Paolo Giglioni

 

 

 

 

 

 

 

CARISMI E MINISTERI

PER UNA PASTORALE

MISSIONARIA

 

 

 

 

PONTIFICIA UNIVERSITÀ URBANIANA

ROMA 1996

 

 


 

 

 

SIGLE E ABBREVIAZIONI

 

1. Enti e associazioni.

 

AMECEA            Association of Member Episcopal Conference of Eastern Africa

ACI                 Azione Cattolica Italiana

CCEE              Consiglio conferenze episcopali d'Europa

CEB                Comunità Ecclesiali di Base

CEC                Consiglio Ecumenico delle Chiese

CEI                  Conferenza Episcopale Italiana

CEIAL Centro Ecclesiale Italiano per l'America Latina

CELAM            Consejo Episcopal Latinoamericano

EDB                Edizioni Dehoniane Bologna

EMI                 Editrice Missionaria Italiana

EP                   Edizioni Paoline

FABC              Federation of Asian Sishops' Conferences

KEK                Conferenza delle Chiese Cristiane d'Europa

LDC                Edizioni Libreria Dottrina Cristiana, Leumann (TO)

ONU               Organizzazione delle Nazioni Unite

PUG                Pontificia Università Gregoriana

PUU                Pontificia Università Urbaniana

SECAM            (SCEAM) Simposyum of Episcopal Conferences of Africa and Madagascar

UUP                Urbaniana University Press

 

 

2. Fonti bibliografiche

 

AAS                Acta Apostolicae Sedis, Città del Vaticano 1909ss

ASS                 Acta Sanctae Sedis, (Roma 1865- 1908)

BiM                 Bibliographia Missionaria, Pontifical Urban University, Città del Vaticano.

BJ                    Bibbia di Gerusalemme.

CCL                Corpus Christianorum Latinorum. Saries Latina (Turnhout 1954)

CSEL  Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (Vienna 1866)

DS       DENZINGER H. - SCHONMETZER A., Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum, ed. XXXIII Herder, Barcinone, Friburgi Br, Romae 1976.

ECEI   Enchiridion della Conferenza episcopale italiana, EDB, Bologna, vol. I, 1985; vol. II, 1985; vol. III, 1986; vol IV, 1991.

EV       Enchiridion vaticanum, voll. 1-10, EDB, Bologna 1976ss.

GLNT  Grande Lessico del Nuovo Testamento, trad. it. di TWNT, a cura di F. Montagnini, Paideia, Brescia 1965-1990.

Insegnamenti Insegnamenti, [di PAOLO VI, fino al 1978 compreso; di GIOVANNI PAOLO II, dal 1979 ad oggi], Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano.

OR      «L'Osservatore Romano», Città del Vaticano.

PG       Patrologiae cursus completus...Series graeca et orientalis, ed. J.P. MIGNE , Paris 1857-1886.

PL       Patrologiae cursus completus...Series latina, ed. J.P. MIGNE, Paris 1844-1855.

SCh     Sources Chrétiennes (Paris 1942)

 

3. Documenti del Concilio ecumenico vaticano II.

 

AA      Decreto Apostolicam actuositatem sull'apostolato dei laici, 18.11.1965: AAS 58 (1966) 837-864; EV 1/912-1041.

AG      Decreto Ag gentes sull'attività missionaria della Chiesa, 7.12.1965: AAS 58 (1966) 947-990; EV 1/1087-1242.

CD      Decreto Christus Dominus sull'ufficio pastorale dei vescovi nella Chiesa, 28.10.1965: AAS 58 (1966) 673-701; EV 1/573-701

DH      Dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa, 7.12.1965: AAS 58 (1966) 929-946; EV 1/1042-1086

DV      Costituzione dogmatica Dei verbum sulla divina rivelazione, 18.11.1965: AAS 58 (1966) 817-835; EV 1/872-911

GE       Dichiarazione Gravissimum educationis sull'educazione cristiana, 28.10.1965: AAS 58 (1966) 728-739; EV 1/819-852

GS       Costituzione pastorale Gaudium et spes su la Chiesa nel mondo contemporaneo, 7.12.1965: AAS 58 (1966) 1025-1120; EV 1/1319-1644

IM       Decreto Inter mirifica sui mezzi di comunicazione sociale, 4.12.1963: AAS 56 (1964) 145-157; EV 1/245-283

LG       Costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa, 21.11.1964: AAS 57 (1965) 5-71; EV 1/284-456

NA      Dichiarazione Nostra aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, 28.10.1965: AAS 58 (1966) 740-744; EV 1/853-871

OE       Decreto Orientalium ecclesiarum sulle Chiese orientali cattoliche, 21.11.1963: AAS 57 (1965) 76-89; EV 1/457-493

OT       Decreto Optatam totius sulla formazione sacerdotale, 28.10.1965: AAS 58 (1966) 713-727; EV 1/771-818

PC       Decreto Perfectae caritatis sul rinnovamento della vita religiosa, 28.10.1965: AAS 58 (1966) 702-712; EV 1/702-770

PO       Decreto Presbyterorum ordinis sul ministero e la vita dei presbiteri, 7.12.1965: AAS 58 (1966) 991-1024; EV 1/1243-1318

SC       Costituzione Sacrosanctum concilium sulla sacra liturgia, 4.12.1963: AAS 56 (1964) 97-138; EV 1/1-244

UR       Decreto Unitatis redintegratio sull'ecumenismo, 21.11.1964: AAS 57 (1965) 90-112; EV 1/494-572

 

 

4. Documenti e testi della Santa Sede

 

CCC    Catechismo della Chiesa Cattolica, 11.10.1992

CCEO Codex canonum ecclesiarum orientalium, promulgato dal papa Giovanni Paolo II, Roma 18.10.1990: EV 12.

ChL     GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici su vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, 30.12.1988: AAS 81 (1989) 393-521.

CIC     Codex iuris canonici, 25.1.1983: EV 8

CT       GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Catechesi tradendae sulla catechesi nel nostro tempo, 16.10.1979: AAS 71 (1979) 1277-1340; EV 6/1764-1939

DCG    SACRA CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Direttorio catechistico generale, 11.4.1971: AAS 64 (1971) 97-176; EV 4/453-654

DeV     GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Dominum et vivificantem su lo Spirito Santo nella vita della Chiesa e del mondo, 18.5.1986: AAS 78 (1986) 809-900; EV/10, 448-631.

DM      GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Dives in misericordia, sulla misericordia divina, 30.11.1980: AAS 72 (1980) 1177-1232; EV 7/857-956

DMP   SACRA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO, Direttorio per le messe con la partecipazione dei fanciulli [1.11.1973]: AAS 66 (1974) 30-46.

EN       PAOLO VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi sull'evangelizzazione nel mondo contemporaneo, 8.12.1975: AAS 68 (1976) 5-76; EV 5/1588-1716

ESa      PAOLO VI, Motu proprio Ecclesiae sanctae circa l'applicazione dei decreti conciliari CD, PO, AG, 6.8.1966: AAS 58 (1966) 757-758; Normae: AAS 58 (1966) 758-787; EV 2/752-913

ESu      PAOLO VI, Lettera enciclica Ecclesiam suam circa le vie che la Chiesa cattolica è chiamata a percorrere per adempiere la sua missione oggi, 6.8.1964: AAS 56 (1964) 609-659; EV 2/ 163-210

EvM    CEI, Documento pastorale Evangelizzazione e ministeri, 15.8.1977: ECEI 2/2745-2873

FC       GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Familiaris consortio sui compiti della famiglia cristiana nel mondo contemporaneo, 22.11.1981: AAS 74 (1981) 81-191; EV 7/1522-1810

IGMR  SACRA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO, Institutio Generalis Missalis Romani (Principi e norme per l'uso del Messale romano), 26.3.1970: EV 3/2017-2414

IOE     SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Inter oecu­menici per l'esatta applicazione della costituzione liturgica, 26.9.1964: AAS 56 (1964) 877-900; EV 2/211-309.

LE       GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Laborem exercens sul lavoro umano a novant'anni dall'enciclica «Rerum Novarum», 14.9.1981: AAS 73 (1981) 577-647; EV 7/1388-1517.

MD      GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica Mulieris dignitatem sulla dignità della donna in occasione dell'anno mariano, 15.8.1988: AAS 80 (1988) 1653-1729.

MnC    Episcopato italiano, Documento pastorale I ministeri nella Chiesa, 15.9.1973: ECEI 2/546-600.

MQ     PAOLO VI, Lettera apostolica data motu proprio Ministeria quaedam circa la riforma degli ordini minori e del suddiaconato, 15.8.1972: EV 4/1749­1770.

OICA  RITUALE ROMANUM, Ordo Initiationis Christianae Adultorum [6.1.1972], Typis Polyglottis Vaticanis 1972, 19742; EV 4/1345-1515.

OLM   MESSALE ROMANO riformato a norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato da Papa Paolo VI, Ordo Lectionum Missae, Seconda edizione tipica [21.1.1981] a cura della Conferenza Episcopale Italiana, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1982; EV 7/1001-1125.

PdV     GIOVANNI PAOLO II, Esort. ap. post-sinodale Pastores dabo vobis, circa la formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali [25.03.1992]: AAS 84 (1992) 657-804.

RdC     EPISCOPATO ITALIANO, Il rinnovamento della catechesi. Documento pastorale di base per la redazione dei catechismi, 2.2.1970: ECEI 1/2362-2973.

ReDP   EPISCOPATO ITALIANO, Documento La restaurazione del diaconato permanente in Italia, 8.12.1971: ECEI 1/3955-4007.

RH       GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Redemptor hominis all'inizio del suo ministero pontificale, 4.3.1979: AAS 71 (1979) 257-324; EV 6/1167-1268

RMa    GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Redemptoris mater sulla beata vergine Maria nella vita della Chiesa in cammino, 25.3.1987: AAS 79 (1987) 361-433; EV 10/1272-1421

RMi     GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Redemptoris missio circa la permanente validità del mandato missionario, 7 dicembre 1990, AAS 83 (1991) 249-340; EV 12/547-732.

RP       GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia circa la riconciliazione e la penitenza nella missione della Chiesa oggi, 2.12.1984: AAS 77 (1985) 185-275; EV 9/1075-1207

SA       GIOVANNI PAOLO II, Epistola enciclica Slavorum apostoli nel ricordo dell'opera evangelizzatrice dei santi Cirillo e Metodio dopo undici secoli, 2.6.1985: AAS 77 (1985) 779-813; EV 9/1554-1614

SCh     GIOVANNI PAOLO II, Costituzione Apostolica Sapientia Christiana, sulle università e facoltà ecclesiastiche, 15.4.1979: AAS 71 (1979) 469-521; EV 6/1330-1454.

SD       GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica Salvifici doloris sul significato cristiano del dolore umano, 11.2.1984: AAS 76 (1984) 201-250; EV 9/620-685.

SRS     GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Sollicitudo rei socialis nel ventesimo anniversario dell'enciclica «Populorum progressio», 30.12.1987: AAS 80 (1988) 513-586; EV 10/2503-2713

TMA   GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica Tertio millennio adveniente all’episcopato, al clero  ai fedeli circa la preparazione del Giubileo dell’anno 2000, 10.11.1994.

 

 

5. Altre

 

AA.VV.             Autori vari

Cf.                     Vedere

Coll                    Collezione, collana

Ed                      Edizione

op. cit.                opera citata

p.                       pagina

pp.                     pagine

vol.                     volume

 

 

INTRODUZIONE

 

Il sinodo dei vescovi 1987, occupandosi della vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo,[1] ha suscitato in molta gente uno slancio di interesse, a volte di curiosità, su un argomento che merita attenzione e approfondita riflessione. Stiamo parlando dei ministeri , cioè dei diversi doni gerarchici e carismatici che lo Spirito elargisce a tutti i battezzati chiamandoli ad essere, ciascuno a suo modo, attivi e corresponsabili nell'opera di edificazione e di evangelizzazione propria della chiesa.

Lo stesso Giovanni Paolo II, nell'esortazione post-sinodale Christifideles laici[2] ha detto che con questo documento egli intende “suscitare e alimentare una più decisa presa di coscienza del dono e della responsabilità che tutti i fedeli laici... hanno nella comunione e nella missione della chiesa” .[3]

Già con il Vaticano II la chiesa dei nostri giorni era entrata in una nuova prospettiva missionaria che esige riflessione, ricognizione, assunzione di tutte quelle forme ministeriali di cui essa sente di avere bisogno per la sua missione evangelizzatrice.

 

1. Una nuova prospettiva

Il concilio Vaticano II, parlando della chiesa,[4] ha affermato che lo Spirito Santo compie in essa un'opera particolarissima di edificazione:[5]

- La unifica nella comunione e nel ministero: significa che la diversità dei ruoli, dei doni-carismi, dei ministeri, sono dati dallo Spirito non per creare divisione, ma per unificare il corpo ecclesiale di Cristo nella comunione e nella missione;[6]

- La istruisce e la dirige con diversi doni gerarchici e carismatici: significa che il ruolo profetico e il ruolo pastorale , pur nella necessaria distinzione di ordine e di grado,[7] viene condiviso tra coloro che nella chiesa hanno una funzione gerarchica (derivante dal sacramento dell'ordine) e coloro che servono la chiesa con i doni-carismi derivanti dalla fonte comune che è il battesimo. Il ministero gerarchico-ordinato e il ministero carismatico-battesimale, pertanto, non potranno mai essere in antagonismo, ma solamente in reciproca edificazione. “Grazie a questa diversità e complementarietà ogni fedele laico si trova in relazione con tutto il corpo e ad esso offre il suo proprio contributo” .[8]

- La abbellisce con i suoi frutti: significa che le varietà dei ministeri e servizi sono come tante piante destinate a portare ricchezza di frutti per abbellire e nutrire il corpo ecclesiale di Cristo.[9]

- Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire e continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo: questa espressione, tratta da s. Ireneo, significa che “Dalla Chiesa noi riceviamo la predicazione della fede che conserviamo, sotto l'azione dello Spirito, come un liquore prezioso in un vaso di buona qualità, un liquore che ringiovanisce anche il vaso che contiene” ;[10] l'evangelizzazione permetta alla chiesa di non sclerotizzarsi, procurandole piuttosto un perenne rinnovamento.

Nell'edificazione del corpo di Cristo vige la diversità delle membra e delle funzioni, pur essendo lo stesso Spirito che distribuisce i suoi vari doni con magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle necessità dei servizi.[11]

 

2. Un'opera di riflessione. e di ricognizione

La chiesa, così orientata, e sollecitata anche dalla situazione attuale della sua vita nel mondo contemporaneo, sta compiendo oggi una riflessione accurata e un'attenta ricognizione dei carismi e dei ministeri di cui lo Spirito del Signore l'ha arricchita e continua a farle dono.

Questa riflessione e questa ricognizione sono sollecitate anche da quell'urgente provocazione che spinge la chiesa a mostrarsi e ad essere una chiesa evangelizzante e quindi missionaria , una chiesa in dialogo col mondo e al suo servizio, nella comunione articolata delle sue membra, perché siamo membra gli uni degli altri (Ef 4,26), e nella concorde varietà dei suoi ministeri, antichi e nuovi.[12]

Proprio perché missionaria,[13] la chiesa di oggi sente più che mai l'esigenza vivissima di essere una chiesa tutta ministeriale, tutta dotata e preparata, tutta compaginata e mobilitata con la molteplicità delle sue membra, al servizio della propria missione nel mondo.

Solo una chiesa tutta ministeriale può essere capace di un serio e fruttuoso impegno di evangelizzazione e promozione umana e di attualizzazione di tutte le possibilità evangeliche nascoste, ma già presenti e operanti nelle realtà del mondo.[14]

 

3. Ministeri e missione

Oltre che con la forza del Vangelo (LG 4), lo Spirito Santo santifica il Popolo di Dio e lo guida e lo adorna di virtù (LG 12b) anche in altri modi: a. per mezzo dei sacramenti; b. dei ministeri; c. dispensando tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere ed uffici, utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa.

Si vede allora che, secondo Lumen gentium 4.12, l'edificazione della Chiesa avviene attraverso la sinergìa di questi vari momenti: predicazione evangelica, azione sacramentale, ministero ordinato, ministeri-carismi di tutto il popolo sacerdotale. L'opera missionaria di ringiovanimento e di espansione della Chiesa deve dunque fare necessariamente i conti con la realtà ministeriale.[15]

Occupandosi e risolvendo al proprio interno i problemi della ministerialità, la chiesa potrà affrontare con maggiore efficacia i propri impegni missionari verso l'esterno, impegni di edificazione della comunità cristiana, di nutrimento e di crescita del popolo di Dio.

L'urgenza della missione spinge dunque la chiesa ad aprirsi alla generosità e all'amore dello Spirito che, oggi in un modo tutto particolare, santifica il popolo di Dio e lo guida e lo adorna di virtù, non solo distribuendo a ciascuno i propri doni come pare a lui (cf. 1 Cor 12,11), ma dispensando pure, tra i fedeli di ogni ordine, grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere ed uffici, utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della chiesa, secondo quelle parole A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio (cf 1 Cor 12,7).[16]

Ecco, pertanto, l'oggetto della nostra riflessione sui ministeri ecclesiali: vedere quali sono, come agiscono, come utilizzare, come verificare, questi doni e grazie speciali che lo Spirito distribuisce per l'utilità comune; doni offerti a tutti i componenti il popolo di Dio: sacerdoti e laici. Qui in particolare ci occuperemo dei ministeri laicali.[17]

Questi doni vanno ricercati, accolti, valorizzati e promossi con gratitudine e consolazione, anche con discernimento, dal momento che tutti sono necessari per ringiovanire e rafforzare il dinamismo evangelizzatore della chiesa,[18] per l'annunzio missionario del Vangelo, per l'edificazione del popolo di Dio e per la promozione di un mondo rinnovato nell'amore.

 

4. Ministeri e carismi.

Introducendo il rapporto, alquanto nuovo, tra ministeri e carismi, il testo di Lumen gentium 12b va qui esplicitato.[19] 

Il vocabolario teologico di questi ultimi decenni ha cominciato a riscoprire dapprima il termine «carisma» poi il termine «ministeri» (al plurale) superando l'antica dialettica che vedeva i carismi in contrapposizione al «ministero» inteso come gerarchia, espressione del Sacramento dell'Ordine[20]. L'accostamento e il confronto ministeri-carismi apre il primo e forse il più importante quadrante di problemi teologici circa la realtà ministeriale[21] nell'ambito della missione evangelizzatrice della Chiesa. Data l'importanza di questi due termini per il nostro lavoro, sarà utile indicarne le origini ed i contenuti.

4.1. I carismi.

 Nel Concilio Vaticano II il termine carisma fu usato secondo due grandi accezioni: il carisma come dono straordinario, miracoloso, concesso da Dio in modo eccezionale; ed il carisma come dono di grazia suscettibile di svariatissime forme e diffuso abbondantemente nella vita della Chiesa. Questo secondo concetto prevalse in LG 12.[22]

La difficoltà nel decifrare con esattezza il termine «carisma», del resto, già si riscontra nella non facile definizione che esso ha nel greco biblico[23] e più tardi nella patrologia greca.[24]

Più che una definizione esatta, a noi serve qui individuare le caratteristiche generali che soggiacciono a questo termine; una loro possibile individuazione può emergere analizzando l'elenco che S. Paolo riferisce in 1 Cor 12-14.[25] Da questo elenco emergono in tutto 13 carismi:

 

1. il dono del linguaggio di sapienza (logos sofìas): consiste in un discorso pratico fatto di istruzioni ed esortazioni a vivere secondo la legge di Dio e del Vangelo;

2. il dono del linguaggio di scienza (logos gnôseos): è la capacità di esporre le verità cristiane fondamentali (cf Eb 6,1);

3. il dono della fede (pìstis): non intesa come virtù teologale (cf 1 Cor 13,13), ma come dono che genera profonda convinzione e permette di credere senza dubbio che Dio può fare i miracoli (cf 1 Cor 13,2) e quindi fa chiedere ed ottenere da Dio manifestazioni della sua potenza;

4. il dono delle guarigioni (charísmata iamáton): è il dono riguardante le guarigioni corporali e psichiche (cf Mc 16,18);

5. il dono del potere di fare miracoli (energêmata dynámeon): compiere cioè azioni potenti in forza della sovrana dynamis divina (cf 2 Cor 12,12; Rom 15,18s; Gal 3,5);

6. il dono della profezia (prophetéia): intesa come edificazione (oikodomé), esortazione (paráklesis) e conforto (paramythía) (1 Cor 14,3), oltre che comunicazione della volontà di Dio e disvelamento dei cuori (1 Cor 14,25)[26];

7. il dono del discernimento degli spiriti (diakríseis pneumáton): consiste nelle capacità di discriminare la vera dalla falsa manifestazione dello Spirito[27];

8. il dono delle lingue (glossais lalêin): è un parlare in lingue (glossolalia) che a Corinto era caratterizzata dal fatto di essere incomprensibile agli ascoltatori e quindi aveva bisogno di interprete (1 Cor 14,2.9.20-26);

9. il dono dell'interpretazione (ermeneia glossôn): consiste nel rendere comprensibile all'assemblea il contenuto del parlare glossolalico (1 Cor 14,13.26-28) «perché l'assemblea ne riceva edificazione» (1 Cor 14,5);

10. il dono dell'apostolato (apostoloi): è un carisma in vista dell'annuncio evangelico dal quale nasce la comunità cristiana; questi apostoli (1 Cor 12,29; Ef 4,11) sono ben distinti dal gruppo dei Dodici (1 Cor 15,5; Mt 10,5); sono quegli evangelizzatori itineranti che annunziavano la buona novella, missionari che dotati di particolari doni fondavano anche nuove comunità cristiane[28];

11. il dono della catechesi (didaskaloi): sono probabilmente quei cristiani maturi che istruivano gli altri sul significato e le conseguenze morali dell'adesione alla fede (cf Gal 6,6) mediante una più approfondita conoscenza del mistero; potevano essere anche interpreti in senso cristiano dell'AT;

12. il dono dell'assistenza  (antilémpseis)[29]: comprende tutte quelle forme di aiuto fraterno che si prestano alla comunità;

13. il dono del governo (kybernéseis)[30]: è il carisma di coloro che hanno la funzione di governare la comunità, come i presbiteri e gli episcopi (At 20,17-28; Fil 1,1; 1 Tm 3,2; Tt 1,5.7)[31].

 

Da questa lettura appare che l'età di Cristo e della Chiesa sono presentati dal Nuovo Testamento come una pleroforìa, come una manifestazione della ricchezza e abbondanza della varietà dei doni dello Spirito di Cristo. Nella Chiesa delle origini non esiste il riduzionismo dei carismi-ministeri, ma piuttosto il loro pluriforme esercizio a servizio dell'unità del Corpo ecclesiale di Cristo. Gesù aveva assicurato: «Chi crede in me, compirà anche lui le opere che io faccio, anzi ne farà di maggiori» (Gv 14,21). Lo stesso Paolo raccomanda alle comunità di «non spegnere lo Spirito» (1 Ts 5,19-22), ma piuttosto di conservare la ricchezza dei doni dello Spirito[32].

Questa teologia sui carismi, espressa soprattutto in 1 Cor 12-14, prevede che vi sia unità nella varietà e varietà nell'unità; che siano privilegiati i carismi che obbediscono ad esigenze più umili, ordinarie e stabili (per analogia con il corpo umano dove le membra apparentemente meno nobili sono le più necessarie: 1 Cor 12,22-26); l'utilità comune resta il criterio ultimo e specifico di discernimento (1 Cor 12,7.25).

Ogni carisma deve obbedire alla carità verso il «Corpo di Cristo» nella sua unità e totalità, e quindi verso Cristo in quanto tale; infatti i carismi non solo derivano da Cristo in quanto dono suo, ma devono anche riflettere Lui esprimendosi nel suo stile di servizio e quindi vissuti ed esercitati in Cristo e tendere al Cristo stesso mirando a costruire il suo corpo ecclesiale. La Carità (agàpe) vale dunque più dei carismi,  sta alla loro base e ne è criterio di autenticità[33].

La diversità dei carismi sta a dimostrare la loro complementarietà; essendo «doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi» (Rm 12,6), non devono essere considerati monopolio esclusivo di alcuni privilegiati, non devono produrre autoesaltazione in chi li possiede ma piuttosto una valutazione pacata, realistica e razionale; tra essi deve coesistere pluralità, diversità, complementarietà, solidarietà; devono essere esercitati con ordine, decoro e ubbidienza (cf 1 Cor 14,40).

 

4.2. I ministeri.

Anche la riflessione sui ministeri ecclesiali ha nel Vaticano II il suo momento specifico di riscoperta.[34]

Contrariamente al termine «carisma», la voce latina ministerium non ha un riscontro letterale nel greco biblico. Le diverse sfumature del concetto di ministero-servizio si esprimono in greco fondamentalmente con tre famiglie verbali: leitourghéô (il servizio offerto spontaneamente e liberamente nella comunità politica; di qui passa anche a designare il sacerdozio cultuale come servizio comunitario); latréuô (il servizio cultuale istituzionale, l'atteggiamento interiore verso Dio); diakonéô (è un servizio prestato ai singoli e alle comunità)[35].

Nel NT quando si vuol indicare il dono di sé fatto da Gesù nella sofferenza e nella morte, si usa il termine diakonéô (Mc 10,45; Mt 20,28; Lc 22,27). diakonéô diventa il termine che contrassegna quell'amore attivo per i fratelli e per il prossimo che ha la sua radice nell'amore di Dio (agápê) e il suo termine nella koinônia, comunione (cf. 2 Cor 9,13). Ognuno deve servire mettendo in opera il dono (chárisma) che Dio gli ha dato (1 Pt 4,10). Questo servizio, o diakonía,  è molto ampio: comprende sia l'aiuto materiale (At 2,44s; 4,34), sia l'opera di evangelizzazione (Rm 11,13; 2 Cor 4,1; 6,3), sia il dono del proprio corpo e della propria vita (2 Cor 8,5). Colui che esercita una diakonia è chiamato diákonos. Contrariamente a doulos che indica dipendenza da un padrone, il diákonos si caratterizza per un servizio alla comunità, ai fratelli e a tutti gli uomini; il diákonos è uno la cui funzione si radica in Cristo, uno che prosegue la diaconìa di Cristo sia verso l'esterno che all'interno, uno che si occupa della salvezza degli uomini; secondo questa accezione Paolo parla del suo ministero come diákonos (Ef 3,7: ministro del Vangelo; 2 Cor 11,23: servo di Cristo; Col 1,25: servo della comunità)[36].

 

4.3. Carismi, ministeri, ministero.

Il rapporto tra carismi e ministeri, non del tutto chiaro nel NT, permette tuttavia di dedurre che non ogni carisma è in rapporto con un determinato ministero[37].

Facendo nostra la distinzione proposta da Sartori, e seguita anche in campo ecumenico, per ministero si può intendere un carisma riconosciuto ed esercitato in maniera piuttosto stabile a favore della comunità; spetta alla Chiesa verificare e riconoscere tali ministeri[38].

Questo impegno della Chiesa nel riconoscere i carismi si esplica con una certa proporzione e gradualità; si potranno così avere dei ministeri semplicemente riconosciuti, altri riceveranno una istituzione canonica, altri infine toccano il vertice del riconoscimento mediante una azione sacramentale come nel caso del matrimonio o del ministero ordinato (si veda l'esempio di Timoteo dove il carisma pastorale è confermato con un rito di ordinazione: 1 Tm 4,14; 2 Tm 1,6). In questo caso l'azione di discernimento e di riconoscimento del ministero si esplica mediante l'epiclesi e la chirotonìa: l'epiclesi è l'invocazione dello Spirito su colui che ha bisogno di essere soccorso nella sua indegnità per poter assolvere al servizio a cui Dio stesso e la comunità lo chiamano (At 6,6; 13,3); la chirotonìa, o imposizione delle mani, indica la trasmissione di un potere e di una missione, designa un mandato, trasmette una facoltà che «dalle mani di Dio» passa «nelle mani dell'uomo» (1 Tm 4,14; 2 Tm 1,6-7; cf At 6,6).[39]

 

L'equilibrio esistente tra carismi e ministeri, tra il ministero pastorale (ordinato) e gli altri ministeri si fonda sulla convinzione che nel corpo ecclesiale non esiste un membro che non sia dotato di una funzione propria in virtù del battesimo e della sua partecipazione all'eucaristia, perché ciascuno ha ricevuto un carisma proprio nella missione universale della Chiesa. L'ecclesiologia del Vaticano II insegna pertanto che tra carismi e ministeri vi deve essere armonia e complementarietà; quindi niente giustapposizione (l'istituzione che soffoca la libertà dello Spirito), né contrapposizione (la libertà dei carismi che vorrebbe insidiare la stabilità dei ministeri)[40].

 

5. Unità, diversità, reciprocità e complementarietà di ministeri

L'unità e la diversità dei ministeri nella chiesa può portare a fraintesi terminologici e di contenuto. In effetti allo stato attuale non esiste univocità terminologica quando si parla di ministeri . Gli stessi Padri del Sinodo 1987, tra le 54 Propositiones inviate al Pontefice (ottobre 1987), chiedono maggiore chiarezza su tre parole: ministero, compito (munus, funzione), ufficio (18a proposizione: EV 10/2146). Dal canto suo Giovanni Paolo II  nell'esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici dice di aver costituito un'apposita commissione per rispondere a questo desiderio e per studiare la varietà dei problemi teologici, liturgici, giuridici e pastorali sollevati dall'attuale grande fioritura dei ministeri affidati ai fedeli laici (cf CfL 23).

Nel presente studio useremo il termine ministero (generalmente al plurale, ministeri) secondo queste accezioni:

a. ministeri ordinati: detti anche ministero gerarchico o sacerdozio ministeriale (LG 10), sono i ministeri che derivano dal sacramento dell'ordine e danno autorità e potere sacro di agire in Persona Christi capitis;[41] è un ministero tripartito: episcopato, presbiterato, diaconato; coloro che esercitano questo ministero sono chierici e non laici;

b. ministeri istituiti: hanno il loro fondamento sacramentale nella dignità battesimale (meglio dire: nell'iniziazione cristiana, compresa quindi l'eucaristia) essendo insigniti del sacerdozio comune dei fedeli (LG 10); coloro che ricevono questa istituzione o investitura autoritativa restano laici (l'istituzione non fa di essi un pastore: cf ChL 23); sono aperti a uomini e donne (ad eccezione del ministero istituito del Lettore e dell'Accolito che sono invece riservati ai soli uomini: MQ VII);

c. ministeri di fatto: hanno il loro fondamento sacramentale nel battesimo (iniziazione cristiana). Possono essere di tre tipi:

c.1 ministeri di supplenza che, riservati di per sé ai pastori, sono affidati in situazioni di emergenza o di necessaria supplenza anche ai laici che li esercitano in forza della loro vocazione battesimale e con uno speciale mandato dei pastori competenti (è una «missio», non una «istituzione»; per questo si distinguono dai ministeri istituiti); proprio perché ministeri di supplenza , si dovrà evitare ogni abuso e dovranno cessare appena ci saranno i ministri propri (è il caso dei ministri straordinari della comunione, dei ministri per le assemblee domenicali in assenza di presbitero);

c.2 ministeri propri dei laici che i fedeli possono e devono legittimamente svolgere nella liturgia, nella trasmissione della fede (evangelizzazione) e nelle strutture pastorali della Chiesa (diaconìa) in conformità alla loro specifica vocazione laicale (è un diritto dovere che compete ai laici e non ai pastori);[42]

c.3 ministeri ecclesiastici che i fedeli laici possono svolgere nelle strutture organizzative della Chiesa (non è un diritto, ma una capacità [si habiles sunt] riconosciuta e cooptata dai pastori nei tre munera: docendi, santificandi, regendi;[43]

In stretta connessione con i ministeri si parlerà anche del senso missionario dei carismi. Carismi:[44] straordinari o semplici e umili, i carismi sono grazie dello Spirito Santo che hanno, direttamente o indirettamente, un’utilità ecclesiale...Sono dati alla persona singola, ma possono essere anche condivisi da altri (ChL 24; cf AA 3; BEM 7); un carisma, riconosciuto ed esercitato, prende il nome di ministero; non ogni carisma, quindi, diventa un ministero.[45]

Ecco allora che accanto ai ministeri ordinati , ossia i ministeri che derivano dal sacramento dell'ordine (il ministero gerarchico del vescovo, del presbitero e del diacono), la chiesa riconosce e promuove anche i ministeri, gli uffici e le funzioni, dei fedeli laici, che hanno il loro fondamento sacramentale nei sacramenti di iniziazione[46] (o nel matrimonio, per gli sposi cristiani) e che sono adatti ad assicurare speciali servizi alla missione evangelizzatrice della chiesa.

Così, nella grande missione di salvezza che vede impegnate tutte le membra della chiesa, i ministeri gerarchici e i ministeri laicali sono chiamati ad aiutarsi e completarsi a vicenda. Ciò vuol dire che non tutto ciò che fanno gli uni può essere fatto dagli altri, e viceversa; vi è tra loro una diversità istituzionale , che deve armonizzarsi nello svolgimento dell'unica missione fondamentale, redentrice, della chiesa.

I ministeri laicali hanno una loro propria e insostituibile originalità, irriducibile a quella dei ministeri ordinati. E' certo tuttavia che per una migliore complementarietà si richiede un costante atteggiamento di disponibilità, di corresponsabilità, di servizio degli uni verso gli altri, secondo la prassi evangelica che dice “Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria... ma ognuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma piuttosto quello degli altri (Fil 2,3)”.[47]

Secondo quest'ottica, i ministeri laicali non sono chiamati a fare di meno e i ministeri ordinati a fare di più ; ciascuno è chiamato a fare qualcosa di proprio e di originale, qualcosa di altrettanto utile all'edificazione della chiesa.[48]

Per questo Lumen gentium 12b invita ad evitare due estremismi: da una parte quello di chiedere imprudentemente i carismi e di sperare da essi con presunzione i frutti dei lavori apostolici; dall'altra quello di estinguerli invece di esaminarli ritenendo ciò che è buono (cf 1 Ts 5,12. 19-21).

Concludiamo con un testo di Leone Magno: “La divisione degli uffici non è tale da impedire che ogni parte, per quanto piccola, sia collegata con il capo. Per l'unità della fede e del battesimo c'è dunque fra noi una comunione indissolubile sulla base di una comune dignità”.[49]


CAPITOLO I

 

IL MINISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA

 

 

Non si può parlare della ministerialità della Chiesa senza riferirsi a Cristo e alla sua «diaconia», perché la Chiesa è «Cristo continuato e diffuso».

Il concilio stesso, pur non mirando a presentare una dottrina organica e compiuta sui ministeri della Chiesa, ne prospetta però le linee fondamentali risalendo appunto dalla Chiesa a Cristo, il quale, come si esprime s. Policarpo, «si è fatto servo - diakonos - di tutti».[50] Paolo VI poteva perciò concludere il concilio con queste parole: «l'idea di ministero ha occupato un posto centrale» in tutta la riflessione del Vaticano II.[51]

Più recentemente, in occasione del sinodo 1987 sulla missione e vocazione dei laici, uno dei padri sinodali ha detto: «Questo sinodo è un sinodo su Cristo... La questione al centro dei nostri dibattiti deve essere trattata in una prospettiva che non è quella dei diritti e dei doveri. Bisogna subito situarla nel suo contesto cristologico ed ecclesiologico» (card. J. Willebrands).

Per un discorso articolato sui ministeri in rapporto alla missione partiremo dunque da una riflessione cristologica (la missione-ministero di Gesù Cristo: fondamento cristologico) e da un riferimento primordiale alla funzione «apostolica» della Chiesa (fondamento ecclesiologico della missione).[52]

 

I. IL MINISTERO DI CRISTO

 

E' la «diaconia» di Cristo il principio costitutivo ed esemplare dei ministeri ecclesiali (cf 1 Cor 12,4; Ef 4,12).[53] Infatti «i ministeri presenti e operanti nella Chiesa sono tutti, anche se in modalità diverse, una partecipazione al ministero di Gesù Cristo, il buon Pastore che dà la vita per le sue pecore (cf. Gv 10,11), il servo umile e totalmente sacrificato per la salvezza di tutti (cf. Mc 10,45)».[54]

 Le immagini del Cristo pastore-servo-sacerdote illuminano la precisa fisionomia della missione e della vita del popolo di Dio e la prospettiva essenziale dei ministeri e della spiritualità che li anima.

 

1. Cristo servo

E' l'immagine che sottolinea la spogliazione e l'umiltà del Cristo: uomo di Dio-e-per-Dio, uomo-per-gli-altri, venuto non per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti, cioè per tutti (AG 3; cf Mc 10,43-45; Lc 22,26-27; Fil 2,5-11). Il suo è un servizio eminentemente missionario: viene per annunziare la salvezza ai poveri (Lc 4,18s); dà la vita per la redenzione della moltitudine di peccatori (Mc 10,43; Mt 20,26); il suo servire fino al dono della vita sarà fonte di luce e di benedizione per le nazioni che trovano speranza nel suo nome (Mt 12,18-21 = Is 42,1-4; cf At 3,25; 26,23); d'ora in poi solo nel Nome del santo servo di Dio, Gesù, crocifisso e risorto, è la sola fonte si salvezza (At 4,10ss.29ss). Ad gentes 3, citando abbondantemente i Padri i quali affermano che «non fu redento quel che da Cristo non fu assunto»[55], dice che il Figlio di Dio ha percorso la via di una reale Incarnazione per rendere gli uomini partecipi della natura divina (2 Pt 1,4); per noi egli si è fatto povero, pur essendo ricco, per arricchire noi con la sua povertà (cf 2 Cor 8,9).

2. Cristo pastore

Evidenzia l'amore di colui che conosce, difende e guida le sue pecore, le raduna nell'unico gregge (Gv 10,16b)[56] e ricerca con predilezione chi è smarrito e lontano (cf. Gv 10,10-11 che richiama Ez 34,11). Le pecore disperse che egli raduna vengono sia dal recinto di Israele che delle nazioni (Gv 10,16; 11,52). Egli viene in aiuto alle pecore senza pastore (Mt 9,36; Mc 6,34) Per questo Cristo è chiamato «Principe dei pastori» (1 Pt 5,4).

3. Cristo sacerdote

Pone in luce il sacrificio di Cristo, sacerdote della nuova ed eterna alleanza, che congiunge in comunione di vita Dio e gli uomini tra di loro. Il senso ultimo del sacerdozio di Cristo e di ogni sacerdozio, che da lui trae origine, è quello di essere modello per tutti coloro che offrendosi in lui, con lui, per lui in sacrificio a Dio gradito, mettono la loro vita a servizio dei fratelli (cf. 1 Pt 2,5).

Ogni ministerialità nella Chiesa deve avere, pertanto, relazione essenziale con la persona di Cristo servo-pastore-sacerdote-maestro. Cristo è il punto di partenza (cf Ef 4,7s.10.11.16) e insieme traguardo di tensione di tutta la vita della Chiesa e della sua ministerialità (cf Ef 4, 13.15).[57] La figura di Gesù Signore è decisiva per intendere tanto il «ministero» (diakonein)  come dimensione di servizio concreto propria del singolo cristiano, quanto il suo aspetto più strettamente ministeriale, contemplata a sua volta nella duplice dimensione di servizio destinato sia a soddisfare bisogni fondamentali di sussistenza, sia a comunicare la parola di salvezza. Il servizio alla Parola e il servizio alla carità appaiono quindi i due polmoni con cui la Chiesa ha sempre respirato e vive nel mondo.[58]

Il Cristo mediatore-pontefice e sacerdote è presente nella sua Chiesa: da questa realtà personale diretta (non applicata al Cristo con idee categoriali), che raggiunge nel mistero pasquale il suo culmine di servizio fedele a Dio e agli uomini, si può dedurre una fondata teologia dei ministeri, non soggetta al processo critico della secolarizzazione moderna che investe più un'idea storica del sacerdozio che non la realtà della persona di Cristo fonte di ogni sacerdozio operante sotto i segni sacramentali ed ecclesiali.[59] «La missione universale della Chiesa nasce dalla fede in Gesù Cristo [...] Soltanto nella fede si comprende e si fonda la missione».[60]

 

II. IL MINISTERO DELLA CHIESA

 

L'intelligenza del ministero di Cristo agevola e illumina la comprensione del ministero della Chiesa. Nata sul calvario dal fianco squarciato di Cristo[61] e manifestata al mondo nella pentecoste[62] come visibile-universale-efficace segno e strumento dell'intima unione con Dio e di salvezza dell'intera umanità,[63] Cristo associa sempre a sé la Chiesa sua sposa amatissima nell'attuazione dell'opera di salvezza «con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono salvati».[64]

Con J.M. Tillard, si può dire che «Il compito missionario della Chiesa non lo cogliamo nella sua ragion d'essere e nella sua natura profonda se non lo comprendiamo alla luce di questa teologia del corpo di Cristo [...] Si deve riconoscere che l'inserzione del corpo ecclesiale nel corpo personale del Signore dà alla missione la sua ampiezza. Per essenza la Chiesa è missionaria a causa del suo Signore [...] Nell'attività missionaria della Chiesa è dunque la potenza dello stesso Signore - quella dello Spirito ricevuto alla risurrezione - che per mezzo del corpo ecclesiale che è il suo, penetra nel mondo. Si tratta del Signore di gloria che attualizza il proprio potere mediante il proprio corpo [...] Se non si dà Chiesa di Dio se non missionaria, non si dà Chiesa missionaria se non saldata nell'unità del corpo di Cristo».[65]

 Corpo di Cristo e sua sposa (cf. Ef 5,25-27), la Chiesa riflette sul proprio volto i lineamenti inconfondibili e la gloria luminosa del volto di lui e, se Cristo è pastore, sacerdote e servo, anche la Chiesa, intimamente associata alla vita e alla missione dello Sposo, dovrà essere nel mondo come attuatrice fedele di questa triplice ministerialità.

 

1. Ruolo «pastorale» della Chiesa

L'ansia missionaria e la sollecitudine di Cristo buon pastore per il gregge che il Padre gli ha affidato, sono anche l'unico scopo per cui la Chiesa agisce nel mondo: attuare l'opera di salvezza compiuta dal suo Sposo e Signore, ed essere segno e strumento per stringere in comunione gli uomini con Dio e tra di loro.[66]  Ecco perché «l'evangelizzazione missionaria costituisce il primo servizio che la Chiesa può rendere a ciascun uomo e all'intera umanità nel mondo intero».[67]

 Benché incompresa dal mondo in cui deve esercitare questa sua missione «pastorale», la Chiesa «nel dare aiuto al mondo, come nel ricevere molto da esso, a questo soltanto mira: che venga il regno di Dio e si realizzi la salvezza dell'umanità. Tutto ciò che di bene il popolo di Dio può offrire all'umana famiglia... scaturisce dal fatto che la Chiesa è sacramento universale di salvezza, che svela e insieme realizza il mistero dell'amore di Dio verso l'uomo».[68]

 

2. Ruolo «sacerdotale» della Chiesa

In Lumen gentium, troviamo chiaramente descritto questo ruolo «sacerdotale» della Chiesa: «Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini, fece del nuovo popolo un regno di sacerdoti per il Dio e Padre suo. Infatti per la rigenerazione e l'unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui che dalle tenebre li chiamò all'ammirabile sua luce. Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio, offrano se stessi come vittima vivente, santa, gradevole a Dio (Rom 12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi lo richieda, rendano ragione della loro speranza della vita eterna».[69]

 

3. Ruolo «ministeriale» della Chiesa

La Chiesa accoglie in sé e imita Cristo anche come servo, nella dedizione piena alla sua missione, per cui diventa essa pure serva e ministra dell'opera della glorificazione di Dio e della santificazione degli uomini.

Ministra di Cristo presso tutti i popoli, la Chiesa è sempre stata a servizio dell'umanità: nella cultura, nella carità, nella civiltà, nella giustizia, nel progresso, nella pace.

Anche la Chiesa, dunque, è serva come servo fu il Cristo e come serva fu e si professò Maria, la vergine Madre, «la serva del Signore» (Lc 1,38). A somiglianza di Cristo e della Madre sua, anche la ministerialità della Chiesa non è fatta nel chiasso e nell'ostentazione, ma nel silenzio e nel nascondimento; non per essere vista e applaudita dal mondo, ma unicamente per la gloria di Dio,(cf. Mt 5,16).

