Doveri e responsabilità degli operatori sanitari alla
luce dell'enciclica Evangelium Vitae
Chi
vuole studiare, in profondità, l'insegnamento della Chiesa riguardante la vita
umana deve partire dal messaggio di Cristo. Infatti, l'intento della missione
di Gesù è far sapere che «l'uomo è chiamato a una pienezza di vita che va ben
oltre le dimensioni della sua esistenza terrena, poiché consiste nella
partecipazione alla vita stessa di Dio»[1].
In effetti, presentandosi come Redentore, Gesù dice: «Io sono venuto perché
abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). In altre parole:
nella Sua vita, nuova ed eterna, ogni vita umana trova, in tutti gli aspetti e
in tutti i momenti, il suo pieno significato.
Ecco
perché Dio ha voluto annunciare, come notizia paradigma-tica, che la nascita di
ogni bambino connota un lieto evento: «Vi annunzio una grande gioia, che sarà
di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il
Cristo Signore» (Le 2,10-11). Quel bambino, venuto alla luce nella
pienezza dei tempi come membro del genere umano svela il senso pieno di ogni
nascita umana e si presenta quale fondamento e compimento della gioia per ogni
bimbo che nasce (cfr. Gv 16,21).
Notiamo
bene l'importanza, per il nostro tema, di questo annuncio della gioia
messianica. Essa si riferisce alla comunione di vita con il Padre, alla quale
ogni uomo è gratuitamente chiamato nel Figlio per opera dello Spirito Santo. È
questa altezza della vocazione soprannaturale a rivelarci la grandezza e
la preziosità della vita umana anche nella sua fase temporale. La vita
nel tempo e nello spazio, infatti, è condizione basilare, momento iniziale e
integrante dell'intero e unitario processo dell'esistenza umana»[2].
Nessuna
meraviglia, dunque, che la Chiesa accolga ogni vita umana con amorosa
gratitudine, che l'annunci, con indiscutibile convinzione, quale dono divino e,
come è ovvio, la difenda, con intrepido e costante coraggio, come valore
esistenziale primario e fondamentale di ogni essere umano. La vita umana è, per
la Chiesa, un diritto inviolabile e inalienabile donato da Dio stesso ad ogni
uomo dal suo concepimento fino alla morte naturale.
Per
questo, Papa Wojtyla intende affermare, senza retorica che la Chiesa coglie
questo valore con sempre rinnovato stupore e che essa si sente chiamata ad
annunciare agli uomini di tutti i tempi questo «Vangelo», fonte di speranza
invincibile e di gioia vera per ogni epoca della storia[3].
Nel
contesto di questa valutazione «evangelica» della vita umana, si collocano i
doveri e le responsabilità degli operatori sanitari. Va da sé che «l'attività
degli operatori sanitari ha l'alto valore di servizio alla vita. È
l'espressione di un impegno profondamente umano e cristiano, assunto e svolto
come attività non solo tecnica, ma di dedizione e amore al prossimo. Essa è
'una forma di testimonianza cristiana»[4].
Tuttavia,
data la particolare situazione contemporanea del tema e del problema della vita
umana, di cui l'enciclica di Giovanni Paolo n si fa portavoce, mi è sembrato
utile, per chiarire meglio i doveri e le responsabilità degli operatori
sanitari, partire dalla situazione «conflittuale» nel mondo sanitario.
Già
trent'anni fa, i Padri del Vaticano n deploravano molteplici delitti e
attentati contro la vita umana: omicidi, genocidio, aborto, eutanasia,
suicidio, violazioni dell'integrità delle persone umane come mutilazioni,
torture inflitte al corpo e all'anima e così via[5].
A questo inquietante panorama, l'autore della Evangelium Vitae aggiunge
oltre alle nuove prospettive di attentati alla dignità dell'essere umano,
aperte dal progresso scientifico e tecnologico, il delinearsi di una nuova
situazione culturale. «Larghi strati dell'opinione pubblica giustificano
alcuni delitti contro la vita in nome dei diritti della libertà individuale e,
su tale presupposto, ne pretendono non solo l'impunità, ma persino
l'autorizzazione da parte dello Stato, al fine di praticarli in assoluta
libertà ed anzi con l'intervento gratuito delle strutture sanitarie»[6].
Gli
operatori sanitari vengono chiamati in causa a mettersi al servizio della morte
e ciò come un obbligo che risponde al diritto del prossimo. Medici, infermieri,
farmacisti dovrebbero ormai considerare, come loro dovere e responsabilità,
una pronta collaborazione a favore di una cultura della morte. La loro opera,
di per sé volta a tutela della vita fisica dovrebbe, così si vuole, coesistere,
e ciò pacificamente, con una loro opera a procurare la morte.
Questa
situazione conflittuale risulta, con ogni evidenza, quanti do si pensa che: «L'attività
medico-sanitaria si fonda su una relazione interpersonale, di natura
particolare. Essa è un incontro tra una fiducia e una coscienza. La 'fiducia'
di un uomo segnato dalla sofferenza e dalla malattia e perciò bisognevole, il
quale si affida alla 'coscienza' di un altro uomo che può farsi carico del suo
bisogno e che gli va incontro per assisterlo, curarlo, guarirlo»[7].
Ecco, almeno dal giuramento di Ippocrate in poi, l'unico vero profilo degli
operatori sanitari: essere ministri di una cultura per la vita.
Purtroppo,
da tempo questi loro doveri e queste loro responsabilità si muovono in
direzioni opposte. È quanto Giovanni Paolo n afferma senza mezzi termini: «II
fatto che le legislazioni di molti Paesi, magari allontanandosi dagli stessi
principi basilari delle loro Costituzioni, abbiano acconsentito a non punire o
addirittura a riconoscere la piena legittimità di tali pratiche contro la vita
è insieme sintomo preoccupante e causa non marginale di un grave crollo morale:
scelte un tempo unanimemente considerate come delittuose e rifiutate dal comune
senso morale, diventano a poco a poco socialmente rispettabili»[8].
