Paolo Giglioni
CARISMI
E MINISTERI
PER
UNA PASTORALE
MISSIONARIA
PONTIFICIA UNIVERSITÀ URBANIANA
ROMA 1996
SIGLE
E ABBREVIAZIONI
1.
Enti e associazioni.
AMECEA Association of
Member Episcopal Conference of Eastern Africa
ACI Azione
Cattolica Italiana
CCEE Consiglio
conferenze episcopali d'Europa
CEB Comunità
Ecclesiali di Base
CEC Consiglio
Ecumenico delle Chiese
CEI Conferenza
Episcopale Italiana
CEIAL Centro Ecclesiale Italiano per l'America Latina
CELAM Consejo Episcopal Latinoamericano
EDB Edizioni
Dehoniane Bologna
EMI Editrice
Missionaria Italiana
EP Edizioni Paoline
FABC Federation of Asian Sishops' Conferences
KEK Conferenza
delle Chiese Cristiane d'Europa
LDC Edizioni
Libreria Dottrina Cristiana, Leumann (TO)
ONU Organizzazione
delle Nazioni Unite
PUG Pontificia
Università Gregoriana
PUU Pontificia
Università Urbaniana
SECAM (SCEAM) Simposyum
of Episcopal Conferences of Africa and Madagascar
UUP Urbaniana
University Press
2.
Fonti bibliografiche
AAS Acta Apostolicae Sedis, Città del
Vaticano 1909ss
ASS Acta Sanctae Sedis, (Roma 1865- 1908)
BiM Bibliographia
Missionaria, Pontifical Urban University, Città del Vaticano.
BJ Bibbia
di Gerusalemme.
CCL Corpus Christianorum Latinorum. Saries
Latina (Turnhout 1954)
CSEL Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum
(Vienna 1866)
DS DENZINGER H. - SCHONMETZER A., Enchiridion Symbolorum definitionum et
declarationum, ed. XXXIII Herder, Barcinone, Friburgi Br,
Romae 1976.
ECEI Enchiridion della Conferenza episcopale
italiana, EDB, Bologna, vol. I, 1985; vol. II, 1985; vol. III, 1986; vol
IV, 1991.
EV Enchiridion vaticanum, voll. 1-10, EDB,
Bologna 1976ss.
GLNT Grande
Lessico del Nuovo Testamento, trad. it. di TWNT, a cura di F. Montagnini,
Paideia, Brescia 1965-1990.
Insegnamenti
Insegnamenti,
[di PAOLO VI, fino al 1978 compreso; di GIOVANNI PAOLO II, dal 1979 ad oggi],
Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano.
OR «L'Osservatore
Romano», Città del Vaticano.
PG Patrologiae
cursus completus...Series graeca et orientalis, ed. J.P. MIGNE , Paris
1857-1886.
PL Patrologiae cursus completus...Series
latina, ed. J.P. MIGNE, Paris
1844-1855.
SCh Sources Chrétiennes (Paris 1942)
3.
Documenti del Concilio ecumenico vaticano II.
AA Decreto
Apostolicam actuositatem
sull'apostolato dei laici, 18.11.1965: AAS 58 (1966) 837-864; EV 1/912-1041.
AG Decreto
Ag gentes sull'attività missionaria
della Chiesa, 7.12.1965: AAS 58 (1966) 947-990; EV 1/1087-1242.
CD Decreto
Christus Dominus sull'ufficio
pastorale dei vescovi nella Chiesa, 28.10.1965: AAS 58 (1966) 673-701; EV
1/573-701
DH Dichiarazione
Dignitatis humanae sulla libertà
religiosa, 7.12.1965: AAS 58 (1966) 929-946; EV 1/1042-1086
DV Costituzione
dogmatica Dei verbum sulla divina
rivelazione, 18.11.1965: AAS 58 (1966) 817-835; EV 1/872-911
GE Dichiarazione
Gravissimum educationis
sull'educazione cristiana, 28.10.1965: AAS 58 (1966) 728-739; EV 1/819-852
GS Costituzione
pastorale Gaudium et spes su la
Chiesa nel mondo contemporaneo, 7.12.1965: AAS 58 (1966) 1025-1120; EV
1/1319-1644
IM Decreto
Inter mirifica sui mezzi di
comunicazione sociale, 4.12.1963: AAS 56 (1964) 145-157; EV 1/245-283
LG Costituzione
dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa,
21.11.1964: AAS 57 (1965) 5-71; EV 1/284-456
NA Dichiarazione
Nostra aetate sulle relazioni della
Chiesa con le religioni non cristiane, 28.10.1965: AAS 58 (1966) 740-744; EV
1/853-871
OE Decreto
Orientalium ecclesiarum sulle Chiese
orientali cattoliche, 21.11.1963: AAS 57 (1965) 76-89; EV 1/457-493
OT Decreto
Optatam totius sulla formazione
sacerdotale, 28.10.1965: AAS 58 (1966) 713-727; EV 1/771-818
PC Decreto
Perfectae caritatis sul rinnovamento
della vita religiosa, 28.10.1965: AAS 58 (1966) 702-712; EV 1/702-770
PO Decreto
Presbyterorum ordinis sul ministero e
la vita dei presbiteri, 7.12.1965: AAS 58 (1966) 991-1024; EV 1/1243-1318
SC Costituzione
Sacrosanctum concilium sulla sacra
liturgia, 4.12.1963: AAS 56 (1964) 97-138; EV 1/1-244
UR Decreto
Unitatis redintegratio
sull'ecumenismo, 21.11.1964: AAS 57 (1965) 90-112; EV 1/494-572
4. Documenti e testi della Santa Sede
CCC Catechismo della Chiesa Cattolica, 11.10.1992
CCEO Codex
canonum ecclesiarum orientalium, promulgato dal papa Giovanni Paolo II,
Roma 18.10.1990: EV 12.
ChL GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica
post-sinodale Christifideles laici su
vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, 30.12.1988: AAS 81
(1989) 393-521.
CIC Codex
iuris canonici, 25.1.1983: EV 8
CT GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Catechesi tradendae sulla catechesi nel
nostro tempo, 16.10.1979: AAS 71 (1979) 1277-1340; EV 6/1764-1939
DCG SACRA CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Direttorio catechistico generale,
11.4.1971: AAS 64 (1971) 97-176; EV 4/453-654
DeV GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Dominum et vivificantem su lo Spirito
Santo nella vita della Chiesa e del mondo, 18.5.1986: AAS 78 (1986) 809-900;
EV/10, 448-631.
DM GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Dives in misericordia, sulla
misericordia divina, 30.11.1980: AAS 72 (1980) 1177-1232; EV 7/857-956
DMP SACRA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO, Direttorio per le messe con la
partecipazione dei fanciulli [1.11.1973]: AAS 66 (1974) 30-46.
EN PAOLO VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi
sull'evangelizzazione nel mondo contemporaneo, 8.12.1975: AAS 68 (1976) 5-76;
EV 5/1588-1716
ESa PAOLO VI, Motu proprio Ecclesiae sanctae circa l'applicazione dei decreti conciliari CD,
PO, AG, 6.8.1966: AAS 58 (1966) 757-758; Normae:
AAS 58 (1966) 758-787; EV 2/752-913
ESu PAOLO VI, Lettera enciclica Ecclesiam suam circa le vie che la
Chiesa cattolica è chiamata a percorrere per adempiere la sua missione oggi,
6.8.1964: AAS 56 (1964) 609-659; EV 2/ 163-210
EvM CEI, Documento pastorale Evangelizzazione e ministeri, 15.8.1977: ECEI 2/2745-2873
FC GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Familiaris consortio sui compiti della
famiglia cristiana nel mondo contemporaneo, 22.11.1981: AAS 74 (1981) 81-191;
EV 7/1522-1810
IGMR SACRA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO, Institutio Generalis Missalis Romani
(Principi e norme per l'uso del Messale romano), 26.3.1970: EV 3/2017-2414
IOE SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Inter oecumenici per l'esatta applicazione della costituzione liturgica,
26.9.1964: AAS 56 (1964) 877-900; EV 2/211-309.
LE GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Laborem exercens sul lavoro umano a
novant'anni dall'enciclica «Rerum Novarum», 14.9.1981: AAS 73 (1981) 577-647;
EV 7/1388-1517.
MD GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica Mulieris dignitatem sulla dignità della
donna in occasione dell'anno mariano, 15.8.1988: AAS 80 (1988) 1653-1729.
MnC Episcopato italiano, Documento pastorale I ministeri nella Chiesa, 15.9.1973: ECEI 2/546-600.
MQ PAOLO VI, Lettera apostolica data motu proprio Ministeria quaedam circa la riforma
degli ordini minori e del suddiaconato, 15.8.1972: EV 4/17491770.
OICA RITUALE ROMANUM, Ordo Initiationis Christianae Adultorum [6.1.1972], Typis
Polyglottis Vaticanis 1972, 19742; EV 4/1345-1515.
OLM MESSALE ROMANO riformato a norma dei decreti
del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato da Papa Paolo VI, Ordo Lectionum Missae, Seconda edizione
tipica [21.1.1981] a cura della Conferenza Episcopale Italiana, Libreria
Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1982; EV 7/1001-1125.
PdV GIOVANNI PAOLO II, Esort. ap. post-sinodale Pastores dabo vobis, circa la formazione
dei sacerdoti nelle circostanze attuali [25.03.1992]: AAS 84 (1992) 657-804.
RdC EPISCOPATO ITALIANO, Il rinnovamento della catechesi. Documento pastorale di base per la
redazione dei catechismi, 2.2.1970: ECEI 1/2362-2973.
ReDP EPISCOPATO ITALIANO, Documento La restaurazione del diaconato permanente in Italia, 8.12.1971: ECEI 1/3955-4007.
RH GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Redemptor hominis all'inizio del suo
ministero pontificale, 4.3.1979: AAS 71 (1979) 257-324; EV 6/1167-1268
RMa GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Redemptoris mater sulla beata vergine
Maria nella vita della Chiesa in cammino, 25.3.1987: AAS 79 (1987) 361-433; EV
10/1272-1421
RMi GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Redemptoris missio circa la permanente
validità del mandato missionario, 7 dicembre 1990, AAS 83 (1991) 249-340; EV
12/547-732.
RP GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia circa la
riconciliazione e la penitenza nella missione della Chiesa oggi, 2.12.1984: AAS
77 (1985) 185-275; EV 9/1075-1207
SA GIOVANNI PAOLO II, Epistola enciclica Slavorum apostoli nel ricordo dell'opera
evangelizzatrice dei santi Cirillo e Metodio dopo undici secoli, 2.6.1985: AAS
77 (1985) 779-813; EV 9/1554-1614
SCh GIOVANNI PAOLO II, Costituzione Apostolica Sapientia Christiana, sulle università e
facoltà ecclesiastiche, 15.4.1979: AAS 71 (1979) 469-521; EV 6/1330-1454.
SD GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica Salvifici doloris sul significato
cristiano del dolore umano, 11.2.1984: AAS 76 (1984) 201-250; EV 9/620-685.
SRS GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Sollicitudo rei socialis nel ventesimo
anniversario dell'enciclica «Populorum progressio», 30.12.1987: AAS 80 (1988)
513-586; EV 10/2503-2713
TMA GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica Tertio millennio adveniente
all’episcopato, al clero ai fedeli
circa la preparazione del Giubileo dell’anno 2000, 10.11.1994.
5.
Altre
AA.VV. Autori vari
Cf. Vedere
Coll Collezione, collana
Ed Edizione
op. cit. opera citata
p. pagina
pp. pagine
vol. volume
INTRODUZIONE
Il sinodo dei vescovi 1987, occupandosi della
vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo,[1]
ha suscitato in molta gente uno slancio di interesse, a volte di curiosità, su
un argomento che merita attenzione e approfondita riflessione. Stiamo parlando
dei ministeri , cioè dei diversi doni gerarchici e carismatici che lo Spirito
elargisce a tutti i battezzati chiamandoli ad essere, ciascuno a suo modo,
attivi e corresponsabili nell'opera di edificazione e di evangelizzazione
propria della chiesa.
Lo stesso Giovanni Paolo II, nell'esortazione
post-sinodale Christifideles laici[2]
ha detto che con questo documento egli intende “suscitare e alimentare una più decisa presa di coscienza del dono e
della responsabilità che tutti i fedeli laici... hanno nella comunione e nella
missione della chiesa” .[3]
Già con il Vaticano II la chiesa dei nostri
giorni era entrata in una nuova prospettiva missionaria che esige riflessione,
ricognizione, assunzione di tutte quelle forme ministeriali di cui essa sente
di avere bisogno per la sua missione evangelizzatrice.
1. Una nuova
prospettiva
Il concilio Vaticano II, parlando della chiesa,[4]
ha affermato che lo Spirito Santo compie in essa un'opera particolarissima di
edificazione:[5]
- La unifica
nella comunione e nel ministero: significa che la diversità dei ruoli, dei
doni-carismi, dei ministeri, sono dati dallo Spirito non per creare divisione,
ma per unificare il corpo ecclesiale di Cristo nella comunione e nella
missione;[6]
- La istruisce
e la dirige con diversi doni gerarchici e carismatici: significa che il
ruolo profetico e il ruolo pastorale , pur nella necessaria distinzione di
ordine e di grado,[7] viene
condiviso tra coloro che nella chiesa hanno una funzione gerarchica (derivante
dal sacramento dell'ordine) e coloro che servono la chiesa con i doni-carismi
derivanti dalla fonte comune che è il battesimo. Il ministero
gerarchico-ordinato e il ministero carismatico-battesimale, pertanto, non
potranno mai essere in antagonismo, ma solamente in reciproca edificazione. “Grazie a questa diversità e complementarietà
ogni fedele laico si trova in relazione con tutto il corpo e ad esso offre il
suo proprio contributo” .[8]
- La abbellisce
con i suoi frutti: significa che le varietà dei ministeri e servizi sono come
tante piante destinate a portare ricchezza di frutti per abbellire e nutrire il
corpo ecclesiale di Cristo.[9]
- Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire e continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo:
questa espressione, tratta da s. Ireneo, significa che “Dalla Chiesa noi riceviamo la predicazione della fede che conserviamo,
sotto l'azione dello Spirito, come un liquore prezioso in un vaso di buona
qualità, un liquore che ringiovanisce anche il vaso che contiene” ;[10]
l'evangelizzazione permetta alla chiesa di non sclerotizzarsi, procurandole
piuttosto un perenne rinnovamento.
Nell'edificazione del corpo di Cristo vige la
diversità delle membra e delle funzioni, pur essendo lo stesso Spirito che distribuisce i suoi vari doni con
magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle necessità dei servizi.[11]
2. Un'opera di
riflessione. e di ricognizione
La chiesa, così orientata, e sollecitata anche
dalla situazione attuale della sua vita nel mondo contemporaneo, sta compiendo
oggi una riflessione accurata e un'attenta ricognizione dei carismi e dei
ministeri di cui lo Spirito del Signore l'ha arricchita e continua a farle
dono.
Questa riflessione e questa ricognizione sono
sollecitate anche da quell'urgente provocazione che spinge la chiesa a
mostrarsi e ad essere una chiesa evangelizzante e quindi missionaria , una
chiesa in dialogo col mondo e al suo servizio, nella comunione articolata delle
sue membra, perché siamo membra gli uni degli altri (Ef 4,26), e nella concorde
varietà dei suoi ministeri, antichi e nuovi.[12]
Proprio perché missionaria,[13]
la chiesa di oggi sente più che mai l'esigenza vivissima di essere una chiesa
tutta ministeriale, tutta dotata e preparata, tutta compaginata e mobilitata
con la molteplicità delle sue membra, al servizio della propria missione nel
mondo.
Solo una chiesa tutta ministeriale può essere
capace di un serio e fruttuoso impegno di evangelizzazione e promozione umana e
di attualizzazione di tutte le
possibilità evangeliche nascoste, ma già presenti e operanti nelle realtà del
mondo.[14]
3. Ministeri e
missione
Oltre che con la forza del Vangelo (LG 4), lo
Spirito Santo santifica il Popolo di Dio e lo guida e lo adorna di virtù (LG
12b) anche in altri modi: a. per mezzo dei sacramenti; b. dei ministeri; c. dispensando tra i fedeli di ogni ordine
grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere
ed uffici, utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa.
Si vede allora che, secondo Lumen gentium 4.12, l'edificazione della Chiesa avviene attraverso
la sinergìa di questi vari momenti: predicazione evangelica, azione
sacramentale, ministero ordinato, ministeri-carismi di tutto il popolo
sacerdotale. L'opera missionaria di ringiovanimento e di espansione della
Chiesa deve dunque fare necessariamente i conti con la realtà ministeriale.[15]
Occupandosi e risolvendo al proprio interno i
problemi della ministerialità, la chiesa potrà affrontare con maggiore
efficacia i propri impegni missionari verso l'esterno, impegni di edificazione
della comunità cristiana, di nutrimento e di crescita del popolo di Dio.
L'urgenza della missione spinge dunque la chiesa
ad aprirsi alla generosità e all'amore dello Spirito che, oggi in un modo tutto
particolare, santifica il popolo di Dio e lo guida e lo adorna di virtù, non
solo distribuendo a ciascuno i propri doni come pare a lui (cf. 1 Cor 12,11),
ma dispensando pure, tra i fedeli di ogni ordine, grazie speciali, con le quali
li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere ed uffici, utili al
rinnovamento e alla maggiore espansione della chiesa, secondo quelle parole A ciascuno la manifestazione dello Spirito è
data perché torni a comune vantaggio (cf 1 Cor 12,7).[16]
Ecco, pertanto, l'oggetto della nostra riflessione
sui ministeri ecclesiali: vedere quali sono, come agiscono, come utilizzare,
come verificare, questi doni e grazie speciali che lo Spirito distribuisce per
l'utilità comune; doni offerti a tutti i componenti il popolo di Dio: sacerdoti
e laici. Qui in particolare ci occuperemo dei ministeri laicali.[17]
Questi doni vanno ricercati, accolti,
valorizzati e promossi con gratitudine e consolazione, anche con discernimento,
dal momento che tutti sono necessari per ringiovanire e rafforzare il dinamismo
evangelizzatore della chiesa,[18]
per l'annunzio missionario del Vangelo, per l'edificazione del popolo di Dio e
per la promozione di un mondo rinnovato nell'amore.
4. Ministeri e
carismi.
Introducendo il rapporto, alquanto nuovo, tra
ministeri e carismi, il testo di Lumen
gentium 12b va qui esplicitato.[19]
Il vocabolario teologico di questi ultimi
decenni ha cominciato a riscoprire dapprima il termine «carisma» poi il termine
«ministeri» (al plurale) superando l'antica dialettica che vedeva i carismi in
contrapposizione al «ministero» inteso come gerarchia, espressione del
Sacramento dell'Ordine[20].
L'accostamento e il confronto ministeri-carismi
apre il primo e forse il più importante quadrante di problemi teologici circa
la realtà ministeriale[21]
nell'ambito della missione evangelizzatrice della Chiesa. Data l'importanza di
questi due termini per il nostro lavoro, sarà utile indicarne le origini ed i
contenuti.
4.1. I carismi.
Nel
Concilio Vaticano II il termine carisma fu usato secondo due grandi accezioni:
il carisma come dono straordinario, miracoloso, concesso da Dio in modo
eccezionale; ed il carisma come dono di grazia suscettibile di svariatissime
forme e diffuso abbondantemente nella vita della Chiesa. Questo secondo
concetto prevalse in LG 12.[22]
La difficoltà nel decifrare con esattezza il
termine «carisma», del resto, già si riscontra nella non facile definizione che
esso ha nel greco biblico[23]
e più tardi nella patrologia greca.[24]
Più che una definizione esatta, a noi serve qui
individuare le caratteristiche generali che soggiacciono a questo termine; una
loro possibile individuazione può emergere analizzando l'elenco che S. Paolo
riferisce in 1 Cor 12-14.[25]
Da questo elenco emergono in tutto 13 carismi:
1. il dono
del linguaggio di sapienza (logos
sofìas): consiste in un discorso pratico fatto di istruzioni ed esortazioni
a vivere secondo la legge di Dio e del Vangelo;
2. il dono
del linguaggio di scienza (logos
gnôseos): è la capacità di esporre le verità cristiane fondamentali (cf Eb
6,1);
3. il dono
della fede (pìstis): non intesa
come virtù teologale (cf 1 Cor 13,13), ma come dono che genera profonda
convinzione e permette di credere senza dubbio che Dio può fare i miracoli (cf
1 Cor 13,2) e quindi fa chiedere ed ottenere da Dio manifestazioni della sua
potenza;
4. il dono
delle guarigioni (charísmata iamáton):
è il dono riguardante le guarigioni corporali e psichiche (cf Mc 16,18);
5. il dono
del potere di fare miracoli (energêmata
dynámeon): compiere cioè azioni potenti in forza della sovrana dynamis divina (cf 2 Cor 12,12; Rom
15,18s; Gal 3,5);
6. il dono
della profezia (prophetéia):
intesa come edificazione (oikodomé),
esortazione (paráklesis) e conforto (paramythía) (1 Cor 14,3), oltre che
comunicazione della volontà di Dio e disvelamento dei cuori (1 Cor 14,25)[26];
7. il dono
del discernimento degli spiriti (diakríseis
pneumáton): consiste nelle capacità di discriminare la vera dalla falsa
manifestazione dello Spirito[27];
8. il dono
delle lingue (glossais lalêin): è
un parlare in lingue (glossolalia) che a Corinto era caratterizzata dal fatto
di essere incomprensibile agli ascoltatori e quindi aveva bisogno di interprete
(1 Cor 14,2.9.20-26);
9. il dono
dell'interpretazione (ermeneia
glossôn): consiste nel rendere comprensibile all'assemblea il contenuto del
parlare glossolalico (1 Cor 14,13.26-28) «perché
l'assemblea ne riceva edificazione» (1 Cor 14,5);
10. il
dono dell'apostolato (apostoloi):
è un carisma in vista dell'annuncio evangelico dal quale nasce la comunità
cristiana; questi apostoli (1 Cor 12,29; Ef 4,11) sono ben distinti dal gruppo
dei Dodici (1 Cor 15,5; Mt 10,5); sono quegli evangelizzatori itineranti che
annunziavano la buona novella, missionari che dotati di particolari doni
fondavano anche nuove comunità cristiane[28];
11. il
dono della catechesi (didaskaloi):
sono probabilmente quei cristiani maturi che istruivano gli altri sul
significato e le conseguenze morali dell'adesione alla fede (cf Gal 6,6)
mediante una più approfondita conoscenza del mistero; potevano essere anche
interpreti in senso cristiano dell'AT;
12. il
dono dell'assistenza (antilémpseis)[29]:
comprende tutte quelle forme di aiuto fraterno che si prestano alla comunità;
13. il
dono del governo (kybernéseis)[30]:
è il carisma di coloro che hanno la funzione di governare la comunità, come i
presbiteri e gli episcopi (At 20,17-28; Fil 1,1; 1 Tm 3,2; Tt 1,5.7)[31].
Da questa lettura appare che l'età di Cristo e
della Chiesa sono presentati dal Nuovo Testamento come una pleroforìa, come una manifestazione della ricchezza e abbondanza
della varietà dei doni dello Spirito di Cristo. Nella Chiesa delle origini non
esiste il riduzionismo dei carismi-ministeri, ma piuttosto il loro pluriforme
esercizio a servizio dell'unità del Corpo ecclesiale di Cristo. Gesù aveva
assicurato: «Chi crede in me, compirà
anche lui le opere che io faccio, anzi ne farà di maggiori» (Gv 14,21). Lo
stesso Paolo raccomanda alle comunità di «non
spegnere lo Spirito» (1 Ts 5,19-22), ma piuttosto di conservare la
ricchezza dei doni dello Spirito[32].
Questa teologia sui carismi, espressa
soprattutto in 1 Cor 12-14, prevede che vi sia unità nella varietà e varietà
nell'unità; che siano privilegiati i carismi che obbediscono ad esigenze più
umili, ordinarie e stabili (per analogia con il corpo umano dove le membra
apparentemente meno nobili sono le più necessarie: 1 Cor 12,22-26); l'utilità
comune resta il criterio ultimo e specifico di discernimento (1 Cor 12,7.25).
Ogni carisma deve obbedire alla carità verso il
«Corpo di Cristo» nella sua unità e totalità, e quindi verso Cristo in quanto
tale; infatti i carismi non solo derivano da
Cristo in quanto dono suo, ma devono anche riflettere Lui esprimendosi nel suo
stile di servizio e quindi vissuti ed esercitati in Cristo e tendere al
Cristo stesso mirando a costruire il suo corpo ecclesiale. La Carità (agàpe) vale dunque più dei carismi, sta alla loro base e ne è criterio di
autenticità[33].
La diversità dei carismi sta a dimostrare la
loro complementarietà; essendo «doni diversi secondo la grazia data a ciascuno
di noi» (Rm 12,6), non devono essere considerati monopolio esclusivo di alcuni
privilegiati, non devono produrre autoesaltazione in chi li possiede ma
piuttosto una valutazione pacata, realistica e razionale; tra essi deve
coesistere pluralità, diversità, complementarietà, solidarietà; devono essere
esercitati con ordine, decoro e ubbidienza (cf 1 Cor 14,40).
4.2. I
ministeri.
Anche la riflessione sui ministeri ecclesiali ha
nel Vaticano II il suo momento specifico di riscoperta.[34]
Contrariamente al termine «carisma», la voce latina
ministerium non ha un riscontro
letterale nel greco biblico. Le diverse sfumature del concetto di
ministero-servizio si esprimono in greco fondamentalmente con tre famiglie
verbali: leitourghéô (il servizio
offerto spontaneamente e liberamente nella comunità politica; di qui passa
anche a designare il sacerdozio cultuale come servizio comunitario); latréuô (il servizio cultuale
istituzionale, l'atteggiamento interiore verso Dio); diakonéô (è un servizio prestato ai singoli e alle comunità)[35].
Nel NT quando si vuol indicare il dono di sé
fatto da Gesù nella sofferenza e nella morte, si usa il termine diakonéô (Mc 10,45; Mt 20,28; Lc 22,27).
diakonéô diventa il termine che
contrassegna quell'amore attivo per i fratelli e per il prossimo che ha la sua
radice nell'amore di Dio (agápê) e il
suo termine nella koinônia, comunione
(cf. 2 Cor 9,13). Ognuno deve servire mettendo in opera il dono (chárisma) che Dio gli ha dato (1 Pt
4,10). Questo servizio, o diakonía, è molto ampio: comprende sia l'aiuto
materiale (At 2,44s; 4,34), sia l'opera di evangelizzazione (Rm 11,13; 2 Cor
4,1; 6,3), sia il dono del proprio corpo e della propria vita (2 Cor 8,5).
Colui che esercita una diakonia è chiamato diákonos.
Contrariamente a doulos che indica
dipendenza da un padrone, il diákonos
si caratterizza per un servizio alla comunità, ai fratelli e a tutti gli
uomini; il diákonos è uno la cui
funzione si radica in Cristo, uno che prosegue la diaconìa di Cristo sia verso
l'esterno che all'interno, uno che si occupa della salvezza degli uomini;
secondo questa accezione Paolo parla del suo ministero come diákonos (Ef 3,7: ministro del Vangelo;
2 Cor 11,23: servo di Cristo; Col 1,25: servo della comunità)[36].
4.3. Carismi,
ministeri, ministero.
Il rapporto tra carismi e ministeri, non del
tutto chiaro nel NT, permette tuttavia di dedurre che non ogni carisma è in
rapporto con un determinato ministero[37].
Facendo nostra la distinzione proposta da
Sartori, e seguita anche in campo ecumenico, per ministero si può intendere un carisma riconosciuto ed esercitato in
maniera piuttosto stabile a favore della comunità; spetta alla Chiesa
verificare e riconoscere tali ministeri[38].