Associando e configurando a sé la Chiesa nella sua missione, Cristo non poteva non imprimere per sempre sul volto di lei il raggio splendente del suo stesso volto. La carità pastorale e la prontezza a servire, con la capacità e la generosità di immolarsi per la vita del mondo, segnano indelebilmente la missione della Chiesa nel suo più profondo essere ed agire.[70] Da Cristo, suo Signore e Maestro, la Chiesa impara a vivere in maniera coerente al dono della comunione con Dio e, inviata al mondo per servire mediante la Parola e la carità, sul suo esempio e per la grazia dello Spirito, è chiamata a entrare in comunione con lui e a farsi serva di tutti (cf Lc 22,27).[71]

 

III. I FONDAMENTI ECCLESIOLOGICI DELLA MINISTERIALITA.

 

La natura ministeriale della Chiesa si fonda su alcuni principi messi in luce dai documenti conciliari:

 

1. L'ecclesiologia di comunione

«E' questa l'idea centrale che di se stessa la Chiesa ha riproposto nel concilio Vaticano II».[72] Questo principio configura la Chiesa articolata e servita da ministeri, non concentrati in pochi suoi membri, bensì distribuiti con varietà e larghezza all'interno delle comunità. I membri della Chiesa partecipano perciò attivamente alla sua vita e alla sua missione, nella ricchezza e diversità dei doni dello Spirito.[73] Il fondamento di questa koinônía è trinitario, ecclesiologico e pneumatico.[74]

Il mistero della comunione che esiste in seno alla Trinità diventa la matrice prima, il modello sublime e la mèta suprema della comunione della Chiesa (GS 24), di questo popolo «adunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (LG 3); essa è la Ecclesia de Trinitate.[75]

La Chiesa appare così come il corpo del Cristo,[76] varia e molteplice nei suoi carismi, articolata e compatta nelle sue membra, che cresce e si edifica come tempio vivente in comunione di fede e di amore.[77]

L'unico e identico Spirito, infine, è il principio dinamico della varietà e dell'unità nella e della Chiesa;[78] ed ancora il medesimo Spirito unifica la Chiesa «nella comunione e nel ministero»,[79] la istruisce e la dirige con diversi doni gerarchici e carismatici,[80] l'abbellisce dei suoi frutti.[81]

«Così i carismi, i ministeri, gli incarichi ed i servizi del fedele laico esistono nella comunione e per la comunione. Sono ricchezze complementari a favore di tutti, sotto la saggia guida dei pastori».[82]

La missione presuppone una comunità unita, che si apra agli altri uomini nell'annuncio del Vangelo e chiami tutti a far comunione con coloro che hanno accolto la parola di Dio nella fede e vivono un'esperienza di fraterna carità. Missione e comunione si richiamano a vicenda. Solo una Chiesa che vive e celebra in se stessa il mistero della comunione, traducendolo in una realtà vitale sempre più organica e articolata (cf Ef 4,11-16), può essere soggetto di una efficace evangelizzazione e potrà generare autentici ministeri missionari.[83]

Investiti della vocazione cristiana mediante il battesimo-iniziazione e confermati con una speciale forza dal dono dello Spirito che perfeziona in essi il vincolo di comunione ecclesiale, i fedeli laici partecipando all'eucaristia attingono la pienezza della comunione ecclesiale. Nella frazione del pane si realizzano come membri del corpo del Signore e membri gli uni degli altri.[84] L'eucaristia stabilisce così tra tutti i membri del corpo di Cristo quel perfetto vincolo di comunione e di carità che è l'anima di ogni apostolato (AA 3). Così radicati nella memoria eucaristica del sacrificio di Cristo, fonte e culmine di ogni azione apostolica,[85] i fedeli saranno capaci di rendere presente e operante nel mondo la vita nuova di comunione che proviene dalla redenzione. Solo da una salda e convinta comunione intraecclesiale, cui i fedeli laici devono apportare la loro attiva partecipazione, sarà possibile adempiere il compito missionario così ingente e decisivo oggi per giungere alla dilatazione e all'incremento del regno di Cristo nel mondo (cf LG 35).

 

2. La sacramentalità della Chiesa

La realtà di comunione che la Chiesa vive non è solo esperienza di carità che interiormente la riempie di gioia e la fa crescere, ma è anche presa di coscienza dell'urgente dovere di allargare gli spazi di attuazione del mistero salvifico. La Chiesa sa di essere un popolo uno e unico che deve estendersi a tutto il mondo e a tutti i secoli (LG 13); essa tende alla sua piena realizzazione solo quando si fa strumento capace di raggiungere l'umanità intera e portarle la salvezza.[86]

Poiché è Cristo e il suo mistero che nella Chiesa vive e perdura, la Chiesa altro non compie se non attualizzare questo mistero di salvezza mediante la Parola, il sacrificio, i sacramenti, mentre riceve in sé per la forza dello Spirito Santo, la vita di Cristo, da testimoniare nel mondo. Se dunque «lo Spirito Santo opera la santificazione del popolo di Dio per mezzo del ministero e dei sacramenti»,[87] la corretta organizzazione della vita della Chiesa non può mai discostarsi dall'economia sacramentale.

Da questa sacramentalità della Chiesa - prolungamento del Cristo, sacramento primordiale e universale di salvezza[88] - scaturisce il significato essenziale della vocazione-missione di quanti sono chiamati a servire Cristo e i fratelli: «rendere partecipi tutti gli uomini della salvezza operata dalla redenzione e per mezzo di essi ordinare effettivamente il mondo intero a Cristo» (AA 2).

Con Redemptoris mission si può dire che questa Chiesa «il Cristo se l'è acquistata col suo sangue (cf At 20,28) e l'ha fatta sua collaboratrice nell'opera della salvezza universale» (RMi 9).

 Fuori di questa prospettiva l'essenza del Corpo mistico e la sua missione assolutamente universale diventerebbero incomprensibili.[89] Ecco perché «la reale possibilità della salvezza in Cristo per tutti gli uomini e la necessità della Chiesa in ordine a tale salvezza» devono necessariamente restare congiunte: formano infatti un unico mistero di salvezza e fanno sperimentare sia la misericordia di Dio sia la nostra responsabilità. (cf RMi 9).

I sacramenti, infine, sono anche il fondamento per l'esercizio dei vari ministeri e servizi: la specificità di un sacramento conferisce la specificità del ministero. Si avranno così ministeri «ordinati» che derivano dal sacramento dell'ordine, e ministeri «laicali» che derivano dal sacramento del battesimo-iniziazione. Così mentre i ministri ordinati insegnano, reggono e santificano in persona Christi e con la sua autorità, i fedeli laici, resi anch'essi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte completano, nella Chiesa e nel mondo, la missione di tutto il popolo di Dio. In realtà essi esercitano l'apostolato evangelizzando e santificando gli uomini, e animando e perfezionando con lo spirito evangelico l'ordine temporale, in modo che la loro attività in questo ordine costituisca una chiara testimonianza a Cristo e serva alla salvezza degli uomini (AA 2).

 

3. La complementarietà del sacerdozio comune e del sacerdozio ministeriale

Lo Spirito del Signore innesta e promuove nella Chiesa, tutta profetica, sacerdotale[90] e regale, una particolare presenza articolata e gerarchica di servizi che, pur nella diversità di essenza e di grado, sono ordinati all'edificazione dell'unico corpo di Cristo.

Infatti, secondo Lumen gentium, «il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l'uno all'altro, poiché l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano all'unico sacerdozio di Cristo».[91]

Avendo in comune la stessa fonte, cioè il sacerdozio di Cristo,[92] ed essendo «segno» l'uno del sacerdozio di «Cristo capo» (= sacerdozio ministeriale o gerarchico),[93] l'altro del sacerdozio di «Cristo corpo» (= sacerdozio comune), non è possibile che tra i due vi sia rivalità o concorrenza, ma entrambi dovranno concorrere ad esprimere il sacerdozio del «Cristo totale».[94]

«Pertanto tutti, sia i ministri che i fedeli, compiendo il proprio ufficio, facciano tutto e soltanto ciò che è di loro competenza;[95] cosicché la stessa disposizione della celebrazione manifesti la Chiesa costituita nei suoi diversi ordini e ministeri».[96]

Si può dire che, nell'esercizio dei vari uffici e ministeri, la Chiesa continua a riflettere sul proprio volto i lineamenti inconfondibili e la gloria luminosa del volto di Cristo, fonte e modello di ogni ministerialità.

Per vivere il suo mistero essa riceve con abbondanza il dono santificante dello Spirito che ne alimenta continuamente la fecondità e l'efficacia.

Lo Spirito edifica e fa crescere la Chiesa come «corpo di Cristo» grazie a tre elementi principali, ovviamente collegati: a. annuncio evangelico o predicazione, cioè la parola: attualizzazione e rivelazione della croce-risurrezione, appello di Dio alla salvezza; b. i sacramenti in quanto azioni e segni che santificano l'uomo e lo edificano come corpo vivo e santo del Cristo; c. la crescita dei suoi stessi membri, sia in genere sia carismatici sia nei ministeri costituiti, poiché la Chiesa tanto cresce e si edifica quanto crescono e si edificano i suoi membri nelle loro rispettive funzioni e viventi della vita stessa del Cristo.[97]

Sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale si rapportano dunque secondo una relazione di immanenza reciproca, poiché il sacerdozio comune continua a sussistere nel sacerdozio ministeriale e quello ministeriale esiste e si giustifica in funzione di servizio a quello comune.[98]

 

IV. I MINISTERI NELLA STORIA DELLA CHIESA

 

Per comprendere l'attuale situazione circa i ministeri, anche a seguito della riforma conciliare, è quantomai utile aver presente un panorama storico che ci mostri l'origine e lo sviluppo dei ministeri nella vita della Chiesa fino ai nostri giorni.[99]

 

1. L'epoca apostolica

Nella comunità primitiva, descrittaci dagli Atti degli apostoli e dalle lettere di san Paolo, troviamo già abbozzata, nelle sue linee essenziali, la ministerialità pastorale e sacerdotale della Chiesa. Gli stessi apostoli si presentano come «ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio: yperêtas kai oikonòmous» (1 Cor 4,1), «servitori (doúlous)per amore di Cristo» (2 Cor 4,5).

Fin dall'epoca apostolica si hanno comunità tutte ministeriali, rette da ministri e pervase di spirito diaconale o di servizio (cf. 1 Ts 5,12-13).[100] Utilizzando l'immagine del corpo, san Paolo spiega la varietà dei servizi con cui è arricchito il corpo ecclesiale di Cristo (cf. Rm 12,4-8; «chi ha un ministero, attenda al ministero»: v.7).

Troviamo così una ricchezza di ministeri come i «profeti» (At 13,2; 21,11), i «maestri» (At 13,1;18,21; 1 Cor 12,28), gli «episcopi» (1 Tm 3,2; 2 Tm 1,6), i «diaconi» (Fil 1,1-2) i «presbiteri» (At 14,23; Tt 1,5-6; 1 Tm 5,17.21-22),[101] gli «evangelisti» (At 21,8; 2 Tm 4,5).

La varietà di questi ministeri ha tuttavia una ben definita «unità» e «originalità»:

a. Strutturano la Chiesa. Non vi è opposizione, ma complementarietà dal momento che derivano tutti dallo stesso Spirito: i Dodici (At 2,4), Pietro (At 4,8), i Sette (At 6,3), Stefano (At 6,5.10), Barnaba e Paolo (At 13.4.9). Non vi è anarchia né disordine (1 Cor 14,40). Tutto avviene per l'edificazione (1 Cor 12-14).

b. Dipendono da Cristo. I ministeri non appaiono come rappresentanza o delegazione della comunità, ma sono esercitati in assoluta dipendenza da Cristo: è lui il capo (Col 1,18), è lui che dà autorità di cacciare i demoni (Mc 6,7), di sciogliere-legare (Mt 18,18). Tutto è fatto «da parte del Signore» (1 Ts 4,1-2) e «nel nome del Signore» (2 Ts 3,12).

c. Per servire, non per dominare. Si elogia l'atteggiamento del vero ministro chiamato appunto «economo-amministratore» (1 Cor 4,1), non padrone ma modello (1 Pt 5,2-3). Si condanna invece l'atteggiamento sbagliato di coloro che abusano del ministero per avere i primi posti (Mc 10,35-40), o di coloro che ostentano i propri doni senza edificare (1 Cor 14,15ss).

d. Al servizio della parola e della comunità. Ancor prima del servizio delle mense (At 6,2) e dello stesso battezzare (1 Cor 1,17) sta il primato della «preghiera e il ministero della parola» (At 6,4). Il ministro della parola dovrà farsi padre, madre, fratello della comunità dove esercita il suo ministero (1 Tm 5,1-2).[102]

e. Mediante l'imposizione delle mani. Poiché è Dio stesso che conferisce i ministeri, pur nel rispetto della sua assoluta libertà (1 Cor 7,7), tuttavia si richiedono alcune qualità (buona testimonianza, attitudine, ecclesialità di comportamento, sicurezza nell'insegnamento; stima da parte della comunità); il conferimento del «chàrisma - dono» è associato all'imposizione delle mani e alla preghiera (cf. 1 Tm 1,18; 5,22).

f. aperti a uomini e donne. Nonostante la diversità di cultura tra l'ambiente giudaico e l'ambiente ellenistico, la comunità primitiva dichiara abolita ogni distinzione tra uomo e donna (cf. Gal 3,28). Già al seguito di Gesù, contrariamente a ogni tradizione giudaica, troviamo delle donne (Lc 8,23). Nelle comunità apostoliche troviamo le quattro figlie dell'evangelista Filippo «che avevano il dono della profezia» (At 21,9); Priscilla con lo sposo Aquila, in qualità di «catechisti», «esposero con maggiore chiarezza la via di Dio» ad Apollo (At 18,26). Nella comunità di Corinto le donne possono «pregare» e «profetizzare» (1 Cor 11,5). Paolo nelle sue lettere saluta con riguardo «la diaconessa Febe» (Rm 16,1), la «sorella Appia» (Fm v.2) e una certa Ninfa che accoglie la comunità nella sua casa (Col 4,15). Non mancano tuttavia delle eccezioni («la donna impari il silenzio... non concedo ad alcuna donna di insegnare»: 1 Tm 2,11-12; 1 Cor 14,34): sono dovute però più a motivi «culturali» che dottrinali.

Verso la fine del primo secolo, con la morte degli apostoli e il costituirsi di comunità cristiane sia in ambiente giudaico che in ambiente ellenistico, si assiste a una strutturazione differenziata di ministero[103] secondo criteri «etnico-culturali». C'è una forma progressiva di evoluzione in rapporto a esigenze nuove che sorgono nelle varie comunità. Non c'è concorrenza di ministeri, ma reciproca riconoscenza e servizio in vista dell'edificazione della Chiesa («In una grande casa non ci sono soltanto vasi d'oro e d'argento, ma anche di legno e di coccio»: 2 Tm 2,20). Appare già consolidata la triplice ministerialità del vescovo-presbitero-diacono.

 

2. L'epoca costantiniana e medioevale

La struttura ministeriale delle comunità cristiane non rimane fissa, ma subisce variazioni adattandosi alla diversità della situazione storico-politica in cui vive. Così con la pace di Costantino (editto di Milano: 313) e soprattutto con l'editto di Tessalonica (Teodosio, 381),[104] i ministeri acquistano un tipo di «struttura imperiale»: imitano l'amministrazione civile nella gestione del territorio (patriarca, metropolita, ecc.); sono «statalizzati» (stipendio, privilegi, protezione); ha inizio in maniera stabile la prassi «celibataria». Nella stessa epoca fa riscontro la nascita del «monachesimo», anche come forma di reazione, senza onori-potere-denaro.

Caduto l'impero (a. 476), il ministero ecclesiale si adegua alla nuova struttura insorgente: la «struttura feudale». Si ha il vescovo-signore che nomina i «parroci» nelle chiese di campagna; sorgono i «benefici» parrocchiali; si passa dall'offerta alla tassa per il servizio pastorale; si verifica una separazione tra «clero» e popolo: lingua latina non più compresa e altare voltato verso la parete; abolizione della comunione al calice, dell'omelia, della preghiera dei fedeli, della processione con le offerte.

Carlomagno nominerà da sé i vescovi (funzionari della corona). Sorgono due gravi problemi: la simonia (compera dei benefici) e il nicolaismo (non rispetto del celibato). Il monachesimo subisce il fenomeno della «sacerdotalizzazione»; ne deriva una prevalenza dell'aspetto cultuale su quello dell'evangelizzazione.

Si dovrà attendere la «riforma gregoriana» (Gregorio VII: 1073-1085) per riacquistare l'indipendenza del clero dai laici-imperatore (lotta per le investiture: a. 1077, Enrico IV a Canossa). Fu prescritto al clero l'obbligo della residenza, della vita comunitaria, del celibato.

Con il sec. XII e il sorgere del nuovo tipo di «struttura comunale», si assiste a un'apertura dei ministeri ecclesiali e a una rivalutazione del ministero dell'evangelizzazione su quello prevalentemente cultuale. Nascono i nuovi ordini dei domenicani e dei francescani con queste caratteristiche: vita apostolica, più che monastica; ministri della Parola, più che del culto; crociati della fede, più che delle armi.

 

3. La riforma protestante e l'epoca tridentina

Al crescente numero di abusi da parte del clero fece riscontro la drastica riforma di Lutero (1483-1546): il sacerdozio esiste non in forza dell'«ordine», ma della «funzione»; tale funzione non gli viene dall'alto (gerarchia), ma dal basso (comunità); tutti i battezzati, in forza del battesimo, sono abilitati a tale funzione.

Il concilio di Trento[105]  scomunicò queste tesi e ribadì l'istituzione divina della gerarchia e dei ministeri (ordinati). Si affermò la necessità per la Chiesa d'essere strutturata gerarchicamente e di avere vari ministeri. Si sentì anche la necessità di formare, spiritualmente e culturalmente, il clero: nel 1563 si istituiscono i seminari.

L'impostazione gerarchica («piramidale») dei ministeri scaturita da Trento fu ribadita dal Vaticano I. [106]

Si dovrà attendere il Vaticano II (1962-1965) per avere una visione organica e teologica dei ministeri.

 

V. I MINISTERI NEL VATICANO II

 

Con il concilio ecumenico Vaticano II è stato possibile avere una visione organica e teologica dei ministeri. Questa rinnovata «visione ministeriale» della Chiesa si ritrova in quasi tutti i documenti, ma soprattutto è riscontrabile nell'impostazione teologica che si dà alla costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa.

Il mistero della Chiesa è presentato con le immagini bibliche del «corpo» e del «popolo di Dio»: unificato «nella comunione e nel ministero».[107]

Il «popolo di Dio» quale popolo della nuova alleanza è popolo sacerdotale, popolo profetico, popolo regale.[108]

All'interno di questo popolo (quindi né sopra, né a parte) «lo Spirito Santo non solo per mezzo dei sacramenti e dei ministeri santifica il popolo di Dio e lo guida e adorna di virtù, ma "distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a Lui" (1 Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere e uffici, utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa, secondo quelle parole: "a ciascuno...la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio" (1 Cor 12,7)».[109]

La Chiesa riconosce dunque in se stessa l'unità e la diversità dei doni dello Spirito, carismi-funzioni-ministeri: «così nella varietà tutti danno testimonianza della mirabile unità nel corpo di Cristo: poiché la stessa diversità di grazie, di ministeri e di operazioni raccoglie in un solo corpo i figli di Dio».[110]

Questa unità e pluralità deve essere vista soprattutto in funzione dell'opera evangelizzatrice della Chiesa dal momento che «per la "impiantazione della Chiesa" e lo sviluppo della comunità cristiana sono necessari vari tipi di ministero, che suscitati nell'ambito stesso dei fedeli da un'ispirazione divina, tutti debbono diligentemente promuovere ed esercitare».[111] La complementarietà tra ministeri ordinati e ministeri laicali è così importante per la missione che «la Chiesa non è realmente costituita... se alla gerarchia non si affianca e collabora un laicato autentico... se manca la presenza dei laici».[112]

Per il concilio, la partecipazione dei laici alla missione della Chiesa non è una «concessione» della gerarchia, ma l'esercizio di un «diritto-dovere» che deriva dalla loro dignità battesimale.[113] Infatti, «L'apostolato dei laici è partecipazione alla stessa salvifica missione della Chiesa, e a questo apostolato sono tutti deputati dal Signore stesso per mezzo del battesimo e della confermazione... Così ogni laico, per ragione degli stessi doni ricevuti, è testimonio e insieme strumento vivo della stessa missione della Chiesa».[114] A questo titolo anche i laici potranno essere chiamati ad esercitare, per un fine spirituale, alcuni uffici ecclesiastici.

Il concilio è talmente convinto di questa necessaria collaborazione dei ministeri laicali, che afferma: «All'interno della comunità della Chiesa la loro azione è talmente necessaria che senza di essa lo stesso apostolato dei pastori non può per lo più raggiungere la sua piena efficacia».[115]

All'interno del popolo di Dio e in stretta sintonia con la missione evangelizzatrice della Chiesa, sta dunque il ministero dei «laici»,[116] uomini e donne. Non solo, quindi, è superata la vecchia concezione del precedente Codice di diritto canonico secondo cui il «laico» è definito in senso negativo come «colui che non è chierico»[117], ma si passa da una visione di Chiesa «clericale» ad una visione «ministeriale».

Nel concilio si avrà pertanto un documento per l'Apostolato dei laici, un documento sul Ministero dei vescovi, un documento sul Ministero e vita dei presbiteri.

Da questa impostazione teologica che trae ispirazione dal Vaticano II si deduce che «Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli ad esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti Popolo di Dio e, nella loro misura, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano».[118]


CAPITOLO II

 

MINISTERI E MISSIONE NELLA CHIESA OGGI

 

Nel capitolo precedente abbiamo cercato di chiarire, nel contesto dell'impegno missionario della Chiesa, il vocabolario riguardante il significato, i contenuti, le implicanze dei termini ministero, ministeri, carismi.

Dovendo ora trattare dell'impiego missionario dei vari ministeri, soprattutto laicali, si ritiene opportuno precisare brevemente anche il vocabolario riguardante la missione; avendo infatti chiaro sia il significato sia gli àmbiti dell' attività missionaria, saremo facilitati nel trattare l'applicazione missionaria concreta dei vari ministeri. La recente enciclica missionaria Redemptoris missio[119] ci aiuta in quest'opera di chiarimento. Parlando degli «immensi orizzonti della missione ad gentes»[120] Giovanni Paolo II dice che questa missione è unica, avendo la stessa origine e finalità; ma all'interno di essa si danno compiti e attività diverse (RMi 31).  L'interpretazione di questa realtà complessa e mutevole in ordine al mandato di evangelizzazione si manifesta già nel «vocabolario missionario»” (RMi 32). Qual è dunque questo vocabolario missionario?[121] E' la stessa Enciclica ad indicarlo: esistono situazioni diverse di evangelizzazione che richiedono una differente attività missionaria per cui è necessario ricercare i contatti ma anche la distinzione tra «missione ad gentes», «nuova evangelizzazione», «cura pastorale-missionaria dei fedeli».[122]

 

I. IL VOCABOLARIO MISSIONARIO.

 

1. A situazioni diverse, attività differenti.

Guardando al mondo d'oggi dal punto di vista dell'evangelizzazione, Redemptoris missio distingue tre situazioni.

Vi sono popoli, gruppi umani, contesti socio-culturali in cui Cristo e il suo Vangelo non sono ancora conosciuti, o in cui mancano comunità cristiane abbastanza mature da poter incarnare la fede nel proprio ambiente ed annunziarla ad altri gruppi; a questa situazione si deve far fronte con quella che è propriamente la missione ad gentes (RMi 33; AG 6).

Ci sono poi comunità cristiane che hanno adeguate e solide strutture ecclesiali, sono ferventi di fede e di vita, irradiano la testimonianza del Vangelo nel loro ambiente e sentono l'impegno della missione universale; in questa situazione si svolge la cura pastorale che tende a fare missionaria tutta la comunità (RMi 33).

Esiste, infine, una situazione intermedia, specie nei Paesi di antica cristianità, ma a volte anche nelle Chiese più giovani, dove interi gruppi di battezzati hanno perduto il senso vivo della fede, o addirittura non si riconoscono più come membri della Chiesa, conducendo un'esistenza lontana da Cristo e dal suo Vangelo; per questa situazione occorre una «nuova evangelizzazione» o «ri-evangelizzazione» (RMi 33).

A differenti situazioni va offerta una diversa e appropriata risposta missionaria.

 

2. La missio ad gentes.

E' ben caratterizzata quanto alla natura, ai destinatari, ai fini, alla metodologia.

La natura: è l'attività missionaria in senso specifico della Chiesa (RMi 2.34); è il primo e principale servizio che la Chiesa deve rendere a ciascun uomo e all'intera umanità (RMi 2); è un'attività primaria della Chiesa, essenziale e mai conclusa (RMi 31); è questo il compito più specificamente missionario che Gesù ha affidato e quotidianamente affida alla sua Chiesa[123]; lungi dall'essere pienamente attuata, è anzi «ancora agli inizi» (RMi 40); «senza la missione ad gentes la stessa dimensione missionaria della Chiesa sarebbe priva del suo significato fondamentale e della sua attuazione esemplare» (RMi 34).

Destinatari:  sono i popoli e i gruppi che ancora non credono in Cristo, coloro che sono lontani da Cristo, tra i quali la Chiesa non ha ancora messo le radici (RMi 34; AG 6.23.27) e la cui cultura non è stata ancora influenzata dal Vangelo (RMi 34; EN 18-20).

Scopo di questa attività missionaria ad gentes «non è né più né meno che la manifestazione, o epifanìa, e la realizzazione del disegno di Dio nel mondo e nella storia» (RMi 41; AG 9). La sua peculiarità è dunque costituita da almeno tre elementi: porta il primo annuncio evangelico ai non cristiani[124] [=evangelizzazione]; tende a costituire-impiantare una Chiesa locale autosufficiente [= implantatio ecclesiae]; attua una profonda inculturazione del Vangelo promuovendo i valori del Regno[125] [= inculturazione].

Per raggiungere questo scopo ben determinato l'attività missionaria ad gentes segue una metodologia specifica che si sviluppa secondo alcune tappe:

 

2.1. L'evangelizzazione.

L' evangelizzazione è l'atto col quale la Chiesa, sotto l'impulso dello Spirito Santo, annunzia la salvezza che il Padre, nel suo infinito amore, offre a tutti gli uomini in Cristo e per mezzo di Cristo, morto e risorto. Essa infatti è stata inviata da Cristo al mondo con la missione evangelizzante di «proclamare la Buona Novella»  a tutte le genti e cristianizzarle o «far discepoli» Suoi tutti gli uomini, testimoniando loro il Suo gratuito perdono dei peccati e la Sua vittoria sulla morte[126].

La missione evangelizzante di Gesù[127] è così continuata, «con la potenza dello Spirito» (At 1,8), dalla Chiesa. La Chiesa esiste per evangelizzare (EN 14), per il «servizio della Parola»[128]. Il servizio dell' evangelizzazione è un vero servizio al mondo da parte degli inviati di Cristo e della Chiesa. «Se davvero la Chiesa ha coscienza di ciò che il Signore vuole ch'ella sia, sorge in lei una singolare pienezza e un bisogno di effusione, con la chiara avvertenza d'una missione che la trascende, d'un annuncio da diffondere. E' il dovere dell'evangelizzazione. E' il mandato missionario. E' l'ufficio apostolico».[129]

Mediante l'annunzio del Vangelo la Chiesa invita gli uomini alla conversione e alla fede in Cristo, e per mezzo del Battesimo, che di questa conversione e fede costituisce il sigillo, li accoglie nella comunità dei fedeli[130].

Questa missione di annunziare la «Parola di salvezza» (At 13,26) si svolge in vari modi e in vari tempi[131]:

2.1.1. la diakonìa: testimonianza della vita e carità.

Giovanni Paolo II in Redemptoris missio 42 ripropone la felice espressione di Evangelli nuntiandi 41 che dice: «l'uomo contemporaneo crede più ai testimoni che ai maestri». Pertanto «la testimonianza della vita cristiana è la prima e insostituibile forma della missione» (RMi 42); anzi, in molti casi, è l'unico modo possibile di essere missionari[132]. Questa testimonianza è fatta di stima e di amore (AG 11), di comprensione e di accoglimento, di solidarietà negli sforzi per tutto ciò che è nobile e buono (EN 21). E' attenzione per le persone, è carità verso i poveri e i piccoli, verso chi soffre (RMi 42). Ebbene, una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace, della Buona Novella (EN 21). E' prevista anche una testimonianza di vita che supera ogni linguaggio quanto ad efficacia evangelica: è il sangue dei martiri che, con il loro martirio, sono divenuti «seme fecondo dei cristiani» (AG 5)[133]. «Come sempre nella storia cristiana, i martiri, cioè i testimoni, sono numerosi e indispensabili al cammino del Vangelo [...] Sono essi gli annunziatori ed i testimoni per eccellenza».[134]

2.1.2. la didascalìa: l'annuncio di Cristo Salvatore.

«L'annuncio ha la priorità permanente nella missione» (RMi 44) dal momento che la fede nasce dall'annuncio-ascolto (cf Rom 10,17). Un annuncio fatto in atteggiamento di amore e di stima verso chi ascolta, con un linguaggio concreto e adatto alle circostanze[135]. Un annuncio fatto in unione con l'intera comunità ecclesiale, fatto con franchezza, con entusiamo.

L'annunzio mira alla conversione cristiana, cioè all'adesione piena e sincera a Cristo e al suo Vangelo mediante una fede totale e radicale[136]. A sua volta la conversione e la fede, per completare la loro corsa, devono essere sigillate mediante l'azione liturgico-sacramentale dei sacramenti di iniziazione dei quali il Battesimo è la porta e l'Eucaristia il culmine: sulla parola del Signore che ha inviato i suoi missionari a fare discepole tutte le genti mediante l'annunzio, il battesimo, l'osservanza delle sue parole (Cf Mt 28,19; Mc 1,4; At 2,37-38; At 3,19; AG 5)[137].

 

2.2. La formazione di Chiese locali.

L'impiantazione e fondazione delle nuove comunità cristiane è stata oggetto di una continua preoccupazione da parte della Chiesa nel compiere la sua missione evangelizzatrice[138].

«La missione ad gentes ha questo obiettivo: fondare comunità cristiane, sviluppare Chiese fino alla loro completa maturazione. E', questa, una mèta centrale e qualificante dell'attività missionaria, al punto che questa non si può dire esplicata finché non riesce ad edificare una nuova Chiesa particolare, normalmente funzionante nell'ambito locale» (RMi 48). Quest'opera missionaria è detta plantatio Ecclesiae e deve essere riconosciuta come fine specifico, o meglio forse immediato, benché non unico, dell'attività missionaria della Chiesa. Del resto questa preoccupazione è più che giustificata; la Chiesa sa di essere «sacramento universale di salvezza» (LG 48) e sa anche che Cristo stesso ha fondato la Chiesa «come necessaria» per essere incorporati a lui e partecipare della sua opera di redenzione (AG 7). Da qui il dovere per la Chiesa  di essere presente e di radicarsi in quegli ambienti in cui ancora non esiste[139].

L'opera della «plantatio ecclesiae» equivale a fondare una Chiesa (diocesi) indigena particolare che «inserita ormai profondamente nella vita sociale e in qualche modo adeguata alla civiltà locale, gode di una salda stabilità: fornita cioè di una sua schiera, anche se insufficiente, di sacerdoti indigeni, di religiosi e di laici, essa viene arricchendosi di quelle funzioni ed istituzioni, che si richiedono perché il popolo di Dio sotto la guida di un proprio vescovo, conduca e sviluppi la sua vita» (AG 19)[140].

La «plantatio ecclesiae» è dunque un processo di crescita per tappe successive - «essa conosce inizi e gradi» (AG 6) - con l'ausilio di mezzi adeguati[141]. Il decreto Ad gentes indica queste tappe e questi mezzi: oltre all'evangelizzazione, di cui si è già parlato, occorre dare seguito al mistero dell'incarnazione [inculturazione] (AG 10-11.63.65); ricorso ai sacramenti e ai mezzi della grazia [liturgia] (AG 15)[142]; costituire una gerarchia propria unita al popolo fedele e dotata di mezzi appropriati per vivere bene la vita cristiana [pastorale] (AG 16); utilizzare funzioni e istituzioni che si richiedono perché il popolo di Dio conduca e sviluppi la sua vita [ministeri](AG 15.17-21).

 

2.3. Inculturazione del Vangelo e promozione dei valori del Regno.

«Svolgendo l'attività missionaria tra le genti, la Chiesa incontra varie culture e viene coinvolta nel processo d'inculturazione» (RMi 52). Nella sua missione ad gentes la Chiesa trova anche una «stretta connessione tra annunzio evangelico e promozione dell'uomo» (RMi 59). Sia l'inculturazione che la promozione dell'uomo rientrano così tra le finalità della missione ad gentes e rientrano tra le espressioni del vocabolario missionario che necessita di chiara interpretazione.

2.3.1. L'inculturazione.

Questa esigenza, non nuova a dire il vero, è oggi particolarmente acuta ed urgente. La necessità di evangelizzare, la necessità di esprimere ancor meglio il mistero di Cristo e di anunziarlo in maniera credibile e fruttuosa, porta la Chiesa ad entrare in dialogo con il mondo in cui si trova a vivere e con la cultura e le culture dei popoli; infatti “La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre epoche[143]; pertanto “occorre fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture[144].

Per Giovanni Paolo II questo dialogo è assolutamente indispensabile: “Si richiede un lungo e coraggioso processo di inculturazione affinché il Vangelo penetri l'anima delle culture viventi, rispondendo alle loro più alte attese e facendole crescere alla stessa dimensione della fede, della speranza e della carità cristiana. La Chiesa, per mezzo dei suoi missionari, ha già compiuto un'opera incomparabile in tutti i continenti, ma questo lavoro della missione non è mai compiuto, perché spesso le culture sono state toccate solo superficialmente e poiché si trasformano, continuamente richiedono un incontro rinnovato[145].

Per evangelizzare efficacemente in vista di una autentica «plantatio ecclesiae», occorre adottare risolutamente un atteggiamento di scambio e di comprensione per simpatizzare con l'identità culturale dei popoli. “Evangelizzare suppone pertanto sia penetrare le identità culturali specifiche, ma anche favorire lo scambio delle culture aprendole ai valori dell'universalità e vorrei dire della cattolicità[146].

Ecco perché «l'inculturazione è considerata come il dinamismo dell'incarnazione della Chiesa»;[147] con GS 44 si deve dire che «Verbi revelati accomodata praedicatio lex omnis evangelizationis permanere debet».

Sul rapporto tra evangelizzazione e inculturazione si tratta pertanto di aprire un colloquio costruttivo, un dialogo apostolico, un dialogo evangelizzante che trova nella «legge dell'incarnazione» il suo modello costitutivo: «La Chiesa deve cercare di inserirsi in tutti questi raggruppamenti con lo stesso movimento con cui Cristo stesso, attraverso la sua incarnazione, si legò a quel certo ambiente socio-culturale degli uomini in mezzo ai quali visse» (AG 10). Infatti “con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (GS 22).  Incarnazione significa non un puro adattamento esteriore, a modo di vernice, ma piuttosto l'intima trasformazione degli autentici valori culturali mediante l'integrazione nel cristianesimo e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture.

Solo così le comunità ecclesiali in formazione, ispirate dal Vangelo, potranno esprimere progressivamente la propria esperienza cristiana in modi e forme originali, consone alle proprie tradizioni culturali[148] (RMi 53). Per guidare l'inculturazione nel suo retto processo, Redemptoris missio indica due principi: «La compatibilità col Vangelo e la comunione con la Chiesa universale»[149].

Se nel passato una conoscenza insufficiente delle ricchezze nascoste nelle diverse civiltà ha potuto ostacolare la diffusione del messaggio evangelico e dare alla Chiesa un certo volto straniero, è compito della missio ad gentes mettere in luce che la salvezza arrecata da Cristo è offerta a tutti senza condizioni, senza legame privilegiato per una razza-continente-civiltà, e che lungi dal voler soffocare i germi di bene nel cuore e nel pensiero degli uomini, il Vangelo ha piuttosto per effetto di guarirli, elevarli, perfezionarli per la gloria di Dio (cf LG 17; AG 22)[150]. Se la Chiesa è anzitutto cattolica, è legittimo un pluralismo di espressioni nell'unità della sostanza ed è anche desiderabile nella maniera di professare la fede comune nel medesimo Gesù Cristo (AG 22).

 

2.3.2. La promozione dell'uomo.

Redemptoris missio ritorna a più riprese su questo tema: quando parla della Chiesa che serve il Regno fondando comunità e istituendo Chiese particolari e portandole alla maturazione della fede e della carità nell'apertura verso gli altri, nel servizio alla persona ed alla società, nella comprensione e stima delle istituzioni umane (RMi 20); poi quando afferma che «Tutte le forme dell'attività missionaria sono contrassegnate dalla consapevolezza di promuovere la libertà dell'uomo annunciando a lui Gesù Cristo» (RMi 39); infine quando, tra le «vie della missione», colloca la promozione dello sviluppo educando le coscienze (RMi 58-59).

Anche sul rapporto evangelizzazione e promozione umana il vocabolario missionario di Redemptoris missio porta la sua chiarificazione: la stretta connessione non deve far perdere di vista «la priorità delle realtà trascendenti e spirituali, premesse della salvezza escatologica» (RMi 20). Citando Puebla[151], Giovanni Paolo II ribadisce che «il miglior servizio al fratello è l'evangelizzazione, che lo dispone a realizzarsi come figlio di Dio, lo libera dalle ingiustizie e lo promuove integralmente».[152] Solo un'evangelizzazione più profonda garantirà un autentico sviluppo umano.

 

2.3.3. Ricorso ai sacramenti e ai mezzi della grazia.

La missione affidata da Cristo ai suoi apostoli non si limita all'annuncio, ma prevede anche l'attuazione di tale annuncio mediante la realtà sacramentale della Chiesa.[153] Se con l'evangelizzazione la Chiesa conduce gli uomini alla fede-conversione, è con la sua azione liturgica, quindi sacramenti e vita di preghiera, che li incorpora a Cristo e permette loro la partecipazione al mistero pasquale. La liturgia, con al suo centro l'Eucaristia, diventa quindi «fonte e culmine di tutta l'evangelizzazione» (PO 5; SC 10; AG 9): le va riconosciuto un ruolo di priorità nell'opera di «plantatio ecclesiae».

In quanto «culmine», la liturgia è il naturale punto di arrivo dell'opera evangelizzatrice;[154] in quanto «fonte» è il punto di partenza, con il dono delle necessarie energie dello Spirito, per ogni opera missionaria.[155] Niente contrapposizione, quindi, tra evangelizzazione e liturgia-sacramentalizzazione, ma piuttosto una intercomunicazione ininterrotta[156].

 

2.3.4. Gerarchia propria e mezzi adeguati.

Ad gentes riconosce che una Chiesa particolare mette più profonde radici in un gruppo umano quando le varie comunità di fedeli traggono dai propri membri i ministri della salvezza e riescono ad organizzarsi in diocesi servite da clero proprio (AG 16). Oltre ad una formazione spirituale-dottrinale-pastorale, comune ad ogni sacerdote, Ad gentes raccomanda ai sacerdoti autoctoni delle giovani Chiese un particolare impegno di «inculturazione» che consiste nel saper comprendere e valutare la propria civiltà nazionale, nel trovare rapporti evangelizzanti tra religione cristiana e religioni tradizionali, nel dialogo ecumenico e interreligioso; non si deve neppure trascurare la formazione all'esatta amministrazione ecclesiastica, compresa quella economica. Una particolare formazione riguarda «la finalità ed il metodo dell'azione missionaria»: ciò sta a significare che nel progetto di formazione del clero autoctono non dovrebbe mancare la «missiologia» intesa come scienza dell'evangelizzazione.

Oltre alla costituzione di un clero autoctono, Ad gentes 16 auspica anche il ripristino del diaconato permanente. Il Vaticano II in Lumen gentium 29 aveva previsto il ripristino del diaconato permanente aperto a uomini di matura età anche viventi nel matrimonio. Rifacendosi a questa dottrina, anche Ad gentes 16 ritiene opportuno che si restauri «l'ordine diaconale come stato permanente» al fine di poter avere persone che possano esplicare più fruttuosamente il loro ministero con l'aiuto e la grazia sacramentale del diaconato (AG 16; cf OE 17)[157]. Al diacono permanente spetta il servizio della parola, della liturgia, della carità e dell'assistenza (LG 29).

 

2.3.5. Promozione ed esercizio dei vari ministeri.

Proprio perché missionaria, la Chiesa sente l'esigenza vivissima di essere tutta dotata e preparata, compaginata e mobilitata, con la molteplicità delle sue membra, al servizio della sua missione nel mondo.

Per l'edificazione di una comunità missionaria si dovrà dunque promuovere e incoraggiare, accanto al ministero ordinato o gerarchico, anche l'esercizio di tutti quei ministeri che sono capaci di ringiovanire e rafforzare il proprio dinamismo missionario (EN 73). Una comunità diventa adulta quando è capace di esprimere al suo interno ministeri liturgici per il culto e la santificazione[158]; ministeri profetici per l'annunzio missionario del vangelo[159]; ministeri regali per la promozione di un mondo rinnovato nell'amore[160]. All'interno dell'unica missione, ogni comunità deve suscitare la diversità e la complementarietà dei ministeri (AA 2): tra sacerdozio comune-battesimale e sacerdozio ministeriale-ordinato (cf LG 10), tra uomini e donne[161]. Chi ha il compito del discernimento sappia individuare la presenza di tali doni in mezzo ai fedeli e sappia renderli adatti e pronti ad assumersi quegli uffici che risultassero utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa (LG 12). Si deve poi rifuggire da ogni maldestro tentativo di «clericalizzare» il laicato (ChL 2), come pure l'anarchia nell'esercizio dei carismi-ministeri: chi li esercita deve avere un mandato da parte della Chiesa ed impegnarsi ad una certa stabilità commisurata ai bisogni della comunità. In tutto questo ci si ispiri alla «ecclesiologia di comunione» ispirata dal Vaticano II e che postula una Chiesa articolata e servita da vari ministeri (LG 4); non condensati in pochi suoi membri, bensì distribuiti con varietà e larghezza all'interno delle comunità, nella ricchezza e diversità dei doni dello Spirito. Con Evangelii nuntiandi si può concludere: «occorre sapersi adattare alle esigenze e ai bisogni attuali ricercando con saggezza di valorizzare i ministeri di cui la Chiesa ha bisogno...Tali ministeri sono preziosi per l'impianto, la vita e la crescita della Chiesa e per una capacità di irradiazione intorno a se stessa e verso coloro che sono lontani» (EN 73).

In tutte queste fasi di cui si compone la plantatio Ecclesiae, il ruolo dei laici è insostituibile: con la loro vita di fede e di santificazione, suscitando e sostenendo vocazioni missionarie, esercitando la loro specifica ministerialità, portano un contributo non marginale ma piuttosto costitutivo per la crescita e la maturazione di una Chiesa locale evangelizzata ed evangelizzante.

 

3. Animare in senso missionario le Chiese locali.

 

Nel vocabolario missionario di Redemptoris missio l'animazione in senso missionario delle Chiese locali è considerata una delle tre differenti forme dell'attività missionaria e viene chiamata comunemente anche «cura pastorale dei fedeli» (RMi 33-34. 49).

Quando l'azione propriamente missionaria ad gentes ha raggiunto il suo scopo (evangelizzare, stabilire una comunità cristiana che cresca fino a diventare Chiesa), si passa ad un altro stadio dell'attività missionaria: l'animazione missionaria di queste comunità cristiane ferventi di fede e di vita in modo che da evangelizzate diventino evangelizzanti, capaci cioè di irradiare la testimonianza del Vangelo nel loro ambiente e partecipare attivamente alla missione universale della Chiesa (RMi 49). Questa cura pastorale si esplica principalmente mediante la cooperazione e l'animazione missionaria[162].

Questa animazione può prendere due direzioni: evangelizzare la porzione del popolo di Dio nel proprio territorio, in particolare coloro che hanno perduto la fede oppure non la praticano più; ma soprattutto deve promuovere tutta l'attività missionaria che è comune alla Chiesa universale (LG 23). Animare in senso missionario le chiese locali significa aiutarle a non chiudersi in se stesse, ma piuttosto, come parti vive della Chiesa universale, aprirsi alle necessità delle altre chiese. Per la Chiesa locale la partecipazione alla missione evangelizzatrice universale non è un optional lasciato al suo libero arbitrio, «ma deve considerarsi come una fondamentale legge di vita».[163] In Redemptoris missio Giovanni Paolo II ha detto che «senza la missio ad gentes la stessa dimensione missionaria della Chiesa sarebbe priva del suo significato fondamentale e della sua attuazione esemplare...La missionarietà ad intra è segno credibile e stimolo per quella ad extra, e viceversa )RMi 34).[164]

 

4. La «nuova evangelizzazione».

Secondo Redemptoris missio esiste una terza situazione missionaria che necessita di metodologie proprie; una situazione intermedia tra la missio ad gentes e la cura pastorale missionaria delle comunità già formate che necessita di una «nuova evangelizzazione»(RMi 33)[165].