Mi sia permesso di dire che un simile tracollo etico, proprio nel tempo in cui
l'uomo pretende libertà creativa di giudizio morale della sua coscienza e
corresponsabilità di decisioni sociali, soprattutto per esigere e difendere i
diritti umani fondamentali, dovrebbe impensierire ogni uomo di buona volontà.
Qui, infatti, si dimostra fino a che punto può giungere la deformazione
mentale dell'uomo che è per sua natura un essere ragionevole. Da una parte, per
fondare i suoi diritti, l'uomo si esalta quale essere indisponibile,
appunto perché, essendo diverso dagli animali e dalle cose, egli non può
essere sottomesso al dominio di nessuno. Dall'altra, identificando la sua
dignità personale con la capacità di comunicazione verbale ed esplicita, egli
si arroga il presupposto di giudicare legittimo che non c'è spazio nel mondo
per chi, come il nascituro o il morente, è un soggetto strutturalmente debole;
anzi egli si ritiene giuridicamente autorizzato ad interrompere la vita di un
nascituro ed a terminare, prima del tempo, la vita di un morente[9].
A
questo punto va ancora notato che, ad un altro livello, «le radici della
contraddizione che intercorre tra la solenne affermazione dei diritti
dell'uomo e la loro tragica negazione nella pratica risiedono in una concezione
della libertà che esalta in modo assoluto il singolo individuo, e non lo
dispone alla solidarietà, alla piena accoglienza e al servizio dell'altro»[10].
Quest'annotazione, come mentalità di un falso concetto di libertà, riguardante una indisponibilità alla solidarietà, alla piena accoglienza e al servizio dell'altro, fa parte del presente argomento sui doveri e sulle responsabilità degli operatori sanitari. Anche qui la contraddizione del solenne giuramento ippocratico e la sua negazione nella pratica denota mancanza di solidarietà, di accoglienza e, soprattutto, di servizio alla vita dell'altro. In proposito, le parole del Papa non necessitano di alcun commento: «La stessa medicina, che per sua vocazione è ordinata alla difesa e alla cura della vita umana, in alcuni suoi settori si presta sempre più largamente a realizzare questi atti contro la persona e in tal modo deforma il suo volto, contraddice se stessa e avvilisce la dignità di quanti la esercitano»[11].
Va
da sé che la gravita della deformazione professionale, in tema di doveri e
responsabilità degli operatori sanitari, è enorme, dato che l'esito al quale si
sta pervenendo è veramente drammatico. Ciò è tanto più preoccupante quando si
pensa alla mentalità «abortista» della Conferenza intemazionale delle Nazioni
Unite sul tema «Popolazione e sviluppo» al Cairo (5-13 settembre 1994). In una
lettera al Presidente Clinton, firmata dai Cardinali statunitensi e dal
Presidente della Conferenza Episcopale, si legge: «Per quanto abilmente
l'attuale Documento de II Cairo possa essere formulato, in pratica non
fa altro che richiamarsi all'aborto come metodo di controllo della crescita
della popolazione e della promiscuità»[12].
Per
lo stesso progetto il Papa manifesta chiaramente la sua grande preoccupazione:
«Noi siamo preoccupati che questo Anno per la Famiglia non diventi un Anno
contro la Famiglia. E potrebbe diventare facilmente l'Anno contro la Famiglia
se questi progetti, ai quali è già stata data risposta, diventassero veramente
i progetti della Conferenza mondiale al Cairo, che si prepara a settembre. Noi
protestiamo... Non possiamo camminare verso il futuro con un progetto di morte
sistematica dei non nati. Possiamo camminare solamente con una civiltà
dell'amore che accoglie la vita»[13].
Questa
risposta di Papa Wojtyla la troviamo, con la massima chiarezza, nella Evangelium
Vitae ed essa indica, con non minore chiarezza, quali sono i doveri e le
responsabilità degli operatori sanitari.
Da
quanto precede risulta che la coscienza collettiva sta perdendo, su scala
sempre più mondiale, il senso della gravita morale dell'aborto. L'interruzione
diretta della gravidanza viene non solo sempre meno considerata come un
delitto, ma piuttosto pretesa come un diritto da riconoscere legalmente da
parte dello Stato e da eseguire mediante l'intervento gratuito degli stessi
operatori sanita-ri. Nel corso di venti anni, dalla Conferenza di Bucarest
(1974) alla Conferenza della Città di Messico (1984) e, finalmente alla Conferenza
del Cairo (1994), si è verificato un radicale mutamento nel tema di Popolazione
e sviluppo. Il dibattito era sempre centrato sui metodi da adottare per
poter controllare l'andamento demografico, e ciò appunto per poter garantire
uno sviluppo economico per i Paesi del terzo mondo. Gli Stati Uniti
incoraggiavano a Bucarest la riduzione dei tassi di crescita nei Paesi in via
di sviluppo, come elemento necessario del decollo economico e del benessere
sociale. Essi volevano che si raggiungesse, a livello mondiale, una media di
circa due figli per famiglia[14].
Dieci anni più tardi, e precisamente a Città del Messico, la Raccomandazione n.
7 aveva proposto che l'aborto procurato venisse considerato come un metodo di
pianificazione familiare. La delegazione della Santa Sede riuscì a far passare
l'emendamento di escludere l'interruzione della gravidanza come metodo di controllo
demografico[15]. Eccoci,
infine, al progetto della Conferenza ONU del Cairo in merito. Per la prima
volta si lancia non più una raccomandazione, ma, con decisione, «la proposta
di legittimare l'interruzione di gravidanza come uno tra gli altri strumenti
normali per limitare la fecondità»[16].
Di fronte a questa decisione abbiamo già citato la grande preoccupazione del
Papa[17].
Ma la sua più autorevole presa di posizione, quale successore di Pietro, è
nella Evangelium Vitae.