Questo impegno della Chiesa nel riconoscere i
carismi si esplica con una certa proporzione e gradualità; si potranno così
avere dei ministeri semplicemente riconosciuti, altri riceveranno una
istituzione canonica, altri infine toccano il vertice del riconoscimento
mediante una azione sacramentale come nel caso del matrimonio o del ministero
ordinato (si veda l'esempio di Timoteo dove il carisma pastorale è confermato
con un rito di ordinazione: 1 Tm 4,14; 2 Tm 1,6). In questo caso l'azione di
discernimento e di riconoscimento del ministero si esplica mediante l'epiclesi
e la chirotonìa: l'epiclesi è
l'invocazione dello Spirito su colui che ha bisogno di essere soccorso nella
sua indegnità per poter assolvere al servizio a cui Dio stesso e la comunità lo
chiamano (At 6,6; 13,3); la chirotonìa,
o imposizione delle mani, indica la trasmissione di un potere e di una
missione, designa un mandato, trasmette una facoltà che «dalle mani di Dio»
passa «nelle mani dell'uomo» (1 Tm 4,14; 2 Tm 1,6-7; cf At 6,6).[39]
L'equilibrio esistente tra carismi e ministeri,
tra il ministero pastorale (ordinato) e gli altri ministeri si fonda sulla convinzione
che nel corpo ecclesiale non esiste un membro che non sia dotato di una
funzione propria in virtù del battesimo e della sua partecipazione
all'eucaristia, perché ciascuno ha ricevuto un carisma proprio nella missione
universale della Chiesa. L'ecclesiologia del Vaticano II insegna pertanto che
tra carismi e ministeri vi deve essere armonia e complementarietà; quindi
niente giustapposizione
(l'istituzione che soffoca la libertà dello Spirito), né contrapposizione (la libertà dei carismi che vorrebbe insidiare la
stabilità dei ministeri)[40].
5.
Unità, diversità, reciprocità e complementarietà di ministeri
L'unità e la diversità dei ministeri nella
chiesa può portare a fraintesi terminologici e di contenuto. In effetti allo
stato attuale non esiste univocità terminologica quando si parla di ministeri .
Gli stessi Padri del Sinodo 1987, tra le 54 Propositiones
inviate al Pontefice (ottobre 1987), chiedono maggiore chiarezza su tre parole: ministero, compito (munus, funzione),
ufficio (18a proposizione: EV 10/2146). Dal canto suo Giovanni
Paolo II nell'esortazione apostolica
post-sinodale Christifideles laici
dice di aver costituito un'apposita
commissione per rispondere a questo desiderio e per studiare la varietà dei
problemi teologici, liturgici, giuridici e pastorali sollevati dall'attuale
grande fioritura dei ministeri affidati ai fedeli laici (cf CfL 23).
Nel presente studio useremo il termine ministero
(generalmente al plurale, ministeri) secondo queste accezioni:
a. ministeri
ordinati: detti anche ministero gerarchico o sacerdozio ministeriale (LG
10), sono i ministeri che derivano dal sacramento dell'ordine e danno autorità
e potere sacro di agire in Persona
Christi capitis;[41]
è un ministero tripartito: episcopato, presbiterato, diaconato; coloro che
esercitano questo ministero sono chierici e non laici;
b. ministeri
istituiti: hanno il loro fondamento sacramentale nella dignità battesimale
(meglio dire: nell'iniziazione cristiana, compresa quindi l'eucaristia) essendo
insigniti del sacerdozio comune dei fedeli (LG 10); coloro che ricevono questa
istituzione o investitura autoritativa restano laici (l'istituzione non fa di
essi un pastore: cf ChL 23); sono aperti a uomini e donne (ad eccezione del
ministero istituito del Lettore e dell'Accolito che sono invece riservati ai
soli uomini: MQ VII);
c. ministeri
di fatto: hanno il loro fondamento sacramentale nel battesimo (iniziazione
cristiana). Possono essere di tre tipi:
c.1 ministeri
di supplenza che, riservati di per sé ai pastori, sono affidati in situazioni
di emergenza o di necessaria supplenza anche ai laici che li esercitano in
forza della loro vocazione battesimale e con uno speciale mandato dei pastori
competenti (è una «missio», non una «istituzione»; per questo si distinguono
dai ministeri istituiti); proprio perché ministeri di supplenza , si dovrà
evitare ogni abuso e dovranno cessare appena ci saranno i ministri propri (è il
caso dei ministri straordinari della comunione, dei ministri per le assemblee
domenicali in assenza di presbitero);
c.2 ministeri
propri dei laici che i fedeli possono e devono legittimamente svolgere
nella liturgia, nella trasmissione della fede (evangelizzazione) e nelle
strutture pastorali della Chiesa (diaconìa) in conformità alla loro specifica
vocazione laicale (è un diritto dovere che compete ai laici e non ai pastori);[42]
c.3
ministeri ecclesiastici che i fedeli laici possono svolgere nelle strutture
organizzative della Chiesa (non è un diritto, ma una capacità [si habiles sunt] riconosciuta e cooptata
dai pastori nei tre munera: docendi,
santificandi, regendi;[43]
In stretta connessione con i ministeri si
parlerà anche del senso missionario dei carismi. Carismi:[44]
straordinari o semplici e umili, i
carismi sono grazie dello Spirito Santo che hanno, direttamente o indirettamente,
un’utilità ecclesiale...Sono dati alla persona singola, ma possono essere anche
condivisi da altri (ChL 24; cf AA 3; BEM 7); un carisma, riconosciuto ed
esercitato, prende il nome di ministero; non ogni carisma, quindi, diventa un
ministero.[45]
Ecco allora che accanto ai ministeri ordinati ,
ossia i ministeri che derivano dal sacramento dell'ordine (il ministero
gerarchico del vescovo, del presbitero e del diacono), la chiesa riconosce e
promuove anche i ministeri, gli uffici e le funzioni, dei fedeli laici, che
hanno il loro fondamento sacramentale nei sacramenti di iniziazione[46]
(o nel matrimonio, per gli sposi cristiani) e che sono adatti ad assicurare
speciali servizi alla missione evangelizzatrice della chiesa.
Così, nella grande missione di salvezza che vede
impegnate tutte le membra della chiesa, i ministeri gerarchici e i ministeri
laicali sono chiamati ad aiutarsi e completarsi a vicenda. Ciò vuol dire che
non tutto ciò che fanno gli uni può essere fatto dagli altri, e viceversa; vi è
tra loro una diversità istituzionale , che deve armonizzarsi nello svolgimento
dell'unica missione fondamentale, redentrice, della chiesa.
I ministeri laicali hanno una loro propria e
insostituibile originalità, irriducibile a quella dei ministeri ordinati. E'
certo tuttavia che per una migliore complementarietà si richiede un costante
atteggiamento di disponibilità, di corresponsabilità, di servizio degli uni
verso gli altri, secondo la prassi evangelica che dice “Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria... ma ognuno di
voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Non cerchi
ciascuno il proprio interesse, ma piuttosto quello degli altri (Fil 2,3)”.[47]
Secondo quest'ottica, i ministeri laicali non
sono chiamati a fare di meno e i ministeri ordinati a fare di più ; ciascuno è
chiamato a fare qualcosa di proprio e di originale, qualcosa di altrettanto
utile all'edificazione della chiesa.[48]
Per questo Lumen
gentium 12b invita ad evitare due estremismi: da una parte quello di
chiedere imprudentemente i carismi e di sperare da essi con presunzione i
frutti dei lavori apostolici; dall'altra quello di estinguerli invece di
esaminarli ritenendo ciò che è buono (cf 1 Ts 5,12. 19-21).
Concludiamo con un testo di Leone Magno: “La divisione degli uffici non è tale da
impedire che ogni parte, per quanto piccola, sia collegata con il capo. Per
l'unità della fede e del battesimo c'è dunque fra noi una comunione
indissolubile sulla base di una comune dignità”.[49]
CAPITOLO I
IL MINISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA
Non si può parlare della ministerialità della
Chiesa senza riferirsi a Cristo e alla sua «diaconia», perché la Chiesa è «Cristo continuato e diffuso».
Il concilio stesso, pur non mirando a presentare
una dottrina organica e compiuta sui ministeri della Chiesa, ne prospetta però
le linee fondamentali risalendo appunto dalla Chiesa a Cristo, il quale, come
si esprime s. Policarpo, «si è fatto
servo - diakonos - di tutti».[50]
Paolo VI poteva perciò concludere il concilio con queste parole: «l'idea di ministero ha occupato un posto
centrale» in tutta la riflessione del Vaticano II.[51]
Più recentemente, in occasione del sinodo 1987
sulla missione e vocazione dei laici, uno dei padri sinodali ha detto: «Questo sinodo è un sinodo su Cristo... La
questione al centro dei nostri dibattiti deve essere trattata in una
prospettiva che non è quella dei diritti e dei doveri. Bisogna subito situarla
nel suo contesto cristologico ed ecclesiologico» (card. J. Willebrands).
Per un discorso articolato sui ministeri in rapporto
alla missione partiremo dunque da una riflessione cristologica (la
missione-ministero di Gesù Cristo: fondamento
cristologico) e da un riferimento primordiale alla funzione «apostolica» della Chiesa (fondamento
ecclesiologico della missione).[52]
I.
IL MINISTERO DI CRISTO
E' la «diaconia» di Cristo il principio costitutivo ed
esemplare dei ministeri ecclesiali (cf 1 Cor 12,4; Ef 4,12).[53]
Infatti «i ministeri presenti e operanti
nella Chiesa sono tutti, anche se in modalità diverse, una partecipazione al
ministero di Gesù Cristo, il buon Pastore che dà la vita per le sue pecore (cf.
Gv 10,11), il servo umile e totalmente sacrificato per la salvezza di tutti
(cf. Mc 10,45)».[54]
Le
immagini del Cristo pastore-servo-sacerdote illuminano la precisa fisionomia
della missione e della vita del popolo di Dio e la prospettiva essenziale dei
ministeri e della spiritualità che li anima.
1.
Cristo servo
E' l'immagine che sottolinea la spogliazione e
l'umiltà del Cristo: uomo di Dio-e-per-Dio, uomo-per-gli-altri, venuto non per
essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti,
cioè per tutti (AG 3; cf Mc 10,43-45; Lc 22,26-27; Fil 2,5-11). Il suo è un
servizio eminentemente missionario: viene per annunziare la salvezza ai poveri
(Lc 4,18s); dà la vita per la redenzione della moltitudine di peccatori (Mc
10,43; Mt 20,26); il suo servire fino al dono della vita sarà fonte di luce e
di benedizione per le nazioni che trovano speranza nel suo nome (Mt 12,18-21 =
Is 42,1-4; cf At 3,25; 26,23); d'ora in poi solo nel Nome del santo servo di
Dio, Gesù, crocifisso e risorto, è la sola fonte si salvezza (At 4,10ss.29ss). Ad gentes 3, citando abbondantemente i
Padri i quali affermano che «non fu
redento quel che da Cristo non fu assunto»[55],
dice che il Figlio di Dio ha percorso la via di una reale Incarnazione per
rendere gli uomini partecipi della natura divina (2 Pt 1,4); per noi egli si è
fatto povero, pur essendo ricco, per arricchire noi con la sua povertà (cf 2
Cor 8,9).
2.
Cristo pastore
Evidenzia l'amore di colui che conosce, difende
e guida le sue pecore, le raduna nell'unico gregge (Gv 10,16b)[56]
e ricerca con predilezione chi è smarrito e lontano (cf. Gv 10,10-11 che
richiama Ez 34,11). Le pecore disperse che egli raduna vengono sia dal recinto
di Israele che delle nazioni (Gv 10,16; 11,52). Egli viene in aiuto alle pecore
senza pastore (Mt 9,36; Mc 6,34) Per questo Cristo è chiamato «Principe dei pastori» (1 Pt 5,4).
3.
Cristo sacerdote
Pone in luce il sacrificio di Cristo, sacerdote
della nuova ed eterna alleanza, che congiunge in comunione di vita Dio e gli
uomini tra di loro. Il senso ultimo del sacerdozio di Cristo e di ogni
sacerdozio, che da lui trae origine, è quello di essere modello per tutti
coloro che offrendosi in lui, con lui, per lui in sacrificio a Dio gradito,
mettono la loro vita a servizio dei fratelli (cf. 1 Pt 2,5).
Ogni ministerialità nella Chiesa deve avere,
pertanto, relazione essenziale con la persona di Cristo
servo-pastore-sacerdote-maestro. Cristo è il punto di partenza (cf Ef
4,7s.10.11.16) e insieme traguardo di tensione di tutta la vita della Chiesa e
della sua ministerialità (cf Ef 4, 13.15).[57]
La figura di Gesù Signore è decisiva per intendere tanto il «ministero» (diakonein) come dimensione di servizio concreto propria
del singolo cristiano, quanto il suo aspetto più strettamente ministeriale,
contemplata a sua volta nella duplice dimensione di servizio destinato sia a
soddisfare bisogni fondamentali di sussistenza, sia a comunicare la parola di
salvezza. Il servizio alla Parola e il servizio alla carità appaiono quindi i
due polmoni con cui la Chiesa ha sempre respirato e vive nel mondo.[58]
Il Cristo mediatore-pontefice e sacerdote è
presente nella sua Chiesa: da questa realtà personale diretta (non applicata al
Cristo con idee categoriali), che raggiunge nel mistero pasquale il suo culmine
di servizio fedele a Dio e agli uomini, si può dedurre una fondata teologia dei
ministeri, non soggetta al processo critico della secolarizzazione moderna che
investe più un'idea storica del sacerdozio che non la realtà della persona di
Cristo fonte di ogni sacerdozio operante sotto i segni sacramentali ed
ecclesiali.[59] «La missione universale della Chiesa nasce
dalla fede in Gesù Cristo [...] Soltanto nella fede si comprende e si fonda la missione».[60]
II.
IL MINISTERO DELLA CHIESA
L'intelligenza del ministero di Cristo agevola e
illumina la comprensione del ministero della Chiesa. Nata sul calvario dal
fianco squarciato di Cristo[61]
e manifestata al mondo nella pentecoste[62]
come visibile-universale-efficace segno e strumento dell'intima unione con Dio
e di salvezza dell'intera umanità,[63]
Cristo associa sempre a sé la Chiesa sua sposa amatissima nell'attuazione
dell'opera di salvezza «con la quale
viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono salvati».[64]
Con J.M. Tillard, si può dire che «Il compito missionario della Chiesa non lo
cogliamo nella sua ragion d'essere e nella sua natura profonda se non lo
comprendiamo alla luce di questa teologia del corpo di Cristo [...] Si deve
riconoscere che l'inserzione del corpo ecclesiale nel corpo personale del
Signore dà alla missione la sua ampiezza. Per essenza la Chiesa è missionaria a
causa del suo Signore [...] Nell'attività missionaria della Chiesa è dunque la
potenza dello stesso Signore - quella dello Spirito ricevuto alla risurrezione
- che per mezzo del corpo ecclesiale che è il suo, penetra nel mondo. Si tratta
del Signore di gloria che attualizza il proprio potere mediante il proprio
corpo [...] Se non si dà Chiesa di Dio se non missionaria, non si dà Chiesa
missionaria se non saldata nell'unità del corpo di Cristo».[65]
Corpo di
Cristo e sua sposa (cf. Ef 5,25-27), la Chiesa riflette sul proprio volto i
lineamenti inconfondibili e la gloria luminosa del volto di lui e, se Cristo è
pastore, sacerdote e servo, anche la Chiesa, intimamente associata alla vita e
alla missione dello Sposo, dovrà essere nel mondo come attuatrice fedele di
questa triplice ministerialità.
1.
Ruolo «pastorale» della Chiesa
L'ansia missionaria e la sollecitudine di Cristo
buon pastore per il gregge che il Padre gli ha affidato, sono anche l'unico
scopo per cui la Chiesa agisce nel mondo: attuare l'opera di salvezza compiuta
dal suo Sposo e Signore, ed essere segno e strumento per stringere in comunione
gli uomini con Dio e tra di loro.[66] Ecco perché «l'evangelizzazione missionaria costituisce il primo servizio che la
Chiesa può rendere a ciascun uomo e all'intera umanità nel mondo intero».[67]
Benché
incompresa dal mondo in cui deve esercitare questa sua missione «pastorale», la Chiesa «nel dare aiuto
al mondo, come nel ricevere molto da esso, a questo soltanto mira: che venga il
regno di Dio e si realizzi la salvezza dell'umanità. Tutto ciò che di bene il
popolo di Dio può offrire all'umana famiglia... scaturisce dal fatto che la
Chiesa è sacramento universale di salvezza, che svela e insieme realizza il
mistero dell'amore di Dio verso l'uomo».[68]
2.
Ruolo «sacerdotale» della Chiesa
In Lumen
gentium, troviamo chiaramente descritto questo ruolo «sacerdotale» della
Chiesa: «Cristo Signore, pontefice
assunto di mezzo agli uomini, fece del nuovo popolo un regno di sacerdoti per
il Dio e Padre suo. Infatti per la rigenerazione e l'unzione dello Spirito
Santo i battezzati vengono consacrati a formare un tempio spirituale e un sacerdozio
santo, per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali
sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui che dalle tenebre li chiamò
all'ammirabile sua luce. Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando nella
preghiera e lodando insieme Dio, offrano se stessi come vittima vivente, santa,
gradevole a Dio (Rom 12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi
lo richieda, rendano ragione della loro speranza della vita eterna».[69]
3.
Ruolo «ministeriale» della Chiesa
La Chiesa accoglie in sé e imita Cristo anche
come servo, nella dedizione piena alla sua missione, per cui diventa essa pure
serva e ministra dell'opera della glorificazione di Dio e della santificazione
degli uomini.
Ministra di Cristo presso tutti i popoli, la
Chiesa è sempre stata a servizio dell'umanità: nella cultura, nella carità,
nella civiltà, nella giustizia, nel progresso, nella pace.
Anche la Chiesa, dunque, è serva come servo fu
il Cristo e come serva fu e si professò Maria, la vergine Madre, «la serva del Signore» (Lc 1,38). A somiglianza di Cristo e
della Madre sua, anche la ministerialità della Chiesa non è fatta nel chiasso e
nell'ostentazione, ma nel silenzio e nel nascondimento; non per essere vista e
applaudita dal mondo, ma unicamente per la gloria di Dio,(cf. Mt 5,16).
Associando e configurando a sé la Chiesa nella
sua missione, Cristo non poteva non imprimere per sempre sul volto di lei il
raggio splendente del suo stesso volto. La carità pastorale e la prontezza a
servire, con la capacità e la generosità di immolarsi per la vita del mondo,
segnano indelebilmente la missione della Chiesa nel suo più profondo essere ed
agire.[70]
Da Cristo, suo Signore e Maestro, la Chiesa impara a vivere in maniera coerente
al dono della comunione con Dio e, inviata al mondo per servire mediante la
Parola e la carità, sul suo esempio e per la grazia dello Spirito, è chiamata a
entrare in comunione con lui e a farsi serva di tutti (cf Lc 22,27).[71]
III.
I FONDAMENTI ECCLESIOLOGICI DELLA MINISTERIALITA.
La natura ministeriale della Chiesa si fonda su
alcuni principi messi in luce dai documenti conciliari:
1.
L'ecclesiologia di comunione
«E' questa
l'idea centrale che di se stessa la Chiesa ha riproposto nel concilio Vaticano
II».[72]
Questo principio configura la Chiesa articolata e servita da ministeri, non
concentrati in pochi suoi membri, bensì distribuiti con varietà e larghezza
all'interno delle comunità. I membri della Chiesa partecipano perciò
attivamente alla sua vita e alla sua missione, nella ricchezza e diversità dei
doni dello Spirito.[73]
Il fondamento di questa koinônía è
trinitario, ecclesiologico e pneumatico.[74]
Il mistero della comunione che esiste in seno
alla Trinità diventa la matrice prima, il modello sublime e la mèta suprema
della comunione della Chiesa (GS 24), di questo popolo «adunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (LG 3); essa è la Ecclesia de Trinitate.[75]
La Chiesa appare così come il corpo del Cristo,[76]
varia e molteplice nei suoi carismi, articolata e compatta nelle sue membra, che
cresce e si edifica come tempio
vivente in comunione di fede e di amore.[77]
L'unico e identico Spirito, infine, è il
principio dinamico della varietà e dell'unità nella e della Chiesa;[78]
ed ancora il medesimo Spirito unifica la Chiesa «nella comunione e nel ministero»,[79]
la istruisce e la dirige con diversi doni gerarchici e carismatici,[80]
l'abbellisce dei suoi frutti.[81]
«Così i
carismi, i ministeri, gli incarichi ed i servizi del fedele laico esistono
nella comunione e per la comunione. Sono ricchezze complementari a favore di
tutti, sotto la saggia guida dei pastori».[82]
La missione presuppone una comunità unita, che
si apra agli altri uomini nell'annuncio del Vangelo e chiami tutti a far
comunione con coloro che hanno accolto la parola di Dio nella fede e vivono
un'esperienza di fraterna carità. Missione e comunione si richiamano a vicenda.
Solo una Chiesa che vive e celebra in se stessa il mistero della comunione,
traducendolo in una realtà vitale sempre più organica e articolata (cf Ef
4,11-16), può essere soggetto di una efficace evangelizzazione e potrà generare
autentici ministeri missionari.[83]
Investiti della vocazione cristiana mediante il
battesimo-iniziazione e confermati con una speciale forza dal dono dello
Spirito che perfeziona in essi il vincolo di comunione ecclesiale, i fedeli
laici partecipando all'eucaristia attingono la pienezza della comunione
ecclesiale. Nella frazione del pane si realizzano come membri del corpo del
Signore e membri gli uni degli altri.[84]
L'eucaristia stabilisce così tra tutti i membri del corpo di Cristo quel
perfetto vincolo di comunione e di carità che è l'anima di ogni apostolato (AA
3). Così radicati nella memoria eucaristica del sacrificio di Cristo, fonte e
culmine di ogni azione apostolica,[85]
i fedeli saranno capaci di rendere presente e operante nel mondo la vita nuova
di comunione che proviene dalla redenzione. Solo da una salda e convinta
comunione intraecclesiale, cui i fedeli laici devono apportare la loro attiva
partecipazione, sarà possibile adempiere il compito missionario così ingente e
decisivo oggi per giungere alla dilatazione e all'incremento del regno di
Cristo nel mondo (cf LG 35).
2.
La sacramentalità della Chiesa
La realtà di comunione che la Chiesa vive non è
solo esperienza di carità che interiormente la riempie di gioia e la fa
crescere, ma è anche presa di coscienza dell'urgente dovere di allargare gli
spazi di attuazione del mistero salvifico. La Chiesa sa di essere un popolo uno
e unico che deve estendersi a tutto il mondo e a tutti i secoli (LG 13); essa
tende alla sua piena realizzazione solo quando si fa strumento capace di
raggiungere l'umanità intera e portarle la salvezza.[86]
Poiché è Cristo e il suo mistero che nella
Chiesa vive e perdura, la Chiesa altro non compie se non attualizzare questo
mistero di salvezza mediante la Parola, il sacrificio, i sacramenti, mentre
riceve in sé per la forza dello Spirito Santo, la vita di Cristo, da
testimoniare nel mondo. Se dunque «lo
Spirito Santo opera la santificazione del popolo di Dio per mezzo del ministero
e dei sacramenti»,[87]
la corretta organizzazione della vita della Chiesa non può mai discostarsi
dall'economia sacramentale.
Da questa sacramentalità della Chiesa -
prolungamento del Cristo, sacramento primordiale e universale di salvezza[88]
- scaturisce il significato essenziale della vocazione-missione di quanti sono
chiamati a servire Cristo e i fratelli: «rendere
partecipi tutti gli uomini della salvezza operata dalla redenzione e per mezzo
di essi ordinare effettivamente il mondo intero a Cristo» (AA 2).
Con Redemptoris
mission si può dire che questa Chiesa «il
Cristo se l'è acquistata col suo sangue (cf At 20,28) e l'ha fatta sua
collaboratrice nell'opera della salvezza universale» (RMi 9).
Fuori di
questa prospettiva l'essenza del Corpo mistico e la sua missione assolutamente
universale diventerebbero incomprensibili.[89]
Ecco perché «la reale possibilità
della salvezza in Cristo per tutti gli uomini e la necessità della Chiesa in
ordine a tale salvezza» devono
necessariamente restare congiunte: formano infatti un unico mistero di salvezza
e fanno sperimentare sia la misericordia di Dio sia la nostra responsabilità.
(cf RMi 9).
I sacramenti, infine, sono anche il fondamento
per l'esercizio dei vari ministeri e servizi: la specificità di un sacramento
conferisce la specificità del ministero. Si avranno così ministeri «ordinati» che derivano dal sacramento dell'ordine, e ministeri «laicali» che derivano dal sacramento del battesimo-iniziazione. Così
mentre i ministri ordinati insegnano, reggono e santificano in persona Christi e con la sua
autorità, i fedeli laici, resi anch'essi partecipi dell'ufficio sacerdotale,
profetico e regale di Cristo, per la loro parte completano, nella Chiesa e nel
mondo, la missione di tutto il popolo di Dio. In realtà essi esercitano
l'apostolato evangelizzando e santificando gli uomini, e animando e
perfezionando con lo spirito evangelico l'ordine temporale, in modo che la loro
attività in questo ordine costituisca una chiara testimonianza a Cristo e serva
alla salvezza degli uomini (AA 2).
3.
La complementarietà del sacerdozio comune e del sacerdozio ministeriale
Lo Spirito del Signore innesta e promuove nella
Chiesa, tutta profetica, sacerdotale[90]
e regale, una particolare presenza articolata e gerarchica di servizi che, pur
nella diversità di essenza e di grado, sono ordinati all'edificazione
dell'unico corpo di Cristo.
Infatti, secondo Lumen gentium, «il sacerdozio
comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque
differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l'uno
all'altro, poiché l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano
all'unico sacerdozio di Cristo».[91]
Avendo in comune la stessa fonte, cioè il
sacerdozio di Cristo,[92]
ed essendo «segno» l'uno del sacerdozio di «Cristo
capo» (= sacerdozio ministeriale o
gerarchico),[93] l'altro del
sacerdozio di «Cristo corpo» (= sacerdozio comune), non è possibile
che tra i due vi sia rivalità o concorrenza, ma entrambi dovranno concorrere ad
esprimere il sacerdozio del «Cristo
totale».[94]
«Pertanto
tutti, sia i ministri che i fedeli, compiendo il proprio ufficio, facciano
tutto e soltanto ciò che è di loro competenza;[95] cosicché la stessa disposizione della
celebrazione manifesti la Chiesa costituita nei suoi diversi ordini e
ministeri».[96]
Si può dire che, nell'esercizio dei vari uffici
e ministeri, la Chiesa continua a riflettere sul proprio volto i lineamenti
inconfondibili e la gloria luminosa del volto di Cristo, fonte e modello di
ogni ministerialità.
Per vivere il suo mistero essa riceve con
abbondanza il dono santificante dello Spirito che ne alimenta continuamente la
fecondità e l'efficacia.
Lo Spirito edifica e fa crescere la Chiesa come «corpo di Cristo» grazie a tre elementi principali, ovviamente collegati: a.
annuncio evangelico o predicazione, cioè la parola: attualizzazione e
rivelazione della croce-risurrezione, appello di Dio alla salvezza; b. i
sacramenti in quanto azioni e segni che santificano l'uomo e lo edificano come
corpo vivo e santo del Cristo; c. la crescita dei suoi stessi membri, sia in
genere sia carismatici sia nei ministeri costituiti, poiché la Chiesa tanto
cresce e si edifica quanto crescono e si edificano i suoi membri nelle loro
rispettive funzioni e viventi della vita stessa del Cristo.[97]
Sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale si
rapportano dunque secondo una relazione di immanenza reciproca, poiché il
sacerdozio comune continua a sussistere nel sacerdozio ministeriale e quello
ministeriale esiste e si giustifica in funzione di servizio a quello comune.[98]
IV.
I MINISTERI NELLA STORIA DELLA CHIESA
Per comprendere l'attuale situazione circa i
ministeri, anche a seguito della riforma conciliare, è quantomai utile aver
presente un panorama storico che ci mostri l'origine e lo sviluppo dei
ministeri nella vita della Chiesa fino ai nostri giorni.[99]
1.