I destinatari di questa «nuova evangelizzazione» sono i battezzati che vivono in Paesi di antica cristianità, ma a volte anche nelle Chiese giovani, e che, indeboliti dall'indifferentismo, dal secolarismo, dall'ateismo, dalla diffusione delle sètte, hanno perduto il senso vivo della fede conducendo un'esistenza non informata dal Vangelo e non partecipano alla vita della Chiesa (RMi 33).

La natura e lo scopo di questa attività missionaria sono: “assicurare la crescita di una fede limpida e profonda...formare comunità ecclesiali mature...rifare il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali” (ChL 34); “Nuova evangelizzazione” significa anche ripensare in maniera seria l'intero problema missionario mettendo in moto una gigantesca opera di evangelizzazione nel mondo moderno arrivato ad un crocevia nuovo della storia dell'umanità; “Dobbiamo essere consapevoli che non sarà possibile rilanciare un'efficace opera di evangelizzazione senza rilanciare l'afflato missionario delle nostre comunità cristiane[166]; la «nuova evangelizzazione» è chiamata a «proporre una nuova sintesi creativa tra il Vangelo e la vita»[167].

“Nuova evangelizzazione” significa per la Chiesa “fare oggi un grande passo in avanti nella sua evangelizzazione... entrare in una nuova tappa storica del suo dinamismo missionario” (ChL 35), “rifondare su base missionaria la nostra pastorale nella moderna società industriale[168].

«E' giunto il momento di recuperare le fondamenta perdute della fede attraverso comuni sforzi, rinnovati e rafforzati. Questo è un dovere che si fa sempre più pressante e totalizzante. Io, in altre occasioni, e già molte volte, l'ho definito con la parola «nuova evangelizzazione» di cui necessitano non solo la società moderna ma anche vasti ambiti della Chiesa stessa. E' perciò necessario...rivolgersi alla trasmissione fedele delle verità di fede e ad un suo continuo e persistente approfondimento»[169].

Le qualità che deve avere questa «nuova evangelizzazione» sono state indicate dallo stesso Giovanni Paolo II: innestata sulle radici dell'annuncio portato dai primi missionari (“prima” evangelizzazione) e animata da un “rinnovato ardore apostolico”, si potrà parlare di nuova evangelizzazione se sarà: nuova nel suo ardore, nuova nei suoi metodi, nuova nella sua espressione[170].

 

4.1. Una evangelizzazione «nuova nel suo ardore».

Per Giovanni Paolo II l'evangelizzazione sarà nuova nel suo ardore se, nella misura in cui si va attuando, verrà rafforzata sempre più l'unione con Cristo primo evangelizzatore. Il nuovo tempo della evangelizzazione ha inizio con la conversione del cuore. Dobbiamo quindi scoprire nuovamente che la vocazione cristiana è vocazione alla santità[171]. E' il peccato che ritarda l'evangelizzazione! Pertanto, saranno autenticamente evangelizzatori solo coloro che, come Maria, sapranno offrire alla comunità degli uomini una elevata qualità di vita cristiana[172]. Mediante una incessante conversione interiore dei singoli cristiani e il continuo rinnovamento delle nostre comunità e istituzioni, la stessa fede si farà più ferma, più pura, più intima e gli stessi evangelizzatori diventeranno più credibili testimoni di essa con una vita coerente al vangelo che annunziano.[173] Questa è la chiave del rinnovato ardore della nuova evangelizzazione: se deriva da un rinnovato atto di fiducia in Gesù Cristo; se culmina nella pratica sacramentale; se si avrà fame di trasmettere agli altri la gioia della fede;  se in clima di dialogo sincero e di amicizia, né si nasconderà la propria fede, né si prescinderà da essa nel modo di affrontare e risolvere i diversi problemi che la convivenza tra gli uomini comporta. L'ardore apostolico non è fanatismo ma coerenza di vita cristiana che fa chiamare bene il bene e male il male[174].

La mancanza di fervore è un grosso ostacolo all'evangelizzazione perché sta a significare che manca dentro il fervore dello spirito (cf Rom 12,11) e si manifesta nella stanchezza, nella delusione, nell'accomodamento, nel disinteresse e soprattutto nella mancanza di gioia e di speranza.

Giovanni Paolo II parla di una «graduale secolarizzazione della salvezza» (RMi 11), cioè di una salvezza ridotta alla sola dimensione orizzontale, per un uomo dimezzato ed elenca alcuni «falsi alibi» che vanificano l'ardore della missione: «E' ancora attuale la missione tra i non cristiani? Non è forse sostituita dal dialogo inter-religioso? Non è un suo obiettivo sufficiente la promozione umana?...Non ci si può salvare in qualsiasi religione?» (RMi 4); una «mentalità indifferentista...che porta a ritenere che una religione vale l'altra» (RMi 36); ci si astiene dall'appello alla conversione per paura di essere tacciati di «proselitismo» (RMi 46).

Ecco perché Giovanni Paolo II in Redemptoris missio, mentre richiama la permanente validità del mandato missionario, ne sottolinea anche l'urgenza appellandosi al testo paolino: «guai a me se non predicassi il Vangelo» (1 Cor 9,16), «l'amore di Cristo ci spinge» (2 Cor 5,14). E' evidente che la diminuzione della spinta missionaria[175] «è segno di una crisi di fede» (RMi 2).

Una evangelizzazione che sia «nuova nel suo ardore» dovrà necessariamente ribadire questi convincimenti: va considerata il primo servizio che la Chiesa può rendere a ciascun uomo e all'intera umanità; vanno rimossi dubbi e ambiguità circa la sua natura e la sua necessità (RMi 2); va recuperato il sentire cum Ecclesia correggendo certe visioni teologiche non corrette e improntate ad un relativismo religioso (RMi 36).

Oggi si richiede una evangelizzazione che abbia l'ardore della Pentecoste. «La missione è un problema di fede» (RMi 11). «Il vero missionario è il santo»[176]

L'evangelizzazione sarà nuova nell'ardore se saprà fare «un soprassalto di missionarietà»[177] che impedisca alle nostre Chiese di ripiegarsi su se stesse o, peggio, sulle loro piccole contese, ed essere piuttosto missionarie là dove vivono e dove vive la gente. La Chiesa missionaria non ha scelte che tra l'arditezza e l'abdicazione. Se ascoltasse troppo le voci del buon senso, non solamente si condannerebbe all'immobilismo, ma si confesserebbe umana. Infedele alla sua missione, essa commetterebbe in più il peccato contro lo Spirito. Giovanni Paolo II ha detto che «La Chiesa o è missionaria o non è più nemmeno evangelica»[178].

 

4.2. Una evangelizzazione «nuova nei suoi metodi».

“Una evangelizzazione sarà «nuova nei metodi» se ogni membro della Chiesa diverrà protagonista della diffusione del messaggio di Cristo (cf Mc 16,15; AA 11)...L'evangelizzazione è compito di tutti i membri della Chiesa”[179]

Di questi nuovi metodi di evangelizzazione si fa interprete Giovanni Paolo II in Redemptoris missio quando descrive l'attuale situazione della Chiesa missionaria: «si sta affermando una coscienza nuova: cioè che la missione riguarda tutti i cristiani, tutte le diocesi e parrocchie, le istituzioni e associazioni ecclesiali» (RMi 2).

L'evangelizzazione deve essere oggi nuova nei suoi metodi anche a motivo dei nuovi àmbiti cui l'annuncio evangelico deve essere rivolto.

Redemptoris missio 37 parla di àmbiti territoriali, di mondi e fenomeni sociali nuovi, di aree culturali o areopaghi moderni che devono essere evangelizzati.

Quanto agli àmbiti territoriali si assiste ad un superamento dei criteri strettamente geografici di evangelizzazione: anche all'interno delle antiche cristianità o delle giovani Chiese permangono vaste zone non evangelizzate per cui si impone, anche in questi Paesi, non solo una «nuova evangelizzazione», ma in certi casi anche una prima evangelizzazione[180].

Quanto ai mondi e fenomeni sociali nuovi assistiamo ad una rapida e profonda trasformazione delle situazioni umane: basti pensare al fenomeno così appariscente dell'urbanizzazione, oppure alla situazione dei giovani, alle forti migrazioni di popoli di differente religione, ai rifugiati, alle sacche di miseria disumana in certe regioni del globo. Tutto questo influisce fortemente sulla metodologia missionaria che è chiamata con urgenza ad adeguarsi a queste nuove situazioni e ripensare le sue strategie di azione. Luoghi privilegiati della missione diventano le grandi città dove stanno nascendo nuovi costumi e modelli di vita, nuove forme di cultura e di comunicazione. Anche per i giovani, che in certi Paesi costituiscono già più della metà della popolazione, i mezzi ordinari della pastorale non bastano più: si richiedono associazioni e istituzioni speciali che facciano giungere a questi giovani il messaggio di Cristo. Che dire poi della nuova metodologia missionaria che deve essere messa in atto verso i numerosi immigrati di altre religioni che giungono nei nostri Paesi di antica cristianità? Una nuova sollecitudine apostolica deve essere attivata, fatta di accoglienza, di dialogo, di fraternità, in attesa che Dio apra la porta della parola per poter annunziare con franchezza anche a questi fratelli il mistero di Cristo (cf AG 13); sull'esempio del Signore che «coepit facere et docere» (At 1,1).

Infine una evangelizzazione nuova nei metodi anche riguardo ai nuovi areopaghi moderni di cui parla Redemptoris missio 37c: il mondo della comunicazione con i suoi nuovi modi di comunicare con nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici[181]; l'impegno per la pace; la promozione della donna[182]; il mondo del lavoro; il mondo della politica[183]; la salvaguardia del creato; la cultura e la ricerca scientifica. Tutti areopaghi da evangelizzare offrendo loro il senso cristiano della vita come antidoto alla disumanizzazione e alla perdita dei valori (cf RMi 37-38.86).

Siamo ad una svolta epocale nella storia dell'umanità; la Chiesa è chiamata a dare una risposta generosa e lungimirante ai problemi nuovi che la missione le pone dinanzi; le è richiesto di affrontare questa sfida ponendo in atto una evangelizzazione nuova nei metodi che le permettano di proiettarsi verso nuove frontiere con lo stesso coraggio che mosse i missionari del passato e la stessa disponibilità ad ascoltare la voce dello Spirito (cf RMi 30).

 

4.3. Una evangelizzazione «nuova nelle sue espressioni».

L'evangelizzazione sarà «nuova» anche nella sua espressione «se starete con gli occhi attenti a ciò che dice il Signore (cf Sal 84/85, 8-9)... se saprete acquisire una salda conoscenza della verità di Cristo... se annunzierete la Buona notizia con un linguaggio che tutti possano comprendere»[184].

Una tale evangelizzazione richiede anzitutto che sia rinsaldato il tessuto cristiano della comunità ecclesiale. Ciò significa far crescere e maturare negli stessi credenti quella coscienza di verità, ossia quella consapevolezza di essere portatori della verità che salva, che è, fin dalle origini della Chiesa, lo stimolo decisivo all'impegno missionario. La mentalità relativistica, così diffusa nel nostro tempo anche tra i credenti, tende a condizionarli nelle loro convinzioni e ancor più nei comportamenti. Pertanto, «condizione primaria dell'evangelizzazione è che si rinsaldi il tessuto cristiano della stessa comunità ecclesiale»[185]. Significa formare comunità ecclesiali mature nelle quali la fede sprigioni e realizzi tutto il suo originario significato di adesione a Cristo e al suo Vangelo (cf ChL 34). Significa, in una situazione nella quale è urgente por mano quasi ad una nuova «implantatio evangelica», attivare una sistematica e capillare catechesi dei giovani e degli adulti che renda i cristiani consapevoli del ricchissimo patrimonio di verità di cui sono portatori e della necessità di dare sempre fedele testimonianza alla propria identità cristiana[186].

Quanto al linguaggio oggi si parla di «inculturazione della fede» intesa come lo sforzo della Chiesa per far penetrare il messaggio di Cristo in un determinato ambiente socioculturale, invitandolo a credere secondo tutti i suoi valori propri, dato che questi sono conciliabili con il Vangelo[187]. Questa era stata una preoccupazione già del Sinodo dei vescovi del 1974 dedicato all'evangelizzazione. Nel loro messaggio finale, i Padri invitavano le chiese particolari ad un'appropriata «traduzione» del messaggio evangelico, e secondo il principio dell'incarnazione, a escogitare sempre nuovi ma fedeli «modi di radicarsi».[188]

 

Concludendo questa sezione dedicata al «vocabolario missionario», conviene citare ancora Redemptoris missio: «Vedo albeggiare una nuova epoca missionaria» (RMi 92) che è frutto di una Chiesa «impegnata per un nuovo avvento missionario» (RMi 86). In questo contesto l'unica missione della Chiesa si esplica mediante attività diverse, distinte benché convergenti. Il suo primo e principale servizio, essenziale e mai concluso (RMi 31), anzi ancora agli inizi (RMi 40), è la missione ad gentes presso i popoli che ancora non hanno accolto Cristo. Questa azione missionaria in senso specifico costituisce l'attuazione esemplare (RMi 34) di quella che deve essere l'opera missionaria presso le comunità già cristiane. In alcune di queste comunità di antica tradizione cristiana è oggi necessario attivare una «nuova evangelizzazione» per rinsaldare le basi della fede che si sono indebolite a causa dei numerosi influssi secolarizzanti.[189] Nelle altre, si dovrà infondere lo spirito missionario che le abiliti ad una autentica testimonianza cristiana nel proprio ambiente e anche a farsi carico della missione universale mediante la cooperazione e l'animazione missionaria.

Quest'opera così multiforme e impegnativa della missione non può essere riservata alle sole «vocazioni speciali» quali quelle dei missionari, ma deve essere impegno di «tutta» la Chiesa; l'evangelizzazione non è neppure riservata alla sola gerarchia, ma: «ad ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di diffondere, quanto gli è possibile, la fede».[190] «La missionarietà è per ogni cristiano espressione normale della sua fede vissuta»[191] E' dunque un dovere di tutti i cristiani, compresi i fedeli laici; infatti «la vocazione cristiana è per sua natura vacazione all'apostolato».[192] Però, se nella Chiesa vi è «unità di missione», c'è anche «diversità di ministero».[193] Si tratta ora di vedere in che rapporto stanno l'unità di missione e la diversità di ministero.

 

II. UNITA' DI MISSIONE, DIVERSITA' DI MINISTERO

 

Come nella vita trinitaria si ha il massimo dell'uguaglianza e il massimo della distinzione, così, anche se in maniera imperfetta, nella Chiesa «vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificare il corpo della Chiesa», pur nella distinzione dei compiti.[194]

Secondo quella che è stata chiamata «ecclesiologia totale»[195] l'unità sta prima della distinzione; non a caso il Vaticano II pone il capitolo sul Popolo di Dio prima di quelli sulla gerarchia e il laicato. Secondo questo primato della totalità, tutti nella Chiesa hanno ricevuto lo Spirito e tutti devono donarlo secondo il dono ad essi conferito, nel servizio corrispondente a questo dono.

L'unità del Corpo mistico di Cristo, pertanto, non abolisce la diversità delle sue membra: «Anche nella edificazione del corpo di Cristo vige una diversità di membri e uffici. Uno è lo Spirito, il quale per l'utilità della Chiesa distribuisce la varietà dei suoi doni con magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle necessità dei ministeri»[196].

Lo Spirito chiama uomini e donne alla fede, li santifica con molti doni, accorda la forza di testimoniare il Vangelo e li rende capaci di servire nella speranza e nell'amore. La Chiesa risponde a questa vocazione annunciando il Vangelo al mondo e vivendo davvero come corpo di Cristo. Per attuare fedelmente questa missione, secondo la teologia di 1 Cor 12,4-6, lo Spirito Santo accorda alla Chiesa doni diversi e complementari (carismi), diversità di ministeri (diaconìe), diversità di operazioni (energìe), opere comuni dello Spirito e della Chiesa (sinergìe). Questi doni vengono dati per il bene comune di tutto il popolo e si manifestano in azione di servizio all'interno della Chiesa e per il mondo.

Ogni battezzato è pertanto chiamato a scoprire, con l'aiuto dei fratelli, i doni che ha ricevuto e a utilizzarli per l'edificazione della Chiesa e per il servizio del mondo al quale la Chiesa è inviata.

All'interno dell'unica missione della Chiesa, dentro la comunità tutta ministeriale, vi è dunque diversità di carismi e di ministeri.

 

III. UNA COMUNITA' TUTTA MINISTERIALE

 

La Chiesa è una comunità che vive in comunione di fede e di amore; una comunità tutta ministeriale che sotto l'azione incessante dello Spirito nasce dalla Parola,[197] si edifica nella celebrazione dell'eucaristia[198] e, attenta ai segni dei tempi,[199] si protende all'evangelizzazione del mondo mediante l'annunzio missionario del Vangelo e la testimonianza della carità.[200] Tutta la Chiesa, seguendo il suo Signore che non è venuto per essere servito, ma per servire (Mt 20,28), è posta in atteggiamento di servizio.

I ministeri si collocano all'interno della comunità locale come manifestazione autentica della molteplice iniziativa dello Spirito che riempie e vivifica il corpo di Cristo (1 Cor 12,4-6; Rm 12,6-8; Ef 4,11-12).[201] Perciò deve essere apprezzato il loro valore intrinseco e non solo per motivi di supplenza, in quanto scarseggiano le vocazioni ai ministeri ordinati o per ragioni contingenti in adeguamento a mode passeggere o a costumi del tempo.

E dunque il Signore che suscita i ministeri nella comunità e per la comunità. Non sono quindi da interpretare come attribuzione di onore o accrescimento di potere, ma piuttosto devono essere considerati come «carismi», cioè come doni che rispondono a una chiamata del Signore e si traducono in un servizio ai fratelli.[202]

Ogni ministero è per l'edificazione del corpo del Signore e perciò ha riferimento essenziale alla Parola e all'eucaristia fulcro di tutta la vita ecclesiale ed espressione suprema della carità di Cristo, che si prolunga nel «sacramento dei fratelli», specialmente nei piccoli, nei poveri e negli infermi, nei quali Cristo è accolto e servito (cf. Mt 25,40). Ne consegue che l'opera del ministero non si rinchiude entro l'ambito puramente rituale, ma si pone dinamicamente al servizio di una comunità che evangelizza e si curva come il buon samaritano su tutte le ferite e le sofferenze umane (cf. Lc 10,33).

La base di innesto di questa realtà ministeriale è la dignità sacerdotale-regale-profetica del popolo di Dio (1 Pt 2,9). Ecco perché la riforma conciliare, abolendo gli antichi ordini minori e sostituendoli con i nuovi ministeri, ha voluto presentarli non come una partecipazione dell'ordine sacro, ma piuttosto come l'esercizio della ministerialità che poggia sul sacerdozio battesimale.[203]

La riflessione sulla Chiesa tutta ministeriale porta a distinguere tre forme fondamentali di ministerialità: il ministero ordinato; i ministeri istituiti; i ministeri di fatto.

 

IV. IL MINISTERO ORDINATO

 

Per compiere la sua missione è necessario alla Chiesa non solo un tipo di ministerialità che potremmo chiamare «diffusa»; essa ha anche bisogno di una ministerialità «specifica» affidata a persone che siano pubblicamente e in modo continuo responsabili dell'edificazione della comunità in Cristo e del potenziamento della sua testimonianza.

Il lavoro apostolico e caritativo degli «animatori ministeriali», che si svolge in tante comunità cristiane, non sostituisce totalmente né dispensa il «ministero gerarchico».

Il ministero ordinato, derivante dal sacramento dell'ordine, ripresenta Cristo capo del corpo ecclesiale (PO 2) e si pone come ministero dell'unità, dotato del carisma del ministero e del discernimento dei carismi.

Il ministro è segno e strumento dell'unico salvatore, Cristo Gesù, e in suo nome parla e agisce al servizio del popolo. In quanto tale, il ministro è il principale responsabile nell'edificazione della Chiesa stessa, nella comunione e nella dinamicità della sua attività evangelizzatrice. Cristo ha bisogno di tali uomini per compiere la sua opera di salvezza e con essi continua, mediante lo Spirito presente nella Chiesa, la sua azione illuminatrice e santificatrice.

Risalendo alle radici della Chiesa sappiamo che il ministero ordinato e gerarchico appartiene alla struttura essenziale della Chiesa, per volontà del Signore Gesù; appartiene alla sua configurazione e visibilità, con carattere perpetuo, garantendo la continuità della missione e il legame fra Cristo e la comunità. E non dimentichiamo che le strutture ministeriali - destinate a santificare, insegnare e governare - di per sé, sono strutture di comunione.[204]

Il ministero di tali persone è costitutivo della vita e della missione della Chiesa. Essa non è mai stata senza persone dotate di autorità e responsabilità specifiche. Gesù stesso scelse i dodici per essere rappresentanti dell'Israele rinnovato (cf. Lc 22,30). Ad essi è affidato un ruolo particolare nella comunità primitiva: sono testimoni della vita e della risurrezione del Signore (cf. At 1,21-26), guidano la comunità nella preghiera, nell'insegnamento, nella frazione del pane, nel servizio ai fratelli (cf. At 2,42-47; 6,2-6; ecc.).

Nella Chiesa essi hanno un'autorità e una responsabilità specifiche che deriva loro non da una deputazione della comunità, ma direttamente da Cristo.[205] Ed è lo stesso Cristo che, come ha scelto e inviato gli apostoli, così continua attraverso lo Spirito Santo a scegliere e a chiamare altre persone in vista del ministero ordinato.

Come araldi e ambasciatori, i ministri ordinati sono rappresentanti di Cristo per la comunità e proclamano il suo messaggio di riconciliazione.

Come guide e maestri, chiamano la comunità a sottomettersi all'autorità di Gesù Cristo, il maestro e profeta, nel quale hanno compimento la legge e i profeti.

Come pastori, sotto Gesù Cristo, il principe dei pastori (1 Pt 5,4), essi radunano e guidano il popolo di Dio disperso, nell'anticipazione del regno che viene.

E' dunque compito principale del ministero ordinato quello di radunare ed edificare il corpo di Cristo mediante la proclamazione della Parola e l'insegnamento, la celebrazione dei sacramenti e la guida della vita della comunità nella sua liturgia (sacerdozio), nella sua missione (profezia), nella sua diaconìa (regalità).

Soprattutto nella presidenza eucaristica il ministero ordinato appare come «segno focale» visibile della profonda comunione che unisce Cristo e le membra del suo corpo. E' il ministro ordinato che nell'assemblea liturgica significa e rende presente il Signore risorto. Egli è colui che agisce in Persona Christi capitis.

AlI'interno della Chiesa lo Spirito Santo suscitò ben presto una forma tripartita di ministero ordinato che divenne stabile in ogni parte della Chiesa. Pertanto «il ministero ecclesiastico, istituito da Dio, viene esercitato in diversi ordini, da quelli che già anticamente sono chiamati vescovi, presbiteri, diaconi».[206]

 

1. Il ministero del vescovo

Si qualifica anzitutto per la pastoralità: è chiamato per rendere conto a Dio del gregge affidatogli, con la preghiera, la predicazione, e ogni opera di carità.[207] Come pastore e apostolo del Vangelo, egli deve essere considerato come «il grande sacerdote del suo gregge».[208] Si qualifica poi per la sacramentalità: è rivestito da Cristo con una speciale effusione dello Spirito Santo che gli conferisce la pienezza del sacramento dell'ordine[209] e lo costituisce «in potenza e autorità» perché serva la Chiesa, edificandola e presiedendola. Infine la collegialità: «La cura di annunziare in ogni parte della terra il Vangelo appartiene al corpo dei pastori, ai quali tutti in comune Cristo diede il mandato, imponendo un comune ufficio...».[210]

Tra i vescovi sta anzitutto il vescovo di Roma, il successore di Pietro cui è stato affidato in modo speciale l'altissimo ufficio di evangelizzare.[211]

In comunione con il vescovo di Roma e con il collegio episcopale, il ministero del vescovo è essenzialmente missionario all'interno di una comunità tutta missionaria, chiamata cioè a essere segno di salvezza per ogni persona umana.[212] I Vescovi sono “responsabili dell'evangelizzazione del mondo”.[213]

In rapporto ai ministeri la grazia sua propria non è tanto quella di essere la sintesi dei ministeri, ma piuttosto il «ministero della sintesi», dell'armonizzazione e della generazione di tutti i ministeri volti all'edificazione della comunità. Compete a lui in modo particolare il compito di rendere il mistico campo della sua Chiesa un terreno idoneo per la fioritura dei diversi carismi e ministeri e di fonderli e armonizzarli fra loro come «le diverse voci di un coro».[214] La rappresentanza piena di Cristo nella comunione ecclesiale lo fa agire «in sua persona»[215] e lo fa essere, in conformità a Cristo del quale è «vicario e legato»[216], capo perché serve la Chiesa.

Ha inoltre una specifica ministerialità in quanto presidente dell'assemblea liturgica. Infatti «Ogni legittima celebrazione dell'eucaristia è diretta dal vescovo... è bene che presieda lui stesso l'assemblea e che associ a sé i presbiteri nella celebrazione... Questo si fa non per accrescere la solennità esteriore del rito, ma per esprimere con maggiore chiarezza il mistero della Chiesa, che è sacramento di unità»[217]

 

2. Il ministero del presbitero

E' strettamente congiunto al ministero del vescovo in virtù del sacramento dell'ordine. Pertanto anche il presbitero rende presente il Cristo, nel cui nome e con la cui autorità agisce, in comunione col vescovo.[218] Il loro ministero è comunione e collaborazione «saggia»[219] e «necessaria» al ministero del vescovo[220], che essi rappresentano e rendono presente non solo nella comunità da loro riunita come fraternità e famiglia di Dio attorno alla parola e all'eucaristia, ma anche come «ministri di Cristo fra i popoli, mediante il sacro ministero del Vangelo».[221] Insignito del potere derivatogli dall'ordine sacro, il presbitero offre il sacrificio nella persona di Cristo,[222] presiede l'assemblea riunita, ne dirige la preghiera, annuncia a essa il messaggio della salvezza, si associa il popolo nell'offerta del sacrificio a Dio Padre per Cristo nello Spirito santo, distribuisce ai fratelli il pane della vita eterna e partecipa con essi al banchetto.

Lavano le miserie dei peccati col ministero della riconciliazione recano sollievo ai malati con l'olio benedetto, preparano i morenti all'incontro con Dio.

Devono servire Dio e il popolo con dignità e umiltà in modo da far sentire alla comunità dei fratelli la presenza viva di Cristo.[223]

Quanto al ministero della missione e dell'evangelizzazione i presbiteri, ed i religiosi, sanno che l'ordinazione non li prepara a una missione limitata e ristretta, bensì a una vastissima e universale missione di salvezza.[224]

Va ricordata la forma nuova di cooperazione missionaria dei sacerdoti «fidei donum» istituita da Pio XII nel 1957[225].

I Religiosi sono da considerare operatori privilegiati della missione in forza della professione pubblica dei consigli evangelici.[226].

I missionari hanno un compito di fondamentale impor­tanza, un dovere specifico di evangelizzare che nasce da una «vocazione speciale» costituita da queste caratteristiche: la totalità di impegno per il servizio dell'evangelizzazione, il mandato da parte della legittima autorità, una missione ad vitam  e ad gentes. Secondo Redemptoris missio solo coloro che hanno questi requisiti possono essere chiamati in senso stretto «missionari»[227]. Questa precisazione si è resa necessaria, dice Redemptoris missio, perché a seguito di una giusta rivalutazione dell'impegno missionario di tutto il popolo di Dio, ne è scaturita una ingiusta riduzione di questa vocazione missionaria specifica che deve restare invece «il paradigma missionario della Chiesa» (RMi 66). I «missionari» risveglino dunque la grazia del loro carisma specifico e riprendano con coraggio il loro cammino visto che la loro vocazione speciale ad vitam  e ad gentes conserva tutta la sua validità.

 

3. ll ministero del diacono

Questo ministero, importantissimo nella Chiesa antica, è stato così specificato dal Vaticano II: «Ai diaconi sono imposte le mani “non per il sacerdozio”», ma per il ministero... Questi uffici sono necessari alla vita della Chiesa... Il diaconato potrà in futuro essere restaurato come un proprio e permanente grado della gerarchia».[228] Anche il decreto Ad gentes ha ribadito l'utilità pastorale e missionaria di un diaconato permanente.[229] Paolo VI, con il motu proprio Sacrum diaconatus ordinem[230] ha ristabilito il diaconato permanente nella Chiesa latina specificando le indicazioni conciliari sulla triplice diaconìa:

diaconìa della liturgia: fortificato dal dono dello Spirito Santo, il diacono è di aiuto al vescovo[231] e al suo presbiterio durante le azioni liturgiche; amministra solennemente il battesimo; conserva e distribuisce l'eucaristia, la porta come viatico ai moribondi e impartisce la benedizione eucaristica; può assistere ai matrimoni e benedirli a nome della Chiesa, per delega del vescovo o del parroco,[232] presiede ai riti funebri e alla sepoltura; secondo le esigenze pastorali (LG 26; AG 16), può dare il suo contributo al corretto svolgimento dei gradi e dei tempi del catecumenato degli adulti.[233]

diaconìa della parola: proclama le Scritture, istruisce e anima il popolo; presiede ai servizi del culto, alle celebrazioni della parola e alle preghiere in assenza del presbitero; il Vangelo potrà così raggiungere più facilmente ogni persona nel suo ambiente di vita, tenendo conto soprattutto dell'evangelizzazione dei lontani e della guida delle varie comunità domestiche; porta un prezioso arricchimento della presenza e del servizio ecclesiale nella pastorale del turismo e sul piano generale del mondo in movimento.[234]

diaconìa della carità: prevede l'amministrazione e il soccorso sociale sia di carattere spirituale (esortazioni, consigli, precetti, preghiere, edificazione), sia di carattere materiale (elemosine, distribuzioni di beni, mense comuni, collette per i poveri); così, nell'adempimento fedele di questo servizio il diacono sarà segno vivente del Cristo pastore delle nostre anime e buon samaritano che conosce le nostre infermità.

Questa diaconìa, ovviamente, non viene svolta come forma di «monopolio», ma come espressione e animazione di una diaconla che spetta sia alla gerarchia che al laicato.

Esistono due forme di diaconato:

Il diaconato transitorio come tappa per l'ordinazione sacerdotale ed è un diaconato celibatario.

Il diaconato permanente inteso come un proprio e permanente grado della gerarchia; può essere celibatario ma anche uxorato; si dovrà conferire a uomini di età matura (almeno 35 anni) e, se sposati, ciò avvenga col consenso della moglie.[235]

Sopratutto la Chiesa missionaria è chiamata a valorizzare questo dono dello Spirito Santo immettendo nel vivo tessuto del corpo ecclesiale energie cariche di una grazia peculiare e sacramentale, capaci di impensata fecondità spirituale. Il diacono concorre così a costruire la Chiesa e a darne un'immagine più completa e più rispondente al disegno di Cristo, e più in grado, per interna e spirituale potenza, di adeguarsi a una società che ha bisogno di fermentazione evangelica e caritativa, nei piccoli gruppi, nelle comunità di base, nei villaggi.

 

4. Con spirito di cooperazione

I ministri ordinati, però, «sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutto il peso della missione salvifica della Chiesa verso il mondo, ma che il loro eccelso ufficio è di pascere i fedeli e di riconoscere i loro ministeri e carismi, in modo che tutti concordemente cooperino, nella loro misura, al bene comune».[236]

All'interno dell'unico nuovo popolo di Dio, sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale dei vescovi e dei presbiteri sono inscindibili. Il sacerdozio comune raggiunge la pienezza del proprio valore ecclesiale grazie al sacerdozio ministeriale, mentre quest'ultimo esiste unicamente in vista dell'esercizio del sacerdozio comune.[237]

Tutta l'attività missionaria della Chiesa prevede, pertanto, che accanto al ministero ordinato e a esso complementare, vi sia anche il vasto spazio per l'esercizio dei ministeri laicali, di coloro cioè che, incorporati a Cristo mediante il battesimo e penetrati del suo Spirito, agiscono come fermento nelle realtà terrene, animandole dall'interno e ordinandole in modo che si svolgano sempre secondo le norme di Cristo.[238] I laici devono essere coscienti che il loro apostolato non è un'impresa di navigatori solitari, ma l'esercizio di una ministerialità inserita nell'apostolato di tutta la Chiesa. Un tale apostolato richiede uno spirito di armonia e di cooperazione, di unione e di comunione: elementi essenziali dell'apostolato cristiano. Solo uno spirito di unione e di carità fraterna permette di raggiungere la comuni finalità e di evitare dannose emulazioni (AA 23).

 

V. I MINISTERI ISTITUITI

 

Se per compiere la sua missione la Chiesa ha bisogno di persone che siano pubblicamente e in modo continuo responsabili di evidenziare la sua fondamentale dipendenza da Cristo, allo stesso modo sente il bisogno di riconoscere pubblicamente, con una speciale istituzione alcuni ministeri che sono propri della comunità.

Per renderli più efficaci, la Chiesa riconosce dunque pubblicamente, con una speciale istituzione, alcuni di questi ministeri (= ministeri istituiti). Altri servizi consistenti e costanti che vengono compiuti senza titoli ufficiali nella prassi pastorale possono essere chiamati ministeri di fatto[239]

 

1 L'istituzione

Il punto di partenza per una riflessione sui ministeri istituiti è la lettera apostolica di Paolo VI Ministeria quaedam con la quale viene riformata nella Chiesa latina la disciplina relativa alla prima tonsura, agli ordini minori e al suddiaconato:[240] «Fin dai tempi più antichi furono istituiti dalla Chiesa alcuni ministeri al fine di prestare debitamente a Dio il culto sacro e di offrire, secondo le necessità, un servizio al popolo di Dio. Con essi erano affidati ai fedeli, perché li esercitassero, degli uffici di carattere liturgico e caritativo a seconda delle varie circostanze. Il conferimento di tali uffici spesso avveniva mediante un particolare rito, con il quale il fedele, ottenuta la benedizione di Dio, era costituito in una speciale classe o grado per adempiere un determinato ufficio ecclesiastico».

Occorre ribadire qui che l'origine e il fondamento di questi ministeri non è il sacramento dell'ordine, ma sono istituiti dalla Chiesa sulla base di un carisma che i fedeli hanno, in forza del battesimo, a farsi carico di speciali compiti e mansioni nella comunità. Sono dunque un dono che lo Spirito Santo concede per il bene della Chiesa e comportano, per quanti lo ricevono, una grazia, non sacramentale, invocata e meritata dall'intercessione e dalla benedizione della Chiesa.

Purtroppo, alcuni di questi uffici, più strettamente collegati con l'azione liturgica, a poco a poco furono considerati come istituzioni previe per ricevere gli ordini sacri, di modo che l'ostiariato, il lettorato, l'esorcistato e l'accolitato, furono denominati «ordini minori» in rapporto al suddiaconato, al diaconato e al presbiterato, i quali furono chiamati «ordini maggiori».

A seguito della riflessione conciliare è sembrato opportuno rivedere tale prassi e adattarla alle odierne esigenze, in modo che gli elementi che sono caduti in disuso in questi ministeri siano eliminati; quelli invece che si rivelano utili, siano mantenuti; quelli che sono necessari vengano meglio definiti.

Gli uffici mantenuti e adattati alle odierne esigenze sono finora due: il lettorato e l'accolitato. Hanno riferimento al libro e all'altare, ossia all'amministrazione della Parola e del sacramento del corpo e del sangue di Cristo e di conseguenza della carità: i divini tesori custoditi dalla Chiesa e di cui la Chiesa è debitrice all'umanità.[241]

Il loro conferimento è denominato non «ordinazione», ma «istituzione».[242] Il conferimento dei ministeri istituiti, inoltre, non dà diritto al sostentamento o alla remunerazione da parte della Chiesa.

 

2. Il mandato della Chiesa

Ciascun ministero istituito ha un suo inserimento specifico nella Chiesa locale, comunione di fede e di amore, come manifestazione autentica della molteplice iniziativa dello Spirito che riempie e vivifica il corpo di Cristo.[243] Perciò deve essere apprezzato nel suo valore intrinseco e non solo per motivi di supplenza.

Va precisato inoltre che non tutti i carismi sono un ministero, mentre ogni ministero è un carisma che risponde a una particolare chiamata del Signore e si traduce in un servizio ai fratelli.[244] Per questo occorre il mandato della Chiesa e una certa stabilità commisurata non solo alla disponibilità personale, ma anche ai bisogni effettivi di una determinata comunità.

E' una comunità viva che accogliendo l'aspirazione del singolo, presenta al vescovo la sua candidatura per il definitivo discernimento e per l'istituzione.

 

3. Parola, eucaristia, carità

Costituiti per l'annunzio missionario del Vangelo e la testimonianza della carità i ministeri edificano il corpo del Signore. Hanno quindi riferimento essenziale alla parola, all'eucaristia, alla carità di Cristo.

Ne consegue che l'opera ministeriale non si rinchiude entro ambiti puramente rituali, ma si pone dinamicamente al servizio di una comunità che evangelizza e si curva come il buon samaritano su tutte le ferite e le sofferenze umane.

Questa nuova espressione della diaconìa ecclesiale non vuole assolutamente clericalizzare il laicato, ma immettere nel circolo della Chiesa e del mondo la multiforme ricchezza che lo Spirito suscita nel nostro tempo per rispondere alle varie emergenze storiche e ambientali.[245]

 

4. Preparazione

Per i candidati è richiesta una specifica preparazione remota e prossima che comprenda, insieme alle scienze ed esperienze umane, anche la conoscenza viva della parola di Dio, della dottrina della fede, della liturgia e della vita della Chiesa. Spetta ai vescovi predisporre servizi e programmi secondo le situazioni personali e locali.

I laici chiamati a uno speciale ministero non saranno semplici esecutori delle indicazioni dei presbiteri e dei diaconi, ma veri animatori di assemblee presiedute dal pastore d'anime, promotori della corresponsabilità nella Chiesa e dell'accoglienza di quanti cercano di compiere un itinerario di fede, evangelizzatori nelle varie situazioni ed emergenze di vita, interpreti della condizione umana nei suoi molteplici aspetti.[246]

Essi renderanno presente alla comunità le attese e le aspirazioni degli uomini del nostro tempo e insieme saranno un segno autentico della presenza della Chiesa nelle famiglie, nei luoghi di studio e di lavoro e sulle strade del mondo.[247]

 

5. Il ministero del lettore e dell'accolito.

I ministeri istituiti, attualmente riconosciuti in tutta la Chiesa, sono il ministero del lettore e dell'accolito.

5.1 Il lettore

L'economia divina ha disposto che la Parola sia alimento vitale del popolo di Dio, il quale non potrebbe sussistere senza questo cibo che è forza della fede.[248] Per questo la Chiesa, che è depositaria delle Scritture e sempre le ha venerate come ha fatto per il corpo stesso di Cristo, «non cessa mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli».[249]

La liturgia è pertanto il luogo privilegiato dove «Dio parla al suo popolo e Cristo annunzia ancora il suo Vangelo; il popolo a sua volta risponde a Dio con il canto e la preghiera».[250]

In questo dialogo vivente tra Dio e il suo popolo, che è annuncio efficace della Parola e risposta gioiosa della fede, il ministero del lettore appare come un servizio di mediazione nel quale la funzione di colui che legge consiste nel farsi messaggero e portavoce della parola di Dio. Il lettore liturgico è l'ultimo anello che permette alla parola di Dio di giungere al suo popolo, offrendo la sua voce e i suoi mezzi di interpretazione affinché mediante essi si realizzi questa specie di ultima incarnazione o dimora della parola di Dio tra gli uomini.

Come dice s. Agostino: «Per condiscendenza verso di noi, la Parola è scesa nelle sillabe dei nostri suoni»; in questo modo la Parola si offre a noi «in lettere, in suoni... nella voce del lettore e dell'omileta».[251]

Il lettore partecipa così, in certo modo, alla missione profetica di coloro che sono stati chiamati, come successori degli apostoli, per insegnare a tutte le genti e predicare il Vangelo a ogni creatura.[252] Nel contesto del ministero profetico del popolo di Dio, il lettore appare come «segno» vivente della presenza del Signore nella sua Parola.

Per amore di questa Parola e per riconoscenza a questo dono di Dio, il lettore liturgico deve fare uno sforzo diligente e mettere tutto l'impegno per essere «segno» adeguato ed efficace della Parola. Se la sua voce non suona, non risuonerà la Parola di Cristo; se la sua voce non si articola, la Parola resterà confusa; se non dà il senso, il popolo non potrà comprendere; se non dà la debita espressione, la Parola perderà parte della sua forza. E non vale appellarsi all'onnipotenza divina, dal momento che il cammino dell'onnipotenza, anche nella liturgia, passa attraverso l'incarnazione.

Il ministero del lettore si colloca pertanto all'interno di una comunità ecclesiale raccolta attorno alla parola di Dio e all'eucaristia con la costante e viva tensione che la Parola «cresca e si moltiplichi il numero dei discepoli» (At 6,7), mediante il «ministero dell'Evangelo»; e gli uomini raggiunti dal Vangelo, possano «offrire se stessi come sacrificio vivo, santo, gradito a Dio» (Rm 12,1).

Competenze. Secondo la tradizione liturgica, la lettura dei testi biblici all'assemblea è un ufficio non presidenziale, ma ministeriale.[253] Escluso il Vangelo, riservato al diacono e, in sua assenza, al presbitero, le altre letture spettano ai lettori.

Secondo Ministeria quaedam[254] il compito del lettore è:

- nella messa e nelle altre azioni sacre proclamare dalla sacra Scrittura le letture (ma non il Vangelo);

- in mancanza del salmista, legga il salmo interlezionale;

- quando non è disponibile il diacono o il cantore, proponga le intenzioni della preghiera dei fedeli;

- diriga il canto e guidi la partecipazione dei fedeli;

- istruisca i fedeli a ricevere degnamente i sacramenti;

- se sarà necessario potrà anche preparare gli altri fedeli che abbiano ricevuto temporaneamente l'incarico di leggere la sacra Scrittura nelle azioni liturgiche.

Qualità. Per poter compiere queste «funzioni» si richiedono al lettore alcune qualità:

- si sforzi con ogni mezzo e si avvalga di sussidi adatti per acquistare ogni giorno più pienamente il soave e vivo amore e una conoscenza della Scrittura[255] per diventare un più perfetto discepolo del Signore;

- conservi un contatto continuo con le Scritture, mediante la lettura assidua e lo studio accurato, affinché non diventi «vano predicatore della Parola di Dio all'esterno, colui che non l'ascolta di dentro»;[256]

- accompagni la lettura della Scrittura con la preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l'uomo, poiché «gli parliamo quando preghiamo e lo ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini»;[257]

- i ministeri esigono consapevolezza in chi li assume; maturano e si nutrono mediante un costante sforzo ascetico, perché all'ufficio e alla grazia ricevuti deve corrispondere una coerente testimonianza di vita: «conoscere quel che si fa, imitare ciò che si tratta».

E un ministero, come si vede, da conferirsi soprattutto a quanti vogliono impegnarsi, oltre che nelle celebrazioni liturgiche, anche nell'organizzazione dell'attività evangelizzatrice e catechistica, rendendo così autentico e coerente il loro servizio liturgico. E non è chi non veda l'importanza e l'utilità di questo ministero nell'opera di edificazione delle giovani comunità ecclesiali missionarie.

 

5.2. L'accolito

La Chiesa ha il vertice e la fonte della sua vita nell'eucaristia, mediante la quale si edifica e cresce come popolo di Dio.

Oltre al ministero presbiterale e diaconale, la Chiesa ha conosciuto, fin dall'antichità, anche il ministero dell'accolito.