Alla
luce di questa Buona Novella della vita ci domandiamo, ora, quale dev'essere la
presa di posizione, e notiamolo bene, per vocazione professionale, e quindi
doverosa e responsabile da parte degli operatori sanitari. Dico subito, senza
negare che anche questo appartiene ai doveri e alle responsabilità degli
operatori sanitari, che non insisto tanto sulla condanna della prassi abortista
e del ricorso alla eutanasia. Come fa l'autore dell'enciclica, intendo rilevare
piuttosto la necessità della rieducazione ad una convinzione personale e sociale
della sacralità, e quindi della inviolabilità di ogni vita umana, dal
concepimento fino alla morte naturale. Noto, a proposito, che il segretario
della Conferenza a Città del Messico, il filippino Rafael Salas, non solo
ribadì, nel discorso di chiusura, la presa di posizione della Santa Sede in
materia di aborto, ma aggiungeva che i Governi dovevano essere solleciti «a
informare, educare e assistere le coppie... ad avere il numero di figli che
desiderano, senza ricorrere a coercizioni»[18].
Dunque: non tanto condanne, ma informazioni educative e servizi alla vita,
seguendo «la traccia dell'esistenza umana: il generare, il vivere, il morire
quale riferimento dèi doveri e delle responsabilità degli operatori sanitari»[19].
Giovanni Paolo n parte dalla certezza dell'Apostolo riguardante la
vittoria della vita sulla morte: «Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o
morte, il tuo pungiglione?» (7 Cor
15, 55)[20],
«In realtà, segni anticipatori di questa vittoria non mancano nelle nostre
società e culture, pur così fortemente segnate dalla 'cultura della morte. Si
darebbe dunque un'immagine unilaterale, che potrebbe indurre a uno sterile
scoraggiamento, se alla denuncia delle minacce alla vita non si accompagnasse
la presentazione dei segni positivi operanti nell'attuale situazione
dell'umanità»[21]. Tra questi
segni viene annoverata, in modo particolare, la medicina. In effetti,
promossa con il massimo impegno da validi ricercatori e da competenti
professionisti, la medicina «prosegue nel suo sforzo per trovare rimedi sempre
più efficaci: risultati un tempo del tutto impensabili e tali da aprire
promettenti prospettive sono oggi ottenuti a favore della vita nascente, delle
persone sofferenti e dei malati in fase acuta o terminale»[22].
A
questo punto, il Papa da rilievo al fatto consolante e promettente che «enti e
organizzazioni varie si mobilitano per portare, anche nei Paesi più colpiti
dalla miseria e da malattie endemiche, i benefici della medicina più avanzata»[23].
Tutte queste iniziative della medicina e, naturalmente, degli operatori
sanitari favoriscono la possibile diffusione di una maggiore e più incisiva
presa di coscienza del valore della vita e, quindi, un impegno a sollecitare e
realizzare una sua più convincente accoglienza, una maggiore cura per la sua
protezione e una più deliberata responsabilità per la sua difesa.
Rilevo,
tuttavia, che la scelta doverosa e responsabile di ogni operatore sanitario a
servizio della vita trova la sua più vincolante e incondizionata normativa
assiologica nel significato religioso e morale di ogni vita umana.
Questa
scelta, infatti, riconosce che l'uomo è dotato di una altissima dignità, perché
Dio lo ha posto al vertice della sua attività creatrice, come coronamento di
tutto il creato, al termine del processo che va da un indistinto caos alla
creatura più perfetta, ossia, ad essere ad immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gn
1, 28). Il racconto jahvista «parla di un soffio divino che viene inalato
nell'uomo perché questi entra nella vita. 'Il Signore Dio plasmò l'uomo con
polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne
un essere vivente'» (Gn 2, 7).
Ora,
e ciò è della massima importanza, questo dono divino della vita viene affidato
da Dio, anzitutto e soprattutto, all'amore coniugale e parentale di un uomo e
di una donna: «Dio li benedisse e disse loro: 'Siate fecondi e moltipllcatevi'»
(Gn 1, 28). Da qui risulta evidente quanto la procreazione umana
rappresenti un grandissimo valore e dignità, perché i coniugi collaborano con
Dio a comunicare la vita a un nuovo essere umano, ossia ad una nuova persona.
Con il loro reciproco amore unitivo e procreativo, un uomo e una donna
diventano non solo genitori, ma anche e soprattutto responsabili cooperatori
di Dio nella trasmissione di una nuova vita umana[24].
Il
generare si presenta così, per volontà divina, come una specifica
responsabilità da parte dei coniugi nei confronti della trasmissione della
vita umana. Esso è una particolare partecipazione dell'uomo alla signoria di
Dio. Parlando di questa «certa speciale partecipazione» dell'uomo e della donna
all'«opera creatrice» di Dio, il Concilio intende rilevare come la generazione
del figlio sia un evento profondamente umano e altamente religioso, in quanto coinvolge
i coniugi che formano «una sola carne» (Gn 2,24) ed insieme Dio stesso
che si fa presente. Vale a dire «quando dall'unione coniugale dei due nasce un
nuovo uomo, questi porta con sé al mondo una particolare immagine e somiglianza
di Dio ; stesso: nella biologia
della generazione è iscritta la genealogia
della persona»[25]. In altre
parole, il generare non si riferisce solo alle leggi della biologia, ma alla
presenza di Dio nella maternità e paternità umane. «Infatti soltanto da Dio può
provenire quella immagine e somiglianza che è propria dell'essere umano, così
come è avvenuto nella creazione. La generazione è la continuazione della
creazione»[26].
Ecco
da dove ha inizio il servizio degli operatori sanitari alla vita, cioè, da
questo amore unitivo e procreativo in quanto cooperatore di Dio nella
trasmissione di un nuova vita. Quindi essi «assolvono il loro servizio qualora
aiutino i genitori a procreare con responsabilità, favorendone le condizioni,
rimuovendone le difficoltà e tutelandole da un tecnicismo invasivo e non degno
del procreare umano»[27].
