CAPITOLO IX

 

La Laudis Canticum una teologia della Liturgia delle Ore

 

introduzione*

Ormai i tempi sono maturi per una profonda riforma della Liturgia delle Ore che, voluta dal concilio Vaticano II (SC 88-101), viene elaborata sulla scorta di una serie indagine storica in una prospettiva teologica e pastorale.

Con Laudis Canticum (LC), la Liturgia delle Ore viene ri­conosciuta come «preghiera pubblica e comune del popolo di Dio» e la riforma, pur conservando tutti gli elementi tradiziona­li (salmi, inni, responsori, letture), non si esaurisce in una sem­plice rielaborazione del breviario. E una Liturgia delle Ore del tutto nuova, redatta per venire incontro alle esigenze spirituali di tutti i cristiani: laici, sacerdoti, religiosi (per i monaci l'ordi­namento rimane particolare, data la peculiare vocazione e lo spe­cifico stile di vita).

Ecco tre piste di lavoro il cui frutto sarà esaminato nei pa­ragrafi successivi.

a) eliminare parti o testi che non avevano ragione sufficiente per rimanere. È il caso dell'ora prima che storicamente ha ge­nesi diversa dalle altre ore minori (rese facoltative o assorbite in un'unica ora). Molte letture, specie agiografiche, sono state espunte per dare spazio a testi criticamente validi e spiritual­mente sostanziosi;

b) ristrutturare gli elementi tradizionali; il cambiamento più notevole è l'estensione del salterio su un arco di 4 settimane. La Riportiamo in appendice C e D il testo della costituzione apostolica, insieme agli schemi della «Distribuzione dei salmi e cantici nella Liturgia delle Ore sendo il rito romano», per la celebrazione di lodi e vespri; inoltre uniamo anche attuale «Distribuzione dei salmi e dei cantici secondo i quattro schemi del salteo monastìco». struttura delle ore è stata poi rivista dando alla celebrazione uno svolgimento più lineare, con particolare attenzione a quella di lo­di e vespri perché risultassero di fatto i cardini della liturgia;

c) II risultato è stato un notevole arricchimento globale. Non soltanto sono stati modificati testi meno adatti del precedente breviario, ma ne sono stati introdotti altri presi dalla tradizione (inni, responsori, letture patristiche e agiografiche). Inoltre ri­troviamo parti del tutto nuove, come le intercessioni a lodi e ve­spri e una serie di orazioni che si ricollegano ad usi scomparsi nel Medioevo.

Non si può omettere il problema delle letture bibliche, che hanno il compito di mettere fortemente in risalto il carattere dia­logico della preghiera come ascolto della Parola e risposta del- l'uomo.

 

A. PROSPETTIVA  TEOLOGICA

 

1. Dimensione trinitaria

Nel suo aspetto immediato di esperienza la preghiera ap­pare come realtà umana; sgorga dal cuore e trova la sua espres­sione nel frutto delle labbra, erompe dalla vita e fa vibrare tutta l'esistenza. Di fatto essa è prima ancora realtà divina che irrom­pe nella vita umana. La Liturgia delle Ore è «il canto di lode che nelle sedi celesti risuona per tuta l'eternità» e che Gesù Cristo sommo sacerdote ha introdotto in questa terra di esilio (LC, In­troduzione).

La celebrazione è quindi lo spazio umano in cui Dio entra per compiere oggi, in mezzi a noi, il suo mistero di salvezza. E un bene divino che si incarna nella Chiesa in preghiera. Con ciò la realtà umana della preghiera viene divinizzata e il dono tra­scendente di Dio viene umanizzato.

Il dono di Dio è la Parola per eccellenza, «il Verbo che pro­cede dal Padre come splendore della sua gloria» (IG 3), con cui Dio canta a se stesso la sua perfezione infinita, da sempre e per sempre. Nell'incarnazione Dio ha squarciato i cieli ed è sce­so tra gli uomini. Quel cantico eterno scende sulle strade della vita quotidiana degli uomini: l'umanità di Cristo è il tempio i11 cui essa risuona. «Da allora nel cuore di Cristo risuona la lode divina con parole umane di adorazione, propiziazione e inter cessione. Tutte queste preghiere il Capo dell'umanità e il Me­diatore tra Dio e gli uomini le presenta al Padre a nome di tut­ti» (IG 3).

Parole umane di lode soprattutto nelle notti trascorse in pre­ghiera, nelle invocazioni rivolte al Padre prima di sanare i mala­ti nei salmi celebrati con i connazionali durante il servizio sina-eogale, nel grido che ha innalzato dalla croce prima di emettere lo spirito. Cristo può dire nella grande preghiera sacerdotale che si pone al vespro della sua esistenza terrena: «Padre, io ti ho glo­rificato» (Gv 17,4).

Ora quel Cristo che, alla destra del Padre, è «sempre vivo per intercedere a nostro favore» (Ebr 7,2.5), è sempre presente alla nostra preghiera con lo stesso realismo.

Il radunarsi per l'orazione è uno stringersi intorno al Risorto presente.

Presente all'assemblea che diventa comunità orante: «Do­ve sono due o tre riuniti nel mio nome, io sarò lì in mezzo a lo­ro» (Mt 18,20); presente nelle pagine bibliche, perché è lui che parla e proclama oggi la sua Parola quando si leggono le Scrit­ture; presente in colui che presiede la celebrazione: questi rap­presenta (= ripresenta) Cristo che prega nella sua Chiesa. La teologia della Liturgia delle Ore trova qui il suo centro focale:

non è solo preghiera di lode e domanda, è anzitutto preghiera del Signore nella Chiesa, per rendere gloria al Padre e santifi­care i fratelli.

La presenza di Cristo è resa attuale dal suo Spirito che vi­vifica l'esistenza umana e prolunga nei battezzati i misteri della vita del Signore. La preghiera cristiana, infatti, partecipa dell'a­more del Figlio unigenito per il Padre, che durante la vita ter­rena ha espresso a nome e a salvezza di tutto il genere umano, tutta la Chiesa e in tutti i suoi mèmbri (IG 7).