Competenza. E' costituito per aiutare il diacono e servire il presbitero. Ha come competenze:

- curare il servizio dell'altare, aiutare il diacono e il sacerdote nelle azioni liturgiche, specialmente nella celebrazione della messa;

- distribuire come ministro straordinario, la santa comunione tutte le volte in cui è previsto tale servizio;

- nelle medesime circostanze straordinarie potrà essere incaricato di esporre pubblicamente all'adorazione dei fedeli la ss. eucaristia e poi riporla; ma non di benedire il popolo;

- potrà anche provvedere all'istruzione degli altri fedeli che, per incarico temporaneo, servono all'altare.

Qualità. All'accolito sono richieste queste qualità:

- partecipare alla ss. eucaristia con una pietà sempre più ardente;

- nutrirsi di essa e acquistarne una sempre più profonda conoscenza;

- comprendere l'intimo e profondo significato del servizio che svolge per poter meglio offrire interamente se stesso a Dio;

- essere di esempio a tutti per comportamento serio e rispettoso;

- avere un sincero amore per il corpo mistico di Cristo, specialmente per i deboli e i malati.

 

Anche questo è un ministero di grande affidamento per la Chiesa missionaria dal momento che, oltre la promozione della vita liturgica, può assicurare la comunione alla Parola e al corpo eucaristico di Cristo sia nelle comunità prive di sacerdote, sia presso i fedeli che per malattia non possono frequentare la Chiesa.

 

5.3. Esercizio dei ministeri

L'istituzione dei ministeri suppone sempre una vita di comunità molto dinamica. L'esercizio dei ministeri implica sempre un cammino progressivo, che può approdare in alcuni casi anche al diaconato e al presbiterato; tuttavia, si dovrà evitare l'assommarsi di diversi ministeri nella medesima persona: diversamente sarebbe un contrastare l'istanza della varietà e distribuzione dei ministeri nel popolo di Dio.

E' preferibile che l'attribuzione dei ministeri sia compiuta nella comunità parrocchiale cui appartengono e in giorno festivo.

Il rito di istituzione dei ministeri sia compiuto con il massimo di significazione: si curi la partecipazione delle comunità in cui verrano istituiti; tali uffici non vengano facilmente affidati ad altri, con il rischio di vanificare l'obiettiva missione conferita.

L'esercizio di tali ministeri deve avvenire nell'ambito della propria diocesi. Vengano inoltre conferiti durante la celebrazione della messa per significare meglio la relazione con l'eucaristia.[258]

 

A Conclusione di questo capitolo si può ripetere che, avendo l'unica missione della Chiesa attività diverse mediante le quali questa stessa missione si esplica, sono necessari impegni ministeriali adeguati a ciascuna situazione apostolica. Per il momento abbiamo solo accennato (non essendo questo il nostro specifico interesse) alla ministerialità ordinata del vescovo-prebitero-diacono e alla ministerialità istituita del lettore e dell'accolito. Resta ora da vedere l'ampio spazio della ministerialità missionaria laicale.

 


CAPITOLO III

 

MINISTERIALITA' MISSIONARIA LAICALE

 

 

Con la pubblicazione dell'enciclica Redemptoris missio Giovanni Paolo II ha inteso «invitare la Chiesa ad un rinnovato impegno missionario».[259]

In vista di questo impegno indilazionabile abbiamo detto che nella Chiesa vi è «unità di missione» ma anche «diversità di ministero».[260] Così nella varietà dei carismi e dei ministeri tutti sono chiamati a dare testimonianza della mirabile unità nel corpo di Cristo: poiché sia il «ministero ordinato», sia la ministerialità laicale (tanto quella «istituita» quanto quella «di fatto» riconosciuta ed esercitata), hanno come funzione di servire e raccogliere in un solo corpo i figli di Dio.[261]

Qui ci occuperemo in particolare della «ministerialità laicale» nell'ottica del servizio all'opera evangelizzatrice e missionaria della Chiesa.

Nella recente esortazione apostolica Cristifdeles laici, Giovanni Paolo II afferma che «Ai nostri tempi, nella rinnovata effusione dello Spirito pentecostale avvenuta con il concilio Vaticano II, la Chiesa ha maturato una più viva coscienza della sua natura missionaria e ha riascoltato la voce del suo Signore che la manda nel mondo come "sacramento universale di salvezza"».[262] E lo stesso Pontefice in Redemptoris missio colloca, tra i frutti missionari del Concilio, «l'impegno evangelizzatore dei laici (che) sta cambiando la vita ecclesiale» (RMi 2). «Oggi a tutti i cristiani [...] sono richiesti lo stesso coraggio che mosse i missionari del passato e la stessa disponibilità ad ascoltare la voce dello Spirito» (RMi 30).

Dinanzi al nostro sguardo sta dunque l'immensa vigna del Signore e la moltitudine di persone, uomini e donne, che da lui sono chiamate e mandate perché abbiano a lavorare in questo mondo che deve essere trasformato secondo il disegno di Dio. «Tutti i credenti in Cristo debbono sentire, come parte integrante della loro fede, la sollecitudine apostolica di trasmettere ad altri la gioia e la luce. Tale sollecitudine deve diventare, per così dire, fame e sete di far conoscere il Signore, quando si allarga lo sguardo agli immensi orizzonti del mondo non cristiano».[263]

 E' lo Spirito che continua a ringiovanire la Chiesa, suscitando sempre nuove energie di santità e di partecipazione di tanti fedeli. Come giustamente fa osservare Redemptoris missio «i Pontefici dell'età più recente hanno molto insistito sull'importanza del ruolo dei laici nell'attività missionaria».[264]

Dobbiamo allora chiederci: quale funzione, quale responsabilità ministeriale hanno oggi i fedeli nella comunione e nella missione della Chiesa, dal momento che «non è lecito a nessuno rimanere in ozio»[265] ben sapendo che due terzi del mondo non conosce ancora Cristo? Si tratta di individuare gli spazi concreti di ministerialità e di missione che oggi i laici hanno nella Chiesa. E' evidente infatti che nell'opera missionaria di annuncio, di edificazione e di testimonianza i fedeli laici hanno un posto originale e insostituibile: per mezzo di loro la Chiesa attende di essere resa presente nei più svariati settori del mondo, come segno e fonte di speranza e di amore.[266]

Nell'ottica dei capitoli VI e VII della Redemptoris missio intendiamo qui indicare per sommi capi chi sono i responsabili e gli operatori della pastorale missionaria [RMi 61-76]; da questa visione d'insieme sarà più facile individuare il ministero specifico dei laici nell'evangelizzazione.

 

I. SOGGETTI ATTIVI DELLA MISSIONE DI SALVEZZA

 

«Scaturendo dalle missioni divine, la Chiesa è per sua natura missionaria: essa è il luogo in cui, nella forza dello Spirito, è reso presente il Cristo per compiere la sua missione salvifica; essa riceve sempre nuovamente lo Spirito, per sempre nuovamente donarlo e far lievitare la storia verso il tempo della gloria in cui Dio sarà tutto in tutti. La pura grazia, che costituisce la Chiesa nella sua comunione, non è privilegio, è compito, non è possesso, è missione: la comunione ecclesiale si salda così strettamente all'invio.

Questo significa che, in forza dell'iniziazione cristiana, non c'è nessuno nella comunità ecclesiale che possa sentirsi esentato dal compito missionario. Fermo restando lo specifico del ministero di unità, che deve discernere e coordinare i carismi in vista dell'azione missionaria, ogni battezzato deve impegnare i doni ricevuti nel servizio della missione ecclesiale: a nessuno è lecito il disimpegno, come a nessuno è lecita la separazione dagli altri. Tutti, nella corresponsabilità e nella comunione, devono partecipare alla missione della Chiesa: ciò implica da una parte l'esigenza di riconoscere e valorizzare il carisma di ciascuno, dall'altra lo sforzo di crescere in comunione con tutti, in modo che la stessa comunione sia la piena forma di missione (cf Gv 13,35). La missione non è opera di navigatori solitari: essa va vissuta nella «barca di Pietro», in comunione cioè di vita e di azione con tutti i fratelli, ciascuno secondo il dono ricevuto. La testimonianza del singolo - quale sia il suo ministero - non esaurisce la vocazine ecclesiale alla missione, che esige una prassi di comunione anche nell'azione evangelizzatrice: si coglie qui il superamento di una concezione che insisteva sul carattere gerarchico del compito missionario, vedendo nei laici collaboratori della gerarchia o agenti in vece di essa, dove i pastori non potevano arrivare. Recuperando la prospettiva dell'ecclesiologia totale, per cui primo soggetto della missione è la Chiesa locale, si recupera al contempo la responsabilità propria di ogni battezzato in ordine alla missione: tutti, ciascuno secondo il proprio carisma e il proprio ministero, nell'unità attorno al ministero ordinato, sono chiamati a evangelizzare nelle forme e nei modi che lo Spirito dona ad ognuno».[267]

Ogni cristiano, mediante la fede e i sacramenti dell'iniziazione cristiana (battesimo, confermazione, eucaristia), è configurato a Gesù Cristo, è inserito come membro vivo nella Chiesa ed è soggetto attivo della sua missione di salvezza. Nel mistero della Chiesa-vigna, i laici non sono semplicemente gli operai che lavorano in questa vigna, ma sono parte della vigna stessa (cf. Gv 15,5). Facendoci rinascere dall'acqua e dallo Spirito (cf. Gv 3,5), Cristo ci unisce a sé come tralci della vera vite. Il battesimo, infatti, ci rigenera alla vita dei figli di Dio, ci unisce a Gesù Cristo e al suo corpo che è la Chiesa, ci unge nello Spirito Santo costituendoci templi spirituali e fortificati dal medesimo Spirito per mezzo della cresima, siamo deputati dal Signore stesso all'apostolato. Veniamo consacrati per formare un sacerdozio regale e una nazione santa (cf 1 Pt 2,4-10) onde offrire sacrifici spirituali mediante ogni attività e testimoniare dappertutto il Cristo. Inoltre con i sacramenti, soprattutto con quello dell'Eucaristia, viene comunicata e alimentata quella carità che è come l'anima di tutto l'apostolato.[268]

Siamo così ammessi alla «comunione» con Dio, resi partecipi della natura divina (cf. 2 Pt 1,4). Ma, in quanto membri di Cristo, siamo anche membri del suo corpo, la Chiesa; templi vivi e santi dello Spirito per la costruzione di un edificio spirituale (cf. 1 Pt 2,5s).

In virtù di questa iniziazione il battezzato non solo partecipa della «comunione» con Dio, ma è abilitato anche alla «missione», cioè alla manifestazione e alla comunicazione di tale comunione che lega il Padre al Figlio e il Figlio al Padre nel vincolo amoroso dello Spirito (cf. Gv 17,21).[269]

 

II. CORRESPONSABILITA' DEI LAICI NELLA MISSIONE

 

Portare frutto è un'esigenza essenziale della vita di santità e di missione del cristiano e della Chiesa. La comunione con Gesù Cristo è condizione assolutamente indispensabile per portare frutto (cf. Gv 15,5). Ora la comunione genera comunione, e si configura essenzialmente come comunione missionaria. Gesù, infatti, dice ai suoi discepoli: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituito perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16). La comunione (trinitaria, ecclesiale) è punto di partenza e punto di arrivo rispetto alla missione. Ne deriva che «la comunione è missionaria e la missione è per la comunione».[270] Scopo della «missione» è dunque quello di far conoscere e far vivere a tutti la nuova comunione che nel Figlio di Dio fatto uomo è entrata nella storia del mondo (cf. 1 Gv 1,3).

In questo contesto di missione, visto che «l'impegno evangelizzatore dei laici sta cambiando la vita ecclesiale» (RMi 2), qual è il ruolo ministeriale dei fedeli laici?

 

III. OBBLIGHI E DIRITTI DI TUTTI I FEDELI

 

Seguiamo qui le indicazioni offerte dal nuovo Codice di diritto canonico.[271]  Vi si afferma, tra l'altro, che fra tutti i fedeli, in forza della loro rigenerazione in Cristo, sussiste una vera uguaglianza nella dignità e nell'agire e per tale uguaglianza tutti cooperano all'edificazione del corpo di Cristo secondo la condizione e i compiti propri di ciascuno.[272]

Esiste così una uguaglianza nell'essere e nell'agire, comune tanto all'uomo quanto alla donna, fondata sulla dignità battesimale; allo stesso tempo esistono condizioni e compiti propri che ciascuno è tenuto a esercitare per l'edificazione comune. In altre parole: tutti sono arricchiti dei carismi dello Spirito, ma non a tutti è dato lo stesso carisma.

Se nel popolo di Dio tutti sono chiamati alla ministerialità ciò avviene non allo stesso titolo o nello stesso modo, ma secondo la peculiarità di ministero, vocazione, carisma che ognuno ha ricevuto da Dio, all'interno di quella comunione organica che è la Chiesa.

Tali doni nessuno li possiede personalmente nella loro totalità e nessuno ne è privo, ma piuttosto convergono insieme tra loro e si completano a vicenda per l'unica comunione e missione.

In vista di una ministerialità autenticamente «ecclesiale», ogni fedele, uomo o donna, ha dunque nella Chiesa uguaguaglianza di diritti e di doveri. Il nuovo Codice di diritto canonico, partendo dalla base teologica posta da Lumen gentium a proposito dei «laici nella Chiesa»,[273] elenca questi obblighi e diritti di tutti i fedeli (compresi dunque anche i laici)[274] nella Chiesa:

- la santificazione: dedicare le proprie energie al fine di condurre una vita santa e promuovere la crescita della Chiesa e la sua continua santificazione;[275]

- l'evangelizzazione: impegnarsi perché l'annuncio divino della salvezza si diffonda sempre più fra gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo;[276] diano la loro opera per l'insegnamento catechistico;[277] in quanto partecipano alla missione della Chiesa, hanno diritto di promuovere o di sostenere l'attività apostolica anche con proprie iniziative;[278] sono deputati da Dio all'apostolato mediante il battesimo e la confermazione; sono tenuti all'obbligo generale e hanno il diritto di impegnarsi perché l'annuncio della salvezza venga conosciuto e accolto da ogni uomo in ogni luogo; tale obbligo li vincola ancora maggiormente in quelle situazioni in cui gli uomini non possono ascoltare il Vangelo e conoscere Cristo se non per mezzo loro; sono tenuti anche al dovere specifico di animare e perfezionare l'ordine delle realtà temporali con lo spirito evangelico e in tal modo di rendere testimonianza a Cristo, particolarmente nel trattare tali realtà e nell'esercizio dei compiti secolari;[279]

- uffici ecclesiastici: i laici che risultano idonei sono giuridicamente abili ad essere assunti dai pastori in quegli uffici ecclesiastici[280] e in quegli incarichi che sono in grado di esercitare secondo le disposizioni del diritto;[281] tra questi incarichi è previsto anche quello di «una partecipazione nell'esercizio della cura pastorale di una parrocchia»;[282]

- consiglieri: i laici che si distinguono per scienza adeguata, per prudenza e onestà, sono idonei a prestare aiuto ai pastori come esperti o consiglieri;[283]

- istruzione: per essere in grado di vivere la dottrina cristiana, per poterla annunciare essi stessi e, se necessario, difenderla, e per potere inoltre partecipare all'esercizio dell'apostolato, i laici sono tenuti all'obbligo e hanno il diritto di acquisire la conoscenza di tale dottrina, in modo adeguato alla capacità e alla condizione di ciascuno; hanno anche il diritto di acquisire quella conoscenza più piena delle scienze sacre che viene data nelle università e facoltà ecclesiastiche o negli istituti di scienze religiose, frequentandovi le lezioni e conseguendovi i gradi accademici;[284]

- insegnare: osservate le disposizioni stabilite in ordine alla idoneità richiesta, i laici possono insegnare le scienze sacre con il mandato dell'autorità ecclesiastica.[285]

Incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio, i fedeli laici sono «resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo».[286] Grava dunque su di loro il glorioso peso della missione che consiste nel lavorare perché il disegno di salvezza raggiunga ogni giorno più tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutta la terra. Secondo le loro forze e secondo le necessità della Chiesa del nostro tempo, anch'essi devono partecipare attivamente all'opera evangelizzatrice e salvifica della Chiesa esercitando la triplice ministerialità battesimale:[287]

* ministerialità liturgica (funzione sacerdotale e cultuale);

* ministerialità regale (diaconìa della carità);

* ministerialità profetica (servizio della parola e testimonianza).

Ovviamente questi tria munera cui partecipano anche i fedeli laici saranno oggetto della nostra attenzione nell'ottica dell'opera missionaria:[288] liturgia, diaconìa, profezia, sono infatti elementi costitutivi in ogni fase dell'attività missionaria.[289]

 

IV. MINISTERIALITA' LITURGICA DEI FEDELI LAICI

 

«Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l'unzione dello Spirito Santo poi sono consacrati sacerdoti. Non c'è quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani sono rivestiti di un carisma spirituale e soprannaturale, che li rende partecipi della stirpe regale e dell'ufficio sacerdotale».[290]

L'ufficio sacerdotale fa dei battezzati un tempio spirituale e un popolo di sacerdoti.[291] I fedeli sono chiamati all'oblazione di sé con Cristo al Padre «come sacrificio vivente» (Rm 12,1) per rendere ovunque testimonianza a Cristo e dare ragione della loro speranza nella vita eterna (cf 1 Pt 3,15). Infatti «Non è forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull'altare del cuore i sacrifici immacolati del nostro culto?».[292]

Essi vivono ed esercitano il loro sacerdozio comune concorrendo all'oblazione dell'Eucaristia, col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l'abnegazione e l'operosa carità.[293] In una parola: i laici realizzano il loro sacerdozio regale nella misura in cui, uniti sempre di più a Cristo, sviluppano la grazia del battesimo e della confermazione in tutte le dimensioni della vita personale, familiare, sociale ed ecclesiale, realizzando così l'appello alla santità rivolto a tutti i battezzati e che trova nell'Eucaristia il culmine e la fonte di ogni apostolato.[294]

Sia il nuovo Codice di diritto canonico, che i nuovi Rituali riformati a seguito del Vaticano II, prevedono una ministerialità sacerdotale da parte dei fedeli laici, soperattutto mediante la loro partecipazione piena, attiva, fruttuosa. consapevole alla liturgia. Anche Redemptoris missio, dopo aver ricordato il ministero dei catechisti, parla di «altre forme di servizio alla vita della Chiesa e alla missione» ed enumera altri operatori: «animatori della preghiera, del canto e della liturgia».[295]

Si tratta ora di esplicitare le forme ed i contenuti di questa ministerialità sacerdotale-liturgica dei fedeli laici, tenendo sempre conto del particolare contesto della missione.

Fatta eccezione dei ministeri «istituiti» del lettore e dell'accolito, riservati ai laici di sesso maschile,[296] ogni fedele laico, uomo o donna, può esercitare numerosi uffici liturgici.[297] Alcuni di questi uffici, occorre sottolinearlo, prevedono una vera e propria «presidenza liturgica» da compiere in nomine Ecclesiae su mandato del vescovo (a volte del parroco).[298]

 

1. Ministerialità liturgica nel nuovo codice

Secondo il can. 230 § 1.2.3. i laici possono assolvere i seguenti incarichi liturgici:

- lettore: assolvere per incarico temporaneo (per distinzione e a salvaguardia delle funzioni del lettore «istituito») la funzione di lettore nelle azioni liturgiche;

- esercitare le funzioni di commentatore e di cantore, di salmista;[299]

- presiedere alle preghiere liturgiche;

- amministrare il battesimo;

- distribuire la sacra comunione.

Secondo il can. 1112 § 1.2, dove mancano sacerdoti e diaconi, il vescovo diocesano, previo il voto favorevole della conferenza episcopale e ottenuta facoltà dalla sede apostolica, può delegare dei laici perché assistano ai matrimoni. Si scelga un laico idoneo, capace di istruire gli sposi e preparato a compiere nel debito modo la liturgia del matrimonio.

 

2. Ministerialità liturgica nei nuovi Rituali

I nuovi Rituali liturgici offrono maggiori possibilità e indicazioni circa la ministerialità liturgica dei laici. Vediamo le principali applicazioni:

- Ministero del conforto e del sollievo. E' una partecipazione al ministero di Cristo che conforta i malati. In questo servizio di carità si dà sollievo ai malati con parole di fede e con la preghiera comune, per raccomandarli al Signore sofferente e glorificato, per esortarli a unirsi spontaneamente alla passione e morte di Cristo, per contribuire al bene del popolo di Dio. Se poi il male si aggrava, soprattutto se non lo fanno i parenti, si dovrà avvertire il parroco e, con delicatezza e prudenza, preparare il malato a ricevere tempestivamente i sacramenti.

Si dovrà visitare con premurosa frequenza i malati e aiutarli con senso profondo di carità.

In questo tipo di ministero, importanza grandissima ha pure la catechesi che si deve fare ai fedeli in genere e ai malati in specie, per preparare la celebrazione dei sacramenti dell'unzione e del viatico in modo che tali sacramenti siano sempre meglio compresi e la loro celebrazione nutra davvero, irrobustisca ed esprima la fede nel Cristo sofferente e glorificato.

Se i laici non possono essere ministri dell'unzione degli infermi, possono esserlo invece del viatico. Fermo restando che i ministri ordinari del viatico sono il parroco e i suoi collaboratori, tuttavia «in mancanza di un sacerdote può recare il viatico anche un diacono o un altro fedele, uomo o donna, qualora abbia ricevuto dal vescovo l'autorizzazione a distribuire ai fedeli l'eucaristia»;[300]

- Ministero del suffragio. Il Rito delle esequie al n. 16 dice che: «Nella celebrazione delle esequie ognuno ha un suo compito e ufficio particolare da svolgere».

Per quanto riguarda i laici, anch'essi hanno un ruolo ministeriale nel servizio del suffragio e del conforto. Essi possono guidare la preghiera nella casa del defunto e nel cimitero; rianimare nei presenti la speranza e ravvivare la fede nel mistero pasquale e nella risurrezione dei morti; lo faranno però con delicatezza e con tatto, in modo che nell'esprimere la comprensione materna della Chiesa e nel ricordare il conforto della fede, la loro parola sia di sollievo al cristiano che crede, senza urtare l'uomo che piange. Non meno importante è la ministerialità della carità verso quei familiari che, oltre al dolore, si trovassero in difficoltà materiali.

I laici possono essere anche ministri delle esequie: «Se la necessità pastorale lo esige, la conferenza episcopale può, con il consenso della sede apostolica, designare anche un laico per celebrare le esequie senza messa»;[301]

- Ministeri nell'iniziazione cristiana. Questo rito prevede un largo spazio ministeriale per i laici, particolarmente necessario nel contesto missionario delle giovani chiese. La Chiesa che trasmette e alimenta la fede ricevuta dagli apostoli, considera come suo ministero particolare la preparazione al battesimo e la formazione cristiana dei suoi membri.

In caso di necessità, soprattutto nei territori di missione, possono preparare al battesimo i catecumeni e, su delega del vescovo, possono compiere gli esorcismi minori e le benedizioni previste dal rituale; possono anche amministrare il battesimo.[302]

- Le benedizioni. Già il concilio aveva stabilito che alcuni sacramentali, almeno in circostanze particolari e a giudizio dell'ordinario, potessero venire officiati da laici dotati di specifiche qualità.[303] Con la pubblicazione del nuovo Rituale delle benedizioni si dice che «anche i laici, uomini e donne, in forza del sacerdozio comune, di cui sono stati insigniti nel battesimo e nella confermazione, possono, a determinate condizioni e a giudizio dell'ordinario del luogo, celebrare alcune benedizioni con il rito e il formulario per esse previsto come indicato nel Rituale di ogni benedizione».[304]

Le benedizioni previste sono: coniugi, bambini, figli, fidanzati, una donna prima e dopo il parto, anziani, infermi, catechisti, prima di un viaggio, una nuova casa, strumenti tecnici o di lavoro, animali, terreni, mensa, in ringraziamento dei benefici ricevuti, per varie circostanze.

- Celebrare la Liturgia delle ore. «La Liturgia delle ore, come tutte le altre azioni liturgiche, non è un'azione privata, ma appartiene a tutto il corpo della Chiesa, lo manifesta e influisce in esso»;[305]

- Ministero verso il fanciulli. II direttorio per le messe con la partecipaziorie dei fanciulli (1973), mira a condurre i fanciulli a una partecipazione attiva alla celebrazione eucaristica. Per ottenere questa celebrazione, il direttorio prevede la presenza di alcuni adulti: non tanto per svolgere una funzione di sorveglianza, quanto piuttosto per essere loro compagni di preghiera. Tra i compiti ministeriali affidati a qualcuno degli adulti presenti, ve ne è uno molto importante: «nulla vieta che uno di questi adulti che partecipano con i fanciulli alla messa, con l'assenso del parroco, dopo il Vangelo rivolga ai fanciulli la parola, specialmente se al sacerdote riesce difficile adattarsi alla mentalità dei piccoli ascoltatori».[306]

- Assistere al rito del matrimonio. Anche un laico, uomo o donna, su delega del vescovo, può accogliere i consensi e presiedere la liturgia nuziale senza la messa, ben sapendo che nel matrimonio i ministri sono gli stessi sposi.[307]

- Presidenza delle celebrazioni domenicali in assenza di presbitero. Già il nuovo Codice di diritto canonico prevedeva che: «Ove le necessità della Chiesa lo suggeriscano, in mancanza di ministri, anche i laici, pur senza essere lettori o accoliti, possono supplire alcuni dei loro uffici, cioè esercitare il ministero della parola, presiedere alle preghiere liturgiche, amministrare il battesimo e distribuire la sacra comunione, secondo le disposizioni del diritto».[308]

Per specificare meglio alcune di queste funzioni liturgiche, la Congregazione per il culto divino ha pubblicato un Direttorio per le celebrazioni domenicali in assenza del presbitero.[309]

Vi si dice che in diverse regioni, per la mancanza di un ministro sacro riesce impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica nel giorno di domenica. In alcuni luoghi, soprattutto nelle terre di missione, i vescovi già da tempo hanno affidato ai catechisti e ai religiosi il compito di riunire i fedeli nel giorno di domenica e di dirigere la preghiera. Con questo Direttorio si vogliono stabilire le condizioni che rendono legittime tali celebrazioni e fornire alcune indicazioni per la loro corretta celebrazione.

* La domenica e la sua celebrazione. Per una comunità cristiana non dovrebbe mai mancare, di domenica, la celebrazione del sacrificio della messa perché soltanto per esso si perpetua la pasqua del Signore.

* Condizioni per le celebrazioni domenicali in assenza del presbitero: vi deve essere impossibilità di avere o di recarsi in un luogo più vicino per celebrare il mistero eucaristico; nell'impossibilità di avere la celebrazione della messa, è molto raccomandata la celebrazione della parola di Dio cui può seguire la comunione eucaristica; i fedeli dovranno percepire con chiarezza che tali celebrazioni hanno carattere di supplenza; il disagio per la mancanza di sacerdoti dovrà spingere i fedeli a pregare il Signore perche mandi operai nella sua messe; spetta al vescovo verificare lo stato di necessità e di stabilire la persona più adatta a presiedere queste celebrazioni in mancanza del presbitero; dovrà anche verificare che tali persone abbiano le qualità richieste (buona condotta, stima dei fedeli, formazione, santità di vita). Il direttorio fa riferimento soprattutto «ai territori di missione». Anche qui si vede la necessità e la possibilità che i fedeli laici possano esercitare una ministerialità liturgica.

- I Ministri straordinari della comunione. La Sacra congregazione per la disciplina dei sacramenti con l'istruzione Immensae caritatis (29.1.1973) ha dato facoltà agli ordinari del luogo di scegliere, qualora lo ritengano opportuno, persone idonee come «ministri straordinari della comunione».[310] L'istruzione sviluppa questa riflessione: l'eucaristia, questo dono ineffabile, anzi il massimo di tutti i doni, lasciato dal Cristo Signore alla Chiesa sua sposa come segno e testamento del suo immenso amore, è un mistero così grande, che esige una conoscenza sempre più approfondita e una partecipazione sempre più viva alla sua efficacia di salvezza; per questo la Chiesa ha sentito il dovere pastorale di emanare, in più occasioni, norme e documenti sull'eucarestia; documenti opportuni e norme assai indicate per ravvivare la devozione verso questo mistero, centro e fondamento del culto cristiano; ai nostri tempi si avverte poi un'esigenza nuova: salva sempre la massima riverenza dovuta a un sacramento così grande, i fedeli vorrebbero che fosse facilitata la possibilità di accostarsi alla santa comunione, per partecipare più abbondantemente ai frutti del sacrificio della messa e consacrarsi con maggiore impegno e generosità al servizio di Dio e della Chiesa e al bene dei fratelli. Ma perché i fedeli possano accostarsi senza difficoltà alla santa comunione, è necessario anzitutto una certa disponibilità di ministri che la distribuiscano. Vi sono circostanze diverse nelle quali può mancare la disponibilità di un numero sufficiente di ministri per la distribuzione della santa comunione: durante la messa, a motivo di un gran numero di fedeli o per difficoltà del celebrante; fuori della messa, ogniqualvolta è difficile, per la distanza, recare le sacre specie, soprattutto in forma di viatico, ai malati in pericolo di morte, o quando il numero dei malati esige la presenza di più ministri. Perché dunque non restino privi dell'aiuto e del conforto di questo sacramento i fedeli che desiderano partecipare al banchetto eucaristico, il sommo pontefice (Paolo VI) ha ritenuto opportuno costituire dei ministri straordinari che possano comunicare se stessi e gli altri fedeli a certe condizioni (mancanza o impossibilità dei ministri ordinari; grande numero di fedeli da comunicare). Tali ministri, uomini o donne, siano idonei, preparati, gente di fede e buona condotta.

- Ministeri e servizi nella messa. Nell'assemblea che si riunisce per la celebrazione dell'eucaristia, ciascuno ha il diritto e il dovere di recare la sua partecipazione in diversa misura a seconda della diversità di ordine e di compiti.[311] Pertanto tutti, sia i ministri ordinati che i fedeli, compiendo il proprio ufficio, facciano tutto e soltanto ciò che è di loro competenza;[312] così che dallo stesso ordinamento della celebrazione si renda manifesta la Chiesa costituita nei suoi diversi ordini e ministeri.[313]

Nella celebrazione dell'eucaristia, infatti, i fedeli sono chiamati a formare la gente santa, il popolo che Dio si è acquistato e il sacerdozio regale, per rendere grazie a Dio, offrire la vittima immacolata non soltanto per le mani del sacerdote ma anche insieme con lui, e per imparare ad offrire se stessi.[314] Tutti i fedeli quindi procurino di manifestare tutto ciò con un profondo senso religioso e con la carità verso i fratelli che partecipano alla stessa celebrazione; evitino ogni forma di individualismo e di divisione; formino invece un solo corpo sia nell'ascoltare la parola di Dio, sia nel prendere parte alle preghiere e al canto, sia specialmente nella comune offerta del sacrificio e nella comune partecipazione alla mensa del Signore. La partecipazione attiva, piena, consapevole di tutti i battezzati nella celebrazione liturgica suppone che tutti i fedeli devono servire con gioia l'assemblea del popolo di Dio ogni volta che sono pregati di prestare qualche servizio particolare nella celebrazione.

Nella celebrazione della messa, secondo le indicazioni del Messale romano, si possono individuare alcuni servizi particolari che spettano ai laici:

a. Servizio dell'accoglienza. E' il servizio che consiste nell'accogliere i fedeli alla porta della Chiesa e nel disporli ai propri posti ordinando, eventualmente, i movimenti processionali dei fedeli.[315]

b. Servizio della Parola. Secondo la tradizione, l'ufficio di proclamare le letture non è compito presidenziale, ma ministeriale; conviene allora che ordinariamente sia un lettore a proclamare le letture escluso il Vangelo. Il lettore, anche se laico, ha un ufficio proprio che deve esercitare lui stesso anche se sono presenti ministri di ordine superiore.[316] Una specifica descrizione sugli «Uffici e ministeri nella celebrazione della liturgia della Parola nella Messa» è data dall'Ordo Lectionum Missae.[317]

c. Servizio della preghiera. Oltre al ruolo presidenziale che spetta al sacerdote, anche i fedeli sono chiamati a prestare il servizio della preghiera nella celebrazione eucaristica. Tale servizio suppone la capacità di unirsi al sacerdote nella fede e nel silenzio manifestando la propria adesione con i vari interventi previsti nello svolgimento della preghiera eucaristica. I fedeli servono la preghiera soprattutto intervenendo attivamente alla cosiddetta preghiera universale o dei fedeli. Tale servizio presuppone quindi una comunità matura e capace di formulare intenzioni di preghiera sia per la Chiesa universale, sia per i governanti e per la salvezza di tutto il mondo, sia per quelli che si trovano in difficoltà, sia per la comunità locale.[318]

d. Servizio delle offerte. Consiste nel presentare il pane e il vino per la celebrazione eucaristica, consiste anche nel raccogliere offerte in denaro e altri doni che serviranno per le necessità della Chiesa, per i poveri, per la comunità locale.[319]

e. Servizio del canto. E' considerato un ufficio liturgico quello della schola cantorum o coro, il cui compito è quello di eseguire a dovere le parti che le sono proprie e promuovere la partecipazione attiva dei fedeli nel canto. E' opportuno anche che ci siano dei cantori per dirigere e sostenere il canto del popolo. E' compito del cantore guidare i diversi canti facendo partecipare il popolo per la parte che gli spetta.[320] Può essere considerato un servizio ministeriale liturgico anche quello del maestro del coro e dell'organista (o degli altri strumenti).[321]

Anche in questo ambito si può vedere quale importanza abbia, per i territori di missione, una tale ministerialità liturgica. Se la Chiesa, per la salvezza delle anime, è spinta a darsi nuove strutture ministeriali capaci di assolvere questa esigenza, è auspicabile che sia i pastori, sia i fedeli laici, verificate le condizioni di necessità richieste, offrano con generosità il loro servizio sempre spinti dalla carità verso i fratelli più bisognosi.

 

A conclusione di questo paragrafo riguardante la ministerialità liturgica dei fedeli laici, è opportuno precisare, come del resto fa la stessa esortazione Christifideles laici, che: «Quando poi la necessità o l'utilità della Chiesa lo esige, i pastori possono affidare ai fedeli laici, secondo le norme stabilite dal diritto universale, alcuni compiti che sono connessi con il loro proprio ministero di pastori ma che non esigono il carattere dell'ordine».[322] Già abbiamo precisato che si tratta di una ministerialità laicale svolta in «situazioni di emergenza» o di «necessaria supplenza».

Ciò significa che da parte dei fedeli laici non deve esservi la corsa e l'ambizione ad acquistare questi servizi, come neppure rinunciarvi qualora si verifichi il caso di vera necessità. Dovranno anche essere distinti da altri uffici che, al contrario, sono tipici di tutta l'assemblea e non soltanto del clero; questi devono essere svolti proprio dai laici, infatti «è naturale che i compiti non propri dei ministri ordinati siano svolti dai fedeli laici».[323]

 

V. MINISTERLALITA' REGALE DEI FEDELI LAICI

 

Fin qui ci siamo limitati a evidenziare una ministerialità prevalentemente di tipo cultuale. Resta tuttavia aperto tutto il vasto ambito di ministerialità che gravita attorno alla carità e alla promozione umana, quali parti integranti dell'azione evangelizzatrice della Chiesa tutta protesa ad annunciare l'altezza, l'ampiezza, la profondità del disegno di Dio per l'uomo. L'uomo «è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione: egli è la prima fondamentale via della Chiesa, via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell'incarnazione e della redenzione».[324]

Mediante l'ufficio regale i fedeli laici partecipano al movimento con cui il Risorto attira a sé tutte le cose per sottometterle, con se stesso, al Padre e permettere che Dio sia tutto in tutti (cf Gv 12,32; 1 Cor 15,28).[325]

Grazie a questa missione regale essi hanno il potere di strappare al peccato il dominio su di essi e sul mondo mediante una vita di abnegazione e l'esercizio della carità fraterna.[326]

Non c'è dubbio che l' evangelizzazione sta al primo posto: «guai a me se non predicassi il Vangelo!» (1 Cor 9,16). Però, secondo Ad gentes, più ampio ancora del ministero della Parola parlata è il ministero della Parola testimoniata con la vita e tradotta nella carità. Anzi si danno dei casi nei quali il Vangelo vissuto è l'unica forma possibile di evangelizzazione: «si danno a volte delle circostanze che, almeno temporaneamente, rendono impossibile l'annunzio diretto ed immediato del messaggio evangelico. In questo caso i missionari possono e debbono con pazienza e prudenza, ed anche con grande fiducia, offrire almeno la testimonianza della carità e della bontà di Cristo, preparando così le vie del Signore e rendendolo in qualche modo presente».[327].

Non solo nelle occasioni limite nelle quali la Chiesa è impedita di predicare il Vangelo, ma anche nell'esplicare la sua ordinaria attività missionaria, la Chiesa prevede che accanto alla predicazione e ai mezzi sacramentali della grazia, «con l'esempio della vita» essa deve farsi presente a tutti gli uomini e popoli per condurli alla fede e alla partecipazione piena al mistero di Cristo.[328]

 Questa testimonianza è fatta di stima e di amore (AG 11), di comprensione e di accoglimento, di solidarietà negli sforzi per tutto ciò che è nobile e buono (EN 21). Ebbene, una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace, della Buona Novella (EN 21). Oggi più che mai resta valido quanto diceva Paolo VI in Evangelii nuntiandi: « La testimonianza di una vita autenticamente cristiana [...] è il primo mezzo di evangelizzazione. L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (EN 41). La testimonianza di una vita santa è divenuta una condizione essenziale per l'efficacia della predicazione (EN 76); agli evangelizzatori si richiede: «Credete veramente a quello che annunziate? Vivete quello che credete? Predicate veramente quello che vivete?».[329]

E' prevista anzi una testimonianza di vita che supera ogni linguaggio quanto ad efficacia evangelica: è il sangue dei martiri che, con il loro martirio, sono divenuti «seme fecondo dei cristiani».[330].

La testimonianza della vita accompagnata da una grande carità: la stessa carità con la quale Dio ci ha amati (cf 1 Gv 4,11). Una carità «cristiana» che si estende a tutti, «senza discriminazioni etniche, sociali o religiose, senza prospettive di guadagno o di gratitudine» (AG 12); se ci deve essere una preferenza, questa è per i poveri ed i sofferenti (cf 2 Cor 12,15). Il tutto nello spirito delle beatitudini: «perché vedano le vostre opere buone e diano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16). Senza questa configurazione a Cristo e senza questa vita nuova nello Spirito, le tecniche di evangelizzazione, la stessa preparazione più raffinata...ben presto si riveleranno vuote e prive di valore (EN 75).

Questa carità viene oggi espressa anche con la formula «promozione umana» che sottintende l'agire per la giustizia ed il partecipare alla trasformazione del mondo, quali dimensioni integranti della predicazione del vangelo, cioè della missione della Chiesa per la redenzione del genere umano e la liberazione da ogni stato di cose oppressivo[331].

Se da un lato «la Chiesa rifiuta di sostituire l'annuncio del Regno con la proclamazione delle liberazioni umane» (EN 34) e, pur collegandole, «non identifica giammai liberazione umana e salvezza in Gesù Cristo» (EN 35), afferma però che il vangelo è un autentico messaggio di liberazione, e che l' evangelizzazione è legata in maniera profonda e molteplice all'opera di promozione umana: «Tra evangelizzazione e promozione umana ci sono infatti dei legami profondi» (EN 31; RH 15).

La Chiesa considera questa sua sollecitudine per l'uomo come un elemento essenziale della sua missione, indissolubilmente congiunto con essa.[332] Col Sinodo 1985 si può dire: «Questa dualità non è un dualismo. Bisogna quindi mettere da parte e superare le false ed inutili opposizioni...tra la missione spirituale e la diaconìa per il mondo».[333] Oltre le false e inutili opposizioni, vanno evitate anche le «immagini riduttive dell'attività missionaria, come se fosse principalmente aiuto ai poveri, contributo alla liberazione degli oppressi, promozione dello sviluppo, difesa dei diritti umani. La Chiesa missionaria è impegnata anche su questi fronti, ma il suo compito primario è un altro: i poveri hanno fame di Dio, e non solo di pane e di libertà, e l'attività missionaria prima di tutto deve testimoniare e annunziare la salvezza in Cristo, fondando le chiese locali che sono poi strumenti di liberazione in tutti i sensi» (RMi 83)

La testimonianza della vita e l'esercizio della carità sono una forma particolare di evangelizzazione: potrà tacere la parola, ma parlerà la carità.

La carità verso il prossimo, pertanto, «anima di tutto l'apostolato»,[334] rappresenta il contenuto più immediato, comune e abituale di quell'animazione cristiana dell'ordine temporale che costituisce l'impegno missionario specifico dei fedeli laici.[335] «Servendo a Cristo anche negli altri, con umiltà e pazienza, conducano i loro fratelli al re, servire al quale è regnare».[336]

Ai fedeli laici è dunque richiesto di partecipare alla vita della Chiesa mettendo in opera tutti i loro uffici e carismi per la crescita della comunione ecclesiale. «Nella santa Chiesa - scrive san Gregorio Magno - ognuno è sostegno degli altri e gli altri sono suo sostegno».[337]

Avendo piena coscienza di essere membra vive della Chiesa e sapendo di aver ricevuto un compito originale insostituibile e indelegabile da svolgere per il bene di tutti, ogni fedele laico dovrà intensificare il proprio dinamismo missionario: partecipare responsabilmente alla missione della Chiesa di portare il Vangelo di Cristo in forma capillare, costante, incisiva, perché sia fonte di speranza per l'uomo e di rinnovamento per la società.

Questo tipo di ministerialità, esercitata sia in forma personale, sia in forma aggregativa,[338] prevede alcuni campi di azione:

a. Promuovere la dignità della persona. Si pensi all'azione ministeriale di coloro che si impegnano a riscoprire e a far riscoprire la dignità inviolabile di ogni persona umana come il bene più prezioso che l'uomo possiede. Riproporre che l'uomo vale non per quello che «ha», ma per quello che «è».

b. Venerare l'inviolabile diritto alla vita. Poiché i diritti della persona umana provengono da Dio stesso, esigono rispetto, promozione, difesa, in ogni fase, in ogni condizione dello sviluppo della persona: dal concepimento alla morte naturale, nella salute come nella malattia.[339] E' della massima importanza che i fedeli laici - con l'aiuto di tutta la Chiesa - si prendano a carico di richiamare la cultura ai principi di un autentico umanesimo. Rientra in questo ministero anche ogni impegno che miri al riconoscimento e alla salvaguardia del diritto alla libertà di coscienza e alla libertà religiosa.[340]

c. Difendere i diritti della coppia e della famiglia. L'impegno apostolico dei fedeli laici nell'ordine temporale trova un primo spazio d'azione nella salvaguardia dei valori della coppia e della famiglia. E' richiesta qui un'opera vasta, profonda e sistematica dal momento che la Chiesa è profondamente convinta che «l'avvenire dell'umanità passa attraverso la famiglia».[341] Pertanto «I laici che vivono nello stato coniugale, secondo la propria vocazione, sono tenuti al dovere specifico di impegnarsi, mediante il matrimonio e la famiglia, nell'edificazione del popolo di Dio».[342]

d. Impegnarsi per il bene comune. Ai fedeli laici è richiesto di impegnarsi, con urgenza e responsabilità, nel promuovere e testimoniare quei valori umani ed evangelici che siano di salvaguardia di valori inalienabili: la libertà, la giustizia, il bene comune. Ciò è possibile mediante una partecipazione leale, disinteressata e competente alla politica e alla gestione della cosa pubblica. Questa partecipazione attiva e responsabile alla vita politica e ai processi di solidarietà, permetterà ai fedeli laici di essere «operatori di pace» (Mt 5,9).[343]

e. Impegno nella vita economica e sociale. I fedeli laici sono impegnati in prima fila a risolvere i gravissimi problemi relativi al lavoro, alla disoccupazione, alla questione economico-sociale,[344] alla promozione dei valori di solidarietà e di giustizia nelle strutture temporali,[345] e alla cosiddetta questione «ecologica»; mediante la loro opera i beni creati vengono fatti progredire e vengono meglio distribuiti per l'utilità di tutti gli uomini. Per essi questa forma di impegno «ministeriale» costituisce una via per la propria santificazione.[346]

f. Evangelizzare la cultura e le culture dell'uomo. La Chiesa è pienamente consapevole dei valori insiti nella cultura e nelle culture dei popoli; per questo desidera che ad essa venga riservata un'attenzione tutta particolare. Spetta in particolare ai fedeli laici essere presenti nei luoghi di cultura, come la scuola e le università,[347] per contribuire all'elevazione della cultura stessa ponendola a contatto con le originali ricchezze del Vangelo e della fede cristiana. Anche in questo settore, come pure quello dei mass media, della stampa, della radiotelevisione, del cinema, del teatro, della comunicazione sociale,[348] la ministerialità laicale trova ampi spazi di evangelizzazione. Con senso di responsabilità personale e di professionalità, i fedeli laici potranno, in questi nuovi campi di missione, annunciare il Vangelo che salva.[349] «Così agendo impregneranno di valore morale la cultura e le opere umane. In questo modo il campo del mondo è meglio preparato per il seme della parola divina, e insieme più aperte sono le porte della Chiesa, per la quali l'annunzio della pace entri nel mondo».[350]

g. Potestà di governo e uffici ecclesiastici. A norma del diritto, i fedeli laici possono cooperare alla potestà di governo, detta anche di giurisdizione, e possono essere assunti dai sacri Pastori in quegli uffici ecclesiastici e in quegli incarichi che sono in grado di esercitare.[351]

h. Altri servizi regali. La missione è caratterizzata da sotuazioni di particolare difficoltà soprattutto in quelle regioni dove la libertà della Chiesa è gravemente impedita. In tali difficilissime circostanze la ministerialità regale dei laici si può esercitare, mettendo talvolta in pericolo la stessa vita, insegnando la dottrina cristiana a coloro vicino ai quali vivono, per istruirli nella vita religiosa e nel pensiero cattolico; inducendoli infine a ricevere con frequenza i sacramenti e a coltivare la pietà. Per questi laici il concilio «ringrazia Dio che, anche nella nostra epoca, non manca di suscitare laici di eroica fortezza in mezzo alle persecuzioni, li abbraccia con paterno affetto e con riconoscenza» (AA 17).