Come si può notare i possibili aiuti in materia sono tanti; tuttavia mi limito
al servizio, soprattutto di carattere informativo, per quanto concerne la
procreazione responsabile.
Gli
operatori sanitari devono essere, anzitutto, consapevoli della grandezza dei
coniugi che si associano ad un'opera divina, quando questi mediante l'atto
unitivo e procreativo, accolgono il dono divino della vita e trasmettono la sua
immagine alla loro nuova creatura. Questa procreazione si esercita,
naturalmente, responsabilmente, vale a dire «sia con la deliberazione
ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la
decisione presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale di evitare
temporaneamente od anche a tempo indeterminato»[28]
un nuovo concepimento. Ora è, in maniera particolare, questa regolazione della
fertilità a chiamare in causa i doveri e le responsabilità degli operatori
sanitari. Essi devono tener presente che il giudizio morale dei comportamenti
in merito «non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei
motivi, ma va determinato da criteri oggettivi, che hanno il loro fondamento
nella dignità stessa della persona umana e dei suoi atti»[29].
Perciò la questione della distinzione tra i metodi naturali e i mezzi
artificiali in materia di regolazione delle nascite è, in fondo, una questione
che riguarda la verità o meno dei significati dell'amore coniugale di cui
l'atto coniugale è un segno. L'amore coniugale che assume, a sua espressione
specifica e propria, il linguaggio del corpo, è nel contempo unitivo e
procreativo, ossia sponsale e parentale. Questa connessione significativa è
talmente intrinseca all'atto coniugale che la sua deliberata scissione
smentisce sia la dignità della persona dei coniugi sia l'inferiore verità del
loro amore coniugale. Così emerge «la differenza antropologica e al tempo
stesso morale che esiste tra la contraccezione e il ricorso ai ritmi temporali»[30].
Questa differenza non è, dunque, una questione di tecniche, una di carattere
artificiale e l'altra di carattere naturale; essa coinvolge «due concezioni
della persona e della sessualità umana tra loro irriducibili»[31].
«La ragione ultima di ogni metodo naturale non è semplicemente la sua efficacia
o attendibilità biologica, ma la sua coerenza con la visione cristiana della
sessualità espressiva dell'amore coniugale»[32].
Nella
Evangelium Vitae, il Papa accenna all'accusa rivolta alla Chiesa
cattolica «di favorire di fatto l'aborto perché continua ostinatamente a
insegnare l'illiceità morale della contraccezione»[33].
Ecco la sua risposta: «L'obiezione, a ben guardare, si rivela speciosa... Di
fatto la cultura abortista è particolarmente sviluppata proprio in ambienti
che rifiutano l'insegnamento della Chiesa sulla contraccezione. Certo,
contraccezione ed aborto, dal punto di vista morale, sono mali
specificamente diversi: l'una contraddice all'integra verità dell'atto
sessuale come espressione propria dell'amore coniugale, l'altro distrugge la
vita di un essere umano»[34].
Per
dimostrare, ulteriormente, la speciosità dell'obiezione, Giovanni Paolo n
scrive: «Purtroppo la stretta connessione che, a livello di mentalità,
intercorre tra la pratica della contraccezione e quella dell'aborto emerge
sempre di più e lo dimostra in modo allarmante anche la messa a punto di
preparati chimici, di dispositivi intrauterini e di vaccini che, distribuiti
con la stessa facilità dei contraccettivi, agiscono in realtà come abortivi nei
primissimi stadi di sviluppo della vita del nuovo essere umano»[35].
Da questa mentalità antì-life derivano per gli operatori sanitari,
doveri e responsabilità, anzitutto, di non favorire questa mentalità,
ma soprattutto di convincere i coniugi a decidersi per una responsabile scelta
della cultura per la vita.
In
effetti, gli operatori sanitari possono contribuire, proprio in virtù della
loro professione di servitori della vita, a favorire la , concezione umana e
cristiana della sessualità e della coniugalità. Anzitutto rendendo accessibili
ai coniugi, e prima ancora ai giovani, le conoscenze necessarie per un
comportamento responsabile e rispettoso della peculiare dignità[36].
Perciò
Papa Wojtyla sollecita, con rinnovato vigore, la responsabilità di quanti
possono, e tra questi mette al primo posto i medici, aiutare effettivamente i
coniugi a vivere il loro amore nel rispetto della struttura e delle finalità
dell'atto coniugale che lo esprime. Più precisamente, essi devono impegnarsi a
livello sempre più vasto, e in modo decisivo e sistematico, a far conoscere,
stimare e applicare i metodi naturali di regolazione della fertilità[37].
Insomma, essi devono favorire una vera cultura della vita mediante un'autentica
civiltà dell'amore.
Lo
stesso discorso, sempre in materia di servizio alla vita, vale per le questioni
che riguardano le recenti forme di interventi e di sperimentazione sugli
embrioni umani. Infatti, si possono «ritenere leciti gli interventi
sull'embrione umano a patto che rispettino la vita e l'integrità dell'embrione,
non comportino per lui rischi sproporzionati, ma siano finalizzati alla
guarigione, al miglioramento delle sue condizioni di salute o alla
sopravvivenza individuale»[38].
Invece, ogni uso degli embrioni o dei feti umani come se fossero degli oggetti
da sperimentare o materiale biologico da utilizzare sia come fornitori di
organi o di tessuti da trapiantare, va condannato perché «costituisce un
delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al
medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona»[39].
Quanto alle tecniche diagnostiche prenatali, data la loro complessità, sono
necessario accurate e articolate valutazioni morali. Esse sono lecite quando
sono esenti da rischi sproporzionati tanto per il nascituro quanto per la
gestante; non solo, ma soprattutto quando sono ordinate a terapie precoci e/o
favoriscono una più serena e consapevole accettazione della gravidanza. Esse
sono, invece, illecite quando non sono ordinate a beneficio del bambino e della
madre, ma indirizzate, in dipendenza dai risultati, alla eventuale provocazione
di un aborto[40].