In questa economia della preghiera non si può dimenticare la funzione dello Spirito Santo. È lui che nel cuore umano edifica il tempio della gloria del Padre, intercede con gemiti ine­sprimibili (Rom 8,26) ed eleva dall'intimo il grido Abbà (Gai 4,6). "Signore Gesù parla quindi nell'uomo per mezzo dello Spirito. «trascurando la lira e la cetra, strumenti senza anima, per mezzo dello Spirito Santo Cristo ha armonizzato il cosmo e il microcosmo, l'uomo, la sua anima e il suo corpo. Il Verbo di Dio canta, al Padre con questo strumento dalle mille voci, accompagna sua lode con questo strumento che è l'uomo...» (Clemente Alessandrino, Protr. I). Innumerevoli voci, che in tutti i tempi e in ogni luogo salgono al Padre armonizzate in unica sinfonia plasmata dallo Spirito. Spirito che fonde tutte le voci dei figli di Dio tra di loro e ne fa l'eco viva del Signore Gesù.

2. Dimensione ecclesiale

Questi pochi accenni introducono necessariamente nel di­scorso ecclesiale. Gesù non si può mai separare dal suo corpo mistico che è la Chiesa.

Ad essa, prima di salire al cielo, egli ha affidato integra la sua missione a causa dell'inscindibile realtà misterica del Corpo Per cui il Capo e le membra pulsano della stessa vitalità.

«Nessun dono maggiore Dio poteva accordare agli uomini, che rendere loro Capo il suo Verbo, per mezzo del quale ha creato tutte le cose. Nulla poteva concedere loro di più grande che unirli a lui come membra, cosicché egli fosse nel medesimo tempo Figlio di Dio e Figlio dell'uomo, un solo Dio con il Padre, un solo uomo con gli uomini, in maniera che, quando con la preghiera parliamo con Dio non per que­sto separiamo il Figlio dal Padre, e quando prega il Corpo del suo Fi­glio non separa da sé il proprio capo, ma sia lui l'unico salvatore del suo Corpo, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio che prega per noi, prega in noi ed è pregato da noi. Prega per noi come nostro sa­cerdote, prega in noi come nostro capo, è pregato da noi come Dio no­stro. Riconosciamo dunque in lui le nostre voci e la sua voce in noi» (S. Agostino, Enarrationes in Psalmas 85,1).

Divenuti figli nel Figlio, i battezzati entrano nell'unico dia­logo che Cristo dall'eternitàtesse col Padre. «Se in Cristo siamo morti e risuscitati... non senza ragione la sua voce è anche la no­stra, e la nostra voce anche la sua» (S. Agostino, In ps. 62,3).

L'iniziazione cristiana è quindi necessariamente anche ini­ziazione alla preghiera di Cristo che si realizza nell'ambito della Chiesa. Essa, come corpo orante del Cristo, con il battesimo in­troduce i suoi figli nel sacerdozio regale del sommo ed eterno sacerdote e li rende capaci di assumerne le funzioni. Il titolo di partecipazione al sacrificio di lode del Verbo incarnato si iden­tifica con quello di partecipazione alla sua attività teandrica.

A questo livello si possono distinguere diversi gradi di de­putazione all'unica preghiera di Cristo, togliendo però al termine «deputazione» la diffusa accezione giuridica. La Liturgia delle Ore è la preghiera della Chiesa «tanto a livello di ministri sacche di fedeli laici in virtù di un fatto sacramentale».

Questa prospettiva permette di superare la visione clerica­le e ristretta dell'ufficio divino, senza d'altra parte togliere nulla all'importanza della preghiera dei presbiteri e dei religiosi, chia­mati a prendere coscienza viva delle proprie responsabilità.

I religiosi infatti sono tenuti «alla perfezione del culto divi­no» (LG 44) e rappresentano in modo peculiare il volto della Chiesa orante (IG 24). I presbiteri partecipano all'attività cul­tuale della comunità, investiti di una particolare funzione. In par­ticolare il pastore deve: impiegare le migliori energie poiché i fedeli affidati alle sue cure siano unanimi nella preghiera; indurii con una catechesi intelligente alla comprensione e al gusto del­la preghiera e alla intelligenza cristiana dei salmi; radunarne la comunità, dirigerne la celebrazione, animarla come autentico orante che in mezzo ai fratelli li stimola a pregare con la stessa autorità spirituale della sua preghiera (cfr. G 23); sentire la re­sponsabilità di pregare per il suo popolo e, spesso, a nome suo quasi rappresentarlo davanti a Dio (cfr. IG 28).

La nuova comprensione ecclesiologica chiarisce inoltre un altro fatto rimasto problematico nel passato: quello della rela­zione tra preghiera ecclesiale e personale. Non si tratta di due livelli diversi in cui si attua la preghiera. La preghiera cristiana in quanto tale, è sempre preghiera di Cristo che si fa presenta­re ecclesialmente negli oranti. D'altra parte ogni preghiera, per essere tale, deve essere personale, deve essere la voce del cuore;

costituisce un momento del dialogo tra lo sposo celeste e la spo­sa terrena; la Chiesa che vive nel cuore di ogni battezzato e ne assume i palpiti.

3. Dimensione salvifica

Non si può pensare un atto liturgico sganciato dall'unico sa­crificio di Cristo di cui l'Eucaristia è il memoriale. Se la messa è " culmine, deve avere un primo e un poi. Afferrando tutta la giornata e agganciandola all'Eucaristia, la Liturgia delle Ore im­mette nel mistero di Cristo la nostra intera esistenza, che si svol­ge nel tempo e fa del «tempus ecclesiae», un «tempus salutis».

E noto che l'azione eucaristica si svolge intorno a tre grandi temi: anamnesi, azione di grazie, sacrifìcio. È su questa triplice linea direttrice che l'ufficio divino amplifica la risonanza redentiva dell'Eucaristia.