Dal canto suo il CIC elenca altri servizi che possono compiere i fedeli laici da considerare altamente evangelizzanti perché sono segno del Cristo re-servo:[352]

* CIC 463 §1.2.: partecipare al sinodo diocesano;

* CIC 512, 536: partecipare al consiglio pastorale diocesano e parrocchiale;[353]

* CIC 930 § 2: assistere un sacerdote infermo che celebra la Messa;

* CIC 519: collaborare con i parroci nel servizio alla comunità quanto alle funzioni di insegnare, santificare e governare (cf can. 528 § 1; 529 § 2).

* CIC 956: amministratori delle cause pie

* CIC 1421 §2: giudici diocesani;

* CIC 1435: promotori di giustizia e difensori del vincolo;

* CIC 1424: assessori del giudice unico;

* CIC 494, 537, 1282, 1287: amministratori dei beni temporali delle diocesi o delle parrocchie.

Attraverso la varietà di questi servizi l'opera missionaria della Chiesa, soprattutto presso le giovani chiese, può trarre immensi vantaggi; alla base di tutto ovviamente deve stare lo spirito indicato da Ad gentes 11: «Tutti i cristiani infatti, dovunque vivano, sono tenuti a manifestare con l'esempio della loro vita e con la testimonianza della loro parola l'uomo nuovo, di cui sono stati rivestiti nel Battesimo, e la virtù dello Spirito Santo, da cui sono stati rinvigoriti nella Cresima; sicché gli altri, vedendone le opere buone, glorifichino Dio Padre (cf Mt 5,16) e comprendano più profondamente il significato genuino della vita umana e l'universale vincolo di comunione degli uomini tra loro».

 

VI. MINISTERIALITA' PROFETICA DEI FEDELI LAICI

 

«Il Popolo santo di Dio partecipa pure dell'ufficio profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza di Lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità».[354]

Dotati del senso soprannaturale della fede, i laici sono indefettibilmente legati alla verità rivelata; essi cercheranno di conoscerla sempre meglio e di metterla in pratica; sostenuti dalla fede e guidati dallo Spirito del Signore, essi potranno discernere negli avvenimenti, nelle esigenze e nelle aspirazioni del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disengo di Dio.[355]

Anche i laici, pertanto, all'interno di quella ricchezza ministeriale che fiorisce a sostegno e sviluppo della ministerialiatà della Chiesa, devono saper trovare forme specifiche di servizio «profetico» nel vasto campo dell'evangelizzazione; essi infatti «anche quando sono occupati in cose temporali, possono e devono esercitare una preziosa azione per l'evangelizzazione del mondo»[356] dal momento che «l'opera di evangelizzazione è un dovere fondamentale del Popolo di Dio».[357]

Nell'ottica dei capitoli VI e VII della Redemptoris missio intendiamo qui indicare per sommi capi chi sono i responsabili e gli operatori dell'opera missionaria [RMi 61-76]; da questa visione d'insieme sarà più facile individuare la specificità del ministero profetico dei laici nell'evangelizzazione.

 

1. I responsabili e gli operatori dell'opera missionaria.

«L'attività missionaria è il dovere più alto e più sacro della Chiesa» (AG 29). A chi compete questo dovere?

1.1. Tutta la Chiesa e ciascuna Chiesa è inviata alle genti (RMi 62).

Non solo le Chiese di antica cristianità che hanno sufficienti vocazioni, ma anche le chiese giovani o le Chiese che soffrono di scarsezza di clero (AG 20). Oggi si richiede ad ogni comunità ecclesiale di rimanere unita con le altre, in uno scambio fecondo di energie e mezzi, nell'impegno comune e nell'unica missione di annunciare e vivere il Vangelo. Nessuna Chiesa è così povera da non aver nulla da dare alle altre.[358]

1.2. I primi responsabili dell'attività missionaria.

La Chiesa vuole che l'impegno missionario sia assunto da ogni battezzato, nel rispetto della sua specifica vocazione e all'interno di quella comunione organica che è propria della Chiesa. L'evangelizzazione è dovere fondamentale di tutto il popolo di Dio (AG 35.36.37; CIC 781); all'interno di questo popolo tutti sono insieme "soggetti" e "destinatari" della missione-evangelizzazione, anche se ciò avviene non allo stesso titolo o nello stesso modo, ma secondo la peculiarità del ministero-vocazione-carisma che ognuno ha ricevuto da Dio (AG 23). All'interno di questa Chiesa tutta «missionaria per sua propria natura» (AG 2), ciascun battezzato ha una sua missione specifica:

* Al collegio dei Vescovi con a capo il successore di Pietro (AG 38; LG 23; CIC 782; EN 67) è affidata la cura di annunziare il Vangelo in ogni parte della terra (RMi 63); «ogni vescovo è consacrato non soltanto per una diocesi, ma per la salvezza e l'evangelizzazione di tutto il mondo" (LG 23.24; AG 38; CD 6; EN 68; CIC 782,1.2.; RMi 63);

* I Presbiteri: l'ordinazione non li prepara a una missione limitata e ristretta, bensì a una vastissima e universale missione di salvezza (PO 10; AG 39; EN 68-69; RMi 67 ); va ricordata la forma nuova di cooperazione missionaria dei sacerdoti «fidei donum» istituita da Pio XII nel 1957[359].

* I Religiosi: sono da considerare operatori privilegiati della missione in forza della professione pubblica dei consigli evangelici (cf AG 40; EN 69; LG 44; PC 20; CIC 783; RMi 69-70).

* I laici: sono chiamati a dare un contributo specifico all'attività missionaria in forza di un diritto-dovere fondato sulla dignità battesimale (AG 35-36.41; AA 6.13; ChL 14; RMi 71-73);[360] sono i primi evangelizzatori dei propri figli (CIC 226 § 2);

* I missionari: hanno un compito di fondamentale importanza, un dovere specifico di evangelizzare che nasce da una «vocazione speciale» costituita da queste caratteristiche: la totalità di impegno per il servizio dell'evangelizzazione, il mandato da parte della legittima autorità, una missione ad vitam  e ad gentes. Secondo Redemptoris missio solo coloro che hanno questi requisiti possono essere chiamati in senso stretto «missionari»[361]. Questa precisazione si è resa necessaria, dice Redemptoris missio, perché a seguito di una giusta rivalutazione dell'impegno missionario di tutto il popolo di Dio, ne è scaturita una ingiusta riduzione di questa vocazione missionaria specifica che deve restare invece «il paradigma missionario della Chiesa» (RMi 66). I «missionari» risveglino dunque la grazia del loro carisma specifico e riprendano con coraggio il loro cammino visto che la loro vocazione speciale ad vitam  e ad gentes conserva tutta la sua validità.

* Le chiese particolari: devono aprirsi generosamente alle necessità delle altre, collaborando con un reciproco dare e ricevere; la loro missionarietà non dve limitarsi al solo impegno di rievangelizzazione, ma devono essere aperte alla missione vera e propria, cioè ad gentes.[362]

* Gli Istituti missionari: con il proprio carisma speciale devono arricchire la missione della Chiesa fornendo energie nuove, creatività, esperienza; tutt'ora essi sono assolutamente necessari.[363]

* Gli Istituti di vita consacrata (sia di vota contemplativa che di vita attiva): in forza della loro stessa consacrazione sono tenuti all'obbligo di prestare l'opera loro in modo speciale nell'azione missionaria, con lo stile proprio dell'Istituto.[364]

* Movimenti, Volontariato, Gruppi, Sodalizi: quando si inseriscono con umiltà nella vita delle chiese locali e sono accolti dai vescovi, possono essere un vero dono di Dio sia per la nuova evangelizzazione che per l'attività missionaria propriamente detta; Giovanni Paolo II raccomanda di diffondere e di avvalersi di questi organismi capaci di ridare vigore alla vita cristiana e all'evangelizzazione; ciò favorirà anche la crescita di un laicato maturo e responsabile.[365]

Una menzione tutta particolare viene data da Redemptoris missio alla Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli e alle Pontificie Opere Missionarie; sono ricordate anche le Conferenze dei Superiori Maggiori (RMi 75-76).

In altro capitolo, ma ugualmente da ricordare in questo contesto, sono anche le «comunità ecclesiali di base»: sono viste come strumento di evangelizzazione e di primo annunzio e fonte di nuovi ministeri(RMi 51).[366]

Cristo stesso costituisce la varietà di queste sue membra come suoi testimoni e li provvede del senso della fede e della grazia della parola (cf. At 2,17-18; Ap 19,10) perché la forza del Vangelo risplenda nella vita quotidiana familiare e sociale. E' una evangelizzazione fatta con la testimonianza della vita e con la parola. In alcuni casi, in regime di persecuzione e in mancanza di sacri ministri, sono proprio i laici a svolgere una preziosa opera di evangelizzazione.

Nell'ambito del ministero profetico della evangelizzazione svolto dai laici, secondo lo stesso decreto Ad gentes, occupa un posto di primo piano il ministero del catechista; vedremo di seguito gli altri spazi ministeriali svolti dai laici nella evangelizzazione, con particolare attenzione alle comunità ecclesialil di base e alla ministerialità della donna.

 

2. Il ministero del catechista

A noi interessa qui soprattutto la figura del catechista, in quanto persona collegata strettamente all'attività evangelizzatrice della Chiesa missionaria: «Tra i laici che diventano evangelizzatori si trovano in prima fila i catechisti» (RMi 73).

Parlando della formazione della comunità cristiana il decreto Ad gentes dice che «per la impiantazione della Chiesa e lo sviluppo della comunità cristiana, sono necessari vari tipi di ministero, che suscitati nell'ambito stesso dei fedeli da un'ispirazione divina, tutti debbono diligentemente promuovere ed esercitare; tra essi sono da annoverare i compiti... dei catechisti».[367] Lo stesso decreto definisce i catechisti «schiera tanto benemerita dell'opera missionaria tra le genti... che danno un contributo singolare e insostituibile alla propagazione della fede e della Chiesa. Nel nostro tempo poi... il compito del catechista è della massima importanza. . .».[368]

Più recentemente, nell'esortazione apostolica Catechesi tradendae,[369] Giovanni Paolo II ricordava che «anche le missioni costituiscono un terreno privilegiato per l'attuazione della catechesi»[370] e incoraggiava i catechisti laici a dare la loro collaborazione ardente e generosa, spesso umile e nascosta, per l'edificazione della comunità ecclesiale. «Chiese ora fiorenti non sarebbero state edificate senza di loro»,[371] senza questi catechisti in terra di missione che, in modo del tutto speciale, meritano il titolo di «catechisti».

Questi «ministri della Parola»[372] «hanno una funzione di grandissimo rilievo nella Chiesa»;[373] e non solo nelle chiese di prima evangelizzazione, ma anche nelle comunità di antica tradizione che pure hanno oggi urgente bisogno di una nuova evangelizzazione.

La maturazione avvenuta in questo ultimo ventennio sfocia verso una nuova visione ministeriale della persona e del ruolo del catechista:

- da catechisti improvvisati, a catechisti maturati dopo una opportuna qualificazione dottrinale e metodologica;

- da volontariato catechistico, a catechisti organizzati nella struttura pastorale delle comunità evangelizzanti;

- da insegnanti di catechismo, a educatori nella fede e animatori di comunità ecclesiali;

- da ripetitori di verità astratte, a profeti capaci di trasmettere la verità che è Cristo in tutto il suo vigore e in tutto il suo rigore.

Redemptoris missio si fa interprete di questa nuova fisionimia del catechista quando dice «Anche col moltiplicarsi dei servizi ecclesiali ed extraecclesiali il ministero dei catechisti rimane sempre necessario ed ha peculiari caratteristiche: i catechisti sono operatori specializzati, testimoni diretti, evangelizzatori insostituibili, che rappresentano la forza basilare delle comunità cristiane, specie nelle giovani chiese, come ho più volte affermato e costatato nei miei viaggi missionari. Il nuovo Codice di Diritto Canonico ne riconosce i compiti, le qualità, i requisiti».[374]

Per avere questa figura nuova di catechista si richiede una definizione più precisa dell'identità personale ed ecclesiale del catechista stesso all'interno della comunità; si dovrà lavorare per scoprire e suscitare autentiche «vocazioni» catechistiche. Si dovrà soprattutto dare la dovuta importanza alla formazione sistematica e permanente dei catechisti nella Chiesa locale, formando catechisti dalla forte identità ecclesiale e animati da una intensa vita spirituale. Persone umanamente mature, adulte nella fede, professionalmente adatte, «pronti a dare ragione della propria speranza dinanzi al mondo».[375]

Un catechista che sia maestro, educatore, testimone:

Maestro: competente, fedele all'integrità del messaggio, dotato di capacità creativa nell'attualizzare la verità che comunica;

Educatore: educatore dell'uomo e della vita dell'uomo nella fede; non quindi un trasmettitore di conoscenze, di nozioni, ma strumento di un'opera educatrice che ha la sua prima fonte nell'azione dello Spirito Santo;

Testimone: non un ripetitore di un messaggio che risulta a lui estraneo, ma segno vivente di quanto annuncia. Con la sua stessa vita deve essere un catechismo vivente, un testimone dell'invisibile.[376]

Ancora con Redemptoris missio si può chiudere questa riflessione sui catechisti riportando quanto l'enciclica dice riguardo alla loro formazione: «Ma non si può dimenticare che il lavoro dei catechisti si va facendo sempre più difficile e impegnativo per i cambiamenti ecclesiali e culturali in corso. Vale ancor oggi quanto già suggeriva il Concilio: una più accurata preparazione dottrinale e pedagogica, il costante rinnovamento spirituale e apostolico, la necessità di "garantire un decoroso tenore di vita e di sicurezza sociale" ai catechisti (AG 17). E' importante, altresì, favorire la creazione e il potenziamento delle scuole per catechisti, che, approvate dalle Conferenze episcopali, rilascino titoli ufficialmente riconosciuti da queste ultime» (RMi 73).

 

3. Ministerialità laicale nell'evangelizzazione

Oltre alla specifica figura del catechista, vi è tutta la moltitudine dei christifideles laici, uomini e donne, che devono personalmente sentirsi chiamati e mandati perché abbiano a lavorare in questo mondo che deve essere trasformato secondo il disegno di Dio. Il mandato di evangelizzare tutte le genti, infatti, costituisce la missione essenziale della Chiesa.

«L'amore di Cristo e il mandato di lui sollecitano tutti i fedeli a dispensare agli altri i doni gratuitamente ricevuti. Perciò il compito di proclamare il Vangelo spetta a tutto il popolo di Dio, raccolto dallo Spirito Santo nella Chiesa mediante la parola di Dio e l'eucaristia, di modo che nessun vero cristiano sia esente da questo dovere».[377] Oggi ai figli della Chiesa viene offerta una nuova opportunità di rinnovare l'intima ed efficace persuasione della propria partecipazione al compito di evangelizzare.

Di questa partecipazione dei laici alla missione essenziale della Chiesa, qual è appunto l'evangelizazione, si è fatto interprete Giovanni Paolo II con la sua esortazione post-sinodale Christifideles laici scritta proprio alla scopo di «suscitare e alimentare una più precisa presa di coscienza del dono e della responsabilità che tutti i fedeli laici, e ciascuno di essi in particolare, hanno nella comunione e nella missione della Chiesa».[378]

Dice il Pontefice: la missione è un dono da accogliere e far fruttificare con profondo senso di responsabilità. E' un appello di Cristo stesso che invia a lavorare nella sua vigna, a prendere parte viva, consapevole e responsabile alla missione della Chiesa in quest'ora magnifica e drammatica della storia, nell'imminenza del terzo millennio.

Poiché anche i laici sono Chiesa, essi pure sono personalmente chiamati dal Signore dal quale ricevono una missione per la Chiesa e per il mondo: «Andate anche voi nella mia vigna» (Mt 20,3-4).

Nell'opera missionaria di annuncio e di testimonianza, i fedeli laici hanno un posto originale e insostituibile: per mezzo loro la Chiesa di Cristo è resa presente nei più svariati settori del mondo, come segno e fonte di speranza e di amore.[379]

Questa loro missione e responsabilità nella Chiesa e nel mondo è attuata dai fedeli laici mediante la condivisione di quei ministeri e carismi che anch'essi hanno ricevuto in dono dallo Spirito per la comune edificazione.

Il ruolo ministeriale dei laici nell'evangelizzazione può essere così descritto: i fedeli laici, proprio perché membri della Chiesa, hanno la vocazione e la missione di essere annunciatori del Vangelo.[380] Di fatto, proprio nell'evangelizzazione si concentra e si dispiega l'intera missione della Chiesa (cf. Mc 16,15). «Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda».[381] L'imperativo di Gesù «andate e predicate il Vangelo» (Mc 16,15) non può essere disatteso; esige un'obbedienza più pronta e generosa, in prima persona: «Guai a me se non predicassi il Vangelo!» (lCor 9,16); esige un atteggiamento di continua conversione missionaria e apostolica.[382]

L'annuncio del Vangelo da parte dei laici prevede due direzioni:

I vicini: coloro che tra noi ancora non credono o non vivono più la fede ricevuta con il battesimo. Solo una nuova evangelizzazione può assicurare, in questo nostro ambiente secolarizzato e indifferente, la ripresa e la crescita di una fede limpida e profonda, il ripristino di un tessuto che dia vita alle nostre comunità ecclesiali. Proprio i laici sono coinvolti in questo processo di nuova evangelizzazione. Ad essi tocca testimoniare come la fede cristiana costituisca l'unica risposta pienamente valida ai problemi e alle speranze che la vita pone a ogni uomo e a ogni società. Ad essi compete quell'impegno di una sistematica opera di catechesi destinata alla formazione di comunità ecclesiali mature (CT 66).

I lontani: coloro che ancora non conoscono Cristo, redentore dell'uomo (cf Ef 2,13; AG 37). Ancora oggi sono molti i laici che, accogliendo l'invito di Cristo «andate in tutto il mondo a predicare il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15), lasciano il loro ambiente di vita, la loro patria per recarsi, almeno per un determinato tempo, in zone di missione.

E' questo il compito più specificamente missionario della Chiesa. E proprio in questo dinamismo missionario di evangelizzazione la Chiesa di oggi deve dare una risposta più efficace, deve entrare in una nuova tappa storica. Si tratta dunque di pensare ai necessari evangelizzatori suscitando vocazioni specificamente missionarie, sia sacerdotali e religiose, sia laicali.

Alle soglie del terzo millennio, la Chiesa tutta deve rinnovare il proprio slancio missionario. Le è affidata una grande, impegnativa e magnifica impresa: quella di una nuova evangelizzazione, di cui il mondo attuale ha immenso bisogno.

I fedeli laici devono sentirsi parte viva e responsabile di quest'impresa, chiamati come sono ad annunciare e a vivere il Vangelo nel servizio ai valori e alle esigenze della persona e della società.[383]

Oltre a queste indicazioni offerte in Christifideles laici, Giovanni Paolo II ha recentemente indicato in Redemptoris missio altri spazi ministeriali per i laici impegnati nella missione: «Accanto ai catechisti bisogna ricordare le altre forme di servizio alla vita della Chiesa e alla missione, e gli altri operatori: animatori della preghiera, del canto e della liturgia; capi di comunità ecclesiali di base e di gruppi biblici; incaricati delle opere caritative; amministratori dei beni della Chiesa; dirigenti dei vari sodalizi apostolici; insegnanti di religione nelle scuole. Tutti i fedeli laici debbono dedicare alla Chiesa parte del loro tempo, vivendo con coerenza la propria fede» (RMi 74).

Andrebbero qui ricordati anche gli ausiliari laici, collaboratori provvidenziali in missione.[384]

Altro spazio per una ministerialità missionaria laicale è il servizio di cooperazione e di animazione missionaria all'interno della comunità ecclesiale. Svilupperemo poco più avanti questo aspetto della ministerialità laicale quando si parlerà del servizio profetico dei laici in vista dell'evangelizzazione.

 

4. Vita morale e testimonianza missionaria.

«Come partecipi della missione di Cristo sacerdote, profeta e re, i laici hanno la loro parte attiva nella vita e nell'azione della Chiesa».[385] Mediante la loro azione e l'esercizio delle virtù cristiane essi contribuiscono all'edificazione della Chiesa.[386] Il messaggio evangelico li chiama anche ad essere testimoni risoluti degli obblighi morali che derivano dalla natura dell'uomo e dai suoi rapporti con la creazione. Questa testimonianza resa alla grazia di Dio e alla verità dell'uomo, risponde alla vocazione profetica del Popolo di Dio. Mediante la loro vita secondo Cristo, i fedeli affrettano la venuta del Regno di Dio, un regno di giustizia, di verità, di pace. Una vita onesta è già essa stessa annuncio evangelico e credibile testimonianza missionaria del Regno di Dio che viene in questo mondo.

 

5. L'animazione e la cooperazione missionaria.

Tutti i membri della Chiesa, in forza del battesimo, sono corresponsabili dell'attività missionaria. «La partecipazione delle comunità e dei singoli fedeli a questo diritto-dovere è chiamata cooperazione missionaria».[387]

Prima ancora di un agire, la cooperazione missionaria è il segno della maturità di fede e di una vita cristiana che porta frutti.[388] Essa mira a tradurre in azione, con gesti concreti e significativi, i valori e le disposizioni acquisiti mediante l'altra forma di impegno qual è l'animazione, cioè l'insieme degli sforzi atti a sensibilizzare e alimentare una disponibilità-volontà-mentalità missionaria.[389]

L'animazione missionaria comporta: la presa di coscienza di essere membra vive di una Chiesa che è per sua natura missionaria (cf AG 2); prendere in considerazione la vita missionaria come scelta vocazionale e impegno fondamentale di vita;[390] la consapevolezza che la fede è dono di Dio da vivere in comunità e da irradiare all'esterno sia con la testimonianza di vita che con la parola: «E' infatti un dovere e un onore per i cristiani restituire a Dio parte dei beni ricevuti»;[391] un continuo e radicale cambiamento di mentalità per diventare missionari imparando ad uscire da se stessi per condividere con gli altri i beni che abbiamo, cominciando da quello più prezioso che è la fede: la fede si rafforza donandola! (RMi 2); vivere una vita profondamente cristiana coltivando in se stessi una spiritualità veramente cattolica (AG 36); evitare ogni forma di particolarismo, esclusivismo o sentimento di autosufficienza (RMi 85); concepire e incarnare una Chiesa trinitaria che è consapevole di essere più grande di se stessa poiché sa di venire oltre la storia e di andare oltre il mondo;[392] tener conto della legge del nascondimento trinitario che ha nell'incarnazione il luogo epifanico dell'umiltà del Padre e dello Spirito;[393] imitare e diffondere la spiritualità missionaria dell'Inviato del Padre, Cristo, vivendo una dimensione di proiezione al di là di ogni frontiera, accettando di andare oltre, di vivere il Vangelo in terra straniera;[394] disponibilità all'ascolto, alla semplicità evangelica, alla provvisorietà, alla povertà, all'obbedienza, al servizio, al sacrificio si sé fino alla morte;[395] imitare la spiritualità missionaria di Maria la cui vita può essere considerata per molti aspetti una vita missionaria.[396]

In sintesi: animazione missionaria è incrementare la coscienza missionaria, favorire l'azione missionaria, motivare l'esperienza dei valori missionari.

La cooperazione comporta: prendere parte, secondo i propri mezzi e capacità, all'attività missionaria presso le genti (AG 35-36; CIC 211. 781); stimolare la comunità cristiana (parrocchia, diocesi) ad aprirsi missionariamente verso le altre comunità cristiane, verso gruppi e popoli di altre religioni;[397] allargare i confini della carità manifestando la sollecitudine per quelli che sono lontani, come per quelli che sono vicini (RMi 77); cooperare spiritualmente con la preghiera, la testimonianza di vita cristiana, per le missioni e per le vocazioni missionarie ; aiutare i missionari procurando tutte le forme concrete di aiuto di cui hanno bisogno (AA 8); avere a cuore tutte le necessità del Popolo di Dio sparso su tutta la terra e contribuirvi secondo le proprie possibilità;[398] promuovere le vocazioni missionarie; dedicarsi all'accoglienza, al dialogo, al servizio, alla condivisione, alla testimonianza e all'annunzio diretto verso gli appartenenti a religioni non cristiane presenti nel proprio territorio (RMi 82); favorire l'informazione sulle missioni ad gentes mediante la lettura e la diffusione della stampa missionaria e dei vari mezzi audiovisivi (RMi 83); «cooperare alla missione vuol dire non solo dare, ma anche saper ricevere» attuando un reciproco scambio e intessendo vincoli di intima comunione circa i tesori spirituali, gli operai apostolici ed i sussidi materiali (cf LG 13; RMi 85). Una forma privilegiata di cooperazione sta nel valore salvifico di ogni sofferenza, accettata e offerta a Dio con amore; i malati vanno perciò istruiti circa il valore redentivo della sofferenza e della possibilità di diventare essi stessi missionari condividendo, sostenendo e associandosi al sacrificio di Cristo e della Chiesa missionaria completando questo stesso sacrificio pasquale nella propria carne (cf Col 1,24).[399]

Con Paolo VI si può ripetere: «Poiché nulla vi è di più salutare per gli uomini e di più confacente alla gloria di Dio che lo sforzo coraggioso per la diffusione della fede, coloro che si dedicano all'apostolato missionario - il più eccellente fra tutti per importanza ed efficacia - si impegnino con ogni più nobile sforzo a diffondere vero spirito di pietà, abbandono nella Provvidenza e fiducia nella misericordia di Dio. "Il tuo benefattore vuole che tu sia munifico, e chi ti colma di doni vuole che tu possieda i che tu distribuisca, dicendo: Date e vi sarà dato (Lc 3,38) [S. Leone Magno, Sermo XVII, II: PL 54, 181]».[400]

Ecco perché ogni Chiesa locale dovrebbe inserire «l'animazione missionaria come elemento-cardine della propria pastorale ordinaria nelle parrocchie, nelle associazioni e nei gruppi, specie giovanili»[401] (RMi 83). Una particolare raccomandazione viene fatta ai vescovi.[402]

A tale formazione sono chiamati anche i sacerdoti ed i loro collaboratori,[403] gli educatori ed insegnanti, specie i docenti nei seminari e dei centri per i laici. Particolare importanza deve essere data alle scienze missiologiche chiamate ad affrontare i non facili rapporti tra missione universale della Chiesa, ecumenismo, grandi religioni non cristiane.

In un tale contesto è auspicabile un maggiore accesso dei laici proprio alle facoltà di missiologia dove è possibile acquisire quella formazione missiologica necessaria per una animazione missionaria delle comunità locali; anche laici ben preparati, infatti, possono informare e formare il Popolo di Dio alla missione universale della Chiesa, far nascere vocazioni ad gentes, suscitare cooperazione all'evangelizzazione, impegnarsi nella nuova evangelizzazione, gestire le Pontificie Opere Missionarie e livello nazionale, diocesano, parrocchiale.

 

6. Le comunità ecclesiali di base.

Nonostante la loro molteplice varietà e differenziazione[404], le comunità ecclesiali di base (CEB) sono invece considerate, in America Latina e in Africa centrale, espressione autentica della Chiesa comunione, motivo di gioia e speranza, oggetto di programmazione ufficiale a livello continentale[405].

Nel progetto di ministerialità profetica dei laici impegnati nell'evangelizzazione si dovrà cogliere l'incidenza che le CEB hanno nell'opera missionaria dei nostri giorni. Anche se il loro inizio risale agli anni successivi al 1968, la loro legittimazione ecclesiale si ha con il Sinodo dei Vescovi del 1974 grazie alla presentazione lucida, ampia e positiva che ne fece il card. Pironio quando, nella relazione ufficiale sull'evangelizzazione nel continente latinoamericano, definì le CEB «valido aiuto per l'azione evangelizzatrice e in tutta l'attività pastorale ecclesiale»[406]. Paolo VI farà sua questa valutazione positiva delle CEB nell'esortazione Evangelii nuntiandi (1975) che rielabora temi e prospettive dello stesso Sinodo. Nel n. 58 di questa Esortazione, dedicato alle «comunità ecclesiali do base», Paolo VI distingue tra quelle comunità che si pongono in atteggiamento critico e antiistituzionale e quelle che «si sviluppano all'interno della Chiesa, solidali con la sua vita, nutrite del suo insegnamento, unite ai suoi pastori». Queste rappresentano una «speranza per la Chiesa universale», sono le destinatarie dell'evangelizzazione, chiamate a divenire a loro volta «evangelizzatrici» (EN 58)

A Puebla, in occasione della III conferenza generale del CELAM chiamata a studiare «La evangelizzazione nel presente e nel futuro dell'America latina», sono state chiamate «fulcri di evangelizzazione e operatrici di liberazione e sviluppo»[407]. Fra le mete più immediate della Conferenza c'era proprio una nuova evangelizzazione delle culture nel rispetto dei loro valori e ricchezze religiose[408]; le CEB sono viste come una «forma e mediazione di una evangelizzazione inculturata e fattore reale di mutamento consistente».[409]

Volendo offrire oggi una valutazione sulle comunità ecclesiali di base limitatamente al nostro tema della ministerialità laicale nella evangelizzazione, si può dire in linea generale che esse restano un fermento valido per la crescita della missione evangelizzatrice della Chiesa. Non solo in America latina dove sono nate o in Africa dove presto hanno attecchito, ma anche in Asia[410] e nel vecchio continente dove oggi si valorizzano forme di piccole comunità di base per far fronte all'evangelizzazione in un contesto secolarizzato. Gli elementi più apprezzati di evangelizzazione sono: offrono elementi validi di «appartenenza» e di «aggregazione» soprattutto del «popolo povero» che Dio chiama ad essere suo popolo; svolgono un ruolo di «fermento» nel vissuto della «base» della comunità locale che riportano a strutture di semplicità; sono fonte di ministerialità laicale con una forte presa di coscienza dei «tria munera» del popolo di Dio, con particolare enfasi sulla «sapienza» popolare e sulla «parola profetica»[411].

E' fuori dubbio che nel contesto urgente della missione universale le comunità ecclesiali di base rappresentano una proposta di evangelizzazione creativa nel contesto di un tentativo di superamento degli attuali schemi culturali e socio-istituzionali. La ripresa di un contatto in certo modo «nuovo» con la parola a livello di popolo, la conoscenza e la critica di meccanismi ideologici e di casta entro cui verità e vita sono state imprigionate, la volontà di una rifondazione quasi istintuale di una Chiesa senza compromessi, creano condizioni per una nuova creatività evangelica, per una entusiasmante gestazione su nuove basi del tessuto sociale cristiano: una liturgia più «adattata», nuovo linguaggio catechistico, nuove forme di incontro e di comunione[412]. E' in atto una nuova sintesi tra fede e vita, fra strutture di comunità ed esperienze vissute di comunione e appartenenza. Sta venendo in tutto questo alla luce anche una nuova spiritualità e nuove forme di ministerialità: la presa di coscienza della propria vocazione battesimale spinge i fedeli laici a mettere in atto ministerialmente i propri carismi. Si passa così da una visione di popolo di Dio passivamente «oggetto» di cure pastorali da parte del clero, ad un popolo di Dio «soggetto» e protagonista dei suoi munera battesimali: della sua vita di fede, di diaconìa, di culto, di testimonianza, di comunione[413].

La stessa Redemptoris missio riconosce alle CEB una «forza di evangelizzazione» dal momento che «stanno dando buona prova come centri di formazione cristiana e di irradiazione missionaria»; «esse sono un segno di vitalità della Chiesa, strumento di formazione e di evangelizzazione, valido punto di partenza per una nuova società fondata sulla civiltà dell'amore».[414]

In un contesto di ministerialità missionaria laicale si dovrà dunque ripensare con categorie più positive (senza per questo nascondere i limiti che pure esistono[415]) l'esperienza della CEB quali luoghi di speranza e di evangelizzazione per la Chiesa che si sta affacciando al terzo millennio[416].

 

7. Il volontariato.

Il Vaticano II aveva auspicato, anche per le missioni, la «formazione di un maturo laicato cristiano» (AG 21) la cui presenza dinamica avrebbe dovuto dare vigore alla Chiesa locale in formazione. Infatti anche tra i laici sono previste «vocazioni speciali» suscitate da un particolare «carisma» donato da Cristo in vista dell'opera missionaria (cf AG 23). Anche Redemptoris missio chiede che siano valorizzate, nell'attività missionaria, le varie espressioni di laicato; e tra queste elenca «gli organismi cristiani di volontariato internazionale» (RMi 72).

Nel «volontariato laico» oggi possiamo intravedere queste speciali vocazioni missionarie su cui la Chiesa fa molto affidamento. E' un tipo di ministerialità non individuale, ma collettiva, che deve trovare tutto lo spazio e la valorizzazione nel campo della missione.

Secondo Giovanni Paolo II questo impegno laicale è una formula valida che porta un notevole contributo alla missione della Chiesa, facilitandone il cammino di evangelizzazione: un servizio di cristiani laici, che si impegnano ad offrire alcuni anni della loro vita per cooperare in maniera diretta alla crescita dei Paesi in via di sviluppo. Così accanto all'opera di promozione umana che svolgono insieme con altre forze sociali, essi, come cristiani, cercano di non far mancare ai fretelli quella pienezza di sviluppo religioso e morale che si ha soltanto quando ci si apre totalmente alla grazia di Dio. Spinti dalla fede e dalla carità evangelica, essi diventano testimoni di amore e di servizio per l'uomo nella sua totalità di essere corporeo e spirituale.[417]

 

8. La famiglia.

Parlando dell'apostolato dei laici soprattutto nelle giovani chiese, il Vaticano II ha voluto sottolineare la grande funzione della famiglia in vista della evangelizzazione: «Le famiglie cristiane le quali in tutta la loro vita si mostrano coerenti con il Vangelo e mostrano con l'esempio cosa sia il matrimonio cristiano, offrono al mondo una preziosissima testimonianza cristiana, sempre e dovunque, ma in modo speciale nelle regioni in cui viene annunziato per la prima volta il Vangelo, oppure la Chiesa si trova tuttora nei suoi inizi, o versa in grave pericolo» (AA 11).

«In questa che si potrebbe chiamare "Chiesa domestica", i genitori devono essere per i loro figli i primi annunciatori della fede» (LG 11). «La famiglia cristiana è la prima comunità chiamata ad annunciare il vangelo alla persona umana in crescita e a portarla, attraverso una progressiva educazione e catechesi, alla piena maturità umana e cristiana».[418] «La famiglia deve diventare la scuola della sequela del Signore. Nella famiglia che è consapevole di questo dono tutti i membri evangelizzano, ma al tempo stesso vengono anche evangelizzati».[419]

Alla famiglia spetta dunque il «dovere specifico di impegnarsi...nell'edificazione del Popolo di Dio».[420] Può farlo mediante la sua ministerialità profetica nel senso che all'interno della vita matrimoniale e familiare i coniugi devono essere «l'uno per l'altro e per i figli testimoni della fede e dell'amore di Cristo. La famiglia cristiana proclama ad alta voce sia le virtù presenti del Regno di Dio, sia la speranza della vita beata» (LG 35). Alla famiglia spetta un ruolo nell'evangelizzazione del mondo contemporaneo anche mediante la sua ministerialità regale: la grazia del sacramento del matrimonio che permea la vita familiare è chiamata a diffondersi mediante essa nella rete di rapporti umani e sociali che la famiglia si costituisce nella società come nella Chiesa.[421]

Redemptoris missio, purtroppo, considera il rapporto famiglia-evangelizzazione limitatamente al ruolo di «coltivare le vocazioni missionarie fra i loro figli e figlie».[422] In effetti, proprio in questa «piccola Chiesa» qual è appunto la famiglia cristiana ha inizio l'azione evangelizzatrice della Chiesa. Le famiglie sono le prime scuole dell'educazione alla fede, e solo se questa unità cristiana si conserva sarà possibile che la Chiesa compia la sua missione nella società e nella Chiesa stessa.[423]

La famiglia è anche il luogo dove il Vangelo viene ricevuto e vissuto, e dal quale viene irradiato. Inoltre la famiglia offre una testimonianza quotidiana, anche tacita, alla verità e alla grazia della Parola di Dio.

Oggi in particolare, la famiglia può dare una risposta efficace alla secolarizzazione del mondo; la famiglia ha un carisma speciale di trasmissione della fede e di assistenza nello sviluppare una evangelizzazione iniziale. I genitori hanno il diritto e il dovere di catechizzare i loro figli; hanno l'immenso privilegio di essere i primi ad insegnare ai loro figli a pregare.

La famiglia ha dunque un ministero straordinario nell'impegno di evangelizzazione; essa è oggetto e soggetto di evangelizzazione: infatti a lei arriva il Vangelo e da lei parte il Vangelo. Ricevere e dare; ricevere per dare. Sì la famiglia che ha ricevuto la fede, la famiglia veramente cristiana è come proiettata a recare agli altri ed alle altre famiglie la fede che per grazia di Dio possiede. La famiglia cristiana è disponibile alla evangelizzazione; deve essere di per sé missionaria.[424]

 

9. I giovani.

Parlando dei giovani, il Vaticano II li chiama «speranza della Chiesa» (GE 2). Anch'essi devono dare il loro contributo all'aumento del suo corpo mistico sia testimoniando la speranza che è in loro (cf 1 Pt 3,15), sia promuovendo l'elevazione del senso cristiano nel mondo (cf GE 2).

Il Decreto sull'apostolato dei laici riconosce che «i giovani esercitano un influsso di somma importanza nella società odierna...L'accresciuto loro peso nella società esige da essi una corrispondente attività apostolica» (AA 12).

A termine del Concilio, nel «Messaggio ai giovani», i Padri hanno ricordato a questi «formatori della società di domani»: «La Chiesa è ansiosa di poter espandere anche in questa nuova società i suoi tesori sempre antichi e sempre nuovi: la fede... Per questo vi esortiamo ad ampliare i vostri cuori secondo la dimensione del mondo».[425]

E a chiusura del Sinodo 1974 dedicato all'evangelizzazione nel mondo contemporaneo, i Padri sinodali nella loro dichiarazione finale dicevano: «In modo speciale ci rivolgiamo ai giovani che non vogliamo considerare soltanto come oggetto di evangelizzazione ma anche come particolarmente adatti ad evangelizzare gli altri e soprattutto i coetani. Inoltre siamo persuasi che i giovani [...] provochino noi adulti e ci spingano a rinnovare incessantemente il nostro impegno di evangelizzazione».[426]

In Redemptoris missio Giovanni Paolo II chiede ai giovani di ascoltare la parola di Cristo che dice loro, come già a Simon Pietro e ad Andrea sulla riva del lago. «Venite dietro a me, e vi farò diventare pescatori di uomini» (cf Mt 4,19). Abbiano essi il coraggio di rispondere, come Isaia: «Eccomi Signore, sono pronto, manda me» (cf Is 4,8). Essi avranno dinanzi a sé una vita affascinante e conosceranno la vera soddisfazione di annunciare la buona novella ai fratelli e sorelle che condurranno sulla via della salvezza (cf RMi 80).

La Chiesa guarda ai giovani come evangelizzatori del terzo millennio, testimoni della fede e dell'amore di Cristo.[427] Nel Messagio per la Giornata Missionaria Mondiale 1985, Anno Internazionale della Gioventù indetto dalle Nazioni Unite, lo stesso Giovanni Paolo II così si rivolgeva ai giovani: «Giovani, siate annunciatori del Vangelo in quest'ora cruciale della storia umana. Vi chiamo, vi esorto, in nome di Cristo Signore a farvi annunziatori del Vangelo, a diffondere con tutte le vostre forze la Parola salvatrice, la Verità di Dio [...] Il futuro della Chiesa dipende da voi, l'evangelizzazione della terra nei prossimi decenni dipende da voi! Siate Chiesa! Rendete giovane, mantenete giovane la Chiesa, con la vostra entusiastica presenza, imprimendole dappertutto vitalità e vigore profetico».[428]

 

A conclusione di questo capitolo dedicato alla ministerialità missionaria laicale, emergono alcune riflessioni: prima ancora di essere un'attività ecclesiale, la missione è una realtà trinitaria, quindi fondata dinamicamente sulla stessa missione del Figlio e dello Spirito da parte del Padre; i tempi ed i modi di questa missione non devono obbedire a criteri umani o di semplice organizzazione, ma devono essere piuttosto una risposta generosa ad una vocazione divina che ci precede e ci accompagna; al di là delle difficoltà che la missione oggi comporta, sta la fiducia che permette di intravedere una nuova primavera che Dio sta preparando per la sua Chiesa; da qui l'impegno per un nuovo avvento missionario che esige di porre la causa missionaria al primo posto dal momento che essa riguarda il destino eterno degli uomini e risponde al disegno misterioso e misericordioso di Dio (RMi 86.92).

Con B. Forte si può ripetere che se alla Chiesa il Signore non chiederà conto dei salvati, le chiederà certamente conto degli evangelizzati.[429]


CAPITOLO IV

 

MINISTERO E MISSIONE DELLA DONNA

 

 

La lettera apostolica di Giovanni Paolo II Mulieris dignitatem sulla dignità e vocazione della donna[430] e l'esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici sulla vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo,[431] riservano un'attenzione tutta particolare alla donna e alla sua partecipazione attiva e responsabile alla vita e alla missione della Chiesa. Vi si legge, tra l'altro, che dinanzi all'urgenza di una «nuova evangelizzazione», «dobbiamo riconoscere e promuovere il ruolo delle donne nella missione evangelizzatrice e nella vita della comunità cristiana».[432]

Se oggi la Chiesa è chiamata a fare un grande passo in avanti nella sua opera di evangelizzazione entrando in una nuova tappa storica del suo dinamismo missionario, si deve riconoscere che questo compito «è in particolare delle donne, che si devono sentire impegnate come protagoniste in prima linea».[433]

Quest'attenzione della Chiesa alla «dignità e vocazione della donna» è certamente un «segno dei tempi», come ebbe a dire Giovanni XXIII,[434] che ci spinge a riflettere sulle implicanze che una tale presenza ha sulla missione evangelizzatrice della Chiesa.

La coscienza che la donna, con i doni e i compiti propri, ha una sua specifica vocazione, è andata crescendo e approfondendosi nel periodo post-conciliare, ricollegandosi in qualche modo a quella sorgente ispiratrice mai spenta quale si riscontra nelle Scritture neotestamentarie e nella storia della Chiesa.[435]

Qui si cercherà di dare una risposta alla domanda: quali carismi, quale spazio ministeriale la missione riserva oggi alla donna? Infatti: «Tutta la Chiesa è chiamata a evangelizzare e tuttavia vi sono da adempiere attività tra loro differenti nel suo ambito di evangelizzazione. Questa diversità di servizi nell'unità della stessa missione costituisce la ricchezza e la bellezza dell'evangelizzazione».[436]

Oltre alla ricerca degli spazi di ministerialità missionaria femminile, si cercherà di offrire una riflessione serena che aiuti ad abolire quelle eventuali tracce di resistenza che ostacolano l'inserimento a pieno titolo della donna, sia religiosa che laica, nell'azione diretta dell'evangelizzazione.