Infine,
le questioni riguardanti la procreazione artificiale esigono dagli operatori
sanitari che essi tengano presente il criterio etico valutativo della
originalità del generare umano che, a sua volta, deriva dalla originalità
stessa della persona umana. «La dignità della persona umana esige che essa
venga all'esistenza come dono di Dio e frutto dell'atto coniugale, proprio e
specifico dell'amore unitivo e procreativo tra gli sposi, atto che per la sua stessa
natura risulta insostituibile»[41].
Di conseguenza, ogni mezzo e intervento dell'operatore sanitario deve avere,
nell'ambito del generare, una funzione di assistenza e non mai di sostituzione.
I doveri e le responsabilità degli operatori sanitari consistono, pertanto,
nell'aiutare i coniugi a compiere il loro atto coniugale unitivo e procreativo
e non mai nell'offrirsi a loro per produrre, dai loro o altrui gameti, un nuovo
essere umano[42].
Anche
se la vita di ogni uomo viene all'esistenza tramite la collaborazione
dell'atto coniugale unitivo e procreativo, essa è, pur sempre, anzitutto e
soprattutto un meraviglioso dono di Dio. Ecco perché i comandamenti di Dio ci
insegnano la via della vita, che è una via, notiamolo bene, di amore per la
vita. In questo senso, anche «i precetti morali negativi hanno
un'importantissima funzione positiva: il 'no' che esigono incondizionatamente
dice il limite invalicabile al di sotto del quale l'uomo libero non può
scendere e, insieme, indica il minimo che egli deve rispettare e dal quale deve
partire per pronunciare innumerevoli 'sì', capaci di occupare progressivamente
l'intero orizzonte del bene (cfr. Mt 5,48)»[43].
I
comandamenti morali sono così, proprio nella loro formulazione negativa,
l'inizio per chi vuole intraprendere il cammino verso la vera libertà. Il Papa
cita in proposito il grande Vescovo di Ippona: «La prima libertà consiste
nell'essere esenti da crimini... come sarebbero l'omicidio, l'adulterio e così
via. Quando uno comincia a non avere questi crimini, comincia a levare il capo
verso la libertà, ma questo non è che l'inizio della libertà, non la libertà
perfetta»[44]. In altre
parole, non fare il male è il punto di partenza necessario di un cammino di
vera libertà; di conseguenza, nella misura in cui si cerca di fare il bene uno
diventa sempre più libero. In questo senso il Catechismo della Chiesa
Cattolica precisa: «Quanto più si fa il bene, tanto più si diventa liberi.
Non c'è vera libertà se non al servizio del bene e della giustizia»[45].
In
questo contesto suonano molto chiare e inequivocabili le parole di Giovanni
Paolo n: «II comandamento 'Non uccidere' stabilisce quindi il punto di partenza
di un cammino di vera libertà, che ci porta a promuovere attivamente la vita e
sviluppare determinati atteggiamenti e comportamenti al suo servizio: così
facendo esercitiamo la nostra responsabilità verso le persone che ci sono
affidate e manifestiamo, nei fatti e nella verità, la nostra riconoscenza a
Dio per il grande dono della vita»[46].
Sì, Dio ha affidato la vita di ogni uomo al suo prossimo, al suo fratello
secondo la legge del dono di sé e dell'accoglienza dell'altro.
Ecco
perché tutti gli uomini dovrebbero meditare sul chiaro e forte invito di Mosè:
«Vedi, io pongo oggi davanti a tè la vita e il bene, la morte e il male...; io
ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; sceglie
dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (Dt 30, 15.19).
L'autore della Evangelium Vitae lo attualizza con chiarezza, soprattutto
nell'Aie et nunc della nostra situazione culturale: «È un invito che ben
si addice anche a noi, chiamati ogni giorno a dover decidere tra la 'cultura
della vita' e la 'cultura della morte'»[47]
. Si tratta, insomma, di dare alla propria esistenza un orientamento
fondamentale di vivere in fedeltà e coerenza con il comando di amare Dio e il
prossimo, di camminare per le sue vie, di osservare le sue leggi, vale a dire,
di scegliere la vita e non la morte.
Ora,
mi pare semplicemente ovvio, che quanto vale per tutti, vale anzitutto e
soprattutto per gli operatori sanitari, appunto perché essi sono in virtù della
loro vocazione professionale, nonché della lettera e dello spirito del
giuramento ippocratico, ogni giorno chiamati a scegliere la vita e non la
morte. In altri termini, il Creatore ha affidato la vita dell'uomo, dalla sua
nascita fino alla sua morte naturale, al particolare dovere della loro
responsabile sollecitudine, non perché ne dispongano in modo arbitrario, ma
perché la custodiscano con saggia competenza e l'amministrino con amorevole cura[48].
A
questo punto è importante notare che la vita umana è, nel medesimo tempo,
corporale e spirituale, ossia il corpo umano è irriducibilmente unito, in modo
sostanziale, con un' anima spiritua-le. In forza di questa unione, «il corpo
umano non può essere considerato solo come un complesso di tessuti, organi e
funzioni, , ne può essere valutato
alla stessa stregua del corpo degli animali, ma è parte costitutiva della
persona che attraverso di esso si manifèsta e si esprime»[49].
Per gli operatori sanitari ciò significa che essi, nella loro attività
sanitaria, agiscono non tanto tecnicamente, cioè soltanto su un corpo, ma
trattano eticamente la vita di una persona. Ecco perché, nel suo contenuto
positivo di rispetto, amore e promozione della vita umana, il quinto
comandamento vincola ogni uomo, ma particolarmente gli operatori sanitari.
«Scienziati e medici - precisa Giovanni Paolo n - non devono considerarsi i
padroni della vita, bensì i suoi esperti e generosi servitori»[50].