- Sappiamo che l'Eucaristia è il sacramentum memoriae come dice Agostino; memoriale di tutta l'opera redentiva che ha nella Pasqua di Cristo il suo fulcro. L'ufficio assume questa di­mensione e la immette nei ritmi del tempo. Nella visione cri­stiana, infatti, i momenti del giorno e le stagioni che si succedono non assumono una fisionomia propria sul piano cosmico e na­turale, ma sono assunti al momento storico dell'alleanza con Dio connessi con i magnolia Dei a favore del suo popolo. Basta ve­dere al riguardo la trasformazione che le feste di Israele, legate in origine alla vita pastorizia e agricola, diventano il memoriale dell'Esodo. Da quando Dio, in Cristo, entra personalmente nel­la nostra storia «consacra il mondo con il suo avvento», e il tem­po non è un elemento del cosmo,

Così il mattino non è solo la luce che torna a splendere, la natura che si ridesta, la vita che si rimette in moto. Questo ri­torno universale alla vita evoca irresistibilmente la risurrezione; il sole che sorge evoca il sole di giustizia che illumina ogni uo­mo.

Le lodi che consacrano il mattino sono quindi una anam­nesi della Pasqua, un canto gioioso alla gloria del Risorto.

La sera, a sua volta, non è solo il morire del giorno e il pla­carsi dell'attività umana nel riposo notturno con l'evocazione del tramonto della vita. Il morire della luce ci richiama la morte di Cristo. Storicamente essa è avvenuta all'ora nona, ma questa estende già la sua ombra sulla sera. «Il sacrificio del vespro è l'innalzarsi delle nostre mani» (salmo 140,2); come non pensare a Cristo che ha steso le sue mani sulla croce, offrendosi al Pa­dre per la salvezza del mondo?

Ma il giorno muore per rinascere e recar nuova luce: pre­lude perciò al ritorno di Cristo e al suo secondo avvento che ci introdurrà nella gloria. Perciò come dice Cipriano: «Chiediamo che ritorni sopra di noi la luce; invochiamo l'avvento di Cristo che ci recherà la grazia della luce eterna». Il vespro diventa una sveglia in attesa della risurrezione, un preludio dell'immortalità; riassume in sé tutto il mistero pasquale nelle sue fasi di morte e vita; esprime tutte le dimensioni della speranza cristiana.

- Azione di grazie. E strettamente legata all'anamnesi e prorompe spontaneamente dal cuore al ricordo delle cose mirabili che Dio ha fatto per salvarci. La lode esultante pervade cosi tut­ta la Liturgia delle Ore e ne fa un vero «offìcium laudis».

C'è un genere di salmi che nella sua stessa struttura lette­raria esprime questo movimento caratteristico della preghiera cri­stiana: i salmi di azione di grazie. Tale struttura si articola in tre momenti:

1) una breve formulazione iniziale di lode o benedizione:

«Voglio benedire il Signore in ogni tempo... è bello dar lode al Signore»...

2) l'anamnesi dei mirabilia Dei compiuta da Dio nella sto­ria e nella creazione;

3) un ritorno alla benedizione iniziale, a modo di conclu­sione, che prende spesso la forma di dossologia.

E chiaro che in questo movimento la lode trova la fonte vi­va della sua ispirazione nel «meraviglioso» delle opere divine. L'uomo stupito esprime la sua ammirazione, gridando a Dio la sua gioia e la sua riconoscenza. E questa la tonalità dominante nell'ufficio come già nell'Eucaristia. Si rende grazie sempre e do­vunque: si rende grazie di tutto, perché tutto è grazia. E tutta la vita si fa Eucaristia.

- Sacrificio. Suo oggetto specifico è il tempo, poiché si trat­ta della Liturgia delle Ore. Ma il tempo abbraccia la vita e tutti i suoi atti: dunque la vita intera, dopo essersi fatta lode, si fa oblazione (salmo 50,17-19).

Prolunghiamo nella giornata l'atto con cui nell'Eucaristia ci siamo offerti al Padre, con il Cristo, nello Spirito. Ne vale dire che la preghiera occupa soltanto un modesto frammento del no­stro tempo, perché quello che offriamo è «simbolo» di tutto il resto. Offrendogli quel tempo intendiamo riconoscere e procla­mare l'universale appartenenza di tutto il tempo al suo sovrano potere. Inoltre la preghiera non può limitarsi a quei momenti, ma deve pervadere tutta la vita. Le «ore» sono momenti comu­ni; anziché sopprimere il momento della preghiera incessante, devono rilanciarlo.

 

B. PROSPRETTIVA SPIRITUALE

 

.  Il concilio auspica che l'ufficio diventi per tutti «fonte di pietà e nutrimento della preghiera personale». È l'obiettivo ultimo cui è finalizzato tutto l'aspetto pastorale. Una celebrazione va e consapevole vuole certamente far vibrare l'assemblea all'unisono; ma vuole pure permettere a ciascuno di entrarvi co­me nella propria preghiera, ed esige, infine, di integrarsi in mo­do omogeneo con tutta la vita. Diversamente si risolve in un sterile estetismo.

1. Formule e preghiere

È celebre il detto benedettino: «Mens nostra concordet vo­ci nostrae». Ma già prima Agostino aveva detto: «Hoc versetur in corde quod profertur in ore». Al movimento superficiale del­le labbra deve accompagnarsi quello profondo dei pensieri, del­la volontà e degli affetti: diversamente tutto si riduce a un suono vuoto di formule. II dispiegamento dei mezzi espressivi, la so­lennità, il numero dei partecipanti contribuiscono a porre il se­gno; ma il contenuto sarà solo una preghiera fervorosa, intelli­gente e attiva; uno slancio di fede, di speranza e d'amore che sgorga dai singoli cuori - per la fraternità autentica che li lega -, che si esprime in un unico grido, si incanala attraverso quelle formule divine che vengono scandite all'unisono.

È opportuno richiamare qui il principio elementare valido in tutta l'area della pietà cristiana: le formule non sono preghie­ra, ma mezzi di preghiera. Di conseguenza quello che più conta non è la quantità delle formule, quanto la profondità dei senti­menti che ci permettono di esprimere. Il Vangelo è indubbia­mente in questa linea, in reazione a una tendenza dell'epoca a moltipllcare le formule (Mt 6,7).