La riflessione biblica sulla donna e uno sguardo alla condizione femminile nella storia della Chiesa, ci aiuteranno a individuare meglio quell'unità di missione nella diversità di ministero[437] che deve caratterizzare l'attività evangelizzatrice della Chiesa nei nostri giorni.

 

I. LA RIFLESSIONE BIBLICA SULLA DONNA

 

Solo da un rapido confronto con la concezione sulla donna, presente nell'antico vicino oriente, si potrà comprendere la novità radicale della rivelazione biblica.

 

1. La donna nell'antico oriente

La donna, generalmente, era considerata qui come un essere inferiore, non come una persona uguale all'uomo. Ancora al tempo di Gesù l'ebreo «maschio» pregava così: «Ti ringrazio, Signore, per non avermi creato pagano, donna e ignorante». E nel Talmud palestinese si legge: «Meglio bruciare la Torah che trasmetterla alle donne».[438]

Tuttavia è il caso di ripetere qui che «in principio non era così» (Mt 19,8).

 

2. La donna nell'AT

L'uguaglianza dell'uomo e della donna è insegnata fin dalle prime pagine della Scrittura. Secondo l'antico racconto «jahwista» della creazione (Gen 2,4b-25), «Dio creò ha 'adam a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò» (v. 27). L'hadam infatti è maschio e femmina; in quanto «persona» sono due totalità votate a completa reciprocità, al mutuo dono, a una comunione di amore, a una completa realizzazione della propria personalità.

Quando l'uomo vede davanti a sé la sua compagna esclama: «Questa sì, è osso delle mie ossa e carne della mia carne» (Gen 2,35). Essa è un altro se stesso, «Tu sei il mio Tu». Il racconto biblico mette dunque in rilievo il mutuo affetto dei due compagni, uomo e donna, che hanno «uguale natura e uguale dignità». Ormai si chiamano «'ish» (uomo) e «'isha» (donna). Per realizzare pienamente la propria natura e la propria dignità di persona, l'essere umano deve essere in comunione. L'uomo e la donna compiono insieme il loro destino. E non solo devono «completarsi» a vicenda, ma sono chiamati ad «essere una sola carne» (Gen 2,24). La relazione dell'uomo e della donna è quindi espressa in termini di dono mutuo, di totale reciprocità, di comunione e d'amore.

Il racconto «sacerdotale» della creazione (Gen 1,1-2,4a), che è molto più recente, paragona la dignità dell'uomo e della donna a quella di Dio stesso. Nel sesto giorno della sua opera, Dio crea l'essere umano: «Dio creò l'essere umano a sua immagine, lo creò a immagine di Dio, li creò maschio e femmina» (Gen 1,27). Come un figlio, simile al padre, sua immagine (Gen 5,3) è capace di fare ciò che fa il padre, così I'uomo, creato a immagine di Dio, partecipa del potere di Dio: è chiamato a dominare gli animali e a sottomettere la terra, in dipendenza da Dio.

La relazione tra l'uomo e la donna, benché definita come appartenenza mutua di due persone uguali, fu profondamente corrotta dal peccato (Gen 3). Questo primo peccato è la colpa comune della coppia: tutti e due, l'uomo e la donna, hanno trasgredito l'ordine di Dio. Le conseguenze del loro atto si fanno sentire immediatamente: fatti per vivere nella più stretta unità, ora diventano «complici», ripiegati su se stessi e in preda alla solitudine. La solitudine è segno del peccato: Adamo accusa la donna (Gen 3,12), e questa rigetta la colpa sul serpente (Gen 3,13). Essi, che prima «erano nudi e non avevano vergogna l'uno dell'altro» (Gen 2,25), conoscono ora la loro nudità (Gen 3,7).

In seguito al peccato l'ordine voluto da Dio è sconvolto: l'amore della donna per suo marito si degrada in cupidigia e in seduzione e l'uomo si comporta da dominatore della donna: il marito nell'AT sarà chiamato ba'al, ossia «padrone»; la donna è la sua proprietà.

Da quel momento, tutti e due, l'uomo e la donna, avranno bisogno di redenzione. Questa non avverrà che in Cristo: la liberazione da lui apportata ristabilirà l'equilibrio originale dell'opera di Dio.

La donna, pur considerata come possesso del marito, stimata innanzitutto per la sua fecondità, è tuttavia amata con affetto e tenerezza. Si veda l'amore di Isacco per Rebecca (Gen 24,67) e di Giacobbe per Rachele (Gen 29,20). Nel suo ruolo di sposa e di madre arriva talvolta a influenzare in modo decisivo il corso degli eventi storici di Israele. Così, se gli ebrei chiamano Abramo «nostro Padre», in Giudici 5,7 chiamano Debora «madre di Israele», perché liberò il suo popolo.

La donna come «pericolo» compare in libri tardivi dell'AT (es. Sir 9,1-9; 25,13-26,18; Qo 7,26: «E questo ho trovato, che la donna è più amara della morte...»). Non mancano tuttavia elogi della donna come quello descritto dal libro dei Proverbi 31,10-31.

Pur nello spazio ristretto loro assegnato dalla cultura dell'antico oriente, troviamo ugualmente delle donne che hanno segnato la storia del loro popolo:

- Miryam: era sorella di Mosè; ha parte attiva nei fatti dell'esodo accanto ai fratelli Mosè e Aronne. Dopo la traversata del Mar Rosso trascina il coro delle donne e intona il canto pasquale (Es 15,20-21). Il profeta Michea la pone sullo stesso piano dei suoi due fratelli. Egli vede in essa una delle guide del popolo di Dio, al tempo della liberazione (Michea 6,4). Miryam è anche profetessa ed essa si ritiene tale quanto Aronne e Mosè (Nm 12,1-2). L'allusione alla morte di Miryam mette in singolare rilievo il suo posto nella storia del suo popolo (Nm 20,1).

- Debora: è chiamata profetessa ed è «giudice» d'Israele: «Ella risiedeva... nella montagna di Efraim e gli Israeliti andavano da lei per ottenere giustizia» (Gdc 4,4-5). E' lei che fece da intermediario tra Jahwé e il capo della guerra Baraq.e gli intimò l'ordine di marciare con le sue truppe contro Sisara. E' lei che gli diede l'impulso decisivo.

- Giaele: dopo la battaglia contro Sisara, abilmente completa la vittoria, uccidendo il capo nemico, come aveva detto il Signore: «La gloria dell'impresa non sarà tua (di Baraq) perché il Signore darà Sisara nelle mani di una donna» (Gdc 4,9).

- Giuditta: è vedova; pur nello scoraggiamento rianima la fede dei capi nel Dio di Israele. Questa «donna pia» giudica con calma la situazione, decide e con intrepidezza compie il piano che ha concepito, salvando la città di Betulia assediata (Gd 8,31; 15,8-9).

- Ester: è una donna che prende sulle proprie spalle il destino di un popolo minacciato di sterminio e lo salva a rischio della propria vita. Per ricordare il pericolo scampato per merito di Ester, venne istituita la festa dei purim (= le sorti) (Est 9,24-32).

- La madre dei Maccabei: «Vedendo morire i suoi 7 figli nello spazio di un solo giorno, li esortava a uno a uno nella patria lingua, unendo alla tenerezza di donna un coraggio virile» (2Mac 7,20-21), e «morì ultima dopo i suoi figli» (v. 41). Coinvolta con tutto il suo essere di madre nella lotta per l'indipendenza religiosa e politica della nazione, essa testimonia il ruolo eminente della donna nella costruzione spirituale della comunità.

- La donna dell'alleanza: il simbolo-immagine della donna è utilizzato dai profeti per designare il popolo di Dio, il mistero nuziale che unisce JHWH-sposo con Israele-sposa nel patto di alleanza.

Il popolo eletto è per Dio la sposa appassionatamente amata. L'Antico Testamento ha dunque percepito, al di là di schiavitù sociali, la dignità uguale dell'uomo e della donna nella ricerca, tramite l'amore, del pieno sviluppo del loro essere. Secondo molti autori, questo amore dei due sposi è simbolo dell'amore di Dio per il suo popolo e dell'amore di Israele per il suo Dio. Infatti il Cantico è stato interpretato così nella tradizione ebraica e cristiana.[439]

Il posto che occupa questo simbolismo nuziale nel Nuovo Testamento manifesta la dignità della coppia umana nell'economia della salvezza. La donna rappresenta ciò che la Chiesa e l'umanità sono in rapporto a Dio: come Israele davanti a Dio, la Chiesa per Cristo è la sposa (cf Ap 19,7; 21,2.9; 22,17; Ef 5,25-26), per noi credenti è la madre (cf Gal 4,26; Ap 12,17).

Queste figure e queste narrazioni testimoniano la consapevolezza del ruolo essenziale, anzi decisivo, che una donna può avere, per vocazione divina, nello sviluppo storico di un popolo; dell'influenza che può esercitare nel corso degli eventi che concernono la nazione e delle responsabilità alle quali può essere chiamata dalla comunità.

Tutto questo troverà maggiore spazio e compimento nell'economia neotestamentaria, sia per il comportamento speciale di Gesù con la donna, sia per il ruolo che una donna, Maria, ha nell'economia della salvezza.

 

3. L'esempio di Gesù

Il comportamento di Gesù con le donne è sorprendente per novità e audacia. L'ebraismo contemporaneo, generalmente, si rifà ancora a un giudizio negativo sulle donne: inferiore all'uomo in tutto, deve solo obbedire, senza alcun diritto-dovere sociale, politico, religioso, giuridico.

Era rigorosamente vincolata all'osservanza dei comandamenti negativi, ma non altrettanto di quelli positivi della Legge. Così non aveva l'obbligo di partecipare ai solenni pellegrinaggi che si svolgevano a Gerusalemme tre volte all'anno (pasqua-pentecoste-tabernacoli). Non era tenuta alla recita dello Shema', né indossava le filatterie per la preghiera. Nel tempio poteva accedere soltanto all'atrio delle donne (cf. 2Cron 8,11), che si trovava oltre il cortile dei pagani, ma era esclusa dall'area più interna, dove non erano ammessi che gli uomini.

Da qui si può comprendere la novità e l'audacia di Gesù nei confronti delle donne:

- La samaritana. Gli stessi discepoli tradiscono lo spirito del loro tempo quando si meravigliano di vedere Gesù parlare in pubblico con una donna di Samaria (Gv 4,27). Pochi passi del Vangelo mostrano così bene la libertà di Gesù e il modo con cui conduce una donna alla fede: prendendo la samaritana cosl com'è con la sua vita peccaminosa e nel suo stato di segregazione religiosa, Gesù la conduce a scoprire in lui il Messia (Gv 4,25-26) e l'invita ad associarsi da quel momento all'adorazione cristiana in Spirito e verità (vv. 23-24). Trasformata completamente, questa donna corre in città e, grazie alla sua testimonianza, i samaritani vengono da Gesù e riconoscono che egli è veramente il Salvatore del mondo (v. 42). La samaritana da peccatrice è diventata credente e messaggera di salvezza.

Un atteggiamento simile lo ritroviamo nell'incontro tra Gesù e la donna adultera, quando la invita a rompere con il peccato e a incominciare una vita nuova (Gv 8,11); oppure quando la peccatrice, in casa di Simone il fariseo, bagna di lacrime i piedi di Gesù e li unge di profumo, egli dice al fariseo scandalizzato per questo gesto: «I suoi peccati... le sono rimessi, perché ha molto amato» (Lc 7,47).

- Maria di Betania. Sta a ricordarci che, nel Regno, la donna è uguale all'uomo. Come lui è invitata ad ascoltare e a osservare la parole di Dio. D'ora in poi la vera beatitudine della donna non è partorire e allattare, ma ascoltare e osservare la parola di Dio (Lc 11,27-28: Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano). In Maria di Betania, Luca ci mostra una donna assunta come «modello del discepolo evangelico»: «Seduta ai piedi del Signore, in atto di ascoltare la sua parola» (Lc 10,39). Contrariamente alla prassi dei rabbini, che escludevano le donne dalla cerchia dei loro discepoli, Gesù indica Maria di Betania come modello del discepolo evangelico. Rompendo con le tradizioni ebraiche, Gesù nel suo ministero accetta accanto a sé, oltre ai Dodici, anche un gruppo di donne: Maria di Magdala, Giovanna moglie di Cusa, Susanna e molte altre che li aiutavano con i loro beni (Lc 8,2-3).

- Le donne della pasqua. Già alla risurrezione di Lazzaro, una donna, Marta, aveva ricevuto l'annuncio della risurrezione di Gesù e aveva professato la propria fede (Gv 11,25-27). Le donne che dalla Galilea avevano accompagnato Gesù sono presenti alla crocifissione (Lc 23,49), assistono alla sua sepoltura e sono ancora presenti al mattino della risurrezione (Lc 24,1-10). Benché nel diritto ebraico la testimonianza di una donna non avesse valore giuridico, queste donne sono i primi testimoni e i messaggeri della risurrezione; Gesù risorto le costituisce «prime missionarie»: le incarica infatti di portare il lieto annuncio ai discepoli (Mt 28,8; Lc 24,9). Secondo Gv 20,11-18 Maria di Magdala sarà il «tipo» di questa importante missione femminile, di questo mistero di testimonianza, alle origini della nuova comunità cristiana dove non c'è più discriminazione: «Né maschio, né femmina: ma voi tutti siete una sola persona in Cristo» (Gal 3,26-28).

Pertanto: se la testimonianza degli apostoli fonda la Chiesa, la testimonianza delle donne nutre la fede delle comunità cristiane.[440]

 

4. L'esempio delle comunità primitive

La Chiesa primitiva si ispira e segue l'atteggiamento di Gesù. Fin dall'inizio le donne sono presenti nell'assemblea cristiana: «Tutti, unanimi, erano assidui alla preghiera con alcune donne, tra cui Maria la madre di Gesù, e con i fratelli di lui» (At 1,14).

Luca, in particolare, sottolinea il ruolo delle donne che accolgono i fratelli nelle loro case (At 12,12):

- Lidia: la sua casa, a Filippi, fu il primo centro di diffusione del Vangelo in Europa (At 16,14-15.40);

- Priscilla: con il marito Aquila, costituisce il più bell'esempio di una donna che collabora con Paolo alla diffusione del Vangelo (At 18,2-3.18; Rm 16,3; 1 Cor 16,19). E' in casa di questa coppia che Apollo, che si preparava a diventare collaboratore di Paolo, completa la sua istruzione cristiana (At 18,26).

- Le profetesse. Particolarmente significativo, nella Chiesa primitiva, è il carisma profetico delle donne:

* Anna: nella presentazione di Gesù al tempio si mise a parlare del fanciullo a tutti coloro che attendevano la liberazione di Israele (Lc 2,38);

* Le vostre figlie profeteranno: è l'annuncio di Pietro nel giorno di pentecoste (At 2,17-18) quando cita la profezia di Gl 3,1-5.

* Le 4 figlie vergini di Filippo: a Cesarea viveva Filippo, chiamato evangelista a motivo della sua attività missionaria; egli aveva quattro figlie vergini che profetavano (At 21,9).

Ciò sta a dimostrare che questo carisma della profezia era considerato come una delle più preziose grazie elargite alle donne cristiane.

 

5. Paolo: un misogino?

In molti c'è la convinzione che Paolo non avesse grande stima della donna e in ciò fosse succube della tradizione giudaica senza recepire la novità apportata da Cristo nei confronti della donna. Si abusa della frase «le donne nelle assemblee tacciano» (1 Cor 14,34).

In effetti le cose non stanno cosi, perché Paolo:

- afferma con molta forza l'uguaglianza dell'uomo e della donna nell'esercizio dei diritti coniugali (1 Cor 7,3-4);

- riconosce alle donne il diritto di pregare o di profetizzare nelle assemblee di culto, prescrivendo loro persino di tenere un velo sulla testa (1 Cor 11,2-16: e sempre più l'esegesi recente interpreta il velo della donna in preghiera come segno della sua autonomia, quando si indirizza a Dio, relativamente all'uomo);[441]

- nella Lettera ai Romani (Rm 16,1-6) sono menzionati con i loro nomi ben 27 cristiani e tra questi 8 donne alle quali Paolo invia saluti come sue collaboratrici, prova del ruolo che esse avevano in questa comunità: Febe (chiamata «sorella» e «diaconessa»[442] e scelta da Paolo quale latrice della lettera alla comunità di Roma), Priscilla (col marito Aquila sono chiamati «collaboratori in Cristo Gesù»),[443] Giunia [col marito] Andronico,[444] Appia col marito Filemone. Sempre nella Lettera ai Romani sono citate altre quattro «collaboratrici»: Maria, Trifena, Trifosa e Perside.

In altre lettere troviamo altre donne collaboratrici di Paolo: Evodia e Sintiche (Fil 4,2-3); Ninfa (Col 4,15).

Paolo proclama la totale uguaglianza dell'uomo e della donna in Cristo (Gal 3,26-28); nella nuova creazione (Gal 6,15) il dualismo del sesso è assunto nell'unità dell'uomo nuovo: tutti sono uno in Cristo; tutti i cristiani hanno la stessa vocazione fondamentale: divenire figli di Dio per mezzo della fede, divenire sempre più conformi all'immagine del suo Figlio (Rm 8,29).

 

II. LE DONNE NELLA STORIA DELLA CHIESA

 

In Mulieris dignitatem si trova un'ampia riflessione sulla presenza attiva delle donne nella vita della Chiesa.[445]

Nella storia della Chiesa sin dai primi tempi ci sono state - accanto agli uomini - numerose donne, le quali hanno espresso una perfetta «sequela Christi» manifestando così come la sposa deve rispondere con l'amore all'amore redentore dello sposo.

Quelle donne e in seguito altre ancora, ebbero parte attiva e importante nella vita della Chiesa primitiva, nell'edificare sin dalle fondamenta la prima comunità cristiana - e le comunità successive mediante i propri carismi e il loro multiforme servizio.

Lo stesso si ripete nel corso dei secoli, di generazione in generazione, come dimostra la storia della Chiesa. La Chiesa, infatti, difendendo la dignità della donna e la sua vocazione, ha espresso onore e gratitudine per coloro che - fedeli al Vangelo - in ogni tempo hanno partecipato alla missione apostolica di tutto il popolo di Dio. Si tratta di sante martiri, di vergini, di madri di famiglia, che coraggiosamente hanno testimoniato la loro fede ed educando i propri figli nello spirito del Vangelo hanno trasmesso la fede e la tradizione della Chiesa.

In ogni epoca e in ogni paese troviamo numerose donne «perfette» (cf. Pr 31,10) che hanno partecipato alla missione della Chiesa. Mulieris dignitatem cita, tra le tante, Caterina da Siena e Teresa di Gesù: Paolo VI le ha annoverate tra i «dottori» della Chiesa.[446] Le donne sante sono un'incarnazione dell'ideale femminile, ma sono anche un modello per tutti i cristiani di «sequela Christi».[447]

Come si è potuto vedere, la rivelazione cristiana porta uno specifico contributo sul rapporto uomo-donna; conferma la perfetta uguaglianza dell'uomo e della donna come persone davanti a Dio. Cristo libera la donna dal suo stato di inferiorità. I primi cristiani le consideravano come sorelle. La Chiesa primitiva integra la donna nell'assemblea cristiana, le riconosce la responsabilità che le è propria e l'associa al ministero apostolico.

La Scrittura mette anche in evidenza la «differenza» tra l'uomo e la donna: non si tratta però di un rapporto da superiore a inferiore, ma di mutuo perfezionamento che prende il vero senso nell'unione della Chiesa e di Cristo, e che trova la sua più perfetta espressione nell'atteggiamento di Maria davanti a Dio.

Ecco perché il linguaggio contemporaneo evita di parlare del rapporto uomo-donna come di «due mezze mele» votate a una complementarietà carica di equivoci: «Complementarietà è un termine equivoco, perché può avvalorare l'idea di un'inferiorità della donna di fronte all'uomo o anche di una incompletezza dell'uomo di fronte alla donna. La Bibbia non parla di complementarietà... ma di reciprocità, di mutuo dono, di comunione di amore...».[448]

Oggi, pertanto, più che di «complementarietà» tra uomo e donna si preferisce parlare di «parità», di «uguaglianza», che vede la donna al pari dell'uomo, con lui e come lui soggetto di uguali diritti-doveri e di dignità, senza per questo dover rinunciare alla propria identità femminile.[449] Si parte infatti dalla convinzione che l'affermzione dell'uguaglianza di dignità esige anche il riconoscimento della diversità.[450]

Ne consegue che la donna contemporanea è «desiderosa di prendere parte al potere delle decisioni e alle scelte della comunità».[451]

La promozione della donna si opera nella verità per mezzo di una intelligenza più profonda della propria responsabilità come donna uguale all'uomo, suo «compagno». Essere donna, come essere uomo, non è né un difetto né un merito: è una vocazione della persona. Ciascuno deve quindi assumere la propria realtà umana come una realtà santa, conoscerne e attuarne tutte le qualità ricevute in dono, portare il proprio contributo specifico nell'edificazione della Chiesa e della comunità umana.

 

III. SUPERAMENTO DI ALCUNE AMBIVALENZE

 

Se il Vangelo rappresenta un sì senza reticenze sulle donne, non si può dire la stessa cosa per la storia cristiana posteriore che mostra invece - accanto a pagine gloriose - non poche ambivalenze nei confronti delle donne.[452]

Non si può certo dimenticare l'impegno della Chiesa per l'abolizione della poligamia, per l'indissolubilità del matrimonio (e quindi difesa delle donne anziane e sterili), per la libertà di scelta tra matrimonio e verginità.

D'altro canto, però, come dimenticare anche certe innegabili reticenze circa la promozione della donna?

In mancanza di monografie scientifiche sull'opinione dei padri della Chiesa sulle donne,[453] ci limiteremo ad ascoltare due grandi spiriti del pensiero cristiano occidentale: s. Agostino e s. Tommaso.[454]

Agostino, influenzato dall'antropologia culturale del suo tempo, tipicamente «androcentrica», vede la donna complementare all'uomo, ma non allo stesso livello: gli è subordinata in quanto suo aiuto per la procreazione.[455]

Non è stata forse fatta dopo di lui, a partire da lui e per lui? Questa inferiorità e questa posizione ausiliare della donna nei confronti dell'uomo si estende, per Agostino, anche all'ordine della ragione: «Appartiene all'ordine della natura... che le donne siano sottomesse agli uomini e i bambini ai genitori».[456]

Se tra uomo e donna esiste un'«equivalenza» rispetto all'anima (che per entrambi deriva direttamente da Dio), esiste tuttavia una «subordinazione» della donna (in quanto essere sessuato,femina) rispetto all'uomo nei vari ambiti (familiare, sociale, culturale, religioso).

Tommaso, al seguito dell'aristotelismo, ha anch'egli una visione «androcentrica»: l'umanità esemplare si trova nell'uomo al quale la donna è sottoposta per natura, a causa sia della debolezza della sua costituzione fisica e sia della debolezza della sua ragione. Cosi «a causa della deficienza della loro ragione, non si accoglierà la testimonianza delle donne davanti ai tribunali, come non si accoglie quella dei bambini e dei pazzi».[457]

Queste citazioni, lungi dal ridicolizzare un dottore della Chiesa, ci aiutano tuttavia a definire meglio il trapasso epocale che stiamo vivendo, a superare i fattori che ancora ostacolano la partecipazione e la promozione della donna nella società e nella Chiesa, e ad aprirci senza troppe reticenze al riconoscimento di tutti quei ministeri e servizi necessari per l'evangelizzazione che oggi competono tanto agli uomini quanto alle donne.

 

IV. CONOSCI TE STESSA

 

Perché il discorso sulla ministerialità della donna nella Chiesa diventi reale ed efficace, soprattutto in vista dell'opera evangelizzatrice, è necessario interrogarsi più profondamente sul carattere specifico del carisma della donna; infatti: «Viene l'ora, l'ora è venuta, in cui la vocazione della donna si svolge con pienezza, l'ora nella quale la donna acquista nella società una influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto».[458]

Rileggendo, a venti anni di distanza, questo messaggio del concilio alle donne, possiamo trovarvi ancora con franchezza le strutture portanti del loro carisma e della loro particolare vocazione ministeriale nella Chiesa:

- Voi donne avete sempre la missione di salvare il focolare, l'amore delle fonti di vita, il senso delle culle. Voi siete presenti al mistero della vita che comincia. Voi siete consolatrici al momento della morte;

- Riconciliate gli uomini con la vita. Vegliate sull'avvenire della nostra specie. Trattenete la mano dell'uomo che, in un momento di follia, tentasse di distruggere la civiltà umana;

- Trasmettete ai vostri figli e alle vostre figlie le tradizioni dei vostri padri;

- Voi soprattutto, vergini consacrate, in un mondo dove l'egoismo e la ricerca del piacere vorrebbero imporre la loro legge, siate le guardiane della purezza, del disinteresse, della pietà;

- Donne nella prova, voi che siete in piedi sotto la croce, immagini viventi di Maria, voi che così spesso nella storia avete dato agli uomini la forza di lottare fino alla fine, di testimoniare fino al martirio, aiutateli ancora una volta a conservare l'audacia delle grandi imprese, unitamente alla pazienza e al senso delle umili origini;

- Donne, voi che sapete rendere la verità dolce, tenera, accessibile, impegnatevi a far penetrare lo spirito di questo concilio nelle istituzioni, nelle scuole, nei focolari, nella vita quotidiana;

- Donne, spetta a voi di salvare la pace del mondo!

 

Sulla scia di questo messaggio è doveroso ricercare ulteriormente quelle che possono essere qualità umane specificamente femminili. Parafrasando il famoso detto di Socrate si può dire: «donna, conosci te stessa»:

- Costruttrici della vita, le donne conoscono le condizioni che da esse esige e sviluppa questa lenta germinazione delle persone, secondo la natura e secondo la grazia;

- Le donne sono capaci di donarsi senza riserve; questa loro dedizione è spesso più intuitiva di quella degli uomini e capace di meglio cogliere le aspirazioni e gli affanni, anche inespressi, dell'umanità; di sentire quali risposte è opportuno dare;

- L'uomo è più un essere di idee; la donna più un essere di azione;

- Nella sua azione la donna esercita più facilmente che l'uomo una continuità, una fedeltà, una lunga pazienza verso la vita: qualità necessarie ai compiti di educazione naturale e soprannaturale;

- Santuario in cui germina ogni persona vivente, la donna ha della persona individuale e dei suoi caratteri un senso più acuto e un rispetto più profondo; essa ne discerne meglio i caratteri. E, più facilmente di altri, è incline a far fiorire i germi di bene che ogni anima in ricerca nasconde;

- Nel multiforme servizio ministeriale, essa dimostra una particolare capacità per annodare i contatti in una simpatia delicata, per radicare a lungo i convincimenti della fede, per costruire in cento modi la famiglia dei figli di Dio;

- Le donne rivelano una grande capacità di adattamento personale, che permette loro, anche in situazioni difficili, di assicurare la sopravvivenza, e spesso il progresso dell'evangelizzazione.[459]

Ci si rende conto a questo punto che, prima ancora di parlare di ciò che la donna può fare, si deve prendere coscienza di ciò che la donna «è» nel progetto di Dio (rivelazione biblica) e nell'attuale riflessione ecclesiale. Allo stato presente delle cose appare evidente che molti e decisi sforzi devono essere ancora promossi in seno al popolo di Dio per rinnovare l'intera concezione che si ha della persona e della missione della donna nella Chiesa e nella società, come pure per riconciliare, nel reciproco rispetto, in tutte le manifestazioni e in tutti gli incontri, uomini e donne, così da instaurare nuovi rapporti che si ispirino alla verità, all'uguaglianza, alla giustizia, alI'amore e alla pace.

Tutta la comunità ecclesiale deve impegnarsi a ridare alla donna la pienezza di dignità che le era stata conferita inizialmente dal Creatore e che il peccato e multiformi vicende storiche sono venute in gran parte offuscando.[460] In particolare, accogliendo le Propositiones del Sinodo 1987, ci sarebbero da attuare alcune richieste concrete:

* evitare, nel linguaggio comune, le parole che discriminano immeritatamente le donne;

* recuperare, per mezzo dell'effettivo rispetto dei diritti della persona umana e attraverso le pratiche della dottrina della Chiesa, la dignità della donna, gravemente ferita nella opinione pubblica;

* renderle partecipi della vita della Chiesa senza alcuna discriminazione, anche nella raccolta dei consigli e nelle decisioni;

* associarle non solo nel prestare servizi, ma anche alla preparazione dei documenti pastorali e iniziative missionarie riconoscendo la loro effettiva cooperazione nella missione della Chiesa;

* recuperare la stima della verginità e il rispetto della maternità;[461]

 

Questo lento e paziente cammino deve vedere impegnate in primo piano le stesse donne che, coscienti delle proprie qualità personali, si rendono disponibili ad assumere quegli impegni di ministerialità che ad esse spettano per diritto e dovere battesimale.

 

V. MINISTERIALITA' MISSIONARIA DELLA DONNA OGGI

 

Nella esortazione apostolica Christifdeles laici, Giovanni Paolo II afferma che «ai nostri tempi; nella rinnovata effusione dello Spirito pentecostale avvenuta con il concilio Vaticano II, la Chiesa ha maturato una più viva coscienza della sua natura missionaria e ha riascoltato la voce del suo Signore che la manda nel mondo come sacramento universale di salvezza».[462]

Dinanzi al nostro sguardo sta dunque l'immensa vigna del Signore e la moltitudine di persone, uomini e donne, che da lui sono chiamate e mandate perché in essa abbiano a lavorare. E' lo Spirito che continua a ringiovanire la Chiesa, suscitando sempre nuove energie di santità e di partecipazione di tanti fedeli. Tra queste energie nuove va certamente annoverata «la partecipazione più ampia e significativa delle donne nella vita della Chiesa e nello sviluppo della società».[463]

Dobbiamo allora chiederci: quale missione, quale responsabilità hanno oggi le donne nella comunione e nella missione della Chiesa, dal momento che «non è lecito a nessuno rimanere in ozio»?[464] Si tratta di individuare gli spazi concreti di ministerialità e di missione che oggi la donna ha e può avere nella Chiesa.

Seguendo l'impianto teologico già espresso nella costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa, anche il nuovo Codice di diritto canonico, come abbiamo già visto più avanti, parla dei fedeli laici e della loro uguaglianza nella dignità e nell'agire, comune tanto all'uomo quanto alla donna, fondata sulla vocazione battesimale.[465]

Tra gli obblighi e diritti comuni a tutti i fedeli, il codice enumera: la santificazione, l'evangelizzazione, l'esercizio di uffici ecclesiastici, essere consiglieri, ricevere la necessaria istruzione, insegnare.[466]

Il codice prevede per i laici, uomini e donne, anche la partecipazione a uffici liturgici, sia pure a certe condizioni: lettore temporaneo, commentatore e cantore, presiedere alle preghiere liturgiche, amministrare il battesimo, distribuire la santa comunione, assistere ai matrimoni.[467]

Sempre nell'ambito della liturgia, i nuovi rituali prevedono per le donne alcuni uffici liturgici, alcuni dei quali comportano una vera e propria presidenza liturgica da esercitare «in nomine ecclesiae». Oltre agli uffici indicati dal CIC can. 230, elenchiamo semplicemente questi altri spazi di presidenza liturgica: presiedere le celebrazioni domenicali in assenza di presbitero, assistere al rito del matrimonio (CIC can. 1112), celebrare le esequie senza la Messa (Ordo exsequiarum 19), portare il Viatico ai moribondi (Ordo unxionis infirmorum 29).[468]

Ovviamente il compito dell'evangelizzazione esige e richiede la presenza coordinata dei fedeli laici, uomini e donne, perché sia resa più completa, armonica e ricca la loro partecipazione alla missione salvifica della Chiesa. Anzi, di fronte all'urgenza di una nuova evangelizzazione e di una maggiore umanizzazione delle relazioni sociali, proprio la dignità personale e la vocazione missionaria della donna devono essere recuperate!

 

1. Attività della donna nell'evangelizzazione

Un passo saliente di Christifideles laici dice: «Circa poi la partecipazione alla missione apostolica della Chiesa, non c'è dubbio che, in forza del battesimo e della cresima, la donna - come l'uomo - è resa partecipe del triplice ufficio di Gesù Cristo sacerdote-profeta-re, e quindi è abilitata e impegnata all'apostolato fondamentale della Chiesa: l'evangelizzazione».[469]

E aggiunge: «E' del tutto necessario passare dal riconoscimento teorico della presenza attiva e responsabile della donna nella Chiesa alla realizzazione pratica». Si tratta quindi di conoscere e di attuare con maggiore tempestività e risoluzione tutte le disposizioni sulla partecipazione della donna alla vita e alla missione della Chiesa.[470]

Nell'ambito dell'evangelizzazione, ben oltre le occupazioni tradizionali (ospedali, scuole, assistenza sociale, ecc.),[471] la donna può dedicarsi all'evangelizzazione diretta e al ministero propriamente detto, nei seguenti ambiti.

Un primo gruppo di occupazioni in cui si possono dispiegare le qualità femminili, ad esempio nella parrocchia, può essere approssimativamente chiamato «amministrativo»: pianificazione della vita parrocchiale mediante il loro senso delle realtà concrete, della loro applicazione metodica e perseverante, della loro creatività pratica. Potranno dare un particolare apporto per quanto riguarda la formazione apostolica dell'elemento familiare mediante l'esercizio dei loro doni di amicizia e di senso materno.

Un secondo gruppo di attività missionaria femminile è quello direttamente «pastorale»: scuole di catechismo, gruppi di dialogo anche con la fascia dei non praticanti o dei non credenti, gruppi di spiritualità e di riflessione biblica. Possono avere un ruolo specifico nella preparazione ai sacramenti, si tratti dei sacramenti dell'iniziazione cristiana (battesimo, confermazione, eucaristia), come della penitenza, del matrimonio, dell'unzione dei malati. E' anzi auspicabile che i sacerdoti, in genere oberati di lavoro nell'ambito loro proprio della «preghiera e del ministero della parola» (At 6,4), trovino nelle donne delle preziose collaboratrici riconoscendo a esse la responsabilità e la responsabile autonomia che le loro qualifiche personali meritano.

Christifideles laici va ancora oltre e, facendo proprie le proposte del sinodo 1987, prevede «la partecipazione delle donne ai consigli pastorali diocesani e parrocchiali, come pure ai sinodi diocesani e ai concili particolari... Le donne, le quali hanno già una grande importanza nella trasmissione della fede e nel prestare servizi di ogni genere nella vita della Chiesa, devono essere associate alla preparazione dei documenti pastorali e delle iniziative missionarie e devono essere riconosciute come cooperatrici della missione della Chiesa nella famiglia, nella professione e nella comunità civile».[472]

E ancora: «Nell'ambito più specifico dell'evangelizzazione e della catechesi è da promuovere con più forza il compito particolare che la donna ha nella trasmissione della fede, non solo nella famiglia ma anche nei più diversi luoghi educativi e, in termini più ampi, in tutto ciò che riguarda l'accoglienza della parola di Dio, la sua comprensione e la sua comunicazione, anche mediante lo studio, la ricerca e la docenza teologica».[473]

La missione evangelizzatrice della donna nella Chiesa e nel mondo si estende anche ad «assicurare la dimensione morale della cultura, la dimensione cioè di una cultura degna dell'uomo, della sua vita personale e sociale».[474]

Quanto grandi infine sono le possibilità e le responsabilità della donna nel campo dei fondamentali valori della vita in un tempo nel quale si fa sempre più forte il rischio di «disumanizzare» la vita umana, soprattutto quando essa esigerebbe amore più intenso e più generosa accoglienza, dalla nascita fino alla morte naturale.

Così pure sarebbe auspicabile una maggiore presenza della donna, in quanto educatrice, anche nei seminari, soprattutto in quelli minori, quando la maturazione affettiva dei ragazzi ha bisogno della presenza materna che solo una donna può dare.[475]

 

2. Evangelizzatrici della fede nella famiglia

La famiglia è una «Chiesa domestica»,[476] in cui i genitori con la parola e con l'esempio sono i primi annunciatori della fede per i loro figli. Oggi questo compito dei genitori cristiani è più difficile, perché esige forza di fede e espressione personale di essa, più di quanto fosse prima necessario entro un contesto di cristianità. Tuttavia, spesso oggi è solo la madre ad assumersi la responsabilità per l'educazione religiosa dei figli, per un'impronta religiosa della vita familiare e per il rapporto della famiglia con la Chiesa. In questa situazione le donne hanno più che mai bisogno di essere comprese, incoraggiate, consigliate e riconosciute da parte della Chiesa, specialmente all'interno della propria comunità.[477]

Essendo venuta per tutta la Chiesa l'ora di intraprendere una nuova evangelizzazione, le è richiesto di fare un grande passo in avanti per entrare in una nuova tappa storica del suo dinamismo missionario. E proprio dinanzi all'urgenza e vastità di una «nuova evangelizzazione» è necessario che la Chiesa riconosca tutti i doni delle donne perché possano sentirsi ed essere impegnate come protagoniste in prima linea e così la sua missione risulti più efficace.[478]

Si tratta dunque di riconoscere, di promuovere, di attuare con maggiore tempestività e risoluzione l'attiva partecipazione delle donne alla missione evangelizzatrice e alla vita della comunità cristiana.

Con Christifideles laici si può dire che «La partecipazione della donna alla vita della Chiesa e della società, mediante i suoi doni, costituisce insieme la strada necessaria per la sua realizzazione personale - sulla quale oggi giustamente si insiste - e il contributo originale della donna all'arricchimento della comunione ecclesiale e al dinamismo apostolico del popolo di Dio».[479]

Pertanto: «E' da urgere pastoralmente la presenza coordinata degli uomini e delle donne perché sia resa più completa, armonica e ricca la partecipazione dei fedeli laici alla missione salvifica della Chiesa».[480]

Redemptoris missio è piuttosto sobria da questo punto di vista; parlando della ministerialità missionaria dei fedeli laici in forza del loro battesimo non fa distinzione fra uomini e donne: si limita a ricordarli congiuntamente dicendo che che «nei tempi moderni non è mancata la partecipazione attiva di missionari laici e missionarie laiche [...] Bisogna anzi riconoscere - ed è un titolo di onore - che alcune chiese hanno avuto inizio grazie all'attività dei laici e delle laiche missionarie».[481]

Riserva invece «una speciale parola di apprezzamento per le religiose missionarie, nelle quali la verginità per il Regno si traduce in molteplici frutti di maternità secondo lo spirito»; auspica infine che «molte giovani donne cristiane sentano l'attrattiva di donarsi a Cristo con generosità, attingendo dalla loro consacrazione la forza e la gioia per testimoniarlo tra i popoli che lo ignorano».[482]

 

VI. IL SACERDOZIO ALLE DONNE?

 

La riflessione sul ruolo ministeriale della donna nell'evangelizzazione non può disinteressarsi di un problema che oggi è molto dibattuto. Dinanzi agli enormi spazi di evangelizzazione e alla scarsa presenza di sacerdoti ci si chiede: non potrebbe anche la Chiesa cattolica, come già hanno fatto altre chiese cristiane, ammettere le donne al sacerdozio ministeriale e avere così un numero maggiore di «ministri ordinati» al servizio della missione universale?

Questa urgenza immediata si colloca poi in una riflessione più ampia che ai nostri giorni trova vasta eco.

Enumerando le forme di discriminazione relative ai diritti fondamentali della persona, le quali debbono essere superate ed eliminate come contrarie al disegno di Dio, la costituzione pastorale Gaudium et spes indica in primo luogo quella che è fondata sul sesso.[483] L'uguaglianza che ne risulterà deve condurre alla costruzione di un mondo non già livellato e uniforme, ma armonioso e unificato, se gli uomini e le donne vi apporteranno le ricchezze e i dinamismi loro propri.

Nella vita stessa della Chiesa vi sono state donne che hanno esercitato un ruolo decisivo e svolto compiti di valore considerevole. Basti pensare alle fondatrici delle grandi famiglie religiose, come Chiara d'Assisi e santa Teresa d'Avila. Quest'ultima, d'altra parte, e santa Caterina da Siena hanno lasciato scritti così ricchi di dottrina spirituale, che il papa Paolo VI le ha annoverate tra i dottori della Chiesa.

Rispetto al passato, inoltre, il nostro tempo presenta esigenze maggiori come ben ha detto il concilio: «Poiché ai nostri giorni le donne prendono parte sempre più attiva in tutta la vita sociale, è di grande importanza una loro più larga partecipazione anche nei campi dell'apostolato della Chiesa».[484]

Questa consegna del concilio ha già determinato un movimento di evoluzione tanto che alcune donne sono chiamate a prendere parte alle istanze di riflessione pastorale sia a livello delle diocesi che su scala parrocchiale.[485]

La stessa sede apostolica ha ammesso delle donne a far parte di alcuni suoi organismi di lavoro dopo che già le aveva chiamate, prima volta nella storia, a partecipare come «osservatori» ad un concilio ecumenico.

Queste istanze all'interno della Chiesa cattolica e un vasto movimento di opinione a livello ecumenico presso alcune chiese cristiane hanno sollecitato una domanda: se si riconosce l'importanza di una più larga partecipazione della donna anche nei campi dell'apostolato della Chiesa, perché non si prevede la sua arnmissione al sacerdozio ministeriale?

 

1. Alcuni recenti avvenimenti

Il problema si è fatto più urgente quando, nel 1958, la Chiesa luterana di Svezia ammise alcune donne all'ufficio di pastore, allo stesso titolo degli uomini. La loro iniziativa fu seguita da altre comunità con più gravi conseguenze come quando, nel 1971 e nel 1973 il vescovo anglicano di Hong Kong procedette all'ordinazione sacerdotale di tre donne. La Chiesa anglicana, infatti, vanta il diritto della successione apostolica dell'ordine e tramite l'arcivescovo di Canterbury faceva sapere a Paolo VI che «non esistono obiezioni fondamentali, sul piano dei principi, all'ordinazione sacerdotale delle donne».[486] La stessa Chiesa anglicana, nella Conferenza di Lambeth (agosto 1988), ha deciso ufficialmente che si possono «ordinare» anche le donne al sacerdozio ministeriale. Non solo: nel settembre 1988 a Boston è stata eletta la prima donna vescovo nella Chiesa episcopaliana (gli anglicani d'America).[487]

Anche alcuni teologi cattolici, a suo tempo, presero arditamente posizione, stimando che non vi sarebbe «alcuna obiezione teologica fondamentale all'eventualità di donne sacerdoti».[488]

A questo punto era necessario che il magistero intervenisse in una questione posta in modo così vivo nella Chiesa cattolica e che aveva gravi incidenze dal punto di vista ecumenico; non si doveva dare l'impressione di incoraggiare, fosse anche con il silenzio, speranze e attese impossibili.

Paolo VI incaricò la Congregazione per la dottrina della fede di esaminare l'intera questione e di spiegare perché la Chiesa cattolica, per fedeltà all'esempio del suo Signore, non si considera autorizzata ad ammettere le donne all'ordinazione sacerdotale.

Nel 1976 la stessa Congregazione emanava la dichiarazione Inter insigniores[489] nella quale si espone la posizione della Chiesa cattolica su questa materia; essa sostiene che: non è ammissibile ordinare sacerdoti delle donne, né si sente autorizzata a cambiare tale prassi, per ragioni veramente fondamentali.

 

2. Perché no?

La Chiesa cattolica ha sempre ritenuto che le donne non possano ricevere validamente l'ordinazione sacerdotale per i seguenti motivi:

Il fatto della tradizione. La tradizione della Chiesa in questa materia è stata sempre stabile e pacifica tanto che il magistero non ha mai avvertito il bisogno di intervenire per affermare un principio che non incontrava opposizione, salvo sporadiche eccezioni di sètte ereticali.[490] Da sempre, quindi, chiamando unicamente uomini all'ordine sacro e al ministero propriamente sacerdotale, la Chiesa ha inteso restare fedele al tipo di ministero ordinato voluto dal Signore Gesù e scrupolosamente conservato dagli apostoli. La stessa tradizione è stata fedelmente salvaguardata anche dalle chiese d'oriente.