«È dunque - conclude - un servizio d'amore quello che tutti siamo
impegnati ad assicurare al nostro prossimo, perché la sua vita sia difesa e
promossa sempre, ma soprattutto quando è più debole o minacciata... Ci è
chiesto di amare e onorare la vita di ogni uomo e di ogni I donna e di lavorare
con costanza e con coraggio, perché nel nostro tempo, attraversato da troppi
segni di morte, si instauri finalmente una nuova cultura della vita, frutto
della cultura della verità e dell'amore»[51].
Dunque,
i doveri e le responsabilità degli operatori sanitari quanto alla vita
concernono la garanzia, la tutela e la promozione del diritto fondamentale,
originario e insopprimibile alla medesima. Di tale diritto, poi, è titolare
l'essere umano in ogni fase del suo sviluppo, ossia dal suo concepimento fino
alla sua morte naturale e ciò - chiarisce ancora Papa Wojtyla - «in ogni sua
condizione, sia essa di salute o di malattia, di perfezione o di handicap, di
ricchezza o di miseria»[52].
Essere al servizio della vita diventa così per gli operatori sanitari un dovere
e una responsabilità che nasce, oltre che dalla loro coscienza come prossimo di
ogni uomo, soprattutto dalla loro professione come servitori della vita.
Giovanni
Paolo n annota in proposito che deve essere riconsiderato il ruolo degli
ospedali, delle celtiche e delle case di cura, perché diventino «ambienti nei
quali la sofferenza, il dolore e la morte vengono riconosciuti ed interpretati
nel loro significato umano e specificamente cristiano»[53].
Da qui hanno origine, non meno importanti, altri doveri e responsabilità degli
operatori sanitari.
Le
strutture e i luoghi di servizio alla vita hanno, infatti, «bisogno di essere
animate da persone generosamente disponibili e profondamente consapevoli
di quanto decisivo sia il Vangelo della vita per il bene dell'individuo
e della società»[54]. È molto
significativo, e della massima importanza, notare che il Papa pensa
nominatamente agli operatori sanitari. Scrive in corsivo: «Peculiare è la responsabilità
affidata agli operatori sanitari: medici, farmacisti, infermieri, cappellani,
religiosi e religiose, amministratori e volontari[55].
Nel dame la spiegazione il Papa si riferisce al contesto culturale e
sociale del nostro tempo in cui la scienza e l'arte medica stanno correndo il
rischio di smarrire la loro dimensione etica. La dimostrazione viene dalla
forte tentazione di trasformarsi, talvolta, in manipolatori della vita o
addirittura in operatori di morte[56].
«Oggi,
in seguito ai progressi della medicina e in un contesto culturale spesso chiuso
alla trascendenza, l'esperienza di morire si presenta con alcune
caratteristiche nuove. Infatti, quando prevale la tendenza ad apprezzare la
vita solo nella misura in cui porta piacere e benessere, la sofferenza appare
come uno scacco insopportabile, di cui occorre liberarsi ad ogni costo»[57].
Dinanzi a questa tentazione, gli operatori sanitari devono rendersi conto che
i loro doverosi e responsabili impegni al servizio della vita sono enormemente
accresciuti. Più che mai, essi devono trovare la più profonda ispirazione e
il più forte sostegno dei loro doveri e delle loro responsabilità «nella
intrinseca e imprescindibile dimensione etica della professione sanitaria, come
già riconosceva l'antico e sempre attuale Giuramento di Ippocrate,
secondo il quale ad ogni medico è chiesto di impegnarsi per il rispetto
assoluto della vita umana e della sua sacralità»[58].
Questa dimensione etica comporta che «il far morire» è sempre e categoricamente
escluso da qualsiasi cura medica e ciò, per il semplice ed ovvio fatto, che
significa l'intrinseca negazione della professione sanitaria stessa. Una
professione a servizio della vita non può mai prestarsi ad assecondare il
desiderio di terminare la vita prima del tempo, e meno ancora intervenire a
soddisfare tale desiderio. L'operatore sanitario che asseconda e realizza tale
desiderio, pei»quanto questo possa essere anche comprensibile in certe
situazioni terminali, collabora al male morale proibito dal comandamento
divino: «non uccidere». In effetti, siamo qui di fronte all'eutanasia, un
fenomeno che il Papa giudica «uno dei sintomi più allarmanti della 'cultura
della morte' che avanza, soprattutto, nelle società del benessere, caratterizzate
da una mentalità efficientistica che fa apparire troppo oneroso e
insopportabile il numero crescente delle persone anziane e debilitate'»[59].
Giovanni Paolo n ha, perciò, ritenuto suo dovere di confermare, in conformità
con il Magistero dei suoi Predecessori e in comunione con i Vescovi della
Chiesa cattolica «che l'eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio,
in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana»[60].
Qui è proprio il caso di dire, come si possa ragionevolmente sostenere che
«uccidere» una persona terminale equivale ad un servizio quanto al morire, per
di più derivante dal dovere e dalla responsabilità della professione di un
operatore sanitario. L'eutanasia segna per la scienza medica «un momento di
regresso e di abdicazione, oltre ché un'offesa alla dignità del morente e alla
sua persona. Il suo profilarsi come ulteriore approdo di morte dopo l'aborto,
deve essere colto come un drammatico appello alla fedeltà effettiva e senza
riserve verso la vita»[61].
Comunque,
tutt'altra questione del «far morire» è quella della rinuncia al «non lasciar
morire», ossia al cosiddetto «accanimento terapeutico» La decisione di
rinunciare ad interventi medico-sani-tari inadeguati, perché veramente
sproporzionati alla reale situazione del malato, perché la speranza dei
risultati è praticamente inesistente oppure questi interventi medici sono
troppo gravosi per il paziente e la sua famiglia. «In queste situazioni, quando
la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza rinunciare
a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso
della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all'ammalato in
simili casi»[62].
In
quei casi, soprattutto quando la sofferenza nella fase finale della malattia
diventa sempre più insopportabile, i doveri e le responsabilità degli operatori
sanitari quanto al morire esigono di applicare le cosiddette «cure palliative».
