CULTO E LITURGIA NEL NUOVO TESTAMENTO
Dal
momento che la divina pedagogia ha impiegato tutta una «storia» per dare
all'uomo, in Cristo, la pienezza del culto divino, per conoscere la vera natura
di questo culto sarà necessario ripercorrere le tappe che hanno condotto da ciò
che era “copia e ombra delle realtà
celesti” (cf Eb 8,5; 9,23) a ciò che è “pienezza
del culto divino».
Mentre
il culto della prima alleanza si era materializzato attorno all’offerta di
vittime esteriori (“senza spirito”, a-logos),
Gesù viene per ripristinare il vero culto, l’unico richiesto da Dio al momento
dell’alleanza e costantemente richiamato dai Profeti: se ascolterete, se osserverete la mia parola… Io sarò per voi il
Signore Dio vostro, voi sarete per me il popolo mio (cf Es 19, 5-6).
Dando
compimento alle figure antiche, Gesù
assomma in sé tutte le istituzioni cultuali di Israele: Egli è il è il vero
tempio-abitazione di Dio tra gli uomini (Gv 1,14; cf Is 7,14), il vero ed
eterno sacerdote (Eb 8,6; 7,24), il vero e perfetto sacrificio (Eb 9,14-23).
Egli è vittima, sacerdote ed altare.
L’offerta, libera e totale, che Cristo fa di se
stesso, è una risposta d'amore, un atto di fedeltà alla investitura («unzione
dello Spirito Santo”) ricevuta per una missione specifica, quella di Messia, di
«inviato del Padre» per «annunciare ai poveri la buona novella» e «portare la
libertà agli oppressi» (Lc 4,18; cf Is 61,1-2).
1. Eccomi,
vengo per fare la tua volontà.
Il sacrificio di Gesù è l'offrirsi amorosamente
a questa «consacrazione per la missione», abbracciandone tutte le conseguenze
che essa comportava. «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato»
(Gv 4,54). «Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà
di colui che mi ha mandato» (Gv 6,58).
Portare la libertà agli oppressi, far sì che
tutti gli uomini siano salvati, perdonare la loro iniquità: questa è la volontà
del Padre. Era ormai evidente l'insufficienza degli olocausti e delle vittime
espiatorie previste dalla legge antica.
Solo il Figlio unico ed eterno del Padre,
prendendo una natura come la nostra, poteva offrire al Padre non più sangue di
animali, ma il proprio sangue; non più qualcosa di esterno, di materiale e di
caduco, ma se stesso, la propria vita. E questo sacrificio egli lo compie non
più con una volontà soggetta all’umana debolezza, come i sacerdoti dell'antica
legge (cf Eb 7,26-28), ma nella comunione amorosa dello Spirito Santo (cf Eb
9,14), che gli consente di compiere un atto di amore infinito verso il Padre
con un cuore di carne, cioè per mezzo dell'offerta del suo corpo fatta una
volta per sempre (cf Eb 10,4-10; 9,12-15).
Non che il Padre, s'intenda bene, si diletti
delle sofferenze del Figlio: il Padre infatti ama il Figlio al di là di ogni
altra realtà (Gv 3,35; 5,20; 10,17;
17,23.24) tanto che Paolo può esclamare: «Siete
stati comprati a caro prezzo!» (1 Cor 6,20; 7,25; Rm 8,32), e Pietro
aggiunge: «Voi sapete che non a prezzo di
cose corruttibili, come l'argento o l'oro, foste liberati dalla vostra vuota
condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come
di agnello senza difetti e senza macchia» (1 Pt 1,18).
Gesù stesso sa di essere amato dal Padre e sa
anche che se avesse pregato il Padre questi gli avrebbe subito dato più di
dodici legioni di angeli (Mt 26,53) per liberarlo dai suoi nemici.