L'atteggiamento di Gesù. Gesù Cristo non ha chiamato alcuna donna a far parte dei Dodici. Questo solo per motivi «culturali» che oggi sarebbero cambiati? Sembra di no dal momento che egli ha saputo rompere con coraggio, là dove voleva, certe tradizioni del suo ambiente. Così, con grande stupore dei suoi discepoli, conversa pubblicamente con una donna samaritana (Gv 4,27); non tiene alcun conto dello stato di impurità legale dell'emorroissa (Mt 9,20-22); lascia che una peccatrice lo avvicini presso Simone, il fariseo (Lc 7,37); e, perdonando la donna adultera, si preoccupa di mostrare che non si deve essere più severi verso la colpa di una donna, che verso quella degli uomini (Gv 8,11). Egli non esita a prendere le distanze rispetto alla legge di Mosè, per affermare le uguaglianze dei diritti e dei doveri dell'uomo e della donna di fronte al vincolo del matrimonio (Mc 10,2-11; Mt 19,3-9). Accetta di farsi accompagnare da alcune donne durante il suo ministero pubblico (Lc 8,2-3) ed è ancora alle donne che affida l'incarico di recare il primo messaggio pasquale agli stessi apostoli (Mt 28,7-10).

Tuttavia Gesù non ha affidato alle donne il ministero specifico riservato ai Dodici. La stessa madre, così strettamente associata al mistero del suo divin Figlio, non è stata investita del ministero apostolico, come scrive agli inizi del XIII secolo papa Innocenzo III: «Benché la beata Vergine Maria superasse in dignità ed eccellenza tutti gli Apostoli, tuttavia non è a lei, ma a costoro che il Signore affidò le chiavi del regno dei cieli».[491]

La prassi degli apostoli. La comunità apostolica è rimasta fedele all'atteggiamento di Gesù. Pur considerando il posto privilegiato di Maria tra i discepoli nel cenacolo (At 1,14), non è lei che viene designata per entrare nel collegio dei Dodici al posto di Giuda, ma Mattia.

Né si dica, anche per gli apostoli, come per Gesù, che questa limitazione è dovuta a motivi «culturali» legati alla tradizione giudaica. Anche in ambiente greco-romano, infatti, dove pure esistevano culti di divinità pagane affidati a sacerdotesse, essi hanno mantenuto con fedeltà la tradizione ricevuta dal Maestro; hanno chiamato le donne come collaboratrici nell'evangelizzazione (si veda per esempio Priscilla in At 18,26 o Febe in Rm 16,1), senza per questo porre in alcun momento la questione di conferire l'ordinazione a queste donne.

Valore permanente di questa tradizione. Da un tale atteggiamento di Gesù e degli apostoli, considerato come normativo da tutta la tradizione fino ai nostri giorni, potrebbe oggi la Chiesa allontanarsi?

Va ripetuto che tale posizione non si basa su questioni «culturali» come se tale rifiuto fosse basato solo su prevenzioni sociologiche oggi non più valide. La Chiesa ha chiara coscienza di «non aver alcun potere sulla sostanza dei sacramenti, vale a dire su tutto ciò che il Cristo Signore, secondo la testimonianza delle fonti della rivelazione, ha voluto che si mantenga nel segno sacramentale».[492]

In virtù della promessa del Signore e della presenza dello Spirito Santo, la Chiesa ancora oggi ripete, tramite la voce del suo magistero, che non è ammissibile ordinare sacerdoti delle donne, e ciò per ragioni veramente fondamentali. Il suo atteggiamento non è ispirato all'arcaismo, ma alla fedeltà; essa si preoccupa non tanto di essere «moderna», ma piuttosto di proclamare il mistero di Cristo, di salvaguardarne e di manifestarne la ricchezza nella sua integrità.

Il fatto di conferire l'ordinazione sacerdotale soltanto a uomini è dunque per la Chiesa una norma che si appoggia sull'esempio di Gesù, è una tradizione continua nel tempo, universale in oriente e in occidente, considerata come unica conforme al disegno di Dio per la sua Chiesa.

Né vale la ragione di proporre l'accesso delle donne al sacerdozio in virtù dell'uguaglianza dei diritti della persona umana, uguaglianza che vale pure per i cristiani. Non è infatti nella natura del sacerdozio ministeriale il considerarlo come un «diritto»: il sacerdozio non è conferito per l'onore o il vantaggio di colui che lo riceve, ma come un servizio di Dio e della Chiesa; esso è oggetto di una vocazione specifica, totalmente gratuita: «Non siete voi che avete scelto me; sono io che vi ho scelti e costituiti...» (Gv 15,16). Il sacerdozio, quindi non fa parte dei diritti della persona, ma dipende dall'economia del mistero di Cristo e della Chiesa. La funzione del sacerdote non può essere ambita come termine di una promozione sociale o come segno di egualitarismo tra uomo e donna. L'uguaglianza non è affatto identità, essendo la Chiesa un corpo differenziato nel quale ciascuno ha una sua funzione con compiti distinti e non confusi; non deve esistere concorrenza o gelosia di carismi. Il solo carisma superiore che può e deve essere desiderato è la carità (1 Cor 12-13). Pertanto i più grandi nel regno dei Cieli non sono i ministri, ma i santi.

Nell'esortazione apostolica Mulieris dignitatem Giovanni Paolo II affronta con discrezione, ma con incisività, anche questo problema e dice: «Chiamando solo uomini come suoi apostoli, Cristo ha agito in un modo del tutto libero e sovrano... egli infatti non guarda in faccia ad alcuno (cf. Mt 22,16)... Essi soli ricevono il mandato sacramentale: Fate questo in memoria di me" (Lc 22,19; 1 Cor 11,24)... Essi ricevono lo Spirito Santo per perdonare i peccati (cf. Gv 20,23)... Nell'eucaristia si esprime in modo sacramentale l'atto redentore di Cristo sposo nei riguardi della Chiesa sposa. Ciò diventa trasparente e univoco, quando il servizio sacramentale dell'eucaristia, in cui il sacerdote agisce "in persona Christi", viene compiuto dall'uomo».[493].

Alla luce di queste considerazioni la Chiesa auspica che le donne cristiane prendano piena coscienza della grandezza della loro missione: grandezza non sminuita affatto dall'impossibilità di accedere al sacerdozio ministeriale. Dovranno piuttosto riscoprire il loro ruolo specifico e determinante sia per il rinnovamento e l'umanizzazione della società, sia per la riscoperta, tra i credenti, del vero volto della Chiesa.

Possano gli uomini e le donne, alla luce del ruolo eminente svolto da Maria, regina degli apostoli, comprendere quali possibilità l'attuale presa di coscienza delle donne offre alla Chiesa, se essa le sa utilizzare per l'evangelizzazione del mondo che si affaccia sul terzo millennio.

 

VII. UN DIACONATO PER LE DONNE?

 

La dichiarazione Inter insigniores della Congregazione per la dottrina della fede[494] mentre è esplicita nel vietare alle donne l'accesso al sacerdozio ministeriale, non parla e non prende posizione circa un loro accesso al diaconato. Ciò significa che questo sarebbe possibile e conveniente?

Sulla «possibilità», forse, ci sarebbero alcune vie ancora da verificare tenuto anche conto sia della posizione di alcuni episcopati cattolici,[495] sia della tradizione dell'oriente bizantino.[496]

Circa l'opportunità ci sarebbe da riflettere sul possibile rischio di una «clericalizzazione» della donna nella Chiesa e sull'altro rischio di collocarla, ancora una volta, all'ultimo posto tra un clero maschile.[497]

Di queste difficoltà e pericoli, tutt'altro che ipotetici, si è fatto interprete lo stesso Giovanni Paolo II quando, ricordando il dibattito sinodale, in Christifdeles laici mette in guardia contro «la tentazione di riservare un interesse cosi forte ai servizi e ai compiti ecclesiali, da giungere spesso a un pratico disimpegno nelle loro specifiche responsabilità nel mondo professionale, sociale,.economico, culturale e politico».[498]

Non meno equivoca è l'impostazione di coloro che, alla ricerca dell'uguaglianza tra uomo e donna nelle responsabilità pastorali, usassero come cavallo di battaglia il problema dell'ordinazione delle donne. Oppure si caldeggiasse un certo «matriarcato» come reazione a una presunta situazione «patriarcale».


CAPITOLO V

 

IL DISCERNIMENTO E LA FORMAZIONE DEI MINISTRI LAICI

 

L'annuncio del Vangelo è il servizio essenziale di tutta la Chiesa, ed è perciò affidato sia ai ministri ordinati (vescovi, presbiteri, diaconi), sia a tutti i fedeli laici in forza del loro battesimo.

Tutti i battezzati, pertanto, partecipano a titolo diverso di tale ministerialità prima e fondamentale della Chiesa, qual è l'evangelizzazione, e ogni membro della Chiesa svolge in essa il suo doveroso ufficio a servizio della salvezza del mondo, secondo la grazia dello Spirito Santo, che a ciascuno distribuisce i suoi doni come a lui piace (1 Cor 12,11).[499]

Stabilito il principio che configura la comunione ecclesiale come una comunione «organica», caratterizzata dalla compresenza della «diversità» e della «complementarietà» delle vocazioni, dei ministeri, dei carismi e delle responsabilità,[500] restano altre questioni che interessano un corretto esercizio della ministerialità, sia gerarchica che carismatica, nel contesto della missione della Chiesa locale: intendiamo dunque occuparci del discernimento e della formazione dei ministri laici.

 

I  IL DISCERNIMENTO

 

Lumen gentium dice che i pastori sanno benissimo di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutto il peso della missione salvifica della Chiesa verso il mondo, ma che il loro eccelso ufficio è di pascere i fedeli e di «riconoscere i loro ministeri e carismi, in modo che tutti concordemente cooperino, nella loro misura, al bene comune».[501]

Nella prospettiva della comunione e della missione della Chiesa, si comprende la necessità di criteri chiari e precisi di «discernimento» e di «riconoscimento» dei ministeri. Per il discernimento dei ministeri apostolici, si possono seguire gli stessi criteri enunciati da Ad gentes  quando parla della vocazione missionaria (Cap. IV, nn.23-27)[502]

Soprannaturalità di origine: il ministero nasce da una vocazione che è dono e grazia dello Spirito Santo, il quale chiama qualcuno tra i fedeli a offrire la propria fatica per la Chiesa (cf. Fil 4,3; Rm 10,6.12) Ogni ministero è suscitato nell'ambito stesso della Chiesa da una vocazione divina,[503] da una vocazione alla santità;[504] la vocazione missionaria, anche dei laici, è da considerare come una vocazione speciale dal momento che essi si assumono come dovere specifico il compito della evangelizzazione che riguarda tutta quanta la Chiesa (AG 23).

Ecclesialità di fine e di contenuto: nella sua essenza e nella sua destinazione ogni ministero deve tendere all'evangelizzazione e alla santificazione degli uomini[505] e alla edificazione della comunità cristiana cooperando al suo costitutivo lavoro di fondazione, crescita e missione.[506]

Stabilità di prestazione: il ministero non è un servizio temporaneo e transeunte; esige una certa stabilità, almeno l'impegno di qualche anno, se non la donazione di tutta la vita.

Pubblicità di riconoscimento: sorgendo dal seno della comunità e operando per il bene della comunità, il ministero deve avere l'approvazione dei pastori[507] e della comunità mediante un pubblico riconoscimento di coloro che possono esercitarlo con frutto e dopo un'adeguata preparazione specifica.

Consapevolezza: i ministeri sono una grazia che viene conferita a coloro che sono chiamati a compiere fedelmente un determinato servizio. Esigono consapevolezza in chi li assume: l'intenzione sincera di servire la missione redentrice di Cristo e della Chiesa, nel mondo e con il mondo, per la salvezza degli uomini e la gloria di Dio (AA 3); maturano e si nutrono mediante un costante sforzo ascetico, perché all'ufficio e alla grazia ricevuti deve corrispondere una coerente testimonianza di vita: «conoscere quel che si fa, imitare ciò che si tratta». Sono inoltre conferiti come compito e missione da espletare realmente all'interno delle comunità ecclesiali. In nessun modo debbono essere sminuiti o come attribuzioni onorifiche, o come momenti episodici nella vita di un cristiano, o come prestazioni giustificate unicamente da necessità organizzative.

Competenza e attitudine: fa parte della vocazione «speciale» del missionario l'essere forniti di «naturale attitudine, e capaci per qualità ed ingegno» (AG 23); si richiede salute sufficiente, maturità di carattere, fermezza e costanza, apertura agli altri, flessibile disponibilità al lavoro, spirito di iniziativa e di collaborazione; è evidente anche una preparazione professionale teorica e pratica, collaudata al contatto con la vita

Solo così la vita di comunione ecclesiale diventa un segno per il mondo e una forza attrattiva che conduce a credere in Cristo (cf. Gv 17,21). In tal modo la comunione si apre alla missione, si fa essa stessa missione.[508]

 

II. LA FORMAZIONE.

 

L'opera di discernimento della vocazione e della identità dei ministri laici per la missione deve essere strettamente collegata con un impegno serio e concreto di formazione allo scopo di avere persone mature, responsabili, competenti, capaci di amare confermare incoraggiare motivare i propri fratelli; capaci di sviluppare la responsabilità della comunità che essi servono, sia in campo religioso che in quello della promozione umana. Questo impegno deve precedere e accompagnare il servizio missionario dei ministri laici nella comunità.[509]

Secondo Apostolicam actuositatem, che dedica il cap. VI a «la formazione all'apostolato», la formazione apostolica deve essere multiforme e integrale, specifica e particolare (AA 28); «La formazione all'apostolato suppone una formazione umana integrale adatta all'indole e alle condizioni di ciascuno» (AA 29). In altre parole: una formazione globale, unitaria, organica che, prima ancora di «insegnare», si sforza di «formare» dei cristiani membri attivi della Chiesa e pienamente inseriti nella comunità-cultura cui annunciano il Vangelo.

Anche Ad gentes, parlando del dovere missionario dei laici, dice che per assolvere i vari ministeri apostolici hanno bisogno di una indispensabile preparazione tecnica e spirituale, da impartire loro in Istituti specializzati, affinché la loro vita costituisca tra i non cristiani una testimonianza a Cristo, secondo l'espressione dell'apostolo in 1 Cor 10,32-33 (AG 41).

La Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli è intervenuta a più riprese su questa esigenza.[510] Una lettura più ampia, ma pur sempre utile per il nostro discorso, è anche quella offerta dal Pontificio consiglio per i laici.[511] Recentemente, infine, i documenti del Sinodo dei Vescovi 1987 su «vocazione e missione dei laici».[512]

Da una lettura comparata dei vari documenti riguardanti la formazione dei laici all'apostolato, e a quello missionario in specie, si possono dedurre alcuni criteri ispiratori per tale formazione:

1. Formazione alla maturità umana e cristiana.

Riguarda l'essere stesso del ministro laico, la sua maturità come persona e come credente, la sua esperienza in umanità e in vita cristiana, la sua capacità di comunicare e testimoniare il messaggio cristiano aiutando altri a porre le basi per una crescita integrale nella fede.[513] Una tale formazione esige una pratica delle virtù teologali, la frequenza ai sacramenti, la vita liturgica, lo spirito di preghiera e di contemplazione, lo spirito di sacrificio. Si concretizzerà poi in capacità di saggezza e di equilibrio, di dialogo, di iniziativa, di collaborazione; capacità di leggere evangelicamente i «segni dei tempi», di integrare fede e vita, di partecipare intensamente alla vita sacramentale; operatore di riconciliazione e di pace; portatore di una profonda identità cristiana ed ecclesiale. Un servitore fedele della parola di Dio che è per l'uomo, testimone coerente di salvezza nella realtà quotidiana, insegnante ed educatore nella fede. «Oltre a conoscere adeguatamente il messaggio che espone, egli ne è segno visibile, mediante la sua vita, testimone e partecipe di un mistero. Quanti lo ascoltano, devono poter avvertire che, in certo modo, i suoi occhi hanno visto e le sue mani hanno toccato (cf 1 Gv 1,1); dalla sua stessa esperienza religiosa devono ricevere luce e certezza».[514]

2. Apertura ecclesiale e universale.

«L'evangelizzazione non è mai per nessuno un atto individuale e isolato, ma profondamente ecclesiale» (EN 60). Facendo propria la missione evangelizzatrice della Chiesa, il ministro laico dovrà acquisire una chiara coscienza missionaria, maturare un ardente zelo apostolico senza frontiere, aperto e sensibile a tutti i problemi della Chiesa e del mondo, artefice di unità, attivo e responsabile nel cammino della propria comunità ecclesiale; dovrà sentirsi Chiesa e sentire con la Chiesa sviluppando una vita di comunione e di condivisione. La fedeltà al compito di educatore nella fede, che gli viene dalla Chiesa, si esprime anzitutto nella comunione e nella fedeltà al suo vivo magistero. «Educatore dei fratelli nella fede, egli è debitore verso tutti del vangelo che annuncia; della fede e testimonianza di tutti, egli si lascia a sua volta educare».[515] Egli è consapevole portavoce della Chiesa, dalla cui esperienza di fede gli viene sicurezza e dalla cui stima e preghiera è sostenuto

3. Formazione pedagogica e metodologica.

L'impegno missionario dei ministri laici esige da essi una chiara abilitazione alla comunicazione del messaggio cristiano, una evidente capacità a trasmettere il messaggio evangelico.[516] Sulle basi di una solida formazione teologica e antropologica, i ministri laici dell'evangelizzazione devono ugualmente avere una necessaria conoscenza dell'uomo e del mondo inserendosi nel processo di incarnazione mediante il quale la Chiesa continua ad attuare l'intervento salvifico di Dio in Cristo. Egli è chiamato ad essere «educatore dell'uomo e della vita dell'uomo nella fede» (CT 22). Questo significa farsi contemporanei ad ogni uomo, ricercando linguaggio e segni adeguati, rinnovando instancabilmente i metodi della testimonianza e dell'annuncio. Ciò esige la conoscenza dei diversi linguaggi della comunicazione e delle scienze umane, nel contesto della propria cultura.[517] Ai laici missionari il decreto Ad gentes richiede di possedere una sufficiente conoscenza della storia, delle strutture sociali, dei costumi, della mentalità, delle tradizioni morali e religiose del nuovo ambiente culturale (AG 26). E' loro necessaria una sufficiente conoscenza della lingua, per usarla con proprietà e speditezza (AG 26).  Richiede anche l'educazione all'analisi, alla verifica, alla progettazione e alla valutazione, nel rispetto dei propri limiti ed in collaborazione con la varietà degli altri carismi e ministeri che operano nell'edificazione della Chiesa particolare.[518]

4. Itinerari di formazione.

Per raggiungere le mete della formazione sopra indicate occorrono: educatori qualificati, centri di formazione, metodologie educative appropriate.

Responsabile primo della formazione dei ministri laici è il vescovo della Chiesa locale; spetta al vescovo, con l'aiuto di suoi collaboratori, presiedere alle tappe fondamentali del processo formativo: discernimento della vocazione, itinerario di formazione, associazione al proprio ministero profetico, missione.[519]

L'impegno di formazione deve essere permanente, sistematico, organico;[520] deve avvenire ordinariamente nella Chiesa locale, in un contesto di comunione e di dialogo con la comunità e con gli altri ministri che pure sono al sevizio dell'evangelo.

Le scuole di formazione rappresentano uno strumento insostituibile per offrire ai ministri laici una formazione umana, cristiana, ecclesiale, oltre alla specifica competenza nei vari ambiti dell'evangelizzazione. Una scuola che sa unire armonicamente conoscenza ed esperienza, fede e vita, liturgia ed apostolato, ascolto e dialogo.

5. Orientamenti e prospettive concrete di formazione.

Volendo concretamente tradurre alcuni di questi princìpi in proposte operative, nell'ambito della formazione sarà opportuno tener presenti sia gli aspetti positivi che quelli negativi inerenti al rapporto interpersonale all'interno della comunità evangelizzante.[521]

 

5.1. Aspetti positivi.

1. Liberare nei singoli ministri laici la loro personalità autentica, togliendo via eventuali maschere o travestimenti da «personaggio» che alterano la loro identità; siano stimati e rispettati per ciò che sono e non per ciò che hanno o fanno.

2. Aiutarli a ridurre in essi eventuali timidezze ed inibizioni, come pure all'opposto forme di protagonismo, che impediscono uno sviluppo armonico e integrale della loro personalità e l'attuazione delle loro possibilità operative.

3. Rispettare le legittime forme di creatività nell'ambito catechetico, liturgico e missionario (salvo evidenti capricciose stravaganze) capaci di produrre una liturgia più viva e autentica.

4. Favorire in essi la dinamica del provvisorio che prevede strumenti agili, proveri, senza troppa organizzazione burocratica.

5. Favorire quel contatto esistenziale col mondo mossi dalla tensione e dalla vivacità della loro fede; si creeranno così feconde e originali interazioni tra Chiesa e mondo capaci di produrre un impegno socio-politico in grado di rispondere pienamente alle sfide dell'umanità contemporanea; egli saprà lottare per la giustizia come parte essenziale dell'evangelizzazione.

6. Non spegnere mai, con maldestro paternalismo, lo spirito di sana critica e di correzione fraterna quando è espressione di carità sincera.

 

5.2. Aspetti negativi.

1. La correzione fraterna e la critica profetica non hanno invece nulla da condividere con certe forme di ipercriticismo sistematico, passionale e semplicistico [senza una sufficiente conoscenza dei fatti] verso tutti e verso tutto.

2. La chiusura narcisistica e l'autocompiacimento nel piccolo ghetto che ci si può creare attorno; dall'autorità pastorale si attende solo valutazione entusiasta e apprezzamento assoluto del proprio operato; sopravvaluta il proprio metodo di lavoro ed è eccessivamente attaccato al proprio stile ed impostazione di lavoro; ha uno stile di azione prevalentemente «dirigista» che non tollera consigli e concorrenze; ogni forma di correzione genera, in questi ministri, scoraggiamento oppure reazioni di sfiducia; difficilmente sanno cercare, apprezzare e sanno aprirsi ad altre esperienze positive che pure esistono all'intorno; il ministro «narcisista» non conosce il legittimo pluralismo, la tolleranza, la complementarietà e renderà difficile ogni lavoro di gruppo.

3. Lo spirito di «ghetto», che nasce nel ministro laico da una difettosa ecclesiologia, lo porterà ad occuparsi unicamente dei propri problemi a scapito di una apertura missionaria ai problemi più ampi del mondo e della Chiesa.

4. La confusione tra impegno cristiano e lotta politica ricorrendo a riduzionismi nella dottrina e nell'etica della Chiesa.

5. Un concetto troppo infantile di libertà, di semplicità, di spontaneità, generato il più delle volte da mancata preparazione o da pigrizia, potrà degenerare in improvvisazione, mancanza di serietà, disinteresse o scoraggiamento; una tale base insicura eviterà purtroppo le necessarie verifiche e valutazioni collegiali del lavoro svolto.

6. L'impazienza e l'incostanza, che vorrebbero frutti subito spettacolari e abbaglianti; se questi tardano a venire, si cade nella stanchezza, nello scoraggiamento, nella frustrazione e spesso nell'abbandono del proprio ministero.

 

5.3. Suggerimenti per la formazione dei ministri laici.

1. Dedicare molto tempo ad intraprendere e stabilire, tra pastori e ministri laici, relazioni sincere e cordiali, frutto di reciproco rispetto e amore, sbloccando eventuali pregiudizi, rifuggendo da atteggiamenti autoritari e giuridicisti.

2. Sia evitato ogni rapporto «noi e loro»; sia favorita e instaurata ogni forma di evangelica e fraterna correzione con serenità, semplicità e umiltà.

3. Si trovino le forme più adatte per un accompagnamento pedagogico e pastorale del ministro laico, soprattutto agli inizi del suo ministero; con lui si elaborino, si verifichino, si sperimentino le iniziative ministeriali quanto a metodo, stile, contenuti, obiettivi.

4. Si dia al ministro laico tutto il sostegno materiale, morale ed economico di cui ha bosogno nei limiti delle possibilità della parrocchia o della diocesi.

5. Si stia loro vicini nella soluzione serene degli inevitabili conflitti che sorgeranno nell'esercizio del ministero laicale.

6. Far loro presenti, con franchezza e semplicità, mai con sotterfugi o per interposta persona, eventuali perplessità o interrogativi sulle loro possibili ambiguità.

 

Concludendo questa sezione dedicata al discernimento e alla formazione dei ministri laici è opportuno ribadire che, per una crescita autentica di ministerialità missionaria laicale, occorre impegnare le nostre comunità ecclesiali in un progetto serio di formazione di questi ministri; solo così le nostre chiese locali potranno essere realmente evento di missione e di servizio all'Evangelo.

 Onestamente viene da chiedersi: se la Chiesa oggi richiede dai laici una presenza missionaria, particolarmente là dove sono necessarie la promozione dei valori etici, la difesa e il sostegno della vita e della dignità dell'uomo, la capacità di armonizzare Vangelo e cultura e di iscrivere la novità di Cristo e del cristianesimo nel tessuto dei rapporti umani,[522] contestualmente a tale richiesta è capace di offrire un ambiente di comunione e di corresponsabilità ecclesiale ed una formazione corrispondente?

La formazione è da considerare esigenza permanente di ogni vita cristiana e bisogno urgente del nostro tempo. Formazione agli autentici valori cristiani che si chiamano carità, speranza, fortezza, sapienza, serenità, pace, gaudio di chi vive nel Signore; formazione che comporta la messa in atto di itinerari personali e comunitari di fede più viva, coerenze morali più chiare e più credibili, virtù cristiane e atteggiamenti spirituali che questa nostra società sembra aver perso, ma per le quali conserva una sofferta nostalgia.[523]

 


 

CONCLUSIONE

 

Sono possibili, a questo punto, alcune conclusioni e alcuni suggerimenti.

1. Coloro che hanno il compito di discernere i vari ministeri e servizi sappiano individuare quelle grazie speciali che lo Spirito dispensa tra i fedeli di ogni ordine al fine di renderli adatti e pronti ad assumersi varie opere e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa.[524] A ciascuno infatti è data una manifestazione particolare dello Spirito per la utilità comune (1 Cor 12,7).

2. Questa nuova espressione della diaconia ecclesiale non vada assolutamente confusa con un maldestro tentativo di «clericalizzare» il laicato;[525] si tratta piuttosto di immettere nel circolo della Chiesa e del mondo la multiforme ricchezza che lo Spirito suscita nel nostro tempo per rispondere alle varie emergenze storiche e ambientali.

3. Dal momento che non tutti i carismi sono un ministero, mentre ogni ministero è un carisma che risponde a una particolare chiamata del Signore e si traduce in un servizio ai fratelli, è opportuno che chi esercita un ministero abbia un mandato da parte della Chiesa e una certa stabilità commisurata non solo alla disponibilità personale, ma anche ai bisogni di una determinata comunità.

4. Perché una comunità accolga i vari ministeri come un dono di Dio, si dovrà rifuggire da ogni atteggiamento di «delega» che consiste nello scaricare su di essi una responsabilità e un servizio che devono essere invece impegno comune di tutti e di ciascuno per la crescita vitale delle membra vive nel corpo di Cristo.

5. Perché possano maturare e crescere vocazioni ministeriali, si dovrà acquisire quella che più sopra abbiamo chiamato «ecclesiologia di comunione». Essa postula una Chiesa articolata e servita da ministeri; non condensati in pochi suoi membri, bensì distribuiti dallo Spirito con varietà e larghezza all'interno delle comunità; cosicché i diversi membri della Chiesa partecipano attivamente alla sua vita, e alla sua missione, nella ricchezza e diversità dei doni dello Spirito.

6. Poggiando non sul sacramento dell'ordine, ma sul sacerdozio battesimale, devono essere espressione della dignità sacerdotale-regale-profetica del popolo di Dio.

Dovranno apparire, pertanto, come autentica espressione di un servizio «laicale» senza immotivate riduzioni a semplici esecutori delle indicazioni dei presbiteri e dei diaconi, ma piuttosto:

- veri animatori di assemblee presiedute dal pastore d'anime,

- promotori della corresponsabilità nella Chiesa,

- evangelizzatori nelle varie situazioni ed emergenze di vita,

- interpreti della condizione umana nei suoi molteplici aspetti.

7. La maturità ecclesiale di una comunità si potrà misurare anche dallo spazio che saprà dare ai ministeri in maniera tale che «tutti, sia i ministri che i fedeli, compiendo il loro proprio ufficio, faranno tutto e solo ciò che è di loro competenza».[526]

Si dovrà in qualche modo attuare quanto, da fonti autorevoli, è stato annunziato: «Avverrà che l'area del libro, dell'altare, della Chiesa, sarà di fatto più condivisa e più compartecipata dai presbiteri e dai laici».[527]

8. L'opera di evangelizzazione universale esige che non venga assolutamente trascurato ogni tentativo che si sforza di ricercare modi sempre più adatti di annunciare e attuare efficacemente il Vangelo.

Già Paolo VI dava degli ottimi orientamenti circa questa valorizzazione e promozione dei ministeri laicali nell'ambito dell'attività evangelizzatrice della Chiesa, quando in Evangelii nuntiandi scriveva: «Noi incoraggiamo l'apertura che... la Chiesa sta oggi realizzando. Innanzitutto apertura alla riflessione, poi ai ministeri ecclesiastici capaci di ringiovanire e rafforzare il suo dinamismo evangelizzatore. Certamente, accanto ai ministeri ordinati... la Chiesa riconosce il ruolo dei ministeri non ordinati ma adatti ad assicurare speciali servizi della Chiesa stessa... senza nulla sacrificare dei valori antichi, occorre sapersi adattare alle esigenze e ai bisogni attuali ricercando con saggezza di valorizzare i ministeri di cui la Chiesa ha bisogno e che molti suoi membri saranno lieti di abbracciare per la maggiore vitalità della comunità ecclesiale... Tali ministeri sono preziosi per l'impianto, la vita e la crescita della Chiesa e per una capacità di irradiazione intorno a se stessa e verso coloro che sono lontani».[528]

Colma del conforto e del discernimento dello Spirito Santo, la Chiesa è chiamata oggi a crescere mediante la collaborazione organica e l'armonia operosa dei diversi ministeri che tendono tutti all'edificazione del corpo di Cristo, fintanto che non venga raggiunta la misura della sua età.[529]

 


 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

 

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INDICE GENERALE

 

SIGLE E ABBREVIAZIONI

INTRODUZIONE

1. Una nuova prospettiva

2. Un'opera di riflessione. e di ricognizione

3. Ministeri e missione

4. Ministeri e carismi.

4.1. I carismi.

4.2. I ministeri.

4.3. Carismi, ministeri, ministero.

5. Unità, diversità, reciprocità e complementarietà di ministeri

 

CAPITOLO I   IL MINISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA

I. IL MINISTERO Dl CRISTO

1. Cristo servo

2. Cristo pastore

3. Cristo sacerdote

II. IL MINISTERO DELLA CHIESA

1. Ruolo «pastorale» della Chiesa

2. Ruolo «sacerdotale» della Chiesa

3. Ruolo «ministeriale» della Chiesa

III. I FONDAMENTI ECCLESIOLOGICI DELLA MlNlSTERlALlTA' DELLA CHIESA

1. L'ecclesiologia di comunione

2. La sacramentalità della Chiesa

3. La complementarietà del sacerdozio comune e del sacerdozio ministeriale

IV. I MINISTERI NELLA STORIA DELLA CHIESA

1. L'epoca apostolica

2. L'epoca costantiniana e medioevale

3. La riforma protestante e l'epoca tridentina

V. I MINISTERI NEL VATICANO II

 

CAPITOLO II     MINISTERI E MISSIONE NELLA CHIESA OGGI

I. IL VOCABOLARIO MISSIONARIO.

1. A situazioni diverse, attività differenti.

2. La missio ad gentes.

2.1. L'evangelizzazione.

2.2. La formazione di Chiese locali.

2.3. Inculturazione del Vangelo e promozione dei valori del Regno.

3. Animare in senso missionario le Chiese locali.

4. La «nuova evangelizzazione».

4.1. Una evangelizzazione «nuova nel suo ardore».

4.2. Una evangelizzazione «nuova nei suoi metodi».

4.3. Una evangelizzazione «nuova nelle sue espressioni».

II. UNITA DI MISSIONE, DIVERSITA' DI MINISTERO

III. UNA COMUNITA' TUTTA MINISTERIALE

IV. IL MINISTERO ORDINATO

1. Il ministero del vescovo

2. Il ministero del presbitero

3. ll ministero del diacono

4. Con spirito di cooperazione

V. I MINISTERI ISTITUITI

1 L'istituzione

2. Il mandato della Chiesa

3. Parola, eucaristia, carità

4. Preparazione

5. Il ministero del lettore e dell'accolito.

5.1 Il lettore

5.2. L'accolito

5.3. Esercizio dei ministeri

 

CAPITOLO III    MINISTERIALITA' MISSIONARIA LAICALE

I. SOGGETTI ATTIVI DELLA MISSIONE DI SALVEZZA

II. CORRESPONSABILlTA' DEI LAICI NELLA MISSIONE

III. OBBLIGHI E DIRITTI DI TUTTI I FEDELI

IV. MINISTERIALITA' LITURGICA DEI FEDELI LAICI

1. Ministerialità liturgica nel nuovo codice

2. Ministerialità liturgica nei nuovi Rituali

V. MINISTERIALITA' REGALE DEI FEDELI LAICI

VI. MINISTERIALITA' PROFETICA DEI FEDELI LAICI

1. I responsabili e gli operatori dell'opera missionaria.

2. Il ministero del catechista

3. Ministerialità laicale nell'evangelizzazione

4. Vita morale e testimonianza missionaria.

5. L'animazione e la cooperazione missionaria.

6. Le comunità ecclesiali di base.

7. Il volontariato.

8. La famiglia.

9. I giovani.

 

CAPITOLO IV     MINISTERO E MISSIONE DELLA DONNA

I. LA RIFLESSIONE BIBLICA SULLA DONNA

1. La donna nell'antico oriente

2. La donna nell'AT

3. L'esempio di Gesù

4. L'esempio delle comunità primitive

5. Paolo: un misogino?

II. LE DONNE NELLA STORIA DELLA CHIESA

III. SUPERAMENTO Dl ALCUNE AMBIVALENZE

IV. CONOSCI TE STESSA

V. MINISTERIALITA' MISSIONARIA DELLA DONNA OGGI

1. Attività della donna nell'evangelizzazione

2. Evangelizzatrici della fede nella famiglia

VI. IL SACERDOZIO ALLE DONNE?

1. Alcuni recenti avvenimenti

2. Perché no?

VII. UN DIACONATO PER LE DONNE?

 

CAPITOLO V    IL DISCERNIMENTO E LA FORMAZIONE DEI MINISTRI  LAICI

I  IL DlSCERNIMENTO

II. LA FORMAZIONE.

1. Formazione alla maturità umana e cristiana.

2. Apertura ecclesiale e universale.

3. Formazione pedagogica e metodologica

4. Itinerari di formazione

5. Orientamenti e prospettive concrete di formazione.

5.1. Aspetti positivi.

5.2. Aspetti negativi.

5.3. Suggerimenti per la formazione dei ministri laici.

 

CONCLUSIONE

BIBLIOGRAFIA

 

 



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[2]) GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica post sinodale Christifideles laici su vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo [30.12.1988]: AAS 81 (1989) 393-521; EV 11/1606-1900 [si citerà ChL]

 

[3]) ChL 2.

 

[4]) Cf LG 4.

 

[5]) Già nel vocabolario paolino il termine oikodoméô-edificare diventa espressione tecnica per indicare la crescita della chiesa sotto la spinta promotrice dello Spirito (1 Cor 3,5-17). Tutto ciò che avviene nella comunità deve servire all'edificazione di essa (1 Cor 14,12.17.26; Rm 14,19; 15,2; 1 Ts 5,11; Ef 4,29). I carismi e ministeri vengono quindi giudicati secondo il contributo che essi portano all'edificazione della comunità (1 Cor 14,3-5; Ef 4,12); si veda come Paolo corregge ironicamente alcuni slogan contrari (1 Cor 8,2: la scienza gonfia, la carità edifica; 1 Cor 10,23: panta éxestin, tutto è permesso). Dio stesso edifica nell'unità e nella santità, con pietre viventi (1 Pt 2,5), il tempio del corpo di Cristo che è la comunità (cf Ef 4,12.16). Radicata e fondata in Cristo (Col 2,7), la comunità viene tenuta insieme con la collaborazione di tutti (1 Cor 3,10-14) e in unità con gli apostoli e i profeti (Ef 2,20), fino a costituire l'unica e santa comunità del Signore [cf oikodoméô-edificare, in AA.VV., Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento, Dehoniane, Bologna 1976, 216-218].

 

[6]) ChL 20 parla di una comunione organica... caratterizzata dalla compresenza della diversità e della complementarietà delle vocazioni e condizioni di vita, dei ministeri, dei carismi e delle responsabilità .

 

[7]) Cf LG 10; ChL 22.

 

[8]) ChL 20.

 

[9]) Cf LG 7.

 

[10]) S. IRENEO, Adv. Haer. III, 24,1: PG 7,966. Il testo di LG 4 potrebbe apparire qui limitato non facendo cenno dell'azione dei sacramenti e limitandosi alla sola evangelizzazione; in effetti dell'opera sacramentale nell'edificazione della chiesa si parlerà in LG 11-12.

 

[11]) Cf ChL 20 che cita 1 Cor 12,1-11.

 

[12]) CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, (=CEI), Evangelizzazione e ministeri (15.8.1977), 18 (in ECEI 2/2763; cf ID., I ministeri nella Chiesa (15.9.1973), 2: ECEI 2/546-600.

 

[13]) Cf AG 2.

 

[14]) EN 70.

 

[15]) Redemptoris missio 74 accenna con molta sobrietà ad alcuni ministeri che possono svolgere i fedeli laici quale servizio alla chiesa e alla missione [GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Redemptoris missio circa la permanente validità del mandato missionario, 7 dicembre 1990: AAS 83 (1991) 249-340; EV 12/547-732.

 

[16]) LG 12.

 

[17]) Nel presente lavoro si tiene conto di un nostro precedente studio: GIGLIONI P., Ministeri e servizi per la missione. La vocazione di ciascuno per il bene di tutti, EDB, Bologna 1990.

Quanto alla terminologia usata, facciamo osservare che presso alcuni autori le espressioni ministeri ecclesiali e ministeri laicali sono adoperate come equivalenti; non condividiamo questa posizione; nel presente lavoro si segue questa terminologia: tutti i ministeri sono ecclesiali (sia quelli ordinati che quelli laicali), mentre non tutti i ministeri ecclesiali sono laicali (essendovi anche quelli ordinati).

 

[18]) Cf EN 73. Attraverso i carismi-ministeri è Cristo stesso che continua  la sua missione evangelizzatrice: cf MARRANZINI A., Ministero della chiesa e ministeri nella chiesa, in La civiltà cattolica n.3018, 1976/I, 544-553.

 

[19]) Quale bibliografia essenziale si può indicare: SARTORI L., Ministeri e carismi, in AA.VV., Dizionario Teologico Interdisciplinare, vol. I, ed Marietti, Torino 1977, 504-516; VANHOYE A., carisma, in AA.VV., Nuovo Dizionario di teologia biblica, ed. Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1988, 245-250; DE LORENZI L., Chiesa, in AA.VV., Nuovo Dizionario di teologia biblica, ed. Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1988, 250-268; BEYER H.W., diakonéô/diakonìa/diákonos, in Grande Lessico del Nuovo Testamento, II, Brescia 1966, 951-966, 966-969, 969-984; HESS K., servire/diakonéô, in AA.VV., Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento, Dehoniane, Bologna 1976, 1734-1739; LODI E., Ministero/ministeri, in SARTORE D. - TRIACCA A.M., «Nuovo dizionario di liturgia», ed. Paoline, Roma 1984, 838-855.

 

[20]) Questo inizio di inversione di tendenza è riscontrabile già nella Mystici Corporis di Pio XII (1943). Tuttavia bisognerà attendere il Vaticano II (ed anche qui non mancano residui della vecchia concezione dialettica carismi-ministero) per avere un sostanziale inizio sulla continuità e complementarietà tra carismi e ministeri

 

[21]) CITRINI T., Prospettive teologiche nella riflessione sui ministeri in Rivista Liturgica 63\5 (1976) 579-590.

 

[22]) VANHOYE A., Il problema dei carismi dopo il Vaticano II, in LATOURELLE R. (ed.), Vaticano II. Bilancio e prospettive, Cittadella, Assisi 1983, 389-413; Id., carisma, in AA.VV., Nuovo Dizionario di teologia biblica, op.cit., p.245. Id., carisma in LATOURELLE R. - FISICHELLA R., Dizionario della teologia fondamentale, ed. Cittadella, Assisi 1990, 140-145.Cf anche CONZELMANN H.,  Charisma, in GLNT, XV, 606-616.

 

[23]) Il termine chárisma viene usato 17 volte nel NT: 16 nelle lettere paoline e una in 1 Pt 4,10; è un sostantivo derivato dal verbo charizesthai che significa mostrarsi gentile o generoso, regalare qualcosa; il suffisso -ma esprime il prodotto dell'azione; chárisma significa dunque «dono generoso», «regalo». Tratto specifico dei carismi è la «diversità»: c'è varietà di doni (1 Cor 12,4. 29-30); non fanno dunque parte delle grazie fondamentali, necessarie ad ogni cristiano; sono doni particolari distribuiti secondo il beneplacito di Dio per il bene di ciascuno e l'utilità di tutti. Va perciò fatta distinzione tra carismi e virtù, tra carismi e carità: la virtù e la carità sono necessarie a tutti ed in quanto tali non possono essere considerate come semplice carisma.

 

[24]) Cf LAMPE G.W.H., Patristic Greek Lexicon, 4a ristampa con correzioni e aggiunte, Oxford 1976.

 

[25]) Gli elenchi principali sui carismi sono: 1 Cor 12-14; Rm 12; Ef 4; 1 Pt 4. Seguiamo qui l'analisi fatta da SCIPPA V., Carismi e ministeri, in «Parole di vita» 2 (1991) 39-52. Cf anche DUCROS X., Charismes in Dictionnaire de Spiritualité, II, 503-507.

 

[26]) San Paolo non nasconde la sua preferenza per questo tipo di carisma (in 1 Cor 12,28 i profeti sono collocati subito dopo gli apostoli; stesso procedimento in Ef 4,11); e ciò è dovuto ad una visuale «missionaria»: i carismi sono di maggiore o minore importanza a seconda che giovano alla edificazione della comunità cristiana.

 

[27]) Questo carisma è ricordato solo in 1 Cor 12,10; doveva essere posseduto principalmente dai capi della comunità per discriminare i veri dai falsi profeti, nonché i veri dai falsi fedeli; una regola per l'esercizio di questo carisma si può individuare in 1 Cor 12,3.

 

[28]) Paolo ricorda alcuni di questi apostoli: Barnaba (At 14,4.14), Andronico e Giunia (Rm 16,7), Tito (2 Cor 8,23; Tt 1-3), Timoteo (At 16,1-3), Sila (At 15,40), Apollo (At 18,24-28; 1 Cor 1,12) e altri (1 Cor 15,7: toîs apostolois pâsin).

 

[29]) La voce antilempsis ricorre solo in questo testo di 1 Cor 12,28; può essere paragonata al servizio prestato dai Sette (At 6,1s), da Tabità (At 9,36-39), da Lidia (At 16,14-15).

 

[30]) Anche questa voce ricorre una sola volta nel NT, in 1 Cor 12,28); in Rm 12,8 si fa menzione di colui che presiede ( o proïstamenos).

 

[31]) Oltre a questi 13 carismi riportati nell'elenco di 1 Cor 12-14, si devono aggiungere altri carismi indicati in altri tre elenchi: Rm 12,6-8; Ef 4,7-11; 1 Pt 4,7-11.

Rm 12,6-8: il dono della diaconìa (diakonìa) intesa come servizio in genere, il dono del dare (metadidoùs) che consiste nel fare elemosine e nell'assistenza; il dono della presidenza (proïstamenos), forse nelle liturgie, da esercitarsi con diligenza e con sollecitudine; il dono dell'esercizio della misericordia (eleôn) da esercitarsi con gioia sull'esempio del Buon Samaritano.

Nella lettera agli Efesini e nella Lettera di Pietro si enumerano i carismi degli evangelisti (probabilmente coloro che annunziavano il Vangelo in modo itinerante) e dei pastori (probabilmente i capi delle comunità).

 

[32]) A questo proposito vengono riferite altre pentecosti per il dono dello Spirito: la pentecoste dei Samaritani (At 8,14-25), la pentecoste dei pagani (At 10,44ss), la pentecoste sulla comunità apostolica (At 15,28).

 

[33]) Si veda la critica in Mt 7,22-23; (cf 1 Cor 13,1-3).