Una puntualizzazione analoga riguarda i farisei che «af­fettano di fare lunghe preghiere» (Me 12,40). Come esprimo­no bene i termini greci, questo «lungo pregare», che è solo «apparenza» di preghiera, è vanità e desiderio di attirare l'al­trui considerazioni che vanificano la preghiera. Altrove Gesù applica ai farisei il versetto di Isaia (29,13): «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Me 7,6). Si tratta di formule che muovono le lebbra, ma non af­ferrano il cuore. Se il cuore non è rivolto al Signore, mediante una autentica conversione, non è in grado di pregare. Per que­sto motivo Gesù raccomanda la preghiera fatta in segreto; es­sa non può sostituire quella privata o comune, ne escludere la manifestazione in parole dello slancio intimo del cuore. Ma pu° fornire un mezzo di verifica sulle qualità interiori della nostra orazione.

Ognuno vede quanto sia urgente applicare all'ufficio questi principi evangelici. C'è dunque, da chiedersi se la pratica degli ultimi secoli, spesso inficiata di formalismo, fosse ancora anima­ta da questa linfa evangelica.

2. Opus Dei e preghiera personale

II rapporto tra la preghiera personale e quella comunitaria è così stretto che in una certa misura si condizionano a vicenda. Se il dialogo «solo a solo» con Dio è totalmente estraneo al mon­do liturgico, non basterà inserirsi in una celebrazione per essere d'un colpo afferrati dalla sua corrente di preghiera,

La preghiera ha una sua unità, e le sue varie forme vanno armonizzate. Alla loro giustapposizione, dovrebbe sostituirsi l'o­smosi. Una preghiera corale tutta tesa alla contemplazione sfo­cia sempre in un incontro personale di ogni anima con Dio. Infatti senza un impegno personale che afferri l'interiorità di cia­scuno, la celebrazione si svolge dall'esterno ed è un corpo senz'a­nima. D'altra parte la preghiera sgorga da quella comune come dalla sua fonte più genuina che si alimenta di Bibbia e liturgia.

Il dialogo universale della Chiesa con il suo sposo diventa il dialogo personale e irreperibile di ogni anima con il suo Dio. Ci si sente spinti per il dinamismo dialettico, a un nuovo inne­sto alla comunità orante, raccolta visibilmente per arricchire il proprio mondo interiore con l'apporto dei fratelli. Due momenti di un unico slancio di preghiera.

3. Persona e comunità

Così vengono ad armonizzarsi i due poli fondamentali del­la vita umana, l'io e la comunità. La persona deve mettere in gio­co tutte le sue energie e, insieme, agganciarsi ai fratelli in una comunione piena e profonda. La liturgia realizza l'equilibrio tra l'individuo e la comunità; piú precisamente, procura alla persona il terreno comunitario ne­cessario alla promozione della grazia, in un sacro amore di Dio che, come ogni amore, incomunicabilmente personale, in una e che è l'atto supremo di una inviolabile libertà. Membro di corpo di cui Cristo è il Capo, la persona vi conserva la sua autonomia. Siamo agli antipodi di quella spersonalizzazione che avviene nella massa, con il dominio di istinti collettivi, fossero anche pii. Eppure questa esaltazione religiosa della persona non si realizza che nel regime, nel ritmo, nella fusione della comu­nità; non solo della comunità misteriosa del Corpo di Cristo, ma della comunità fraterna che la traduce sensibilmente. La comu­nità è il luogo necessario della vita cristiana, della promozione delle persone, nella grazia come nella natura. La verità liturgica coincide anche con la verità umana.

4. Preghiera contemplativa

La Liturgia delle Ore è una preghiera di tipo contemplati­vo. Non domanda complicati raziocini, vuole solo che apriamo gli occhi per guardare nello stupore, nella commozione e nella gioia. Essa spalanca le porte dell'anima sul mistero trinitario. Fa passare dinanzi ai nostri occhi le meraviglie che Dio ha dissemi­nato nel creato e nella storia della salvezza. Conduce davanti a Cristo e ai suoi misteri. Ci fa godere la sobria ebrezza dello Spi­rito che provoca nel cuore un moto irresistibile di orazione.

Ci vuole uno sguardo trasparente, prolungato, sempre teso a scoprire e riscoprire, con un amore e un interesse che non si stanca. I riti e le formule sono il tramite per sfociare nella con­templazione. E la norma aurea che ha dato il concilio: «Com­prendiamo meglio il mistero della fede attraverso i riti e le preghiere». Quel comprendere significa penetrare. Entrare in questa zona di contemplazione non è scevro di difficoltà.

- Difficoltà di passare dal ritmo serrato e confuso della vi­ta in cui si incrociano mille voci, a una zona pacata di silenzio, ove domina sovrana la figura di Cristo e risuona incontrastata la sua voce.

La struttura dell'ufficio divino vi provvede disponendo dei riti di inizio che hanno lo scopo di facilitare la necessaria rottu­ra e introdurre in un clima orante. Si pensi al salmo 94, usato appunto come invitatorio.

- C'è poi il carattere frammentario della salmodia che sem­bra disorientare molti. La successione di salmi di diversa tona­lità sembra impedire un profondo raccoglimento e urta contro quella esigenza di coerenza logica che è connaturale alla menta­lità contemporanea. Tale difficoltà si supera fissando lo spirito in Dio, con un senso vivo della sua presenza e cercando poi d1 immergersi nel clima generale del salmo o del mistero che si celebra. Sarà bene non pretendere l'impossibile.

- Infine c'è il carattere impersonale e oggettivo dei testi messi sulle nostre labbra. Essi sembrano prescindere dai nostri bisogni personali; non traducono spesso i nostri stati d'animo, non appagano un certo gusto di interiorità personale. Per elimi­nare questa difficoltà occorre superare il soggettivismo: la ten­denza cioè a rinchiudere l'ampiezza ecclesiale della pietà cristiana negli angusti limiti del nostro «io». Bisogna dilatare il cuore per­ché possa accogliere il grido di tutta la Chiesa: mettersi alla scuo­la di formule che ci trascendono, ma su cui siamo chiamati lentamente a modellarci in un continuo superamento.