L'epoca apostolica
Nella comunità primitiva, descrittaci dagli Atti
degli apostoli e dalle lettere di san Paolo, troviamo già abbozzata, nelle sue
linee essenziali, la ministerialità pastorale e sacerdotale della Chiesa. Gli
stessi apostoli si presentano come «ministri
di Cristo e amministratori dei misteri di Dio: yperêtas kai oikonòmous» (1 Cor 4,1), «servitori (doúlous)per
amore di Cristo» (2 Cor 4,5).
Fin dall'epoca apostolica si hanno comunità
tutte ministeriali, rette da ministri e pervase di spirito diaconale o di
servizio (cf. 1 Ts 5,12-13).[100]
Utilizzando l'immagine del corpo, san Paolo spiega la varietà dei servizi con
cui è arricchito il corpo ecclesiale di Cristo (cf. Rm 12,4-8; «chi ha un ministero, attenda al
ministero»: v.7).
Troviamo così una ricchezza di ministeri come i «profeti» (At 13,2; 21,11), i «maestri» (At 13,1;18,21; 1 Cor 12,28), gli «episcopi» (1 Tm 3,2; 2 Tm 1,6), i «diaconi» (Fil 1,1-2) i «presbiteri» (At 14,23;
Tt 1,5-6; 1 Tm 5,17.21-22),[101]
gli «evangelisti» (At 21,8; 2 Tm 4,5).
La varietà di questi ministeri ha tuttavia una
ben definita «unità» e «originalità»:
a. Strutturano
la Chiesa. Non vi è opposizione, ma complementarietà dal momento che
derivano tutti dallo stesso Spirito: i Dodici (At 2,4), Pietro (At 4,8), i
Sette (At 6,3), Stefano (At 6,5.10), Barnaba e Paolo (At 13.4.9). Non vi è
anarchia né disordine (1 Cor 14,40). Tutto avviene per l'edificazione (1 Cor
12-14).
b. Dipendono
da Cristo. I ministeri non appaiono come rappresentanza o delegazione della
comunità, ma sono esercitati in assoluta dipendenza da Cristo: è lui il capo
(Col 1,18), è lui che dà autorità di cacciare i demoni (Mc 6,7), di
sciogliere-legare (Mt 18,18). Tutto è fatto «da
parte del Signore» (1 Ts 4,1-2) e «nel nome del Signore» (2 Ts 3,12).
c. Per
servire, non per dominare. Si elogia l'atteggiamento del vero ministro
chiamato appunto «economo-amministratore» (1 Cor 4,1), non padrone ma modello (1
Pt 5,2-3). Si condanna invece l'atteggiamento sbagliato di coloro che abusano
del ministero per avere i primi posti (Mc 10,35-40), o di coloro che ostentano
i propri doni senza edificare (1 Cor 14,15ss).
d. Al
servizio della parola e della comunità. Ancor prima del servizio delle
mense (At 6,2) e dello stesso battezzare (1 Cor 1,17) sta il primato della «preghiera e il ministero della parola» (At 6,4). Il ministro della parola
dovrà farsi padre, madre, fratello della comunità dove esercita il suo
ministero (1 Tm 5,1-2).[102]
e. Mediante
l'imposizione delle mani. Poiché è Dio stesso che conferisce i ministeri,
pur nel rispetto della sua assoluta libertà (1 Cor 7,7), tuttavia si richiedono
alcune qualità (buona testimonianza, attitudine, ecclesialità di comportamento,
sicurezza nell'insegnamento; stima da parte della comunità); il conferimento
del «chàrisma - dono» è associato all'imposizione delle mani
e alla preghiera (cf. 1 Tm 1,18; 5,22).
f. aperti
a uomini e donne. Nonostante la diversità di cultura tra l'ambiente
giudaico e l'ambiente ellenistico, la comunità primitiva dichiara abolita ogni
distinzione tra uomo e donna (cf. Gal 3,28). Già al seguito di Gesù,
contrariamente a ogni tradizione giudaica, troviamo delle donne (Lc 8,23).
Nelle comunità apostoliche troviamo le quattro figlie dell'evangelista Filippo «che avevano il dono della profezia» (At 21,9); Priscilla con lo sposo
Aquila, in qualità di «catechisti», «esposero
con maggiore chiarezza la via di Dio»
ad Apollo (At 18,26). Nella comunità di Corinto le donne possono «pregare» e «profetizzare» (1 Cor 11,5). Paolo nelle sue lettere
saluta con riguardo «la diaconessa
Febe» (Rm 16,1), la «sorella Appia» (Fm v.2) e una certa Ninfa che accoglie la comunità nella sua
casa (Col 4,15). Non mancano tuttavia delle eccezioni («la donna impari il silenzio... non concedo ad alcuna donna di
insegnare»: 1 Tm 2,11-12; 1 Cor
14,34): sono dovute però più a motivi «culturali» che dottrinali.
Verso la fine del primo secolo, con la morte
degli apostoli e il costituirsi di comunità cristiane sia in ambiente giudaico
che in ambiente ellenistico, si assiste a una strutturazione differenziata di
ministero[103] secondo
criteri «etnico-culturali». C'è una forma progressiva di
evoluzione in rapporto a esigenze nuove che sorgono nelle varie comunità. Non
c'è concorrenza di ministeri, ma reciproca riconoscenza e servizio in vista
dell'edificazione della Chiesa («In
una grande casa non ci sono soltanto vasi d'oro e d'argento, ma anche di legno
e di coccio»: 2 Tm 2,20). Appare già
consolidata la triplice ministerialità del vescovo-presbitero-diacono.
2.
L'epoca costantiniana e medioevale
La struttura ministeriale delle comunità
cristiane non rimane fissa, ma subisce variazioni adattandosi alla diversità
della situazione storico-politica in cui vive. Così con la pace di Costantino
(editto di Milano: 313) e soprattutto con l'editto di Tessalonica (Teodosio,
381),[104] i
ministeri acquistano un tipo di «struttura
imperiale»: imitano l'amministrazione
civile nella gestione del territorio (patriarca, metropolita, ecc.); sono «statalizzati» (stipendio, privilegi, protezione); ha inizio in maniera stabile
la prassi «celibataria». Nella stessa epoca fa riscontro la
nascita del «monachesimo», anche come forma di reazione, senza
onori-potere-denaro.
Caduto l'impero (a. 476), il ministero
ecclesiale si adegua alla nuova struttura insorgente: la «struttura feudale». Si
ha il vescovo-signore che nomina i «parroci» nelle chiese di campagna; sorgono i «benefici» parrocchiali; si passa dall'offerta alla tassa per il servizio
pastorale; si verifica una separazione tra «clero» e popolo: lingua latina non più
compresa e altare voltato verso la parete; abolizione della comunione al
calice, dell'omelia, della preghiera dei fedeli, della processione con le
offerte.
Carlomagno nominerà da sé i vescovi (funzionari
della corona). Sorgono due gravi problemi: la simonia (compera dei benefici) e
il nicolaismo (non rispetto del celibato). Il monachesimo subisce il fenomeno
della «sacerdotalizzazione»; ne deriva una prevalenza dell'aspetto
cultuale su quello dell'evangelizzazione.
Si dovrà attendere la «riforma gregoriana»
(Gregorio VII: 1073-1085) per riacquistare l'indipendenza del clero dai
laici-imperatore (lotta per le investiture: a. 1077, Enrico IV a Canossa). Fu
prescritto al clero l'obbligo della residenza, della vita comunitaria, del celibato.
Con il sec. XII e il sorgere del nuovo tipo di «struttura comunale», si assiste a un'apertura dei ministeri ecclesiali e a una
rivalutazione del ministero dell'evangelizzazione su quello prevalentemente
cultuale. Nascono i nuovi ordini dei domenicani e dei francescani con queste
caratteristiche: vita apostolica, più che monastica; ministri della Parola, più
che del culto; crociati della fede, più che delle armi.
3.
La riforma protestante e l'epoca tridentina
Al crescente numero di abusi da parte del clero
fece riscontro la drastica riforma di Lutero (1483-1546): il sacerdozio esiste
non in forza dell'«ordine», ma della «funzione»; tale funzione
non gli viene dall'alto (gerarchia), ma dal basso (comunità); tutti i
battezzati, in forza del battesimo, sono abilitati a tale funzione.
Il concilio di Trento[105] scomunicò queste tesi e ribadì l'istituzione
divina della gerarchia e dei ministeri (ordinati). Si affermò la necessità per
la Chiesa d'essere strutturata gerarchicamente e di avere vari ministeri. Si sentì
anche la necessità di formare, spiritualmente e culturalmente, il clero: nel
1563 si istituiscono i seminari.
L'impostazione gerarchica («piramidale») dei
ministeri scaturita da Trento fu ribadita dal Vaticano I. [106]
Si dovrà attendere il Vaticano II (1962-1965)
per avere una visione organica e teologica dei ministeri.
V.
I MINISTERI NEL VATICANO II
Con il concilio ecumenico Vaticano II è stato
possibile avere una visione organica e teologica dei ministeri. Questa
rinnovata «visione ministeriale» della Chiesa si ritrova in quasi tutti
i documenti, ma soprattutto è riscontrabile nell'impostazione teologica che si
dà alla costituzione dogmatica Lumen
gentium sulla Chiesa.
Il mistero della Chiesa è presentato con le
immagini bibliche del «corpo» e del «popolo di Dio»:
unificato «nella comunione e nel
ministero».[107]
Il «popolo
di Dio» quale popolo della nuova
alleanza è popolo sacerdotale, popolo profetico, popolo regale.[108]
All'interno di questo popolo (quindi né sopra,
né a parte) «lo Spirito Santo non solo per
mezzo dei sacramenti e dei ministeri santifica il popolo di Dio e lo guida e
adorna di virtù, ma "distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a
Lui" (1 Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie
speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere e
uffici, utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa, secondo
quelle parole: "a ciascuno...la manifestazione dello Spirito è data perché
torni a comune vantaggio" (1 Cor 12,7)».[109]
La Chiesa riconosce dunque in se stessa l'unità
e la diversità dei doni dello Spirito, carismi-funzioni-ministeri: «così nella varietà tutti danno
testimonianza della mirabile unità nel corpo di Cristo: poiché la stessa
diversità di grazie, di ministeri e di operazioni raccoglie in un solo corpo i
figli di Dio».[110]
Questa unità e pluralità deve essere vista
soprattutto in funzione dell'opera evangelizzatrice della Chiesa dal momento
che «per la "impiantazione della
Chiesa" e lo sviluppo della comunità cristiana sono necessari vari tipi di
ministero, che suscitati nell'ambito stesso dei fedeli da un'ispirazione
divina, tutti debbono diligentemente promuovere ed esercitare».[111]
La complementarietà tra ministeri ordinati e ministeri laicali è così
importante per la missione che «la Chiesa
non è realmente costituita... se alla gerarchia non si affianca e collabora un
laicato autentico... se manca la presenza dei laici».[112]
Per il concilio, la partecipazione dei laici
alla missione della Chiesa non è una «concessione» della gerarchia, ma l'esercizio di un «diritto-dovere» che deriva dalla loro dignità battesimale.[113]
Infatti, «L'apostolato dei laici è
partecipazione alla stessa salvifica missione della Chiesa, e a questo
apostolato sono tutti deputati dal Signore stesso per mezzo del battesimo e
della confermazione... Così ogni laico, per ragione degli stessi doni ricevuti,
è testimonio e insieme strumento vivo della stessa missione della Chiesa».[114]
A questo titolo anche i laici potranno essere chiamati ad esercitare, per un
fine spirituale, alcuni uffici ecclesiastici.
Il concilio è talmente convinto di questa
necessaria collaborazione dei ministeri laicali, che afferma: «All'interno della comunità della Chiesa la
loro azione è talmente necessaria che senza di essa lo stesso apostolato dei
pastori non può per lo più raggiungere la sua piena efficacia».[115]
All'interno del popolo di Dio e in stretta
sintonia con la missione evangelizzatrice della Chiesa, sta dunque il ministero
dei «laici»,[116]
uomini e donne. Non solo, quindi, è superata la vecchia concezione del
precedente Codice di diritto canonico secondo cui il «laico» è definito in
senso negativo come «colui che non è
chierico»[117],
ma si passa da una visione di Chiesa «clericale» ad una visione «ministeriale».
Nel concilio si avrà pertanto un documento per
l'Apostolato dei laici, un documento sul Ministero dei vescovi, un documento
sul Ministero e vita dei presbiteri.
Da questa impostazione teologica che trae
ispirazione dal Vaticano II si deduce che «Col
nome di laici si intendono qui tutti i fedeli ad esclusione dei membri
dell'ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè,
che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti Popolo
di Dio e, nella loro misura, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico
e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la
missione propria di tutto il popolo cristiano».[118]
CAPITOLO II
MINISTERI E MISSIONE NELLA CHIESA OGGI
Nel capitolo precedente abbiamo cercato di
chiarire, nel contesto dell'impegno missionario della Chiesa, il vocabolario
riguardante il significato, i contenuti, le implicanze dei termini ministero, ministeri, carismi.
Dovendo ora trattare dell'impiego missionario
dei vari ministeri, soprattutto laicali, si ritiene opportuno precisare
brevemente anche il vocabolario riguardante la missione; avendo infatti chiaro
sia il significato sia gli àmbiti dell' attività missionaria, saremo facilitati
nel trattare l'applicazione missionaria concreta dei vari ministeri. La recente
enciclica missionaria Redemptoris missio[119]
ci aiuta in quest'opera di chiarimento. Parlando degli «immensi orizzonti della
missione ad gentes»[120]
Giovanni Paolo II dice che questa missione è unica, avendo la stessa origine e
finalità; ma all'interno di essa si danno compiti e attività diverse (RMi
31). “L'interpretazione di questa realtà complessa e mutevole in ordine al
mandato di evangelizzazione si manifesta già nel «vocabolario missionario»”
(RMi 32). Qual è dunque questo vocabolario
missionario?[121]
E' la stessa Enciclica ad indicarlo: esistono situazioni diverse di
evangelizzazione che richiedono una differente attività missionaria per cui è
necessario ricercare i contatti ma anche la distinzione tra «missione ad gentes», «nuova
evangelizzazione», «cura pastorale-missionaria dei fedeli».[122]
I.
IL VOCABOLARIO MISSIONARIO.
1.
A situazioni diverse, attività differenti.
Guardando al mondo d'oggi dal punto di vista
dell'evangelizzazione, Redemptoris missio
distingue tre situazioni.
Vi sono popoli, gruppi umani, contesti
socio-culturali in cui Cristo e il suo Vangelo non sono ancora conosciuti, o in
cui mancano comunità cristiane abbastanza mature da poter incarnare la fede nel
proprio ambiente ed annunziarla ad altri gruppi; a questa situazione si deve
far fronte con quella che è propriamente la missione ad gentes (RMi 33; AG 6).
Ci sono poi comunità cristiane che hanno
adeguate e solide strutture ecclesiali, sono ferventi di fede e di vita,
irradiano la testimonianza del Vangelo nel loro ambiente e sentono l'impegno
della missione universale; in questa situazione si svolge la cura pastorale che
tende a fare missionaria tutta la comunità (RMi 33).
Esiste, infine, una situazione intermedia,
specie nei Paesi di antica cristianità, ma a volte anche nelle Chiese più
giovani, dove interi gruppi di battezzati hanno perduto il senso vivo della
fede, o addirittura non si riconoscono più come membri della Chiesa, conducendo
un'esistenza lontana da Cristo e dal suo Vangelo; per questa situazione occorre
una «nuova evangelizzazione» o «ri-evangelizzazione» (RMi 33).
A differenti situazioni va offerta una diversa e
appropriata risposta missionaria.
2. La missio ad gentes.
E' ben caratterizzata quanto alla natura, ai
destinatari, ai fini, alla metodologia.
La natura:
è l'attività missionaria in senso specifico della Chiesa (RMi 2.34); è il primo
e principale servizio che la Chiesa deve rendere a ciascun uomo e all'intera
umanità (RMi 2); è un'attività primaria della Chiesa, essenziale e mai conclusa
(RMi 31); è questo il compito più specificamente missionario che Gesù ha
affidato e quotidianamente affida alla sua Chiesa[123];
lungi dall'essere pienamente attuata, è anzi «ancora agli inizi» (RMi 40); «senza
la missione ad gentes la stessa
dimensione missionaria della Chiesa sarebbe priva del suo significato
fondamentale e della sua attuazione esemplare» (RMi 34).
Destinatari: sono i popoli e i gruppi che ancora non
credono in Cristo, coloro che sono lontani da Cristo, tra i quali la Chiesa non
ha ancora messo le radici (RMi 34; AG 6.23.27) e la cui cultura non è stata
ancora influenzata dal Vangelo (RMi 34; EN 18-20).
Scopo
di questa attività missionaria ad gentes
«non è né più né meno che la
manifestazione, o epifanìa, e la realizzazione del disegno di Dio nel mondo e
nella storia» (RMi 41; AG 9). La sua peculiarità è dunque costituita da
almeno tre elementi: porta il primo annuncio evangelico ai non cristiani[124]
[=evangelizzazione]; tende a costituire-impiantare una Chiesa locale
autosufficiente [= implantatio ecclesiae];
attua una profonda inculturazione del Vangelo promuovendo i valori del Regno[125]
[= inculturazione].
Per raggiungere questo scopo ben determinato
l'attività missionaria ad gentes
segue una metodologia specifica che
si sviluppa secondo alcune tappe:
2.1.
L'evangelizzazione.
L' evangelizzazione è l'atto col quale la
Chiesa, sotto l'impulso dello Spirito Santo, annunzia la salvezza che il Padre,
nel suo infinito amore, offre a tutti gli uomini in Cristo e per mezzo di
Cristo, morto e risorto. Essa infatti è stata inviata da Cristo al mondo con la
missione evangelizzante di «proclamare la Buona Novella» a tutte le genti e cristianizzarle o «far
discepoli» Suoi tutti gli uomini, testimoniando loro il Suo gratuito perdono
dei peccati e la Sua vittoria sulla morte[126].
La missione evangelizzante di Gesù[127]
è così continuata, «con la potenza dello Spirito» (At 1,8), dalla Chiesa. La
Chiesa esiste per evangelizzare (EN 14), per il «servizio della Parola»[128].
Il servizio dell' evangelizzazione è un vero servizio al mondo da parte degli
inviati di Cristo e della Chiesa. «Se
davvero la Chiesa ha coscienza di ciò che il Signore vuole ch'ella sia, sorge
in lei una singolare pienezza e un bisogno di effusione, con la chiara
avvertenza d'una missione che la trascende, d'un annuncio da diffondere. E' il
dovere dell'evangelizzazione. E' il mandato missionario. E' l'ufficio
apostolico».[129]
Mediante l'annunzio del Vangelo la Chiesa invita
gli uomini alla conversione e alla fede in Cristo, e per mezzo del Battesimo,
che di questa conversione e fede costituisce il sigillo, li accoglie nella
comunità dei fedeli[130].
Questa missione di annunziare la «Parola di
salvezza» (At 13,26) si svolge in vari modi e in vari tempi[131]:
2.1.1. la diakonìa:
testimonianza della vita e carità.
Giovanni Paolo II in Redemptoris missio 42 ripropone la felice espressione di Evangelli nuntiandi 41 che dice: «l'uomo contemporaneo crede più ai testimoni
che ai maestri». Pertanto «la
testimonianza della vita cristiana è la prima e insostituibile forma della
missione» (RMi 42); anzi, in molti casi, è l'unico modo possibile di essere
missionari[132]. Questa
testimonianza è fatta di stima e di amore (AG 11), di comprensione e di
accoglimento, di solidarietà negli sforzi per tutto ciò che è nobile e buono
(EN 21). E' attenzione per le persone, è carità verso i poveri e i piccoli,
verso chi soffre (RMi 42). Ebbene, una tale testimonianza è già una
proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace, della Buona Novella (EN
21). E' prevista anche una testimonianza di vita che supera ogni linguaggio
quanto ad efficacia evangelica: è il sangue dei martiri che, con il loro
martirio, sono divenuti «seme fecondo dei cristiani» (AG 5)[133].
«Come sempre nella storia cristiana, i martiri,
cioè i testimoni, sono numerosi e indispensabili al cammino del Vangelo [...]
Sono essi gli annunziatori ed i testimoni per eccellenza».[134]
2.1.2. la didascalìa:
l'annuncio di Cristo Salvatore.
«L'annuncio
ha la priorità permanente nella missione» (RMi 44) dal momento che la fede
nasce dall'annuncio-ascolto (cf Rom 10,17). Un annuncio fatto in atteggiamento
di amore e di stima verso chi ascolta, con un linguaggio concreto e adatto alle
circostanze[135]. Un
annuncio fatto in unione con l'intera comunità ecclesiale, fatto con
franchezza, con entusiamo.
L'annunzio mira alla conversione cristiana, cioè
all'adesione piena e sincera a Cristo e al suo Vangelo mediante una fede totale
e radicale[136]. A sua
volta la conversione e la fede, per completare la loro corsa, devono essere
sigillate mediante l'azione liturgico-sacramentale dei sacramenti di iniziazione
dei quali il Battesimo è la porta e l'Eucaristia il culmine: sulla parola del
Signore che ha inviato i suoi missionari a fare discepole tutte le genti
mediante l'annunzio, il battesimo, l'osservanza delle sue parole (Cf Mt 28,19;
Mc 1,4; At 2,37-38; At 3,19; AG 5)[137].
2.2. La
formazione di Chiese locali.
L'impiantazione e fondazione delle nuove
comunità cristiane è stata oggetto di una continua preoccupazione da parte
della Chiesa nel compiere la sua missione evangelizzatrice[138].
«La
missione ad gentes ha questo obiettivo: fondare comunità cristiane, sviluppare
Chiese fino alla loro completa maturazione. E', questa, una mèta centrale e
qualificante dell'attività missionaria, al punto che questa non si può dire
esplicata finché non riesce ad edificare una nuova Chiesa particolare,
normalmente funzionante nell'ambito locale» (RMi 48). Quest'opera
missionaria è detta plantatio Ecclesiae
e deve essere riconosciuta come fine specifico, o meglio forse immediato,
benché non unico, dell'attività missionaria della Chiesa. Del resto questa
preoccupazione è più che giustificata; la Chiesa sa di essere «sacramento
universale di salvezza» (LG 48) e sa anche che Cristo stesso ha fondato la
Chiesa «come necessaria» per essere incorporati a lui e partecipare della sua opera
di redenzione (AG 7). Da qui il dovere per la Chiesa di essere presente e di radicarsi in quegli ambienti in cui
ancora non esiste[139].
L'opera della «plantatio ecclesiae» equivale a
fondare una Chiesa (diocesi) indigena particolare che «inserita ormai profondamente nella vita sociale e in qualche modo
adeguata alla civiltà locale, gode di una salda stabilità: fornita cioè di una
sua schiera, anche se insufficiente, di sacerdoti indigeni, di religiosi e di
laici, essa viene arricchendosi di quelle funzioni ed istituzioni, che si
richiedono perché il popolo di Dio sotto la guida di un proprio vescovo,
conduca e sviluppi la sua vita» (AG 19)[140].
La «plantatio ecclesiae» è dunque un processo di
crescita per tappe successive - «essa
conosce inizi e gradi» (AG 6) - con l'ausilio di mezzi adeguati[141].
Il decreto Ad gentes indica queste
tappe e questi mezzi: oltre all'evangelizzazione, di cui si è già parlato,
occorre dare seguito al mistero dell'incarnazione [inculturazione] (AG 10-11.63.65); ricorso ai sacramenti e ai mezzi
della grazia [liturgia] (AG 15)[142];
costituire una gerarchia propria unita al popolo fedele e dotata di mezzi
appropriati per vivere bene la vita cristiana [pastorale] (AG 16); utilizzare funzioni e istituzioni che si
richiedono perché il popolo di Dio conduca e sviluppi la sua vita [ministeri](AG 15.17-21).
2.3.
Inculturazione del Vangelo e promozione dei valori del Regno.
«Svolgendo
l'attività missionaria tra le genti, la Chiesa incontra varie culture e viene
coinvolta nel processo d'inculturazione» (RMi 52). Nella sua missione ad gentes la Chiesa trova anche una «stretta connessione tra annunzio evangelico
e promozione dell'uomo» (RMi 59). Sia l'inculturazione che la promozione
dell'uomo rientrano così tra le finalità della missione ad gentes e rientrano tra le espressioni del vocabolario missionario che necessita di chiara interpretazione.
2.3.1. L'inculturazione.
Questa esigenza, non nuova a dire il vero, è
oggi particolarmente acuta ed urgente. La necessità di evangelizzare, la
necessità di esprimere ancor meglio il mistero di Cristo e di anunziarlo in
maniera credibile e fruttuosa, porta la Chiesa ad entrare in dialogo con il
mondo in cui si trova a vivere e con la cultura e le culture dei popoli;
infatti “La rottura tra Vangelo e cultura
è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre epoche”[143];
pertanto “occorre fare tutti gli sforzi
in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle
culture”[144].
Per Giovanni Paolo II questo dialogo è
assolutamente indispensabile: “Si
richiede un lungo e coraggioso processo di inculturazione affinché il Vangelo
penetri l'anima delle culture viventi, rispondendo alle loro più alte attese e
facendole crescere alla stessa dimensione della fede, della speranza e della carità
cristiana. La Chiesa, per mezzo dei suoi missionari, ha già compiuto un'opera
incomparabile in tutti i continenti, ma questo lavoro della missione non è mai
compiuto, perché spesso le culture sono state toccate solo superficialmente e
poiché si trasformano, continuamente richiedono un incontro rinnovato”[145].
Per evangelizzare efficacemente in vista di una
autentica «plantatio ecclesiae», occorre adottare risolutamente un
atteggiamento di scambio e di comprensione per simpatizzare con l'identità
culturale dei popoli. “Evangelizzare
suppone pertanto sia penetrare le identità culturali specifiche, ma anche
favorire lo scambio delle culture aprendole ai valori dell'universalità e
vorrei dire della cattolicità”[146].
Ecco perché «l'inculturazione
è considerata come il dinamismo dell'incarnazione della Chiesa»;[147]
con GS 44 si deve dire che «Verbi
revelati accomodata praedicatio lex omnis evangelizationis permanere debet».
Sul rapporto tra evangelizzazione e
inculturazione si tratta pertanto di aprire un colloquio costruttivo, un
dialogo apostolico, un dialogo evangelizzante che trova nella «legge
dell'incarnazione» il suo modello costitutivo: «La Chiesa deve cercare di inserirsi in tutti questi raggruppamenti con
lo stesso movimento con cui Cristo stesso, attraverso la sua incarnazione, si
legò a quel certo ambiente socio-culturale degli uomini in mezzo ai quali visse»
(AG 10). Infatti “con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo
ad ogni uomo” (GS 22). Incarnazione
significa non un puro adattamento esteriore, a modo di vernice, ma piuttosto
l'intima trasformazione degli autentici valori culturali mediante
l'integrazione nel cristianesimo e il radicamento del cristianesimo nelle varie
culture.
Solo così le comunità ecclesiali in formazione,
ispirate dal Vangelo, potranno esprimere progressivamente la propria esperienza
cristiana in modi e forme originali, consone alle proprie tradizioni culturali[148]
(RMi 53). Per guidare l'inculturazione nel suo retto processo, Redemptoris missio indica due principi:
«La compatibilità col Vangelo e la
comunione con la Chiesa universale»[149].
Se nel passato una conoscenza insufficiente
delle ricchezze nascoste nelle diverse civiltà ha potuto ostacolare la
diffusione del messaggio evangelico e dare alla Chiesa un certo volto straniero,
è compito della missio ad gentes
mettere in luce che la salvezza arrecata da Cristo è offerta a tutti senza
condizioni, senza legame privilegiato per una razza-continente-civiltà, e che
lungi dal voler soffocare i germi di bene nel cuore e nel pensiero degli
uomini, il Vangelo ha piuttosto per effetto di guarirli, elevarli,
perfezionarli per la gloria di Dio (cf LG 17; AG 22)[150].
Se la Chiesa è anzitutto cattolica, è legittimo un pluralismo di espressioni
nell'unità della sostanza ed è anche desiderabile nella maniera di professare
la fede comune nel medesimo Gesù Cristo (AG 22).