 

[34]) LODI E., Ministero/ministeri, in SARTORE D. - TRIACCA A.M., «Nuovo dizionario di liturgia», ed. Paoline, Roma 1984, 838-855

 

[35]) HESS K., servire/diakonéô, in AA.VV., Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento, Dehoniane, Bologna 1976, 1734-1739; CONZELMANN H., diakoníai, in GLNT II, 967.

 

[36]) Questo ministero diaconale si sviluppò ulteriormente nel corso della storia della Chiesa fino a diventare un ufficio specifico, per lo più alle dipendenze del vescovo (cf 1 Tm 3,1s e 3,8ss; Fil 1,1); cf BEYER H.W., diakonéo/diakonía/diákonos, in GLNT II, 951-966, 966-969, 969-984.

 

[37]) E' il caso del «dono delle lingue» cui non è agganciato alcun ministero particolare.

 

[38]) SARTORI L., Ministeri e carismi, in AA.VV., Dizionario Teologico Interdisciplinare, vol. I, ed Marietti, Torino 1977, 511-513. Dal canto suo il BEM (Commissione Fede e costituzione, Battesimo, Eucaristia, Ministero, Documento di Lima 1982, ed. LDC-Claudiana, Torino 1987) definisce così il termine ministero: «indica il servizio che tutto il popolo di Dio è chiamato a svolgere, sia come persone singole, sia come comunità locale, sia come Chiesa universale; ministero o ministeri possono anche indicare le forme istituzionali particolari che questo servizio può assumere»; si chiama invece ministero ordinato quel servizio prestato da persone che sono state ordinate mediante l'invocazione dello Spirito e l'imposizione delle mani (BEM, Ministero n.7).

 

[39]) Questi due testi biblici vengono citati dal Concilio di Trento per considerare l'ordinazione come uno dei sette sacramenti della Chiesa (DS 1776).

 

[40]) In queste due tendenze si è voluto vedere da una parte il giuridismo cattolico, dall'altra l'anarchismo pneumatico dei protestanti. Per fortuna oggi il dialogo ecumenico sta portando ad un concreto superamento di queste visioni limitate.

 

[41]) PO 2; LG 10; ChL 22; Cf MARLIANGEAS B.D., Clés pour une théologie du ministère. In persona Christi - In persona Ecclesiae (= Théologie historique, 51), Ed. Beauchesne, Paris 1978.

 

[42]) SC 14; cf ChL 23; CIC can 230 § 2; EN 70).

 

[43]) cf CIC cann. 228; 229 § 3; 317 §3; 463 § 1 n.5 e § 3; 483; 494; 537; 759; 776; 784; 785; 1282; 1421 § 2; 1424; 1428 § 2; 1435).

 

[44]) Cf LOPEZ GAY J., Lo Spirito Santo e la missione, PUG, Roma 1989, pp.64-66; AA.VV., El Espíritu Santo, luz y fuerza de Cristo en la misión de la Iglesia, Burgos 1980; J. CASTELLANO, La missione nel dinamismo dello Spirito Santo, in: Spiritualità della missione, Roma, Teresianum 1986, 79-100; J. ESQUERDA BIFET, L'azione dello Spirito Santo nella maternità e missionarietà della Chiesa, en: Credo in Spiritum Sanctum..., o.c., 1293-1306; J. LOPEZ GAY, El Espíritu Santo y la misión, Bérriz 1967; J. SARAIVA, Dimensione pneumatologica dell'evangelizzazione, Euntes Docete 32 (1979) 3-32; A. SEUMOIS, Esprit Saint et dynamisme missionnaire, Euntes Docete 32 (1979) 341-364; J. VODOPIVEC, Lo Spirito Santo nella personalità e nell'attività del missionario, Euntes Docete 33 (1980) 3-26.

 

 

[45]) Cf CONZELMANN H., chárisma, in GLNT XV, 606-616; DUCROS X., Charismes, in Dictionnaire de Spiritualité, II, 503-507.

 

[46]) ChL 23 si limita invece ad elencare il battesimo e la confermazione; vi sono però altri luoghi dove si parla dell'iniziazione cristiana come fondamento dell'apostolato del cristiano: AA 3; AG 11.36; ChL 3; OICA.

 

[47]) Circa la reale possibilità di tensioni, dissenso, divisioni, e il loro concreto superamento, si veda PAOLO VI, Adhortatio apostolica Paterna cum benevolentia de reconciliatione in Ecclesia per Annum sacrum fovenda, 8 dec. 1974: AAS 67 (1975) 5-23; EV 5/815-848 [qui in particolare il n.843].

 

[48]) GIOVANNI PAOLO II, Discorso all'Azione Cattolica Italiana: Nella grande missione di salvezza clero e laici si completano a vicenda , in L'Osservatore Romano 28-29 sett. 1987, p.4.

 

[49]) S. LEONE MAGNO, Discorsi 4,1-2: PL 54, 148-149 [si legge nella Liturgia delle Ore il 10 novembre).

 

[50]) Cf LG 29, nota 75.

 

[51]) PAOLO VI, Omelia nella IX sessione del concilio ecumenico Vaticano II (7 dic. 1965): EV 1/460*.

 

[52]) Cf SARTORI L., Ministeri e carismi, in AA.VV., Dizionario Teologico Interdisciplinare, vol. I, ed Marietti, Torino 1977, 507.

 

[53]) Su questo tema si può vedere VIGNOLO R., Signoria di Cristo e ministeri, in Parole di vita 4 (1991)18-31.

 

[54]) ChL 21.

 

[55]) S. ATANASIO, Epistula ad Epictetum, 7: PG 26, 1060, citato in Ad gentes 3, nota 15.

 

[56]) Molto opportunamente Philips fa osservare la differenza terminologica tra aulè greco col corrispondente latino ovile, e il poimnè col corrispondente latino grex; nel testo di Gv 10,16b si deve leggere: «vi sarà un solo gregge, un solo pastore (grex, e non, come la Volgata, ovile). in PHILIPS G., La Chiesa e il suo mistero, Jaka Book, Milano 1975, p.96.

 

[57]) PENNA R., Efesini, in AA.VV., Nuovo Dizionario di teologia biblica, ed. Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1988, p. 440. L'Autore sottolinea l'importanza del testo di Efesini 4,7-16 perché in esso viene posto in risalto non solo il ministero fondante di Cristo e della Chiesa, ma viene chiaramente affermata anche la ministerialità di tutta la Chiesa; anzi, compito specifico degli stessi ministeri portanti (Ef 4,11) è di «rendere idonei i santi a compiere il ministero» (Ef 4,12.13).

 

[58]) VIGNOLO R., Signoria di Cristo e ministeri, op.cit., p. 29.

 

[59]) LODI E., Ministero/ministeri, in SARTORE D. - TRIACCA A.M., «Nuovo dizionario di liturgia», ed. Paoline, Roma 1984, p. 840.

 

[60]) RMi 4. Si veda però tutto il capitolo I di Redemptoris missio dedicato a «Gesù Cristo unico Salvatore» (RMi 4-11).

 

[61]) Cf SC 5 che, citando il testo di s. Agostino [Enarr. in Ps 138], afferma: «Nam de latere Christi in cruce dormientis ortum est totius Ecclesiae mirabile sacramentum».

 

[62]) Sul ruolo della Pentecoste e del dono dello Spirito che guida la missione, Redemptoris missio così si esprime: «Dopo la risurrezione e l'ascensione di Gesù gli Apostoli vivono un'esperienza forte che li trasforma: la Pentecoste. La venuta dello Spirito Santo fa di essi dei testimoni e dei profeti (cf At 1,8; 2,17-18), infondendo in loro una tranquilla audacia che li spinge a trasmettere agli altri la loro esperienza di Gesù e la speranza che li anima. Lo Spirito dà loro la capacità di testimoniare Gesù con "franchezza"» (RMi 24); sul rapporto Spirito Santo e missione, si rimanda allo studio di LOPEZ GAY J:, Lo Spirito Santo e la missione, PUG, Roma 1989.

 

[63]) Cf LG 1.48; AG 5; GS 45.

 

[64]) SC 7.

 

[65]) TILLARD J.M., Chiesa di chiese. L'ecclesiologia di comunione, Queriniana, Brescia 1989, p.39.

 

[66]) Cf LG 1.48.

 

[67]) RMi 2.

 

[68]) GS 45.

 

[69]) LG 10.

 

[70]) Cf CEI, Evangelizzazione e ministeri 35-48: ECEI 2/2785-2800.

 

[71]) CEI, Documento pastorale Comunione e comunità. 1 Introduzione al pieno pastorale [1.10.1981], in ECEI 3/633-706 [qui 657].

 

[72]) ChL 19. Vedere però ACERBI A., Due ecclesiologie. Ecclesiologia giuridica ed ecclesiologia di comunione nella Lumen Gentium, EDB, Bologna 1975.

 

[73]) Cf LG 18

 

[74]) Ampi sviluppi su questo tema si possono trovare in TILLARD J.M., Chiesa di chiese. L'ecclesiologia di comunione, op. cit..

 

[75]) Con questa espressione,[De orat. dom. 23: PL 4,553], s. Cipriano intende esprimere non solo l'imitazione ma anche la partecipazione della Chiesa all'Unità della Trinità.

 

[76]) Cf ChL 12. Il sustrato biblico di questa immagine della Chiesa (LG 7) si può ritrovare in 1 Cor 12,13.27; Ef 3,6 [dove s. Paolo usa il termine syn-soma = con corpo]; essendo Cristo la Testa di questo corpo che è la chiesa (Col 1,18), egli ci unisce alla sua Pasqua, dispone ministeri e servizi per farci crescere secondo il volere di Dio (Col 2,19).

 

[77]) L'immagine della Chiesa come tempio (LG 6) richiama 2 Cor 6,16; 1 Cor 3,16-17; Ef 2,19-22. 4,16; 1 Pt 2,5; Ap 21,3; At 20,32. I Padri hanno così commentato l'immagine: S. IGNAZIO D'ANTIOCHIA «Voi siete le pietre del tempio del Padre che vi eleva sul suo cantiere con gli attrezzi di Cristo, cioè la sua croce, e con la fune dello Spirito Santo» [Ef 9,1: FUNK, p. 220]; recentemente l'immagine del tempio è stata ripresa nel SINODO DEI VESCOVI 1985, La Chiesa nella parola di Dio, celebra i misteri di Cristo per la salvezza del mondo c.I: EV 9/1779-1818; si veda anche PAOLO VI, Allocuzione del mercoledì (8 giugno 1966): Insegnamenti, IV (1966) 794; cf ChL 13.

 

[78]) Cf LG 7. Lo Spirito Santo, la cui attività intra-trinitaria unisce il Padre e il Figlio nel legame d'amore della sua propria Persona, estende questa stessa attività alle creature, unendole al Padre e al Figlio. Un discepolo di s. Agostino, s. Fulgenzio di Ruspe, così si esprime: «Lo stesso dono dello Spirito fa della Chiesa il corpo di Cristo (mediante il sacrificio eucaristico) e lo unifica, essendo Spirito del Padre e del Figlio, unità, uguaglianza e amore della Trinità. Della moltitudine di quelli che credono in Dio egli fa un cuore solo e un'anima sola, perché egli è lo Spirito comune al Padre e al Figlio, e con il Padre e il Figlio è un solo Dio» [S. FULGENZIO DI RUSPE, Ad Monim. 2,11: PL 65,190s].

 

[79]) La priorità spetta alla comunione, poiché il ministero fu istituito al suo servizio.

 

[80]) Se la chiesa si presenta come un popolo e una comunione di fede, di speranza e di carità, nel cui seno i fedeli di Cristo «godono della vera dignità cristiana» (LG 18), questo popolo e questa comunione sono provvisti di ministeri e di mezzi di crescita che assicurano il bene dell'intero corpo; non è possibile quindi dissociare il popolo di Dio che è la chiesa dai ministeri che la strutturano e specialmente dall'episcopato. La comunione che definisce il nuovo popolo di Dio è dunque una comunione sociale gerarchicamente ordinata [cf COMMISSIO THEOLOGICA INTERNATIONALIS, Themata selecta de ecclesiologia occasione XX anniversarii conclusionis concilii oecumenici Vaticani II, 7 octobris 1985, 6.1: EV 9, 1668-1765 [qui 1720-1721]

 

[81]) Cf LG 4

 

[82]) GIOVANNI PAOLO II, Omelia alla solenne concelebrazione per la chiusura della VII assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi (30 ott. 1987): AAS 80 (1988) p.600; cf ChL 20.

 

[83]) CEI, Documento pastorale Comunione e comunità, 1 introduzione al pieno pastorale op.cit., nn.634-635.

 

[84]) Cf 1 Cor 10,17; Rom 12,5; LG 7.

 

[85]) Cf SC 10; RH 20.

 

[86]) CEI, Documento pastorale Comunione e comunità, 1 introduzione al pieno pastorale, op.cit., n.662.

 

[87]) AA 3.

 

[88]) Cf LG 1. Seguendo la Scrittura (cf 1 Tm 3,16), i Padri salutano Cristo come «mysterion-sacramentum»: «Il mistero (o sacramento) di Dio non è altro che Cristo» [S. AGOSTINO, Epist 187,11: PL 33, 845]; gli stessi Padri già operano il passaggio da Cristo alla Chiesa quanto alla nozione di «sacramento»: «La Chiesa è l'indistruttibile sacramento dell'unità» [S. CIPRIANO, Epist. 55,21: PL 3, 787 A]; ai nostri giorni, H. de Lubac ha scritto: «La Chiesa è qui in terra il sacramento di Gesù Cristo, come Gesù è per noi, nella sua umanità, il sacramento di Dio» [Méditation sur l'Église, Paris 1953, 157ss]; cf DCG 55. Ulteriori sviluppi si possono trovare in COMMISSIO THEOLOGICA INTERNATIONALIS, Themata selecta de ecclesiologia occasione XX anniversarii conclusionis concilii oecumenici Vaticani II, 7 octobris 1985: EV 9, 1668-1765 [8. La chiesa come sacramento di Cristo: 1738-1745].

 

[89]) PHILIPS G., La Chiesa e il suo mistero, Jaka Book, Milano 1975, p.72.

 

[90]) Cf PROSPERO DI AQUITANIA: «Totus populus christianus sacerdotalis est» (Psalm. Expos. 131: PL 51, 381)

[91]) LG 10. Rapporto e distinzione sono così commentati dalla COMMISSIO THEOLOGICA INTERNATIONALIS, Themata selecta de ecclesiologia occasione XX anniversarii conclusionis concilii oecumenici Vaticani II, 7 octobris 1985:EV 9, 1668-1765 «Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico non possono che essere complementari o "ordinati l'uno all'altro", così però, che dal punto di vista della finalità della vita cristiana e del suo compimento, il primato spetta al sacerdozio comune, anche se, dal punto di vista dell'organicità visibile della chiesa e dell'efficacia sacramentale, la priorità spetta al sacerdozio ministeriale» [1731]; «All'interno dell'unico nuovo poplo di Dio, sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale dei vescovi e dei presbiteri sono inscindibili. Il sacerdozio comune raggiunge la pienezza del proprio valore ecclesiale grazie al sacerdozio ministeriale, mentre quest'ultimo esiste unicamente in vista dell'esercizio del sacerdozio comune. Vescovi e presbiteri sono indispensabili alla vita della chiesa e dei battezzati, ma essi pure sono chiamati a vivere in pienezza il medesimo sacerdozio comune, e, a tale titolo, necessitano del sacerdozio ministeriale. "Per voi io sono vescovo, con voi io sono cristiano", dice sant'Agostino (Sermo 340,1)» [1734].

 

[92]) Cf LG 62: «Il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato e dai sacri ministri e dal popolo fedele». La fonte resta unica dal momento che «Christus est fons totius sacerdotii» [S. Tommaso, STh III, 24, 4c]. La differenza di partecipazione è non solo di grado, ma anche di essenza (sia per la base sacramentale di derivazione, sia per il fine cui tendono); cf VANHOYE A., Sacerdoce commune et sacerdoce ministériel, Nouvelle Revue Theologique 97/3 (1975) 193-207

 

[93]) Il sacramento dell'ordine abilita il sacerdote ministro ad agire in persona Christi capitis (LG 28, PO 2, IGMR 2.48.54.60): forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo (LG 10).

 

[94]) Sulla teologia del «Cristo totale» si è espressa con abbondanza la letteratura patristica: S. AGOSTINO «Rallegriamoci e rendiamo grazie per ciò che siamo divenuti, non soltanto noi cristiani, ma Cristo stesso. Comprendete, fratelli, la grazia che Dio ci ha fatto dandoci il Cristo come Capo? [...] Lui è il Capo e noi siamo le membra, l'uomo tutto intero, lui e noi [...]La pienezza di Cristo è dunque il Capo e le membra; che significa Capo e membra? Il Cristo e la chiesa» (Trat. in Gv 21,8: PL 35, 1568); ISACCO DELLA STELLA «Noli ergo corpori caput subtrahere, ut nusquam sit totus Christus; neque enim totus Christus sine ecclesia usquam, sicut tota ecclesia sine Christo nusquam» (Sermons, in SCh 130, 246-247); HELINAND DE FROIDMONT (+ 1229) «Toties nascitur Christus quoties fit aliquis christianus» (In Epiphania 2, PL 212, 525);

 

[95]) Cf SC 28. L'importanza di questa norma è dovuta al fatto che, anche se a norma del Codice di Diritto Canonico [cann 228 § 1; 230 § 1.3] alcuni laici sono ammessi a svologere alcuni uffici ecclesiastici, ciò non deve offuscare il segno visibile della chiesa, popolo di Dio gerarchicamente ordinato che ha inizio da Cristo capo, né determinare un essere indifferenziato tra gli uffici che sono propri dei ministri ordinati e quelli che sono esercitati per « supplenza» dai ministri laici (cf CTI, Questioni scelte di ecclesiologia, op. cit. 7.4).

 

[96]) Institutio Generalis Missalis Romani (IGMR) 58. Sul rispetto dei singoli carismi si sono espressi con efficacia i Padri della Chiesa, come s. Basilio: «Lo Spirito distribuendo a tutti i suoi carismi è il Tutto che si trova in tutte le parti. Tutti infatti siamo membra gli uni degli altri, e abbiamo doni diversi secondo la grazia di Dio comunicata a noi... Tutte le membra insieme completano il corpo di Cristo nell'unità dello Spirito e secondo i carismi si rendono, come è necessario, utili le une alle altre»: S. BASILIO, Trattato su lo Spirito Santo, cap. 26, 61.64: PG 32, 179.182.186 (si legge nella Liturgia delle Ore il 2 gennaio).

 

[97]) DE LORENZI L., Chiesa, in AA.VV., Nuovo Dizionario di teologia biblica, ed. Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1988, 250-268.

 

[98]) SINODO DEI VESCOVI (SEGRETERIA GENERALE), Instrumentum laboris per il Sinodo dei Vescovi sul tema «Vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo» [22.4.1987], n.25:  EV 10, 1647.

 

[99]) Seguiamo qui le indicazioni offerte da A. LEMAIRE, I ministeri nella Chiesa, EDB, Bologna 1977. Altri contributi per la parte biblica, oltre che nei Dizionari citati, si possono trovare in Concilium 10 (1972): I ministeri nella Chiesa; per la parte liturgica si veda Concilium 2 (1972): Il ministero nelle assemblee liturgiche. Resta ancora valida la ricerca storico-biblica di P. GRELOT, Le ministére de la nouvelle alliance, Paris 1967.

 

[100]) Cf COLSON J., Désignation des ministres dans le Nouveau Testament, in La Maison Dieu 102 (1970) 21-29.

 

[101]) L'incertezza della terminologoa neotestamentaria rende a volte difficile una precisa caratterizzazione delle figure del presbitero e dell'episcopo; tuttavia, secondo lo studio attendibile di P. BENOIT, Les origines de l'épiscopat dans le nouveau testament, «Exégèse et Théologie» II, Paris 1961, 232-246, i due termini, sebbene riferiti a volte alle stesse persone, non sono tuttavia sinonimi. «Risulta chiara la differenza che separa questi due titoli: uno (presbitero) esprime una dignità, l'altro (episcopo) designa un ufficio».

 

[102]) Secondo 1 Tm 5,17 coloro che si affaticano nella predicazione e nell'insegnamento meritano «doppio onore», che si può intendere con BJ anche «doppia remunerazione».

 

[103]) Cf DE LORENZI L., Chiesa, in AA.VV., Nuovo Dizionario di teologia biblica, op.cit., dove alle pp. 266-267 indica l'organizzazione ministeriale della chiesa, soprattutto nelle lettere pastorali. Cf anche NAUTIN P., L'évolution des ministères aux IIe et IIIe siècles, in Revue de droit canonique 23 (1973).

 

[104]) Con questo editto viene imposta a tutti i popoli dell'impero la religione dell'apostolo Pietro.

 

[105]) Sessione XXIII del 15 luglio 1563, dedicata alla dottrina del sacramento dell'Ordine: DS 1763 1778.

 

[106]) Concilio Vaticano I: sessione IV, 18 luglio 1870: Costituzione dogmatica «Pastor aeternus» sulla chiesa di Cristo: DS 3050-3075.

 

[107]) LG 4.

 

[108]) LG 11.

 

[109]) LG 12.

 

[110]) LG 32.

 

[111]) AG 15.

 

[112]) AG 21.

 

[113]) Cf AA 3.

 

[114]) LG 33; cf AA 2.5

 

 

[115]) AA 10.

 

[116]) Sul significato del termine laico si veda DE LA POTTERIE I., L'origine et le sens primitif du mot «laic», in NRTh 90 (1958) 840-853; secondo questo studio il termine laikos si incontrerebbe per la prima volta nella prima lettera di Clemente Romano (49,6) usato nel senso cristiano del semplice credente, per distinguerlo dal sacerdote e dal levita; con Giustino (I Apol., 67) il termine laós-popolo già subisce un deterioramento in quanto viene usato come distinzione-contrapposizione rispetto alla classe dirigente o a coloro che presiedono la liturgia; più tardi il Decretum Gratiani, che sta alla base del Codice di Diritto Canonico, dirà che «Duo sunt genera christianorum»: il clero, gli eletti, ed i laici o popolo cui è «concesso per il solo uso» di possedere la terra, di prendere moglie [in PL 187, 884]. Vedere anche B. FORTE, Laicato e laicità, ed. Marietti, Genova 1987; BENI A., Laico, in BARBAGLIO G. e DIANICH S., Nuovo dizionario di teologia, EP, Alba 1985, 691-701.

 

[117]) Per il CIC del 1917, il laico è descritto con formula negativa: can. 145 (107; 948), «laico è colui che non è chierico».

 

[118]) LG 31. In preparazione al Sinodo 1987 lo stesso Giovanni Paolo II, parlando dei «laici» si interrogava: «Chi sono i laici? Nel rispondere il Concilio non intende alludere semplicemente a chi non è sacerdote o religioso e religiosa, quasi per ribadire, in forma negativa, che i laici sono coloro che "non" appartengono a queste categorie. No. Il Concilio apre una visione nettamente positiva...e risponde che i laici, insieme con la gerarchia, il clero, i religiosi, sono il "popolo di Dio"...Un popolo unito e ordinato. Non una massa informe, un aggregato di individui incamminati verso diversi destini. Un vero popolo. Cioè una accolta di cristiani e di cristiane, che riconoscono una comune origine dalla medesima paternità divina, un comune cammino sull'unica via che è Cristo Redentore, una comune mèta nell'incontro definitivo e beatificante con Dio. Come in ogni organismo vivo, nel "popolo di Dio" c'è - non potrebbe non esserci - diversità di compiti. Tuttavia "vige una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all'azione comune a tutti" (LG 32)», in L'Osservatore Romano 23-24 febb. 1987. Si veda anche ChL 9 con l'interessante citazione di Pio XII.

 

[119]) GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Redemptoris missio circa la permanente validità del mandato missionario, 7 dicembre 1990: AAS 83 (1991) 249-340; EV 12/547-732.

 

[120]) Redemptoris missio cap. IV, nn.31-40.

 

[121]) Per ulteriori approfondimenti circa il «vocabolario missionario» si rimanda a GIGLIONI P., Il vocabolario missionario, in Euntes Docete 2 (1991) 265-285.

 

 [122]) Questa distinzione si trova anche nel nuovo Codice di Diritto Canonico; la Chiesa svolge una attività ordinaria e «pastorale» (can 511) verso i Christifideles che sono in piena comunione con la Chiesa cattolica (can 383.1 e 771.1) mediante la predicazione, la catechesi, l'amministrazione dei sacramenti; svolge poi una attività «ecumenica» verso quei cristiani che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica (can 755); svolge infine una attività particolare che si chiama «missionaria» verso coloro che non sono battezzati e quindi non sono incorporati alla Chiesa (can 206.2) e che consiste nella testimonianza della carità di Cristo (can 383.4), nell'aprire loro le vie del Vangelo con diversi mezzi (can 787) e istruire nelle verità della fede e nel tirocinio della vita cristiana (can 788). Ad gentes 6 tiene conto di queste distinzioni quando dice «L'attività missionaria tra le genti differisce sia dall'attività pastorale, che viene svolta in mezzo ai fedeli, sia dalle iniziative da prendere per la ricomposizione dell'unità dei cristiani» (AG 6). Come si vede, anche Redemptoris missio si colloca su queste posizioni precisandone però le convergenze e le distinzioni.

 

[123]) Redemptoris missio 31 che cita ChL 35.

 

[124]) Si esercita quindi in territori e presso gruppi umani ben delimitati (RMi 37).

 

[125]) Il nuovo Codice di Diritto Canonico [1983] così descrive l'attività missionaria: «L'azione propriamente missionaria, per mezzo della quale la Chiesa è impiantata nei popoli o nei gruppi dove ancora non è stata radicata, viene assolta dalla Chiesa soprattutto mandando gli annunziatori del Vangelo fino a quando le nuove chiese non siano pienamente costituite, vale a dire quando siano dotate di forze proprie e di mezzi sufficienti, per cui esse stesse siano capaci da sé di compiere l'opera di evangelizzazione» (CIC can.786).

 

[126]) Cf LG 17; AG 5; EN 13-15; 18; 26-27.

 

[127]) Lc 4,18-21.43; Mc 1,38.

 

[128]) At 6,4; cf 12,25; 20,4; 21,19; Rom 11,13; 1 Tim 1,12; 2 Tim 4,11.

 

[129]) PAOLO VI, Litterae encyclicae Ecclesiam suam de quibus viis catholicam Ecclesiam in praesenti munus suum exsequi oporteat, 6 augusti 1964: AAS 56 (1964) 609-659;EV 2, 163-210 [qui 191].

 

[130]) Cf WOLANIN A., Teologia della missione, Piemme, Casale Monferrato (AL) 1989, 103; COFFELE G., Missione, in LATOURELLE R. - FISICHELLA R., Dizionario della teologia fondamentale, ed. Cittadella, Assisi 1990, 771-784.

 

[131]) Redemptoris missio nell'indicare «le vie della missione» (capitolo V), segue lo stesso procedimento di Ad gentes e di Evangelii nuntiandi: la testimonianza della vita (EN 21) precede l'annuncio esplicito del Vangelo (EN 22).

 

[132]) Questa costatazione di RMi 42 è presente sia in AG 6 che nel CIC 787.1.

 

[133]) AG 5, alla nota 33, cita TERTULLIANO, Apologeticum, 50,13: PL I, 534, CChr I, 171: «Etiam plures efficimur, quoties metimur a vobis: semen est sanguis Christianorum!» (cf anche GS 44 alla nota 23); per un commento si può vedere GIGLIONI P., La croce e la missione ad gentes, in Euntes Docete 2 (1985) 153-178; BALTHASAR H.U. von., Martirio e missione, in Nuovi punti fermi, Jaka Book, Milano 1980, 255-278;

 

[134]) RMi 45; dal canto suo già LG 42 aveva detto che il martirio «è stimato dalla chiesa dono insigne e suprema prova di carità»; cf STRATHMANN H., martys, in GLNT VI, 1269-1392; SOLIGNAC A., Martyre, in DSp [Paris 1980] 718-737.

 

[135]) La Chiesa, secondo l'antica prassi apostolica e patristica, ha elaborato metodologie proprie di evangelizzazione  che si svolgono con varietà di tempi e di modi; l'annunzio kerigmatico: è il primo annunzio fatto a chi ancora ignora il messaggio di salvezza, allo scopo di portarlo alla «conversione», cioè al pentimento ed alla fede (AG 13); la catechesi: è l'approfondimento del kerigma fatto a coloro che, con la conversione, sono entrati nel catecumenato e si accingono a compiere il cammino dell'iniziazione cristiana (AG 14); vi è infine la predicazione omiletica che si fa nel contesto liturgico-sacramentale ai già battezzati (SC 52) e la predicazione mistagogica intesa come catechesi liturgica per l'approrfondimento della fede a partire dai «ritus et preces» (Cf SC 48).

 

[136]) E' lo Spirito che apre la porta dei cuori, affinché gli uomini possano credere al Signore e confessarlo (cf 1 Cor 12,3; At 16,14; RMi 46; AG 13). Va quindi evitata ogni forma di «proselitismo» e di costrizione: «la Chiesa proibisce severamente di costringere o di indurre e attirare alcuno con inopportuni raggiri ad abracciare la fede, allo stesso modo che rivendica energicamente il diritto che nessuno con ingiuste vessazioni dalla fede stessa sia distolto» (AG 13);  Ad gentes 13 cita in nota altri documenti del Vaticano II: Dignitatis humanae nn.2.4.10; Gaudium et spes 21. A questi si deve aggiungere il Codice di Diritto Canonico can. 748 e 787.2: testi da tenere in grande considerazione per comprendere lo spirito della «libertà di coscienza» nell'opera di evangelizzazione. Si veda anche Redemptor hominis n.12: «Ogni conversione è opera della grazia, nella quale l'uomo deve pienamente ritrovare se stesso». Anche Evangelii nuntiandi afferma che, nell'ottica cristiana, l'agente principale della conversione non è l'uomo, ma lo Spirito Santo. «E' lui che spinge ad annunziare il Vangelo e che nell'intimo della coscienza fa accogliere e comprendere la parola della salvezza» (EN 75). E' lui che guida il movimento dei cuori e fa nascere l'atto di fede in Gesù il Signore (cf 1 Cor 2,4).

Questo tema è presente anche in Redemptoris missio: «D'altra parte, la Chiesa si rivolge all'uomo nel pieno rispetto della sua libertà: la missione non coarta la libertà, ma piuttosto la favorisce. La Chiesa propone, non impone nulla: rispetta le persone e le culture, e si ferma davanti al sacrario della coscienza» (RMi 39).

Si veda poi il recente documento del PONTIFICIO CONSIGLIO PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO - CONGREGAZIONE PER L'EVANGELIZZAZIONE DEI POPOLI, Dialogo e annuncio. Riflessioni e orientamenti sul Dialogo interreligioso e l'annuncio del Vangelo di Gesù Cristo [19.5.1991], in AAS 84 (1992) 414-446; EV 13/287-385. Questo documento è da considerarsi come prosecuzione di un precedente documento del SEGRETARIATO PER I NON CRISTIANI, Documento L'atteggiamento della Chiesa di fronte ai seguaci di altre religioni. Riflessioni e orientamenti su dialogo e missione, 4 settembre 1984: AAS 76 (1984) 816-828; EV 9, 988-1031.

 

[137]) A questo punto Redemptoris missio 46-47 fa una duplice importante chiarificazione: non corrisponde al sentire cum Ecclesia l'atteggiamento di coloro che scindono l'annuncio dalla conversione e dal battesimo (per paura di fare atto di proselitismo), o l'atteggiamento di coloro che non giudicano necessario il battesimo ritenendo che possano salvarsi ugualmente nella loro religione. Nel vocabolario missionario questi termini vanno dunque presi nella loro esatta valenza.

 

[138]) Negli Atti degli Apostoli è ben evidenziato il rapporto di continuità tra predicazione evangelica e crescita della comunità; già nel primo «grande sommario» di At 2 si dice: «Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati» (At 2,48); «Intanto la parola di Dio si diffondeva e si moltiplicava grandemente il numero dei discepoli» (At 6,7; cf At 10,44-48; 11,20-21; 13,48; 14,21, ecc.). Si veda anche il metodo apostolico di san Paolo in Rom 15,20-23.

Anche i Padri della chiesa hanno affermato che gli Apostoli, seguendo l'esempio di Cristo, «predicarono la parola della verità e generarono le chiese»: AG 1 che cita S. Agostino, Enarr. in Ps. 44, 23: PL 36, 508; CChr 38, 510 [EV 1/1087].

 

[139]) Il decreto Ad gentes ritorna più volte su questo che considera «fine specifico dell'attività missionaria» (AG 6)[139]. Il Concilio si è limitato a dire che l'evangelizzazione e la «plantatio ecclesiae» sono il «fine specifico dell'attività missionaria» (AG 6); e Redemptoris missio 48 la considera «una mèta centrale e qualificante dell'attività missionaria»; non quindi il fine unico e ultimo della Chiesa missionaria, come invece intendeva la cosiddetta «scuola di Lovanio» [P. Charles; A. Seumois]; quando si sarà consolidata la «plantatio ecclesiae», non per questo cesserà l'azione missionaria della Chiesa: tocca anzi alle Chiese particolari già organizzate continuarla, portando il proprio contributo a vantaggio di tutta quanta la Chiesa predicando il vangelo ai singoli che sono ancora fuori di esse; una Chiesa si potrà dire «matura» quando, una volta evangelizzata, diventerà essa pure evangelizzatrice mandando «dalla sua povertà» missionari ad gentes (AG 20).

 

[140]) Questo concetto ritorna anche in AG 32 e sta alla base del CIC 786 dove si parla dell'«azione propriamente missionaria».

 

[141]) Per un commento al significato di «mezzi appropriati» (AG 6; CIC can 787-790), cf GARCIA MARTIN J., Medios adecuados del misionero en la implantacion de la Iglesia, in «Commentarium pro Religiosis et Missionariis» LXIX (1988) 385-410.

 

[142]) In AG 6 si specifica: «con il battesimo si è aggregati alla Chiesa che...riceve nutrimento e vita dalla parola di Dio e dal pane eucaristico». Più oltre AG 9 specifica che la missione «con la parola e la predicazione, con la celebrazione dei sacramenti, di cui è centro e vertice la SS. Eucaristia, rende presente quel Cristo, che della salvezza è l'autore». Già LG 64 aveva detto «[la chiesa] per mezzo della parola di Dio accolta con fedeltà, diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figlioli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio».

 

[143]) PAOLO VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi 20.

 

[144]) Ibìdem

 

[145]) GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai membri del Pontificio Consiglio per la Cultura, in L'Osservatore Romano 19.01.1983. Quale bibliografia essenziale sull'argomento citiamo: COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Fede e inculturazione, in «La civiltà cattolica» 140 (1989) I/3326, 158-177; EV 11/1347-1424; CARRARO F.R., Le culture dei popoli: ricchezza e rischio, in Regno\Doc 7, 1988, 205-215; POUPARD P., Teologia della evangelizzazione delle culture, in Regno\Doc 5, 1986, 150-162; P. GIGLIONI, Inculturazione e missione, in AA.VV. Chiesa locale e inculturazione nella missione, EMI Bologna 1987, 76-130. CARRIER H., Inculturazione del vangelo, in LATOURELLE R. - FISICHELLA R., Dizionario della teologia fondamentale, ed. Cittadella, Assisi 1990, 587-593; ID., Vangelo e culture. Da Leone XIII e Giovanni Paolo II, Città nuova editrice, Roma 1990

 

[146]) Ibìdem.

 

[147]) CONSEIL PONTIFICAL POUR LES LAICS, Document La formation des laïcs, [3.X.1978], in Service de documentation, n.5, févr. 1979, pp.1-24; EV 6, 1002-1102 [qui n.1049].

 

[148]) L'importanza e l'urgenza dell'inculturazione nel contesto più ampio della missio ad gentes, è sottolineata dai Lineamenta preparati dal Consiglio del Segretariato Generale del Sinodo dei Vescovi in vista dell'Assemblea speciale per l'Africa [Città del Vaticano 1990]. Il capitolo II di questi Lineamenta [nn.44-53], dedicato appunto all'inculturazione, insiste su questa idea chiave: occorre imitare l'avvenimento fondante della Pentecoste (cf At 2,1-11) dove in maniera esemplare lo Spirito ha creato armonia e salvaguardato l'unità nella diversità, la particolarità nell'universalità; si veda anche COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Fede e inculturazione [1988], «La civiltà cattolica» 140 (1989) I/3326, 158-177; EV 11/1347-1424.

 

[149]) Qui Redemptoris missio 54 cita l'Esortazione apostolica   Familiaris consortio 10.

 

[150]) AG 11 usa l'espressione «germi del Verbo» ripresa poi da EN 53 (cf LG 17); per le fonti patristiche di questa espressione si veda la nota 74 di EN 53, che rimanda a s. Giustino e a Clemente Alessandrino.

 

[151]) Documenti della III Conferenza Generale dell'Episcopato latino-americano a Puebla (1979): 3760 (1145).

 

[152]) RMi 58. Questa precisazione ritorna più volte in Redemptoris missio, come quando mette in guardia verso quella che chiama «graduale secolarizzazione della salvezza» che vorrebbe ridurre l'uomo alla sola dimensione orizzontale (RMi 11), o quando si dà un'immagine riduttiva dell'attività missionaria come se fosse principalmente liberazione, promozione, sviluppo (RMi 83).

 

[153]) Cf Sacrosanctum concilium 6. Per un commento si veda GIGLIONI P., Salvezza liturgia e inculturazione, in AA.VV., La salvezza oggi, Atti del Congresso Internazionale di Missiologia, UUP, Roma 1989, 383-396 [anche in Euntes Docete 3 (1989) 461-472].

 

[154]) SC 10a: «Il lavoro apostolico è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore». L'evangelizzazione non è fine a se stessa; essa tende al sacramento, non solo nel senso che lo precede, ma anche perché entra nella vera e propria celebrazione sacramentale, e nel sacramento raggiunge tutta la sua pienezza.

 

[155]) SC 10b: «A sua volta la liturgia spinge i fedeli, nutriti dei sacramenti pasquali, a vivere in perfetta unione e domanda che esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede»; si veda anche PO 6: «La celebrazione eucaristica, per essere piena e sincera deve spingere sia alle diverse opere di carità e al reciproco aiuto, sia all'azione missionaria e alle varie forme di testimonianza cristiana»; anche LG 11 indica l'impegno apostolico derivante dai sacramenti: il battesimo ci spinge a professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa; la confermazione ci obbliga a diffondere e a difendere la fede come veri testimoni di Cristo; l'unzione degli infermi permette di contribuire al bene del popolo di Dio; il matrimonio abilita i coniugi ad essere i primi annunciatori della fede per i loro figli. Si veda anche AG 36.

 

[156]) Evangelii nuntiandi 47. Di grande utilità il documento pastorale della CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Evangelizzazione e sacramenti [12.7.1973]: «ECEI» 2,385-506.

 

[157]) PAOLO VI, Litterae apostolicae motu proprio datae Sacrum Diaconatus Ordinem quibus Generales normae de Diaconatu permanenti in Ecclesia latina restituendo feruntur, 18 iunii 1967: AAS 59 (1967) 697-704;  EV 2, 1368-1406; PAOLO VI, Litterae apostolicae motu proprio datae Ad pascendum quibus nonnullae normae ad sacrum Diaconatus spectantes statuuntur, 15 augusti 1972: AAS 64 (1972) 534-540; Notitae 9 (1973)  9-16; EV 4, 1771-1793;

 

[158]) Secondo il CIC can. 230,1.2.3 i laici possono assolvere i seguenti incarichi liturgici: lettore e accolito; presiedere le preghiere liturgiche, amministrare il battesimo; distribuire la sacra comunione; presiedere al matrimonio. Dai vari rituali poi emergono altre forme ministeriali liturgiche laicali: ministero del conforto e del sollievo (OUI 32-36), ministero del suffragio (OE 16), ministeri nell'iniziazione cristiana (OICA 7; OBP 16), ministero delle benedizioni, liturgia delle ore (IGLH 20.27.258), ministeri verso i fanciulli (DMP 24); ministeri e servizi nella Messa: accoglienza, parola, canto, preghiera, offerta (IGMR 58-72): per un approfondimento cf GIGLIONI P., Ministeri e servizi nella liturgia, in «Liturgia» 329-330 (1981) 12-22.

 

[159]) GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica post sinodale Christifideles laici su vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo [30.12.1988] n.23.28.29.64: AAS 81 (1989);

 

[160]) Anzitutto la carità verso il prossimo «anima di ogni apostolato» (AA 3); promuovere la dignità della persona, venerare l'inviolabile diritto alla vita, difendere i diritti delle coppie e della famiglia, impegno per il bene comune, impegno nella vita economica e sociale, evangelizzazione della cultura e delle culture dell'uomo,

 

[161]) Sul ruolo della donna nella comunità missionaria si veda GIGLIONI P., Donna: ministero e missione, in Euntes Docete 3 (1989) 441-469.

 

[162]) Per cooperazione si intende tutto ciò che mira a tradurre in azione, con gesti concreti e significativi, i valori e le disposizioni acquisiti mediante l'altra forma di impegno qual è l'animazione, cioè l'insieme degli sforzi atti a sensibilizzare e alimentare una disponibilità-volontà-mentalità missionaria. Si parlerà più dettagliatamento di questo impegno apostolico nel capitolo dedicato alla ministerialità profetica dei laici (Capitolo III).

 

[163]) SACRA CONGREGATIO PRO CLERICIS, Notae directive Postquam apostoli de mutua ecclesiarum particularium cooperatione promovenda ac praesertim de aptiore cleri distributione, 25 martii 1980: AAS 72 (1980) 343-364; OR 23 lugl. 1980; EV 7, 234-287 [qui n. 260].

 

[164]) Cf ESQUERDA BIFER J., Cooperazione e spiritualità missionaria, in Euntes Docete XLIV/2 (1991) 287-299.

 

[165]) A Giovanni Paolo II si deve riconoscere l'iniziativa di aver attivato e avvalorato l'espressione «nuova evangelizzazione». In effetti un tale neologismo si trova già nel Mensaje a los Pueblos de America Latina da parte dei Vescovi del CELAM in occasione della seconda Conferenza generale dell'Episcopato Latino Americano riunito a Medellin nel 1968: «Alentar una nueva evangelizacion y catequesis intensiva que lleguen a las élites y a las masas para lograr una fe lucida y comprometida», in CELAM, Medellin. Conclusiones. La Iglesia en la actual transformation de America Latina a la luz del Concilio. Secunda Conferencia General del Episcopado Latino Americano,  XIV ed., Bogotà 1987, p.20.

Un tale concetto, tuttavia, è espresso con parole simili già in ad gentes 6: «Inoltre i gruppi, in mezzo ai quali si trova la Chiesa, spesso per varie ragioni cambiano radicalmente, donde possono scaturire situazioni del tutto nuove. In questo caso la Chiesa deve valutare, se esse sono tali da richiedere di nuovo la sua azione missionaria» (AG 6). Lo stesso concetto si trova poi in Evangelii nuntiandi 52.56.

Giovanni Paolo II diede inizio sistematico all'uso di questa espressione nel Discorso alla XIX Assemblea ordinaria del CELAM, [Port-au-Prince (Haiti), 9.3.1983: AAS 75 (1983) 771-779; in Insegnamenti VI,1 (1983) 696-699]. Rivolto ai Vescovi, il Pontefice ebbe a dire: «La commemoracion del medio milenio de evangelizacion tendrà su significacion plena si es un compromiso vuestro como obispos, junto con vuestro presbiterio y fieles; compromiso, no de re-evangelizacion, però sì de una evangelizacion nueva. Nueva en su ardor, en sus métodos, en su expresion» [ibid. p. 698]. Il Papa riprese questo concetto a Santo Domingo il 12 ottobre 1984 nell'inaugurare la Novena per la preparazione e celebrazione del V Centenario dell'evangelizzazione del Continente Latinoamericano.

Da allora, questo riferimento illuminante si è fatto sempre più frequente nel Magistero di Giovanni Paolo II, così come negli ultimi Sinodi episcopali ed in molti interventi degli episcopati: cf GIGLIONI P., La nozione di "nuova evangelizzazione" nel Magistero, in Seminarium XXXI/1 (1991) 35-56; ID., Perché una "nuova” evangelizzazione, in Euntes Docete 1 (1990) 5-36.

 

[166]) GIOVANNI PAOLO II, Discorso al VI Simposio dei vescovi d'Europa (Roma,7-11 ottobre 1985) in Insegnamenti VIII, 2, 1985, 910-923.