Dovevano però compiersi le Scritture, secondo le
quali così “doveva” (déi) avvenire (Mt
26,54). Gesù fa la volontà del Padre correndo anche tutti i rischi che tale
volontà comporta. Egli sa che la luce che porta agli uomini non viene accolta
dalle tenebre (Gv 1,5). Non può neppure rinunciare a proclamarsi Figlio di Dio
(Mt 26,63-64), ad aderire pienamente al mandato del Padre mettendosi con
infinita carità al servizio degli uomini, dei malati, dei peccatori. Egli sa
che è proprio questa volontà del Padre lo scopo per cui è entrato nel mondo (Eb
10,5-7) Non può dunque rinunciarvi,
anche se tale fedeltà al disegno di salvezza comporta la morte. Non è il Padre
che vuole essere saziato dalla morte del Figlio. Sono piuttosto gli uomini che,
nella loro cecità e ribellione ad ogni logica di amore, mettono a morte
l'autore della vita. Il Padre non dà la morte al Figlio, ma gli dona invece una
vita da «Signore» (At 2,36), un nome che è al di sopra di ogni altro nome (Fil
2,9), vendicando tale «abbassamento» con l’«esaltazione» della Risurrezione: “Voi l'avete inchiodato sulla croce per mano
di empi e l'avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce
della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere...
Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito
Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere”
(At 2,23-24.33).
Con l'offerta di tutto se stesso al Padre, con
questo atto di purissimo amore, mediante il quale ha realizzato il suo ritorno
al Padre passando attraverso la morte, Cristo ha operato il ritorno al Padre
anche per tutti i suoi fratelli (Eb 10,19-22).
Facendosi solidale con noi fino all'esperienza
della morte, Cristo compie la sua donazione al Padre e ci ottiene la salvezza.
Un sacrificio, il suo, costituito dall'amore con cui egli si dona a noi per
compiere la volontà del Padre.
D'ora in poi non avrà ragione di esistere altro
sacrificio al di fuori di quello che Gesù Cristo ha offerto una volta per
sempre al Padre; è infatti per quella volontà che noi siamo stati santificati,
per mezzo dell'offerta del suo corpo (Eb 10,10). «Egli al contrario, avendo
offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre si è assiso alla destra di Dio, aspettando
ormai solo che i suoi nemici vengano
posti sotto i suoi piedi. Poiché con un'unica oblazione egli ha reso
perfetti per sempre quelli che vengono santificati. Questo ce lo attesta anche
lo Spirito Santo. Infatti dopo aver detto:
“Questa è l'alleanza che io stipulerò con loro dopo quei giorni, dice il Signore: io porrò le mie leggi nei loro cuori
e le imprimerò nella loro mente, dice:
E non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità” (Eb
10,12-17).
La passione e la croce, dunque, da strumento di
condanna diventano momento solenne in cui egli esprime tutto il suo amore verso
il Padre (Gv 14,31; 15,7) e verso i
fratelli (Gv 13,1; 15,13; 1 Gv 3,16). Per
questo motivo la croce viene sempre presentata come il «sacrificio della Nuova
Alleanza», il vero ed unico sacrificio cultuale della storia, verso il quale
erano orientati i sacrifici prefigurativi dell'Antico Testamento.
2. «Cristo
con uno Spirito eterno offri se stesso senza macchia a Dio» (Eb 9,14).
Il sacrificio di Cristo è stato un sacrificio
accetto al Padre perché è stato l'epilogo ultimo di tutta una vita di donazione
nel fare la volontà del Padre. Anche la morte doveva essere per lui una prova
d'amore; non un momento di sconfitta, ma l'offerta libera della propria vita: «Nessuno me la toglie, ma la offro da me
stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo.
Questo comando ho ricevuto dal Padre mio” (Gv 10,18).
Come non sarebbe esistita l'Incarnazione e la
sua missione profetica se non nello Spirito Santo, così non vi sarebbe stata
offerta sacrificale e gradita al Padre se non nello Spirito.
Era necessario quindi che la prova suprema
d'amore che spinse Gesù a dare la propria vita per coloro che amava, fosse
compiuta nello Spirito. Ecco perché Gesù, con uno Spirito eterno (Eb 9,14),
offrì se stesso senza macchia a Dio: perché con l'opera dello Spirito Santo
fosse d'ora in poi fonte di salvezza per tutti gli uomini.
Per questo, dopo l'incarnazione e la morte,
anche la Risurrezione avviene in virtù dello Spirito Santo (Rm 1,4; 8,11). E'
il Padre stesso che rende glorioso quel corpo che ha subito l’umiliazione della
morte, costituendolo “corpo spirituale» (1 Cor 15,44-49).