2.3.2. La promozione dell'uomo.
Redemptoris
missio ritorna a più riprese su questo tema: quando
parla della Chiesa che serve il Regno fondando comunità e istituendo Chiese particolari
e portandole alla maturazione della fede e della carità nell'apertura verso gli
altri, nel servizio alla persona ed alla società, nella comprensione e stima
delle istituzioni umane (RMi 20); poi quando afferma che «Tutte le forme dell'attività missionaria sono contrassegnate dalla
consapevolezza di promuovere la libertà dell'uomo annunciando a lui Gesù Cristo»
(RMi 39); infine quando, tra le «vie della missione», colloca la promozione
dello sviluppo educando le coscienze (RMi 58-59).
Anche sul rapporto evangelizzazione e promozione
umana il vocabolario missionario di Redemptoris missio porta la sua
chiarificazione: la stretta connessione non deve far perdere di vista «la priorità delle realtà trascendenti e
spirituali, premesse della salvezza escatologica» (RMi 20). Citando Puebla[151],
Giovanni Paolo II ribadisce che «il
miglior servizio al fratello è l'evangelizzazione, che lo dispone a realizzarsi
come figlio di Dio, lo libera dalle ingiustizie e lo promuove integralmente».[152]
Solo un'evangelizzazione più profonda garantirà un autentico sviluppo umano.
2.3.3. Ricorso ai sacramenti e ai mezzi della
grazia.
La missione affidata da Cristo ai suoi apostoli
non si limita all'annuncio, ma prevede anche l'attuazione di tale annuncio
mediante la realtà sacramentale della Chiesa.[153]
Se con l'evangelizzazione la Chiesa conduce gli uomini alla fede-conversione, è
con la sua azione liturgica, quindi sacramenti e vita di preghiera, che li
incorpora a Cristo e permette loro la partecipazione al mistero pasquale. La liturgia,
con al suo centro l'Eucaristia, diventa quindi «fonte e culmine di tutta
l'evangelizzazione» (PO 5; SC 10; AG 9): le va riconosciuto un ruolo di
priorità nell'opera di «plantatio
ecclesiae».
In quanto «culmine», la liturgia è il naturale
punto di arrivo dell'opera evangelizzatrice;[154]
in quanto «fonte» è il punto di partenza, con il dono delle necessarie energie
dello Spirito, per ogni opera missionaria.[155]
Niente contrapposizione, quindi, tra evangelizzazione e
liturgia-sacramentalizzazione, ma piuttosto una intercomunicazione ininterrotta[156].
2.3.4. Gerarchia propria e mezzi adeguati.
Ad gentes riconosce
che una Chiesa particolare mette più profonde radici in un gruppo umano quando
le varie comunità di fedeli traggono dai propri membri i ministri della
salvezza e riescono ad organizzarsi in diocesi servite da clero proprio (AG
16). Oltre ad una formazione spirituale-dottrinale-pastorale, comune ad ogni
sacerdote, Ad gentes raccomanda ai
sacerdoti autoctoni delle giovani Chiese un particolare impegno di «inculturazione»
che consiste nel saper comprendere e valutare la propria civiltà nazionale, nel
trovare rapporti evangelizzanti tra religione cristiana e religioni
tradizionali, nel dialogo ecumenico e interreligioso; non si deve neppure
trascurare la formazione all'esatta amministrazione ecclesiastica, compresa
quella economica. Una particolare formazione riguarda «la finalità ed il metodo
dell'azione missionaria»: ciò sta a significare che nel progetto di formazione
del clero autoctono non dovrebbe mancare la «missiologia» intesa come scienza
dell'evangelizzazione.
Oltre alla costituzione di un clero autoctono, Ad gentes 16 auspica anche il ripristino
del diaconato permanente. Il Vaticano II in Lumen
gentium 29 aveva previsto il ripristino del diaconato permanente aperto a
uomini di matura età anche viventi nel matrimonio. Rifacendosi a questa
dottrina, anche Ad gentes 16 ritiene
opportuno che si restauri «l'ordine diaconale come stato permanente» al fine di
poter avere persone che possano esplicare più fruttuosamente il loro ministero
con l'aiuto e la grazia sacramentale del diaconato (AG 16; cf OE 17)[157].
Al diacono permanente spetta il servizio della parola, della liturgia, della
carità e dell'assistenza (LG 29).
2.3.5. Promozione ed esercizio dei vari ministeri.
Proprio perché missionaria, la Chiesa sente
l'esigenza vivissima di essere tutta dotata e preparata, compaginata e
mobilitata, con la molteplicità delle sue membra, al servizio della sua
missione nel mondo.
Per l'edificazione di una comunità missionaria
si dovrà dunque promuovere e incoraggiare, accanto al ministero ordinato o
gerarchico, anche l'esercizio di tutti quei ministeri che sono capaci di
ringiovanire e rafforzare il proprio dinamismo missionario (EN 73). Una
comunità diventa adulta quando è capace di esprimere al suo interno ministeri liturgici per il culto e la
santificazione[158];
ministeri profetici per l'annunzio
missionario del vangelo[159];
ministeri regali per la promozione di
un mondo rinnovato nell'amore[160].
All'interno dell'unica missione, ogni comunità deve suscitare la diversità e la
complementarietà dei ministeri (AA 2): tra sacerdozio comune-battesimale e
sacerdozio ministeriale-ordinato (cf LG 10), tra uomini e donne[161].
Chi ha il compito del discernimento sappia individuare la presenza di tali doni
in mezzo ai fedeli e sappia renderli adatti e pronti ad assumersi quegli uffici
che risultassero utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa
(LG 12). Si deve poi rifuggire da ogni maldestro tentativo di «clericalizzare»
il laicato (ChL 2), come pure l'anarchia nell'esercizio dei carismi-ministeri:
chi li esercita deve avere un mandato da parte della Chiesa ed impegnarsi ad
una certa stabilità commisurata ai bisogni della comunità. In tutto questo ci
si ispiri alla «ecclesiologia di comunione» ispirata dal Vaticano II e che
postula una Chiesa articolata e servita da vari ministeri (LG 4); non
condensati in pochi suoi membri, bensì distribuiti con varietà e larghezza
all'interno delle comunità, nella ricchezza e diversità dei doni dello Spirito.
Con Evangelii nuntiandi si può
concludere: «occorre sapersi adattare
alle esigenze e ai bisogni attuali ricercando con saggezza di valorizzare i
ministeri di cui la Chiesa ha bisogno...Tali ministeri sono preziosi per
l'impianto, la vita e la crescita della Chiesa e per una capacità di
irradiazione intorno a se stessa e verso coloro che sono lontani» (EN 73).
In tutte queste fasi di cui si compone la plantatio Ecclesiae, il ruolo dei laici
è insostituibile: con la loro vita di fede e di santificazione, suscitando e
sostenendo vocazioni missionarie, esercitando la loro specifica ministerialità,
portano un contributo non marginale ma piuttosto costitutivo per la crescita e
la maturazione di una Chiesa locale evangelizzata ed evangelizzante.
3.
Animare in senso missionario le Chiese locali.
Nel vocabolario
missionario di Redemptoris missio
l'animazione in senso missionario delle Chiese locali è considerata una delle
tre differenti forme dell'attività missionaria e viene chiamata comunemente anche
«cura pastorale dei fedeli» (RMi
33-34. 49).
Quando l'azione propriamente missionaria ad gentes ha raggiunto il suo scopo
(evangelizzare, stabilire una comunità cristiana che cresca fino a diventare
Chiesa), si passa ad un altro stadio dell'attività missionaria: l'animazione
missionaria di queste comunità cristiane ferventi di fede e di vita in modo che
da evangelizzate diventino evangelizzanti, capaci cioè di irradiare la
testimonianza del Vangelo nel loro ambiente e partecipare attivamente alla missione
universale della Chiesa (RMi 49). Questa cura pastorale si esplica
principalmente mediante la cooperazione
e l'animazione missionaria[162].
Questa animazione può prendere due direzioni:
evangelizzare la porzione del popolo di Dio nel proprio territorio, in
particolare coloro che hanno perduto la fede oppure non la praticano più; ma
soprattutto deve promuovere tutta l'attività missionaria che è comune alla
Chiesa universale (LG 23). Animare in senso missionario le chiese locali
significa aiutarle a non chiudersi in se stesse, ma piuttosto, come parti vive
della Chiesa universale, aprirsi alle necessità delle altre chiese. Per la
Chiesa locale la partecipazione alla missione evangelizzatrice universale non è
un optional lasciato al suo libero arbitrio, «ma deve considerarsi come una
fondamentale legge di vita».[163]
In Redemptoris missio Giovanni Paolo
II ha detto che «senza la missio ad
gentes la stessa dimensione missionaria della Chiesa sarebbe priva del suo
significato fondamentale e della sua attuazione esemplare...La missionarietà ad intra è segno credibile e stimolo per
quella ad extra, e viceversa )RMi
34).[164]
4.
La «nuova evangelizzazione».
Secondo Redemptoris
missio esiste una terza situazione missionaria che necessita di metodologie
proprie; una situazione intermedia tra la missio
ad gentes e la cura pastorale
missionaria delle comunità già formate che necessita di una «nuova
evangelizzazione»(RMi 33)[165].
I destinatari
di questa «nuova evangelizzazione» sono i battezzati che vivono in Paesi di
antica cristianità, ma a volte anche nelle Chiese giovani, e che, indeboliti
dall'indifferentismo, dal secolarismo, dall'ateismo, dalla diffusione delle
sètte, hanno perduto il senso vivo della fede conducendo un'esistenza non
informata dal Vangelo e non partecipano alla vita della Chiesa (RMi 33).
La natura
e lo scopo di questa attività
missionaria sono: “assicurare la crescita
di una fede limpida e profonda...formare comunità ecclesiali mature...rifare il
tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali” (ChL 34); “Nuova
evangelizzazione” significa anche ripensare in maniera seria l'intero problema
missionario mettendo in moto una gigantesca opera di evangelizzazione nel mondo
moderno arrivato ad un crocevia nuovo della storia dell'umanità; “Dobbiamo essere consapevoli che non sarà
possibile rilanciare un'efficace opera di evangelizzazione senza rilanciare
l'afflato missionario delle nostre comunità cristiane”[166];
la «nuova evangelizzazione» è chiamata a «proporre
una nuova sintesi creativa tra il Vangelo e la vita»[167].
“Nuova evangelizzazione” significa per la Chiesa
“fare oggi un grande passo in avanti
nella sua evangelizzazione... entrare in una nuova tappa storica del suo
dinamismo missionario” (ChL 35), “rifondare
su base missionaria la nostra pastorale nella moderna società industriale”[168].
«E' giunto
il momento di recuperare le fondamenta perdute della fede attraverso comuni
sforzi, rinnovati e rafforzati. Questo è un dovere che si fa sempre più
pressante e totalizzante. Io, in altre occasioni, e già molte volte, l'ho definito
con la parola «nuova evangelizzazione» di
cui necessitano non solo la società moderna ma anche vasti ambiti della Chiesa
stessa. E' perciò necessario...rivolgersi alla trasmissione fedele delle verità
di fede e ad un suo continuo e persistente approfondimento»[169].
Le qualità
che deve avere questa «nuova evangelizzazione» sono state indicate dallo stesso
Giovanni Paolo II: innestata sulle radici dell'annuncio portato dai primi
missionari (“prima” evangelizzazione) e animata da un “rinnovato ardore apostolico”, si potrà parlare di nuova
evangelizzazione se sarà: “nuova nel suo ardore, nuova nei suoi metodi,
nuova nella sua espressione”[170].
4.1. Una
evangelizzazione «nuova nel suo ardore».
Per Giovanni Paolo II l'evangelizzazione sarà
nuova nel suo ardore se, nella misura in cui si va attuando, verrà rafforzata
sempre più l'unione con Cristo primo evangelizzatore. Il nuovo tempo della
evangelizzazione ha inizio con la conversione del cuore. Dobbiamo quindi
scoprire nuovamente che la vocazione cristiana è vocazione alla santità[171].
E' il peccato che ritarda l'evangelizzazione! Pertanto, saranno autenticamente
evangelizzatori solo coloro che, come Maria, sapranno offrire alla comunità
degli uomini una elevata qualità di vita cristiana[172].
Mediante una incessante conversione interiore dei singoli cristiani e il
continuo rinnovamento delle nostre comunità e istituzioni, la stessa fede si
farà più ferma, più pura, più intima e gli stessi evangelizzatori diventeranno
più credibili testimoni di essa con una vita coerente al vangelo che
annunziano.[173] Questa è
la chiave del rinnovato ardore della nuova evangelizzazione: se deriva da un
rinnovato atto di fiducia in Gesù Cristo; se culmina nella pratica
sacramentale; se si avrà fame di trasmettere agli altri la gioia della fede; se in clima di dialogo sincero e di
amicizia, né si nasconderà la propria fede, né si prescinderà da essa nel modo
di affrontare e risolvere i diversi problemi che la convivenza tra gli uomini
comporta. L'ardore apostolico non è fanatismo ma coerenza di vita cristiana che
fa chiamare bene il bene e male il male[174].
La mancanza di fervore è un grosso ostacolo
all'evangelizzazione perché sta a significare che manca dentro il fervore dello
spirito (cf Rom 12,11) e si manifesta nella stanchezza, nella delusione,
nell'accomodamento, nel disinteresse e soprattutto nella mancanza di gioia e di
speranza.
Giovanni Paolo II parla di una «graduale secolarizzazione della salvezza»
(RMi 11), cioè di una salvezza ridotta alla sola dimensione orizzontale, per un
uomo dimezzato ed elenca alcuni «falsi alibi» che vanificano l'ardore della
missione: «E' ancora attuale la missione
tra i non cristiani? Non è forse sostituita dal dialogo inter-religioso? Non è
un suo obiettivo sufficiente la promozione umana?...Non ci si può salvare in
qualsiasi religione?» (RMi 4); una «mentalità
indifferentista...che porta a ritenere che una religione vale l'altra» (RMi
36); ci si astiene dall'appello alla conversione per paura di essere tacciati
di «proselitismo» (RMi 46).
Ecco perché Giovanni Paolo II in Redemptoris missio, mentre richiama la
permanente validità del mandato missionario, ne sottolinea anche l'urgenza
appellandosi al testo paolino: «guai a me
se non predicassi il Vangelo» (1 Cor 9,16), «l'amore di Cristo ci spinge» (2 Cor 5,14). E' evidente che la
diminuzione della spinta missionaria[175]
«è segno di una crisi di fede» (RMi
2).
Una evangelizzazione che sia «nuova nel suo ardore» dovrà
necessariamente ribadire questi convincimenti: va considerata il primo servizio
che la Chiesa può rendere a ciascun uomo e all'intera umanità; vanno rimossi
dubbi e ambiguità circa la sua natura e la sua necessità (RMi 2); va recuperato
il sentire cum Ecclesia correggendo
certe visioni teologiche non corrette e improntate ad un relativismo religioso
(RMi 36).
Oggi si richiede una evangelizzazione che abbia
l'ardore della Pentecoste. «La missione è
un problema di fede» (RMi 11). «Il
vero missionario è il santo»[176]
L'evangelizzazione sarà nuova nell'ardore se saprà fare «un soprassalto di missionarietà»[177]
che impedisca alle nostre Chiese di ripiegarsi su se stesse o, peggio, sulle
loro piccole contese, ed essere piuttosto missionarie là dove vivono e dove
vive la gente. La Chiesa missionaria non ha scelte che tra l'arditezza e
l'abdicazione. Se ascoltasse troppo le voci del buon senso, non solamente si
condannerebbe all'immobilismo, ma si confesserebbe umana. Infedele alla sua
missione, essa commetterebbe in più il peccato contro lo Spirito. Giovanni
Paolo II ha detto che «La Chiesa o è
missionaria o non è più nemmeno evangelica»[178].
4.2. Una
evangelizzazione «nuova nei suoi metodi».
“Una evangelizzazione sarà «nuova nei metodi» se
ogni membro della Chiesa diverrà protagonista della diffusione del messaggio di
Cristo (cf Mc 16,15; AA 11)...L'evangelizzazione è compito di tutti i membri
della Chiesa”[179]
Di questi nuovi
metodi di evangelizzazione si fa interprete Giovanni Paolo II in Redemptoris missio quando descrive
l'attuale situazione della Chiesa missionaria: «si sta affermando una coscienza nuova: cioè che la missione riguarda
tutti i cristiani, tutte le diocesi e parrocchie, le istituzioni e associazioni
ecclesiali» (RMi 2).
L'evangelizzazione deve essere oggi nuova nei
suoi metodi anche a motivo dei nuovi àmbiti cui l'annuncio evangelico deve
essere rivolto.
Redemptoris
missio 37 parla di àmbiti territoriali, di mondi e
fenomeni sociali nuovi, di aree culturali o areopaghi moderni che devono essere
evangelizzati.
Quanto agli àmbiti
territoriali si assiste ad un superamento dei criteri strettamente
geografici di evangelizzazione: anche all'interno delle antiche cristianità o
delle giovani Chiese permangono vaste zone non evangelizzate per cui si impone,
anche in questi Paesi, non solo una «nuova evangelizzazione», ma in certi casi
anche una prima evangelizzazione[180].
Quanto ai mondi
e fenomeni sociali nuovi assistiamo ad una rapida e profonda trasformazione
delle situazioni umane: basti pensare al fenomeno così appariscente
dell'urbanizzazione, oppure alla situazione dei giovani, alle forti migrazioni
di popoli di differente religione, ai rifugiati, alle sacche di miseria
disumana in certe regioni del globo. Tutto questo influisce fortemente sulla
metodologia missionaria che è chiamata con urgenza ad adeguarsi a queste nuove
situazioni e ripensare le sue strategie di azione. Luoghi privilegiati della
missione diventano le grandi città dove stanno nascendo nuovi costumi e modelli
di vita, nuove forme di cultura e di comunicazione. Anche per i giovani, che in
certi Paesi costituiscono già più della metà della popolazione, i mezzi
ordinari della pastorale non bastano più: si richiedono associazioni e
istituzioni speciali che facciano giungere a questi giovani il messaggio di
Cristo. Che dire poi della nuova metodologia missionaria che deve essere messa
in atto verso i numerosi immigrati di altre religioni che giungono nei nostri
Paesi di antica cristianità? Una nuova sollecitudine apostolica deve essere
attivata, fatta di accoglienza, di dialogo, di fraternità, in attesa che Dio
apra la porta della parola per poter annunziare con franchezza anche a questi
fratelli il mistero di Cristo (cf AG 13); sull'esempio del Signore che «coepit facere et docere» (At 1,1).
Infine una evangelizzazione nuova nei metodi
anche riguardo ai nuovi areopaghi moderni
di cui parla Redemptoris missio 37c:
il mondo della comunicazione con i suoi nuovi modi di comunicare con nuovi
linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici[181];
l'impegno per la pace; la promozione della donna[182];
il mondo del lavoro; il mondo della politica[183];
la salvaguardia del creato; la cultura e la ricerca scientifica. Tutti
areopaghi da evangelizzare offrendo loro il senso cristiano della vita come
antidoto alla disumanizzazione e alla perdita dei valori (cf RMi 37-38.86).
Siamo ad una svolta epocale nella storia dell'umanità;
la Chiesa è chiamata a dare una risposta generosa e lungimirante ai problemi
nuovi che la missione le pone dinanzi; le è richiesto di affrontare questa
sfida ponendo in atto una evangelizzazione nuova nei metodi che le permettano
di proiettarsi verso nuove frontiere con lo stesso coraggio che mosse i
missionari del passato e la stessa disponibilità ad ascoltare la voce dello
Spirito (cf RMi 30).
4.3. Una
evangelizzazione «nuova nelle sue espressioni».
L'evangelizzazione sarà «nuova» anche nella sua
espressione «se starete con gli occhi
attenti a ciò che dice il Signore (cf Sal 84/85, 8-9)... se saprete acquisire
una salda conoscenza della verità di Cristo... se annunzierete la Buona notizia
con un linguaggio che tutti possano comprendere»[184].
Una tale evangelizzazione richiede anzitutto che
sia rinsaldato il tessuto cristiano della comunità ecclesiale. Ciò significa
far crescere e maturare negli stessi credenti quella coscienza di verità, ossia
quella consapevolezza di essere portatori della verità che salva, che è, fin
dalle origini della Chiesa, lo stimolo decisivo all'impegno missionario. La
mentalità relativistica, così diffusa nel nostro tempo anche tra i credenti,
tende a condizionarli nelle loro convinzioni e ancor più nei comportamenti. Pertanto,
«condizione primaria
dell'evangelizzazione è che si rinsaldi il tessuto cristiano della stessa
comunità ecclesiale»[185].
Significa formare comunità ecclesiali mature nelle quali la fede sprigioni e
realizzi tutto il suo originario significato di adesione a Cristo e al suo
Vangelo (cf ChL 34). Significa, in una situazione nella quale è urgente por
mano quasi ad una nuova «implantatio
evangelica», attivare una sistematica e capillare catechesi dei giovani e
degli adulti che renda i cristiani consapevoli del ricchissimo patrimonio di
verità di cui sono portatori e della necessità di dare sempre fedele
testimonianza alla propria identità cristiana[186].
Quanto al linguaggio oggi si parla di
«inculturazione della fede» intesa come lo sforzo della Chiesa per far penetrare
il messaggio di Cristo in un determinato ambiente socioculturale, invitandolo a
credere secondo tutti i suoi valori propri, dato che questi sono conciliabili
con il Vangelo[187].
Questa era stata una preoccupazione già del Sinodo dei vescovi del 1974 dedicato
all'evangelizzazione. Nel loro messaggio finale, i Padri invitavano le chiese
particolari ad un'appropriata «traduzione» del messaggio evangelico, e secondo
il principio dell'incarnazione, a escogitare sempre nuovi ma fedeli «modi di
radicarsi».[188]
Concludendo questa sezione dedicata al
«vocabolario missionario», conviene citare ancora Redemptoris missio: «Vedo
albeggiare una nuova epoca missionaria» (RMi 92) che è frutto di una Chiesa
«impegnata per un nuovo avvento
missionario» (RMi 86). In questo contesto l'unica missione della Chiesa si
esplica mediante attività diverse, distinte benché convergenti. Il suo primo e
principale servizio, essenziale e mai concluso (RMi 31), anzi ancora agli inizi
(RMi 40), è la missione ad gentes
presso i popoli che ancora non hanno accolto Cristo. Questa azione missionaria
in senso specifico costituisce l'attuazione
esemplare (RMi 34) di quella che deve essere l'opera missionaria presso le
comunità già cristiane. In alcune di queste comunità di antica tradizione cristiana
è oggi necessario attivare una «nuova evangelizzazione» per rinsaldare le basi
della fede che si sono indebolite a causa dei numerosi influssi secolarizzanti.[189]
Nelle altre, si dovrà infondere lo spirito missionario che le abiliti ad una
autentica testimonianza cristiana nel proprio ambiente e anche a farsi carico
della missione universale mediante la cooperazione e l'animazione missionaria.
Quest'opera così multiforme e impegnativa della
missione non può essere riservata alle sole «vocazioni speciali» quali quelle
dei missionari, ma deve essere impegno di «tutta» la Chiesa; l'evangelizzazione
non è neppure riservata alla sola gerarchia, ma: «ad ogni discepolo di Cristo
incombe il dovere di diffondere, quanto gli è possibile, la fede».[190]
«La missionarietà è per ogni cristiano espressione normale della sua fede
vissuta»[191] E' dunque
un dovere di tutti i cristiani, compresi i fedeli laici; infatti «la vocazione
cristiana è per sua natura vacazione all'apostolato».[192]
Però, se nella Chiesa vi è «unità di missione», c'è anche «diversità di
ministero».[193] Si tratta
ora di vedere in che rapporto stanno l'unità di missione e la diversità di
ministero.
II.
UNITA' DI MISSIONE, DIVERSITA' DI MINISTERO
Come nella vita trinitaria si ha il massimo
dell'uguaglianza e il massimo della distinzione, così, anche se in maniera
imperfetta, nella Chiesa «vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla
dignità e all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificare il corpo della
Chiesa», pur nella distinzione dei compiti.[194]
Secondo quella che è stata chiamata
«ecclesiologia totale»[195]
l'unità sta prima della distinzione; non a caso il Vaticano II pone il capitolo
sul Popolo di Dio prima di quelli sulla gerarchia e il laicato. Secondo questo
primato della totalità, tutti nella Chiesa hanno ricevuto lo Spirito e tutti
devono donarlo secondo il dono ad essi conferito, nel servizio corrispondente a
questo dono.
L'unità del Corpo mistico di Cristo, pertanto,
non abolisce la diversità delle sue membra: «Anche nella edificazione del corpo di Cristo vige una diversità di
membri e uffici. Uno è lo Spirito, il quale per l'utilità della Chiesa
distribuisce la varietà dei suoi doni con magnificenza proporzionata alla sua
ricchezza e alle necessità dei ministeri»[196].
Lo Spirito chiama uomini e donne alla fede, li
santifica con molti doni, accorda la forza di testimoniare il Vangelo e li
rende capaci di servire nella speranza e nell'amore. La Chiesa risponde a
questa vocazione annunciando il Vangelo al mondo e vivendo davvero come corpo
di Cristo. Per attuare fedelmente questa missione, secondo la teologia di 1 Cor
12,4-6, lo Spirito Santo accorda alla Chiesa doni diversi e complementari (carismi), diversità di ministeri (diaconìe), diversità di operazioni (energìe), opere comuni dello Spirito e
della Chiesa (sinergìe). Questi doni
vengono dati per il bene comune di tutto il popolo e si manifestano in azione
di servizio all'interno della Chiesa e per il mondo.
Ogni battezzato è pertanto chiamato a scoprire,
con l'aiuto dei fratelli, i doni che ha ricevuto e a utilizzarli per
l'edificazione della Chiesa e per il servizio del mondo al quale la Chiesa è
inviata.
All'interno dell'unica missione della Chiesa,
dentro la comunità tutta ministeriale, vi è dunque diversità di carismi e di
ministeri.
III.
UNA COMUNITA' TUTTA MINISTERIALE
La Chiesa è una comunità che vive in comunione
di fede e di amore; una comunità tutta ministeriale che sotto l'azione
incessante dello Spirito nasce dalla Parola,[197]
si edifica nella celebrazione dell'eucaristia[198]
e, attenta ai segni dei tempi,[199]
si protende all'evangelizzazione del mondo mediante l'annunzio missionario del
Vangelo e la testimonianza della carità.[200]
Tutta la Chiesa, seguendo il suo Signore che non è venuto per essere servito,
ma per servire (Mt 20,28), è posta in atteggiamento di servizio.
I ministeri si collocano all'interno della
comunità locale come manifestazione autentica della molteplice iniziativa dello
Spirito che riempie e vivifica il corpo di Cristo (1 Cor 12,4-6; Rm 12,6-8; Ef
4,11-12).[201] Perciò
deve essere apprezzato il loro valore intrinseco e non solo per motivi di
supplenza, in quanto scarseggiano le vocazioni ai ministeri ordinati o per
ragioni contingenti in adeguamento a mode passeggere o a costumi del tempo.
E dunque il Signore che suscita i ministeri
nella comunità e per la comunità. Non sono quindi da interpretare come
attribuzione di onore o accrescimento di potere, ma piuttosto devono essere
considerati come «carismi», cioè come doni che rispondono a una chiamata del
Signore e si traducono in un servizio ai fratelli.[202]
Ogni ministero è per l'edificazione del corpo
del Signore e perciò ha riferimento essenziale alla Parola e all'eucaristia
fulcro di tutta la vita ecclesiale ed espressione suprema della carità di
Cristo, che si prolunga nel «sacramento dei fratelli», specialmente nei
piccoli, nei poveri e negli infermi, nei quali Cristo è accolto e servito (cf.
Mt 25,40). Ne consegue che l'opera del ministero non si rinchiude entro
l'ambito puramente rituale, ma si pone dinamicamente al servizio di una comunità
che evangelizza e si curva come il buon samaritano su tutte le ferite e le
sofferenze umane (cf. Lc 10,33).