 

C. prospettiva PASTORALE CELEBRATIVA 1. Una comunità in preghiera

 

Ogni azione liturgica - e tale è anche la Liturgia delle Ore - esige una dimensione comunitaria: appartiene alla Chiesa, Ora la Chiesa si rivela e si attua massimamente quando i suoi mèm­bri si radunano per pregare. Pregare insieme, per la comunità cristiana, è un'azione primordiale e un'esigenza vitale. Di qui na­sce un obiettivo pastorale preciso: si deve fare il possibile per­ché alla Liturgia delle Ore partecipi il popolo.

I Padri sottolineano l'importanza dell'assemblea cristiana, non pensano solo all'Eucaristia, ma anche ai momenti comuni di preghiera e di lode. Scrive Ignazio di Antiochia: «Se la preghie­ra di due persone riunite ha così grande efficacia, quanto più ne avrà quella del vescovo e di tutta la Chiesa... Procurate di radu­narvi più frequentemente per la divina eucaristia e per lodare il signore, perché quando vi radunate con frequenza, le forze di

satana sono annientate e la rovina che egli porta si dissipa nella concordia della vostra fede» (Ef 5,2; 13,1).

2- Problematica pastorale

Tenendo conto della concreta realtà pastorale, sembra utopico l'obiettivo di aver presente il popolo alla celebrazione delle ore. La Chiesa in ogni caso lo propone: «La celebrazione avvenga, per quanto è possibile, con la partecipazione del po­polo» (IG 20). Evidentemente chi volesse ipotizzare una pal­pazione piena a tutte le ore e per tutte le parrocchie, si metterebbe fuori della realtà. Il ritmo moderno della vita rende pra­ticamente irrealizzabile questo obiettivo. Bisognerà orientare gli sforzi alle due ore principali: lodi e vespri. In secondo luogo bi­sogna distinguere tra le varie situazioni pastorali; una parola a parte merita la celebrazione del vespro domenicale. Si tratterà di valorizzare con costanza e intelligenza quanto detto sopra.

Prospettive più realistiche si aprono per le comunità occa­sionali, durante ritiri, campeggi, convegni...

Più esigente si fa il discorso nei confronti delle comunità religiose; al riguardo ci sono obbligazioni precise nei testi con­ciliari e postconciliari. Non sarebbe, oggi, in sintonia con la Chie­sa una comunità religiosa o sacerdotale che non facesse di lodi e vespri i due poli della preghiera in comune. Questa, per esse­re autentica, esige di innestarsi su una vita fraterna e ne verifica la qualità.

Se la carità è un presupposto necessario della preghiera e le da verità, nello stesso tempo ne è il frutto. La comunione di un gruppo non è mai perfetta e completa, ma esige una maturazio­ne e un continuo approfondimento. La preghiera comune sti­mola questo sforzo diuturno.

Se ogni lavoro comune, la gioia di una cosa bella e fatua, insieme, è un forte vincolo di fraternità, molto più lo è la pre­ghiera che ci accumuna tutti in un'opera non umana, ma divina. Una liturgia vissuta è la fucina in cui la comunità si costruisce e si perfeziona, rinsaldando i suoi vincoli.

3. La celebrazione

Soprattutto alla presenza di una comunità occorre che la preghiera sfoci in una celebrazione. Questo termine non designa solo un complesso di segni esteriori; indica una realtà completa in cui le qualità interiori trovano espressione adeguata in un rit­mo e in gesti esteriori.

«Senza la fede in Cristo risorto, presente nella Chiesa per mezzo del suo spirito, il nostro ufficio non sarebbe che parole umane, arte musicale e vuote cerimonie. All'opposto, senza espressione corporale e sensibile delle realtà della nostra fede, non si potrebbe parlare ne di ufficio ne di liturgia» (Gelineau).

4. Il segno della preghiera comune

La celebrazione si pone nell'ordine dei segni. Il segno è una realtà fondamentale della vita umana a tutti i livelli, soprattutto a livello religioso. L'uomo stesso è un segno: realtà spirituale in­carna una realtà sensibile. Lo spirito da al corpo la sua anima­zione vitale; il corpo permette all'anima di esprimersi visibil­mente. Ora tra il mondo interiore e i segni che lo rendono visi­bile all'esterno si pone una duplice linea: quella dell'espressione e quella della verifica.

- Ogni parola e ogni rito devono essere trasparenti, aperti sul mistero e sull'interiorità dell'uomo in cui rivivono. Non si può sottovalutare questo aspetto espressivo del segno; col pre­testo di dare il primato ai valori interiori, cadremmo nell'astrat­tismo e scinderemmo ciò che nella vita è inseparabilmente unito.

- Ogni segno autentico è, in una certa misura, efficace: cioè non solo esprime, ma produce una realtà interiore. Stimola dun­que e intensifica la disposizione da cui sgorga. La fede si ravvi­va mentre la si proclama, la speranza si fa più totale quando esplode in un grido, l'amore diventa più intenso quando lo espri­mo con gesti e parole.

Tutto questo vale ancora più per le espressioni collettive. In esse si può sperimentare la forza contagiosa di una celebrazione in cui gesti, canti e preghiere sono manifestazioni autentiche, una vibrazione di fede e di amore che afferra tutta l'assemblea e fon­de i sentimenti in un'unica espressione.

5. Elementi costitutivi di una celebrazione

Una celebrazione esige normalmente la convocazione dei fe­deli. Ci vuole poi la chiara coscienza di essere inseriti in un av­venimento. Anche l'ufficio divino non è cerimonia, ma evento.

E il mistero cristiano che si realizza nella preghiera per tra­sformare la nostra vita. Questa coscienza crea immediatamente un clima di festa. La festa è inseparabile dalla gioia. La Chiesa esulta nel celebrare il mistero.

Festa e gioia confluiscono in un'altra  attitudine spirituale, espressa col termine evocativo di alacrità. È l'antitesi della mo­notonia abitudinaria; è dinamismo interiore che si traduce spon­taneamente in azione.