Questa è la vera glorificazione del Figlio:
ricevere la testimonianza del Padre nel dono dello Spirito della Risurrezione
ed avere altresì la possibilità di donare, d'ora in poi, questo medesimo
Spirito ai suoi fratelli che ha riscattato a prezzo del suo sangue (1 Pt 1,19;
Ap 5,9). Gesù stesso aveva previsto questo momento quando, presente alla festa
dei Tabernacoli, aveva esclamato: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in
me; come dice la Scrittura: fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno.
Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in
lui: infatti non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora
glorificato». (Gv 7,37-39)
Si adempirono così le promesse preannunciate dai
profeti secondo cui dal lato destro del Tempio sarebbero scaturite sorgenti
d'acqua viva che avrebbero purificato il popolo dai propri peccati (Is 12,5;
Gioel 4,18; Ez 47,1; Zac 13,1; 14,8; Sal 46,5).
3. Gesù
Cristo sta alla destra di Dio e intercede per noi. (Rm 8,34; Eb 7, 25).
Innalzato alla destra del Padre Cristo è
veramente «Mediatore» della nuova alleanza (Eb 9,15), «sempre vivente per
intercedere in nostro favore (Eb
7,25; Rm 8,34).
La sua preghiera, che gli dà la possibilità di
inviare da presso il Padre lo Spirito Santo nel mondo, è per il Figlio il
compimento del suo ministero di redenzione. Egli è così pieno di Spirito Santo
che può inviarlo sui figli di adozione.
Sostituendosi al principio malvagio della carne,
lo Spirito diviene nell'uomo un principio di fede, di conoscenza
soprannaturale, di amore (Rm 5,5), di santificazione (Rm 15,16), di preghiera
(Rm 8,26-28). Il medesimo Spirito che aveva spinto Gesù nella vita pubblica per
predicare e per pregare (Lc 4,14-15), continuerà ad assistere anche i discepoli
di Gesù (Gv 16,4-15).
E' giunto ormai il tempo del nuovo culto
preannunciato dai Profeti, che non deve più avvenire in luoghi privilegiati,
«sacri», in templi fatti da mano umana (cf, At 17,24-25; Gv 4,21-24).
Il nuovo culto è ormai caratterizzato da questa
presenza orante e benefica dello Spirito nel «cuore» dell'uomo. Non potrebbe
essere altrimenti. Come sarebbe infatti possibile professare ed invocare il
Risorto se non nello Spirito Santo? «Nessuno può dire “Gesù è Signore” se non
sotto l'azione dello Spirito Santo» (1 Cor 12,3). Nella nuova economia dunque,
l'unica possibile Liturgia sarà quella che la Chiesa compie guidata e animata
dallo Spirito del Signore Risorto. E' lo Spirito «buono e vivificante» inviato
dal Risorto che, alla destra di Dio, sempre vivente intercede per noi.
4. «Dio
ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio che grida: Abbà, Padre!» (Gal
4,6; Rm 8,15).
Il massimo Dono che il Padre possa offrire agli
uomini mediante il Cristo risorto, è lo Spirito Santo. Per questo Gesù insiste
presso i suoi per far ritorno al Padre: solo così infatti può essere fonte
dello Spirito (Gv 16,7-8).
E lo Spirito viene per amore a rendere possibile
agli uomini ciò che è impossibile agli uomini (cf Mt 19,26). Dio vuole ovviare
l'incapacità radicale dell'uomo anche nel pregare. Nella nostra situazione di
debolezza, la potenza di Dio viene a soccorrere l'illusoria velleità dell'uomo
e la sua totale impotenza: “Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto
alla nostra debolezza (astenéia),
perché neppure sappiamo che cosa sia
conveniente chiedere, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi,
con gemiti inesprimibili; e colui che
scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli
intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27).