La base di innesto di questa realtà ministeriale
è la dignità sacerdotale-regale-profetica del popolo di Dio (1 Pt 2,9). Ecco
perché la riforma conciliare, abolendo gli antichi ordini minori e
sostituendoli con i nuovi ministeri, ha voluto presentarli non come una
partecipazione dell'ordine sacro, ma piuttosto come l'esercizio della
ministerialità che poggia sul sacerdozio battesimale.[203]
La riflessione sulla Chiesa tutta ministeriale
porta a distinguere tre forme fondamentali di ministerialità: il ministero
ordinato; i ministeri istituiti; i ministeri di fatto.
IV.
IL MINISTERO ORDINATO
Per compiere la sua missione è necessario alla
Chiesa non solo un tipo di ministerialità che potremmo chiamare «diffusa»; essa
ha anche bisogno di una ministerialità «specifica» affidata a persone che siano
pubblicamente e in modo continuo responsabili dell'edificazione della comunità
in Cristo e del potenziamento della sua testimonianza.
Il lavoro apostolico e caritativo degli
«animatori ministeriali», che si svolge in tante comunità cristiane, non
sostituisce totalmente né dispensa il «ministero gerarchico».
Il ministero ordinato, derivante dal sacramento
dell'ordine, ripresenta Cristo capo del corpo ecclesiale (PO 2) e si pone come
ministero dell'unità, dotato del carisma del ministero e del discernimento dei
carismi.
Il ministro è segno e strumento dell'unico
salvatore, Cristo Gesù, e in suo nome parla e agisce al servizio del popolo. In
quanto tale, il ministro è il principale responsabile nell'edificazione della
Chiesa stessa, nella comunione e nella dinamicità della sua attività
evangelizzatrice. Cristo ha bisogno di tali uomini per compiere la sua opera di
salvezza e con essi continua, mediante lo Spirito presente nella Chiesa, la sua
azione illuminatrice e santificatrice.
Risalendo alle radici della Chiesa sappiamo che
il ministero ordinato e gerarchico appartiene alla struttura essenziale della
Chiesa, per volontà del Signore Gesù; appartiene alla sua configurazione e
visibilità, con carattere perpetuo, garantendo la continuità della missione e
il legame fra Cristo e la comunità. E non dimentichiamo che le strutture
ministeriali - destinate a santificare, insegnare e governare - di per sé, sono
strutture di comunione.[204]
Il ministero di tali persone è costitutivo della
vita e della missione della Chiesa. Essa non è mai stata senza persone dotate
di autorità e responsabilità specifiche. Gesù stesso scelse i dodici per essere
rappresentanti dell'Israele rinnovato (cf. Lc 22,30). Ad essi è affidato un
ruolo particolare nella comunità primitiva: sono testimoni della vita e della
risurrezione del Signore (cf. At 1,21-26), guidano la comunità nella preghiera,
nell'insegnamento, nella frazione del pane, nel servizio ai fratelli (cf. At
2,42-47; 6,2-6; ecc.).
Nella Chiesa essi hanno un'autorità e una
responsabilità specifiche che deriva loro non da una deputazione della
comunità, ma direttamente da Cristo.[205]
Ed è lo stesso Cristo che, come ha scelto e inviato gli apostoli, così continua
attraverso lo Spirito Santo a scegliere e a chiamare altre persone in vista del
ministero ordinato.
Come araldi
e ambasciatori, i ministri ordinati sono rappresentanti di Cristo per la
comunità e proclamano il suo messaggio di riconciliazione.
Come guide
e maestri, chiamano la comunità a sottomettersi all'autorità di Gesù
Cristo, il maestro e profeta, nel quale hanno compimento la legge e i profeti.
Come pastori,
sotto Gesù Cristo, il principe dei pastori (1 Pt 5,4), essi radunano e guidano
il popolo di Dio disperso, nell'anticipazione del regno che viene.
E' dunque compito principale del ministero
ordinato quello di radunare ed edificare il corpo di Cristo mediante la
proclamazione della Parola e l'insegnamento, la celebrazione dei sacramenti e
la guida della vita della comunità nella sua liturgia (sacerdozio), nella sua
missione (profezia), nella sua diaconìa (regalità).
Soprattutto nella presidenza eucaristica il
ministero ordinato appare come «segno focale» visibile della profonda comunione
che unisce Cristo e le membra del suo corpo. E' il ministro ordinato che
nell'assemblea liturgica significa e rende presente il Signore risorto. Egli è
colui che agisce in Persona Christi
capitis.
AlI'interno della Chiesa lo Spirito Santo
suscitò ben presto una forma tripartita di ministero ordinato che divenne
stabile in ogni parte della Chiesa. Pertanto «il ministero ecclesiastico, istituito da Dio, viene esercitato in
diversi ordini, da quelli che già anticamente sono chiamati vescovi,
presbiteri, diaconi».[206]
1.
Il ministero del vescovo
Si qualifica anzitutto per la pastoralità: è
chiamato per rendere conto a Dio del gregge affidatogli, con la preghiera, la
predicazione, e ogni opera di carità.[207]
Come pastore e apostolo del Vangelo, egli deve essere considerato come «il
grande sacerdote del suo gregge».[208]
Si qualifica poi per la sacramentalità: è rivestito da Cristo con una speciale
effusione dello Spirito Santo che gli conferisce la pienezza del sacramento dell'ordine[209]
e lo costituisce «in potenza e autorità» perché serva la Chiesa, edificandola e
presiedendola. Infine la collegialità: «La cura di annunziare in ogni parte
della terra il Vangelo appartiene al corpo dei pastori, ai quali tutti in
comune Cristo diede il mandato, imponendo un comune ufficio...».[210]
Tra i vescovi sta anzitutto il vescovo di Roma,
il successore di Pietro cui è stato affidato in modo speciale l'altissimo
ufficio di evangelizzare.[211]
In comunione con il vescovo di Roma e con il
collegio episcopale, il ministero del vescovo è essenzialmente missionario
all'interno di una comunità tutta missionaria, chiamata cioè a essere segno di
salvezza per ogni persona umana.[212]
I Vescovi sono “responsabili dell'evangelizzazione del mondo”.[213]
In rapporto ai ministeri la grazia sua propria
non è tanto quella di essere la sintesi dei ministeri, ma piuttosto il
«ministero della sintesi», dell'armonizzazione e della generazione di tutti i
ministeri volti all'edificazione della comunità. Compete a lui in modo particolare
il compito di rendere il mistico campo della sua Chiesa un terreno idoneo per
la fioritura dei diversi carismi e ministeri e di fonderli e armonizzarli fra
loro come «le diverse voci di un coro».[214]
La rappresentanza piena di Cristo nella comunione ecclesiale lo fa agire «in
sua persona»[215] e lo fa
essere, in conformità a Cristo del quale è «vicario e legato»[216],
capo perché serve la Chiesa.
Ha inoltre una specifica ministerialità in
quanto presidente dell'assemblea liturgica. Infatti «Ogni legittima celebrazione dell'eucaristia è diretta dal vescovo... è
bene che presieda lui stesso l'assemblea e che associ a sé i presbiteri nella
celebrazione... Questo si fa non per accrescere la solennità esteriore del
rito, ma per esprimere con maggiore chiarezza il mistero della Chiesa, che è
sacramento di unità»[217]
2.
Il ministero del presbitero
E' strettamente congiunto al ministero del
vescovo in virtù del sacramento dell'ordine. Pertanto anche il presbitero rende
presente il Cristo, nel cui nome e con la cui autorità agisce, in comunione col
vescovo.[218] Il loro
ministero è comunione e collaborazione «saggia»[219]
e «necessaria» al ministero del vescovo[220],
che essi rappresentano e rendono presente non solo nella comunità da loro
riunita come fraternità e famiglia di Dio attorno alla parola e all'eucaristia,
ma anche come «ministri di Cristo fra i popoli, mediante il sacro ministero del
Vangelo».[221] Insignito
del potere derivatogli dall'ordine sacro, il presbitero offre il sacrificio
nella persona di Cristo,[222]
presiede l'assemblea riunita, ne dirige la preghiera, annuncia a essa il
messaggio della salvezza, si associa il popolo nell'offerta del sacrificio a
Dio Padre per Cristo nello Spirito santo, distribuisce ai fratelli il pane
della vita eterna e partecipa con essi al banchetto.
Lavano le miserie dei peccati col ministero
della riconciliazione recano sollievo ai malati con l'olio benedetto, preparano
i morenti all'incontro con Dio.
Devono servire Dio e il popolo con dignità e
umiltà in modo da far sentire alla comunità dei fratelli la presenza viva di
Cristo.[223]
Quanto al ministero della missione e
dell'evangelizzazione i presbiteri, ed i religiosi, sanno che l'ordinazione non
li prepara a una missione limitata e ristretta, bensì a una vastissima e
universale missione di salvezza.[224]
Va ricordata la forma nuova di cooperazione
missionaria dei sacerdoti «fidei donum» istituita da Pio XII nel 1957[225].
I Religiosi sono da considerare operatori
privilegiati della missione in forza della professione pubblica dei consigli
evangelici.[226].
I missionari hanno un compito di fondamentale
importanza, un dovere specifico di evangelizzare che nasce da una «vocazione speciale» costituita da queste
caratteristiche: la totalità di impegno per il servizio dell'evangelizzazione,
il mandato da parte della legittima autorità, una missione ad vitam e ad gentes. Secondo Redemptoris missio solo coloro che hanno questi requisiti possono
essere chiamati in senso stretto «missionari»[227].
Questa precisazione si è resa necessaria, dice Redemptoris missio, perché a seguito di una giusta rivalutazione
dell'impegno missionario di tutto il popolo di Dio, ne è scaturita una ingiusta
riduzione di questa vocazione missionaria specifica che deve restare invece «il paradigma missionario della Chiesa»
(RMi 66). I «missionari» risveglino dunque la grazia del loro carisma specifico
e riprendano con coraggio il loro cammino visto che la loro vocazione speciale ad vitam e ad gentes conserva
tutta la sua validità.
3.
ll ministero del diacono
Questo ministero, importantissimo nella Chiesa
antica, è stato così specificato dal Vaticano II: «Ai diaconi sono imposte le
mani “non per il sacerdozio”», ma per il ministero... Questi uffici sono
necessari alla vita della Chiesa... Il diaconato potrà in futuro essere
restaurato come un proprio e permanente grado della gerarchia».[228]
Anche il decreto Ad gentes ha
ribadito l'utilità pastorale e missionaria di un diaconato permanente.[229]
Paolo VI, con il motu proprio Sacrum
diaconatus ordinem[230]
ha ristabilito il diaconato permanente nella Chiesa latina specificando le
indicazioni conciliari sulla triplice diaconìa:
diaconìa della
liturgia: fortificato dal dono dello Spirito Santo, il
diacono è di aiuto al vescovo[231]
e al suo presbiterio durante le azioni liturgiche; amministra solennemente il
battesimo; conserva e distribuisce l'eucaristia, la porta come viatico ai
moribondi e impartisce la benedizione eucaristica; può assistere ai matrimoni e
benedirli a nome della Chiesa, per delega del vescovo o del parroco,[232]
presiede ai riti funebri e alla sepoltura; secondo le esigenze pastorali (LG
26; AG 16), può dare il suo contributo al corretto svolgimento dei gradi e dei
tempi del catecumenato degli adulti.[233]
diaconìa della
parola: proclama le Scritture, istruisce e anima il
popolo; presiede ai servizi del culto, alle celebrazioni della parola e alle
preghiere in assenza del presbitero; il Vangelo potrà così raggiungere più
facilmente ogni persona nel suo ambiente di vita, tenendo conto soprattutto
dell'evangelizzazione dei lontani e della guida delle varie comunità domestiche;
porta un prezioso arricchimento della presenza e del servizio ecclesiale nella
pastorale del turismo e sul piano generale del mondo in movimento.[234]
diaconìa della
carità: prevede l'amministrazione e il soccorso
sociale sia di carattere spirituale (esortazioni, consigli, precetti,
preghiere, edificazione), sia di carattere materiale (elemosine, distribuzioni
di beni, mense comuni, collette per i poveri); così, nell'adempimento fedele di
questo servizio il diacono sarà segno vivente del Cristo pastore delle nostre
anime e buon samaritano che conosce le nostre infermità.
Questa diaconìa, ovviamente, non viene svolta
come forma di «monopolio», ma come espressione e animazione di una diaconla che
spetta sia alla gerarchia che al laicato.
Esistono due forme di diaconato:
Il diaconato
transitorio come tappa per l'ordinazione sacerdotale ed è
un diaconato celibatario.
Il diaconato
permanente inteso come un proprio e permanente grado della
gerarchia; può essere celibatario ma anche uxorato; si dovrà conferire a uomini
di età matura (almeno 35 anni) e, se sposati, ciò avvenga col consenso della
moglie.[235]
Sopratutto la Chiesa missionaria è chiamata a
valorizzare questo dono dello Spirito Santo immettendo nel vivo tessuto del
corpo ecclesiale energie cariche di una grazia peculiare e sacramentale, capaci
di impensata fecondità spirituale. Il diacono concorre così a costruire la
Chiesa e a darne un'immagine più completa e più rispondente al disegno di
Cristo, e più in grado, per interna e spirituale potenza, di adeguarsi a una
società che ha bisogno di fermentazione evangelica e caritativa, nei piccoli
gruppi, nelle comunità di base, nei villaggi.
4.
Con spirito di cooperazione
I ministri ordinati, però, «sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli
tutto il peso della missione salvifica della Chiesa verso il mondo, ma che il
loro eccelso ufficio è di pascere i fedeli e di riconoscere i loro ministeri e
carismi, in modo che tutti concordemente cooperino, nella loro misura, al bene
comune».[236]
All'interno dell'unico nuovo popolo di Dio,
sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale dei vescovi e dei presbiteri sono
inscindibili. Il sacerdozio comune raggiunge la pienezza del proprio valore
ecclesiale grazie al sacerdozio ministeriale, mentre quest'ultimo esiste
unicamente in vista dell'esercizio del sacerdozio comune.[237]
Tutta l'attività missionaria della Chiesa
prevede, pertanto, che accanto al ministero ordinato e a esso complementare, vi
sia anche il vasto spazio per l'esercizio dei ministeri laicali, di coloro cioè
che, incorporati a Cristo mediante il battesimo e penetrati del suo Spirito,
agiscono come fermento nelle realtà terrene, animandole dall'interno e
ordinandole in modo che si svolgano sempre secondo le norme di Cristo.[238]
I laici devono essere coscienti che il loro apostolato non è un'impresa di
navigatori solitari, ma l'esercizio di una ministerialità inserita
nell'apostolato di tutta la Chiesa. Un tale apostolato richiede uno spirito di
armonia e di cooperazione, di unione e di comunione: elementi essenziali
dell'apostolato cristiano. Solo uno spirito di unione e di carità fraterna
permette di raggiungere la comuni finalità e di evitare dannose emulazioni (AA
23).
V.
I MINISTERI ISTITUITI
Se per compiere la sua missione la Chiesa ha
bisogno di persone che siano pubblicamente
e in modo continuo responsabili di
evidenziare la sua fondamentale dipendenza da Cristo, allo stesso modo sente il
bisogno di riconoscere pubblicamente, con una speciale istituzione alcuni
ministeri che sono propri della comunità.
Per renderli più efficaci, la Chiesa riconosce
dunque pubblicamente, con una speciale istituzione,
alcuni di questi ministeri (= ministeri istituiti). Altri servizi consistenti e
costanti che vengono compiuti senza titoli ufficiali nella prassi pastorale
possono essere chiamati ministeri di fatto[239]
1
L'istituzione
Il punto di partenza per una riflessione sui
ministeri istituiti è la lettera apostolica di Paolo VI Ministeria quaedam con la quale viene riformata nella Chiesa latina
la disciplina relativa alla prima tonsura, agli ordini minori e al
suddiaconato:[240] «Fin dai tempi più antichi furono istituiti
dalla Chiesa alcuni ministeri al fine di prestare debitamente a Dio il culto
sacro e di offrire, secondo le necessità, un servizio al popolo di Dio. Con
essi erano affidati ai fedeli, perché li esercitassero, degli uffici di
carattere liturgico e caritativo a seconda delle varie circostanze. Il
conferimento di tali uffici spesso avveniva mediante un particolare rito, con
il quale il fedele, ottenuta la benedizione di Dio, era costituito in una
speciale classe o grado per adempiere un determinato ufficio ecclesiastico».
Occorre ribadire qui che l'origine e il
fondamento di questi ministeri non è il sacramento dell'ordine, ma sono
istituiti dalla Chiesa sulla base di un carisma che i fedeli hanno, in forza
del battesimo, a farsi carico di speciali compiti e mansioni nella comunità.
Sono dunque un dono che lo Spirito Santo concede per il bene della Chiesa e
comportano, per quanti lo ricevono, una grazia, non sacramentale, invocata e
meritata dall'intercessione e dalla benedizione della Chiesa.
Purtroppo, alcuni di questi uffici, più
strettamente collegati con l'azione liturgica, a poco a poco furono considerati
come istituzioni previe per ricevere gli ordini sacri, di modo che l'ostiariato, il lettorato, l'esorcistato e
l'accolitato, furono denominati
«ordini minori» in rapporto al suddiaconato, al diaconato e al presbiterato, i
quali furono chiamati «ordini maggiori».
A seguito della riflessione conciliare è
sembrato opportuno rivedere tale prassi e adattarla alle odierne esigenze, in
modo che gli elementi che sono caduti in disuso in questi ministeri siano eliminati; quelli invece che si rivelano
utili, siano mantenuti; quelli che
sono necessari vengano meglio definiti.
Gli uffici mantenuti e adattati alle odierne
esigenze sono finora due: il lettorato e
l'accolitato. Hanno riferimento al libro e all'altare, ossia
all'amministrazione della Parola e del sacramento del corpo e del sangue di
Cristo e di conseguenza della carità: i divini tesori custoditi dalla Chiesa e
di cui la Chiesa è debitrice all'umanità.[241]
Il loro conferimento è denominato non
«ordinazione», ma «istituzione».[242]
Il conferimento dei ministeri istituiti, inoltre, non dà diritto al sostentamento
o alla remunerazione da parte della Chiesa.
2.
Il mandato della Chiesa
Ciascun ministero istituito ha un suo
inserimento specifico nella Chiesa locale, comunione di fede e di amore, come
manifestazione autentica della molteplice iniziativa dello Spirito che riempie
e vivifica il corpo di Cristo.[243]
Perciò deve essere apprezzato nel suo valore intrinseco e non solo per motivi
di supplenza.
Va precisato inoltre che non tutti i carismi
sono un ministero, mentre ogni ministero è un carisma che risponde a una
particolare chiamata del Signore e si traduce in un servizio ai fratelli.[244]
Per questo occorre il mandato della
Chiesa e una certa stabilità
commisurata non solo alla disponibilità
personale, ma anche ai bisogni
effettivi di una determinata comunità.
E' una comunità viva che accogliendo
l'aspirazione del singolo, presenta al vescovo la sua candidatura per il
definitivo discernimento e per l'istituzione.
3.
Parola, eucaristia, carità
Costituiti per l'annunzio missionario del
Vangelo e la testimonianza della carità i ministeri edificano il corpo del
Signore. Hanno quindi riferimento essenziale alla parola, all'eucaristia, alla
carità di Cristo.
Ne consegue che l'opera ministeriale non si
rinchiude entro ambiti puramente rituali, ma si pone dinamicamente al servizio
di una comunità che evangelizza e si curva come il buon samaritano su tutte le
ferite e le sofferenze umane.
Questa nuova espressione della diaconìa
ecclesiale non vuole assolutamente clericalizzare il laicato, ma immettere nel
circolo della Chiesa e del mondo la multiforme ricchezza che lo Spirito suscita
nel nostro tempo per rispondere alle varie emergenze storiche e ambientali.[245]
4.
Preparazione
Per i candidati è richiesta una specifica
preparazione remota e prossima che comprenda, insieme alle scienze ed
esperienze umane, anche la conoscenza viva della parola di Dio, della dottrina
della fede, della liturgia e della vita della Chiesa. Spetta ai vescovi
predisporre servizi e programmi secondo le situazioni personali e locali.
I laici chiamati a uno speciale ministero non
saranno semplici esecutori delle indicazioni dei presbiteri e dei diaconi, ma
veri animatori di assemblee presiedute dal pastore d'anime, promotori della
corresponsabilità nella Chiesa e dell'accoglienza di quanti cercano di compiere
un itinerario di fede, evangelizzatori nelle varie situazioni ed emergenze di
vita, interpreti della condizione umana nei suoi molteplici aspetti.[246]
Essi renderanno presente alla comunità le attese
e le aspirazioni degli uomini del nostro tempo e insieme saranno un segno
autentico della presenza della Chiesa nelle famiglie, nei luoghi di studio e di
lavoro e sulle strade del mondo.[247]
5.
Il ministero del lettore e dell'accolito.
I ministeri istituiti, attualmente riconosciuti
in tutta la Chiesa, sono il ministero del lettore e dell'accolito.
5.1 Il lettore
L'economia divina ha disposto che la Parola sia
alimento vitale del popolo di Dio, il quale non potrebbe sussistere senza
questo cibo che è forza della fede.[248]
Per questo la Chiesa, che è depositaria delle Scritture e sempre le ha venerate
come ha fatto per il corpo stesso di Cristo, «non cessa mai, soprattutto nella
sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di
Dio che del corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli».[249]
La liturgia è pertanto il luogo privilegiato
dove «Dio parla al suo popolo e Cristo annunzia ancora il suo Vangelo; il
popolo a sua volta risponde a Dio con il canto e la preghiera».[250]
In questo dialogo vivente tra Dio e il suo
popolo, che è annuncio efficace della Parola e risposta gioiosa della fede, il
ministero del lettore appare come un servizio di mediazione nel quale la
funzione di colui che legge consiste nel farsi messaggero e portavoce della
parola di Dio. Il lettore liturgico è l'ultimo anello che permette alla parola
di Dio di giungere al suo popolo, offrendo la sua voce e i suoi mezzi di
interpretazione affinché mediante essi si realizzi questa specie di ultima
incarnazione o dimora della parola di Dio tra gli uomini.
Come dice s. Agostino: «Per condiscendenza verso di noi, la Parola è scesa nelle sillabe dei
nostri suoni»; in questo modo la Parola si offre a noi «in lettere, in suoni... nella voce del
lettore e dell'omileta».[251]
Il lettore partecipa così, in certo modo, alla
missione profetica di coloro che sono stati chiamati, come successori degli
apostoli, per insegnare a tutte le genti e predicare il Vangelo a ogni
creatura.[252] Nel
contesto del ministero profetico del popolo di Dio, il lettore appare come
«segno» vivente della presenza del Signore nella sua Parola.
Per amore di questa Parola e per riconoscenza a
questo dono di Dio, il lettore liturgico deve fare uno sforzo diligente e
mettere tutto l'impegno per essere «segno» adeguato ed efficace della Parola.
Se la sua voce non suona, non risuonerà la Parola di Cristo; se la sua voce non
si articola, la Parola resterà confusa; se non dà il senso, il popolo non potrà
comprendere; se non dà la debita espressione, la Parola perderà parte della sua
forza. E non vale appellarsi all'onnipotenza divina, dal momento che il cammino
dell'onnipotenza, anche nella liturgia, passa attraverso l'incarnazione.
Il ministero del lettore si colloca pertanto
all'interno di una comunità ecclesiale raccolta attorno alla parola di Dio e
all'eucaristia con la costante e viva tensione che la Parola «cresca e si
moltiplichi il numero dei discepoli» (At 6,7), mediante il «ministero
dell'Evangelo»; e gli uomini raggiunti dal Vangelo, possano «offrire se stessi
come sacrificio vivo, santo, gradito a Dio» (Rm 12,1).
Competenze.
Secondo la tradizione liturgica, la lettura dei testi biblici all'assemblea è
un ufficio non presidenziale, ma ministeriale.[253]
Escluso il Vangelo, riservato al diacono e, in sua assenza, al presbitero, le
altre letture spettano ai lettori.
Secondo Ministeria
quaedam[254] il compito
del lettore è:
- nella messa e nelle altre azioni sacre
proclamare dalla sacra Scrittura le letture (ma non il Vangelo);
- in mancanza del salmista, legga il salmo
interlezionale;
- quando non è disponibile il diacono o il
cantore, proponga le intenzioni della preghiera dei fedeli;
- diriga il canto e guidi la partecipazione dei
fedeli;
- istruisca i fedeli a ricevere degnamente i
sacramenti;
- se sarà necessario potrà anche preparare gli
altri fedeli che abbiano ricevuto temporaneamente l'incarico di leggere la
sacra Scrittura nelle azioni liturgiche.
Qualità.
Per poter compiere queste «funzioni» si richiedono al lettore alcune qualità:
- si sforzi con ogni mezzo e si avvalga di
sussidi adatti per acquistare ogni giorno più pienamente il soave e vivo amore
e una conoscenza della Scrittura[255]
per diventare un più perfetto discepolo del Signore;
- conservi un contatto continuo con le
Scritture, mediante la lettura assidua e lo studio accurato, affinché non
diventi «vano predicatore della Parola di Dio all'esterno, colui che non
l'ascolta di dentro»;[256]
- accompagni la lettura della Scrittura con la
preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l'uomo, poiché «gli
parliamo quando preghiamo e lo ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini»;[257]
- i ministeri esigono consapevolezza in chi li
assume; maturano e si nutrono mediante un costante sforzo ascetico, perché
all'ufficio e alla grazia ricevuti deve corrispondere una coerente
testimonianza di vita: «conoscere quel che si fa, imitare ciò che si tratta».
E un ministero, come si vede, da conferirsi
soprattutto a quanti vogliono impegnarsi, oltre che nelle celebrazioni
liturgiche, anche nell'organizzazione dell'attività evangelizzatrice e
catechistica, rendendo così autentico e coerente il loro servizio liturgico. E
non è chi non veda l'importanza e l'utilità di questo ministero nell'opera di
edificazione delle giovani comunità ecclesiali missionarie.
5.2. L'accolito
La Chiesa ha il vertice e la fonte della sua
vita nell'eucaristia, mediante la quale si edifica e cresce come popolo di Dio.
Oltre al ministero presbiterale e diaconale, la
Chiesa ha conosciuto, fin dall'antichità, anche il ministero dell'accolito.
Competenza.
E' costituito per aiutare il diacono e servire il presbitero. Ha come competenze:
- curare il servizio dell'altare, aiutare il
diacono e il sacerdote nelle azioni liturgiche, specialmente nella celebrazione
della messa;
- distribuire come ministro straordinario, la
santa comunione tutte le volte in cui è previsto tale servizio;
- nelle medesime circostanze straordinarie potrà
essere incaricato di esporre pubblicamente all'adorazione dei fedeli la ss.
eucaristia e poi riporla; ma non di benedire il popolo;
- potrà anche provvedere all'istruzione degli
altri fedeli che, per incarico temporaneo, servono all'altare.
Qualità.
All'accolito sono richieste queste qualità:
- partecipare alla ss. eucaristia con una pietà
sempre più ardente;
- nutrirsi di essa e acquistarne una sempre più
profonda conoscenza;
- comprendere l'intimo e profondo significato
del servizio che svolge per poter meglio offrire interamente se stesso a Dio;
- essere di esempio a tutti per comportamento
serio e rispettoso;
- avere un sincero amore per il corpo mistico di
Cristo, specialmente per i deboli e i malati.
Anche questo è un ministero di grande
affidamento per la Chiesa missionaria dal momento che, oltre la promozione
della vita liturgica, può assicurare la comunione alla Parola e al corpo
eucaristico di Cristo sia nelle comunità prive di sacerdote, sia presso i
fedeli che per malattia non possono frequentare la Chiesa.
5.3. Esercizio
dei ministeri
L'istituzione dei ministeri suppone sempre una
vita di comunità molto dinamica. L'esercizio dei ministeri implica sempre un
cammino progressivo, che può approdare in alcuni casi anche al diaconato e al
presbiterato; tuttavia, si dovrà evitare l'assommarsi di diversi ministeri
nella medesima persona: diversamente sarebbe un contrastare l'istanza della
varietà e distribuzione dei ministeri nel popolo di Dio.
E' preferibile che l'attribuzione dei ministeri
sia compiuta nella comunità parrocchiale cui appartengono e in giorno festivo.