Esse servono non solo a rendere più sopportabile la sofferenza, ma assicurano
anche un adeguato accompagnamento umano, pur se ciò comportasse come
conseguenza una limitazione di coscienza e una abbreviazione della vita. «In
questo caso, infatti, la morte non è voluta e ricercata, nonostante che per
motivi ragionevoli se ne corra il rischio: semplicemente si vuole lenire il
dolore in maniera efficace, ricorrendo agli analgesici messi a disposizione
della medicina»[63].
Tuttavia,
di fronte al diritto di ogni essere umano a morire con dignità umana e
cristiana, gli operatori sanitari hanno il dovere e la responsabilità di
assistere la vita sino alla fine. Essi sono, per vocazione professionale,
chiamati a salvaguardare questo diritto, curando il morente e accettando il
naturale compimento della sua vita.
Mi
sia permesso di proporre alla riflessione del personale sanitario che la morte
rappresenta, per ogni essere umano un momento essenziale e, il più delle volte,
decisivo della sua vita. Infatti, «la morte è la fine del pellegrinaggio
terreno dell'uomo, è la fine del tempo della grazia e della misericordia che
Dio gli offre per realizzare la sua vita terrena secondo il disegno divino e
per decidere il suo destino ultimo»[64].
A questo punto si pone al dovere e alla responsabilità degli operatori sanitari
la questione della comunicazione della verità al morente. Certo la prospettiva
della morte, per quanto la sua notificazione possa essere ed è di fatto
difficile, non esime dalla veracità. Qui giunge l'attività medico-sanitaria,
fondata sulla relazione di un incontro tra una fiducia e una coscienza, al suo
momento cruciale. La fiducia di un uomo segnato dalla morte diventa adesso un
appello, più che alla scienza alla coscienza dell'operatore sanitario. Il
diritto della persona ad essere informato sul proprio stato di vita mette gli
operatori sanitari, inevitabilmente, dinanzi ad un loro specifico dovere e ad
una loro specifica responsabilità. Questo dovere e questa responsabilità
esige, come è ovvio, discernimento e grande tatto umano. Si tratta di stabilire
con l'ammalato terminale una relazione solidale, in cui non è tanto necessario
trasmettergli dati clinici, quanto comunicargli significati aperti ad una
speranza trascendente. L'ammalato non deve sentirsi solo con il suo male, ma
compreso nella verità del suo stato e coinvolto nell'amore del suo prossimo. La
sua morte ha un senso di vita, in quanto si dispiega in un orizzonte pieno di
significato che trascende il suo morire[65].
Il
calore umano dell'operatore sanitario e la sua fede in Cristo, morto e risorto,
illumina la comunicazione della verità al morente con una nuova luce che apre
il suo stato terminale ad una via di amore, ossia ad una via che porta ad una
vita senza fine. Ecco come si esprime Giovanni Paolo n per comunicare questa
Buona Novella della vita al morente: «La certezza dell'immortalità futura e la
speranza nella risurrezione promessa proiettano una luce nuova sul mistero
del soffrire e del morire e infondono nel credente una forza straordinaria per
affidarsi al disegno di Dio»[66].
La fiducia «umana» che l'ammalato aveva posto nella «scienza» dell'operatore
sanitario trova, adesso al momento del morire, una fiducia «divina» nella
«coscienza» dello stesso operatore sanitario.
L'autore
della Evangelium Vitae affida così ai doveri e alle responsabilità degli
operatori sanitari, quanto al morire, di aiutare gli ammalati a vivere il loro
morire come atto supremo di obbedienza al Creatore di questa stessa vita[67].
In quei momenti, il servizio alla vita degli operatori sanitari, può far capire
al morente, quanto asserisce il Papa, citando i Padri del Vaticano n: «in
faccia alla morte l'enigma della condizione umana diventa sommo per l'uomo; e
tuttavia l'istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e
respinge l'idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della
sua persona. Il germe dell'eternità che porta in sé, irriducibile com'è alla
sola materia, insorge contro la morte»[68].
Quando
l'uomo si volge alla sua più profonda interiorità, ossia al cuore, egli si
accorge di non sbagliare a riconoscersi come un essere che trascende
l'universo. Allora, si rende conto che, là, Dio lo aspetta perché decida,
proprio sotto il suo sguardo amoroso, del suo finale destino[69].
La vita di ogni uomo, e così riassumo il Vangelo che la riguarda, ha il suo
inizio dall'amore di Dio, viene dallo stesso, lungo tutto il pellegrinare
terreno, conservata, per essere al suo termine accolta. È questa vita, tanto
amato da Dio, che gli operatori sanitari intendono servire. Per questo essi,
come gli sposi, sono responsabili collaboratori dell'amore creatore e
conservatore di Dio. Ecco perché loro devono, nel modo a loro proprio e specifico,
sentirsi responsabili del Vangelo della vita[70].
Questa responsabilità comporta, attualmente, un dovere particolare per il
fatto che si stanno formando sempre più frequentemente leggi e decisioni sulla
base del semplice consenso maggioritario. Il Papa non si nasconde che tali
leggi ingiuste pongono «spesso gli uomini moralmente retti di fronte a
difficili problemi di coscienza in materia di collaborazione in ragione della
doverosa affermazione del proprio diritto a non essere costretti a partecipare
ad azioni moralmente cattive»[71].
Ciò è soprattutto vero quando l'obiezione di coscienza richiede di sacrificare
affermate posizioni professionali o di rinunciare a promettenti prospettive di
carriera. Comunque, e ciò sia ben chiaro, si tratta di un diritto umano
basilare, fondato sulla dignità della persona umana e sulla sua libertà. Questa
dignità e questa libertà, infatti, sono incompatibili con qualsiasi tipo d'imposizione,
per quanto «legalizzata», a collaborare e/o, addirittura, a compiere un'azione
intrinsecamente «immorale». La dignità della persona e la sua libertà esigono,
per loro stessa natura, che l'uomo si orienti al vero e al bene. Ecco perché
Giovanni Paolo n afferma categoricamente: «In tal senso, la possibilità di
rifiutarsi di partecipare alla fase consultiva, preparatoria ed esecutiva di
simili atti contro la vita dovrebbe essere assicurata ai medici, agli operatori
sanitari e ai responsabili delle istituzioni ospedaliere, delle cliniche e
delle case di cura»[72].