6. Mezzi espressivi della celebrazione

Formule e canti: è formula tutto ciò che si esprime a paro­le. Ma la parola conosce una infinita varietà di generi espressivi. Quelli ricorrenti si possono ricondurre ad alcuni tipi caratteristici.

Acclamazioni e invocazioni. E un atto che esprime in modo immediato e globale una situazione eccezionale o una intensa esperienza e che, se collettivo, permette alla comunità di parte­cipare a questa situazione o a questa esperienza. C'è il grido di aiuto con cui cominciamo le ore: «O Dio, vieni a salvarci»; quel­lo di lode con cui si concludono: «Benediciamo il Signore»; quel­lo di gioia che prorompe qua e là nella celebrazione: «Alleluia»;

quello di fede che suggella ogni preghiera: «Amen. Gloria al Pa­dre»; quello che prorompe dal cuore spezzato: «Signore pietà».

L'acclamazione è di sua natura breve; non s'imbarazza di frasi inutili perché non vuole trasmettere principalmente un mes­saggio, ma esprimere quella emozione profonda che coglie il cuo­re umano quando il divino vi irrompe.

Proclamazioni. La proclamazione è annuncio, trasmissione di un messaggio. Qui interviene uno solo il quale interpella la comunità (è il caso delle letture e delle ammonizioni); oppure invoca Dio in nome della comunità orante (è il caso delle ora­zioni e dell'avvio alle intenzioni di preghiere da parte del presi­dente) .

La lettura si pone sul piano della comunicazione e ne deve accettare le leggi: esige una dizione chiara e un tono giusto per comunicare con tutti. L'attenzione è infatti polarizzata sul con­tenuto del messaggio.

Il responsorio è strettamente correlativo alla lettura; se qui è Dio che parla, nel responsorio è l'assemblea che risponde. Pri­ma o dopo la lettura viene consigliato un tempo di silenzio (IG 202), destinato a creare uno spazio per una risposta personale. Nel responsorio, invece, è la comunità che esprime in modo li­rico e corale le vibrazioni intime di ciascun orante, fondendole in un unico grido di riconoscenza e di lode.

Il responsorio assume, perciò, una funzione importante in rapporto alla lettura. È una guida nell'impegno a trasformare la lettura in preghiera e contemplazione; inserendo il testo biblico in un senso più ampio aiuta a cogliere il suo collegamento con le linee portanti della storia della salvezza.

L'orazione obbedisce sostanzialmente alle stessi leggi della lettura. Non c'è dubbio che altro è rivolgersi a Dio in nome di Dio altro è rivolgersi a Dio in nome dell'assemblea. Non è più un messaggio da trasmettere, ma una preghiera a Dio in cui con­fluisce la supplica di tutti i membri della comunità. Il tono oran­te non è quello di una proclamazione.

Salmodia. Il salterio è una raccolta di poemi appartenenti a generi letterari diversi; altro è un inno, altro è una lamentazio­ne, altro ancora un salmo didattico. Questa varietà deve riflet­tersi in molteplici forme di esecuzione. Abbiamo tre possibilità concrete, tutte collaudate da usi tradizionali:

- La recita continua in cui uno solo declama i versetti, men­tre l'assemblea si pone in ascolto. Ha il vantaggio di favorire un'at­titudine contemplativa. Questa forma si adatta bene ai salmi che si presentano come meditazione, quelli didattici e storici.

- La recita collettiva in cui due cori si alternano a modu­lare i versetti. Ha il vantaggio di essere più attiva e di stimolare l'alacrità, ma c'è anche il pericolo che il susseguirsi incalzante di versetti soffochi il respiro della preghiera intima. Si impone un ritmo preciso e senza precipitazioni. Bisognerà evitare il passag­gio immediato da un salmo all'altro, perché l'insieme non assu­ma un andamento meccanico e la psicologia non sia obbligata ad acrobazie impossibili. Gli antichi interponevano tra i salmi una lunga pausa di silenzio che lasciava posto a una intensa rea­zione personale e permetteva di acclimatarsi al salmo seguente.

- La forma responsoriale in cui l'assemblea risponde con una antifona-ritornello ai versetti o alle strofe del salmo modu­lati dal solista o dalla schola. Questo modo combina insieme gli atteggiamenti dei due precedenti, cioè l'ascolto contemplativo e i intervento attivo e facilita l'esecuzione, soprattutto in celebra­zioni con partecipazione popolare.

L'antifona attualizza il salmo nel particolare momento litur­gico, inserendolo nel clima del tempo, oppure lo collega al mi­stero celebrato, oppure ne mette in luce un tema dominante, dando un filo conduttore con cui pregare il salmo.

Inni. L'inno costituisce il momento più lirico e musicale del utncio. E collocato all'inizio delle ore e ha lo scopo di creare il clima particolare della celebrazione, di imprimerle l'avvio gioio­so e introdurre l'assemblea in una comune preghiera.

Il silenzio. Il ritmo della celebrazione non si fonda solo sul­le formule, cioè sulla parola. Ha bisogno anche di silenzi. Le stes­se parole lo esigono per conservare la loro forza nativa. Una celebrazione in cui formule e canti si susseguono ininterrotta­mente, senza respiro, manca di euritmia: l'efficacia stessa degli atti ne viene snervata.

Nelle azioni liturgiche «si deve procurare che si osservi a suo tempo anche un sacro silenzio» (SC 30). Non è un consi­glio, è una norma.

Il silenzio permette di accogliere ampiamente nel cuore la risonanza della voce dello Spirito e di congiungere più stretta­mente la preghiera personale con la Parola di Dio. Ha dunque un valore attivo, non è solo assenza di parole. Il silenzio talvol­ta è tacere per ascoltare; non è una evasione ma un raccogliere noi stessi in Dio. E una specie di profondità che nasce dall'a­zione stessa, la impegna, la avvolge, perché vi sono delle parole e dei gesti che rompono il silenzio e ci proiettano verso l'eterno. C'è anche un modo di dire, di cantare, di agire che genera il si­lenzio attraverso la fessura stessa del gesto. Questo dipenderà da una certa pienezza, da una certa tranquillità che si saprà im­mettere nell'azione.