Il rito di istituzione dei ministeri sia
compiuto con il massimo di significazione: si curi la partecipazione delle
comunità in cui verrano istituiti; tali uffici non vengano facilmente affidati
ad altri, con il rischio di vanificare l'obiettiva missione conferita.
L'esercizio di tali ministeri deve avvenire
nell'ambito della propria diocesi. Vengano inoltre conferiti durante la
celebrazione della messa per significare meglio la relazione con l'eucaristia.[258]
A Conclusione di questo capitolo si
può ripetere che, avendo l'unica missione della Chiesa attività diverse
mediante le quali questa stessa missione si esplica, sono necessari impegni ministeriali
adeguati a ciascuna situazione apostolica. Per il momento abbiamo solo
accennato (non essendo questo il nostro specifico interesse) alla
ministerialità ordinata del vescovo-prebitero-diacono e alla ministerialità
istituita del lettore e dell'accolito. Resta ora da vedere l'ampio spazio della
ministerialità missionaria laicale.
CAPITOLO III
MINISTERIALITA' MISSIONARIA LAICALE
Con la pubblicazione dell'enciclica Redemptoris missio Giovanni Paolo II ha
inteso «invitare la Chiesa ad un rinnovato
impegno missionario».[259]
In vista di questo impegno indilazionabile
abbiamo detto che nella Chiesa vi è «unità di missione» ma anche «diversità di
ministero».[260] Così nella
varietà dei carismi e dei ministeri tutti sono chiamati a dare testimonianza
della mirabile unità nel corpo di Cristo: poiché sia il «ministero ordinato»,
sia la ministerialità laicale (tanto quella «istituita» quanto quella «di
fatto» riconosciuta ed esercitata), hanno come funzione di servire e
raccogliere in un solo corpo i figli di Dio.[261]
Qui ci occuperemo in particolare della
«ministerialità laicale» nell'ottica del servizio all'opera evangelizzatrice e
missionaria della Chiesa.
Nella recente esortazione apostolica Cristifdeles laici, Giovanni Paolo II
afferma che «Ai nostri tempi, nella
rinnovata effusione dello Spirito pentecostale avvenuta con il concilio
Vaticano II, la Chiesa ha maturato una più viva coscienza della sua natura
missionaria e ha riascoltato la voce del suo Signore che la manda nel mondo
come "sacramento universale di salvezza"».[262]
E lo stesso Pontefice in Redemptoris
missio colloca, tra i frutti missionari del Concilio, «l'impegno evangelizzatore dei laici (che) sta cambiando la vita
ecclesiale» (RMi 2). «Oggi a tutti i
cristiani [...] sono richiesti lo stesso coraggio che mosse i missionari del
passato e la stessa disponibilità ad ascoltare la voce dello Spirito» (RMi
30).
Dinanzi al nostro sguardo sta dunque l'immensa
vigna del Signore e la moltitudine di persone, uomini e donne, che da lui sono
chiamate e mandate perché abbiano a lavorare in questo mondo che deve essere
trasformato secondo il disegno di Dio. «Tutti
i credenti in Cristo debbono sentire, come parte integrante della loro fede, la
sollecitudine apostolica di trasmettere ad altri la gioia e la luce. Tale sollecitudine
deve diventare, per così dire, fame e sete di far conoscere il Signore, quando
si allarga lo sguardo agli immensi orizzonti del mondo non cristiano».[263]
E' lo
Spirito che continua a ringiovanire la Chiesa, suscitando sempre nuove energie
di santità e di partecipazione di tanti fedeli. Come giustamente fa osservare Redemptoris missio «i Pontefici dell'età più recente hanno molto insistito sull'importanza
del ruolo dei laici nell'attività missionaria».[264]
Dobbiamo allora chiederci: quale funzione, quale
responsabilità ministeriale hanno oggi i fedeli nella comunione e nella
missione della Chiesa, dal momento che «non
è lecito a nessuno rimanere in ozio»[265]
ben sapendo che due terzi del mondo non conosce ancora Cristo? Si tratta di
individuare gli spazi concreti di ministerialità e di missione che oggi i laici
hanno nella Chiesa. E' evidente infatti che nell'opera missionaria di annuncio,
di edificazione e di testimonianza i fedeli laici hanno un posto originale e
insostituibile: per mezzo di loro la Chiesa attende di essere resa presente nei
più svariati settori del mondo, come segno e fonte di speranza e di amore.[266]
Nell'ottica dei capitoli VI e VII della Redemptoris missio intendiamo qui
indicare per sommi capi chi sono i responsabili e gli operatori della pastorale
missionaria [RMi 61-76]; da questa visione d'insieme sarà più facile
individuare il ministero specifico dei laici nell'evangelizzazione.
I.
SOGGETTI ATTIVI DELLA MISSIONE DI SALVEZZA
«Scaturendo dalle missioni divine, la Chiesa è
per sua natura missionaria: essa è il luogo in cui, nella forza dello Spirito,
è reso presente il Cristo per compiere la sua missione salvifica; essa riceve
sempre nuovamente lo Spirito, per sempre nuovamente donarlo e far lievitare la
storia verso il tempo della gloria in cui Dio sarà tutto in tutti. La pura
grazia, che costituisce la Chiesa nella sua comunione, non è privilegio, è
compito, non è possesso, è missione: la comunione ecclesiale si salda così
strettamente all'invio.
Questo significa che, in forza dell'iniziazione
cristiana, non c'è nessuno nella comunità ecclesiale che possa sentirsi
esentato dal compito missionario. Fermo restando lo specifico del ministero di
unità, che deve discernere e coordinare i carismi in vista dell'azione
missionaria, ogni battezzato deve impegnare i doni ricevuti nel servizio della
missione ecclesiale: a nessuno è lecito il disimpegno, come a nessuno è lecita
la separazione dagli altri. Tutti, nella corresponsabilità e nella comunione,
devono partecipare alla missione della Chiesa: ciò implica da una parte
l'esigenza di riconoscere e valorizzare il carisma di ciascuno, dall'altra lo
sforzo di crescere in comunione con tutti, in modo che la stessa comunione sia
la piena forma di missione (cf Gv 13,35). La missione non è opera di navigatori
solitari: essa va vissuta nella «barca di Pietro», in comunione cioè di vita e
di azione con tutti i fratelli, ciascuno secondo il dono ricevuto. La
testimonianza del singolo - quale sia il suo ministero - non esaurisce la
vocazine ecclesiale alla missione, che esige una prassi di comunione anche
nell'azione evangelizzatrice: si coglie qui il superamento di una concezione
che insisteva sul carattere gerarchico del compito missionario, vedendo nei
laici collaboratori della gerarchia o agenti in vece di essa, dove i pastori
non potevano arrivare. Recuperando la prospettiva dell'ecclesiologia totale,
per cui primo soggetto della missione è la Chiesa locale, si recupera al
contempo la responsabilità propria di ogni battezzato in ordine alla missione:
tutti, ciascuno secondo il proprio carisma e il proprio ministero, nell'unità
attorno al ministero ordinato, sono chiamati a evangelizzare nelle forme e nei
modi che lo Spirito dona ad ognuno».[267]
Ogni cristiano, mediante la fede e i sacramenti
dell'iniziazione cristiana (battesimo, confermazione, eucaristia), è
configurato a Gesù Cristo, è inserito come membro vivo nella Chiesa ed è
soggetto attivo della sua missione di salvezza. Nel mistero della Chiesa-vigna,
i laici non sono semplicemente gli operai che lavorano in questa vigna, ma sono
parte della vigna stessa (cf. Gv 15,5). Facendoci rinascere dall'acqua e dallo
Spirito (cf. Gv 3,5), Cristo ci unisce a sé come tralci della vera vite. Il
battesimo, infatti, ci rigenera alla vita dei figli di Dio, ci unisce a Gesù
Cristo e al suo corpo che è la Chiesa, ci unge nello Spirito Santo
costituendoci templi spirituali e fortificati dal medesimo Spirito per mezzo
della cresima, siamo deputati dal Signore stesso all'apostolato. Veniamo
consacrati per formare un sacerdozio regale e una nazione santa (cf 1 Pt
2,4-10) onde offrire sacrifici spirituali mediante ogni attività e testimoniare
dappertutto il Cristo. Inoltre con i sacramenti, soprattutto con quello
dell'Eucaristia, viene comunicata e alimentata quella carità che è come l'anima
di tutto l'apostolato.[268]
Siamo così ammessi alla «comunione» con Dio,
resi partecipi della natura divina (cf. 2 Pt 1,4). Ma, in quanto membri di
Cristo, siamo anche membri del suo corpo, la Chiesa; templi vivi e santi dello
Spirito per la costruzione di un edificio spirituale (cf. 1 Pt 2,5s).
In virtù di questa iniziazione il battezzato non
solo partecipa della «comunione» con Dio, ma è abilitato anche alla «missione»,
cioè alla manifestazione e alla comunicazione di tale comunione che lega il
Padre al Figlio e il Figlio al Padre nel vincolo amoroso dello Spirito (cf. Gv
17,21).[269]
II.
CORRESPONSABILITA' DEI LAICI NELLA MISSIONE
Portare frutto è un'esigenza essenziale della
vita di santità e di missione del cristiano e della Chiesa. La comunione con
Gesù Cristo è condizione assolutamente indispensabile per portare frutto (cf.
Gv 15,5). Ora la comunione genera comunione, e si configura essenzialmente come
comunione missionaria. Gesù, infatti, dice ai suoi discepoli: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi
e vi ho costituito perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga»
(Gv 15,16). La comunione (trinitaria, ecclesiale) è punto di partenza e punto
di arrivo rispetto alla missione. Ne deriva che «la comunione è missionaria e la missione è per la comunione».[270]
Scopo della «missione» è dunque quello di far conoscere e far vivere a tutti la
nuova comunione che nel Figlio di Dio fatto uomo è entrata nella storia del
mondo (cf. 1 Gv 1,3).
In questo contesto di missione, visto che «l'impegno evangelizzatore dei laici sta
cambiando la vita ecclesiale» (RMi 2), qual è il ruolo ministeriale dei
fedeli laici?
III.
OBBLIGHI E DIRITTI DI TUTTI I FEDELI
Seguiamo qui le indicazioni offerte dal nuovo
Codice di diritto canonico.[271] Vi si afferma, tra l'altro, che fra tutti i
fedeli, in forza della loro rigenerazione in Cristo, sussiste una vera
uguaglianza nella dignità e nell'agire e per tale uguaglianza tutti cooperano
all'edificazione del corpo di Cristo secondo la condizione e i compiti propri
di ciascuno.[272]
Esiste così una uguaglianza nell'essere e
nell'agire, comune tanto all'uomo quanto alla donna, fondata sulla dignità
battesimale; allo stesso tempo esistono condizioni e compiti propri che
ciascuno è tenuto a esercitare per l'edificazione comune. In altre parole:
tutti sono arricchiti dei carismi dello Spirito, ma non a tutti è dato lo
stesso carisma.
Se nel popolo di Dio tutti sono chiamati alla
ministerialità ciò avviene non allo stesso titolo o nello stesso modo, ma
secondo la peculiarità di ministero, vocazione, carisma che ognuno ha ricevuto
da Dio, all'interno di quella comunione organica che è la Chiesa.
Tali doni nessuno li possiede personalmente
nella loro totalità e nessuno ne è privo, ma piuttosto convergono insieme tra
loro e si completano a vicenda per l'unica comunione e missione.
In vista di una ministerialità autenticamente
«ecclesiale», ogni fedele, uomo o donna, ha dunque nella Chiesa uguaguaglianza
di diritti e di doveri. Il nuovo Codice di diritto canonico, partendo dalla base
teologica posta da Lumen gentium a
proposito dei «laici nella Chiesa»,[273]
elenca questi obblighi e diritti di tutti i fedeli (compresi dunque anche i
laici)[274] nella
Chiesa:
- la
santificazione: dedicare le proprie energie al fine di condurre una vita
santa e promuovere la crescita della Chiesa e la sua continua santificazione;[275]
- l'evangelizzazione:
impegnarsi perché l'annuncio divino della salvezza si diffonda sempre più fra
gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo;[276]
diano la loro opera per l'insegnamento catechistico;[277]
in quanto partecipano alla missione della Chiesa, hanno diritto di promuovere o
di sostenere l'attività apostolica anche con proprie iniziative;[278]
sono deputati da Dio all'apostolato mediante il battesimo e la confermazione;
sono tenuti all'obbligo generale e hanno il diritto di impegnarsi perché
l'annuncio della salvezza venga conosciuto e accolto da ogni uomo in ogni
luogo; tale obbligo li vincola ancora maggiormente in quelle situazioni in cui
gli uomini non possono ascoltare il Vangelo e conoscere Cristo se non per mezzo
loro; sono tenuti anche al dovere specifico di animare e perfezionare l'ordine
delle realtà temporali con lo spirito evangelico e in tal modo di rendere
testimonianza a Cristo, particolarmente nel trattare tali realtà e nell'esercizio
dei compiti secolari;[279]
- uffici
ecclesiastici: i laici che risultano idonei sono giuridicamente abili ad
essere assunti dai pastori in quegli uffici ecclesiastici[280]
e in quegli incarichi che sono in grado di esercitare secondo le disposizioni del
diritto;[281] tra questi
incarichi è previsto anche quello di «una partecipazione nell'esercizio della
cura pastorale di una parrocchia»;[282]
- consiglieri:
i laici che si distinguono per scienza adeguata, per prudenza e onestà, sono
idonei a prestare aiuto ai pastori come esperti o consiglieri;[283]
- istruzione:
per essere in grado di vivere la dottrina cristiana, per poterla annunciare
essi stessi e, se necessario, difenderla, e per potere inoltre partecipare
all'esercizio dell'apostolato, i laici sono tenuti all'obbligo e hanno il
diritto di acquisire la conoscenza di tale dottrina, in modo adeguato alla
capacità e alla condizione di ciascuno; hanno anche il diritto di acquisire
quella conoscenza più piena delle scienze sacre che viene data nelle università
e facoltà ecclesiastiche o negli istituti di scienze religiose, frequentandovi
le lezioni e conseguendovi i gradi accademici;[284]
- insegnare:
osservate le disposizioni stabilite in ordine alla idoneità richiesta, i laici
possono insegnare le scienze sacre con il mandato dell'autorità ecclesiastica.[285]
Incorporati a Cristo col battesimo e costituiti
popolo di Dio, i fedeli laici sono «resi partecipi dell'ufficio sacerdotale,
profetico e regale di Cristo».[286]
Grava dunque su di loro il glorioso peso della missione che consiste nel
lavorare perché il disegno di salvezza raggiunga ogni giorno più tutti gli
uomini di tutti i tempi e di tutta la terra. Secondo le loro forze e secondo le
necessità della Chiesa del nostro tempo, anch'essi devono partecipare
attivamente all'opera evangelizzatrice e salvifica della Chiesa esercitando la
triplice ministerialità battesimale:[287]
* ministerialità
liturgica (funzione sacerdotale e cultuale);
* ministerialità
regale (diaconìa della carità);
* ministerialità
profetica (servizio della parola e testimonianza).
Ovviamente questi tria munera cui partecipano anche i fedeli laici saranno oggetto
della nostra attenzione nell'ottica dell'opera missionaria:[288]
liturgia, diaconìa, profezia, sono infatti elementi costitutivi in ogni fase
dell'attività missionaria.[289]
IV.
MINISTERIALITA' LITURGICA DEI FEDELI LAICI
«Tutti
quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della
croce. Con l'unzione dello Spirito Santo poi sono consacrati sacerdoti. Non c'è
quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti
i cristiani sono rivestiti di un carisma spirituale e soprannaturale, che li
rende partecipi della stirpe regale e dell'ufficio sacerdotale».[290]
L'ufficio sacerdotale fa dei battezzati un
tempio spirituale e un popolo di sacerdoti.[291]
I fedeli sono chiamati all'oblazione di sé con Cristo al Padre «come sacrificio
vivente» (Rm 12,1) per rendere ovunque testimonianza a Cristo e dare ragione
della loro speranza nella vita eterna (cf 1 Pt 3,15). Infatti «Non è forse funzione sacerdotale consacrare
al Signore una coscienza pura e offrirgli sull'altare del cuore i sacrifici
immacolati del nostro culto?».[292]
Essi vivono ed esercitano il loro sacerdozio
comune concorrendo all'oblazione dell'Eucaristia, col ricevere i sacramenti,
con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa,
con l'abnegazione e l'operosa carità.[293]
In una parola: i laici realizzano il loro sacerdozio regale nella misura in
cui, uniti sempre di più a Cristo, sviluppano la grazia del battesimo e della
confermazione in tutte le dimensioni della vita personale, familiare, sociale
ed ecclesiale, realizzando così l'appello alla santità rivolto a tutti i
battezzati e che trova nell'Eucaristia il culmine e la fonte di ogni apostolato.[294]
Sia il nuovo Codice di diritto canonico, che i
nuovi Rituali riformati a seguito del Vaticano II, prevedono una ministerialità
sacerdotale da parte dei fedeli laici, soperattutto mediante la loro
partecipazione piena, attiva, fruttuosa. consapevole alla liturgia. Anche Redemptoris missio, dopo aver ricordato
il ministero dei catechisti, parla di «altre
forme di servizio alla vita della Chiesa e alla missione» ed enumera altri
operatori: «animatori della preghiera,
del canto e della liturgia».[295]
Si tratta ora di esplicitare le forme ed i
contenuti di questa ministerialità sacerdotale-liturgica dei fedeli laici,
tenendo sempre conto del particolare contesto della missione.
Fatta eccezione dei ministeri «istituiti» del
lettore e dell'accolito, riservati ai laici di sesso maschile,[296]
ogni fedele laico, uomo o donna, può esercitare numerosi uffici liturgici.[297]
Alcuni di questi uffici, occorre sottolinearlo, prevedono una vera e propria
«presidenza liturgica» da compiere in
nomine Ecclesiae su mandato del vescovo (a volte del parroco).[298]
1.
Ministerialità liturgica nel nuovo codice
Secondo il can. 230 § 1.2.3. i laici possono
assolvere i seguenti incarichi liturgici:
- lettore: assolvere per incarico temporaneo
(per distinzione e a salvaguardia delle funzioni del lettore «istituito») la
funzione di lettore nelle azioni liturgiche;
- esercitare le funzioni di commentatore e di
cantore, di salmista;[299]
- presiedere alle preghiere liturgiche;
- amministrare il battesimo;
- distribuire la sacra comunione.
Secondo il can. 1112 § 1.2, dove mancano
sacerdoti e diaconi, il vescovo diocesano, previo il voto favorevole della
conferenza episcopale e ottenuta facoltà dalla sede apostolica, può delegare
dei laici perché assistano ai matrimoni. Si scelga un laico idoneo, capace di
istruire gli sposi e preparato a compiere nel debito modo la liturgia del
matrimonio.
2.
Ministerialità liturgica nei nuovi Rituali
I nuovi Rituali liturgici offrono maggiori
possibilità e indicazioni circa la ministerialità liturgica dei laici. Vediamo
le principali applicazioni:
- Ministero
del conforto e del sollievo. E' una partecipazione al ministero di Cristo
che conforta i malati. In questo servizio di carità si dà sollievo ai malati
con parole di fede e con la preghiera comune, per raccomandarli al Signore
sofferente e glorificato, per esortarli a unirsi spontaneamente alla passione e
morte di Cristo, per contribuire al bene del popolo di Dio. Se poi il male si
aggrava, soprattutto se non lo fanno i parenti, si dovrà avvertire il parroco
e, con delicatezza e prudenza, preparare il malato a ricevere tempestivamente i
sacramenti.
Si dovrà visitare con premurosa frequenza i
malati e aiutarli con senso profondo di carità.
In questo tipo di ministero, importanza
grandissima ha pure la catechesi che si deve fare ai fedeli in genere e ai
malati in specie, per preparare la celebrazione dei sacramenti dell'unzione e
del viatico in modo che tali sacramenti siano sempre meglio compresi e la loro
celebrazione nutra davvero, irrobustisca ed esprima la fede nel Cristo sofferente
e glorificato.
Se i laici non possono essere ministri
dell'unzione degli infermi, possono esserlo invece del viatico. Fermo restando
che i ministri ordinari del viatico sono il parroco e i suoi collaboratori,
tuttavia «in mancanza di un sacerdote può
recare il viatico anche un diacono o un altro fedele, uomo o donna, qualora
abbia ricevuto dal vescovo l'autorizzazione a distribuire ai fedeli
l'eucaristia»;[300]
- Ministero
del suffragio. Il Rito delle esequie al n. 16 dice che: «Nella celebrazione delle esequie ognuno ha
un suo compito e ufficio particolare da svolgere».
Per quanto riguarda i laici, anch'essi hanno un
ruolo ministeriale nel servizio del suffragio e del conforto. Essi possono
guidare la preghiera nella casa del defunto e nel cimitero; rianimare nei
presenti la speranza e ravvivare la fede nel mistero pasquale e nella
risurrezione dei morti; lo faranno però con delicatezza e con tatto, in modo
che nell'esprimere la comprensione materna della Chiesa e nel ricordare il
conforto della fede, la loro parola sia di sollievo al cristiano che crede,
senza urtare l'uomo che piange. Non meno importante è la ministerialità della
carità verso quei familiari che, oltre al dolore, si trovassero in difficoltà
materiali.
I laici possono essere anche ministri delle
esequie: «Se la necessità pastorale lo
esige, la conferenza episcopale può, con il consenso della sede apostolica,
designare anche un laico per celebrare le esequie senza messa»;[301]
- Ministeri
nell'iniziazione cristiana. Questo rito prevede un largo spazio
ministeriale per i laici, particolarmente necessario nel contesto missionario
delle giovani chiese. La Chiesa che trasmette e alimenta la fede ricevuta dagli
apostoli, considera come suo ministero particolare la preparazione al battesimo
e la formazione cristiana dei suoi membri.
In caso di necessità, soprattutto nei territori
di missione, possono preparare al battesimo i catecumeni e, su delega del
vescovo, possono compiere gli esorcismi minori e le benedizioni previste dal
rituale; possono anche amministrare il battesimo.[302]
- Le
benedizioni. Già il concilio aveva stabilito che alcuni sacramentali,
almeno in circostanze particolari e a giudizio dell'ordinario, potessero venire
officiati da laici dotati di specifiche qualità.[303]
Con la pubblicazione del nuovo Rituale delle benedizioni si dice che «anche i laici, uomini e donne, in forza del
sacerdozio comune, di cui sono stati insigniti nel battesimo e nella
confermazione, possono, a determinate condizioni e a giudizio dell'ordinario
del luogo, celebrare alcune benedizioni con il rito e il formulario per esse
previsto come indicato nel Rituale di ogni benedizione».[304]
Le benedizioni previste sono: coniugi, bambini,
figli, fidanzati, una donna prima e dopo il parto, anziani, infermi,
catechisti, prima di un viaggio, una nuova casa, strumenti tecnici o di lavoro,
animali, terreni, mensa, in ringraziamento dei benefici ricevuti, per varie
circostanze.
- Celebrare
la Liturgia delle ore. «La Liturgia
delle ore, come tutte le altre azioni liturgiche, non è un'azione privata, ma
appartiene a tutto il corpo della Chiesa, lo manifesta e influisce in esso»;[305]
- Ministero
verso il fanciulli. II direttorio per le messe con la partecipaziorie dei
fanciulli (1973), mira a condurre i fanciulli a una partecipazione attiva alla
celebrazione eucaristica. Per ottenere questa celebrazione, il direttorio
prevede la presenza di alcuni adulti: non tanto per svolgere una funzione di
sorveglianza, quanto piuttosto per essere loro compagni di preghiera. Tra i
compiti ministeriali affidati a qualcuno degli adulti presenti, ve ne è uno
molto importante: «nulla vieta che uno di
questi adulti che partecipano con i fanciulli alla messa, con l'assenso del
parroco, dopo il Vangelo rivolga ai fanciulli la parola, specialmente se al
sacerdote riesce difficile adattarsi alla mentalità dei piccoli ascoltatori».[306]
- Assistere
al rito del matrimonio. Anche un laico, uomo o donna, su delega del
vescovo, può accogliere i consensi e presiedere la liturgia nuziale senza la
messa, ben sapendo che nel matrimonio i ministri sono gli stessi sposi.[307]
- Presidenza
delle celebrazioni domenicali in assenza di presbitero. Già il nuovo Codice
di diritto canonico prevedeva che: «Ove
le necessità della Chiesa lo suggeriscano, in mancanza di ministri, anche i
laici, pur senza essere lettori o accoliti, possono supplire alcuni dei loro
uffici, cioè esercitare il ministero della parola, presiedere alle preghiere
liturgiche, amministrare il battesimo e distribuire la sacra comunione, secondo
le disposizioni del diritto».[308]
Per specificare meglio alcune di queste funzioni
liturgiche, la Congregazione per il culto divino ha pubblicato un Direttorio
per le celebrazioni domenicali in assenza del presbitero.[309]
Vi si dice che in diverse regioni, per la
mancanza di un ministro sacro riesce impossibile la partecipazione alla
celebrazione eucaristica nel giorno di domenica. In alcuni luoghi, soprattutto
nelle terre di missione, i vescovi già da tempo hanno affidato ai catechisti e
ai religiosi il compito di riunire i fedeli nel giorno di domenica e di
dirigere la preghiera. Con questo Direttorio si vogliono stabilire le
condizioni che rendono legittime tali celebrazioni e fornire alcune indicazioni
per la loro corretta celebrazione.
* La domenica e la sua celebrazione. Per una
comunità cristiana non dovrebbe mai mancare, di domenica, la celebrazione del
sacrificio della messa perché soltanto per esso si perpetua la pasqua del
Signore.
* Condizioni per le celebrazioni domenicali in
assenza del presbitero: vi deve essere impossibilità di avere o di recarsi in
un luogo più vicino per celebrare il mistero eucaristico; nell'impossibilità di
avere la celebrazione della messa, è molto raccomandata la celebrazione della
parola di Dio cui può seguire la comunione eucaristica; i fedeli dovranno percepire
con chiarezza che tali celebrazioni hanno carattere di supplenza; il disagio
per la mancanza di sacerdoti dovrà spingere i fedeli a pregare il Signore
perche mandi operai nella sua messe; spetta al vescovo verificare lo stato di
necessità e di stabilire la persona più adatta a presiedere queste celebrazioni
in mancanza del presbitero; dovrà anche verificare che tali persone abbiano le
qualità richieste (buona condotta, stima dei fedeli, formazione, santità di
vita). Il direttorio fa riferimento soprattutto «ai territori di missione». Anche qui si vede la necessità e la
possibilità che i fedeli laici possano esercitare una ministerialità liturgica.
- I
Ministri straordinari della comunione. La Sacra congregazione per la
disciplina dei sacramenti con l'istruzione Immensae
caritatis (29.1.1973) ha dato facoltà agli ordinari del luogo di scegliere,
qualora lo ritengano opportuno, persone idonee come «ministri straordinari
della comunione».[310]
L'istruzione sviluppa questa riflessione: l'eucaristia, questo dono ineffabile,
anzi il massimo di tutti i doni, lasciato dal Cristo Signore alla Chiesa sua
sposa come segno e testamento del suo immenso amore, è un mistero così grande,
che esige una conoscenza sempre più approfondita e una partecipazione sempre
più viva alla sua efficacia di salvezza; per questo la Chiesa ha sentito il
dovere pastorale di emanare, in più occasioni, norme e documenti
sull'eucarestia; documenti opportuni e norme assai indicate per ravvivare la
devozione verso questo mistero, centro e fondamento del culto cristiano; ai
nostri tempi si avverte poi un'esigenza nuova: salva sempre la massima
riverenza dovuta a un sacramento così grande, i fedeli vorrebbero che fosse
facilitata la possibilità di accostarsi alla santa comunione, per partecipare più
abbondantemente ai frutti del sacrificio della messa e consacrarsi con maggiore
impegno e generosità al servizio di Dio e della Chiesa e al bene dei fratelli.
Ma perché i fedeli possano accostarsi senza difficoltà alla santa comunione, è
necessario anzitutto una certa disponibilità di ministri che la distribuiscano.