Rilevo
che questo diritto alla obiezione di coscienza deriva per gli operatori
sanitari, proprio, dai loro doveri e dalle loro responsabilità quali servitori
della vita. Pertanto, ogni sanzione penale ed ;, anche qualsiasi danno sul
piano legale e disciplinare oppure su quello economico e professionale, per chi
ricorre al suo diritto divino di obiezione di coscienza, va giudicata come
un'azione gravemente ingiusta e immorale[73].
Dio
stesso, dunque, garantisce così i diritti di coloro che prestano, con doverosa
responsabilità e responsabile dovere, il loro servizio alla vita, a quel suo
meraviglioso dono, perché si instauri, alla luce del Vangelo della vita, una
cultura della vita.
[1]
giovanni paolo n. Lettera enciclica «Evangelium Vitae»
(25.3.1995), n. 2, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1995. In
seguito si citerà EV.
[2]
EV 2.
[3]
Cfr. ibidem.
[4]
pontificio consiglio
della pastorale per gli operatori sanitari, Carta degli Operatori Sanitari,
n. 1, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1994. In seguito si citerà
Carta....
[5]
concilio vaticano n. Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo «Gaudium et Spes» (7.12.1965), n. 27, in «Enchiridion Vaticanum»
(EV), 1, Dehoniane, Bologna 1981, pp. 770-965.
[6] EV 4.
[7] Carta…,2.
[8]
EV 4.
[9]
Cfr. ibi, 19.
[10]
Ibidem.
[11]
Ibi,
4.
[12]
cardinali USA, Lettera al Presidente degli Stati Uniti,
«II Regno/Documenti», 13 ;, (1994), p. 412.
[13]
giovanni paolo n, «L'Osservatore Romano», 7.4.1994, p. 1.
[14]
Cfr. F. lombardi,
Bucarest 74: il Piano d'azione mondiale della popolazione, «La
Civiltà Cattolica», iv (1974), p. 185.
[15]
Cfr. G. rulli,
La Conferenza sulla popolazione a Città del Messico, ibi, p. 187.
[16]
A. angulo,
La Conferenza mondiale del Cairo sulla popolazione, «La civiltà
Cattolica», m (1994), pp. 495-496.
[17]
Cfr. nota 13.
[18]
rulli, La Conferenza..., p. 188.
[19]
Cfr. Carta..., 10.
[20]
EV 25.
[21]
Ibi,
26.
[22]
Ibidem.
[23]
Ibidem.
[24]
Cfr. Carta...,11.
[25]
EV 43.
[26]
giovanni paolo II, Lettera alle famiglie «Gratissimam Sane»
(2.2.1994), in «Acta ^ Apostolicae Sedis» (AAS), 86 (1994), p. 878 (cit.
in EV 43).
[27]
Carta..., 11.
[28]
paolo vi, Lettera enciclica «Humanae Vitae»
(25.7.1968), n. 10, in EV, 3 (1982), pp. 280-319.
[29]
concilio ecumenico
vaticano n, Costituzione pastorale
sulla Chiesa «Gaudium et -Spes»,a.5l.
[30]
giovanni paolo il. Esortazione apostolica «Familiaris Consertici»
(22.11.1981), n. 32, in EV, 1 (1985), pp. 1388-1603.
[31]
Ibidem.
[32]
giovanni paolo n, Ai partecipanti a due Congressi sui problemi del
matrimonio e della famiglia e della fertilità, 8 giugno 1984, in Insegnamenti
di Giovanni Paolo il, vn/l (1984), pp.1664-1665.
[33]
EV 13.
[34]
Ibidem.
[35]
Ibidem.
[36]
Cfr. Carta..., 20.
[37]
giovanni paolo n, Familiaris Consortio, n. 35, in «Enchiridion
Vaticanum», 7, pp. 1472-1475.
[38]
EV 63.
[39]
Ibidem.
[40]
Cfr. ibidem.
[41]
Carta...,22.
[42]
Cfr. EV 14; Carta..., 21-34.
[43]
EV 75.
[44]
S. agostino,
In lohannis Evangelium Tractatus, 41, 10, CCL 36, p. 363
(cit. in EV 75).
[45]
Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1733, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano
1992.
[46]
EV 76; il Papa rimanda al Salmo 138, 13-14.
[47]
EV 28.
[48]
EV 76.
[49]
congregazione per la
dottrina della fede, Istruzione su «II
rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione (Donum
Vitae)» (22.2.1987), AAS, 80 (1988), p. 74.
[50]
giovanni paolo n. Alla Pontificia Accademia delle Scienze
(21.10.1985), n. 3, in Insegnamenti di Giovanni Paolo il, vm/2 (1985),
p. 1081.
[51]
EV 77.
[52]
giovanni paolo il, Esortazione apostolica «Christifideles Laici»
(30.12.1988), n. 38, in Insegnamenti di Giovanni Paolo il, IX/4 (1988),
p. 2133.
[53]
EV 88.
[54]
EV 89.
[55]
Ibidem.
[56]
Cfr. EV 15.
[57]
EV 64.
[58]
Ibidem.
[59]
Ibidem.
[60]
EV 65.
[61]
Carta..., 150.
[62]
EV 65.
[63]
Ibidem.
[64]
Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1013.
[65]
Cfr. Carta..., 126-127.
[66]
EV 67.
[67]
Ibidem.
[68]
concilio ecumenico
vaticano n, Gaudium et Spes, n. 18
(cit. in EV 67).
[69]
Cfr. ibi, n. 14.
[70]
Cfr. EV 79.
[71]
EV 74.
[72]
Ibidem.
[73]
Cfr. ibidem.