Gesti e attitudini estenori. La celebrazione delle ore come parte integrante della liturgia, partecipa anche della sua sacra-mentalità. E cioè un segno sensibile di salvezza. Ogni segno si costruisce attraverso un complesso di elementi, tutti radicati nel­l'uomo: l'assemblea, la parola, il canto. E tutto l'uomo che si esprime nel gesto e proietta il suo intimo nell'azione.

Questo è connaturale anche quando si prega da soli; infat­ti un sentimento di adorazione spinge a prostrarsi, mentre uno slancio di amore a innalzare le mani. Soprattutto in ambito reli­gioso il gesto giunge a esprimere ciò che la parola è incapace a formulare: il soggetto di un'azione come la preghiera non e so­lo l'anima, ma tutto l'uomo.

7. Adattamento e autenticità

Nella scala dei valori la nostra epoca pone l'autenticità al orimo posto e la intende come l'adeguarsi dei modi espressivi alle realtà profonde della vita. Applicata alla preghiera esige un'aggancio concreto all'esistenza. Nessuno può dubitare che questa aspirazione sia legittima.

La riforma liturgica l'ha consacrata lasciando per tutti i ri­ti uno spazio di elasticità in culaci si può liberamente muovere per un adattamento pastorale. E un diritto, ma anche una re­sponsabilità. È chiaro che non potranno essere il capriccio o l'u­more del momento o la mania di essere diversi... a comandare tali scelte, ma solo l'effettiva utilità pastorale, cioè una intelli­gente e responsabile aderenza alla realtà concreta.

Tali possibilità rispondono oggi al bisogno di rendere viva ogni celebrazione, di attualizzare la preghiera per evitare che si sclerotizzi. È in gioco il grande problema del rapporto tra pre­ghiera e vita, che si pone in termini di continuità e di rottura.

Continuità. Sarebbe artificiale una preghiera che non fosse profondamente segnata dalla nostra vicenda quotidiana. Questo spinge continuamente a mettere in atto alcuni mezzi: una guida che, con richiami sobri e intelligenti, inquadri la preghiera nella vita concreta della comunità; una libertà inventiva che trovi spa­zio soprattutto nell'omelia e nelle preghiere di intecessione; la possibilità di segliere gli elementi in funzione delle vicende del mondo o dei fatti che interpellano la comunità locale. Tutte que­ste possibilità sono aperte e vanno utilizzate con equilibrio, su­perando un comodo fissismo rubricistico.

Il problema si pone in termini di rottura. Nella Liturgia del­le Ore si realizza un incontro col Dio tre volte Santo, si entra nell'area del divino. Si tratta di comprendere che Dio è Dio e uomo è l'uomo. Che le realtà di fede esigono di incarnarsi nel­la vita, ma non nascono dalla vita, vengono dall'alto. Che il mi­stero e una realtà immensamente più grande di noi, che ci supera da ogni parte. Che i limiti di spazio e di tempo non chiudono nei loro limiti la realtà celebrata.

La rottura si collega ai due estremi del tempo: la realtà delle origini e la gloria finale e ripercuote i suoi effetti su tutto il osino; coinvolge la Chiesa, quella di oggi e quella di sempre. Si tratta di comprendere che questo momento di preghiera, se è le­gato all'avvenimento di oggi, si protende anche verso le realtà escatologiche.

Per essere autentica l'attualità liturgica deve essere polariz­zata, a un tempo, verso i magnalia Dei del passato e il ritorno di Cristo, che affrettiamo nella speranza.

 

D. LE  COMPONENTI DELLA LITURGIA DELLE ORE

 

L'attuale struttura si fonda su sette elementi, che analizzia­mo brevemente (1).

1. Salmi e càntici

Generalmente sono introdotti da titoli e accompagnati da antifone e orazioni salmodiche. La salmodia, costituendo il vero midollo della Liturgia delle Ore, a motivo del suo profondo e poliedrico contenuto, le conferisce quello specifico di lode divi­na, pervasa di un autentico e biblico lirismo religioso.

Anche le espressioni, benché siano intrise di un linguaggio e di una cultura molto lontana dalla nostra, per il tempo e per la mentalità, tuttavia, in quanto Parola di Dio ispirata, posseg­gono la forza di trasfomare in colloquio con Dio tutti i senti­menti, le emozioni e le situazioni in esse descritte, rendendole espressioni dell'uomo d'oggi dinanzi a Dio, suo Padre e Reden­tore.

Nella riforma di Paolo VI, non tutti i salmi sono stati valo­rizzati o accolti per intero. Infatti, sono stati esclusi (PNLH 13) quelli giudicati da alcuni con un contenuto marcatamente «imprecatorio» (57; 82; 108; e un certo numero di versetti presenti in molti altri salmi).

Tale scelta è stata dettata, senza dubbio, non da una scarsa valutazione e stima di questi salmi, quanto invece da una scelta di carità in considerazione delle difficoltà psicologiche di alcune categorie di persone (PNLH 131).

Altri salmi, poi (77, 104, 105) sono stati riservati solo per i cosiddetti «tempi forti»; Avvento, tempo di Natale, Quaresima, tempo di Pasqua. Questo a causa della loro qualifica storica, cioè per un esplicito riferimento a momenti della storia di Israele, che trova un riscontro attuale solo in questi momenti vissuti nella li­turgia dal popolo cristiano. Infatti

«... mettono più chiaramente in luce la storia della salvezza nell'Antico Testamento come preannuncio di quella che è portata a compimento nel Nuovo» (PNLH 130).

Accanto alla salmodia, formano il nucleo portante del sal­terio anche trentotto cantici biblici: ventisei dell'Antico Testa­mento, nove del Nuovo Testamento, di cui tre evangelici. Altri cantici sono lasciati a

«.... coloro che desiderano protrarre (l'ufficio delle letture), secondo la tradizione, con la celebrazione vigiliate della domenica, delle solennità e delle feste, ... dopo le letture e prima del Tè Deum si aggiungano i cantici che sono indicati a questo scopo nell'appendice del libro stes­so...» (PNLH 73).