Vi sono circostanze diverse nelle quali può mancare la disponibilità di un
numero sufficiente di ministri per la distribuzione della santa comunione:
durante la messa, a motivo di un gran numero di fedeli o per difficoltà del
celebrante; fuori della messa, ogniqualvolta è difficile, per la distanza,
recare le sacre specie, soprattutto in forma di viatico, ai malati in pericolo
di morte, o quando il numero dei malati esige la presenza di più ministri.
Perché dunque non restino privi dell'aiuto e del conforto di questo sacramento
i fedeli che desiderano partecipare al banchetto eucaristico, il sommo
pontefice (Paolo VI) ha ritenuto opportuno costituire dei ministri straordinari
che possano comunicare se stessi e gli altri fedeli a certe condizioni
(mancanza o impossibilità dei ministri ordinari; grande numero di fedeli da
comunicare). Tali ministri, uomini o donne, siano idonei, preparati, gente di
fede e buona condotta.
- Ministeri
e servizi nella messa. Nell'assemblea che si riunisce per la celebrazione
dell'eucaristia, ciascuno ha il diritto e il dovere di recare la sua
partecipazione in diversa misura a seconda della diversità di ordine e di
compiti.[311] Pertanto
tutti, sia i ministri ordinati che i fedeli, compiendo il proprio ufficio,
facciano tutto e soltanto ciò che è di loro competenza;[312]
così che dallo stesso ordinamento della celebrazione si renda manifesta la
Chiesa costituita nei suoi diversi ordini e ministeri.[313]
Nella celebrazione dell'eucaristia, infatti, i
fedeli sono chiamati a formare la gente santa, il popolo che Dio si è
acquistato e il sacerdozio regale, per rendere grazie a Dio, offrire la vittima
immacolata non soltanto per le mani del sacerdote ma anche insieme con lui, e
per imparare ad offrire se stessi.[314]
Tutti i fedeli quindi procurino di manifestare tutto ciò con un profondo senso
religioso e con la carità verso i fratelli che partecipano alla stessa
celebrazione; evitino ogni forma di individualismo e di divisione; formino invece
un solo corpo sia nell'ascoltare la parola di Dio, sia nel prendere parte alle
preghiere e al canto, sia specialmente nella comune offerta del sacrificio e
nella comune partecipazione alla mensa del Signore. La partecipazione attiva,
piena, consapevole di tutti i battezzati nella celebrazione liturgica suppone
che tutti i fedeli devono servire con gioia l'assemblea del popolo di Dio ogni
volta che sono pregati di prestare qualche servizio particolare nella
celebrazione.
Nella celebrazione della messa, secondo le
indicazioni del Messale romano, si possono individuare alcuni servizi
particolari che spettano ai laici:
a. Servizio
dell'accoglienza. E' il servizio che consiste nell'accogliere i fedeli alla
porta della Chiesa e nel disporli ai propri posti ordinando, eventualmente, i
movimenti processionali dei fedeli.[315]
b. Servizio
della Parola. Secondo la tradizione, l'ufficio di proclamare le letture non
è compito presidenziale, ma ministeriale; conviene allora che ordinariamente
sia un lettore a proclamare le letture escluso il Vangelo. Il lettore, anche se
laico, ha un ufficio proprio che deve esercitare lui stesso anche se sono
presenti ministri di ordine superiore.[316]
Una specifica descrizione sugli «Uffici e ministeri nella celebrazione della
liturgia della Parola nella Messa» è data dall'Ordo Lectionum Missae.[317]
c. Servizio
della preghiera. Oltre al ruolo presidenziale che spetta al sacerdote,
anche i fedeli sono chiamati a prestare il servizio della preghiera nella
celebrazione eucaristica. Tale servizio suppone la capacità di unirsi al
sacerdote nella fede e nel silenzio manifestando la propria adesione con i vari
interventi previsti nello svolgimento della preghiera eucaristica. I fedeli
servono la preghiera soprattutto intervenendo attivamente alla cosiddetta
preghiera universale o dei fedeli. Tale servizio presuppone quindi una comunità
matura e capace di formulare intenzioni di preghiera sia per la Chiesa
universale, sia per i governanti e per la salvezza di tutto il mondo, sia per
quelli che si trovano in difficoltà, sia per la comunità locale.[318]
d. Servizio
delle offerte. Consiste nel presentare il pane e il vino per la
celebrazione eucaristica, consiste anche nel raccogliere offerte in denaro e
altri doni che serviranno per le necessità della Chiesa, per i poveri, per la
comunità locale.[319]
e. Servizio
del canto. E' considerato un ufficio liturgico quello della schola cantorum
o coro, il cui compito è quello di eseguire a dovere le parti che le sono
proprie e promuovere la partecipazione attiva dei fedeli nel canto. E'
opportuno anche che ci siano dei cantori per dirigere e sostenere il canto del
popolo. E' compito del cantore guidare i diversi canti facendo partecipare il
popolo per la parte che gli spetta.[320]
Può essere considerato un servizio ministeriale liturgico anche quello del
maestro del coro e dell'organista (o degli altri strumenti).[321]
Anche in questo ambito si può vedere quale
importanza abbia, per i territori di missione, una tale ministerialità
liturgica. Se la Chiesa, per la salvezza delle anime, è spinta a darsi nuove
strutture ministeriali capaci di assolvere questa esigenza, è auspicabile che
sia i pastori, sia i fedeli laici, verificate le condizioni di necessità
richieste, offrano con generosità il loro servizio sempre spinti dalla carità verso
i fratelli più bisognosi.
A conclusione
di questo paragrafo riguardante la ministerialità liturgica dei fedeli laici, è
opportuno precisare, come del resto fa la stessa esortazione Christifideles laici, che: «Quando poi la necessità o l'utilità della Chiesa
lo esige, i pastori possono affidare ai fedeli laici, secondo le norme
stabilite dal diritto universale, alcuni compiti che sono connessi con il loro
proprio ministero di pastori ma che non esigono il carattere dell'ordine».[322]
Già abbiamo precisato che si tratta di una ministerialità laicale svolta in
«situazioni di emergenza» o di «necessaria supplenza».
Ciò significa che da parte dei fedeli laici non
deve esservi la corsa e l'ambizione ad acquistare questi servizi, come neppure
rinunciarvi qualora si verifichi il caso di vera necessità. Dovranno anche
essere distinti da altri uffici che, al contrario, sono tipici di tutta
l'assemblea e non soltanto del clero; questi devono essere svolti proprio dai
laici, infatti «è naturale che i compiti
non propri dei ministri ordinati siano svolti dai fedeli laici».[323]
V.
MINISTERLALITA' REGALE DEI FEDELI LAICI
Fin qui ci siamo limitati a evidenziare una
ministerialità prevalentemente di tipo cultuale.
Resta tuttavia aperto tutto il vasto ambito di ministerialità che gravita
attorno alla carità e alla promozione umana, quali parti integranti dell'azione
evangelizzatrice della Chiesa tutta protesa ad annunciare l'altezza,
l'ampiezza, la profondità del disegno di Dio per l'uomo. L'uomo «è la prima strada che la Chiesa deve
percorrere nel compimento della sua missione: egli è la prima fondamentale via
della Chiesa, via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa
attraverso il mistero dell'incarnazione e della redenzione».[324]
Mediante l'ufficio regale i fedeli laici
partecipano al movimento con cui il Risorto attira a sé tutte le cose per
sottometterle, con se stesso, al Padre e permettere che Dio sia tutto in tutti
(cf Gv 12,32; 1 Cor 15,28).[325]
Grazie a questa missione regale essi hanno il
potere di strappare al peccato il dominio su di essi e sul mondo mediante una
vita di abnegazione e l'esercizio della carità fraterna.[326]
Non c'è dubbio che l' evangelizzazione sta al
primo posto: «guai a me se non predicassi
il Vangelo!» (1 Cor 9,16). Però, secondo Ad gentes, più ampio ancora del ministero della Parola parlata è il
ministero della Parola testimoniata con la vita e tradotta nella carità. Anzi
si danno dei casi nei quali il Vangelo vissuto è l'unica forma possibile di
evangelizzazione: «si danno a volte delle
circostanze che, almeno temporaneamente, rendono impossibile l'annunzio diretto
ed immediato del messaggio evangelico. In questo caso i missionari possono e
debbono con pazienza e prudenza, ed anche con grande fiducia, offrire almeno la
testimonianza della carità e della bontà di Cristo, preparando così le vie del
Signore e rendendolo in qualche modo presente».[327].
Non solo nelle occasioni limite nelle quali la
Chiesa è impedita di predicare il Vangelo, ma anche nell'esplicare la sua
ordinaria attività missionaria, la Chiesa prevede che accanto alla predicazione
e ai mezzi sacramentali della grazia, «con
l'esempio della vita» essa deve farsi presente a tutti gli uomini e popoli
per condurli alla fede e alla partecipazione piena al mistero di Cristo.[328]
Questa
testimonianza è fatta di stima e di amore (AG 11), di comprensione e di
accoglimento, di solidarietà negli sforzi per tutto ciò che è nobile e buono
(EN 21). Ebbene, una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma
molto forte ed efficace, della Buona Novella (EN 21). Oggi più che mai resta
valido quanto diceva Paolo VI in Evangelii
nuntiandi: « La testimonianza di una
vita autenticamente cristiana [...] è il primo mezzo di evangelizzazione.
L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se
ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (EN 41). La
testimonianza di una vita santa è divenuta una condizione essenziale per
l'efficacia della predicazione (EN 76); agli evangelizzatori si richiede: «Credete veramente a quello che annunziate?
Vivete quello che credete? Predicate veramente quello che vivete?».[329]
E' prevista anzi una testimonianza di vita che
supera ogni linguaggio quanto ad efficacia evangelica: è il sangue dei martiri
che, con il loro martirio, sono divenuti «seme fecondo dei cristiani».[330].
La testimonianza della vita accompagnata da una
grande carità: la stessa carità con la quale Dio ci ha amati (cf 1 Gv 4,11).
Una carità «cristiana» che si estende a tutti, «senza discriminazioni etniche, sociali o religiose, senza prospettive
di guadagno o di gratitudine» (AG 12); se ci deve essere una preferenza,
questa è per i poveri ed i sofferenti (cf 2 Cor 12,15). Il tutto nello spirito
delle beatitudini: «perché vedano le
vostre opere buone e diano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt
5,16). Senza questa configurazione a Cristo e senza questa vita nuova nello
Spirito, le tecniche di evangelizzazione, la stessa preparazione più
raffinata...ben presto si riveleranno vuote e prive di valore (EN 75).
Questa carità viene oggi espressa anche con la
formula «promozione umana» che sottintende l'agire per la giustizia ed il
partecipare alla trasformazione del mondo, quali dimensioni integranti della
predicazione del vangelo, cioè della missione della Chiesa per la redenzione del
genere umano e la liberazione da ogni stato di cose oppressivo[331].
Se da un lato «la Chiesa rifiuta di sostituire l'annuncio del Regno con la
proclamazione delle liberazioni umane» (EN 34) e, pur collegandole, «non identifica giammai liberazione umana e
salvezza in Gesù Cristo» (EN 35), afferma però che il vangelo è un
autentico messaggio di liberazione, e che l' evangelizzazione è legata in
maniera profonda e molteplice all'opera di promozione umana: «Tra evangelizzazione e promozione umana ci
sono infatti dei legami profondi» (EN 31; RH 15).
La Chiesa considera questa sua sollecitudine per
l'uomo come un elemento essenziale della sua missione, indissolubilmente
congiunto con essa.[332]
Col Sinodo 1985 si può dire: «Questa
dualità non è un dualismo. Bisogna quindi mettere da parte e superare le false
ed inutili opposizioni...tra la missione spirituale e la diaconìa per il mondo».[333]
Oltre le false e inutili opposizioni, vanno evitate anche le «immagini riduttive dell'attività
missionaria, come se fosse principalmente aiuto ai poveri, contributo alla
liberazione degli oppressi, promozione dello sviluppo, difesa dei diritti
umani. La Chiesa missionaria è impegnata anche su questi fronti, ma il suo
compito primario è un altro: i poveri hanno fame di Dio, e non solo di pane e
di libertà, e l'attività missionaria prima di tutto deve testimoniare e
annunziare la salvezza in Cristo, fondando le chiese locali che sono poi
strumenti di liberazione in tutti i sensi» (RMi 83)
La testimonianza della vita e l'esercizio della
carità sono una forma particolare di evangelizzazione: potrà tacere la parola,
ma parlerà la carità.
La carità verso il prossimo, pertanto, «anima di
tutto l'apostolato»,[334]
rappresenta il contenuto più immediato, comune e abituale di quell'animazione
cristiana dell'ordine temporale che costituisce l'impegno missionario specifico
dei fedeli laici.[335]
«Servendo a Cristo anche negli altri, con
umiltà e pazienza, conducano i loro fratelli al re, servire al quale è regnare».[336]
Ai fedeli laici è dunque richiesto di partecipare
alla vita della Chiesa mettendo in opera tutti i loro uffici e carismi per la
crescita della comunione ecclesiale. «Nella
santa Chiesa - scrive san Gregorio Magno - ognuno è sostegno degli altri e gli altri sono suo sostegno».[337]
Avendo piena coscienza di essere membra vive
della Chiesa e sapendo di aver ricevuto un compito originale insostituibile e
indelegabile da svolgere per il bene di tutti, ogni fedele laico dovrà
intensificare il proprio dinamismo
missionario: partecipare responsabilmente alla missione della Chiesa di
portare il Vangelo di Cristo in forma capillare, costante, incisiva, perché sia
fonte di speranza per l'uomo e di rinnovamento per la società.
Questo tipo di ministerialità, esercitata sia in
forma personale, sia in forma aggregativa,[338]
prevede alcuni campi di azione:
a. Promuovere
la dignità della persona. Si pensi all'azione ministeriale di
coloro che si impegnano a riscoprire e a far riscoprire la dignità inviolabile
di ogni persona umana come il bene più prezioso che l'uomo possiede. Riproporre
che l'uomo vale non per quello che «ha», ma per quello che «è».
b. Venerare
l'inviolabile diritto alla vita. Poiché i diritti
della persona umana provengono da Dio stesso, esigono rispetto, promozione,
difesa, in ogni fase, in ogni condizione dello sviluppo della persona: dal
concepimento alla morte naturale, nella salute come nella malattia.[339]
E' della massima importanza che i fedeli laici - con l'aiuto di tutta la Chiesa
- si prendano a carico di richiamare la cultura ai principi di un autentico
umanesimo. Rientra in questo ministero anche ogni impegno che miri al
riconoscimento e alla salvaguardia del diritto alla libertà di coscienza e alla
libertà religiosa.[340]
c. Difendere i
diritti della coppia e della famiglia. L'impegno apostolico
dei fedeli laici nell'ordine temporale trova un primo spazio d'azione nella
salvaguardia dei valori della coppia e della famiglia. E' richiesta qui
un'opera vasta, profonda e sistematica dal momento che la Chiesa è
profondamente convinta che «l'avvenire
dell'umanità passa attraverso la famiglia».[341]
Pertanto «I laici che vivono nello stato
coniugale, secondo la propria vocazione, sono tenuti al dovere specifico di
impegnarsi, mediante il matrimonio e la famiglia, nell'edificazione del popolo
di Dio».[342]
d. Impegnarsi
per il bene comune. Ai fedeli laici è richiesto di
impegnarsi, con urgenza e responsabilità, nel promuovere e testimoniare quei
valori umani ed evangelici che siano di salvaguardia di valori inalienabili: la
libertà, la giustizia, il bene comune. Ciò è possibile mediante una
partecipazione leale, disinteressata e competente alla politica e alla gestione
della cosa pubblica. Questa partecipazione attiva e responsabile alla vita
politica e ai processi di solidarietà, permetterà ai fedeli laici di essere «operatori
di pace» (Mt 5,9).[343]
e. Impegno
nella vita economica e sociale. I fedeli laici sono
impegnati in prima fila a risolvere i gravissimi problemi relativi al lavoro,
alla disoccupazione, alla questione economico-sociale,[344]
alla promozione dei valori di solidarietà e di giustizia nelle strutture
temporali,[345] e alla
cosiddetta questione «ecologica»; mediante la loro opera i beni creati vengono
fatti progredire e vengono meglio distribuiti per l'utilità di tutti gli
uomini. Per essi questa forma di impegno «ministeriale» costituisce una via per
la propria santificazione.[346]
f.
Evangelizzare la cultura e le culture dell'uomo.
La Chiesa è pienamente consapevole dei valori insiti nella cultura e nelle
culture dei popoli; per questo desidera che ad essa venga riservata
un'attenzione tutta particolare. Spetta in particolare ai fedeli laici essere
presenti nei luoghi di cultura, come la scuola e le università,[347]
per contribuire all'elevazione della cultura stessa ponendola a contatto con le
originali ricchezze del Vangelo e della fede cristiana. Anche in questo
settore, come pure quello dei mass media, della stampa, della radiotelevisione,
del cinema, del teatro, della comunicazione sociale,[348]
la ministerialità laicale trova ampi spazi di evangelizzazione. Con senso di responsabilità
personale e di professionalità, i fedeli laici potranno, in questi nuovi campi
di missione, annunciare il Vangelo che salva.[349]
«Così agendo impregneranno di valore
morale la cultura e le opere umane. In questo modo il campo del mondo è meglio
preparato per il seme della parola divina, e insieme più aperte sono le porte
della Chiesa, per la quali l'annunzio della pace entri nel mondo».[350]
g. Potestà di
governo e uffici ecclesiastici. A norma del diritto,
i fedeli laici possono cooperare alla potestà di governo, detta anche di
giurisdizione, e possono essere assunti dai sacri Pastori in quegli uffici
ecclesiastici e in quegli incarichi che sono in grado di esercitare.[351]
h. Altri
servizi regali. La missione è caratterizzata da sotuazioni di
particolare difficoltà soprattutto in quelle regioni dove la libertà della
Chiesa è gravemente impedita. In tali difficilissime circostanze la
ministerialità regale dei laici si può esercitare, mettendo talvolta in
pericolo la stessa vita, insegnando la dottrina cristiana a coloro vicino ai
quali vivono, per istruirli nella vita religiosa e nel pensiero cattolico;
inducendoli infine a ricevere con frequenza i sacramenti e a coltivare la
pietà. Per questi laici il concilio «ringrazia
Dio che, anche nella nostra epoca, non manca di suscitare laici di eroica
fortezza in mezzo alle persecuzioni, li abbraccia con paterno affetto e con
riconoscenza» (AA 17).
Dal canto suo il CIC elenca altri servizi che
possono compiere i fedeli laici da considerare altamente evangelizzanti perché
sono segno del Cristo re-servo:[352]
* CIC 463 §1.2.: partecipare al sinodo
diocesano;
* CIC 512, 536: partecipare al consiglio
pastorale diocesano e parrocchiale;[353]
* CIC 930 § 2: assistere un sacerdote infermo
che celebra la Messa;
* CIC 519: collaborare con i parroci nel
servizio alla comunità quanto alle funzioni di insegnare, santificare e
governare (cf can. 528 § 1; 529 § 2).
* CIC 956: amministratori delle cause pie
* CIC 1421 §2: giudici diocesani;
* CIC 1435: promotori di giustizia e difensori
del vincolo;
* CIC 1424: assessori del giudice unico;
* CIC 494, 537, 1282, 1287: amministratori dei
beni temporali delle diocesi o delle parrocchie.
Attraverso la varietà di questi servizi l'opera
missionaria della Chiesa, soprattutto presso le giovani chiese, può trarre
immensi vantaggi; alla base di tutto ovviamente deve stare lo spirito indicato
da Ad gentes 11: «Tutti i cristiani infatti, dovunque vivano,
sono tenuti a manifestare con l'esempio della loro vita e con la testimonianza
della loro parola l'uomo nuovo, di cui sono stati rivestiti nel Battesimo, e la
virtù dello Spirito Santo, da cui sono stati rinvigoriti nella Cresima; sicché
gli altri, vedendone le opere buone, glorifichino Dio Padre (cf Mt 5,16) e
comprendano più profondamente il significato genuino della vita umana e
l'universale vincolo di comunione degli uomini tra loro».
VI.
MINISTERIALITA' PROFETICA DEI FEDELI LAICI
«Il Popolo
santo di Dio partecipa pure dell'ufficio profetico di Cristo col diffondere
dovunque la viva testimonianza di Lui, soprattutto per mezzo di una vita di
fede e di carità».[354]
Dotati del senso soprannaturale della fede, i
laici sono indefettibilmente legati alla verità rivelata; essi cercheranno di
conoscerla sempre meglio e di metterla in pratica; sostenuti dalla fede e
guidati dallo Spirito del Signore, essi potranno discernere negli avvenimenti,
nelle esigenze e nelle aspirazioni del nostro tempo, quali siano i veri segni
della presenza o del disengo di Dio.[355]
Anche i laici, pertanto, all'interno di quella
ricchezza ministeriale che fiorisce a sostegno e sviluppo della ministerialiatà
della Chiesa, devono saper trovare forme specifiche di servizio «profetico» nel
vasto campo dell'evangelizzazione; essi infatti «anche quando sono occupati in cose temporali, possono e devono
esercitare una preziosa azione per l'evangelizzazione del mondo»[356]
dal momento che «l'opera di
evangelizzazione è un dovere fondamentale del Popolo di Dio».[357]
Nell'ottica dei capitoli VI e VII della Redemptoris missio intendiamo qui
indicare per sommi capi chi sono i responsabili e gli operatori dell'opera
missionaria [RMi 61-76]; da questa visione d'insieme sarà più facile
individuare la specificità del ministero profetico dei laici
nell'evangelizzazione.
1.
I responsabili e gli operatori dell'opera missionaria.
«L'attività
missionaria è il dovere più alto e più sacro della Chiesa» (AG 29). A chi
compete questo dovere?
1.1. Tutta la
Chiesa e ciascuna Chiesa è inviata alle genti (RMi 62).
Non solo le Chiese di antica cristianità che
hanno sufficienti vocazioni, ma anche le chiese giovani o le Chiese che
soffrono di scarsezza di clero (AG 20). Oggi si richiede ad ogni comunità
ecclesiale di rimanere unita con le altre, in uno scambio fecondo di energie e
mezzi, nell'impegno comune e nell'unica missione di annunciare e vivere il
Vangelo. Nessuna Chiesa è così povera da non aver nulla da dare alle altre.[358]
1.2. I primi
responsabili dell'attività missionaria.
La Chiesa vuole che l'impegno missionario sia
assunto da ogni battezzato, nel rispetto della sua specifica vocazione e
all'interno di quella comunione organica che è propria della Chiesa.
L'evangelizzazione è dovere fondamentale di tutto il popolo di Dio (AG
35.36.37; CIC 781); all'interno di questo popolo tutti sono insieme
"soggetti" e "destinatari" della missione-evangelizzazione,
anche se ciò avviene non allo stesso titolo o nello stesso modo, ma secondo la
peculiarità del ministero-vocazione-carisma che ognuno ha ricevuto da Dio (AG
23). All'interno di questa Chiesa tutta «missionaria
per sua propria natura» (AG 2), ciascun battezzato ha una sua missione
specifica:
* Al collegio dei Vescovi con a capo il
successore di Pietro (AG 38; LG 23; CIC 782; EN 67) è affidata la cura di
annunziare il Vangelo in ogni parte della terra (RMi 63); «ogni vescovo è consacrato non soltanto per una diocesi, ma per la
salvezza e l'evangelizzazione di tutto il mondo" (LG 23.24; AG 38; CD
6; EN 68; CIC 782,1.2.; RMi 63);
* I Presbiteri: l'ordinazione non li prepara a
una missione limitata e ristretta, bensì a una vastissima e universale missione
di salvezza (PO 10; AG 39; EN 68-69; RMi 67 ); va ricordata la forma nuova di
cooperazione missionaria dei sacerdoti «fidei
donum» istituita da Pio XII nel 1957[359].
* I Religiosi: sono da considerare operatori
privilegiati della missione in forza della professione pubblica dei consigli
evangelici (cf AG 40; EN 69; LG 44; PC 20; CIC 783; RMi 69-70).
* I laici: sono chiamati a dare un contributo
specifico all'attività missionaria in forza di un diritto-dovere fondato sulla
dignità battesimale (AG 35-36.41; AA 6.13; ChL 14; RMi 71-73);[360]
sono i primi evangelizzatori dei propri figli (CIC 226 § 2);
* I missionari: hanno un compito di fondamentale
importanza, un dovere specifico di evangelizzare che nasce da una «vocazione speciale» costituita da queste
caratteristiche: la totalità di impegno per il servizio dell'evangelizzazione,
il mandato da parte della legittima autorità, una missione ad vitam e ad gentes. Secondo Redemptoris missio solo coloro che hanno questi requisiti possono
essere chiamati in senso stretto «missionari»[361].
Questa precisazione si è resa necessaria, dice Redemptoris missio, perché a seguito di una giusta rivalutazione
dell'impegno missionario di tutto il popolo di Dio, ne è scaturita una ingiusta
riduzione di questa vocazione missionaria specifica che deve restare invece «il paradigma missionario della Chiesa»
(RMi 66). I «missionari» risveglino dunque la grazia del loro carisma specifico
e riprendano con coraggio il loro cammino visto che la loro vocazione speciale ad vitam e ad gentes conserva
tutta la sua validità.
* Le chiese particolari: devono aprirsi
generosamente alle necessità delle altre, collaborando con un reciproco dare e
ricevere; la loro missionarietà non dve limitarsi al solo impegno di
rievangelizzazione, ma devono essere aperte alla missione vera e propria, cioè ad gentes.[362]
* Gli Istituti missionari: con il proprio
carisma speciale devono arricchire la missione della Chiesa fornendo energie
nuove, creatività, esperienza; tutt'ora essi sono assolutamente necessari.[363]
* Gli Istituti di vita consacrata (sia di vota
contemplativa che di vita attiva): in forza della loro stessa consacrazione
sono tenuti all'obbligo di prestare l'opera loro in modo speciale nell'azione
missionaria, con lo stile proprio dell'Istituto.[364]
* Movimenti, Volontariato, Gruppi, Sodalizi:
quando si inseriscono con umiltà nella vita delle chiese locali e sono accolti
dai vescovi, possono essere un vero dono di Dio sia per la nuova
evangelizzazione che per l'attività missionaria propriamente detta; Giovanni
Paolo II raccomanda di diffondere e di avvalersi di questi organismi capaci di
ridare vigore alla vita cristiana e all'evangelizzazione; ciò favorirà anche la
crescita di un laicato maturo e responsabile.[365]
Una menzione tutta particolare viene data da Redemptoris missio alla Congregazione
per l'Evangelizzazione dei Popoli e alle Pontificie Opere Missionarie; sono
ricordate anche le Conferenze dei Superiori Maggiori (RMi 75-76).
In altro capitolo, ma ugualmente da ricordare in
questo contesto, sono anche le «comunità
ecclesiali di base»: sono viste come strumento di evangelizzazione e di
primo annunzio e fonte di nuovi ministeri(RMi 51).[366]
Cristo stesso costituisce la varietà di queste
sue membra come suoi testimoni e li provvede del senso della fede e della
grazia della parola (cf. At 2,17-18; Ap 19,10) perché la forza del Vangelo
risplenda nella vita quotidiana familiare e sociale. E' una evangelizzazione
fatta con la testimonianza della vita e con la parola. In alcuni casi, in
regime di persecuzione e in mancanza di sacri ministri, sono proprio i laici a
svolgere una preziosa opera di evangelizzazione.
Nell'ambito del ministero profetico della
evangelizzazione svolto dai laici, secondo lo stesso decreto Ad gentes, occupa un posto di primo
piano il ministero del catechista; vedremo di seguito gli altri spazi
ministeriali svolti dai laici nella evangelizzazione, con particolare
attenzione alle comunità ecclesialil di base e alla ministerialità della donna.
2.
Il ministero del catechista
A noi interessa qui soprattutto la figura del
catechista, in quanto persona collegata strettamente all'attività
evangelizzatrice della Chiesa missionaria: «Tra
i laici che diventano evangelizzatori si trovano in prima fila i catechisti»
(RMi 73).