In questo testo, capitale per ogni preghiera e
per ogni liturgia, Paolo vuol dire che l' uomo da solo non sa che cosa chiedere a Dio, né come chiederlo. Dio infatti va invocato
secondo Dio; l'uomo al contrario preferisce agire secondo l'uomo. Questa
debolezza estrema è superata dall'azione benefica dello Spirito che
“superintercede» in una maniera irresistibile a favore degli uomini. La sua
insistenza deve lottare contro la nostra refrattarietà a lasciarci condurre
«secondo i disegni di Dio». La nostra incapacità e le nostre resistenze (la
preghiera infatti non e «connaturale» con lo stato di peccato in cui si trova
l'uomo) procurano allo Spirito “gemiti inesprimibili”. Il Padre però che
conosce questi gemiti, sa quali sono le aspirazioni dello Spirito. Una tale
intercessione operata dallo Spirito del Padre che «parla in noi» (Mt 10, 20), ottiene
ciò che è necessario per camminare «secondo i disegni di Dio».
Sono questi i veri adoratori, nello Spirito e nella Verità, che il Padre cerca
(Gv 4,23). Questi sono anche il tempio
non manufatto (1 Cor 3,16-17) in cui è possibile dare gloria a Dio, essere
familiari con lui (Ef 2,18-22), «entrare» alla sua presenza per iniziare
quell'atto di adorazione e di lode che dovrà poi continuare dinanzi al trono di
Dio per tutta l'eternità (cf, Ap 14,3). Questi sono anche l’offerta sacrificale gradita perché, al posto delle vittime
esteriori e senza spirito, offrono i propri corpi come sacrificio vivente,
santo e gradito a Dio: «è questo il
vostro culto spirituale» (Rm 12, 1-2)
Qui sta dunque la pienezza del culto che Cristo ci dona con la sua morte e la sua Risurrezione,
inserendoci nella dinamica cultuale del suo «mistero pasquale».
La Costituzione
liturgica conclude il n. 5 dicendo: «Infatti
dal costato di Cristo morto (dormiente) sulla croce è scaturito il mirabile
sacramento di tutta la Chiesa» (SC 5)
Questo testo di S. Agostino si può completare
con l'altro testo che la Liturgia delle Ore ci fa leggere nell’Ufficio delle
Letture del Venerdì Santo, tratto dalle «catechesi» di S. Giovanni Crisostomo.
Rifacendosi alle parole di Giovanni che vede scaturire dal costato trafitto del
Cristo morente «sangue ed acqua» (Gv 19,34), così spiega: «Quel sangue e quell'acqua sono simbolo dell'Eucarestia e del Battesimo.
Ora la Chiesa è nata da questi due sacramenti, da questo bagno di rigenerazione
e di rinnovamento nello Spirito Santo per mezzo del Battesimo e
dell'Eucarestia. E i simboli del Battesimo e dell'Eucarestia sono usciti dal
costato. Quindi è dal suo costato che Cristo ha formato la Chiesa, come dal
costato di Adamo fu formata Eva».
Concludendo possiamo dire che l'opera della
salvezza, compiuta da Cristo una volta per sempre, si realizza oggi nella
Liturgia della Chiesa mediante l'azione santificante dello Spirito Santo. E’ lo
stesso Spirito che, come ha guidato ogni azione della vita storica di Cristo,
così continua a guidare necessariamente anche la vita della Chiesa e di ogni
singolo fedele in essa.
Nella Liturgia la Chiesa-Sposa è assistita dalla
presenza benefica dello Spirito. Con la Sposa è ancora e sempre lo Spirito che
prega e si rivolge allo Sposo dicendo «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,17).
La Liturgia dunque è questo dialogo d'amore che
lo Spirito suggerisce alla Sposa nell'attesa del ritorno definitivo del suo
Sposo e Signore. Termine ultimo di tale preghiera però è sempre il Padre. Come
infatti dal Padre proviene il Figlio nella cooperazione necessaria dello
Spirito, così ogni ritorno dovrà seguire tale via «economica»: animati
dall'azione dello Spirito, nella mediazione del Figlio, è possibile l'accesso
al Padre. Avviene allora uno “scambio meraviglioso” di doni: dal Padre discende
abbondante ogni santificazione mediante la salvezza donata dal Figlio agli
uomini nello Spirito Santo. Da parte dell'uomo, superata ogni resistenza ad
opera dello Spirito orante, nella mediazione del Figlio, torna al Padre il culto
di lode, di adorazione, di ringraziamento. In questo duplice movimento,
discendente e ascendente, si realizza ogni giorno la Liturgia della Chiesa e,
mediante essa, l'opera della nostra redenzione.
Paolo Giglioni