto 1976. Numero 2057/76. Archivio della Nunziatura Apostolica

[9]  La gioia di Laghi sarebbe aumentata poco tempo dopo, quando seppe che anche un altro detenuto per il quale si era adoperato, un tale Maximo Victoria, era tornato in libertà. La lettera del Nunzio Laghi che intercede per Maximo Victoria e del 23 settembre 1976. Non e protocollata. Archivio della Nunziatura Apostolica

[10] Vedere Documenti allegati.

[11] Emilio F.Mignone, "Les "Disparus"d'Argentine". Paris, Les Editions du Cerf 1990, pag. 86.

[12] Vedere l'articolo di Lorenzo Prezzi e Gianfranco Brunelli "Santa Sede‑Argentina: Vicenda Ingiusta e Amara ', gig citato. Pag 386.

[13] Susana Falcon, op. cit., pay 38.

[14] Testimonianza del rabbino Leon Klenicki a uno degli autori

[15] Archivio Della Nunziatura Apostolica di Buenos Aires.

[16] Testimonianza del dottor Mariano Grondona a uno degli autori.