Parlando della formazione della comunità
cristiana il decreto Ad gentes dice
che «per la impiantazione della Chiesa e
lo sviluppo della comunità cristiana, sono necessari vari tipi di ministero,
che suscitati nell'ambito stesso dei fedeli da un'ispirazione divina, tutti
debbono diligentemente promuovere ed esercitare; tra essi sono da annoverare i
compiti... dei catechisti».[367]
Lo stesso decreto definisce i catechisti «schiera
tanto benemerita dell'opera missionaria tra le genti... che danno un contributo
singolare e insostituibile alla propagazione della fede e della Chiesa. Nel
nostro tempo poi... il compito del catechista è della massima importanza. . .».[368]
Più recentemente, nell'esortazione apostolica Catechesi tradendae,[369]
Giovanni Paolo II ricordava che «anche le
missioni costituiscono un terreno privilegiato per l'attuazione della catechesi»[370]
e incoraggiava i catechisti laici a dare la loro collaborazione ardente e
generosa, spesso umile e nascosta, per l'edificazione della comunità
ecclesiale. «Chiese ora fiorenti non
sarebbero state edificate senza di loro»,[371]
senza questi catechisti in terra di missione che, in modo del tutto speciale,
meritano il titolo di «catechisti».
Questi «ministri della Parola»[372]
«hanno una funzione di grandissimo rilievo nella Chiesa»;[373]
e non solo nelle chiese di prima evangelizzazione, ma anche nelle comunità di
antica tradizione che pure hanno oggi urgente bisogno di una nuova
evangelizzazione.
La maturazione avvenuta in questo ultimo
ventennio sfocia verso una nuova visione ministeriale della persona e del ruolo
del catechista:
- da catechisti improvvisati, a catechisti
maturati dopo una opportuna qualificazione dottrinale e metodologica;
- da volontariato catechistico, a catechisti
organizzati nella struttura pastorale delle comunità evangelizzanti;
- da insegnanti di catechismo, a educatori nella
fede e animatori di comunità ecclesiali;
- da ripetitori di verità astratte, a profeti
capaci di trasmettere la verità che è Cristo in tutto il suo vigore e in tutto
il suo rigore.
Redemptoris
missio si fa interprete di questa nuova fisionimia del
catechista quando dice «Anche col
moltiplicarsi dei servizi ecclesiali ed extraecclesiali il ministero dei
catechisti rimane sempre necessario ed ha peculiari caratteristiche: i
catechisti sono operatori specializzati, testimoni diretti, evangelizzatori
insostituibili, che rappresentano la forza basilare delle comunità cristiane,
specie nelle giovani chiese, come ho più volte affermato e costatato nei miei
viaggi missionari. Il nuovo Codice di Diritto Canonico ne riconosce i compiti,
le qualità, i requisiti».[374]
Per avere questa figura nuova di catechista si
richiede una definizione più precisa dell'identità personale ed ecclesiale del
catechista stesso all'interno della comunità; si dovrà lavorare per scoprire e
suscitare autentiche «vocazioni» catechistiche. Si dovrà soprattutto dare la
dovuta importanza alla formazione sistematica e permanente dei catechisti nella
Chiesa locale, formando catechisti dalla forte identità ecclesiale e animati da
una intensa vita spirituale. Persone umanamente mature, adulte nella fede,
professionalmente adatte, «pronti a dare ragione della propria speranza dinanzi
al mondo».[375]
Un catechista che sia maestro, educatore,
testimone:
Maestro:
competente, fedele all'integrità del messaggio, dotato di capacità creativa
nell'attualizzare la verità che comunica;
Educatore:
educatore dell'uomo e della vita dell'uomo nella fede; non quindi un
trasmettitore di conoscenze, di nozioni, ma strumento di un'opera educatrice
che ha la sua prima fonte nell'azione dello Spirito Santo;
Testimone:
non un ripetitore di un messaggio che risulta a lui estraneo, ma segno vivente
di quanto annuncia. Con la sua stessa vita deve essere un catechismo vivente,
un testimone dell'invisibile.[376]
Ancora con Redemptoris
missio si può chiudere questa riflessione sui catechisti riportando quanto
l'enciclica dice riguardo alla loro formazione: «Ma non si può dimenticare che il lavoro dei catechisti si va facendo
sempre più difficile e impegnativo per i cambiamenti ecclesiali e culturali in
corso. Vale ancor oggi quanto già suggeriva il Concilio: una più accurata
preparazione dottrinale e pedagogica, il costante rinnovamento spirituale e
apostolico, la necessità di "garantire un decoroso tenore di vita e di
sicurezza sociale" ai catechisti (AG 17). E' importante, altresì, favorire
la creazione e il potenziamento delle scuole per catechisti, che, approvate
dalle Conferenze episcopali, rilascino titoli ufficialmente riconosciuti da
queste ultime» (RMi 73).
3.
Ministerialità laicale nell'evangelizzazione
Oltre alla specifica figura del catechista, vi è
tutta la moltitudine dei christifideles
laici, uomini e donne, che devono personalmente sentirsi chiamati e mandati
perché abbiano a lavorare in questo mondo che deve essere trasformato secondo
il disegno di Dio. Il mandato di evangelizzare tutte le genti, infatti,
costituisce la missione essenziale della Chiesa.
«L'amore
di Cristo e il mandato di lui sollecitano tutti i fedeli a dispensare agli
altri i doni gratuitamente ricevuti. Perciò il compito di proclamare il Vangelo
spetta a tutto il popolo di Dio, raccolto dallo Spirito Santo nella Chiesa
mediante la parola di Dio e l'eucaristia, di modo che nessun vero cristiano sia
esente da questo dovere».[377]
Oggi ai figli della Chiesa viene offerta una nuova opportunità di rinnovare
l'intima ed efficace persuasione della propria partecipazione al compito di
evangelizzare.
Di questa partecipazione dei laici alla missione
essenziale della Chiesa, qual è appunto l'evangelizazione, si è fatto interprete
Giovanni Paolo II con la sua esortazione post-sinodale Christifideles laici scritta proprio alla scopo di «suscitare e alimentare una più precisa presa
di coscienza del dono e della responsabilità che tutti i fedeli laici, e
ciascuno di essi in particolare, hanno nella comunione e nella missione della
Chiesa».[378]
Dice il Pontefice: la missione è un dono da
accogliere e far fruttificare con profondo senso di responsabilità. E' un
appello di Cristo stesso che invia a lavorare nella sua vigna, a prendere parte
viva, consapevole e responsabile alla missione della Chiesa in quest'ora
magnifica e drammatica della storia, nell'imminenza del terzo millennio.
Poiché anche i laici sono Chiesa, essi pure sono
personalmente chiamati dal Signore dal quale ricevono una missione per la
Chiesa e per il mondo: «Andate anche voi nella mia vigna» (Mt 20,3-4).
Nell'opera missionaria di annuncio e di
testimonianza, i fedeli laici hanno un posto originale e insostituibile: per
mezzo loro la Chiesa di Cristo è resa presente nei più svariati settori del
mondo, come segno e fonte di speranza e di amore.[379]
Questa loro missione e responsabilità nella
Chiesa e nel mondo è attuata dai fedeli laici mediante la condivisione di quei
ministeri e carismi che anch'essi hanno ricevuto in dono dallo Spirito per la
comune edificazione.
Il ruolo ministeriale dei laici
nell'evangelizzazione può essere così descritto: i fedeli laici, proprio perché
membri della Chiesa, hanno la vocazione e la missione di essere annunciatori
del Vangelo.[380] Di fatto,
proprio nell'evangelizzazione si concentra e si dispiega l'intera missione
della Chiesa (cf. Mc 16,15). «Evangelizzare
è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda».[381]
L'imperativo di Gesù «andate e predicate il Vangelo» (Mc 16,15) non può essere
disatteso; esige un'obbedienza più pronta e generosa, in prima persona: «Guai a
me se non predicassi il Vangelo!» (lCor 9,16); esige un atteggiamento di
continua conversione missionaria e apostolica.[382]
L'annuncio del Vangelo da parte dei laici
prevede due direzioni:
I vicini:
coloro che tra noi ancora non credono o non vivono più la fede ricevuta con il
battesimo. Solo una nuova evangelizzazione può assicurare, in questo nostro
ambiente secolarizzato e indifferente, la ripresa e la crescita di una fede
limpida e profonda, il ripristino di un tessuto che dia vita alle nostre
comunità ecclesiali. Proprio i laici sono coinvolti in questo processo di nuova
evangelizzazione. Ad essi tocca testimoniare come la fede cristiana costituisca
l'unica risposta pienamente valida ai problemi e alle speranze che la vita pone
a ogni uomo e a ogni società. Ad essi compete quell'impegno di una sistematica
opera di catechesi destinata alla formazione di comunità ecclesiali mature (CT
66).
I lontani:
coloro che ancora non conoscono Cristo, redentore dell'uomo (cf Ef 2,13; AG
37). Ancora oggi sono molti i laici che, accogliendo l'invito di Cristo «andate
in tutto il mondo a predicare il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15), lasciano
il loro ambiente di vita, la loro patria per recarsi, almeno per un determinato
tempo, in zone di missione.
E' questo il compito più specificamente
missionario della Chiesa. E proprio in questo dinamismo missionario di
evangelizzazione la Chiesa di oggi deve dare una risposta più efficace, deve
entrare in una nuova tappa storica. Si tratta dunque di pensare ai necessari
evangelizzatori suscitando vocazioni specificamente missionarie, sia
sacerdotali e religiose, sia laicali.
Alle soglie del terzo millennio, la Chiesa tutta
deve rinnovare il proprio slancio missionario. Le è affidata una grande,
impegnativa e magnifica impresa: quella di una nuova evangelizzazione, di cui
il mondo attuale ha immenso bisogno.
I fedeli laici devono sentirsi parte viva e
responsabile di quest'impresa, chiamati come sono ad annunciare e a vivere il
Vangelo nel servizio ai valori e alle esigenze della persona e della società.[383]
Oltre a queste indicazioni offerte in Christifideles laici, Giovanni Paolo II
ha recentemente indicato in Redemptoris
missio altri spazi ministeriali per i laici impegnati nella missione: «Accanto ai catechisti bisogna ricordare le
altre forme di servizio alla vita della Chiesa e alla missione, e gli altri
operatori: animatori della preghiera, del canto e della liturgia; capi di
comunità ecclesiali di base e di gruppi biblici; incaricati delle opere
caritative; amministratori dei beni della Chiesa; dirigenti dei vari sodalizi
apostolici; insegnanti di religione nelle scuole. Tutti i fedeli laici debbono
dedicare alla Chiesa parte del loro tempo, vivendo con coerenza la propria fede»
(RMi 74).
Andrebbero qui ricordati anche gli ausiliari laici, collaboratori
provvidenziali in missione.[384]
Altro spazio per una ministerialità missionaria
laicale è il servizio di cooperazione e di animazione missionaria all'interno
della comunità ecclesiale. Svilupperemo poco più avanti questo aspetto della
ministerialità laicale quando si parlerà del servizio profetico dei laici in
vista dell'evangelizzazione.
4.
Vita morale e testimonianza missionaria.
«Come partecipi
della missione di Cristo sacerdote, profeta e re, i laici hanno la loro parte
attiva nella vita e nell'azione della Chiesa».[385]
Mediante la loro azione e l'esercizio delle virtù cristiane essi contribuiscono
all'edificazione della Chiesa.[386]
Il messaggio evangelico li chiama anche ad essere testimoni risoluti degli
obblighi morali che derivano dalla natura dell'uomo e dai suoi rapporti con la
creazione. Questa testimonianza resa alla grazia di Dio e alla verità
dell'uomo, risponde alla vocazione profetica del Popolo di Dio. Mediante la
loro vita secondo Cristo, i fedeli affrettano la venuta del Regno di Dio, un
regno di giustizia, di verità, di pace. Una vita onesta è già essa stessa
annuncio evangelico e credibile testimonianza missionaria del Regno di Dio che
viene in questo mondo.
5.
L'animazione e la cooperazione missionaria.
Tutti i membri della Chiesa, in forza del
battesimo, sono corresponsabili dell'attività missionaria. «La partecipazione
delle comunità e dei singoli fedeli a questo diritto-dovere è chiamata cooperazione missionaria».[387]
Prima ancora di un agire, la cooperazione
missionaria è il segno della maturità di fede e di una vita cristiana che porta
frutti.[388] Essa mira
a tradurre in azione, con gesti concreti e significativi, i valori e le disposizioni
acquisiti mediante l'altra forma di impegno qual è l'animazione, cioè l'insieme degli sforzi atti a sensibilizzare e
alimentare una disponibilità-volontà-mentalità missionaria.[389]
L'animazione
missionaria comporta: la presa di coscienza di essere membra
vive di una Chiesa che è per sua natura missionaria (cf AG 2); prendere in
considerazione la vita missionaria come scelta vocazionale e impegno
fondamentale di vita;[390]
la consapevolezza che la fede è dono di Dio da vivere in comunità e da
irradiare all'esterno sia con la testimonianza di vita che con la parola: «E' infatti un dovere e un onore per i
cristiani restituire a Dio parte dei beni ricevuti»;[391]
un continuo e radicale cambiamento di mentalità per diventare missionari
imparando ad uscire da se stessi per condividere con gli altri i beni che
abbiamo, cominciando da quello più prezioso che è la fede: la fede si rafforza donandola! (RMi 2); vivere una vita
profondamente cristiana coltivando in se stessi una spiritualità veramente
cattolica (AG 36); evitare ogni forma di particolarismo, esclusivismo o
sentimento di autosufficienza (RMi 85); concepire e incarnare una Chiesa
trinitaria che è consapevole di essere più grande di se stessa poiché sa di
venire oltre la storia e di andare oltre il mondo;[392]
tener conto della legge del nascondimento trinitario che ha nell'incarnazione
il luogo epifanico dell'umiltà del Padre e dello Spirito;[393]
imitare e diffondere la spiritualità missionaria dell'Inviato del Padre,
Cristo, vivendo una dimensione di proiezione al di là di ogni frontiera,
accettando di andare oltre, di vivere il Vangelo in terra straniera;[394]
disponibilità all'ascolto, alla semplicità evangelica, alla provvisorietà, alla
povertà, all'obbedienza, al servizio, al sacrificio si sé fino alla morte;[395]
imitare la spiritualità missionaria di Maria la cui vita può essere considerata
per molti aspetti una vita missionaria.[396]
In sintesi: animazione missionaria è
incrementare la coscienza missionaria, favorire l'azione missionaria, motivare
l'esperienza dei valori missionari.
La cooperazione
comporta: prendere parte, secondo i propri mezzi e
capacità, all'attività missionaria presso le genti (AG 35-36; CIC 211. 781);
stimolare la comunità cristiana (parrocchia, diocesi) ad aprirsi
missionariamente verso le altre comunità cristiane, verso gruppi e popoli di
altre religioni;[397]
allargare i confini della carità manifestando la sollecitudine per quelli che
sono lontani, come per quelli che sono vicini (RMi 77); cooperare
spiritualmente con la preghiera, la testimonianza di vita cristiana, per le
missioni e per le vocazioni missionarie ; aiutare i missionari procurando tutte
le forme concrete di aiuto di cui hanno bisogno (AA 8); avere a cuore tutte le
necessità del Popolo di Dio sparso su tutta la terra e contribuirvi secondo le
proprie possibilità;[398]
promuovere le vocazioni missionarie; dedicarsi all'accoglienza, al dialogo, al
servizio, alla condivisione, alla testimonianza e all'annunzio diretto verso
gli appartenenti a religioni non cristiane presenti nel proprio territorio (RMi
82); favorire l'informazione sulle missioni ad
gentes mediante la lettura e la diffusione della stampa missionaria e dei
vari mezzi audiovisivi (RMi 83); «cooperare
alla missione vuol dire non solo dare, ma anche saper ricevere» attuando un
reciproco scambio e intessendo vincoli di intima comunione circa i tesori
spirituali, gli operai apostolici ed i sussidi materiali (cf LG 13; RMi 85).
Una forma privilegiata di cooperazione sta nel valore salvifico di ogni
sofferenza, accettata e offerta a Dio con amore; i malati vanno perciò istruiti
circa il valore redentivo della sofferenza e della possibilità di diventare
essi stessi missionari condividendo, sostenendo e associandosi al sacrificio di
Cristo e della Chiesa missionaria completando questo stesso sacrificio pasquale
nella propria carne (cf Col 1,24).[399]
Con Paolo VI si può ripetere: «Poiché nulla vi è di più salutare per gli
uomini e di più confacente alla gloria di Dio che lo sforzo coraggioso per la
diffusione della fede, coloro che si dedicano all'apostolato missionario - il
più eccellente fra tutti per importanza ed efficacia - si impegnino con ogni
più nobile sforzo a diffondere vero spirito di pietà, abbandono nella
Provvidenza e fiducia nella misericordia di Dio. "Il tuo benefattore vuole
che tu sia munifico, e chi ti colma di doni vuole che tu possieda i che tu
distribuisca, dicendo: Date e vi sarà dato (Lc 3,38) [S. Leone Magno, Sermo
XVII, II: PL 54, 181]».[400]
Ecco perché ogni Chiesa locale dovrebbe inserire
«l'animazione missionaria come elemento-cardine
della propria pastorale ordinaria nelle parrocchie, nelle associazioni e nei
gruppi, specie giovanili»[401]
(RMi 83). Una particolare raccomandazione viene fatta ai vescovi.[402]
A tale formazione sono chiamati anche i
sacerdoti ed i loro collaboratori,[403]
gli educatori ed insegnanti, specie i docenti nei seminari e dei centri per i
laici. Particolare importanza deve essere data alle scienze missiologiche
chiamate ad affrontare i non facili rapporti tra missione universale della
Chiesa, ecumenismo, grandi religioni non cristiane.
In un tale contesto è auspicabile un maggiore
accesso dei laici proprio alle facoltà di missiologia dove è possibile
acquisire quella formazione missiologica necessaria per una animazione
missionaria delle comunità locali; anche laici ben preparati, infatti, possono
informare e formare il Popolo di Dio alla missione universale della Chiesa, far
nascere vocazioni ad gentes,
suscitare cooperazione all'evangelizzazione, impegnarsi nella nuova
evangelizzazione, gestire le Pontificie Opere Missionarie e livello nazionale,
diocesano, parrocchiale.
6.
Le comunità ecclesiali di base.
Nonostante la loro molteplice varietà e
differenziazione[404],
le comunità ecclesiali di base (CEB) sono invece considerate, in America Latina
e in Africa centrale, espressione autentica della Chiesa comunione, motivo di
gioia e speranza, oggetto di programmazione ufficiale a livello continentale[405].
Nel progetto di ministerialità profetica dei
laici impegnati nell'evangelizzazione si dovrà cogliere l'incidenza che le CEB
hanno nell'opera missionaria dei nostri giorni. Anche se il loro inizio risale
agli anni successivi al 1968, la loro legittimazione ecclesiale si ha con il
Sinodo dei Vescovi del 1974 grazie alla presentazione lucida, ampia e positiva
che ne fece il card. Pironio quando, nella relazione ufficiale
sull'evangelizzazione nel continente latinoamericano, definì le CEB «valido
aiuto per l'azione evangelizzatrice e in tutta l'attività pastorale ecclesiale»[406].
Paolo VI farà sua questa valutazione positiva delle CEB nell'esortazione Evangelii nuntiandi (1975) che rielabora
temi e prospettive dello stesso Sinodo. Nel n. 58 di questa Esortazione,
dedicato alle «comunità ecclesiali do base», Paolo VI distingue tra quelle
comunità che si pongono in atteggiamento critico e antiistituzionale e quelle
che «si sviluppano all'interno della Chiesa, solidali con la sua vita, nutrite
del suo insegnamento, unite ai suoi pastori». Queste rappresentano una
«speranza per la Chiesa universale», sono le destinatarie dell'evangelizzazione,
chiamate a divenire a loro volta «evangelizzatrici» (EN 58)
A Puebla, in occasione della III conferenza
generale del CELAM chiamata a studiare «La evangelizzazione nel presente e nel
futuro dell'America latina», sono state chiamate «fulcri di evangelizzazione e
operatrici di liberazione e sviluppo»[407].
Fra le mete più immediate della Conferenza c'era proprio una nuova
evangelizzazione delle culture nel rispetto dei loro valori e ricchezze
religiose[408]; le CEB
sono viste come una «forma e mediazione di una evangelizzazione inculturata e
fattore reale di mutamento consistente».[409]
Volendo offrire oggi una valutazione sulle
comunità ecclesiali di base limitatamente al nostro tema della ministerialità
laicale nella evangelizzazione, si può dire in linea generale che esse restano
un fermento valido per la crescita della missione evangelizzatrice della
Chiesa. Non solo in America latina dove sono nate o in Africa dove presto hanno
attecchito, ma anche in Asia[410]
e nel vecchio continente dove oggi si valorizzano forme di piccole comunità di
base per far fronte all'evangelizzazione in un contesto secolarizzato. Gli
elementi più apprezzati di evangelizzazione sono: offrono elementi validi di
«appartenenza» e di «aggregazione» soprattutto del «popolo povero» che Dio chiama
ad essere suo popolo; svolgono un ruolo di «fermento» nel vissuto della «base»
della comunità locale che riportano a strutture di semplicità; sono fonte di
ministerialità laicale con una forte presa di coscienza dei «tria munera» del
popolo di Dio, con particolare enfasi sulla «sapienza» popolare e sulla «parola
profetica»[411].
E' fuori dubbio che nel contesto urgente della
missione universale le comunità ecclesiali di base rappresentano una proposta
di evangelizzazione creativa nel contesto di un tentativo di superamento degli
attuali schemi culturali e socio-istituzionali. La ripresa di un contatto in
certo modo «nuovo» con la parola a livello di popolo, la conoscenza e la
critica di meccanismi ideologici e di casta entro cui verità e vita sono state
imprigionate, la volontà di una rifondazione quasi istintuale di una Chiesa
senza compromessi, creano condizioni per una nuova creatività evangelica, per
una entusiasmante gestazione su nuove basi del tessuto sociale cristiano: una
liturgia più «adattata», nuovo linguaggio catechistico, nuove forme di incontro
e di comunione[412].
E' in atto una nuova sintesi tra fede e vita, fra strutture di comunità ed
esperienze vissute di comunione e appartenenza. Sta venendo in tutto questo
alla luce anche una nuova spiritualità e nuove forme di ministerialità: la
presa di coscienza della propria vocazione battesimale spinge i fedeli laici a
mettere in atto ministerialmente i propri carismi. Si passa così da una visione
di popolo di Dio passivamente «oggetto» di cure pastorali da parte del clero,
ad un popolo di Dio «soggetto» e protagonista dei suoi munera battesimali: della sua vita di fede, di diaconìa, di culto,
di testimonianza, di comunione[413].
La stessa Redemptoris
missio riconosce alle CEB una «forza
di evangelizzazione» dal momento che «stanno dando buona prova come centri di
formazione cristiana e di irradiazione missionaria»; «esse sono un segno di
vitalità della Chiesa, strumento di formazione e di evangelizzazione, valido
punto di partenza per una nuova società fondata sulla civiltà dell'amore».[414]
In un contesto di ministerialità missionaria
laicale si dovrà dunque ripensare con categorie più positive (senza per questo
nascondere i limiti che pure esistono[415])
l'esperienza della CEB quali luoghi di speranza e di evangelizzazione per la
Chiesa che si sta affacciando al terzo millennio[416].
7.
Il volontariato.
Il Vaticano II aveva auspicato, anche per le
missioni, la «formazione di un maturo laicato cristiano» (AG 21) la cui
presenza dinamica avrebbe dovuto dare vigore alla Chiesa locale in formazione.
Infatti anche tra i laici sono previste «vocazioni speciali» suscitate da un
particolare «carisma» donato da Cristo in vista dell'opera missionaria (cf AG
23). Anche Redemptoris missio chiede
che siano valorizzate, nell'attività missionaria, le varie espressioni di
laicato; e tra queste elenca «gli organismi cristiani di volontariato
internazionale» (RMi 72).
Nel «volontariato laico» oggi possiamo
intravedere queste speciali vocazioni missionarie su cui la Chiesa fa molto
affidamento. E' un tipo di ministerialità non individuale, ma collettiva, che
deve trovare tutto lo spazio e la valorizzazione nel campo della missione.
Secondo Giovanni Paolo II questo impegno laicale
è una formula valida che porta un notevole contributo alla missione della
Chiesa, facilitandone il cammino di evangelizzazione: un servizio di cristiani
laici, che si impegnano ad offrire alcuni anni della loro vita per cooperare in
maniera diretta alla crescita dei Paesi in via di sviluppo. Così accanto
all'opera di promozione umana che svolgono insieme con altre forze sociali,
essi, come cristiani, cercano di non far mancare ai fretelli quella pienezza di
sviluppo religioso e morale che si ha soltanto quando ci si apre totalmente
alla grazia di Dio. Spinti dalla fede e dalla carità evangelica, essi diventano
testimoni di amore e di servizio per l'uomo nella sua totalità di essere
corporeo e spirituale.[417]
8.
La famiglia.
Parlando dell'apostolato dei laici soprattutto
nelle giovani chiese, il Vaticano II ha voluto sottolineare la grande funzione
della famiglia in vista della evangelizzazione: «Le famiglie cristiane le quali in tutta la loro vita si mostrano
coerenti con il Vangelo e mostrano con l'esempio cosa sia il matrimonio
cristiano, offrono al mondo una preziosissima testimonianza cristiana, sempre e
dovunque, ma in modo speciale nelle regioni in cui viene annunziato per la
prima volta il Vangelo, oppure la Chiesa si trova tuttora nei suoi inizi, o
versa in grave pericolo» (AA 11).
«In questa
che si potrebbe chiamare "Chiesa domestica", i genitori devono essere
per i loro figli i primi annunciatori della fede» (LG 11). «La famiglia cristiana è la prima comunità
chiamata ad annunciare il vangelo alla persona umana in crescita e a portarla,
attraverso una progressiva educazione e catechesi, alla piena maturità umana e
cristiana».[418]
«La famiglia deve diventare la scuola
della sequela del Signore. Nella famiglia che è consapevole di questo dono
tutti i membri evangelizzano, ma al tempo stesso vengono anche evangelizzati».[419]
Alla famiglia spetta dunque il «dovere specifico
di impegnarsi...nell'edificazione del Popolo di Dio».[420]
Può farlo mediante la sua ministerialità profetica nel senso che all'interno
della vita matrimoniale e familiare i coniugi devono essere «l'uno per l'altro e per i figli testimoni
della fede e dell'amore di Cristo. La
famiglia cristiana proclama ad alta voce sia le virtù presenti del Regno di
Dio, sia la speranza della vita beata» (LG 35). Alla famiglia spetta un
ruolo nell'evangelizzazione del mondo contemporaneo anche mediante la sua
ministerialità regale: la grazia del sacramento del matrimonio che permea la
vita familiare è chiamata a diffondersi mediante essa nella rete di rapporti
umani e sociali che la famiglia si costituisce nella società come nella Chiesa.[421]
Redemptoris
missio, purtroppo, considera il rapporto
famiglia-evangelizzazione limitatamente al ruolo di «coltivare le vocazioni
missionarie fra i loro figli e figlie».[422]
In effetti, proprio in questa «piccola Chiesa» qual è appunto la famiglia
cristiana ha inizio l'azione evangelizzatrice della Chiesa. Le famiglie sono le
prime scuole dell'educazione alla fede, e solo se questa unità cristiana si
conserva sarà possibile che la Chiesa compia la sua missione nella società e
nella Chiesa stessa.[423]
La famiglia è anche il luogo dove il Vangelo
viene ricevuto e vissuto, e dal quale viene irradiato. Inoltre la famiglia
offre una testimonianza quotidiana, anche tacita, alla verità e alla grazia
della Parola di Dio.
Oggi in particolare, la famiglia può dare una
risposta efficace alla secolarizzazione del mondo; la famiglia ha un carisma
speciale di trasmissione della fede e di assistenza nello sviluppare una
evangelizzazione iniziale. I genitori hanno il diritto e il dovere di
catechizzare i loro figli; hanno l'immenso privilegio di essere i primi ad
insegnare ai loro figli a pregare.
La famiglia ha dunque un ministero straordinario nell'impegno di evangelizzazione; essa è oggetto e soggetto di