A loro volta, i salmi e i cantici sono quasi sempre accom­pagnati da antifone contenenti la chiave interpretativa liturgica. Ritroviamo anche due titoli, di cui il primo richiama il contesto biblico, l'altro quello più strettamente liturgico. La nuova Li­turgia delle Ore, poi, prevede anche alcune orazioni salmodiche.

I salmi e i cantici, senza alcuna esclusione:

«... non sono letture, ne preghiere scritte in prosa, ma poemi .di lode. Quindi... in ragione del loro genere letterario giustamente furono det­ti dagli ebrei "Tehillim", cioè "cantici di lode", e dai greci "psalmoi", cioè "cantici da eseguire al suono del salterio". In verità, tutti i salmi hanno un certo carattere musicale..., per cui devono conservare il loro carattere musicale...» (PNLH 103; 269; 2777).

2. Le letture

I brani biblici contenuti nell'ufficio delle letture ricopre l'in­tero ciclo annuale. Anche se il progetto degli esperti mirava a un ciclo biennale, esso è stato demandato a un quinto volume, nel quale dovrebbe essere inserito un considerevole numero di testi Patnstici e di scrittori ecclesiastici.

Queste due serie di letture vanno, poi, abbinate ad altret-ranti responsori appropriati.

Altri testi biblici, espressi in letture più brevi, sono inseriti nel ciclo di una o più settimane, per le ore di lodi, terza, sesta nona e compieta. I passi evangelici, a loro volta, caratterizzano le celebrazioni vigiliari e le vigilie protratte (PNLH 73).

Le letture bibliche sono ordinate in modo da tessere un grande quadro della storia della salvezza, che la Chiesa intende porre dinanzi agli occhi dei fedeli durante l'anno liturgico.

Tenendo conto del ciclo biennale, la percentuale di letture di tutto il Nuovo Testamento e l'Antico Testamento è del 38%, nella sola Liturgia delle Ore; insieme alle letture della celebra­zione eucaristica e delle altre azioni liturgiche fanno sì che qua­si l'intera Scrittura venga ciclicamente letta per intero nella liturgia.

I testi patristici o degli scrittori ecclesiastici approvati, oc­cupano un insieme di circa seicento pagine, con alcune caratte­ristiche: un loro impiego parziale per la celebrazione del santo-rale; la loro scelta ha spaziato sui vari periodi della storia della Chiesa; sono stati aggiornati nel loro linguaggio; escludono au­tori ancora viventi, a eccezione dei pontefici e dei documenti del magistero.

La lettura agiografica invece mira a:

«... comporre i propri particolari dei santi ed avere di mira il vero pro­fitto spirituale di coloro che leggeranno o ascolteranno la lettura agiografica. Si deve diligentemente evitare ciò che desta soltanto ammirazio­ne; si ponga invece in luce la spiritualità specifica dei santi in una for­ma accettabile ai nostri tempi, come pure la loro importanza per la vi­ta e la pietà della Chiesa» (PNLH 167).

3. Responsorio

È strettamente connesso con la lettura, in quanto suo ad­dentellato e prolungamento concettuale. Generalmente è tratto dal tesoro della tradizione o, in qualche caso, composto ex no­va, con lo scopo di apportare chiarezza sulla comprensione del testo e inserirlo nel contesto generale della storia della salvezza. In particolare, esso rilegge in chiave cristologica i fatti vetero-testamentari e cambia la lettura in preghiera e contemplazione.

Per le altre ore, ad eccezione del tempo quaresimale e pasquale, i responsori hanno un addentellato con le letture brevi di lodi, vespri e compieta, mentre non lo conservano negli altri tempi. La lettura breve di terza, sesta e nona sono seguite sem­plicemente da un versetto e una risposta. Conserva, cioè, la fi­sionomia di un versetto responsoriale agganciato o tematicamen­te o strutturalmente al piccolo motto biblico che lo precede.

4.Innario

Al pari della salmodia e dei cantici biblici, anche l'innario si caratterizza come creazione lirica destinata alla lode divina e al canto. Con la differenza, però, che rispetto ai primi conserva una certa libertà nell'esprimere il genio culturale e il gusto, sia della generazione contemporanea che dell'assemblea celebrante.

Nella parte latina della Liturgia delle Ore si trova un certo corpo di inni, notevoli per arte e contenuto, benché questo na­turalmente non si verifìchi per tutti. Nell'edizione italiana, il nu­mero di inni nuovi è ridotto, sia a causa della materia sia per le difficoltà di una buona traduzione dai testi originali latini.

5. Invocazioni, intercessioni, orazioni

Si tratta di circa duecento formulari distribuiti nei vari tem­pi liturgici, nelle feste e nel ciclo del salterio. Affinchè non di­ventino un duplicato della celebrazione eucaristica, si presentano in una forma letteraria e con uno stile diverso. Infatti, ad ecce­zione dell'introduzione, che strutturata in forma dialogico-esortativa, si fondano interamente su un discorso diretto a Dio, prevedono una risposta variabile e sono eseguibili con modalità differenti. Dal momento, poi, che si saldano immediatamente con la preghiera del Signore, il Padre nostro, e con l'orazione fina­le, non richiedono una conclusione strettamente presbiterale.

La serie delle orazioni, per l'ufficio delle letture, sempre nei tempi forti, solennità, feste e memorie; invece, anche per lodi e vespri e ore minori diurne, sono costituite dalle collette del Mes­sale.

Una settantina di altre orazioni, per lo più di nuova com­posizione, si trovano nelle ferie ordinarie e nelle memorie, a lodi, vespri, terza, sesta, nona e compieta, Questo gruppo di orazioni caratteristiche dell'ufficio divino, ha la funzione di lumeggiare l'idea specifica dell'ora liturgica.

 

RIFERIMENTI

 

(1) Data l'ampia bibliografia esistente in materia, credo sia più opportuno non ripetere cose già dette da altri. Per questo cfr. la bibliografia alla fine del volume.